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giovedì 1 ottobre 2020

Mettersi al posto che Gesù ha scelto per sé


Parola di Vita - Ottobre 2020
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«Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato» (Lc 14,11).

I Vangeli ci mostrano spesso Gesù che accetta volentieri gli inviti a pranzo: sono momenti di incontro, occasioni per stringere amicizie e consolidare rapporti sociali.
In questo brano del Vangelo di Luca, Gesù osserva il comportamento degli invitati: c'è una corsa ad occupare i primi posti, quelli riservati alle personalità; è palpabile l'ansia di emergere gli uni sugli altri.
Ma Egli ha in mente un altro banchetto: quello che sarà offerto a tutti i figli nella casa del Padre, senza "diritti acquisiti" in nome di una presunta superiorità. Anzi, i primi posti saranno riservati proprio a quelli che scelgono l'ultimo posto, al servizio degli altri. Per questo proclama:

«Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».

Mettendo al centro noi stessi, con la nostra avidità, il nostro orgoglio, le nostre pretese, le nostre lamentele, cadiamo nella tentazione dell'idolatria, cioè dell'adorare falsi dei, che non meritano onore e fiducia.
Il primo invito di Gesù sembra quindi quello di scendere dal "piedistallo" del nostro io, per non mettere al centro il nostro egoismo, ma piuttosto Dio stesso. Egli sì che può occupare il posto d'onore nella nostra vita!
È importante farGli spazio, approfondire il nostro rapporto con Lui, imparare da Lui lo stile evangelico dell'abbassamento. Infatti, metterci liberamente all'ultimo posto è scegliere il posto che Dio stesso ha scelto, in Gesù. Egli, pur essendo il Signore, ha scelto di condividere la condizione umana, per annunciare a tutti l'amore del Padre.

«Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».

Da questa scuola impariamo anche a costruire la fraternità, cioè la comunità solidale di uomini e donne, adulti e ragazzi, sani e malati, capaci di costruire ponti e servire il bene comune.
Come Gesù, anche noi possiamo avvicinare il nostro prossimo senza paura, metterci al suo fianco per camminare insieme nei momenti difficili e gioiosi, valorizzare le sue qualità, condividere beni materiali e spirituali, incoraggiare, dare speranza, perdonare. Raggiungeremo il primato della carità e della libertà dei figli di Dio.
In un mondo malato di arrivismo, che corrompe la società, è davvero andare controcorrente, è una rivoluzione tutta evangelica. É questa la legge della comunità cristiana, come scrive anche l'apostolo Paolo: «Ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso» [1].

«Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».

Come ha scritto Chiara Lubich: «Osservi? Nel mondo le cose stanno in un ordine completamente diverso. Vige la legge dell'io […] E sappiamo quali sono le dolorose conseguenze: […] ingiustizie e prevaricazioni di ogni genere. Tuttavia, il pensiero di Gesù non va direttamente a tutti questi abusi, ma piuttosto alla radice da cui essi scaturiscono: il cuore umano. […] Occorre, per Lui, trasformare proprio il cuore e di conseguenza assumere un atteggiamento nuovo necessario per stabilire rapporti autentici e giusti. Essere umili non vuol dire soltanto non essere ambiziosi, ma essere consapevoli del proprio nulla, sentirsi piccoli davanti a Dio e mettersi quindi nelle sue mani, come un bambino. […].
Come vivere bene questo abbassamento? Attuandolo, come ha fatto Gesù, per amore dei fratelli e delle sorelle. Dio ritiene fatto a sé quello che fai loro. Dunque, abbassamento: servirli. […] E l'esaltazione avverrà certamente nel mondo nuovo, nell'altra vita. Ma per chi vive nella Chiesa questo rovesciamento di situazioni è già presente. Infatti, chi comanda deve essere come uno che serve. Situazione, dunque, già mutata. E così la Chiesa, ove si vivono le parole che abbiamo approfondito, è già per l'umanità un segno del mondo che verrà»
 [2].

Letizia Magri

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[1] Cf. Fil 2,3.
[2] C. Lubich, Parola di Vita ottobre 1995, in eadem, Parole di Vita, a cura di Fabio Ciardi (Opere di Chiara Lubich 5, Città Nuova, Roma, 2017) pp. 564-565.

Fonte: Città Nuova n. 9/Settembre 2020

martedì 1 settembre 2020

L'amore senza misura di Dio per noi


Parola di Vita - Settembre 2020
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«Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo» (Lc 6,38).

"C'era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone, che erano venuti per ascoltarlo…": [1] così l'evangelista Luca introduce il lungo discorso di Gesù, che si snoda attraverso l'annuncio delle beatitudini, delle esigenze del Regno di Dio e delle promesse del Padre ai suoi figli.
Gesù annuncia liberamente il suo messaggio a uomini e donne, di diversi popoli e culture, accorsi per ascoltarlo; è un messaggio universale, rivolto a tutti e che tutti possono accogliere per realizzarsi come persone, create da Dio Amore a Sua immagine.

«Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo»

Gesù rivela la novità del Vangelo: il Padre ama ogni suo figlio personalmente di amore "traboccante" e gli dona la capacità di allargare il cuore ai fratelli con sempre maggiore generosità. Sono parole pressanti ed esigenti: dare del nostro; beni materiali, ma anche accoglienza, misericordia, perdono, con larghezza, ad imitazione di Dio.
L'immagine della ricompensa abbondante versata nella veste ripiegata, ci fa comprendere che la misura dell'amore di Dio per noi è senza misura e che le sue promesse si realizzano oltre le nostre aspettative, mentre ci libera dall'ansia dei nostri calcoli e dei nostri calendari, dalla delusione di non ricevere dagli altri secondo la nostra misura.

«Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo»

A proposito di questo invito di Gesù, Chiara Lubich ha scritto: «Ti è mai capitato di ricevere da un amico un dono e di sentire la necessità di contraccambiare? […] Se succede a te così, puoi immaginare a Dio, a Dio che è Amore. Egli ricambia sempre ogni dono che noi facciamo ai nostri prossimi in nome suo […] Dio non si comporta così per arricchirti o per arricchirci. Lo fa perché […] più abbiamo, più possiamo dare; perché – da veri amministratori dei beni di Dio – facciamo circolare ogni cosa nella comunità che ci circonda […]. Certamente Gesù pensava in primo luogo alla ricompensa che avremo in Paradiso, ma quanto avviene su questa terra ne è già il preludio e la garanzia» [2].

«Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo»

Ma cosa potrebbe accadere se ci impegnassimo a praticare questo amore insieme, con tanti altri uomini e donne? Sarebbe certamente il germe per una rivoluzione sociale.
Racconta Jesùs, dalla Spagna: «Mia moglie ed io lavoriamo nella consulenza e nella formazione. Ci siamo appassionati ai principi dell'Economia di comunione [3] e abbiamo voluto imparare a guardare l'altro: i dipendenti, con la valutazione dei salari e le alternative a ovvi licenziamenti; i fornitori, rispettando i prezzi, i pagamenti, i rapporti a lungo termine; la concorrenza, con corsi congiunti e offrendo il nostro Know How, i clienti, con consigli dati in coscienza, anche rinunciando al nostro tornaconto. La fiducia che si è generata ci ha salvato poi nella crisi del 2008.
Successivamente, attraverso la ONG "Levántate y Anda" (Alzati e cammina), abbiamo incontrato un insegnante di spagnolo in Costa d'Avorio. Voleva migliorare le condizioni di vita del suo villaggio con una sala parto. Abbiamo studiato il progetto e offerto la somma necessaria. Non ci credeva. Ho dovuto spiegargli che erano gli utili dell'azienda. Oggi la sala di parto "Fraternità", costruita da musulmani e cristiani, è il simbolo della convivenza. Negli ultimi anni i profitti della azienda si sono moltiplicati per dieci. Con altre aziende EdC abbiamo creato il Commercio Internazionale di Comunione e insieme a imprenditori congolesi abbiamo investito in una nuova società che trasporta cibo da Kinshasa a villaggi lontani
».

Letizia Magri

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[1] Cf Lc 6,17-18.
[2] C. Lubich, Parola di Vita giugno 1978, in eadem, Parole di Vita, a cura di Fabio Ciardi (Opere di Chiara Lubich 5, Città Nuova, Roma, 2017) pp. 108-110.
[3] https://www.edc-online.org/


Fonte: Città Nuova n. 8/Agosto 2020

sabato 1 agosto 2020

La fiducia oltre ogni delusione


Parola di Vita - Agosto 2020
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«Chi ci separerà dall'amore di Cristo?» (Rm 8,35).

La lettera che l'apostolo Paolo scrive ai cristiani di Roma è un testo straordinariamente ricco di contenuto. Egli infatti vi esprime la potenza del Vangelo nella vita di ogni persona che lo accoglie, la rivoluzione che questo annuncio porta: l'amore di Dio ci libera!
Paolo ne ha fatto l'esperienza e vuole esserne testimone, con le parole e con l'esempio. Questa sua fedeltà alla chiamata di Dio lo porterà proprio a Roma, dove potrà dare la vita per il Signore.

«Chi ci separerà dall'amore di Cristo?»

Poco prima, Paolo ha affermato: «Dio è con noi»! [1]. Per lui, l'amore di Dio per noi è l'amore dello Sposo fedele, che mai abbandonerebbe la sposa, alla quale si è legato liberamente con un legame indissolubile, a prezzo del proprio sangue.
Dio non è dunque un giudice, ma anzi è colui che prende su di sé la nostra difesa.
Per questo nulla può separarci da Lui, attraverso il nostro incontro con Gesù, il Figlio amato.
Nessuna difficoltà, grande o piccola, che possiamo incontrare in noi e fuori di noi è un ostacolo insormontabile per l'amore di Dio. Anzi, dice Paolo, proprio in queste situazioni, chi si fida di Dio e a Lui si affida è "super-vincitore"! [2]
In questo nostro tempo di super-eroi e super-uomini, che pretendono di stravincere con l'arroganza ed il potere, la proposta del Vangelo è la mitezza costruttiva e l'apertura alle ragioni dell'altro.

«Chi ci separerà dall'amore di Cristo?»

Per comprendere e vivere meglio questa Parola, può aiutarci il suggerimento di Chiara Lubich: «Certamente noi crediamo, o perlomeno diciamo di voler credere, all'amore di Dio. Tante volte, però […] la nostra fede non è così coraggiosa come dovrebbe essere. […] nei momenti della prova, come nelle malattie o nelle tentazioni. È molto facile che ci facciamo assalire dal dubbio: "Ma è proprio vero che Dio mi ama?". E invece no: non dobbiamo dubitare. Dobbiamo abbandonarci fiduciosamente, senza alcuna riserva, all'amore del Padre. Dobbiamo superare il buio ed il vuoto che possiamo provare abbracciando bene la croce. E buttarci poi ad amare Dio compiendo la sua volontà e ad amare il prossimo. Se così faremo, sperimenteremo assieme a Gesù la forza e la gioia della risurrezione. Toccheremo con mano quanto sia vero che, per chi crede e si abbandona al suo amore, tutto si trasforma: il negativo diventa positivo; la morte diventa sorgente di vita e dalle tenebre vedremo spuntare una meravigliosa luce» [3].

