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venerdì 19 aprile 2019

La beatitudine del servire


Siamo nel cuore del Triduo Santo. Giorno della manifestazione concreta dell'amore del Padre per noi nell'offerta della Vita del Figlio. Gesù muore in maniera drammatica emanando quel "grido" prima di "rendere lo spirito", di quello Spirito che ci dona la Vita. Amore senza fine, fino alla fine!
Alle "sette" parole di Gesù sulla croce, menzionate nei vangeli, ce n'è una ottava, che non è propriamente una parola, ma un grido inarticolato. Per Marco l'ultima parola è: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?». Ma dopo questa ecco improvviso, terribile, inatteso, un forte grido: «Gesù, dando un forte grido, spirò». Anche per Matteo, dopo l'ultima identica parola: «Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito».
L'ultima parola… Non una parola, ma un grido, con tutto il fiato che gli rimane, l'ultimo. Quell'urlo, più di tutte le altre parole, lascia intuire quello che Gesù può aver vissuto. Gesù ha fatto suo ogni grido, ogni angoscia, ogni disperazione… Quel grido, senza parole articolate, dice il mistero d'amore che si sta compiendo… È talmente grande che è indicibile!

Dare la vita! L'amore vero, quello "più grande", sull'esempio di Gesù! L'umanità aspetta la testimonianza dei seguaci del Maestro, la testimonianza di ogni uomo e donna di buona volontà… Ogni "diaconia" prende la sua vitalità e la sua linfa in quel "grido" estremo dell'amore di Dio!

È in questo contesto che ricordo il giorno della mia ordinazione diaconale, che ricorre domani 20 aprile. Il cuore è pieno di gratitudine!
Ieri sera, nel fare memoria della Cena del Signore, l'invito di Gesù a lavarci i piedi l'un l'altro diventa ancora più pressante: «Vi ho dato l'esempio perché anche voi facciate altrettanto». E l'evangelista Giovanni continua: «In verità, in verità io vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica». È una beatitudine, quella di cui parla Gesù, non passeggera o momentanea, ma esprime la realizzazione piena e profonda della persona, del suo essere "salvato".
È una beatitudine che si realizza nel "mettere in pratica", è una beatitudine rivolta ad un servizio concreto. Per di più esprime la reciprocità del servizio reso ai fratelli: «Anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri».
È la beatitudine che deriva dall'amarci gli uni gli altri, come Gesù ci ha amato, «affinché il mondo creda». Ed è in quel "grido", in quella "parola inarticolata", che prende vita la nostra diaconia.


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Vedi anche altri post a suo tempo pubblicati sul Triduo Santo:
•  Partecipi della Sponsalità di Cristo (28/03/2018)
•  Gesù abbandonato: mistero di Dolore e di Amore (12/04/2017)
•  Il dolore e la sofferenza sono "solo" germogli di rinascita (23/03/2016)
•  Pasqua, passaggio di Dio e passaggio dell'uomo (01/04/2015)
•  Il mistero di quei tre giorni (18/04/2014)
•  Il Servo di Jahwè (15/04/2014)
•  Nati da quel Sangue (6/04/2012)
•  Li amò sino alla fine (2/04/2010)
•  Il nostro modello (30/03/2010)
•  Nel deserto del mondo… (9/04/2009)
•  Quel seme che muore per dar vita (6/04/2009)
•  Il sepolcro vuoto (19/03/2008)


Rimando ad altri post relativi alla mia ordinazione diaconale:
Il dono di un servizio a "tempo pieno" (20/04/2018)
Seguimi! (20/04/2017)
Gratitudine! (20/04/2016)
Stare nella tua casa (20/04/2015)
Chiara, mia moglie (26/04/2011)
Il diacono e il suo vescovo (20/04/2011)
Modello di ogni diaconia (19/04/2011)
Il mio sì (20/04/2010)
Ricordando quel giorno (19/04/2009)
Eccomi (19/04/2008)
Per conoscerci… (la nostra esperienza) (24/02/2008)

venerdì 12 aprile 2019

Verso la Pasqua


Domenica delle Palme (C)
Isaia 50,4-7 • Salmo 21 • Filippesi 2,6-11 • Luca 22,14 - 23,56
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Fate questo in memoria di me
In questa parola di Gesù vi è riassunta e rappresentata tutta la sua vita: vita spezzata e donata. Chi, come lui, sa "donare" la propria vita "spezza il pane eucaristico" con purezza di cuore. Altrimenti la ripetizione del gesto si riduce a un rito vuoto e a volte ipocrita.

