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mercoledì 12 dicembre 2018

Ekklesìa, sentieri di comunione e dialogo


Ekklesia è un progetto internazionale che si concretizza in alcune riviste di varie lingue, digitali e cartacce, a partire da quella italiana.
Vuole esprimere e promuovere la co-essenzialità di dimensione carismatica e ministeriale della Chiesa, nella scia del Concilio Vaticano II.
Percorrendo sentieri di comunione e dialogo invita a camminare e impegnarsi insieme, alla luce di una mistica della fraternità.
Ekklesìa intende così contribuire a uno stile sinodale che valorizzi tutti i componenti del popolo di Dio, alla ricerca di vie e linguaggi e condividere il Vangelo di Gesù con le donne e gli uomini del nostro tempo.

Con attenzione al rapporto fra le Chiese e fra le religioni, all'incontro fra convinzioni e culture diverse, al rinnovamento delle Chiese e della società, Ekklesìa offre:
    contributi di spiritualità attinti al carisma edll'unità e a carismi antichi e nuovi;
    approfondimenti culturali e pastorali;
    buone pratiche in atto in Italia e all'estero;
    testimonianze, notizie e stimoli alla lettura.

Il "Focus" di ogni numero affronta una particolare tematica.

Clicca qui per scaricare il numero 1 - ottobre/dicembre 2018, "Lo Spirito e la Chiesa", in formato pdf.

lunedì 1 gennaio 2018

Nelle nostre fragilità, la "potenza" di Dio


Parola di vita – Gennaio 2018
(Clicca qui per il Video del Commento)

«Potente è la tua mano, Signore» (Es 15,6).

La Parola di vita di questo mese richiama un versetto dell'Inno di Mosè, un brano dell'Antico Testamento in cui Israele esalta l'intervento di Dio nella propria storia. È un canto che proclama la Sua azione decisiva per la salvezza del popolo, nel lungo percorso dalla liberazione dalla schiavitù in Egitto fino all'arrivo nella Terra promessa.
È un cammino che conosce difficoltà e sofferenza, ma che si realizza sotto la guida sicura di Dio anche attraverso la collaborazione di alcuni uomini, Mosè e Giosuè, che si mettono al servizio del Suo disegno di salvezza.

«Potente è la tua mano, Signore».

Quando noi pensiamo alla potenza, facilmente la associamo alla forza del potere, spesso causa di sopraffazione e conflitti tra persone e tra popoli. Invece, la parola di Dio ci rivela che la vera potenza è l'amore, così come si è manifestata in Gesù. Egli ha attraversato tutta l'esperienza umana, fino alla morte, per aprirci la strada della liberazione e dell'incontro con il Padre. Grazie a Lui si è manifestato il potente amore di Dio per gli uomini.

«Potente è la tua mano, Signore».

Se guardiamo a noi stessi, dobbiamo riconoscere con franchezza i nostri limiti. La fragilità umana, in tutte le sue espressioni - fisica, morale, psicologica, sociale - è una realtà innegabile. Ma è proprio qui che possiamo sperimentare l'amore di Dio. Egli, infatti, vuole la felicità per tutti gli uomini, suoi figli, e per questo è sempre disponibile ad offrire il suo aiuto potente a quanti si mettono con mitezza nelle sue mani per costruire il bene comune, la pace, la fraternità.

Questa frase è stata sapientemente scelta per celebrare in questo mese la Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani. Quanta sofferenza siamo stati capaci di infliggerci a vicenda in questi secoli, scavando spaccature e sospetti, dividendo comunità e famiglie

«Potente è la tua mano, Signore».

Abbiamo bisogno di chiedere con la preghiera la grazia dell'unità, come dono di Dio; allo stesso tempo possiamo anche offrirci ad essere Suoi strumenti d'amore per costruire ponti. In occasione di un convegno presso il Consiglio ecumenico delle chiese, a Ginevra nel 2002, Chiara Lubich, invitata ad offrire il suo pensiero e la sua esperienza, ha detto:

"Il dialogo si svolge in questo modo: anzitutto ci si mette sullo stesso piano del nostro partner chiunque esso sia; poi lo si ascolta, facendo il vuoto completo dentro di noi… In questa maniera si accoglie l'altro in sé e lo si comprende… Perché ascoltato con amore, l'altro è, così, invogliato a sentire anche la nostra parola" [1].
In questo mese, approfittiamo dei nostri contatti quotidiani, per stringere o recuperare rapporti di stima e amicizia con persone, famiglie o gruppi appartenenti a chiese diverse dalla nostra.
E perché non estendere la nostra preghiera e la nostra azione anche alle fratture all'interno della nostra stessa comunità ecclesiale, come anche in politica, nella società civile, nelle famiglie? Potremo testimoniare anche noi con gioia: «Potente è la tua mano, Signore».

Letizia Magri

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[1] Cfr. C. Lubich, L'unità e Gesù crocifisso e abbandonato fondamento per una spiritualità di comunione, Ginevra, 28 ottobre 2002.


Fonte: Città Nuova n. 12/Dicembre 2017

mercoledì 1 febbraio 2017

Un cuore nuovo per una nuova umanità


Parola di Vita – Febbraio 2017
(Clicca qui per il Video del Commento)

"Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo" (Ez 36,26)

Il cuore fa pensare agli affetti, ai sentimenti, alle passioni. Per l'autore biblico però è molto di più: assieme allo spirito è il centro della vita e della persona, il luogo delle decisioni, dell'interiorità, della vita spirituale. Il cuore di carne è docile alla parola di Dio, si lascia guidare da essa e formula "pensieri di pace" verso i fratelli. Il cuore di pietra è chiuso in se stesso, incapace di ascolto e di misericordia.
Abbiamo bisogno di un cuore nuovo e di uno spirito nuovo? Basta guardarci attorno. Le violenze, le corruzioni, le guerre nascono da cuori di pietra che si sono chiusi al progetto di Dio sulla sua creazione. Anche se ci guardiamo dentro con sincerità, non ci sentiamo mossi tante volte da desideri egoistici? È proprio l'amore a guidare le nostre decisioni, è il bene dell'altro?