«Chi ci separerà dall'amore di Cristo?»

Anche nella cupa tragedia della guerra, chi continua a credere nell'amore di Dio apre spiragli di umanità: «Il nostro paese si trova in una guerra assurda, qui nei Balcani. Nella mia squadriglia venivano anche i soldati della prima linea del fronte, con tanti traumi dentro perché vedevano parenti ed amici morire davanti ai loro occhi. Non potevo fare altro che amarli uno per uno per quanto potevo. Nei rarissimi momenti di sosta, cercavo di parlare con loro di tante cose che un uomo ha dentro in quelle circostanze, ma siamo arrivati a parlare anche di Dio, perché tanti di loro non credevano. In uno di questi momenti di ascolto, ho proposto di chiamare un sacerdote per celebrare la Messa. Tutti hanno accettato e alcuni si sono accostati alla confessione dopo vent'anni. Posso dire che Dio era lì con noi».

Letizia Magri

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[1] Rm 8, 31.
[2] Cf. Rm 8,37.
[3] C. Lubich, Parola di Vita agosto 1987, in eadem, Parole di Vita, a cura di Fabio Ciardi (Opere di Chiara Lubich 5, Città Nuova, Roma, 2017) p. 393.


Fonte: Città Nuova n. 7/Luglio 2020

mercoledì 1 luglio 2020

Essere della famiglia di Gesù


Parola di Vita - Luglio 2020
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«Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre» (Mt 12,50).

Il vangelo di Matteo racconta un episodio della vita di Gesù che può sembrare poco importante: sua madre e i suoi familiari vanno a Cafarnao, dove egli si trova con i discepoli per annunciare a tutti l'amore del Padre. Probabilmente hanno camminato a lungo per trovarlo, e desiderano parlargli. Non entrano nel luogo in cui Gesù si trova, ma mandano un messaggio: «Ecco, tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e cercano di parlarti».
La dimensione familiare era certamente molto importante per il popolo di Israele: il popolo stesso era considerato "figlio" di Dio, erede delle sue promesse, e gli appartenenti ad esso si consideravano "fratelli".
Ma Gesù apre una prospettiva inattesa: con un gesto solenne della mano indica i discepoli e dice:

«Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre».

Gesù rivela una dimensione nuova: chiunque può sentirsi parte di questa famiglia, se si impegna a conoscere la volontà dell'unico Padre e a compierla.
Chiunque: adulto o bambino, uomo o donna, sano o ammalato, di ogni cultura e posizione sociale. Chiunque: ogni persona porta in sé l'immagine di Dio Amore. Anzi, ogni persona è il tu di Dio, con il quale può entrare in una relazione di conoscenza e amicizia.
Chiunque può quindi fare la volontà di Dio, che è l'amore per Lui e l'amore fraterno. E, se amiamo, Gesù ci riconosce come suoi familiari: suoi fratelli e sorelle. È la nostra chance più grande, che ci sorprende; ci libera dal passato, dalle nostre paure, dai nostri schemi. In questa prospettiva anche i limiti e le fragilità possono essere pedane di lancio verso la nostra realizzazione. Tutto veramente fa un salto di qualità.

«Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre».

Possiamo addirittura essere in qualche modo madre di Gesù. Come Maria, che si è messa a disposizione di Dio dal momento dell'annunciazione fino al Calvario e poi alla nascita della Chiesa, così anche ognuno di noi può far nascere e rinascere Gesù in sé vivendo il Vangelo e, per la carità reciproca, contribuire a generare Gesù nella collettività.
Come ha invitato Chiara Lubich, rivolgendosi a persone desiderose di vivere la Parola di Dio: «'Siate una famiglia'. Vi sono fra voi coloro che soffrono per prove spirituali o morali?
Comprendeteli come e più di una madre, illuminateli con la parola o con l'esempio. Non lasciate mancar loro, anzi accrescete attorno ad essi, il calore della famiglia. Vi sono tra voi coloro che soffrono fisicamente? Siano i fratelli prediletti. […] Non anteponete mai qualsiasi attività di qualsiasi genere, […] allo spirito di famiglia con quei fratelli con i quali vivete. E dove andate per portare l'ideale di Cristo, […], niente farete di meglio che cercare di creare con discrezione, con prudenza, ma decisione, lo spirito di famiglia. Esso è uno spirito umile, vuole il bene degli altri, non si gonfia... è [...] la carità vera»
 [1].

«Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre».

Ognuno di noi può scoprire nella quotidianità il compito che il Padre gli affida per costruire la grande famiglia umana.
In un quartiere di Homs, in Siria, oltre centocinquanta bambini in maggioranza musulmani frequentano il doposcuola, ospitato in una scuola della chiesa greco-ortodossa. Racconta Sandra, la direttrice: «Diamo accoglienza e aiuto, attraverso un'equipe di insegnanti e specialisti, in un clima di famiglia basato sul dialogo e la promozione dei valori. Tanti bambini sono segnati da traumi e sofferenze. Alcuni sono apatici, altri aggressivi. Desideriamo ricostruire la fiducia in loro stessi e negli altri. Mentre il più delle volte le famiglie sono smembrate a causa della guerra, qui ritrovano la voglia e la speranza di ricominciare».

Letizia Magri

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[1] C. Lubich, in Gen's, 30 (2000/2), p. 42


Fonte: Città Nuova n. 6/Giugno 2020

lunedì 1 giugno 2020

Accogliere l'altro è accogliere Dio


Parola di Vita - Giugno 2020
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«Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato» (Mt 10,40).

Il Vangelo di Matteo racconta in questo capitolo la scelta che Gesù fa dei Dodici e il loro invio alla predicazione del suo messaggio.
Sono nominati ad uno ad uno, segno del rapporto personale che hanno costruito con il Maestro, avendolo seguito fin dall'inizio della sua missione. Ne hanno conosciuto lo stile, fatto soprattutto di vicinanza con i malati, i peccatori e quelli considerati indemoniati; tutte persone scartate, giudicate negativamente, da cui tenersi alla larga. Solo dopo questi segni concreti dell'amore per il suo popolo, Gesù stesso si prepara ad annunciare che il Regno di Dio è vicino.
Gli apostoli sono dunque inviati a nome di Gesù, come suoi "ambasciatori" ed è Lui che deve essere accolto attraverso di loro.
Spesso i grandi personaggi della Bibbia, per l'apertura del cuore verso un ospite inatteso, fuori programma, ricevono la visita di Dio stesso.
Anche oggi, soprattutto nelle culture che mantengono un forte senso comunitario, l'ospite è sacro anche quando è sconosciuto e per lui si prepara il posto migliore.

«Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato».

Gesù istruisce i Dodici: essi devono mettersi in cammino, a piedi nudi e con pochi bagagli: una bisaccia leggera, una sola tunica... Devono lasciarsi trattare da ospiti, disposti ad accettare le attenzioni degli altri, con umiltà; devono offrire gratuitamente cura e vicinanza ai poveri e lasciare in dono a tutti la pace. Come Gesù, saranno pazienti nelle incomprensioni e nelle persecuzioni, sicuri dell'assistenza dell'amore del Padre.
In questo modo, chi avrà la fortuna di incontrare qualcuno di loro potrà veramente sperimentare la tenerezza di Dio.

«Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato».

Tutti i cristiani hanno una missione, come i discepoli: testimoniare con mitezza, prima con la vita e poi anche con la parola, l'amore di Dio che essi stessi hanno incontrato, perché diventi una gioiosa realtà per tanti, per tutti. E poiché hanno trovato accoglienza presso Dio, pur con le loro fragilità, la prima testimonianza è proprio l'accoglienza premurosa del fratello.
In una società spesso segnata dalla ricerca di successo e di autonomia egoistica, i cristiani sono chiamati a mostrare la bellezza della fraternità, che riconosce il bisogno l'uno dell'altro e mette in moto la reciprocità.

«Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato».

Così ha scritto Chiara Lubich, riguardo l'accoglienza evangelica: «[...] Gesù è stato la manifestazione dell'amore pienamente accogliente del Padre celeste verso ciascuno di noi e dell'amore che, di conseguenza, noi dovremmo avere gli uni verso gli altri. [...] Cercheremo allora di vivere questa Parola di vita innanzitutto all'interno delle nostre famiglie, associazioni, comunità, gruppi di lavoro, eliminando in noi i giudizi, le discriminazioni, le prevenzioni, i risentimenti, le intolleranze verso questo o quel prossimo, così facili e così frequenti, che tanto raffreddano e compromettono i rapporti umani ed impediscono, bloccando come una ruggine, l'amore vicendevole. [...] L'accoglienza dell'altro, del diverso da noi, sta alla base dell'amore cristiano. È il punto di partenza, il primo gradino per la costruzione di quella civiltà dell'amore, di quella cultura di comunione, alla quale Gesù ci chiama soprattutto oggi» [1].

Letizia Magri

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[1] C. Lubich, Parola di Vita dicembre 1992, in eadem, Parole di Vita, a cura di Fabio Ciardi (Opere di Chiara Lubich 5, Città Nuova, Roma, 2017) p. 513-514.


Fonte: Città Nuova n. 5/Maggio 2020

venerdì 1 maggio 2020

La Parola che purifica il nostro cuore


Parola di Vita - Maggio 2020
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«Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunciato» (Gv 15,3).

Dopo l'ultima cena con gli apostoli, Gesù esce dal Cenacolo e si incammina verso il Monte degli Ulivi. Con lui ci sono gli Undici: Giuda Iscariota se ne è già andato, e presto lo tradirà. È un momento drammatico e solenne. Gesù pronuncia un lungo discorso di addio, vuole dire cose importanti ai suoi, consegnare parole da non dimenticare.
I suoi apostoli sono ebrei, che conoscono le Scritture, e ad essi ricorda un'immagine molto familiare: la pianta della vite, che nei testi sacri rappresenta il popolo ebraico, oggetto delle cure di Dio, che ne è l'agricoltore attento ed esperto. Adesso è Gesù stesso [1] che parla di sé, come della vite che trasmette la linfa vitale dell'amore del Padre ai suoi discepoli. Essi dunque devono preoccuparsi soprattutto di restare uniti a lui.

«Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunciato».

