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mercoledì 29 aprile 2020

Non è il momento di mostrare i denti


Mons. Derio Olivero, 59 anni, vescovo di Pinerolo, a fine marzo è risultato positivo al test per coronavirus. È stato gravissimo. Intubato e tracheotomizzato, ha rischiato di morire. Ora è guarito, seppure sia convalescente in ospedale. A Repubblica Ha raccontato la sua esperienza, spesso interrompendosi per piangere.
Di seguito l'intervista a firma di Paolo Rodari, del 27 aprile 2020.


Come commenta lo scontro fra vescovi e governo?
Credo non sia il momento di essere imprudenti, ma collaborativi. Il comunicato mi sembra abbia un po' troppo il tono dell'autonomia. Non è questo il tempo di mostrare i denti bensì di collaborare.

Si può vivere senza l'eucaristia?
Abbiamo rinunciato al triduo pasquale. Perché non provare a pazientare? Credo che questa epidemia possa essere un kairòs, un'occasione da cogliere anche nel modo di fare pastorale. Molti vescovi si sono industriati per far pregare le persone nelle case. Molti sono tornati a pregare come non facevano prima. Perché non insistere sulla necessità di reimpostare la fede nelle case?
Altrimenti rischiamo di tornare a celebrare le messe lasciando però che poi la vita di tutti i giorni sia vuota. La messa può anche essere una parentesi in un vuoto quotidiano.

Non di sole messe vive il fedele.
Di fronte a tragedie come queste si vince insieme. Chi mostra i denti ribadisce i propri diritti e pare che vinca, ma collabora alla sconfitta.

Come è stata la sua malattia?
Durissima. Devo ringraziare i medici dell'ospedale di Pinerolo, un'eccellenza in Italia. A un certo punto ero certo che sarei morto. Anche i medici me l'hanno confermato. Prima della malattia se mi avessero chiesto cosa pensassi della morte avrei risposto che avevo molta paura. E, invece, in quei momenti in cui davvero ero vicino alla morte ero in pace, tranquillo.

Cosa provava?
Sentivo che c'era una forza che mi teneva vivo. Non avevo la forza di muovermi, ma sentivo una presenza che mi teneva su. Quando mi sono svegliato ho visto che centinaia di persone si sono raccolte per pregare per me.

Che sensazioni provava esattamente?
Come se tutto stesse evaporando, tutte le cose, tutti i ruoli, tutto. Sa cosa restava? La fiducia in Dio e le relazioni costruite. Ecco ero fatto solo di queste due cose. Erano due cose salde, erano me.

Era in pace?
Posso confidarle questo: c'è stata una mezza giornata in cui ho avuto un'esperienza bellissima. Sentivo una presenza quasi fisica, quasi fosse lì da toccarsi. È una cosa indicibile che non avevo mai provato e che mi ha cambiato la vita. Piango e mi emoziono ancora adesso. Se mi si chiedesse se sia disposto a tornare alla sofferenza di queste settimane per riprovare l'esperienza di quella presenza direi di sì. Adesso torno più entusiasta della vita. Questa malattia colpisce il respiro. Nella Bibbia respiro significa spirito, vita. Lo spirito che viene dato. Ogni respiro è un regalo da gustare, viene da Dio.

domenica 29 marzo 2020

«Vieni fuori!»


Tante ragazze sono uscite dal sepolcro dello sfruttamento e dell'indifferenza, perché qualcuno, a nome di Gesù, ha detto a loro: «Vieni fuori!».
L'esperienza di Casa Rut, a Caserta: una casa di accoglienza dove, grazie all'accompagnamento delle suore orsoline, le ragazze cercano di ricostruire la loro vita, ritrovando dignità e libertà; e il coraggio di aiutare altre donne a spezzare le catene dello sfruttamento.



«Girando per le strade di Caserta, racconta suor Rita Giaretta, vedevamo tante ragazzine migranti.
L'8 marzo del 1997, con le suore di casa Rut, riempiamo il bagagliaio della nostra vecchia auto con vasetti di primule e andiamo a incontrare quelle ragazze. Regaliamo ad ognuna una piantina con un biglietto: "Cara amica e sorella, con questo gesto vogliamo dirti che qualcuno pensa a te con amore".
Ricordo la commozione e la delicatezza di quel primo incontro. Ricordo la loro paura iniziale, poi l'apertura, le confidenze disperate fino alle preghiere a mani giunte: "Tornate! Tornate! No buono questo lavoro". E da quel momento capiamo che quello è il nostro posto, è il mio!
Quell'8 marzo è l'inizio di una serie di incontri sconvolgenti. Ogni quindici giorni andiamo a trovarle. Loro ci aspettano e noi siamo contente di incontrarle. Man mano che cresce la fiducia, le ragazze stesse, consegnandoci le loro storie di violenza fisica e psicologica, ci aprono gli occhi e il cuore su quella drammatica e infame realtà: la Tratta delle donne (anche minorenni) a scopo di sfruttamento.
La strada e l'incontro con le ragazze "catechizzano" noi suore. Queste donne, da tutti etichettate come "prostitute", scuotono la nostra vita di donne, di consacrate. Non possiamo più nasconderci... dobbiamo "starci", accogliere le inquietanti provocazioni, dobbiamo agire.
Quelle giovani donne sono delle vittime. Il loro grido di dolore: "Aiutami! Aiutami!" è un pugno nello stomaco. L'incontro con i loro volti, l'ascolto delle loro storie è per noi una nuova chiamata: accogliere e vivere il Vangelo della vita. Le ragazze vedono che continuiamo ad andare, senza giudicare e iniziano a fidarsi di noi. Allora qualcuna chiede di salire in macchina con noi e le portiamo a casa nostra. Aggiungiamo dei letti e la casa si riempie... E non basta più.
Scegliamo una casa più grande nel cuore della città, nel corso che porta alla Reggia di Caserta. Lì i condomini non ci vogliono. Ma con tanta pazienza, salutando sempre per prime, dopo un anno succede un miracolo: un condòmino ci chiede se una ragazza può fare da babysitter ai suoi figli.
Casa Rut nasce per essere casa accogliente, volto della tenerezza di Dio. Lì non si giudica, ma si ama soltanto. Ci inginocchiamo di fronte a storie così dolorose, cercando di diventare balsamo per le ferite che sanguinano.
Ogni ragazza ha la sua storia e per ognuna cerchiamo la soluzione migliore per ridarle un futuro. Non c'è cosa più bella, miracolo più grande che vedere rifiorire quei volti puliti, rigenerati perché semplicemente amati».


lunedì 16 marzo 2020

L'antivirus della fraternità


In questo periodo segnato dall'emergenza Coronavirus ecco la testimonianza di don Paolo Zago, parroco di Gorgonzola (MI).

26 febbraio 2020
Oggi alle ore 13, su iniziativa del sindaco di Gorgonzola, io parroco insieme al sindaco e alla presidente della Proloco, accompagnati dal capo dei vigili urbani di Gorgonzola, siamo andati ad incontrare i sindaci di Codogno e di Casalpusterlengo, al limite della zona rossa.
Siamo andati per consegnare loro quattro forme di gorgonzola come segno: segno della vicinanza della nostra gente alla popolazione della zona rossa. Segno per me di voler donare un antivirus, l'antivirus della fraternità, perché con il corona virus rischia di diffondersi oggi fra le persone un virus più pericoloso, ed è il virus dell'indifferenza, del sospetto e dell'individualismo.
Per questo ci sembrava importante dire che siamo vicini alle popolazioni colpite; siamo vicini con un segno di solidarietà, di vicinanza, di attenzione, di fraternità. Abbiamo invitato i due sindaci a venire a Gorgonzola per la sagra del gorgonzola. Loro sono stati molto, molto contenti.
Hanno detto che è stata la prima delegazione ufficiale di un comune di un parroco ad andare da loro per manifestargli un segno di vicinanza. Erano quasi commossi tanto erano contenti e non finivano mai di ringraziarci; di ringraziarci non tanto per quattro forme di gorgonzola, ma ringraziarci per questa vicinanza, per questa attenzione alla loro situazione.
Chiaramente abbiamo parlato a due metri di distanza con tutte le mascherine, con tutte le precauzioni che la legge impone anche se loro non sono infetti e non hanno alcun problema. È stato credo davvero un momento molto bello, direi proprio un segno grande, un segno di fraternità, un segno d'amore.
L'attenzione che dobbiamo avere per non contagiare va vissuta non nella forma del sospetto, ma nella forma di un atto d'amore reciproco che ci doniamo vicendevolmente. E allora anche le privazioni che ci sono richieste, credo sia importante viverle proprio come atto d'amore nei confronti dei fratelli. Diffondiamo a tutti l'antivirus della fraternità.
don Paolo Zago, parroco di Gorgonzola (MI)

(Fonte: www.focolaritalia.it)

mercoledì 14 marzo 2018

Dietro a Chiara…




14 marzo 2018 - 10° anniversario della scomparsa di Chiara Lubich.
Ho sempre davanti agli occhi e nel profondo del cuore quei momenti, quando assieme ad una folla di suoi "figli" le abbiamo dato l'ultimo saluto la sera prima della sua "partenza" per il Cielo. Lì, in quegli istanti, lunghissimi, carichi all'inverosimile di quella sacralità che ti prende l'anima nel più profondo, ho compreso la grandezza del dono ricevuto, l'aver potuto partecipare, al di là di me e dei miei limiti, di un carisma, unico, che ha dato senso a tutta la mia vita, che ha illuminato di rara luce il mio essere cristiano, il mio essere nella Chiesa e per la Chiesa, il mio essere diacono, al servizio degli ultimi e delle persone che soffrono.