Osservando questa nostra povera umanità Dio si muove a compassione. Egli che ci conosce meglio di noi stessi, sa che abbiamo bisogno di un cuore nuovo. Lo promette al profeta Ezechiele, pensando non soltanto a singole persone, ma a tutto il suo popolo. Il sogno di Dio è ricreare una grande famiglia di popoli, come l'ha pensata dalle origini, informata dalla legge dell'amore reciproco. La nostra storia ha più volte mostrato che da un lato, da soli, siamo incapaci di adempiere il suo progetto, dall'altro Dio non si è mai stancato di rimettersi in gioco, fino a prometterci di darci egli stesso un cuore e uno spirito nuovi.

Adempie in pienezza la sua promessa quando manda il suo Figlio sulla terra e infonde il suo Spirito nel giorno di Pentecoste. Ne nasce una comunità - quella dei primi cristiani di Gerusalemme - icona di un'umanità caratterizzata da "un cuore solo e un'anima sola"[1].

Anch'io che scrivo questo breve commento, anche tu che lo leggi o lo ascolti, siamo chiamati a far parte di questa nuova umanità. Più ancora, siamo chiamati a costruirla attorno a noi, a renderla presente nel nostro ambiente di vita e di lavoro. Pensa quale missione grande ci viene affidata e quanta fiducia Dio ripone in noi. Invece di deprimerci davanti a una società che tante volte ci appare corrotta, invece di rassegnarci davanti a mali più grandi di noi e chiuderci nell'indifferenza, dilatiamo il cuore «sulla misura del Cuore di Gesù. Quanto lavoro! Ma è l'unico necessario. Fatto questo, tutto è fatto». Era un invito di Chiara Lubich, che continuava: «Si tratta di amare ognuno che ci viene accanto come Dio lo ama. E dato che siamo nel tempo, amiamo il prossimo uno alla volta, senza tener nel cuore rimasugli d'affetto per il fratello incontrato un minuto prima»[2].

Non confidiamo nelle nostre forze e capacità, inadeguate, ma nel dono che Dio ci fa: "Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo".

Se rimaniamo docili all'invito ad amare ognuno, se ci lasciamo guidare dalla voce dello Spirito in noi, diventiamo cellule di una umanità nuova, artigiani di un mondo nuovo, nella grande varietà di popoli e culture.

Fabio Ciardi
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[1] Cf. Atti 4,32
[2] C. Lubich, La dottrina spirituale, Città nuova 2002, 135.
Vivremo questa parola – scelta da un gruppo ecumenico in Germania – assieme a tanti fratelli e sorelle di varie Chiese, per lasciarci accompagnare da questa promessa di Dio, lungo tutto l'anno in cui si ricordano i 500 anni della Riforma.

Fonte: Città Nuova n. 1/Gennaio 2017


domenica 1 gennaio 2017

La Parola cambia la vita, ci pone a servizio degli altri


Parola di Vita – Gennaio 2017
(Clicca qui per il Video del Commento)

"Infatti, l'amore di Cristo ci spinge" (2Cor 5,14-20)

"Ieri sera sono andata a cena fuori con un'amica di mia mamma. Ho ordinato come contorno un piatto di piselli, per poi mangiarmi il dolce che mi piaceva di più. Ma mamma ha detto di no. Stavo per tirare fuori il broncio, ma mi sono ricordata che Gesù era proprio accanto a mamma e così mi sono messa a sorridere". "Oggi, dopo una giornata faticosa, sono tornato a casa. Mentre guardavo la TV, mio fratello mi ha preso il telecomando dalle mani. Mi sono arrabbiato molto, ma poi mi sono calmato e ho lasciato che vedesse la televisione". "Oggi mio padre mi ha detto una cosa ed io gli ho risposto male. L'ho guardato ed ho visto che non era felice. Allora gli ho chiesto scusa e lui mi ha perdonato".
Sono esperienze sulla Parola di vita raccontate da bambini di quinta elementare di una scuola di Roma. Forse non vi è un legame immediato tra tali esperienze e la Parola che vivevano in quel momento, ma è proprio questo il frutto del Vangelo vissuto: lo sprone ad amare. Qualsiasi Parola ci proponiamo di vivere, gli effetti sono sempre gli stessi: essa ci cambia la vita, ci mette in cuore la spinta ad essere attenti ai bisogni dell'altro, fa sì che ci poniamo a servizio dei fratelli e delle sorelle. Non può essere diversamente: accogliere e vivere la Parola fa nascere in noi Gesù e ci porta ad agire come Lui. È ciò che lascia intendere Paolo quando scrive qui ai Corinti.
Ciò che spingeva l'apostolo ad annunciare il Vangelo e ad adoperarsi per l'unità delle sue comunità, era la profonda esperienza che aveva fatto di Gesù. Si era da lui sentito amato, salvato; era penetrato nella sua vita al punto che niente e nessuno avrebbe mai potuto separarlo da lui: non era più Paolo a vivere, perché Gesù viveva in lui. Il pensiero che il Signore l'avesse amato al punto da dare la vita lo faceva impazzire, non gli dava pace e lo spingeva con forza irresistibile a fare altrettanto con altrettanto amore.
L'amore di Cristo spinge anche noi con la medesima veemenza?
Se davvero abbiamo sperimentato il suo amore, non possiamo non amare a nostra volta ed entrare, con coraggio, là dove c'è divisione, conflitto, odio, per portarvi concordia, pace, unità. L'amore ci permette di gettare il cuore al di là dell'ostacolo, per giungere a un contatto diretto con le persone, nella comprensione, nella condivisione, per cercare insieme la soluzione. Non si tratta di un'azione opzionale. L'unità va perseguita ad ogni costo, senza lasciarci bloccare da false prudenze, da difficoltà o possibili scontri.
Ciò appare urgente soprattutto nel campo ecumenico. Questa parola è stata scelta in questo mese, nel quale si celebra la Settimana di preghiera per l'unità, proprio per essere vissuta insieme dai cristiani delle diverse Chiese e comunità, perché ci si senta tutti spinti, dall'amore di Cristo, ad andare gli uni verso gli altri, così da ricomporre l'unità.
«Sarà autentico cristiano della riconciliazione - affermava Chiara Lubich all'apertura della II Assemblea Ecumenica Europea a Graz, Austria, il 23 giugno 1997 - solo chi sa amare gli altri con la carità stessa di Dio, quella carità che fa vedere Cristo in ognuno, che è destinata a tutti - Gesù è morto per tutto il genere umano -, che prende sempre l'iniziativa, che ama per prima; quella carità che fa amare ognuno come sé, che ci fa uno con i fratelli e le sorelle: nei dolori e nelle gioie. E occorre che anche le Chiese amino con questo amore».
Viviamo anche noi la radicalità dell'amore con la semplicità e la serietà dei bambini della scuola di Roma.