Una strada per restare uniti a Gesù è l'accoglienza della sua Parola. Essa permette a Dio di entrare nel nostro cuore per renderlo "puro", cioè ripulito dall'egoismo, adatto a portare frutti abbondanti e di qualità.
Il Padre ci ama e sa meglio di noi cosa ci rende leggeri, liberi di camminare senza il peso inutile dei nostri attaccamenti, dei giudizi negativi, della ricerca affannosa del nostro tornaconto, dell'illusione di tenere tutto e tutti sotto controllo. Nel nostro cuore ci sono anche aspirazioni e progetti positivi, che però potrebbero prendere il posto di Dio stesso e farci perdere lo slancio generoso della vita evangelica. Per questo Egli interviene nella nostra vita attraverso le circostanze, permettendo anche esperienze dolorose, dietro le quali c'è sempre il suo sguardo di amore.
E il frutto saporito che il Vangelo promette a chi si lascia sfrondare dall'amore di Dio è la pienezza della gioia [2]. Una gioia speciale che fiorisce anche in mezzo alle lacrime e trabocca dal cuore, inondando il terreno circostante. È un piccolo anticipo di resurrezione.

«Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunciato».

La Parola vissuta ci fa uscire da noi stessi per incontrare con amore i fratelli, cominciando da quelli più vicini: nelle nostre città, in famiglia, in ogni ambiente di vita. È un'amicizia che si fa rete di rapporti positivi, puntando alla realizzazione del comandamento dell'amore reciproco, che costruisce la fraternità.
Chiara Lubich, meditando questa frase del Vangelo di Giovanni, ha scritto: «Come vivere, allora, onde meritare anche noi l'elogio di Gesù? Mettendo in pratica ogni Parola di Dio, nutrendocene attimo per attimo, facendo della nostra esistenza un'opera di continua rievangelizzazione. Questo per arrivare ad avere gli stessi pensieri e sentimenti di Gesù, per riviverlo nel mondo, per mostrare ad una società, spesso invischiata nel male e nel peccato, la divina purezza, la trasparenza che dona il Vangelo. Durante questo mese, poi, se è possibile (e cioè se anche altri condividono le nostre intenzioni), vediamo di mettere in pratica in modo particolare quella parola che esprime il comandamento dell'amore reciproco. Per l'evangelista Giovanni, […] infatti, c'è un legame tra la Parola di Cristo e il comandamento nuovo. Secondo lui, è nell'amore reciproco che si vive la parola con i suoi effetti di purificazione, di santità, di impeccabilità, di frutto, di vicinanza con Dio. L'individuo isolato è incapace di resistere a lungo alle sollecitazioni del mondo, mentre nell'amore vicendevole trova l'ambiente sano, capace di proteggere la sua esistenza cristiana autentica» [3].

Letizia Magri

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[1] Cf. Gv 15,1-2.
[2] Cf. Gv 15, 11.
[3] C. Lubich, Parola di Vita maggio 1982, in eadem, Parole di Vita, a cura di Fabio Ciardi (Opere di Chiara Lubich 5, Città Nuova, Roma, 2017) p. 237.


Fonte: Città Nuova n. 4/Aprile 2020
(Immagine: Io sono la vera vite, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2011)


domenica 1 marzo 2020

La "Regola d'oro": mettersi nei panni dell'altro


Parola di Vita - Marzo 2020
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«Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti» (Mt 7,12).

Quante volte, nelle scelte importanti della vita, abbiamo cercato una bussola sicura, che ci indicasse il cammino da prendere? E, come cristiani, ci siamo chiesti quale sia la sintesi del Vangelo, la chiave per entrare nel cuore di Dio e vivere da figli suoi, qui e adesso?
Ecco una parola di Gesù che fa al caso nostro, una sua affermazione chiara, immediata da comprendere e da vivere. La troviamo nel vangelo di Matteo: fa parte del grande Discorso della montagna, dove Gesù insegna come vivere pienamente la vita cristiana. Egli stesso riassume tutto il suo annuncio in questa lapidaria affermazione.
Oggi, che abbiamo bisogno di messaggi ricchi di significato ma brevi ed efficaci, potremmo accogliere questa Parola come un prezioso tweet da tenere a mente ogni momento.

«Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti».

Per comprendere meglio cosa fare per gli altri, Gesù ci invita a metterci nei loro panni; proprio come ha fatto lui, che per amarci ha preso la nostra carne umana.
Chiediamoci cosa ci aspettiamo noi dai nostri genitori, dai figli, dai colleghi di lavoro, dai responsabili di governo, dalle guide spirituali: accoglienza, ascolto, inclusione, sostegno nelle necessità materiali, ma anche sincerità, perdono, incoraggiamento, pazienza, consiglio, orientamento, istruzione.... Per Gesù questo atteggiamento interiore, con le azioni concrete che ne conseguono, realizza tutto il contenuto della Legge di Dio e tutta la ricchezza della vita spirituale.
È la "Regola d'oro", un insegnamento universale contenuto nelle diverse culture, religioni e tradizioni che l'umanità ha sviluppato nel suo cammino [1]. È la base di tutti i valori autenticamente umani, quelli che costruiscono una convivenza pacifica, con rapporti personali e sociali giusti e solidali.

«Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti».

Questa Parola ci sprona ad essere creativi e generosi, a prendere l'iniziativa a favore di chiunque, a gettare ponti anche verso chi non ci è amico, come Gesù stesso ha detto ed ha fatto. Ci richiede la capacità di uscire da noi stessi, per essere così anche testimoni credibili della nostra fede.
Così ci incoraggia Chiara Lubich: «Proviamo. Una giornata così spesa vale una vita. [...]. Una gioia mai provata ci inonderà. [...]. Dio sarà con noi, perché è con coloro che amano. [...]. A volte forse rallenteremo, saremo tentati di scoraggiarci, di smettere. [...]. Ma no! Coraggio! Dio ci dà la grazia. Ricominciamo sempre. Perseverando, vedremo lentamente cambiare il mondo attorno a noi. Capiremo che il Vangelo porta la vita più affascinante, accende la luce nel mondo, dà sapore alla nostra esistenza, ha in sé il principio della risoluzione di tutti i problemi. E non avremo pace finché non comunicheremo la nostra straordinaria esperienza ad altri: agli amici che ci possono comprendere, ai parenti, a chiunque ci sentiamo spinti a darla. Rinascerà la speranza» [2].

«Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti».

Ramiro, veterano sul suo posto di lavoro, viene a sapere che arriveranno nuovi colleghi.
Si domanda: "Se entrassi per la prima volta in questo ufficio, cosa mi piacerebbe trovare? Cosa mi farebbe sentire a mio agio?" Così si mette in azione per fare spazio, cerca altre scrivanie, coinvolge altri colleghi. Preparano insieme nuove postazioni di lavoro accoglienti e i nuovi arrivati trovano un clima gioioso ed una comunità di lavoro più unita.

Letizia Magri

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[1] Qualche esempio: "Quello che non vuoi sia fatto a te, non farlo agli altri. Questa è tutta la Torah. Il resto è commento". (Ebraismo); "Nessuno di voi è un fedele finché non desidera per suo fratello ciò che desidera per se stesso". (Islam); "Non fare danno ad altri in modi che troveresti dannosi a te". (Buddismo). Cf. http://www.aecna.org/Amicizia_Ebraico_Cristiana_di_Napoli/Regola_doro.html.
[2] C. Lubich, Parola di Vita aprile 1978, in eadem Parole di Vita, a cura di Fabio Ciardi (Opere di Chiara Lubich 5, Città Nuova, Roma, 2017) p. 104-105.




Fonte: Città Nuova n. 2/Febbraio 2020

mercoledì 1 gennaio 2020

Accogliere l'altro


Parola di Vita - Gennaio 2020
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«Ci hanno trattati con rara umanità» (At 28,2).

Duecentosettantasei naufraghi raggiungono le coste di un'isola del Mediterraneo, dopo due settimane alla deriva. Sono fradici, sfiniti, terrorizzati; hanno sperimentato l'impotenza di fronte alle forze della natura e hanno visto la morte in faccia. Tra loro, c'è un prigioniero in viaggio verso Roma, per essere sottoposto al giudizio dell'imperatore.
Sì, perché questa cronaca non è uscita dal notiziario dei nostri giorni, ma è il racconto di un'esperienza dell'apostolo Paolo, condotto a Roma per coronare la sua missione di evangelizzatore attraverso la testimonianza del martirio.
Egli, sorretto dalla sua incrollabile fede nella Provvidenza, nonostante la condizione di prigioniero, è riuscito a sostenere tutti gli altri compagni di sventura, fino all'approdo sulla spiaggia di Malta.
Qui, gli abitanti vanno loro incontro, li accolgono intorno a un grande fuoco per ristorarsi e successivamente si prendono cura di loro. Alla fine dell'inverno, dopo circa tre mesi, daranno loro il necessario per ripartire in sicurezza.

«Ci hanno trattati con rara umanità».

Paolo e gli altri naufraghi sperimentano l'umanità calda e concreta di una popolazione non ancora raggiunta dalla luce del Vangelo. È un'accoglienza non frettolosa e impersonale, ma che sa mettersi al servizio dell'ospite, senza pregiudizi culturali, religiosi o sociali. Per realizzarla è indispensabile il coinvolgimento personale e dell'intera comunità.
La capacità di accogliere l'altro fa parte del Dna di ogni persona, come creatura che porta impressa in sé l'immagine del Padre misericordioso, anche quando la fede cristiana non si è ancora accesa o si è affievolita. È una legge scritta nel cuore umano, che la Parola di Dio mette in luce e valorizza, da Abramo [1], fino alla sconvolgente rivelazione di Gesù: «Ero forestiero e mi avete accolto» [2].
Il Signore stesso ci offre la forza della sua grazia, perché la nostra fragile volontà arrivi alla pienezza dell'amore cristiano.
Con questa esperienza, Paolo ci insegna anche a confidare nell'intervento provvidenziale di Dio, a riconoscere ed apprezzare il bene ricevuto attraverso l'amore concreto di tanti che incrociano il nostro cammino.

«Ci hanno trattati con rara umanità».

Questo versetto del Libro degli Atti degli apostoli è stato proposto da cristiani di varie Chiese dell'isola di Malta, come motto per la Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani 2020 [3]. Queste comunità sostengono insieme numerose iniziative a favore di poveri e immigrati: distribuzione di cibo, abiti e di giocattoli per i bambini, lezioni di lingua inglese per favorire l'inserimento sociale. Il desiderio è rafforzare questa capacità di accoglienza, ma anche alimentare la comunione tra cristiani appartenenti a Chiese diverse, per testimoniare l'unica fede.
E noi, come testimoniamo ai fratelli l'amore di Dio? Come contribuiamo alla costruzione di famiglie unite, città solidali, comunità sociali veramente umane? Così ci suggerisce Chiara Lubich: «Gesù ci ha dimostrato che amare significa accogliere l'altro così com'è, a quel modo con cui egli ha accolto ciascuno di noi. Accogliere l'altro, con i suoi gusti, le sue idee, i suoi difetti, la sua diversità. […] Fargli spazio dentro di noi, sgombrando dal nostro cuore ogni prevenzione, giudizio e istinto di rifiuto. […] Noi non diamo una gloria così grande a Dio come quando ci sforziamo di accettare il nostro prossimo, perché allora gettiamo le basi della comunione fraterna e niente dà tanta gioia a Dio quanto la vera unità tra gli uomini. L'unità attira la presenza di Gesù tra di noi e la sua presenza trasforma ogni cosa. Avviciniamo allora ogni prossimo con questo desiderio d'accoglierlo con tutto il cuore e di stabilire presto o tardi con lui l'amore reciproco» [4].