Questa meditazione di Chiara mi ricorda ogni giorno il mio genuino essere per gli altri.

Signore, dammi tutti i soli…

Ho sentito nel mio cuore la passione che invade il Tuo
per tutto l'abbandono in cui nuota il mondo intero.
Amo ogni essere ammalato e solo:
anche le piante sofferenti mi fanno pena…,
anche gli animali soli.
Chi consola il loro pianto?
Chi compiange la loro morte lenta?
E chi stringe al proprio cuore il cuore disperato?
Dammi, mio Dio, d'essere nel mondo il sacramento tangibile
del tuo Amore, del tuo essere Amore:
d'esser le braccia tue che stringono a sé
e consumano in amore tutta la solitudine del mondo.


Vedi anche i post:
Grazie, Chiara! (14/03/2017)
Grazie, Chiara! (15/03/2008)

lunedì 4 settembre 2017

Testimoniare la Vita!


Lina Balestrieri è una delle due donne vittime del terremoto che ha colpito l'isola di Ischia il 21 agosto 2017. Da molti anni, assieme al marito Antonio Cutaneo e ai loro sei figli (due adottati, disabili), Lina faceva parte del Cammino Neocatecumenale dove svolgeva il servizio di catechista.
Lina (59 anni) è morta mentre, assieme ad Antonio e ad altri fratelli (in piena estate, tempo che per molti significa "rilassamento" anche dalle cose di Dio e della comunità) andava a preparare una "Celebrazione della Parola" per i fratelli della sua parrocchia.
Alla fine della celebrazione delle esequie, il marito Antonio ha letto una commovente testimonianza sulla vita di Lina.


«[…] Non è stato facile vivere accanto ad una santa senza essere santo, soprattutto in una santità perfezionata dal martirio. La rivoluzione totale avvenne il giorno in cui accogliemmo le reliquie dei Santi coniugi Martin, la conoscenza della loro storia illuminò i nostri volti facendo maggiore chiarezza sul nostro cammino. Il chicco di grano ha prodotto il cento.
Il 21 agosto il nostro treno si fermò in un punto preciso della storia dove Cristo, via, verità e vita, ci chiamava a stare. Finito di recitare il Santo Rosario con la Parola di Dio in pugno eravamo pronti per preparare una nuova Celebrazione della Parola all'improvviso la terra tremò, una parete della chiesa crollò e sperimentai le parole del Vangelo "Uno sarà preso, un altro sarà lasciato", e in pochi istanti mi trovai a vivere la scena del calvario tenendo tra le mani il corpo di Lina martoriato e il volto pieno di sangue, ho visto il volto sofferente di Cristo, mi sono sentito come Giovanni ai piedi della croce insieme alla Madonna, ho sentito con l'orecchio del cuore le parole di Cristo rivolte ai miei figli: ecco tua madre, ma Cristo ha vinto la morte!
Il treno della nostra vita riparte carico di doni e destinazioni con un passeggero in meno ma con una guida sicura dal cielo; l'ultimo vagone di questo treno lo avevamo lasciato ancora vuoto per riempirlo di nuovi progetti di Dio, tra cui realizzare una casa famiglia per accogliere bambini disabili, ma improvvisamente quel giorno si è riempito abusivamente di sciacalli e di cretini.
Che cosa è la verità? Preferirei lo stesso silenzio di Gesù, ma davanti a tutte le falsità e alle superficialità di tanta stampa e televisione e gli inutili tentativi di ricostruire le dinamiche dei fatti davanti all'ateismo, al paganesimo, alle nuove false ideologie, davanti a tutti quelli che dicono "dov'è il tuo Dio?", a quanti bussano e chiedono ancora che cos'è la verità, la risposta è una soltanto: "Lina ha scelto la parte migliore che non le sarà mai tolta". Questa è la verità! Piuttosto, un'altra è la domanda "Oh morte dov'è la tua vittoria?" e dov'è infatti la vittoria della morte in una donna che ha sempre annunciato con forza le parole di San Paolo: "Per me vivere è Cristo e il morire un guadagno"?
Cristo è veramente risorto, alleluja!».

lunedì 12 giugno 2017

Comunità che siano sempre più famiglia


Papa Francesco, all'Angelus della domenica della Santissima Trinità del 31 maggio del 2015, ha detto, tra l'altro: «Ci è affidato il compito di edificare comunità ecclesiali che siano sempre più famiglia, capaci di riflettere lo splendore della Trinità e di evangelizzare non solo con le parole, ma con la forza dell'amore di Dio che abita in noi».

Chiara Amirante (fondatrice della Comunità Nuovi Orizzonti) ci ha provato…

«Volevo essere una risposta di amore al Suo amore pazzesco donatoci sulla Croce. Quando ho iniziato a percorrere i "deserti" della nostra splendida Roma e ad entrare in punta di piedi nelle dolorosissime storie del popolo della notte, non immaginavo davvero di incontrare un popolo così sterminato di disperati, di persone sole, di emarginati, di mendicanti di amore, sfregiati nella profondità del cuore dall'indifferenza, dall'abbandono, dalla violenza, vittime dei terribili tentacoli di piovre infernali.
Quanti fratelli disperati con le lacrime agli occhi mi hanno abbracciato chiedendomi: "Ti prego, Chiara, portami via da questo inferno!". Mi sentivo troppo piccola, fragile, impotente dinanzi al grido lancinante del popolo della notte … Poi un raggio di luce, una certezza: l'Amore è più forte, l'amore vince. L'Amore fa miracoli perché Dio è Amore!
Mi è venuta così l'idea di una comunità di accoglienza dove proporre un cammino di conoscenza di sé, di guarigione del cuore e di rigenerazione psico-spirituale. La risposta dei ragazzi accolti è stata fin dal primo momento davvero sorprendente ed entusiasmante».

In breve tempo la comunità si trasforma in una vera e propria "fabbrica dell'amore", un colosso della solidarietà e dell'accoglienza. Infatti, gli stessi ragazzi accolti, dopo un periodo trascorso in Comunità, sentono l'urgenza di impegnarsi in azioni di solidarietà verso chi è in grave difficoltà.
Chiara, nella Pasqua del 2006, lancia una nuova proposta: i Cavalieri della Luce. In pochi anni più di 500.000 persone aderiscono a questo impegno: provare a vivere il Vangelo alla lettera per rinnovare il mondo con la rivoluzione dell'Amore!

giovedì 18 maggio 2017

Ascolto obbediente del discepolo


Nel numero 202 della Rivista Il Diaconato in Italia è pubblicato, nella rubrica "Testimonianze", un mio intervento dal titolo "Ascolto obbediente del discepolo".
Riporto qui di seguito l'intero articolo.