Fabio Ciardi

Fonte: Città Nuova n. 12/Dicembre 2016

domenica 24 gennaio 2016

Essere aperti alla riconciliazione


In questa settimana di preghiera per l'unità dei cristiani, ho riletto il discorso che Chiara Lubich ha pronunciato in occasione dell'Assemblea ecumenica di Graz nel giugno 1997, dove parla di un cammino di riconciliazione da percorrere sorretti da una spiritualità di comunione, spiritualità che anima profondamente ogni impegno ecumenico.
Eccone uno stralcio:


[...] Per intraprendere con frutto a vivere una spiritualità di riconciliazione occorre, nell'oggi del mondo e della Chiesa, che noi possiamo, con piena convinzione e nella verità, ripetere come nostre le parole dell'evangelista Giovanni: «… noi crediamo all'amore».
Ma Egli non ci ama solo come singoli cristiani, ci ama pure come Chiesa. E ama la Chiesa per quanto si è comportata nella storia secondo il disegno che Dio aveva su di essa.
Ma anche - e qui è la meraviglia della misericordia di Dio - la ama per quanto non vi ha corrisposto, essendosi i cristiani divisi, se però ora essi ricercano la piena comunione nella divina volontà.[...]
[...] Una spiritualità ecumenica così vissuta, potrà produrre frutti eccezionali. Ma, lo si intuisce, avrà soprattutto un particolare effetto: perché comunitaria, legherà in uno tutti coloro che la vivono, sicché si sentiranno solidali fra loro e, in un certo modo, già uno.
Avvertiranno di formare, per così dire, un solo popolo cristiano che potrà essere - con tutto ciò a cui conducono le altre forze suscitate dallo Spirito in questo tempo ecumenico - un lievito per la piena comunione tra le Chiese.[...]

martedì 27 ottobre 2015

Bartolomeo I, maestro in Cultura dell'Unità


«Offrire al mondo una cultura di unità nella diversità»
Al Patriarca Bartolomeo il primo Dottorato h. c. dell'Istituto Universitario Sophia
Il messaggio di papa Francesco «all'amato fratello»


La cerimonia di conferimento del dottorato h.c. in Cultura dell'unità a Sua Santità Bartolomeo I, ha visto riunite all'Auditorium di Loppiano, cittadella dei Focolari dove ha sede l'Istituto Universitario Sophia, 1400 persone, con delegazioni e personalità provenienti da diversi paesi d'Europa e Medio Oriente e di varie Chiese: del Patriarcato ecumenico e di altre Chiese ortodosse, copti, anglicani, luterani, riformati, valdesi, avventisti, cattolici. È stata seguita nel mondo attraverso una diretta internet (rivedi la diretta streaming).
«Accettiamo con profonda emozione questo onore, che vogliamo estendere a tutta la nostra Chiesa martire di Costantinopoli, il Patriarcato Ecumenico, che presiede nella carità la sinfonia di tutte le Sante Chiese Ortodosse». Così il Patriarca Bartolomeo inizia il suo intervento alla cerimonia di conferimento del Dottorato h. c. «Questo onore è ancora maggiore per le parole inviateci per questa occasione dal nostro amato Fratello, il Vescovo della Antica Roma, Papa Francesco. Lo ringraziamo di cuore», prosegue Bartolomeo, riferendosi al messaggio di papa Francesco letto dal card. Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze.
In esso il Papa rivolge un particolare ricordo «all'amato fratello Bartolomeo», rallegrandosi per la presente iniziativa che «oltre a costituire un doveroso riconoscimento per il suo impegno nella promozione della cultura dell'unità, contribuisce favorevolmente al cammino comune delle nostre Chiese verso la piena e visibile unità, alla quale tendiamo con dedizione e perseveranza». All'Istituto Universitario Sophia, Francesco auspica che «seguendo il carisma proprio del Movimento dei Focolari e aperto all'azione dello Spirito, continui a essere un luogo d'incontro e di dialogo tra culture e religioni diverse».
Nel suo saluto al Patriarca Bartolomeo, Maria Voce - Presidente dei Focolari - mette in rilievo come «la sua sollecitudine per le Chiese sorelle, unita alla cura della preziosa tradizione teologico-spirituale dell'Oriente cristiano e all'impegno per il Sinodo pan-ortodosso, e i suoi ripetuti incontri con i Papi negli scorsi decenni, hanno tessuto una rete sempre più fitta di rapporti che spiegano l'attuale sovente esplicito riconoscimento da parte di Papa Francesco della profonda reciproca amicizia e condivisione di intenti... Il dialogo è la nostra comune priorità», conclude Maria Voce.
Da parte sua il Preside Piero Coda afferma: «Ammiriamo in Lei e nel processo di sinodale discernimento, presenza e azione in cui è ingaggiata la Chiesa ortodossa nel mondo grazie alla Sua personale e autorevole regia d'amore, l'inedito e meraviglioso fiorire - in sintonia con le istanze più profonde dell'oggi e come balsamo di risanamento e di nuovo vigore dispensato sulle tante ferite che piagano il corpo della nostra umanità - di quella bimillenaria tradizione liturgica, mistica, teologica, estetica, sociale, ecologica che è stata fedelmente trasmessa e si è arricchita lungo i secoli, con inestimabile fecondità, attraverso la vita e la creatività dei nostri fratelli e delle nostre sorelle dell'Oriente cristiano».
Il Patriarca Bartolomeo regala in questa occasione una lectio magistralis di grandi orizzonti, nella quale penetra nella prospettiva a lui tanto cara della unità nella diversità: «Il carisma dell'unità non si infrange nella diversità in quanto santificata, vivificata dall'aspetto relazionale Trinitario, in cui è innescato. La Diversità non è azione antagonista, ma è fruizione della salvezza operata nella relazione teandrica delle due nature, unite ma non confuse. Percepire il principio della diversità come ricchezza, diviene possibilità di comprendere e possibilità di essere compresi, ricapitolati in Cristo. La prospettiva che dobbiamo offrire al mondo perché creda e si salvi, è quella di formare una cultura di unità nella diversità».
A Loppiano si è vissuta una giornata con il sapore della storia. Il rapporto spirituale che da quasi cinquant'anni lega il Patriarcato di Costantinopoli e il Movimento dei Focolari, viene rinsaldato da questo dottorato h. c. e rilanciato verso nuove prospettive di dialogo a livello culturale e accademico.