Letizia Magri

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[1] Cf. Gen 18,1-16.
[2] Mt 25,35.
[3] La Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani viene celebrata ogni anno, nell'emisfero Nord dal 18 al 25 gennaio, nell'emisfero Sud tra la festa dell'Ascensione e quella di Pentecoste.
[4] C. Lubich, Parola di Vita dicembre 1986, in Parole di Vita, a cura di Fabio Ciardi (Opere di Chiara Lubich 5, Città Nuova, Roma, 2017) p. 75-376.


Fonte: Città Nuova n. 12/Dicembre 2019

domenica 1 dicembre 2019

L'attesa, tempo di salvezza


Parola di Vita - Dicembre 2019
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«Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà» (Mt 24,42).

In questo passo del vangelo di Matteo, Gesù prepara i discepoli al suo ritorno definitivo e inatteso, che li sorprenderà. Anche in quell'epoca storica esistevano molte difficoltà, guerre, sofferenze di ogni genere. Per il popolo di Israele la speranza si posava sull'intervento del Signore che avrebbe posto fine alle lacrime. L'attesa perciò non era motivo di spavento, ma piuttosto di sollievo, come tempo della salvezza.
Qui Gesù ci indica un grande segreto: vivere bene l'attimo presente perché Egli stesso tornerà quando saremo al lavoro, occupati nelle cose normali del nostro quotidiano, quelle nelle quali spesso ci dimentichiamo di Dio, perché troppo presi dalle preoccupazioni per il domani.

«Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà».

Vegliare: è un invito a tenere gli occhi aperti, a riconoscere i segni della presenza di Dio nella storia, nel quotidiano, ed aiutare altri che vivono nel buio a trovare la strada della vita.
L'incertezza sul giorno preciso dell'arrivo di Gesù mette il cristiano in atteggiamento di continua attesa; lo incoraggia a vivere l'attimo presente con intensità, amando oggi, non domani; perdonando ora, non dopo; trasformando la realtà in questo momento, non quando troverà tempo nella sua agenda piena di impegni.
Meditando questa Parola, Chiara Lubich scriveva: «Hai osservato come in genere non vivi la vita, ma la trascini in attesa di un "dopo", in cui dovrebbe arrivare il "bello"? Il fatto è che un "dopo-bello" deve arrivare, ma non è quello che tu ti aspetti. Un istinto divino ti porta ad attendere qualcuno o qualcosa che possa soddisfarti. E pensi magari al giorno di festa, o al tempo libero, o a un incontro particolare, terminati i quali poi non resti soddisfatto, almeno pienamente. E riprendi il tran tran d'una esistenza non vissuta con convinzione, sempre in attesa. La verità è che, tra gli elementi che compongono anche la tua vita, ve n'è uno da cui nessuno può scappare: è l'incontro a tu a tu col Signore che viene. Questo è il "bello" al quale inconsciamente tendi, perché sei fatto per la felicità. E la piena felicità può dartela solo lui» (1).

«Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà».

Il Signore Gesù verrà certamente alla fine della vita di ognuno, ma già possiamo riconoscerlo realmente presente nell'Eucarestia da celebrare e condividere, nella sua Parola da ascoltare e vivere, in ogni fratello e sorella da accogliere, nella sua voce che parla nella coscienza. Ancora oggi la vita ci presenta tante sfide e ci chiediamo: «Quando finirà tutta questa sofferenza?».
Non possiamo attendere passivamente un intervento del Signore: ogni momento va sfruttato per affrettare il Regno di Dio, il suo disegno di fraternità. Ogni piccolo gesto d'amore, ogni gentilezza, ogni sorriso donato trasforma la nostra esistenza in una continua e feconda attesa.
Paco è cappellano in un ospedale in Spagna; sono tanti i degenti anziani, che a volte soffrono di gravi malattie degenerative. Racconta: «Bussando alla porta della stanza di un paziente anziano, che spesso urla contro la fede, ho un momento di esitazione, ma vorrei testimoniargli l'amore di Dio. Entro con il sorriso più bello che ho. Gli parlo con dolcezza, gli spiego la bellezza dei sacramenti. Gli chiedo se vuole riceverli; mi risponde: "Certo!". Si confessa e riceve l'Eucarestia e l'Unzione degli infermi. Sto con lui ancora un po'. Quando lo lascio è sereno e la figlia, presente, è stupita».

Letizia Magri

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[1] C. Lubich, Parola di Vita dicembre 1978, in eadem, Parole di Vita, a cura di Fabio Ciardi (Opere di Chiara Lubich 5, Città Nuova, Roma, 2017) p. 123.


Fonte: Città Nuova n. 11/Novembre 2019
(Immagine: Mantenetevi pronti, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, novembre 2019)


venerdì 1 novembre 2019

Condividere difficoltà e momenti di speranza


Parola di Vita - Novembre 2019
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«Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto» (Rm 12,15).

Dopo aver illustrato ai cristiani di Roma i grandi doni che Dio ha fatto all'umanità in Gesù e con il dono dello Spirito, l'apostolo Paolo indica come rispondere alla grazia ricevuta, soprattutto nelle relazioni tra loro e con tutti.
Paolo invita a passare dall'amore verso quelli che condividono la stessa fede a quello evangelico, verso tutti gli esseri umani, poiché per i credenti l'amore non ha confini, né può essere limitato ad alcuni.
Un particolare interessante: troviamo al primo posto la condivisione della gioia con i fratelli. Infatti, secondo il grande padre della Chiesa Giovanni Crisostomo, l'invidia rende molto più difficile condividere la gioia degli altri che non le loro pene.
Vivere così potrebbe sembrare una montagna troppo impervia da scalare, una vetta impossibile da raggiungere. Eppure, questo diventa possibile perché i credenti sono sostenuti dall'amore di Cristo, dal quale nulla e nessuna creatura potrà mai separarli (cf. Rm 8,35).

«Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto».

Commentando questa frase di Paolo, Chiara Lubich ha scritto: «Per amare cristianamente occorre "farsi uno" con ogni fratello […]: entrare il più profondamente possibile nell'animo dell'altro; capire veramente i suoi problemi, le sue esigenze; condividere le sue sofferenze, le sue gioie; chinarsi sul fratello; farsi in certo modo lui, farsi l'altro. Questo è il cristianesimo, Gesù si è fatto uomo, si è fatto noi per far noi Dio; in tale maniera il prossimo si sente compreso, sollevato» [1].
È l'invito a mettersi "nella pelle dell'altro", come espressione concreta di una carità vera. Forse l'amore di una madre è il miglior esempio per illustrare questa Parola messa in pratica: la madre sa condividere la gioia con il figlio che gioisce e il pianto con quello che soffre, senza giudizi e pregiudizi.

«Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto».

Per vivere l'amore in questa dimensione, senza chiudersi nelle proprie preoccupazioni, nei propri interessi, nel proprio mondo, c'è un segreto: rafforzare l'unione con Dio, il rapporto con Colui che è la fonte stessa dell'Amore. Si dice infatti che la chioma di un albero corrisponda spesso al diametro delle sue radici.
Così succederà anche a noi: se faremo crescere in profondità, giorno per giorno, il nostro rapporto con Dio, crescerà in noi anche il desiderio di condividere la gioia e portare i pesi di quanti ci stanno accanto; il nostro cuore si aprirà e diventerà sempre più capace di contenere quanto il fratello che ci sta vicino vive nel momento presente. A sua volta, l'amore al fratello ci farà entrare ancor di più nell'intimità con Dio.
Vivendo così vedremo un cambiamento negli ambienti dove siamo, iniziando dalle relazioni nelle nostre famiglie, scuole, posti di lavori, comunità, e sperimenteremo con gratitudine che l'amore sincero e gratuito, presto o tardi, ritorna e diventa reciproco.
È l'esperienza forte di due famiglie: una cristiana ed una musulmana, che hanno condiviso difficoltà e momenti di speranza. Quando Ben si ammala gravemente, Tatiana e Paolo sono in ospedale con sua moglie Basma e i due figli, fino alla fine. Anche se nel dolore per la perdita del marito, Basma è con i suoi amici cristiani a pregare per un'altra persona gravemente ammalata, con il suo tappeto rivolto verso la Mecca. Basma confida: «La gioia più grande è sentirsi parte di un solo corpo in cui ognuno ha a cuore il bene dell'altro».

Letizia Magri

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[1] C. Lubich, L'amore reciproco: nucleo fondamentale della spiritualità dell'unità, convegno degli ortodossi, Castel Gandolfo, 30 marzo 1989, p. 4


Fonte: Città Nuova n. 10/Ottobre 2019
(Immagine: Basma e Tatiana, da: https://www.focolare.org)


martedì 1 ottobre 2019

Custodire e trasmettere il "dono" ricevuto


Parola di Vita - Ottobre 2019
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«Custodisci, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che ti è stato affidato» (2Tm 1,14).

L'apostolo Paolo scrive a Timoteo, suo "figlio nella fede" [1], con cui ha condiviso la sua attività evangelizzatrice ed al quale ha affidato la comunità di Efeso.
Sentendosi vicino alla morte, Paolo lo incoraggia in questo impegnativo compito di guida. Timoteo infatti ha ricevuto un "bene prezioso", cioè il contenuto della fede cristiana, così come gli apostoli lo hanno trasmesso, ed ha la responsabilità di comunicarlo a sua volta, fedelmente, alle generazioni successive.
Per Paolo ciò significa proteggere e far risplendere il dono ricevuto, disposto anche a dare la vita per diffondere la lieta notizia che è il Vangelo.

«Custodisci, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che ti è stato affidato».

Paolo e Timoteo hanno ricevuto lo Spirito Santo come luce e garanzia per il loro insostituibile compito di pastori ed evangelizzatori. Attraverso la loro testimonianza e quella dei loro successori, l'annuncio del Vangelo è arrivato fino a noi.
Allo stesso modo, ogni cristiano ha la sua "missione" nella propria comunità sociale e religiosa: costruire una famiglia unita, educare i giovani, impegnarsi nella politica e nel lavoro, prendersi cura delle persone fragili, illuminare la cultura e l'arte con la sapienza del Vangelo vissuto, consacrare la vita a Dio per il servizio dei fratelli.
Anzi, secondo le parole di papa Francesco ai giovani, «[...] ogni uomo e donna è una missione [...]» [2]. Il mese di ottobre 2019 è stato proclamato dalla Chiesa Cattolica "Mese missionario straordinario". Può essere anche per noi l'occasione di rinnovare consapevolmente l'impegno a testimoniare la nostra fede, con il cuore aperto e dilatato dall'amore evangelico che genera accoglienza, incontro e dialogo [3].