Il vescovo, nel rito dell'ordinazione, consegnandomi il libro del vangelo, mi ha detto: «Ricevi il vangelo di Cristo del quale sei diventato l'annunziatore: credi sempre ciò che proclami, insegna ciò che hai appreso nella fede, vivi ciò che insegni». Mi porto queste parole impresse nella mente e nel cuore, quasi un sigillo che esprime sempre, in ogni momento della mia vita, il mio dover essere: soprattutto quel «vivi ciò che insegni».
Sono stato ordinato diacono a 45 anni, dopo diversi anni di matrimonio ed un impegno serio fin dalla fanciullezza a tradurre nella mia vita quotidiana la bellezza del vangelo.
Ho avuto la grazia di poter sperimentare sempre di più col crescere dell'età che il rapporto con Dio è un rapporto personale, un "a tu per tu".
Seguire Gesù, dovunque mi avesse voluto, è stata per me l'unica cosa che ho desiderato fare nella vita: tutte le varie "vicissitudini" che mi è capitato di vivere non hanno fatto altro che metter in primo piano l'unica cosa essenziale: Dio, la scelta di Lui prima di ogni altra cosa o persona. I "vestiti", se così si può dire, che alla sequela di Gesù nel corso della vita ho indossato, cioè le situazioni concrete in cui mi sono trovato a vivere, sono stati i vari modi con cui mi veniva chiesto di rendere visibile concretamente questo mio stare con Lui, in una determinata forma o in un'altra. E l'inevitabile dolore, determinatosi ad ogni cambio di "vestito", mi ha radicato sempre di più in ciò che "non passa". Mi ritornano alla mente le parole di una canzone dei tempi della mia giovinezza: «Metto e rimetto una veste come in un gioco d'amore ... So già che Tu vincerai, solo m'importa d'amare».
Stare con Gesù significava per me conoscerlo, sapere tutto di Lui. È stata cura costante della mia vita accogliere le sue Parole come parole che hanno in sé la Vita, che mi danno il senso delle cose; soprattutto avere la coscienza che le parole della persona amata entrano profondamente nell'intimo e ti marcano nel profondo: in un certo senso parli e ragioni con le parole dell'Altro, e cerco di vivere di conseguenza.
Ormai ho imparato, certamente perché Qualcuno mi dà la forza, a non stare a vedere se riesco o non riesco a mettere bene in pratica le parole del vangelo, ma piuttosto a non distogliere lo sguardo dalla Persona che ha pronunciato quelle parole, a guardarla negli occhi e a fidarmi ciecamente di Lei, perché è più importante "stare" con Gesù che imparare bene la "lezione" ed avere il cuore altrove. Allora, nei momenti opportuni, è una gioia ed una scoperta anche intellettuale che riempie l'anima di gratitudine approfondire anche nello studio quello che cerco di vivere nella mia vita quotidiana.
Questo approccio "esistenziale" con la Parola di Dio mi ha fatto capire che avrei dovuto "imparare" con la vita tutte le parole del vangelo, ad una ad una, quasi una quotidiana comunione con Colui che è presente e nell'Eucaristia e nella sua Parola. La fede e l'esperienza mi hanno insegnato che come basta un frammento di ostia santa per cibarmi di "tutto" Gesù, così ogni parola del vangelo contiene "tutto" Gesù: viverne una alla volta significa cibarmi di "tutto" Gesù e sperimentare così tutta la sua presenza in me, nella mia vita. È un esercizio che dà i suoi frutti: mi spinge ad "appropriarmi" di ogni parola e mi rende credibile alle persone alle quali sono mandato o con le quali vivo o lavoro: ciò contribuisce ad un sempre rinnovato cambio di mentalità e mi unifica interiormente cercando di dare risposta alla menzogna esistenziale tra il predicato e il vissuto.
Prendere ogni giorno una Parola e cercare di viverla è anche un esercizio ascetico (che preferisco ad altri che non vado a cercare), più consono al mio stile di vita in mezzo al mondo, perché essere paziente, ad esempio, o misericordioso o puro... o accogliere l'altro, chiunque esso sia, è anche "penitenza", "croce": ma ad ogni "affanno", "ecco subito la gioia", l'interiore risposta di Colui che mi ha scelto. E scopro con sorpresa che, alla fine, tutte le varie parole del vangelo, diverse magari una dall'altra, mi fanno sperimentare una cosa sola, l'unione con Dio. Scopro che ciascuna di esse, nella loro essenza, sono Amore: se amo mi devo annullare, se amo sperimento l'unità, che è il Paradiso!
Questa esperienza diventa visibile quando posso comunicare ad altri la vita che nasce dalla Parola. La prima palestra è la famiglia, innanzitutto con mia moglie Chiara. Insieme ci confrontiamo quotidianamente, sforzandoci di andare al di là dei nostri limiti, perché la forza della nostra unità nasce da questa comunione con la Parola vissuta e comunicata, con semplicità, nella gioia e nel dolore, nelle delusioni che la nostra vocazione ecclesiale comporta e nella gratitudine per aver ricevuto un dono così grande, sperimentando così che l'essere "una sola carne" è essere "uno" in Gesù che ci ha uniti e come tali ci vede.
È straordinario constatare come le persone si accorgano se nella mia vita di diacono, nelle parole che dico, nelle omelie che faccio, è presente la persona di mia moglie; se la mia vita evangelica che cerco di trasmettere non è solo mia, ma è frutto della nostra unità. Sperimentiamo così la bellezza della famiglia diaconale, che sentiamo speciale, perché, famiglia come tutte le altre, è però al servizio del mondo sacerdotale, per il legame profondo che attraverso il marito diacono ha con il sacramento dell'ordine.
I frutti di questo stile di vita li posso anche cogliere nella vita in seno alla comunità parrocchiale che sono chiamato a servire. Sono stupito da come le persone siano sensibili ad un approccio alla vita del vangelo che coinvolga la loro vita quotidiana. Sentono che, prima di ogni attività nell'impegno della parrocchia, quello che vale è non venir mai meno a questo rapporto con la Parola, che insieme proponiamo a tutti, ma che primariamente cerchiamo di attuare tra noi, tra le persone più sensibili, comunicandocene i frutti che essa produce.
Senza accorgerci, soprattutto in certi momenti nei quali siamo più sensibili alle cose dello spirito, ci ritroviamo a sperimentare quel senso di famiglia che la Parola produce e che l'Eucaristia consolida. E questo è lievito che contagia.
Nella mia vita lavorativa (ora sono in pensione) ho fatto l'esperienza di quanto importante sia la testimonianza prima ancora della parola, di qualsiasi parola.
Emblematica per me è stata una volta l'esperienza con un collega, non tanto praticante, che la domenica del Corpus Domini mi ha visto in processione accanto al vescovo. L'indomani sul lavoro mi ha fatto notare, quasi compiaciuto (e questo mi ha sorpreso), di avermi visto in processione. Non ne abbiamo più parlato per parecchio tempo, continuando però a mantenere, come sempre, buoni rapporti sul lavoro. Un giorno questo collega viene ricoverato all'ospedale per un male serio. Io vado a trovarlo. Appena mi vede, si alza dal letto, lascia la moglie nella camera e, prendendomi sotto braccio, mentre camminiamo lungo il corridoio, mi racconta di sé: sono momenti profondi e preziosi. Alcuni giorni dopo vengo a sapere che è morto.
Ho capito allora che dietro ad ogni incontro si manifesta sempre l'amore di Dio per ciascuno di noi e che l'attenzione al prossimo deve essere tale da far sì che nessuno ci sfiori invano.
Sperimento ogni giorno che accogliere in me la Parola è come essere scorzato nel vivo del mio "io". Su questa "parte viva" è possibile fare l'esperienza di essere innestati nella Persona di Gesù e facilitare l'opera dello Spirito all'unità con i fratelli con i quali desidero condividere questa vita evangelica. Nella comunione eucaristica questo diventa realtà, fatti figli nel Figlio. Ed in tutta verità, per una grazia che viene dall'Alto, posso rivolgermi al Padre con le stesse parole di Gesù: «Padre, che tutti siano una cosa sola, come io e te».

domenica 19 febbraio 2017

Amare il nemico:
 una logica dura, della durezza del diamante


«Avete inteso che fu detto: "Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico". Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano…"» (Mt 5,43).

A prima vista questa Parola sembra sia fatta per i deboli, per coloro a cui manca il coraggio di farsi vedere forti. «A chi mi dà un cazzotto io ne do due, a chi mi vuole "fregare", io gliela faccio vedere, a chi mi prende in giro, io di giri gliene faccio fare due, a chi mi chiede qualcosa, io gliene chiedo il doppio...». È l'idea del mondo: «Attento all'altro, fatti furbo, nessuno ti dà niente per niente...!».
La logica di Gesù è una logica dura ma della durezza del diamante: fragile e nello stesso tempo dura, una logica capace di incidere in profondità, come la punta del diamante incide nel ferro, ma rispettosa della libertà dell'uomo. Ci vuole coraggio a "porgere l'altra guancia": rimanere in silenzio davanti a chi ti insulta, continuare ad essere amico di chi ti ha tradito, rischiare ancora una volta per chi ti ha voltato le spalle, in una parola: rispondere al male con il bene!