SIF - Servizio Informazione Focolari - Comunicato stampa – 27 ottobre 2015
Link Focolari


mercoledì 2 settembre 2015

Indulgenza Giubilare


La lettera di papa Francesco, con la quale concede l'indulgenza in occasione del Giubileo della Misericordia, mi ha interpellato personalmente: mi ha fatto riflettere non solo sulla modalità e sulla disposizione d'animo con cui vivere questa particolare esperienza, ma anche come posso viverla e proporla come comunità, con lo spirito di quella diaconia che punta al cuore delle persone e delle situazioni. Le parole stesse del Papa sono un invito pressante ad una conversione personale e comunitaria, ad aprire il cuore e le braccia ad ogni sofferenza ed ad ogni situazione di precarietà esistenziale.

«Desidero che l'indulgenza giubilare - scrive papa Francesco - giunga per ognuno come genuina esperienza della misericordia di Dio, la quale a tutti va incontro con il volto del Padre che accoglie e perdona, dimenticando completamente il peccato commesso».

Papa Francesco fa poi un elenco di situazioni particolari nella quali mi sento interpellato personalmente nella mia azione pastorale:
- gli ammalati e gli anziani: «Penso a quanti per diversi motivi saranno impossibilitati a recarsi alla Porta Santa, in primo luogo gli ammalati e le persone anziane e sole, spesso in condizione di non poter uscire di casa. Per loro sarà di grande aiuto vivere la malattia e la sofferenza come esperienza di vicinanza al Signore che nel mistero della sua passione, morte e risurrezione indica la via maestra per dare senso al dolore e alla solitudine. Vivere con fede e gioiosa speranza questo momento di prova, ricevendo la comunione o partecipando alla santa Messa e alla preghiera comunitaria, anche attraverso i vari mezzi di comunicazione, sarà per loro il modo di ottenere l'indulgenza giubilare».
- i carcerati: «… che, pur meritevoli di pena, hanno tuttavia preso coscienza dell'ingiustizia compiuta e desiderano sinceramente inserirsi di nuovo nella società portando il loro contributo onesto. A tutti costoro giunga concretamente la misericordia del Padre che vuole stare vicino a chi ha più bisogno del suo perdono. Nelle cappelle delle carceri potranno ottenere l'indulgenza, e ogni volta che passeranno per la porta della loro cella, rivolgendo il pensiero e la preghiera al Padre, possa questo gesto significare per loro il passaggio della Porta Santa, perché la misericordia di Dio, capace di trasformare i cuori, è anche in grado di trasformare le sbarre in esperienza di libertà».
È veramente commovente questo gesto così significativo del varcare la porta della propria cella e fare esperienza della Misericordia del Padre!
- il dramma dell'aborto: «Molti, pur vivendo questo momento come una sconfitta, ritengono di non avere altra strada da percorrere. Penso, in modo particolare, a tutte le donne che hanno fatto ricorso all'aborto. Conosco bene i condizionamenti che le hanno portate a questa decisione. So che è un dramma esistenziale e morale. […] Ciò che è avvenuto è profondamente ingiusto; eppure, solo il comprenderlo nella sua verità può consentire di non perdere la speranza. Il perdono di Dio a chiunque è pentito non può essere negato, soprattutto quando con cuore sincero si accosta al Sacramento della Confessione per ottenere la riconciliazione con il Padre».
- i fedeli della Fraternità San Pio X: «… mosso dall'esigenza di corrispondere al bene di questi fedeli, per mia propria disposizione stabilisco che quanti durante l'Anno Santo della Misericordia si accosteranno per celebrare il Sacramento della Riconciliazione presso i sacerdoti della Fraternità San Pio X, riceveranno validamente e lecitamente l'assoluzione dei loro peccati».
Gesto squisitamente ecumenico di chi fa il primo passo, di chi ama per primo e non respinge nessuno, ma accoglie ognuno nella abbraccio della misericordia del Padre.

Mi soffermo poi sull'invito all'«esperienza della misericordia», a quegli atti concreti, personali e comunitari, delle opere di misericordia corporali e spirituali, dove «l'esperienza della misericordia diventa visibile nella testimonianza di segni concreti come Gesù stesso ci ha insegnato»: «Ogni volta che un fedele vivrà una o più di queste opere in prima persona otterrà certamente l'indulgenza giubilare. Di qui l'impegno a vivere della misericordia per ottenere la grazia del perdono completo ed esaustivo per la forza dell'amore del Padre che nessuno esclude. Si tratterà pertanto di un'indulgenza giubilare piena, frutto dell'evento stesso che viene celebrato e vissuto con fede, speranza e carità».

martedì 1 settembre 2015

Laudato si'


1° Settembre - Giornata mondiale di preghiera per la Cura del Creato

«"Laudato si', mi' Signore", cantava san Francesco d'Assisi. In questo bel cantico ci ricordava che la nostra casa comune è anche come una sorella, con la quale condividiamo l'esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia: "Laudato si', mi' Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba".
Questa sorella protesta per il male che le provochiamo, a causa dell'uso irresponsabile e dell'abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla. La violenza che c'è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell'acqua, nell'aria e negli esseri viventi. Per questo, fra i poveri più abbandonati e maltrattati, c'è la nostra oppressa e devastata terra, che «geme e soffre le doglie del parto» (Rm 8,22). Dimentichiamo che noi stessi siamo terra (cfr Gen 2,7). Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora» (Laudato si', 1-2).