Nacque tra loro una discussione…
Il malessere che distrugge le nostre comunità, ecclesiali e sociali, è la frenesia dei "primi posti", del sentirsi superiori, del dominio, dell'imporsi agli altri. Di qui invidie, critiche, pettegolezzi meschini, divisioni, discordie. Lo stile di Gesù, è "servire", occupare nei fatti l'ultimo posto: rispettare, dialogare, cercare di capire l'altro senza imporre il proprio modo di pensare.

Andò come al solito al monte degli Ulivi… Entrato nella lotta, pregava più intensamente…
Entrare in agonia non sono solo gli istanti che precedono la morte, ma lotta, combattimento… La preghiera, il dialogo con il Padre, lo apre ad accogliere un "senso" che ora gli sfugge: non lo risparmia dalla sofferenza, non lo sottrae alla morte, ma lo apre al "sostegno" dello Spirito per compiere "non la mia, ma la tua volontà".
Anche nella "Passione" Luca mette in risalto la bontà e la misericordia di Gesù. La scena è nota: Uno di quelli che erano con lui colpì con la spada… Ricorrere alla spada per risolvere i problemi. Gesù, invece, continua a prendersi cura del ferito e lo guarisce. Il discepolo non solo non aggredisce, ma è pronto a rimediare ai guai provocati da altri. Si prende cura anche di chi gli ha fatto del male.

Pietro negò di conoscerlo… Il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro…
Pietro uscì e scoppiò a piangere. Lo sguardo di Gesù non è rimprovero, ma invito a credere nell'amore, a non arrendersi. Così possiamo considerare le nostre fragilità e quelle dei fratelli: guardare con gli occhi di Gesù, con occhi che infondono fiducia e ridonano speranza.

Venne condotto da Erode… Lo interrogò, ma non rispose nulla…
Perché Gesù non risponde una parola? Non si cerca Gesù solo perché "compie miracoli". Il cristianesimo è il luogo dell'ascolto della Parola, è la religione dell'Amore e del dono della vita, non il mercato dove si comprano i prodigi.

Lo seguiva gran folla di popolo e di donne…
Le donne: Luca è l'unico che cita questo episodio. Chi porta le conseguenze delle guerre e delle violenze, chi piange sono sovente "le donne e gli altri", i più deboli.

Insieme con lui venivano condotti anche due malfattori
Gesù fu crocifisso insieme a due banditi. Non si trattava di ladruncoli… Uno di questi ha il coraggio di pregarlo: "Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno" … "Oggi sarai con me in paradiso".


All'inizio del vangelo di Luca Gesù compare fra i pastori.
Trascorre la sua vita pubblica in mezzo a pubblicani, peccatori, prostitute.
Alla fine si trova tra coloro che più ha amato, torna al Padre con uno che rappresenta tutti gli uomini: una persona ricuperata dal suo amore.

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Questo è il mio corpo che è dato per voi (Lc 22,19)
(vai al testo…)

PDF formato A4, stampa f/r per A5:


Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata
• Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi (Lc 22,15)) - (20/03/2016)
(vai al testo)
• Veramente quest'uomo era giusto (Lc 23,47) - (24/03/2013)
( vai al testo…)
• Ho presentato il mio dorso ai flagellatori (Is 50,6) - (26/03/2010)
(vai al post "Amare sino alla fine")

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
•  La vita ci viene dal cuore trafitto di Dio (18/03/2016)
•  Gioia e dolore! (22/03/2013)

Commenti alla Parola:
•  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 4.2019)
•  di Luigi Vari (VP 2.2016)
•  di Marinella Perroni (VP 2.2013)
•  di Claudio Arletti (VP 2.2010)
•  di Enzo Bianchi
•  di Lectio divina: Abbazia Santa Maria di Pulsano
•  di Letture Patristiche della Domenica

venerdì 5 aprile 2019

Va' … riprendi la tua vita!