Ecco alcune testimonianze di "grandi" e meno grandi:
Gandhi diceva: «L'odio può essere vinto solo dall'amore!».

Luther King affermava, come una sfida: «Fateci quel che volete e noi continueremo ad amarvi. Metteteci in prigione e noi vi ameremo ancora. Lanciate bombe sulle nostre case, minacciate i nostri figli e noi vi ameremo ancora...».

Vittorio Bachelet ripeteva: «Il cristiano può essere odiato, ma non può odiare».
E il figlio davanti alla salma del padre disse: «Prego per gli uccisori di mio padre. Nella nostra bocca ci siano sempre parole di vita e non di morte, di perdono e mai di vendetta».

Un sacerdote, missionario in Brasile, raccontò questo fatto: «Ero andato a trovare un giovane in carcere e, mentre parlavo con il giovane detenuto, è entrata una signora molto elegante, si è avvicinata a un ragazzo e l'ha abbracciato. Ho pensato fosse la mamma. Ma il giovane che era con me mi disse: "Sicuramente stai pensando che è la mamma di quel ragazzo che è qui in prigione, invece è la mamma del ragazzo che questo giovane ha ucciso. Il giorno del funerale ha promesso che sarebbe diventata mamma del giovane che aveva ucciso suo figlio e da quel giorno non ha mai smesso di venirgli a far visita. Ogni settimana arriva e lo abbraccia come fosse suo figlio!"».

martedì 17 gennaio 2017

Testimone dell'amore del Padre


Ricordando Andrea Magri, diacono permanente della diocesi di Alba


Mi giunge in questi giorni la notizia della morte dell'amico Andrea Magri, avvenuta il 27 novembre scorso. Alcuni anni fa, in un incontro per diaconi, mi confidò una sua Parola del vangelo quale programma di vita personale e di ministero: "Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine" (Gv 13,1).

Un comune amico sacerdote mi ha inviato il suo profilo, che qui riporto, pubblicato peraltro nel sito della diocesi di Alba).






DIACONO ANDREA MAGRI
1 marzo 1943 – 27 novembre 2016


"Andiamo con gioia incontro al Signore"; con queste parole abbiamo pregato nell'Eucarestia di domenica scorsa, 27 novembre, prima Domenica di Avvento. E mentre noi celebravamo l'Eucarestia nelle nostre comunità parrocchiali, il diacono Andrea Magri andava incontro al Signore Gesù, che poneva fine alle sofferenze della malattia e lo chiamava ad entrare nel suo Regno.
Al Signore Gesù, alla testimonianza del suo Vangelo, all'amore ai fratelli, il diacono Andrea ha consacrato la sua vita, prima come laico, poi come ministro straordinario della Santa Comunione e infine come diacono permanente.
Andrea era di origine emiliana, nato a Migliarino il 1° marzo 1943. Rimasto orfano di padre in giovane età, era stato accolto nel Collegio degli Artigianelli di Torino, dove ha ricevuto un'educazione umana, cristiana e professionale, che lo ha avviato al mondo del lavoro.
Andrea ha vissuto da giovane gli anni del Concilio Vaticano II. I Padri Conciliari avevano scritto che "I laici sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall'interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo, esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro fede, della loro speranza e carità" (cfr. Lumen Gentium 31). Andrea ha incarnato queste parole nel matrimonio, nella famiglia, nel lavoro, nelle attività pastorali delle parrocchie in cui è vissuto.
Anzitutto nella vocazione al matrimonio e alla famiglia. Il 21 novembre del 1965 ha celebrato il matrimonio con Maria Rizzin, e dalla loro unione sono nati due figli, Viscardo e Daniele.

Sempre nello spirito del Concilio, Andrea ha testimoniato il Vangelo e i valori cristiani nella sua professione, come vigile nella Polizia Municipale di Torino, svolgendo il suo lavoro con dedizione e amore per la sua città.
Oltre alla famiglia e al lavoro, Andrea e la moglie Maria sono stati molto partecipi della vita parrocchiale e in questo clima è maturata per Andrea, già ministro straordinario della Santa Comunione, la vocazione al diaconato. Con molti sacrifici, tra gli impegni di famiglia e di lavoro, ha seguito i corsi di teologia e di formazione spirituale, ed è stato ordinato diacono permanente il 20 novembre 1983, dal cardinale Ballestrero, Ha svolto il suo servizio diaconale occupandosi in particolare della pastorale delle famiglie, dei gruppi del Vangelo, della cura per gli anziani e i malati.

Nel 1998 la famiglia Magri si è trasferita qui a Treiso (Cuneo). Dopo alcuni mesi trascorsi ad organizzare questa nuova fase dell'esistenza ed a conoscere la nostra realtà diocesana, Andrea iniziava il suo servizio nella nostra Chiesa di Alba; era il primo diacono permanente nella nostra diocesi.
Dal vescovo Dho ha ricevuto l'incarico prima di collaboratore e poi di vicedirettore della Caritas diocesana; per alcuni anni fu anche responsabile della comunità dei giovani che facevano servizio civile presso la Caritas. Alla Caritas è ricordato come una persona molto paziente verso i bisognosi che bussavano alla porta del Centro di Ascolto e disponibile ad accettare tutti i servizi che gli venivano richiesti.
Aveva iniziato anche a prestare servizio nella parrocchia di Treiso e in quella di San Cassiano in Alba. In queste parrocchie, il diacono Andrea ha collaborato con i parroci nel servizio liturgico, nell'animazione della preghiera, nella catechesi ai ragazzi e agli adulti, nella cura spirituale degli anziani e dei malati.

Ma con l'avanzare degli anni, è giunta la stagione della sofferenza. Prima i problemi agli occhi e al cuore e infine il grave male che ha affrontato con pazienza, sottoponendosi alle cure mediche, sempre sostenuto da una grande fede e dall'amore solidale di sua moglie e della sua famiglia.
Per la nostra Chiesa di Alba, il diacono Andrea rimane il testimone della vocazione al diaconato, che ha suscitato altre vocazioni a questo servizio, e con la sua vita di sposo, di padre, di nonno, di cristiano, che ha vissuto i valori del Vangelo, ha lasciato una bella testimonianza di fede per tutti.

Preghiamo il Signore Gesù perché accolga nel suo Regno questo buon servitore della Chiesa e anche a lui rivolga l'invito "Vieni, servo buono e fedele, prendi parte alla gioia del tuo Signore" (cfr. Matteo 25,21).

lunedì 5 dicembre 2016

Preparare l'incontro con Gesù


"Preparate la via del Signore…" è l'invito di Giovanni il Battista.
Preparare la via è preparare e prepararci all'incontro con "Colui che viene".
Voglio raccontare l'esperienza di Suor Eugenia Bonetti, missionaria della Consolata e responsabile dell'Ufficio Tratta Donne e Minore dell'USMI (Unione Superiore Maggiori d'Italia).
È l'esperienza di una particolare diaconìa, strumento dell'incontro con Gesù, il Solo che dà senso e dignità alla nostra vita, "Colui che ci salva".