Preghiera cristiana con il creato

Ti lodiamo, Padre, con tutte le tue creature,
che sono uscite dalla tua mano potente.
Sono tue, e sono colme della tua presenza
e della tua tenerezza.
Laudato si'!

Figlio di Dio, Gesù,
da te sono state create tutte le cose.
Hai preso forma nel seno materno di Maria,
ti sei fatto parte di questa terra,
e hai guardato questo mondo con occhi umani.
Oggi sei vivo in ogni creatura
con la tua gloria di risorto.
Laudato si'!

Spirito Santo, che con la tua luce
orienti questo mondo verso l'amore del Padre
e accompagni il gemito della creazione,
tu pure vivi nei nostri cuori
per spingerci al bene.
Laudato si'!

Signore Dio, Uno e Trino,
comunità stupenda di amore infinito,
insegnaci a contemplarti
nella bellezza dell'universo,
dove tutto ci parla di te.
Risveglia la nostra lode e la nostra gratitudine
per ogni essere che hai creato.
Donaci la grazia di sentirci intimamente uniti
con tutto ciò che esiste.
Dio d'amore, mostraci il nostro posto in questo mondo
come strumenti del tuo affetto
per tutti gli esseri di questa terra,
perché nemmeno uno di essi è dimenticato da te.
Illumina i padroni del potere e del denaro
perché non cadano nel peccato dell'indifferenza,
amino il bene comune, promuovano i deboli,
e abbiano cura di questo mondo che abitiamo.
I poveri e la terra stanno gridando:
Signore, prendi noi col tuo potere e la tua luce,
per proteggere ogni vita,
per preparare un futuro migliore,
affinché venga il tuo Regno
di giustizia, di pace, di amore e di bellezza.
Laudato si'!
Amen.

(Laudato si', 246)


domenica 30 agosto 2015

La cura del Creato


Martedì, 1° settembre 2015 - «Giornata Mondiale di preghiera per la Cura del Creato».
Con lettera del 6 agosto 2015, festa della Trasfigurazione, Papa Francesco ha annunciato l'istituzione della Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato anche per la Chiesa cattolica – in sintonia con il Patriarca ecumenico Bartolomeo I.


«[…] Come cristiani vogliamo offrire il nostro contributo al superamento della crisi ecologica che l'umanità sta vivendo. Come cristiani vogliamo offrire il nostro contributo al superamento della crisi ecologica che l'umanità sta vivendo. Per questo dobbiamo prima di tutto attingere dal nostro ricco patrimonio spirituale le motivazioni che alimentano la passione per la cura del creato, ricordando sempre che per i credenti in Gesù Cristo, Verbo di Dio fattosi uomo per noi, «la spiritualità non è disgiunta dal proprio corpo, né dalla natura o dalle realtà di questo mondo, ma piuttosto vive con esse e in esse, in comunione con tutto ciò che li circonda». […]
«L'annuale Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato offrirà ai singoli credenti ed alle comunità la preziosa opportunità di rinnovare la personale adesione alla propria vocazione di custodi del creato, elevando a Dio il ringraziamento per l'opera meravigliosa che Egli ha affidato alla nostra cura, invocando il suo aiuto per la protezione del creato e la sua misericordia per i peccati commessi contro il mondo in cui viviamo». […]

Colpisce la motivazione ecumenica:
«Viviamo in un tempo in cui tutti i cristiani affrontano identiche e importanti sfide, alle quali, per risultare più credibili ed efficaci, dobbiamo dare risposte comuni. Per questo, è mio auspicio che tale Giornata possa coinvolgere, in qualche modo, anche altre Chiese e Comunità ecclesiali ed essere celebrata in sintonia con le iniziative che il Consiglio Ecumenico delle Chiese promuove su questo tema».

Preghiera per la nostra terra

Dio Onnipotente,
che sei presente in tutto l'universo
e nella più piccola delle tue creature,
Tu che circondi con la tua tenerezza
tutto quanto esiste,
riversa in noi la forza del tuo amore
affinché ci prendiamo cura
della vita e della bellezza.
Inondaci di pace, perché viviamo come fratelli e sorelle
senza nuocere a nessuno.
O Dio dei poveri,
aiutaci a riscattare gli abbandonati
e i dimenticati di questa terra
che tanto valgono ai tuoi occhi.
Risana la nostra vita,
affinché proteggiamo il mondo e non lo deprediamo,
affinché seminiamo bellezza
e non inquinamento e distruzione.
Tocca i cuori
di quanti cercano solo vantaggi
a spese dei poveri e della terra.
Insegnaci a scoprire il valore di ogni cosa,
a contemplare con stupore,
a riconoscere che siamo profondamente uniti
con tutte le creature
nel nostro cammino verso la tua luce infinita.
Grazie perché sei con noi tutti i giorni.
Sostienici, per favore, nella nostra lotta
per la giustizia, l'amore e la pace.

(Papa Francesco, Laudato si')

mercoledì 28 gennaio 2015

Aperta la Causa di beatificazione di Chiara Lubich


Ieri pomeriggio, nella Cattedrale di Frascati, si è aperta la Prima Sessio della Causa di beatificazione e canonizzazione di Chiara Lubich. Evento di particolare portata ecclesiale.
Legato profondamente al Carisma che Chiara ha ricevuto da Dio e che ha donato alla Chiesa, ho gioito pieno di gratitudine. È un dono grande e prezioso, del quale non finirò mai di ringraziare lo Spirito Santo.