5a domenica di Quaresima (C)
Isaia 43,16-21 • Salmo 125 • Filippesi 3,8-14 • Giovanni 8,1-11
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Gli condussero una donna sorpresa in adulterio
Ma il "socio" dov'è? L'aggressività, la violenza, le passioni si sfogano troppo spesso sui più deboli.
La legge puniva l'adulterio con la morte, anche se in pratica i giudici non erano così severi. Però, anche se non c'è l'esecuzione, si vuole sottolineare la gravità del crimine. La stessa condanna, poi, era prevista per chi percuote suo padre o sua madre (cfr. Es 21, 25).
Ma chi erano i componenti della "buon costume" di Gerusalemme? Perché godono nel mettere in pubblico i peccati altrui? (Sembra di vedere certi scoop giornalistici odierni!).
Qualcuno di questo gruppo fa una proposta: e se conducessimo questa donna dal Galileo? Lui che sta sempre dalla loro parte? Vedrete come sarà imbarazzato!
Anche oggi questa pagina di vangelo non può lasciare tranquilli: nessuno può arrogarsi il diritto di scagliare "pietre", diffamando, isolando, pronunciando giudizi severi, alimentando diffidenze, diffondendo pettegolezzi.

Ora Mose, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa
Gesù potrebbe togliersi dall'impiccio in modo semplice, invitando gli accusatori a rivolgersi al tribunale del Sinedrio, non molto lontano. Questo, però, significherebbe abbandonare la donna. E, proprio per questo, si compromette: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». I componenti della "buon costume" incominciano a non sentirsi più a loro agio: sono stati smascherati, è stata messa a nudo la loro ipocrisia. Se ne vanno tutti; con gli accusatori, anche la folla e i discepoli.
Solo Gesù rimane per pronunciare la sua sentenza: nessuna condanna! Alzato il capo, con la dolcezza del suo sguardo, comunica alla donna la "tenerezza" di Dio, che invita sempre a riscoprire dentro di sé la "potenzialità di bene": «Va' e d'ora in poi non peccare più». E "questa potenzialità di bene" è sempre più grande del male compiuto.
Allora: comportarsi bene o male è la stessa cosa? Il peccato è grave, non tanto perché "offende" Dio, ma perché "distrugge" la persona umana, come il giovane scappato di casa, del vangelo di domenica scorsa, che non si riconosce più come "figlio". Gesù lo sottolinea: «D'ora in poi non peccare più». Gesù odia il peccato, ma non condanna chi sbaglia, non aggiunge altro male a quello che la persona si è già procurato.

Possiamo chiederci: Quanto crediamo al "perdono" che rinnova? Se non ci sentiamo "rinnovati", è facile che non vediamo questa possibilità negli altri e rischiamo di "uccidere" con condanne senza appello!

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Gesù disse: neanch'io ti condanno (Gv 8,11)
(vai al testo…)

PDF formato A4, stampa f/r per A5:


Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata
• Va' e d'ora in poi non peccare più (Gv 8,11) - (13/03/2016)
(vai al testo)
• Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra (Gv 8,7) - (17/03/2013)
( vai al testo…)
• D'ora in poi non peccare più (Gv 8,11) - (19/03/2010)
(vai al post "Sentirsi veramente amati")

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
•  Gesù apre le porte delle nostre prigioni (11/03/2016)
•  Il perdono, riabilitazione e rinascita (15/03/2013)

Commenti alla Parola:
•  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 4.2019)
•  di Luigi Vari (VP 2.2016)
•  di Marinella Perroni (VP 2.2013)
•  di Claudio Arletti (VP 2.2010)
•  di Enzo Bianchi
•  di Lectio divina: Abbazia Santa Maria di Pulsano

(Illustrazione di Maria Cavazzini Fortini)

lunedì 1 aprile 2019

La nostra esistenza, un servizio ai fratelli


Parola di vita – Aprile 2019
(Clicca qui per il Video del Commento)

«Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri» (Gv 13,14).

L'evangelista Giovanni, nel ricordare le ultime ore trascorse con Gesù prima della Sua morte, mette al centro la lavanda dei piedi. Nell'antico Oriente, era un segno di accoglienza verso l'ospite, arrivato attraverso strade polverose, di solito compiuto da un servo.
Proprio per questo, in un primo momento i discepoli si rifiutano di accettare questo gesto dal loro Maestro, ma poi Egli alla fine spiega:

«Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri».