«Custodisci, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che ti è stato affidato».

Ogni cristiano è "tempio" dello Spirito Santo, che permette di scoprire e custodire i "beni preziosi" che gli sono affidati, per farli crescere e metterli al servizio di tutti. Il primo di questi "tesori" è la fede nel Signore Gesù. Occorre che noi cristiani la risvegliamo e la nutriamo con la preghiera, per poi comunicarla attraverso la testimonianza della carità.
Racconta J. J., un sacerdote ordinato da poco: «Mi è stata affidata la cura dei fedeli di una grande chiesa cattolica in una metropoli brasiliana. L'ambiente sociale è molto difficile e spesso le persone che incontro non hanno una identità religiosa definita; per questo partecipano sia alla messa che ad altre antiche cerimonie tradizionali. So di essere responsabile di trasmettere la fede cristiana nella fedeltà al Vangelo, ma desidero anche che tutti si sentano accolti in parrocchia. Ho pensato che, per valorizzare le radici culturali di queste persone, la celebrazione della messa poteva essere più festosa ed animata da strumenti musicali tipici delle loro culture. È una sfida impegnativa, ma che rende tutti felici perché, invece di dividere la comunità, ci unisce in ciò che abbiamo in comune: la fede nel Dio che ci dona la gioia».

«Custodisci, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che ti è stato affidato».

Un altro tesoro inestimabile che abbiamo ricevuto da Gesù stesso è la sua parola, che è parola di Dio.
Questo dono «[...] comporta da parte nostra una grande responsabilità [...]. Dio ci ha dato la sua parola perché noi la facessimo fruttificare. Egli vuole vedere attuata nella nostra vita e nella nostra azione nel mondo quella trasformazione profonda, di cui essa è capace. [...]. Come vivremo allora la Parola di vita di questo mese? Amando la parola di Dio, cercando di conoscerla sempre meglio e soprattutto mettendola in pratica con sempre maggiore generosità, in modo che essa diventi realmente il nutrimento base della nostra vita spirituale, il nostro maestro interiore, la guida della nostra coscienza, il punto di riferimento incrollabile di tutte le nostre scelte e di tutte le nostre azioni. [...] Nelle coscienze c'è tanto smarrimento e confusione, tutto tende a relativizzarsi e ad annebbiarsi. Vivendo la parola di Dio non solo saremo muniti contro questo grave pericolo ma, secondo la significativa espressione di Gesù (cf Mt 5,15-16), diventeremo delle lampade accese, le quali con la loro luce aiuteranno anche gli altri ad orientarsi ed a ritrovare il retto cammino» [4].

Letizia Magri

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[1] 1Tm 1,2.
[2] Cf. FRANCESCO, Messaggio per la giornata missionaria mondiale 2018.
[3] Per maggiori informazioni, vedi www.october2019.va.
[4] C. Lubich, Parola di Vita ottobre 1991, in eadem, Parole di Vita, a cura di Fabio Ciardi (Opere di Chiara Lubich 5, Città Nuova, Roma, 2017), p. 486.


Fonte: Città Nuova n. 9/Settembre 2019


domenica 1 settembre 2019

Nell'aiuto vicendevole la gioia condivisa


Parola di vita – Settembre 2019
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«Confortatevi a vicenda e siate di aiuto gli uni agli altri» (1Ts 5,11)

L'apostolo Paolo scrive alla comunità cristiana da lui fondata nella città di Tessalonica. Non può più tornare da loro, perché è dovuto fuggire da lì, a causa di gravi difficoltà e persecuzioni. Tuttavia, attraverso le sue lettere, continua ad accompagnare la loro vita con amore ed anzi li loda per la costanza e la perseveranza nella fede. Sono diventati testimoni esemplari!
Paolo conosce gli interrogativi profondi di questa comunità, le loro domande esistenziali: cosa ci aspetta dopo la morte? Se il Signore tornerà presto, come preparaci adeguatamente alla Sua venuta definitiva?
Paolo non risponde con precetti da applicare, ma piuttosto professa nuovamente la sua fede: Gesù ha dato la sua vita per amore di tutta l'umanità ed è risorto, aprendo a tutti gli uomini la strada verso la Vita. Per prepararsi al Suo ritorno, Paolo consiglia di vivere secondo il Vangelo nella quotidianità, continuando a lavorare onestamente ed a costruire una comunità fraterna:

«Confortatevi a vicenda e siate di aiuto gli uni agli altri».

Paolo lo ha sperimentato in prima persona: il Vangelo fa germogliare il seme di bontà che Dio ha messo nel cuore umano. È un seme di speranza, che cresce nell'incontro personale e quotidiano con l'amore di Dio e fiorisce nell'amore reciproco. È uno sprone a combattere i cattivi semi dell'individualismo e dell'indifferenza che provocano isolamento e conflitti, a portare i pesi gli uni degli altri, ad incoraggiarci a vicenda.
È una Parola semplice, che tutti possiamo comprendere e mettere in pratica, ma che può rivoluzionare i nostri rapporti personali e sociali. È un consiglio prezioso, che ci aiuta a riscoprire la verità fondamentale della fraternità, radice di tante culture. Così la esprime il principio della filosofia bantu dell'Ubuntu: "Io sono ciò che sono per merito di ciò che siamo tutti".
Questo è stato il pensiero guida dell'azione politica in Sud Africa del grande leader metodista Nelson Mandela, che affermava: «Ubuntu non significa non pensare a se stessi, ma piuttosto porsi la domanda: "Voglio aiutare la comunità che mi sta intorno?"» [1]. La sua azione coerente e coraggiosa ha portato un capovolgimento storico nel suo Paese ed un grande passo avanti nella civiltà.

«Confortatevi a vicenda e siate di aiuto gli uni agli altri».

Come vivere questa Parola? «Cercando di crescere anche noi nell'amore scambievole all'interno delle nostre famiglie, del nostro ambiente di lavoro, delle nostre comunità o associazioni ecclesiali, parrocchie, ecc. Questa Parola ci chiede una carità sovrabbondante, cioè una carità che sappia superare le misure mediocri e le varie barriere provenienti dal nostro sottile egoismo. Sarà sufficiente pensare a certi aspetti della carità (tolleranza, comprensione, accoglienza reciproca, pazienza, disponibilità al servizio, misericordia verso le vere o presunte mancanze del nostro prossimo, condivisione dei beni materiali, ecc.) per scoprire tante occasioni per viverla.
È evidente poi che, se nella nostra comunità ci sarà questo clima di amore scambievole, il suo calore si irradierà immancabilmente verso tutti. Anche quelli che ancora non conoscono la vita cristiana ne avvertiranno l'attrattiva e molto facilmente, quasi senza accorgersene, vi saranno coinvolti fino a sentirsi parte di una stessa famiglia» [2].

«Confortatevi a vicenda e siate di aiuto gli uni agli altri».

In questo spirito, nella città di Palermo (Italia) è nato un gruppo di assistenza medica pluri-specialistica, psicologica e infermieristica a disposizione dei poveri della città. Queste le parole raccolte dagli stessi protagonisti: «Siamo un gruppo di medici ed operatori sanitari cristiani di varie chiese. Le parole del Vangelo ci spronano a riconoscere in ogni persona un fratello o una sorella, in particolare in quelli colpiti dalla malattia, ma che non riescono a soddisfare la propria esigenza di cura. Tra coloro che assistiamo ci sono anche persone colpite da malattie gravissime, o da dipendenze da gioco ed internet. Offriamo la nostra professionalità nei luoghi presso cui operiamo, potenziando ambulatori medici già esistenti sul territorio. Per mantenerci aggiornati tra noi e comunicare le varie necessità di intervento, abbiamo creato una chat di riferimento su whatsapp, una pagina facebook e una rete di indirizzi mail.
Anche se nato da poco, questo gruppo è già operativo, soprattutto nei confronti della popolazione immigrata, in particolare con la comunità ghanese avventista presente in città. Un gruppo numeroso e gioioso, con cui sperimentiamo la gioia di aiutarci come fratelli, figli dell'unico Padre».

Letizia Magri

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[1] da "Experience Ubuntu" , interview di Tim Modise, 24 maggio 2006. Origine: https://le-citazioni.it/autori/nelson-mandela/.
[2] C. Lubich, Parola di Vita settembre 2004, in eadem, Parole di Vita, a cura di Fabio Ciardi (Opere di Chiara Lubich 5, Città Nuova, Roma, 2017) pp. 559-560.


Fonte: Città Nuova n. 8/Agosto 2019

giovedì 1 agosto 2019

Dov'è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore


Parola di vita – Agosto 2019

«Perché, dov'è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore» (Lc 12, 34)
(Clicca qui per il Video del Commento   -   oppure...)

Il "cuore" è ciò che abbiamo di più intimo, nascosto, vitale; il "tesoro" è ciò che ha più valore, che ci dà sicurezza per l'oggi e per il futuro. Il "cuore" è anche la sede dei nostri valori, la radice delle nostre scelte concrete; è il luogo segreto in cui ci giochiamo il senso della vita: a cosa diamo veramente il primo posto? Quale è il nostro "tesoro", per il quale siamo capaci di trascurare tutto il resto?
Nella società consumistica di stampo occidentale, tutto ci spinge ad accumulare beni materiali, a concentrarci sui nostri bisogni, a disinteressarci delle necessità altrui, in nome del benessere e dell'efficienza individuale.
Eppure già l'evangelista Luca, in un contesto culturale molto diverso, riporta queste parole di Gesù, come un insegnamento decisivo ed universale, per uomini e donne di ogni tempo e di ogni latitudine.

«Perché, dov'è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore».

Il vangelo di Luca sottolinea con forza la necessità di una scelta radicale, definitiva e tipica del discepolo di Gesù: è Dio Padre il vero Bene, ciò che deve occupare tutto il cuore del cristiano, sull'esempio di Gesù stesso. Questa scelta esclusiva porta con sé l'abbandono fiducioso al Suo amore e la possibilità di diventare davvero "ricchi", perché figli di Dio ed eredi del suo Regno.
È una questione di libertà: non farci possedere dai beni materiali, ma piuttosto esserne noi realmente i padroni. La ricchezza materiale, infatti, può occupare il "cuore" e generare una crescente ansia di possedere ancora, una vera e propria dipendenza. L'elemosina invece, a cui siamo esortati in questo brano del vangelo [1], è una questione di giustizia, dettata dalla misericordia, che alleggerisce il "cuore" e apre all'uguaglianza fraterna. Ogni cristiano personalmente e tutta la comunità dei credenti possono sperimentare la vera libertà attraverso la condivisione dei beni, materiali e spirituali, con quanti ne hanno bisogno: è questo lo stile di vita cristiano che testimonia la vera fiducia nel Padre e mette fondamenta solide alla civiltà dell'amore.