Riporto di seguito il Comunicato stampa dei Focolari



Una cattedrale gremita e una diretta internet seguita da oltre 18.000 punti di ascolto nei cinque continenti. Questi i contorni con cui si è aperta la "Causa di beatificazione e canonizzazione" di Chiara Lubich, presieduta dal vescovo di Frascati Raffaello Martinelli. La notizia ha rimbalzato nei media, quasi a confermare un concetto caro e centrale nel pensiero e nella mistica della fondatrice dei Focolari: «Ecco la grande attrattiva del tempo moderno: penetrare nella più alta contemplazione e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo».
Papa Francesco ha voluto farsi presente tramite un messaggio a firma del cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, letto dal cardinale Tarcisio Bertone [cardinale titolare della diocesi tusconana, nota mia], presente alla cerimonia. In esso il Santo Padre ricorda «il luminoso esempio di vita della fondatrice del Movimento dei Focolari» a quanti «ne conservano la preziosa eredità spirituale». Inoltre «invoca abbondanti doni su quanti sono impegnati nella postulazione ed esorta a far conoscere al popolo di Dio la vita e le opere di colei che, accogliendo l'invito del Signore, ha acceso per la Chiesa una nuova luce sul cammino verso l'unità».
Tra i partecipanti erano presenti diversi Cardinali, Arcivescovi e Vescovi. Numerosi gli esponenti di Movimenti e Associazioni, cattolici e ortodossi. Presenti anche fedeli musulmani e buddisti. Da Trento, città natale della Lubich, una rappresentanza delle istituzioni civili, così come da Frascati, Rocca di Papa e dai comuni limitrofi che l'hanno avuta concittadina. La cerimonia, iniziata alle ore 16 con la recita dei Vespri, è proseguita con la Sessione di Apertura dell'Inchiesta Diocesana.
Ascolto e attesa per le parole pronunciate dal vescovo Raffaello Martinelli, che ha caratterizzato l'atto in cattedrale come un «rendere gloria e lode a Dio nostro Padre, perché attraverso i suoi figli e figlie fa risplendere la sua gloria. È un servizio che vogliamo rendere alla Chiesa in modo da offrire, anche alla Chiesa, una testimonianza di fede, di speranza, di carità attraverso la vita di una delle sue figlie». Rilevando quanto il compito non sia facile e debba essere svolto con criteri di serenità e di obbiettività, mons. Martinelli ha concluso augurandosi che, con il percorso ora iniziato, «possa splendere sempre di più la gloria del Signore, di cui Lui ha voluto rendere partecipe questa sua, nostra Serva di Dio».
A conclusione della celebrazione la parola è andata alla presidente dei Focolari Maria Voce. Nel suo saluto ha tratteggiato il dono che Chiara Lubich è stata per tanti: «Accogliendo il carisma che Dio le dava, Chiara si è profusa perché questa via di vita evangelica fosse percorsa da molti, in una determinazione sempre rinnovata ad aiutare quanti incontrava a mettere Dio al primo posto e a "farsi santi insieme". Il suo sguardo e il suo cuore erano mossi da un amore universale, capace di abbracciare tutti gli uomini al di là di ogni differenza, sempre proteso a realizzare il testamento di Gesù: "Ut omnes unum sint"». Ha voluto ricordare anche il gruppo delle prime e dei primi compagni della Lubich «che hanno permesso fin dal primo momento di testimoniare la bellezza e la possibilità di percorrere insieme, in unità, il cammino verso l'unica meta», concludendo: «Attenderemo con umiltà il sapiente giudizio del Santo Padre e chiediamo a Dio, solo per la sua gloria e per il bene di molti, che, con l'eventuale riconoscimento dell'esemplarità di Chiara, l'umanità e la storia possano conoscere nuovi sviluppi di pace, di unità e di fraternità universale».
Molti gli echi e i commenti suscitati dall'apertura della Causa riguardante la figura di Chiara Lubich. Significativo quanto dichiarato dal vescovo di Vasai, India, Felix Machado, in qualità di presidente dell'Ufficio per l'ecumenismo e il dialogo interreligioso della Federazione delle Conferenze Episcopali Asiatiche (Fabc): «L'Asia gioisce per l'apertura della causa di beatificazione di Chiara Lubich. È un passo che darà grande spinta al dialogo interreligioso».
Con l'inizio dell'Inchiesta diocesana la Chiesa attribuisce a Chiara Lubich il titolo di serva di Dio, e prosegue con la raccolta dei suoi scritti inediti e l'ascolto dei testimoni. Il Tribunale nominato dal vescovo Martinelli è composto da mons. Angelo Amati, in qualità di delegato episcopale, d. Emanuele Fawed-Kazah, promotore di giustizia, e dall'avv. Patrizia Sabatini, notaio. Da parte sua, la postulazione nominata dalla presidente dei Focolari è formata dal postulatore d. Silvestre Marques e da due vicepostulatori: Lucia Abignente e Waldery Hilgeman. Il Tribunale ha stabilito già la sessione seguente per ascoltare la testimonianza di Maria Voce, fissandola per il giorno 12 febbraio 2015.
L'iter per l'avvio della Causa era iniziato il 7 dicembre 2013, cinque anni dopo dalla morte della Lubich, nel settantesimo della fondazione dei Focolari e con la presentazione della richiesta formale al vescovo di Frascati Raffaello Martinelli da parte della presidente Maria Voce. Una domanda espressa in più occasioni da quanti si auguravano con questo atto una crescita di impegno spirituale e morale per il bene dell'umanità in molti. Paradigmatica la dichiarazione di Piero Taiti, esponente del dialogo con persone di culture non religiose promosso dai Focolari: «La stessa possibilità del dialogo è stata resa possibile a Chiara non al di là, ma proprio dentro la sua osservanza radicale della Parola, in cui molti di noi si sono ritrovati anche senza la stessa fede. Abbiamo partecipato in qualche maniera, senza sciocchi sincretismi, ad una ecclesia più vasta, potenzialmente contenente l'intera umanità senza confini di geografie e di culture diverse».
(S.I.F. – Servizio Informazione Focolare)

domenica 24 agosto 2014

Una donna di Gaza: solo Dio può cambiare questa realtà di morte


Il 23 luglio scorso la Radio Vaticana ha mandato in onda un'intervista ad una donna che abita nella Striscia di Gaza. La sofferenza raccontata dal vivo.
Tra la gente di Gaza intanto prevale lo sconforto, unico aiuto sono le parole del Papa e il sostegno delle tante preghiere nel mondo, come racconta al microfono di Gabriella Ceraso una giovane donna del Movimento dei Focolari che vive a Gaza e che per ragioni di sicurezza mantiene l'anonimato.