Con questa immagine tanto significativa, Giovanni ci svela l'intera missione di Gesù: Egli, il Maestro e il Signore, è entrato nella storia umana per incontrare ogni uomo e ogni donna, per servirci e riportarci all'incontro con il Padre.
Giorno dopo giorno, durante tutta la sua vita terrena, Gesù si è spogliato di ogni segno della sua grandezza ed ora si prepara a dare la vita sulla croce. E proprio adesso consegna ai suoi discepoli, come sua eredità, la parola che Gli sta più a cuore:

«Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri».

È un invito chiaro e semplice; tutti possiamo comprenderlo e metterlo in pratica subito, in ogni situazione, in ogni contesto sociale e culturale.
I cristiani, che ricevono la rivelazione dell'Amore di Dio attraverso la vita e le parole di Gesù, hanno un "debito" verso gli altri: imitare Gesù accogliendo e servendo i fratelli, per essere a loro volta annunciatori dell'Amore. Come Gesù: prima amare concretamente e poi accompagnare il gesto con parole di speranza e di amicizia.
E la testimonianza è tanto più efficace, quanto più rivolgiamo la nostra attenzione ai poveri, con spirito di gratuità, rifiutando invece atteggiamenti di servilismo verso chi ha potere e prestigio.
Anche di fronte a situazioni complesse, tragiche, che ci sfuggono dalle mani, c'è qualcosa che possiamo e dobbiamo fare per contribuire al "bene": sporcarci le mani, senza aspettare ricompense, con generosità e responsabilità.
Inoltre, Gesù ci chiede di testimoniare l'Amore non solo personalmente, nei nostri ambienti di vita, ma anche come comunità, come popolo di Dio, che ha come legge fondamentale l'amore reciproco.

«Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri».

Dopo queste parole, Gesù continua: «Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi… Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica» [1].
Commentando questa frase del Vangelo, Chiara Lubich ha scritto: "[…] «Sarete beati…». Il reciproco servizio, l'amore vicendevole che Gesù insegna con questo gesto sconcertante, è dunque una delle beatitudini insegnate da Gesù. […] Come vivremo allora, durante questo mese, questa parola? L'imitazione che Gesù ci chiede non consiste nel ripetere pedestremente il suo gesto, anche se dobbiamo averlo sempre dinanzi a noi come luminosissimo e impareggiabile esempio. Imitare Gesù significa comprendere che noi cristiani abbiamo senso se viviamo «per» gli altri, se concepiamo la nostra esistenza come un servizio ai fratelli, se impostiamo tutta la nostra vita su questa base. Allora avremo realizzato ciò che a Gesù sta più a cuore. Avremo centrato il Vangelo. Saremo veramente beati» [2].

Letizia Magri

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[1] Cf. Gv 13, 15-17.
[2] C. Lubich, Parola di Vita aprile 1982, in Parole di Vita, a cura di Fabio Ciardi (Opere di Chiara Lubich 5, Città Nuova, Roma 2017), pp. 233, 235.


Fonte: Città Nuova n. 3/Marzo 2019

sabato 30 marzo 2019

Accoglierci come Dio ci accoglie


"Rilettura", alla fine del mese, della Parola di Vita di marzo.

«Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 34,36).