«Perché, dov'è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore».

Per liberarci dalla schiavitù dell'avere, è illuminante il suggerimento di Chiara Lubich: «Perché Gesù insiste tanto sul distacco dai beni, fino a farne una condizione indispensabile per poterlo seguire? Perché la prima ricchezza della nostra esistenza, il tesoro vero è Lui! [...] Egli ci vuole liberi, con l'anima sgombrata da ogni attaccamento e da ogni preoccupazione, così da poterlo amare veramente con tutto il cuore, la mente e le forze. [...] Ci chiede di rinunciare agli averi anche perché vuole che ci apriamo agli altri [...]. Il modo più semplice di "rinunciare" è "dare".
Dare a Dio amandolo. [...] E per dimostrargli quest'amore amiamo i nostri fratelli e sorelle, pronti a giocare tutto per loro. Anche se non ci può sembrare, abbiamo tante ricchezze da mettere in comune: abbiamo affetto nel cuore da dare, cordialità da esternare, gioia da comunicare; abbiamo tempo da mettere a disposizione, preghiere, ricchezze interiori da mettere in comune; abbiamo a volte cose, libri, vestiti, automezzi, soldi [...] Doniamo senza troppi ragionamenti: "Ma questa cosa mi può servire in tale o tal altra occasione [...]". Tutto può essere utile, ma intanto, assecondando questi suggerimenti, si infiltrano nel nostro cuore tanti attaccamenti e si creano sempre nuove esigenze. No,cerchiamo di avere soltanto quello che occorre. Facciamo attenzione a non perdere Gesù per una somma accantonata, per qualche cosa di cui possiamo fare a meno»
 [2].

Marisa ed Agostino, sposati da trentaquattro anni, raccontano: «Dopo otto anni di matrimonio tutto andava a gonfie vele: la casa e il lavoro erano proprio come li desideravamo, ma arriva la proposta di trasferirci dall'Italia in un Paese dell'America Latina, per sostenere una giovane comunità cristiana. Entrambi, fra le mille voci della trepidazione, dell'incognita per il futuro, delle persone che ci dicevano che eravamo pazzi, ne sentivamo una in particolare, che ci dava una grande pace: quella di Gesù che ci proponeva: "Vieni e seguimi". L'abbiamo fatto. Così ci siamo trovati in un ambiente completamente diverso da quello a cui eravamo abituati. Ci mancavano tante cose, ma sentivamo che in cambio ne trovavamo altre, come la ricchezza del rapporto con tante persone. È stata fortissima anche l'esperienza della Provvidenza: una sera avevamo organizzato una piccola festa ed ogni famiglia portava qualcosa di tipico per la cena. Noi eravamo appena tornati da un viaggio in Italia con un bel pezzo di formaggio parmigiano. Combattuti fra il desiderio di condividerne una parte con le famiglie e il pensiero che presto saremmo stati nuovamente senza, ci siamo ricordati la frase di Gesù: "Date e vi sarà dato..." (Lc 6,38). Ci siamo guardati e ci siamo detti: abbiamo lasciato la patria, il lavoro, i parenti, ed ora ci attacchiamo ad un pezzo di formaggio. Ne abbiamo tagliato un pezzo e lo abbiamo portato. Due giorni dopo suona il campanello di casa: era un turista che non conoscevamo, amico di nostri amici, che ci portava un pacco da parte loro. Apriamo: era un grosso pezzo di parmigiano. Quella promessa di Gesù: "...una misura scossa e traboccante vi sarà versata in grembo" è proprio vera».

Letizia Magri

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[1] Cf. Lc 12, 33.
[2] C. Lubich, Parola di Vita settembre 2004, in eadem, Parole di Vita, a cura di Fabio Ciardi (Opere di Chiara Lubich 5; Città Nuova, Roma, 2017) pp. 729-731.


Fonte: Città Nuova n. 7/Luglio 2019
(Illustrazione: acquarello di Maria Cavazzini Fortini)


martedì 30 luglio 2019

Nella "creatività" del nostro dare


"Rilettura", alla fine del mese, della Parola di Vita di luglio.

«Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8).

È necessario avere un cuore grande per amare. "Abbiamo bisogno di dilatare il cuore sulla misura del cuore di Gesù. Si tratta di amare ognuno che ci viene accanto come Dio lo ama" (Chiara Lubich). La dimensione del cuore è misurata dalla generosità e dalla misericordia verso tutti. Avere un cuore grande è poter amare tutti senza distinzione; è avere un amore estremo che si lascia anche morire per far vivere l'altro; è avere un cuore simile a quello di Gesù che, sulla croce, ha dato la vita per noi.
Occorre allora testimoniare con la nostra vita l'amore di Dio. Tutto il nostro comportamento dovrebbe rendere credibile questa verità che annunciamo. Motivati dall'immenso desiderio di amare Dio, mettiamo amore in tutto ciò che facciamo, in ogni parola che diciamo, in ogni pensiero, in ogni preghiera. Attraverso di noi l'amore di Dio arriva ai confini della terra, raggiunge ogni persona, ogni creatura. Dio, guardandoci dal Cielo e notando come il suo amore si diffonde intorno a noi, vedrà che tutto è molto buono e rinnoverà il volto della terra.
Spinti da questo amore, cerchiamo di andare incontro ai bisogni del fratello con creatività, cercando Gesù negli uomini e nelle donne prigionieri del dolore e della solitudine. Ci comportiamo come Gesù che ha incontrato personalmente una umanità smarrita e sofferente e ne ha avuto compassione. Per questo desidera moltiplicare attraverso (di noi) la sua opera di salvezza, di guarigione, di liberazione.
Quando qualcuno ci chiede aiuto o quando ci accorgiamo che qualcuno ha bisogno del nostro aiuto, dobbiamo andargli incontro. Quando agiamo così, con l'intenzione di amare, la creatività dello Spirito Santo ci accompagna.
Inoltre, vivendo la Parola, scopriamo che c'è più gioia nel dare che nel ricevere. E quando il dare è reciproco, genera comunione, unità, fraternità. Quando più persone vivono questo dono reciproco, si crea una nuova mentalità, una nuova cultura: la cultura del dare. E non è la quantità dei beni che posseggo che conta, conta davvero vivere la cultura del dare e, nel poco o nel tanto, contribuisco alla fraternità. Lungo tutto il Vangelo Gesù invita a dare: dare ai poveri, a chi domanda…; dare da mangiare a chi ha fame, il mantello a chi chiede la tunica; dare gratuitamente. Lui stesso ha dato per primo: la salute agli ammalati, il perdono ai peccatori, la vita a tutti noi. All'istinto egoista di accaparrare oppone la generosità; all'accentramento sui propri bisogni, l'attenzione all'altro; alla cultura del possesso quella del dare.
Un programma di vita: Vuoi aiutare molta gente? Dai tutto ciò che ti avanza. Vuoi vivere in comunione con gli altri? Condividi tutto ciò che hai. Vuoi costruire il Regno di Dio qui sulla terra? Gestisci tutto ciò che hai per questo scopo. Vuoi un futuro felice e un'eredità garantita? Staccati da quello che hai e accumula tesori nel Cielo. Allora, posso dare tutto, perché a Dio non si dà nulla a metà. E la sua Provvidenza, che conosce tutti i miei bisogni, a tutto penserà! Già fin da adesso posso dare la vita per ogni persona che incontrerò, dedicando il mio tempo e il mio amore. E alla fine della giornata sentirò nel mio cuore la pienezza della vita vera. Ma occorre essere liberi da ogni attaccamento!
C'è un mondo del bene che non è diffuso dai mezzi di comunicazione ma che si dissemina da cuore a cuore. Partecipare a questo mondo nuovo e affascinante è una decisione personale. Possiamo perciò iniziare una rivoluzione dentro e fuori di noi se cominciamo a scoprire i bisogni degli altri: avere cura, dare attenzione, fare in modo che l'altro esista dentro di noi. Tutto può trasformarsi in servizio attento e premuroso. L'amore ci darà occhi nuovi per intuire ciò di cui gli altri hanno bisogno e per venire loro incontro con creatività e generosità.
L'amore di Dio deve passare attraverso di me per raggiungere tutti. Devo essere un canale totalmente libero dall'egoismo e dal peccato, un canale che irriga con amore puro e genuino tutti gli ambienti in cui vivo. Devo lasciar passare attraverso di me l'amore che è l'essenza stessa di Dio, che è il suo essere; lasciar passare la sua luce per aiutare le persone nelle loro scelte. Essere un canale per distribuire tutti i doni ricevuti gratuitamente da Dio. Così, i doni circoleranno, perché l'amore chiama amore. La gioia si moltiplicherà perché c'è più gioia nel dare che nel ricevere.
Ne consegue che ciò che ho in più appartiene a chi non ha. Questo è un principio che ci aiuta a vivere la comunione fraterna, che ci sensibilizza a vedere i bisogni degli altri. La piena realizzazione della comunione si ha quando abbiamo un distacco totale dai beni e mettiamo in comune non solo il superfluo, ma tutto ciò che abbiamo; sapendo bene che a base della comunione fraterna c'è una decisione libera e spontanea, frutto dell'amore a Dio e al prossimo. Quando viviamo nell'amore reciproco, la comunione diventa la normalità della nostra vita, insieme alla fede nella Provvidenza.
La logica di Gesù e del vangelo è sempre ricevere per condividere, mai accumulare per se stessi. È un invito a riconoscere ciò che abbiamo ricevuto: energie, talenti, capacità, beni materiali, e metterli a servizio degli altri.

lunedì 1 luglio 2019

Ciò che l'amore fa condividere


Parola di vita – Luglio 2019
(Clicca qui per il Video del Commento   -   oppure...)

«Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8).

Nel Vangelo di Matteo, Gesù rivolge questo invito forte ai suoi, i suoi "inviati". Egli ha incontrato personalmente una umanità smarrita e sofferente e ne ha avuto compassione. Per questo desidera moltiplicare attraverso gli apostoli la sua opera di salvezza, di guarigione, di liberazione. Essi si sono raccolti intorno a Gesù, hanno ascoltato le sue parole ed hanno ricevuto una missione, uno scopo per la loro stessa vita; per questo si sono messi in cammino: per testimoniare l'amore di Dio per ogni persona.

«Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».