Ecco la trascrizione dell'intervista:

R. – Non esiste tregua al conflitto, vediamo solo morte, distruzione e rifugiati per le strade. È una cosa che non si può concepire, non si può credere. Vicino a noi c’è una scuola del servizio Onu per i Rifugiati, ci sono una settantina di persone che vivono in 50 metri quadrati, rifugiati sotto gli alberi. Come si fa a trovare pace in questa situazione?

D. – Come è cambiata la vostra vita da quando è iniziato il conflitto?
R. – Sinceramente, siamo un popolo già morto. Prima e dopo questa guerra nulla è cambiato. Siamo senza elettricità, senz'acqua, senza lavoro. I giovani stanno morendo psicologicamente: parli con loro e sembra di parlare con una persona di 70 anni senza aspettative nella vita e speranze. L'unica ambizione è avere almeno l'elettricità per due ore durante il giorno e trovare un po' di carburante

D. – Sia Hamas che le autorità di Israele finora hanno detto che non ci si può fermare, bisogna finire quanto iniziato. Lo pensa anche lei?
R. – Noi non abbiamo nessuna aspettativa. Tutto quello che abbiamo è la preghiera. Rivolgerci a Dio e affidarci a Lui, perché non c'è nessun governo che ci possa aiutare né arabo né straniero, neanche l'Onu può fare niente.

D. – E come può cambiare questa situazione?
R. – Se le cose dovessero cambiare sarebbe solo perché chi ha responsabilità e potere si ferma al cospetto di Dio. Solo Dio può fare la differenza, può cambiare i cuori pieni di odio, può cambiare questa realtà di morte e sofferenza.

D. – Vi giunge notizia delle preghiere e degli appelli del Papa per voi? Servono a sostenervi?
R. – Abbiamo ricevuto tutti i messaggi e gli appelli del Papa. Sappiamo che lui ci è vicino e chiede a Dio la nostra protezione con l'intercessione di Maria. E poi tutte le comunità cristiane intorno a noi ci chiamano ogni giorno per non farci sentire soli e ci sostengono con la preghiera. Tutto questo ci aiuta.

D. – Lei appartiene al Movimento dei Focolari e quindi alla spiritualità dell'unità che si costruisce con l'amore scambievole, come dice il Vangelo. Come fa a metterla in pratica ora ?
R. – Cerco ogni giorno al mattino e alla sera di tenere i contatti con famigliari e amici, sapere come stanno. Molti non hanno più una casa perché distrutta dalle bombe e noi stiamo accogliendo due famiglie rifugiate. Proprio ieri, parlando con loro dicevo: non pensate alla casa, alle cose materiali, l'importante è che siamo vivi e che stiamo insieme. L'importante è che ci siamo l'uno per l'altro. Poi, ogni giorno rendo lode a Dio per la grazia di un nuovo giorno di vita. Questo è già tanto: ancora esistiamo e ancora possiamo darci da fare.

D. – Se potesse lanciare un appello cosa direbbe?
R. – Vorrei rivolgermi a tutto il mondo, a nome del mio popolo, affinché torni a Dio, e si ricordi che a Gaza cristiani e musulmani siamo una sola famiglia, un unico popolo e un'unica vita, e stiamo subendo tutti la stessa sofferenza. Grazie».


giovedì 23 gennaio 2014

Amare la chiesa altrui come la propria


Papa Francesco, alla catechesi di ieri mercoledì 22, ha invitato tutti «a riconoscere con gioia i doni di Dio presenti in altre comunità». È bello poter guardare a tutti i discepoli di Gesù, a qualsiasi tradizione appartengano, con quell'occhio puro che sa cogliere la presenza dello Spirito ed apre ad un dialogo sincero, non su conquiste da fare o da vantare, ma sul comune desiderio di servire l'unico Signore e dare quella testimonianza di comunione «perché questo scandalo venga meno e non sia più tra noi».
Questo dialogo e questa apertura del cuore e della mente rappresenta una diaconia essenziale ed insostituibile affinché le nostre comunità siano e crescano secondo il Cuore di Dio. E questo a partire dalla "nostra" comunità, quella in cui siamo inseriti ed operiamo; a riconoscere in seno alla propria chiesa di appartenenza i doni che lo Spirito elargisce per l'utilità comune, senza gelosia o presunta superiorità.
«Paolo rimprovera i corinzi - dice papa Francesco - per le loro dispute, ma anche rende grazie al Signore "a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù, perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della conoscenza" (1,4-5). Queste parole di Paolo non sono una semplice formalità, ma il segno che egli vede prima di tutto (e di questo si rallegra sinceramente) i doni fatti da Dio alla comunità. Questo atteggiamento dell'Apostolo è un incoraggiamento per noi e per ogni comunità cristiana a riconoscere con gioia i doni di Dio presenti in altre comunità. Malgrado la sofferenza delle divisioni, che purtroppo ancora permangono, accogliamo le parole di Paolo come un invito a rallegrarci sinceramente delle grazie concesse da Dio ad altri cristiani. Abbiamo lo stesso Battesimo, lo stesso Spirito Santo che ci ha dato la Grazia: riconosciamolo e rallegriamoci».
«È bello – conclude il papa - riconoscere la grazia con cui Dio ci benedice e, ancora di più, trovare in altri cristiani qualcosa di cui abbiamo bisogno, qualcosa che potremmo ricevere come un dono dai nostri fratelli e dalle nostre sorelle».
Se il Vangelo ci comanda di amare il nostro prossimo come noi stessi, è altrettanto vero: "amare la chiesa altrui come la propria", presupposto per una reciprocità che dà testimonianza di quell'amore vicendevole che ci fa riconoscere come discepoli di Gesù (cf Gv 13,35).