Ecco una sintesi dell'esperienza di suor Eugenia: racconta di aver incontrato Gesù una sera…



«Era una sera fredda e piovosa del 2 novembre 1993. Stavo uscendo dal Centro Caritas di Torino, in cui lavoravo da alcuni mesi, dopo il mio rientro dall'Africa, per andare a Messa.
Proprio in quel momento entra una donna africana con una lettera scritta da un medico. La donna è timida ed imbarazzata. Dal suo portamento e abbigliamento mi accorgo che forse è una delle tante donne che, di giorno o di notte, vengono schiavizzate sulle nostre strade.
Mi trovo a disagio. Leggo la lettera e le faccio qualche domanda. Le sue risposte sono monosillabi. È malata, ha bisogno di un'operazione, ma, essendo priva di documenti, non può essere ricoverata in un ospedale pubblico, quindi l'hanno mandata al nostro Centro. Maria ha poco più di trent'anni, è madre di tre bambini lasciati in Nigeria per venire in Italia. Sperava di lavorare per aiutare la sua famiglia, ma qui si è trovata presto sulla strada, vittima della tratta delle nuove schiave. Non capisce l'italiano, quindi parliamo in inglese. Ricorda la sua storia e i suoi vincoli familiari e comincia a piangere, dicendo: "Suora, per favore, aiutami, aiutami! ".
Io ero molto confusa, non sapendo che cosa fare e che cosa dire. Ero anche preoccupata perché non volevo arrivare in ritardo a Messa. In quel momento, la Messa per me era più importante che occuparmi dei problemi di Maria! Le chiedo di ritornare il mattino seguente.
Ma Maria mi accompagna in chiesa. Si inginocchia nell'ultimo banco e la sento singhiozzare.
Mi allontano un po', ma non riesco a pregare. Mi veniva in mente la parabola del Fariseo e del Pubblicano e ricordo quante volte io stessa avevo fatto la parte del Fariseo. Quante volte avevo pensato che io, religiosa e missionaria, ero migliore di tante donne costrette a vivere sulla strada!
Riflettevo, inoltre, sulla ribellione provata quando i miei responsabili mi avevano chiesto di lasciare il Kenya, dopo 24 anni di missione, per un nuovo servizio in Italia. Mi trovavo così bene in quell'ambiente africano, coinvolta in attività socio-educative-pastorali, specie con donne e con gruppi giovanili! Ma ora tutti i miei progetti, sicurezze, sogni, nostalgia di quello che avevo lasciato svanivano. Mi ritrovavo nel buio, come Paolo sulla via di Damasco: "Signore, che cosa vuoi che io faccia? Signore, dove vuoi condurmi?".
Quella notte non ho chiuso occhio. Dovevo morire ai miei interessi personali, per riscoprire un modo nuovo di essere "missionaria della Consolata" per Cristo e il suo popolo. Questa situazione mi sfidava: quella donna mi metteva alla prova e interpellava la mia vita, la mia vocazione, le mie convinzioni, le mie motivazioni ed i miei valori.
Nella mia mente risuonavano queste frasi: "Eugenia, dove è tua sorella?" (Gen 4,9), "Dove è Maria? Dove sono questa notte tutte le Marie della strada?".
L'incontro con quella donna mi costringeva ad una scelta più radicale nel seguire Gesù. Ora Lui mi chiamava ad essere uno strumento della sua misericordia e del suo amore per altre donne africane, sfruttate ed emarginate e non più in Africa, ma nel mio Paese. Lui mi additava una nuova frontiera, per me sconosciuta. Allora ascoltai stupita Gesù e risposi al suo invito».


Attorno alle donne vittime di violenza nel mondo, Suor Eugenia ha poi creato una rete che collega tutte le congregazioni religiose nel mondo in un progetto di recupero e reinserimento delle donne nel proprio paese d'origine. Il progetto ha il nome emblematico "Talitha Kum", Ragazza, alzati!


Per leggere la testimonianza completa…

Per ascoltare il servizio alla Radio Vaticana (nel programma "Storie")…


lunedì 24 ottobre 2016

Chi è grande nel cuore del Padre?


Stare in mezzo alla gente, esercitare il ministero diaconale accanto alle persone, facendo un tratto di strada assieme nella vita con chi si trova magari in situazioni particolari di sofferenza o di bisogno, è fare l'esperienza sempre nuova della vicinanza del Padre, che Gesù, che ritrovo nei miei fratelli, mi fa sperimentare.
Rimedito le parole del vangelo della parabola del fariseo e del pubblicano che salgono al tempio a pregare (cf Lc 18,9-14).
E mi chiedo: chi è più grande nel cuore del Padre?
Guadando al pubblicano che non osa nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma, battendosi il petto, si rivolge a Dio chiedendo di avere pietà di lui che è peccatore, è inequivocabile l'atteggiamento di Gesù. Egli non loda il pubblicano per la sua vita, ma perché si riconosce peccatore e fa conto dell'amore di Dio.
Potremmo dire che è preferibile chi, in situazione irregolare, accetta di non poter ricevere i Sacramenti a chi, dicendosi "praticante", li vive come un diritto.
L'atteggiamento del pubblicano si manifesta nel conservare la stima, anche quando si vedono le debolezze, nel cercare la Parola di Dio per cambiare lo stile di vita e di pensiero, nell'affidarci all'amore gratuito del Padre, nel riconoscere che Gesù ha dato la vita per tutti, "caricandosi" del peccato dell'umanità.
E mi ritorna alla mente l'esperienza di Roberta:

«Sono sposata civilmente con un divorziato. Ho vissuto con ribellione la privazione dei Sacramenti. Ero certa che Dio mi capiva nella mia scelta e mi ribellavo alla Chiesa e al prete che non mi capiva.
Il passare degli anni e le difficoltà nella vita di coppia mi hanno cambiata.
La privazione dei Sacramenti mi faceva soffrire: non aveva senso per me la Messa, se non potevo ricevere l'Eucaristia e così non partecipavo più. Apparentemente un taglio netto, ma dentro un vuoto sempre più grande. Quel vuoto che tanta sofferenza mi procurava - l'ho capito dopo - era la presenza di Dio, che non mi lascia e che non smette di amare la sua creatura anche se essa volta le spalle. Questo è il Dio che ho ritrovato: un Dio che è Misericordia.
Ho seguito le indicazioni del mio parroco e ho ripreso poco a poco, anche con l'aiuto della comunità, la capacità di rivedere la mia vita non secondo le mie convinzioni, ma alla luce della Parola di Dio e degli insegnamenti della Chiesa. Io e Dio, io sola davanti alla sua Parola.
È cambiato tutto. Non posso ricevere i Sacramenti e questa rimane una sofferenza… Cerco però l'incontro con Gesù nella contemplazione del Crocifisso: da lì viene il dono della Misericordia divina. Ho trovato quindi anche il mio posto nella Chiesa: aiutare nella pastorale dei casi difficili di matrimonio».



martedì 30 agosto 2016

La grande attrattiva del tempo moderno




Un breve soggiorno ad Avila ed a Segovia, le città di santa Teresa di Gesù e di san Giovanni della Croce.

Nell'incontrare questi due grandi santi non si può non immergersi in quella alta contemplazione che è l'incontro con Dio e l'unione con Lui.
Certo, la mia vita e la mia condizione di persona al servizio di Dio e del prossimo nel mondo comporta un modo di essere diverso…; ma è forte l'attrattiva ad entrare nella "cella" interiore per intrattenersi in intimo colloquio con Colui che è e diventa sempre più il tutto della vita… e che, peraltro, incontro in ogni prossimo che il Signore mi mette accanto.



In questo mio riflettere, mi è parsa quanto mai attuale questa meditazione di Chiara Lubich:



L'attrattiva del tempo moderno:

Ecco la grande attrattiva
Del tempo moderno:
penetrare nella più alta contemplazione
e rimanere mescolati fra tutti,
uomo accanto a uomo.

Vorrei dire di più: perdersi nella folla,
per informarla del divino,
come s'inzuppa
un frusto di pane nel vino.

Vorrei dire di più:
fatti partecipi dei disegni di Dio
sull'umanità,
segnare sulla folla ricami di luce
e, nel contempo, dividere col prossimo
l'onta, la fame, le percosse, le brevi gioie.

Perché l'attrattiva
Del nostro, come di tutti i tempi,
è ciò che di più umano e di più divino
si possa pensare,
Gesù e Maria:
il Verbo di Dio, figlio d'un falegname;
la Sede della Sapienza, madre di casa.








mercoledì 23 marzo 2016

Il dolore e la sofferenza
 sono "solo" germogli di rinascita


All'inizio di questo Triduo Santo leggo (anzi, rileggo con profonda e sincera "simpatia") questo scritto dell'amica Luisa, che riprendo dal suo Libro Con gli occhi di Rezarta.
Mi ricorda che tutto è per la Vita, che tutto è Vita… pure la morte, che è la "porta" per la Vita, per la Risurrezione.


DOLORE

Ci sono situazioni e accadimenti, cui la vita ci pone di fronte, che ci lasciano ghiacciati, impietriti e ci tolgono il respiro. Sono come macigni che schiacciano i fiori colorati cresciuti con fatica sul prato della nostra esistenza: fiori rari, unici, il cui profumo aveva riempito delicatamente ed intensamente le nostre giornate; magari primizie appena sbocciate, attese con trepidazione e sognate nel cuore per tanto tempo, misteriosamente emerse alla vita da terreni che crudeli sentenze umane avevano definito sterili.