Ma che cosa hanno ricevuto "gratuitamente" da doverlo ridare? Gli apostoli, attraverso le parole, i gesti, le scelte di Gesù e tutta la Sua vita, hanno sperimentato la misericordia di Dio. Nonostante le loro debolezze e i loro limiti, hanno ricevuto la nuova Legge dell'amore, dell'accoglienza reciproca. Soprattutto, hanno ricevuto il dono che Dio vuole fare a tutti gli uomini: se stesso, la sua compagnia per le strade della vita, la sua luce per le loro scelte. Sono doni senza prezzo, che superano ogni nostra capacità di ricompensa, "gratuiti", appunto. Sono stati dati agli apostoli e a tutti i cristiani, perché diventino a loro volta canali di questi beni verso tutti quelli che incontrano giorno per giorno.

«Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».

Così scriveva Chiara Lubich nell'ottobre 2006: «Lungo tutto il Vangelo Gesù invita a dare: dare ai poveri, a chi domanda, a chi desidera un prestito; dare da mangiare a chi ha fame, il mantello a chi chiede la tunica; dare gratuitamente… Lui stesso ha dato per primo: la salute agli ammalati, il perdono ai peccatori, la vita a tutti noi. All'istinto egoista di accaparrare oppone la generosità; all'accentramento sui propri bisogni, l'attenzione all'altro; alla cultura del possesso quella del dare [...]. La Parola di vita di questo mese potrà aiutarci a riscoprire il valore di ogni nostra azione: dai lavori di casa o dei campi e dell'officina, al disbrigo delle pratiche d'ufficio, ai compiti di scuola, come alle responsabilità in campo civile, politico e religioso. Tutto può trasformarsi in servizio attento e premuroso. L'amore ci darà occhi nuovi per intuire ciò di cui gli altri hanno bisogno e per venire loro incontro con creatività e generosità. Il frutto? I doni circoleranno, perché l'amore chiama amore. La gioia si moltiplicherà perché "c'è più gioia nel dare che nel ricevere" (At 20,35)» [1].
Proprio come racconta Vergence, una ragazzina del Congo: «Andando a scuola, ero veramente affamata. Sulla strada, ho incontrato mio zio, che mi ha dato i soldi per comprare un panino, ma poco più avanti ho visto un uomo molto povero. Ho subito pensato di dare a lui questi soldi. La mia amica, che era con me, mi ha detto di non farlo, di pensare a me stessa! Ma io mi sono detta: io troverò da mangiare domani, ma lui? Così ho dato a lui i soldi per il mio panino ed ho provato una grande gioia in cuore».

«Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».

La logica di Gesù e del Vangelo è sempre ricevere per condividere, mai accumulare per se stessi. È un invito anche per tutti noi a riconoscere ciò che abbiamo ricevuto: energie, talenti, capacità, beni materiali, e metterli a servizio degli altri.
Secondo l'economista Luigino Bruni, «La gratuità è [...] una dimensione che può accompagnare qualsiasi azione. Per questo essa non è il «gratis», anzi è proprio il suo opposto, poiché la gratuità non è un prezzo pari a zero, ma un prezzo infinito, a cui si può rispondere solo con un altro atto di gratuità» [2]. La gratuità supera dunque le logiche del mercato, del consumismo e dell'individualismo e apre alla condivisione, alla socialità, alla fraternità, alla nuova cultura del dare.
L'esperienza conferma che l'amore disinteressato è una vera e propria provocazione, con conseguenze positive, inaspettate, che si diffondono a macchia d'olio anche nella società.
È quanto accaduto nelle Filippine, con una iniziativa cominciata nel 1983. In quel momento, la situazione politica e sociale del Paese era molto difficile e tanti erano impegnati per una soluzione positiva. Anche un gruppo di giovani decise di dare il proprio contributo in modo originale: aprirono i propri armadi e tirarono fuori ciò di cui non avevano più bisogno. Vendettero tutto al mercatino dell'usato, ne ricavarono un piccolo capitale e iniziarono dal nulla un centro sociale, chiamato Bukas Palad, che nella lingua locale significa: "a mani aperte". La frase del vangelo che li aveva ispirati: "Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date (Mt 10,8)", diventò da allora il motto dell'iniziativa.
A questo impegno si unirono alcuni medici, con il proprio contributo professionale offerto in forma disinteressata, e molti altri che aprirono il cuore, le braccia, le porte di casa. Così è nata e si è sviluppata un'ampia azione sociale a favore dei più poveri, che ancora oggi offre servizi in diverse città delle Filippine. Ma l'obiettivo più importante raggiunto e consolidato in questi anni è stato di rendere protagonisti del proprio riscatto gli stessi destinatari del progetto. Essi infatti ritrovano la loro dignità di persone e costruiscono rapporti di stima e solidarietà. Con il loro esempio ed il loro impegno, accompagnano molti altri ad uscire dalla povertà e ad assumersi la responsabilità di una nuova convivenza per se stessi e le loro famiglie, per i loro quartieri e le loro comunità, per il mondo [3].

Letizia Magri

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[1] C. Lubich, Parola di Vita ottobre 2006, in Parole di Vita, a cura di Fabio Ciardi (Opere di Chiara Lubich 5, Città Nuova, Roma, 2017) pp. 791-793.
[2] Cf. http://www.edc-online.org/it/pubblicazioni/articoli-di/luigino-bruni.
[3] http://bukaspaladfoundation.org/.


Fonte: Città Nuova n. 6/Giugno 2019
(Foto: Medical service, Bukas Palad, Filippine)


domenica 30 giugno 2019

La fratellanza universale:
  testimonianza del Risorto, dono dello Spirito


"Rilettura", alla fine del mese, della Parola di Vita di giugno.

«Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni» (At 1,8).

Accogliere lo Spirito di Dio nel nostro cuore, ecco il nostro impegno. Avere lo Spirito Santo in noi è un dono di Dio ed occorre essere pronti e disponibili ad accoglierlo. Lui si manifesta nel cuore di chi ama, di chi cerca Dio con un amore concreto che riconosce la sua presenza in ogni prossimo. Perciò, desiderare di riceverlo, chiedere con insistenza il suo aiuto, fare la volontà di Dio, amando sempre. Questi sono i requisiti di base per avere lo Spirito di Dio nei nostri cuori, pronti ad accoglierlo come quando e dove Lui vorrà.
Essere poi testimoni di Gesù, significa anche vivere da portatori di pace. E la pace è uno dei frutti dello Spirito Santo. Lo Spirito infatti ci dà la certezza di essere infinitamente amati da Dio e questo ci dà sicurezza e pace interiore. Può essere portatore di pace chi la possiede in se stesso. Per questo occorre essere anzitutto portatori di pace nel proprio comportamento, vivendo sempre in accordo con Dio e la sua volontà. Anche in mezzo all'agitazione del mondo pieno di violenza e di peccato i cuori di coloro che amano non sono disturbati, perché sanno che tutto concorre al bene per chi ama Dio.
La forza dello Spiro di Dio ci aiuta ad aprire il nostro cuore all'altro. Il rimedio ai mali che ci sono nel mondo sta dentro ognuno di noi, è la nostra umanità, quella rinnovata dall'amore. Ma chi può darci un cuore così grande da farci sentire vicini, prossimi, anche coloro che sono più estranei a noi, da farci superare l'amore di sé, per vedere questo sé negli altri? È un dono di Dio, anzi lo stesso amore di Dio che è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito che ci è stato dato (cf. Rm 5,5). Allora, se apro il mio cuore all'altro, se allargo l'orizzonte del mio amore a tutti, vedrò sbocciare dappertutto pace e fraternità.
Ma è opportuno incominciare da chi è vicino a noi, nell'ascolto profondo di chi ci è accanto. Questo ascolto richiede presenza fisica, calore umano, accoglienza, sentire il dolore dell'altro come fosse il nostro, l'angoscia dell'altro come fosse la nostra. Richiede la condivisione fianco a fianco. Non è sufficiente essere "collegati" con i moderni mezzi di comunicazione. Anzi, questi, se non siamo vigilanti, ci rendono sempre più isolati gli uni dagli altri. L'ascolto, invece, esige vicinanza, presenza reale, amore concreto, guardarsi negli occhi, "farsi uno" nel momento presente, lasciando che la comprensione avvenga da cuore a cuore.
Occorre allora andare verso gli altri senza riserve, senza "se" e senza "ma". A volte siamo tentati di mettere un "se" nei nostri rapporti: se accetta la mia idea, se riconosce che ho ragione, se mi chiede perdono, ecc. Niente di tutto questo è amore, perché l'amore è incondizionato. Chi ama non impone, né comanda, solo ama e serve. Chi ama va verso gli altri con gioia e si mette al servizio. Esempio mirabile è il padre della parabola (cf. Lc 15,11-32) che accoglie il figlio con gioia, gli va incontro, lo abbraccia, lo veste a festa. L'errore del figlio non conta più, conta solo che è ritornato. Ciò è possibile perché lo Spirito ci rende capaci di amare con tutto il cuore, l'anima e le forze, Dio e il prossimo che incontriamo.
Questo amore ci fa avere in cuore la fraternità universale, che esige in noi un passaggio interiore molto importante: avere un amore che vada oltre le nostre convinzioni religiose, ideologiche, ecc. Ogni persona, di qualsiasi punto del pianeta, è nostro fratello. Avere la fraternità nei nostri cuori significa non avere in noi alcun tipo di barriera che ci impedisca di costruire un mondo in cui tutti ci riconosciamo come membri uguali dell'unica famiglia umana. Per amore di Gesù ci è domandato di "farci uno" con ognuno, nel completo oblio di sé, finché l'altro, dolcemente ferito dall'amore di Dio in noi, vorrà "farsi uno" con noi, in un reciproco scambio di aiuti, di ideali, di progetti, di affetti.
Se abbiamo alla base della nostra vita l'amore al fratello che suscita la reciprocità nel modo che Gesù ci ha indicato, avremo tra noi la vera fraternità. Il comandamento di Gesù, infatti, ci dice di amarci gli uni gli altri come lui ci ha amato (cf. Gv 13,34). E l'apostolo Giovanni specifica che se qualcuno dice di amare Dio ma odia suo fratello, è un bugiardo, puntualizzando che non si può amare Dio che non si vede se non si ama il fratello che si vede (cf. 1Gv 4,20). Per questo motivo il cristiano ha il dovere di creare con tutti rapporti fraterni. Siamo infatti testimoni di Gesù, quando facciamo nostro il suo stile di vita. Quando cioè ogni giorno, nel nostro ambiente di famiglia, di lavoro, di studio e di svago, ci accostiamo con spirito di accoglienza e condivisione alle persone che incontriamo, avendo però in cuore il grande progetto del Padre: la fraternità universale.
Allora, lasciamoci guidare dallo Spirito di verità. Lo Spirito di verità, che Gesù ha promesso di inviarci prima di salire al cielo, ci dà forza, sapienza, conoscenza delle cose e conoscenza di Dio. Lo Spirito di verità ci indirizza sempre verso la strada del bene e dell'amore, nonostante il cammino sia accompagnato da sofferenze e difficoltà. Ma non c'è un bene senza la croce, non c'è rosa senza spine. Lo Spirito Santo abita in noi come nel suo tempio e ci illumina e ci guida. È lo Spirito di verità che fa comprendere le parole di Gesù, le rende vive e attuali, innamora della Sapienza, suggerisce le cose che dobbiamo dire e come dobbiamo dirle.
È così che ogni persona che incontro è un dono per me.

sabato 1 giugno 2019

Lo Spirito Santo la forza della testimonianza


Parola di vita – Giugno 2019
(Clicca qui per il Video del Commento)

«Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni» (At 1,8).