Riempire il nostro cuore di misericordia. Se saremo misericordiosi potremo essere veramente artefici di pace e di unità. Dal momento che siamo tutti fragili è evidente che la pace e l'unità fra noi dipenderanno in primo luogo dal saperci comprendere e perdonare vicendevolmente. Dobbiamo concedere a chi ci ha offeso la possibilità di un ritorno. Allo stesso modo di come Dio fa con ciascuno di noi. Per questo è necessario riempire il nostro cuore di misericordia.
La fonte della misericordia è il cuore stesso di Gesù. È in Lui che dobbiamo cercarla; da Lui imparare. Perché figli di Dio, possiamo somigliargli in quello che lo caratterizza: l'amore, l'accoglienza, il saper aspettare i tempi dell'altro.
Il nostro amore di misericordia, per assomigliare un po' a quello di Dio, deve essere più grande del nostro peccato, più forte della debolezza dell'altro e superiore alla giustizia umana. La misericordia, infatti, è un amore che riempie il cuore e poi si riversa sugli altri, sui vicini di casa come sugli estranei, sulla società intera.
La misericordia è così importante che Dio la preferisce ai sacrifici. Avere un amore misericordia è testimoniare la bontà di Dio che continua in mezzo a noi alla ricerca di coloro che hanno più bisogno del suo amore. In concreto, il perdonarci l'un l'altro fa sì che cresciamo spiritualmente, avvicinandoci sempre di più a Dio. Occorre perciò non mantenere nel cuore residui di giudizio, di risentimenti, dove possono covare ira e odio, che ci allontanano dai fratelli. È vedere ognuno come fosse nuovo!
Per fare questo occorre saper dimenticare l'offesa ricevuta. Vale di più ricordare i bei momenti passati assieme che ricordare le offese ricevute. Dimenticare le offese ci fa ricordare che dobbiamo amare sempre.
Spesso le famiglie si sfasciano perché non si sa perdonare. Perdonare è dimenticare le offese, mentre amare deve essere l'unico nostro ricordo. Qualcuno pensa che il perdono sia una debolezza. Il perdono non consiste nell'affermare senza importanza ciò che è grave, o bene ciò che è male. Non è indifferenza. Il perdono è un atto di volontà e di lucidità, quindi di libertà che consiste nell'accogliere il fratello così come è, nonostante il male che ci ha fatto, come Dio accoglie noi peccatori, nonostante i nostri difetti.
Accogliere, appunto, l'altro così come è, e non come vorremmo che fosse, con un carattere diverso, con le nostre stesse idee politiche, le nostre convinzioni religiose, e senza quei difetti o quei modi di fare che tanto ci urtano.
Occorre, invece, dilatare il cuore e renderlo capace di accogliere tutti nella loro diversità, nei loro limiti e miserie.
Accogliere come Gesù ha accolto: peccatori, ammalati, poveri, stranieri. Chiunque gli si fosse avvicinato non si è mai sentito respinto. Siamo fratelli perché abbiamo un unico Padre, che è sempre alla ricerca dei suoi figli.
Ci rendiamo conto della serietà del nostro impegno verso Dio quando recitiamo la preghiera del Padre nostro. È un affare serio: chiediamo a Dio che perdoni i nostri peccati nella misura in cui perdoniamo coloro che ci hanno offeso. E questo non è facile. Bisogna chiedere a Dio la grazia dello Spirito Santo, perché con le nostre sole forze è impossibile. La Preghiera del Padre nostro, mentre ci apre il cuore a Dio, ci dispone anche all'amore fraterno. Questa apertura del cuore non si improvvisa. È una conquista quotidiana, una crescita costante nella nostra identità di figli di Dio.
Allora è estremamente importante ricostruire i legami incrinati o spezzati. Non guadagniamo niente con la rottura dei rapporti. Credendo di punire l'altro, in realtà finiamo per punire noi stessi. Le rotture non ci rendono felici.
Prima di presentarci all'altare per l'offerta, Gesù ci dice di riconciliarci con il nostro fratello: ciò piace a Dio e dà valore alla nostra offerta.
Innanzitutto occorre ricostruire ciò che si è rotto dentro di noi, nel nostro cuore, e poi andare dal fratello a ricomporre il rapporto incrinato. Da questo dipende la qualità della nostra unione con Dio. Se abbiamo fatto del male a qualcuno chiediamo coraggiosamente perdono e riprendiamo la strada. È un atto di grande dignità. Facciamo un atto di libertà da noi stessi e dai condizionamenti cominciando a ricostruire i legami incrinati o spezzati in famiglia, sul luogo di lavoro, nella comunità parrocchiale, nel partito politico.
Allora, fare sempre il primo passo verso l'altro; perché chi ama prende sempre l'iniziativa. È fare lo sforzo più impegnativo perché mette alla prova la propria autenticità e purezza nell'amare.
Fare il primo passo verso l'altro, guidati dall'amore, ci fa vivere una vita nell'armonia dei rapporti.

venerdì 29 marzo 2019

Essere "figlio"… più forte di ogni cosa


4a domenica di Quaresima (C)
Giosuè 5,9a.10-12 • Salmo 33 • 2 Corinzi 5,17-21 • Luca 15,1-3.11-32
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

La parabola dell'amore del Padre: a chi e perché Gesù la racconta?
Non ai peccatori, ma ai giusti. È una scelta scandalosa che provoca l'indignazione dei giusti, i quali non possono che concludere: quest'uomo, che frequenta persone impure, non può venire da Dio.