Grandi «perché» affollano cuore e mente; rabbia, dolore e vuoto incolmabile si susseguono in un andirivieni infinito ed estenuante. Ci sentiamo piccoli ed impotenti di fronte a questo peso enorme, che nessuno può comprendere fino in fondo. Attorno a noi solo parole che lasciano ancora più vuoto, che affondano come coltello affilato nel nostro cuore già sanguinante. Ci chiediamo dove trovare un po' di autentica pace… in chi o in che cosa trovare forza. Nulla di esterno a noi sembra darci ristoro, perché ad ogni passo la sete si fa più intensa. Eppure quando, magari solo per un attimo, riusciamo ad incontrare profondamente noi stessi, guardare negli occhi il nostro dolore e la nostra devastazione che questo ha provocato, ecco che scopriamo la nostra forza. È come se permettessimo a Qualcuno di accendere il lume della nostra anima. E questo lume ci facesse scorgere, in fondo al buio che ci avvolge, le prime luce dell'alba di un nuovo giorno.

C'è stato un Uomo che – immergendosi totalmente nel dolore, paure ed angosce comprese – ha offerto al mondo una nuova visione delle cose: il dolore e la sofferenza sono "solo" germogli di vita, di cambiamento, di rinascita. Anche quando non riusciamo a comprenderlo. Ecco che il buio si trasforma in prospettiva. Ecco che la debolezza diviene forza. Ecco che il respiro torna ad essere meno affannoso. Non ci sentiamo più schiacciati, ma sostenuti. E diveniamo capaci di scelte coraggiose che mai avremmo immaginato di poter fare.

Il dolore, se proviamo ad incontralo senza paura, può essere per noi una grande opportunità.

(da Luisa Pozzar, Con gli occhi di Rezarta. Illustrazione di Valentina Bott)

mercoledì 17 febbraio 2016

"Ero in carcere e siete venuti a trovarmi" (Mt 25,36)


In questo Anno Giubilare, meditando sulle Opere di Misericordia, ho riletto l'esperienza che l'amico Alfonso Di Nicola, insieme a 30 volontari di "Sempre persona", svolge nel carcere di Rebibbia (Roma).

In un carcere romano: ridare dignità
Tutto inizia da una richiesta di perdono.
«Ero ancora piccolo - racconta Alfonso, classe 1945 - quando mio padre è stato imprigionato ingiustamente. Con mamma andavamo a trovarlo in carcere e seppur in tenera età ho potuto rendermi conto della profonda desolazione dei detenuti: gente senza speranza, senza futuro. E senza dignità. Da allora ho promesso a me stesso che un giorno avrei fatto qualcosa per loro».
Alfonso deve attendere un po' per realizzare il suo sogno. S'iscrive ad un corso di volontariato e ottiene così il permesso di fare delle visite nel carcere di Rebibbia (Roma) che oggi accoglie circa 1.700 detenuti. Scontano condanne le più varie: spaccio di stupefacenti, abusi a sfondo sessuale, crimini di mafia, concussione, omicidio…
Alfonso sa che deve misurarsi con la diffidenza di chi ormai è convinto di aver bruciato ogni chance di riscatto. Tanti infatti rifiutano il suo approccio, ma lui non demorde, convinto che in ciascuno di loro c'è l'immagine di quel Dio che egli aveva scelto come il tutto della sua vita quando da giovane era diventato focolarino. Finalmente uno di loro, Giorgio, detenuto per il coinvolgimento in una rapina finita in tragedia, gli chiede di andare dalla madre per portarle il suo abbraccio e la sua richiesta di perdono. Alfonso va da lei e scopre che è in fin di vita. Questo gesto, così inaspettato ma così tanto atteso, la riconcilia col figlio e col passato. Pochi giorni dopo muore, in pace. Alfonso continua a stare vicino al figlio fino alla sua uscita dal carcere e lo aiuta a reinserirsi nella società. Ora Giorgio ha un lavoro, seppur saltuario, che gli consente di contribuire a mantenere la famiglia con dignità.

Assieme ad altri 30 volontari, Alfonso segue le famiglie di 160 detenuti.
Nelle sue visite ai detenuti, Alfonso si rende conto della stringente necessità che quel filo che li lega al mondo esterno rimanga vivo. Ed ecco il suo prodigarsi perché la relazione con la famiglia, e specialmente con il coniuge, non si interrompa, come pure per dare una mano a quelle famiglie che a causa della detenzione sono piombate in gravi ristrettezze. Per fare tutto ciò occorrono energie, persone, soldi. Lui non si dà tregua e mette a punto un progetto denominato "Sempre persona", ad indicare che seppur in reclusione la dignità non viene mai meno, proprio perché non viene mai meno l'amore di Dio per ogni uomo. Assieme ad altri 30 volontari – genitori, professionisti, ma anche ex carcerati – segue le famiglie di 160 detenuti, portando loro sostegno morale, aiuti alimentari ed economici. Un numero che sale di giorno in giorno. Lo spirito che anima il loro operato è quello tipico del focolare: "essere famiglia" per ciascuno dei carcerati, nella vicinanza e nel sostegno, senza giudicare il loro passato.
Le parole come ascolto, fiducia, fraternità, in carcere rivestono davvero il loro significato. Soprattutto misericordia, atteggiamento che - attestano questi volontari - «agisce sulle persone come una molla che le aiuta a rialzarsi ogni qualvolta sono tentate di lasciarsi andare». Come è accaduto a Roberto, che dopo aver scontato 8 anni di carcere, non trovando accoglienza e lavoro è diventato un barbone. Grazie al Progetto "Sempre Persona" è stato accettato in una piccola struttura di accoglienza, dove può esercitare la sua professione di cuoco, riacquistando così la propria dignità. O come Francesco, che faceva il camionista, ma dopo 4 anni di carcere nessuno gli dava più lavoro e fiducia. Ora fa parte del team di volontari che preparano e consegnano i pacchi per le famiglie dei carcerati.

(fonte: www.focolare.org)

Vedi la presentazione del Progetto "Sempre Persona"




lunedì 10 agosto 2015

Di ritorno dal Convegno di Campobasso


Ho partecipato con mia moglie al Convegno nazionale dei diaconi, promosso dalla Comunità del Diaconato in Italia, svoltosi dal 5 all'8 agosto a Campobasso.
Non siamo estranei ad esperienze di questo genere, ma questa volta il Convegno è stato coinvolgente in tutti i sensi, bello, che ci ha colmato l'anima di riconoscenza per il dono del diaconato.
Ospitati in modo eccellente dalla diocesi di Campobasso Bojano, abbiamo sperimentato la vicinanza del vescovo padre Giancarlo Bregantini, una vicinanza non solo fisica (era presente a tutto il Convegno, facendoci da guida alla visita alla città ed alle sue chiese), ma soprattutto spirituale: un padre che ha veramente a cuore tutti.
Erano presenti 250 i partecipanti da 70 diocesi d'Italia: oltre ai diaconi, 75 mogli ed una quindicina di delegati vescovili.
Il tema: La famiglia del diacono "scuola di umanità". Tema molto importante e di estrema attualità.

Ecco in sintesi alcuni temi:

 L'introduzione di don Giuseppe Bellia, direttore della rivista Il Diaconato in Italia, ha posto l'accento sulla Diaconia, volto umano di Dio. È Dio che si rivela! Un servizio che parte dalla "conoscenza" di Gesù Cristo: prima, infatti, viene Cristo, poi viene la diaconia. Perché, nel servizio, non è tanto quello che si fa o viene permesso di fare, ma quello che si è, nel nostro rapporto vitale, gioioso con Cristo. Così, la "casa" del diacono diventa il primo luogo della diaconia e scuola per ogni altra diaconia.
 La relazione del dott. Giancarlo Brunelli, direttore de Il Regno Attualità e Documenti, EDB, sul tema Dal Sinodo sulla Famiglia al Convegno ecclesiale di Firenze: cammino della Chiesa tra Sinodalità e Misericordia. Un commento dei cinque verbi, delle cinque vie, per il cammino della Chiesa (Uscire, Annunciare, Abitare, Educare, Trasfigurare), applicati alla diaconia del diacono e della sua famiglia.
 La relazione di mons. Arturo Aiello, vescovo di Teano e Membro della Commissione Episcopale per il Clero e la Vita consacrata, sul tema La famiglia del diacono scuola di umanità. La famiglia del diacono: una famiglia sì come tutte le altre, con le sue gioie e le sue sofferenze, ma con una "attenzione" in più nell'accoglienza (prima dentro e poi fuori), con una "tenerezza" che esprima un luogo di "guarigione" per la possibilità di accoglierci veramente come siamo, dove l'arte del dialogo si fa prossimità, è un vivere "accanto" e non "insieme": famiglia che si incontra…
 La relazione del card. Beniamino Stella, Prefetto della Congregazione del Clero, sul tema La visione e le aspettative sul diaconato nell'insegnamento pontificio. Dopo una mirabile sintesi storica del diaconato fino al suo ripristino nel Vaticano II, il cardinale ha focalizzato alcuni spunti attuativi per le diocesi, quali in primis l'atto di nomina, un atto non solo formale, ma identificante, sia del luogo che dell'incarico specifico, in analogia con i presbiteri, anche se per i diaconi non è ancora così evidente in molte diocesi. Si è messo l'accento sul rischio della supplenza per mancanza di presbiteri, perché può far perdere la specificità degli ambiti propri del diacono, soprattutto nel rapporto con il mondo (rapporto poco valorizzato ma specificatamente diaconale), quale presenza qualificata della Chiesa.
 La relazione, l'ultimo giorno, di padre Raniero Cantalamessa, sul tema Il diacono servitore di Cristo. Esposizione sapienziale della diaconia evangelica, quale premessa per ogni diaconia, anche ordinata, ("A cosa mi serve essere diacono, se non ho l'animo diaconale?"), sull'esempio di Gesù ("Vi ha dato l'esempio, perché anche voi facciate altrettanto…"): nell'essere servitore è riassunto tutto il senso della vita di Gesù. Nella Chiesa il carisma è in funzione della diaconia, perché un carisma senza servizio è un "talento sotterrato": la Chiesa è carismatica per essere diaconale, dove il servizio scaturisce non dal fare ma dalla Carità, dall'Agape… come Dio; dal "farsi piccolo per amore" di Dio, dal suo "discendere", perché Dio non può che "scendere". Una grandezza che si esprime nel servizio! È un servizio, quello del discepolo che ha per beneficiario il prossimo e per destinatario Dio, come Cristo, che "ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore".

Belle le testimonianze che sono state offerte, in particolare quelle dei tre fratelli Buccarella, diaconi della diocesi di Roma con le loro spose; quella di Giuseppe Colona, sempre della diocesi di Roma che ha raccontato dell'esperienza della missione dei diaconi romani in Perù; di Francesco Portes e di sua moglie, brasiliani: lui vicepresidente del Consiglio Nazionale per i diaconi del Brasile; ed altre.

Interessanti, infine, i vari gruppi di studio nei quali si è potuto approfondire quanto esposto nelle relazioni e, soprattutto, comunicarci esperienze personali e delle proprie diocesi. Di particolare importanza è stato lo spazio riservato alle mogli dei diaconi in un loro specifico incontro di scambio di esperienze e di una maggior presa di coscienza della propria identità accanto ai mariti diaconi.

Le relazioni in sala erano intercalate da momenti di preghiera: la veglia per la solennità della Trasfigurazione presso la Chiesa della Madonna dei Monti; la visita al Santuario dell'Addolorata di Castelpetroso; la santa Messa nella cattedrale di Campobasso…























La Regione Molise ha voluto offrire ai convegnisti una serata festosa nella piazza di Sepino, comune non distante da Campobasso.




martedì 4 agosto 2015

Vivendo la Parola


Sfogliando il blog (In… visibile) dell'amico Tanino Minuta, ho ritrovato una sua esperienza - dal titolo Vivendo la Parola -, una sua esperienza di quando doveva passare il controllo alla frontiera con l'Ungheria ai tempi della "cortina di ferro".
Mi sono venuti così alla mente alcuni nostri incontri, parecchi anni fa: ci incontravamo alla stazione ferroviaria di Trieste (io abitavo in quella città) e Tanino era in attesa della coincidenza del treno che lo avrebbe portato "oltre".

Quanto scrive nel suo blog è sempre un balsamo per lo spirito.


Questa è l'esperienza che trascrivo:

«Quando in Ungheria vigeva il regime comunista, uno dei pericoli era l'Occidente con il suo sfrenato consumismo, con la sua pornografia, con le sue idee sovvertitrici. Così per entrare nel Paese il controllo era molto meticoloso.
Ogni volta che viaggiavo il passaggio della dogana era un'operazione chirurgica: Per chi questi regali? Come mai nella sua rubrica ci sono tutti questi ungheresi? Come mai li conosce? Quanti litri di alcol? Quanto caffè?...
Ogni volta uno stillicidio di domande e le risposte erano sempre prese con sospetto.
Tutti potevano essere nemici, soprattutto gli stranieri portatori del virus capitalista.
Mi son chiesto se il Vangelo avesse un suggerimento. L'ho trovato proprio nel comportamento di Gesù con la samaritana.
Gesù le chiede da bere, la mette nelle condizioni di amare per prima e da lì inizia il dialogo che porterà la donna a capire con chi stava trattando. Gesù suggerisce, per qualsiasi rapporto vogliamo avere, che ci sia innanzitutto la carità. Soltanto così le parole potranno essere veicolo di verità.
Alla prima occasione che ebbi di passare la dogana, con il carico che avevo nella macchina di regali vari, il controllo sarebbe andato per le lunghe. Per mettere il poliziotto nella condizione di amare per primo gli dissi che avevo un terribile mal di testa. Lui è corso a prendermi una medicina e un bicchiere d'acqua. Mi assicurò che tutto sarebbe andato per il meglio nel giro di qualche minuto perché quella medicina anche lui la usava. Mi salutò cordialmente senza fare nessun controllo.
Grande fu la lezione. Non tanto per il facile controllo ma perché ho sperimentato che con qualsiasi uomo, qualsiasi maschera gli abbiamo dato o si è messa da solo, l'unica via per guardarsi negli occhi è stabilire un rapporto di carità.
Da quella volta è diventato per me piacevole attraversare la dogana.
Ora certe frontiere non esistono più ma, come mi è capitato recentemente, ogni volta che attraverso quelle costruzioni che sono stati simbolo di terrore e paura, il ricordo più forte è che l'arte della "samaritana" è sempre valida».

domenica 2 agosto 2015

L'ultima creatura. L'idea divina del femminile


Durante il periodo di vacanze tra le montagne della Carnia (Udine) ho visitato (cosa che faccio ogni qualvolta mi è possibile ed ho la possibilità di trascorrere in po' del periodo estivo "dalle mie parti"), ho visitato la mostra di Illegio, piccolo centro montano del comune di Tolmezzo, Udine.
Illegio ospita ogni anno, nella Casa delle Esposizioni, una prestigiosa mostra d'arte.
Il tema di quest'anno: L'ultima creatura. L'idea divina del femminile.
È un tema affascinante: la donna, ultima creatura uscita dalle mani di Dio!

Si legge nel dépliant:

L'Ultima Creatura. L'Idea Divina del Femminile
Da Caravaggio a Rubens, da Veronese a Ricci, da Hayez a Messina: grandi donne bibliche nell'arte cristiana.

Alcune donne stanno nella storia biblica. Confondono gli uomini, avvincono Dio, sono piene di una grazia che diventa forza di combattimento, virtù indomabile. Nel percorso da Eva a Maria, le donne non vacillano mai. Le Scritture rendono omaggio alla loro bellezza che esse portano senza Vanto, concentrate su una missione da perseguire, a tracciare una via per la quale Dio stesso dovrà incamminarsi se vorrà arrivare a noi.
La mostra «L'ultima creatura. L'idea divina del femminile» ripercorre l'Antico Testamento e attinge a trenta musei - dagli Uffizi ai Vaticani, dalle Gallerie dell'Accademia di Venezia alla quadreria del Quirinale -, per raccontare con colpi di scena d'arte la storia sacra al femminile.
Il cuore è il massimo capolavoro di Caravaggio, "Giuditta e Oloferne" - evento eccezionale, la sua presenza alla mostra di Illegio -: c'è tutto, nel fascino del viso perfetto e contratto della paladina di Israele, nei solchi del volto della vecchia sua serva, nel volteggio misterioso del tendaggio di sfondo, nel sangue che zampilla dal collo del nemico sconfitto.
Accanto a quell'opera, quaranta capolavori dal Quattrocento al Novecento evocano dalla storia dell'arte una produzione immensa di bellezza su tela, che rispecchia il fascino spirituale e l'avvenenza corporea delle donne di Dio. E ripropone il femminile come un simbolo che accende il pensiero e strugge i sensi: non a caso, il corpo della donna, velato o svelato, è il simbolo - la mostra lo illustra - con cui si rappresenta nei secoli la missione dell'arte.
Dio, giocando la partita della rivelazione mossa dopo mossa, plasma la donna come ultimo atto della creazione: con l'idea divina del femminile ci manifesta il suo intento sublime. Perché dunque il Creatore volle la donna davanti a sé e davanti al maschile? La mostra di Illegio conduce a ritrovare la risposta, a ritrovare le madri della madre del Messia, i loro nomi e i loro amori necessari a comprendere il senso segreto del mondo.