Il libro degli Atti degli Apostoli, scritto dall'evangelista Luca, inizia con la promessa che Gesù Risorto fa agli apostoli poco prima di lasciarli per tornare definitivamente al Padre: riceveranno da Dio stesso la forza necessaria per continuare nella storia umana l'annuncio e la costruzione del Suo Regno.
Non si tratta di ispirare un "colpo di stato", di mettere un potere politico o sociale contro un altro, ma piuttosto dell'agire profondo dello Spirito di Dio accolto nei cuori, che fa "uomini nuovi". Da lì a poco, sui discepoli raccolti con Maria, scenderà lo Spirito Santo ed essi, partendo dalla città santa di Gerusalemme, diffonderanno il messaggio di Gesù fino ai "confini della terra".

«Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni».

Gli apostoli, e con loro tutti i discepoli di Gesù, sono inviati come "testimoni". Ogni cristiano infatti, quando scopre attraverso Gesù cosa vuol dire essere figlio di Dio, scopre anche di essere inviato. La nostra vocazione e la nostra identità di figli si realizzano nella missione, nell'andare verso gli altri come fratelli. Tutti siamo chiamati a essere apostoli che testimoniano con la vita e poi, se occorre, con le parole.
Siamo testimoni quando facciamo nostro lo stile di vita di Gesù. Quando cioè ogni giorno, nel nostro ambiente di famiglia, di lavoro, di studio e di svago, ci accostiamo con spirito di accoglienza e condivisione alle persone che incontriamo, avendo però in cuore il grande progetto del Padre: la fraternità universale.
Raccontano Marilena e Silvano: «Quando ci siamo sposati, volevamo essere una famiglia accogliente verso tutti. Una delle prime esperienze l'abbiamo fatta nel periodo prima di Natale. Non volendo che i saluti fossero un augurio frettoloso all'uscita di chiesa, ci è venuta l'idea di andare noi a casa dei nostri vicini, portando un piccolo dono. Erano tutti sorpresi e contenti, specialmente una famiglia che tanti cercavano di evitare: ci hanno aperto il cuore, parlandoci delle loro difficoltà e del fatto che da tanti anni nessuno era più venuto a casa loro. La visita è durata più di due ore e ci siamo commossi nel vedere la gioia di quelle persone. Cosi pian piano, con l'unico sforzo di essere aperti verso tutti, abbiamo intrecciato rapporti con molte persone. Non sempre è stato facile, perché magari una visita imprevista ci cambiava i programmi, però sempre avevamo presente che non potevamo perdere queste occasioni di rapporti fraterni. Una volta ci hanno regalato una torta e abbiamo pensato di condividerla con una signora che ci aveva aiutato a trovare giocattoli per il Brasile. Era felice di questa idea, e per noi un'occasione di conoscere la sua famiglia. Quando stavamo per uscire ci ha detto: magari avessi anch'io questo coraggio di andare a trovare gli altri!».

«Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni».

Tutti noi cristiani abbiamo ricevuto in dono lo Spirito Santo con il battesimo, ma Egli parla anche nella coscienza di tutte le persone che cercano sinceramente il bene e la verità. Per questo, tutti possiamo fare spazio allo Spirito di Dio e lasciarci guidare.
Come riconoscerlo ed ascoltarlo?
Può aiutarci questo pensiero di Chiara Lubich: «[…] Lo Spirito Santo abita in noi come nel suo tempio e ci illumina e ci guida. È lo Spirito di verità che fa comprendere le parole di Gesù, le rende vive e attuali, innamora della Sapienza, suggerisce le cose che dobbiamo dire e come dobbiamo dirle. È lo Spirito d'Amore che infiamma del suo stesso amore, rende capace di amare Dio con tutto il cuore, l'anima, le forze, e di amare quanti incontriamo sul nostro cammino. È lo Spirito di fortezza che dà il coraggio e la forza per essere coerenti con il Vangelo e testimoniare sempre la verità. […] Con e per quest'amore di Dio in cuore si può arrivare lontano, e partecipare a moltissime altre persone la propria scoperta: […] i "confini della Terra" non sono soltanto quelli geografici. Essi indicano anche, ad esempio, persone vicine a noi che non hanno avuto ancora la gioia di conoscere veramente il Vangelo. Fin lì deve spingersi la nostra testimonianza. […] Per amore di Gesù ci è domandato di "farci uno" con ognuno, nel completo oblio di sé, finché l'altro, dolcemente ferito dall'amore di Dio in noi, vorrà "farsi uno" con noi, in un reciproco scambio di aiuti, di ideali, di progetti, di affetti. Solo allora potremo dare la parola, e sarà un dono, nella reciprocità dell'amore» [1].

Letizia Magri

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[1] C. Lubich, Parola di Vita giugno 2003, in Parole di Vita, a cura di Fabio Ciardi (Opere di Chiara Lubich 5, Città Nuova, Roma 2017), pp. 691-692.


Fonte: Città Nuova n. 5/Maggio 2019

giovedì 30 maggio 2019

L'amore: fonte della vera pace


"Rilettura", alla fine del mese, della Parola di Vita di maggio.

«Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (Gv 20,21).

Il nostro essere mandati da Gesù comporta l'impegno a portare la sua pace soprattutto lì dove è minacciata, con il contribuire a intessere rapporti di fraternità con tutti, a cercare di dare una risposta ai reali bisogni delle persone. È un dedicarsi con generosità agli altri. Essere generosi richiede distacco da se stessi, dalle cose materiali ed anche dalle persone. Perché la vera generosità è frutto della vera carità. Mi distacco da me stesso perché la generosità non ha nulla di egoistico. Mi distacco dalle cose materiali perché la generosità genera una vera comunione. Mi distacco dalle persone perché la generosità motivata dall'amore puro non fa distinzioni. Il mio essere generoso contribuisce alla costruzione di un mondo diverso intorno a me, un mondo più unito.
È un impegno affinché nessuno sia in necessità. Il cristiano, infatti, è colui che sceglie di chinarsi con compassione su ogni bisognoso, operando tutto ciò che è necessario per toglierlo dalla situazione di indigenza. Non possiamo risolvere tutti i problemi, ma possiamo agire in modo da essere una luce per tutti. Individualmente forse possiamo fare poco; è come una goccia d'acqua nell'oceano - direbbe Madre Teresa di Calcutta -, ma se manca quella goccia, l'oceano non è lo stesso. Guardarsi attorno e vedere chi è nel bisogno: questo è il primo passo verso la costruzione di un mondo più unito. Possiamo anche noi andare a cercare Gesù negli uomini e nelle donne prigionieri del dolore e della solitudine. Possiamo offrirci, con rispetto, di essere loro compagni nel cammino della vita, verso la pace che Gesù dona.
C'è una "fretta" che ci spinge verso chi è in necessità perché è una "fretta" che ci spinge nell'amore per Dio che vogliamo amare concretamente nel prossimo, guardandoci intorno ed agendo guidati da un amore carico di misericordia. In fretta allora scopriremo il volto di Gesù che soffre in ogni persona che attraversa momenti di urgente necessità, in chi subisce ingiustizie, in chi è vittima di abusi, in chi è stato abbandonato. Avere fretta di amare servendo, di amare donando, di amare perdonando. Permetteremo così a Gesù di raggiungere e rinnovare anche la vita di tante persone, spingendo la storia verso orizzonti di fraternità. Gesù ci manda a testimoniare il nostro incontro con Lui, ad "uscire" da noi stessi, dalle nostre sicurezze fragili e dai nostri confini, ad estendere nel tempo e nello spazio la stessa missione ricevuta dal Padre: annunciare che Dion è Amore.
Sappiamo che una semplice azione puntuale e assistenziale non risolve i problemi di coloro che sono nel bisogno. Tuttavia possiamo dare un piccolo sollievo a molte situazioni estreme di povertà, malattia, solitudine Queste iniziative realizzate con l'unione di più persone possono dar luogo ad un'azione continua che richiede assistenza immediata, ma anche promozione umana e sociale. Ci sono testimonianze di persone che sono riuscite a cambiare la fisionomia di quartieri molto poveri, rivendicando diritti e rafforzando legami fra tutti. Gesù risorto ci propone di fare insieme a Lui un'esperienza di vita nuova e di pace, perché possiamo poi condividerla con gli altri.
Agire così comporta l'andare oltre i confini del nostro individualismo. Infatti, quando lasciamo che l'individualismo domini le nostre vite, creiamo un falso senso di sicurezza, di autosufficienza che può facilmente portarci alla solitudine perché ci separiamo dalle altre persone. L'amore del prossimo supera le barriere dell'individualismo. Quando andiamo oltre i confini del nostro "io", facciamo il primo passo per generare la comunità, luogo in cui ci realizziamo pienamente, vivendo l'amore reciproco. Vivendo così sarà testimoniato nel mondo il fascino di Gesù e, divenendo altri Cristo, la sua opera, anche per questo contributo, continuerà.
Testimonieremo così la presenza di Dio con il nostro reciproco amore, secondo le parole di Gesù: «Da questi tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). L'amore reciproco: il nostro distintivo. La presenza di Gesù tra coloro che si amano e sono uniti nel suo nome non dovrebbe essere solo un obiettivo, un punto di arrivo. Dovrebbe essere il punto di partenza prima di ogni azione individuale o collettiva. Questa è la testimonianza efficace della presenza di Dio nel mondo. L'annuncio del vangelo sarà efficace se poggia sulla testimonianza di vita; se come i primi cristiani si potrà dire di noi: guarda come si amano e l'un l'altro è pronto a morire.
Questi sono i presupposti per diffondere intorno a noi la cultura della pace. La vera pace poi nasce dentro di noi nel momento in cui aderiamo all'amore. Amando diffondiamo la pace intorno a noi. La pace è un ponte che unisce i lati opposti, che permette l'incontro. Le persone che vivono in pace sono come anelli di una catena che non si rompono a causa delle differenze, ma acquistano consapevolezza che insieme si è più forti e più felici.
Diffondere la cultura della pace significa accettare la sfida di Gesù: «La pace sia con voi! Come il Padre ha mandato me. anch'io mando voi» (Gv 20,21). La pace un vero dono che scende nell'anima e trasforma la vita.