Il figlio minore
Il più giovane disse al Padre…: anche se il libro del Siracide sconsiglia di aderire a una simile richiesta, il padre non oppone resistenza. Perché il figlio abbandona la famiglia? Soprattutto perché vede nel padre una specie di "dominatore", in antagonismo con la sua "libertà".
Partì per un paese lontano…: rompe con la sua famiglia, il suo popolo, le tradizioni religiose della sua terra e va a stabilirsi tra i pagani allevatori di porci, animali impuri per eccellenza.
Quando ebbe speso tutto…: le "avventure" non saziano, l'uomo ha bisogno di equilibrio interiore, altrimenti si sente "morire".
Rientrò in se stesso…: l'esperienza della delusione può essere provvidenziale. Dicevano i rabbini: "Quando gli Israeliti sono costretti a mangiare carrube, si convertono".

Il figlio maggiore
Si indigna e la sua ira appare più che giustificata: è la reazione logica dell'uomo fedele e irreprensibile che si trova di fronte a una presunta ingiustizia. Il figlio maggiore è il perfetto osservante della legge, è colui che serve fedelmente, ma non ha un "rapporto" con il Padre: sulla sua bocca Gesù non mette la parola "padre", a differenza del figlio minore.
Mostra di non essere un figlio, ma un servo: il padre, per lui, è solo un datore di lavoro.
Per questo, come non appare sulla sua bocca la parole "padre", non appare neppure quella di "fratello": questo tuo figlio.

Il Padre
Nei confronti del figlio minore il padre non pronuncia una parola. La sua azione è descritta in cinque verbi:
lo vide da lontano (lo sta aspettando),
si sentì sconvolgere le viscere (il sentimento della madre nei confronti del figlio che porta in grembo: verbo che nei vangeli è riferito solo al Padre e a Gesù),
si mise a correre,
gli si gettò al collo (molto più che un abbraccio),
non smetteva di baciarlo (non il tradizionale bacio di saluto all'ospite, ma l'espressione della gioia e del perdono).
Al figlio che esprime il suo pentimento, il padre reagisce con: la veste lunga: quella usata per le feste, per gli ospiti di riguardo (la stessa che indosseranno in cielo gli eletti); l'anello al dito: non quello coniugale, ma quello con il sigillo; al giovane viene ridata l'autorità sui servi e viene reintegrato nell'eredità; i sandali ai piedi: il segno dell'uomo libero, lo schiavo andava scalzo.
Il Padre ritorna a parlare nei confronti del figlio maggiore, per dire: figlio … fratello. È il Padre stesso che gli fa riscoprire la dignità di figlio e la dignità del fratello.
Ritrovare il rapporto figlio-Padre vuol dire ritrovare anche il rapporto fratello-fratello.

Di fronte al comportamento del Padre vale la pena di "sforzarsi, comportandosi bene?".
La libertà mal gestita non è mai realizzante! Il Padre rispetta anche questa libertà, ma "vede" la possibilità di riscoprirsi figli, una potenzialità sempre più grande di qualsiasi passato negativo. Il suo perdono è amore ed è "intelligenza", un "leggere dentro".
Allora: È questo il Dio nel quale crediamo? E come viviamo il sacramento della riconciliazione?

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro (Lc 15,20)
(vai al testo…)

PDF formato A4, stampa f/r per A5:


Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata
• E cominciarono a far festa (Lc 15,24) - (06/03/2016)
(vai al testo)
•  l Padre lo vide, ebbe compassione e gli corse incontro (Lc 15,20) - (10/03/2013)
( vai al testo…)
• Era perduto ed è stato ritrovato (Lc 15,24) - (12/03/2010)
(vai al post "L'abbraccio della riconciliazione")

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
•  Le intime fibre del cuore del Padre (04/03/2016)
•  La gioia di essere perdonati ed accolti (08/03/2013)

Commenti alla Parola:
•  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 3.2019)
•  di Luigi Vari (VP 2.2016)
•  di Marinella Perroni (VP 2.2013)
•  di Claudio Arletti (VP 2.2010)
•  di Enzo Bianchi