mercoledì 25 gennaio 2012

La diversità, dono reciproco



Conversione di san Paolo

"Mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno" (1Cor 9,22).
Nel celebrare oggi la festa della Conversione di san Paolo, al termine della settimana di preghiera per l'unità dei cristiani, mi sono preso questo motto "farsi tutto a tutti", perché mi illumina sul modo di affondare e vivere il nostro rapporto con i cristiani di altre tradizioni.
Ho vissuto, in questa settimana, momenti di forte condivisione con i fratelli di altre chiese cristiane nella preghiera comune; ho pregato, assieme alla mia comunità, per il dono dell'unità; ho avuto modo di ascoltare diversi interventi sull'ecumenismo…
E mi sono chiesto: come vivere con frutto la grazia di questo momento?
Ho notato diverse posizioni, da chi, con verità, mette in risalto l'identità cattolica per il timore di livellare tutto, a chi guarda più ai rapporti con gli altri fratelli cristiani in un'amicizia che forse non ti soddisfa appieno, ma è piena di speranza…
È vero, il dialogo è fatto di un "andare" e un "venire", di un sapersi ascoltare ed accogliere nelle rispettive diversità.
L'impostazione, a senso unico, dell'identità cattolica potrebbe, a mio avviso, rischiare di metterci in una posizione di non saper ascoltare e conoscere fino in fondo l'altro.
Certo, per amare una persona devo conoscerla; per accoglierla devo "aprire la porta"…
Penso che questo non implichi una diminuzione della propria identità (a meno che non sia una difesa nei confronti della propria debolezza testimoniale), semmai mi spinge a "farmi uno" con l'altro… e la "conquista", di cui parla Paolo, è l'accoglienza reciproca di Gesù.
Lo "svuotarsi" del Figlio di Dio per "farsi servo di tutti" è modello per ciascuno di noi; Lui che non ha mai perso la sua identità (forse ha cercato spesso di nasconderla)!
Mi passano per la mente alcune scene (con i loro limiti, evidentemente) che mi possono aiutare a capire meglio tutto questo: l'incontro tra chi "vede bene" ed uno a cui potrebbe far difetto la vista; oppure tra chi ha difficoltà di deambulazione con chi cammina diritto.
Certo, il "farsi tutto a tutti" comporta non umiliare chi, secondo noi (e forse anche a ragione) non vede bene o cammina male, ma piuttosto farsi carico della sua cecità perché lui possa vedere con i miei occhi o camminare accompagnato dalle mie gambe robuste. È ovvio che per agire così occorrano reciproca fiducia e somma umiltà, sull'esempio di Gesù!
Al di là di ogni metafora, ritengo che fare esperienza dell'unità significhi accogliere in pienezza ciò che ci unisce ed accettare la diversità per scoprire in essa un dono reciproco, che ci arricchisce e ci porta, con speranza, verso mete non ancora esplorate.

(Icona: Pietro e Andrea, abbraccio ecumenico)



domenica 22 gennaio 2012

Trasformàti in Lui!


Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani

Tutti saremo trasformati dalla vittoria di Gesù Cristo, nostro Signore (1Cor 15,51-58).
È il tema scelto per questa settimana di preghiera per l'unità dei cristiani: il potere trasformante della fede in Cristo, particolarmente in relazione alla nostra preghiera per l'unità visibile della Chiesa, corpo di Cristo. La preghiera è una realtà potente nella vita di un cristiano. Quando i cristiani comprendono il valore e l'efficacia della preghiera in comune per l'unità di quanti credono in Cristo, essi cominciano ad essere trasformati in ciò per cui stanno pregando.
La preghiera per l'unità, dunque, non è un accessorio opzionale della vita cristiana, ma, al contrario, ne è il cuore. L'ultimo comandamento che il Signore ci ha lasciato prima di morire è stato quello della comunione fra i suoi discepoli, della loro unità come Lui e il Padre sono uno, perché il mondo creda. L'unità dei cristiani è un dono di Dio; a preghiera ci prepara a ricevere questo dono e ad essere trasformati in ciò per cui preghiamo.
Questi alcuni pensieri che colgo dai sussidi per questa settimana di preghiera. Alcuni però, che toccano particolarmente la mia sensibilità, parlano di una "trasformazione" in Colui che "non è venuto per essere servito, ma per servire…". Così, dai titoli dei vari giorni: Trasformati da Cristo, colui che serve; Trasformati dalla paziente attesa del Signore; Trasformati dal Servo sofferente. "Cristo… morì per voi"Trasformati dall'amore misericordioso di Dio.
Per essere meno indegni di ricevere il dono dell'unità, occorre mettersi nell'unica condizione possibile di reciproco amore nel nome di Cristo. Lui ci conduca "dall’arroganza della nostra disobbedienza all’umiltà del cuore"; ci renda "uno nello Spirito Santo, affinché nel servizio alle sorelle e ai fratelli possa rivelarsi il suo vero volto".
"Il paradosso divino è che Dio può trasformare la tragedia e il disastro in una vittoria. Egli trasforma tutte le nostre sofferenze e traversie, e l’enorme dolore della storia in una resurrezione che abbraccia il mondo intero. Mentre sembra essere sconfitto Egli è invece la vera vittoria che nessuno e nulla può superare".

Affinché la nostra preghiera, anche sincera, non resti inascoltata, mi sono di monito le parole del vangelo: "Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli" (Mt 7,21). E la volontà sua la conosciamo: "Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati" (Gv 15,12).