lunedì 16 febbraio 2015

Il colore della mia città


Un articolo del periodico Città Nuova (n. 1/2 2015), di Tanino Minuta (amico che seguo nelle sue pubblicazioni e con vero piacere nel suo blog In... visibile), mi ha fatto riflettere sul modo di rapportarmi con le persone che quotidianamente incontro al supermercato e fuori della porta della chiesa che chiedono l'elemosina o cercano di vendermi qualcosa.
Ecco l'articolo:

Il colore della mia città
Qualunque sia la provenienza di chi ti capita d'incontrare per strada, il rispetto reciproco è una condizione immutabile.


«Nel piccolo centro del Lazio, dove vivo, incontro ogni giorno giovani di Paesi non europei che vendono borse "firmate", cd, calzini, cinture... Cercano di succhiare linfa dalla nostra "opulenza". Un giorno mi ha stupito un ragazzo dall'aria indiana che invece di vendere rose distribuiva dépliant di propaganda. Stava mettendo in ogni cassetta postale la sua pubblicità. Proveniva dal Bangladesh e lavorava per far venire in Italia altri fratelli. Questi del Bangladesh sono miti. Non impongono la loro merce, non sono falsi. Un altro, proveniente dall'Africa, s'era messo a raccontarmi di una figlioletta gravemente malata e bisognosa di cure urgenti. Vendeva calzini apparentemente buoni. Ne ho preso un pacco di tre paia. L'ho rivisto qualche giorno dopo. Stavolta diceva di non essere sposato: aveva dimenticato il copione che gli era stato necessario precedentemente. Ho risposto all'africano che i calzini erano tutti di misure diverse e difettosi: «Vedi, tu mi hai imbrogliato e io ho fatto girare la notizia tra quelli che conosco di non comprare nulla da te. Se tu fossi stato sincero, ti avrei aiutato...». Lui è scoppiato a piangere. Stavolta ferito nel suo orgoglio e anche perché, mentre gli parlavo, dei conoscenti si erano fermati ad ascoltare e a sostenermi. «Povera gente! - commentava un conoscente che aveva assistito alla scena - Ma non meno poveracci di quelli che ti imbrogliano sulla carne, su chi ruba sul cemento, su chi guadagna da un'impresa pubblica, su chi ti vende fiori che non durano».
A proposito di fiori, ricordo un fatto che m'era successo quando abitavo a Budapest. Una vecchietta all'uscita della metropolitana vendeva fiori. C'era la neve ed era già tarda sera. Vedendola intirizzita dal freddo, le ho detto che le avrei comprato tutti i fiori che aveva, così avrebbe potuto andare a casa. Saranno stati cinque-sei mazzetti di crisantemi. Al momento di chiedermi i soldi, mi sono accorto che lo aveva moltiplicato non per sei ma per dieci. Credevo di non aver capito bene. Lei mi ha ripetuto il prezzo. Avrei voluto aiutarla (anche perché quei fiori li avrei buttati), ma lei non ha capito il gesto e voleva per di più sfruttare la situazione. Con tanto dispiacere le ho dovuto dire che non avevo più bisogno di quei fiori. Al che ha cominciato a imprecare piena di rabbia. Mi sono allontanato amareggiato.
Strada facendo, m'è venuta in mente la parabola del Vangelo che racconta dell'invito alla festa. Siccome i veri invitati avevano delle scuse per non partecipare, sono stati chiamati tanti altri dalle strade. Fin allora non avevo capito come mai quelli che avevano fatto il favore di partecipare, ma non avevano il vestito della festa, fossero stati cacciati via. Quella sera la vecchietta, che preferiva morire di freddo pur di non desistere dalla sua avidità, mi ha fatto capire qual era "il vestito". Se un amore gratuito ti investe, devi saper rispondere con la stessa gratuità. Se non conosci questa legge, non è sorprendente che tu venga scartato».

mercoledì 31 dicembre 2014

Con sincera gratitudine…


Alla fine di un anno particolarmente intenso per le innumerevoli occasioni in cui l'amore del Padre ci ha avvolto, con la sua tenerezza e con la sua mano forte…, vorrei esprimere una profonda gratitudine per quel "tocco" tutto personale della Sua Mano...
Mi soffermo solo su alcuni particolari.

Innanzitutto la riconoscenza per il dono di Delia, la nostra prima nipotina. Non spetta dire a me qualcosa di lei, ma posso invece ringraziare per la gioia che ha portato nelle nostre famiglie e per il sorriso costante che ci dona ogni volta che la incontriamo.

Eventi ecclesiali importanti, con l'esperienza, la gioia e la riconoscenza di vivere intensamente in unità con tutta la Chiesa e venire a contatto con culture differenti e diverse dalla mia; l'incontro particolare, assieme a tanti altri, e pieno di Spirito Santo con papa Francesco…

Un fatto pastoralmente significativo per me è stato il nuovo servizio pastorale che il vescovo mi ha affidato. Dopo quattro anni circa, nei quali ho cercato di vivere il mio ministero diaconale soprattutto presso una struttura per anziani autosufficienti, mi è stata affidata la collaborazione pastorale in un'altra parrocchia. Una gratitudine grande per quanto il Signore ha costruito in quella comunità, dove il mio contributo era soprattutto la vicinanza alle persone, in modo speciale a quelle che non frequentano la chiesa. Rapporti umani, e ben di più, instaurati più con la presenza e l'affetto che con le parole. Ed una gratitudine per quelle persone con le quali abbiamo fatto un cammino di fede anche a testimonianza per tutti. Un certo dolore per il distacco, ma gioia per la presenza di Gesù che ci lega, al di là della mia persona o delle attività.
Nella nuova parrocchia, dove ho iniziato da qualche mese la mia attività pastorale, mi è stato affidato, assieme ad un sacerdote studente africano, un quartiere periferico abbastanza popoloso. Non ci sono strutture, salvo una sala sociale multiuso che possiamo anche utilizzare, adattandola di volta in volta, come cappella e sala per incontri. Ma la nostra maggior occupazione consiste nell'incontro capillare delle famiglie, che visitiamo ogni sera. È il nostro più vero apostolato: possibilità di farci carico delle situazioni che spesso non sono felici e rappresentano sofferenze tipiche delle nostre famiglie. È un arricchimento reciproco che ci fa sperimentare che il senso più profondo del nostro esistere è la fraternità che possiamo sperimentare e farne la nostra carta di identità in questo dilagante ed insulso individualismo.

Ma c'è un fatto tutto particolare che ha chiuso questo anno così ricco di umanità: è la scomparsa (ieri abbiamo dato l'ultimo saluto) di un amico carissimo, un padre nello Spirito, un uomo di Dio, un sacerdote, d. Lino, con il quale abbiamo condiviso quasi quindici anni di vita a servizio dei sacerdoti e diaconi legati dalla spiritualità dell'unità per un servizio prezioso alla Chiesa.
Don Lino, per la sua particolare sensibilità e per il suo amore personale, è stato per me e per Chiara mia moglie, un punto di riferimento prezioso ed illuminato, che ci ha fatto scoprire sempre di più e vivere con maggior consapevolezza la realtà della nostra famiglia diaconale; una famiglia sì come tutte le altre, ma che riteniamo tutta particolare per il servizio che può offrire alla vita dei sacerdoti. Posso dire con tutta sincerità che con d. Lino ho imparato ad amare i sacerdoti, ad entrare nel loro mondo - che è anche diverso dal mio pur appartenendo anch'io al clero -, ad essere in una parola al "servizio" del presbiterio, un servizio diaconale che mi fa essere in vocazione, non perché sono il loro "portaborse", ma perché il mio servizio è quello di Gesù, il diacono del Padre, e quello di Maria, la Serva del Signore.

Un grazie dal profondo del cuore!