(Illustrazione di Bernardette Lopez)

venerdì 22 marzo 2019

Conversione, ragione di vita


3a domenica di Quaresima (C)
Esodo 3,1-8a.13-15 • Salmo 102 • 1 Corinzi 10,1-6.10-12 • Luca 13,1-9
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Credete che fossero più peccatori…?
Gesù prende spunto da due fatti di cronaca nera, da due tragedie: il massacro di un gruppo di Galilei ad opera di Pilato e l'incidente di una torre che, crollando, ha schiacciato 18 persone. Contesta la concezione che la disgrazia è castigo per il peccato, per cui le vittime sarebbero più colpevoli degli altri: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei ... di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico...». In effetti, era diffusa la credenza popolare secondo cui ogni disgrazia è conseguenza di determinati peccati. Per Gesù, invece, la disgrazia non è il segno del peccato, perché molte persone, non meno peccatrici delle vittime, non ne sono state colpite.
Legare la "disgrazia" al "peccato" è un modo di pensare che in certo senso può far comodo e tranquillizzare la coscienza: questo male a me non è accaduto, quindi sono a posto!
Una sua versione più moderna, un tentativo di trovare una spiegazione razionale dei fatti tragici e dolorosi, consiste nell'interpretarli come frutto del caso o come effetto di meccanismi naturali o sociali, evitando di leggere tali fatti in profondità e di lasciarsi interpellare da essi.

Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo
Le disgrazie, di cui alcuni sono vittime, hanno il senso di un avvertimento provvidenziale. Sono un richiamo a cambiare modo di pensare e di vivere, scuotendosi dalle illusioni e dalle false sicurezze. L'appello alla conversione è rafforzato con la parabola del fico sterile, ricco di fogliame ma senza frutti, che occupa inutilmente il terreno. La parabola sottolinea la pazienza del "padrone" che concede ancora tempo perché il fico produca frutti: richiama lo "stile" del Padre, che non si stanca di aspettare il ritorno dei figli e offre sempre l'opportunità per convertirsi.
Gesù ci richiama a lasciarci coinvolgere in prima persona dai fatti che accadono, a riconoscere negli avvenimenti, anche i più gravi, un segnale che il Padre ci offre perché ci convertiamo sul serio. Ciò significa non solo abbandonare la credenza superficiale che la disgrazia è effetto del peccato, ma trasformare in profondità il nostro cuore.
Così, ad esempio, quando muore una persona, come cogliamo il "segno" che abbiamo ancora tempo per "convertirci"? Davanti a fatti sconcertanti sotto il profilo dell'economia e della giustizia è facile emettere giudizi e fare analisi. Se ci domandassimo invece: io, noi come c'entriamo? non ne siamo per nulla responsabili? cosa facciamo di concreto per arginare certe tendenze e avviare una soluzione?

Padrone, lascialo ancora quest'anno…
L'intercessione del vignaiolo presso il padrone in difesa del fico e la sua cura "eccessiva" per attivarlo fanno pensare a Gesù, che gioca interamente se stesso per portare il popolo alla fedeltà amorosa, che il Padre attende. Il Padre è interessato alla "fecondità" dei suoi figli: «Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su questo albero, ma non ne trovo».
La "pazienza" del Padre non giustifica nessun disimpegno, è piuttosto la spinta ad accogliere e approfittare della sua misericordia.
I "frutti" sono la conversione concreta, cioè la "fede che si rende operosa per mezzo della carità" (Gal 5,6). È il rapporto filiale con Dio che si traduce in una preghiera sempre più centrata su di Lui e nell'attenzione a compiere gesti d'amore sempre più veri e autentici.
È appunto l'amore, in tutta la ricchezza delle sue forme, il "frutto" per eccellenza dello Spirito (cfr. Gal 5, 22).

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo (Lc 12,3)
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Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata
• Se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo (Lc 12,3) - (28/02/2016)
(vai al testo)
• Venne nella sua vigna a cercarvi frutti (Lc 13,6) - (03/03/2013)
( vai al testo…)
• Venne nella sua vigna a cercarvi frutti (Lc 13,6) - (05/03/2010)
(vai al post "I nostri frutti")

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
•  Gesù per primo si è impegnato per me (26/02/2016)
•  Frutti di conversione (01/03/2013)

Commenti alla Parola:
•  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 3.2019)
•  di Luigi Vari (VP 1.2016)
•  di Marinella Perroni (VP 2.2013)
•  di Claudio Arletti (VP 2.2010)
•  di Enzo Bianchi

(Illustrazione di Bernardette Lopez)