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domenica 9 agosto 2020

Diaconato, «l'estensione ideale tra Chiesa e mondo»


Arcidiocesi di Perugia-Città della Pieve
Lunedì 10 agosto il card. Bassetti ordina tre diaconi permanenti nella festa di San Lorenzo



Dal sito dell'Arcidiocesi, 8 agosto 2020:
Ricorre il 10 agosto la solennità di San Lorenzo, diacono e martire, titolare della cattedrale di Perugia. Questa ricorrenza, molto sentita dai fedeli perugini, è vissuta anche come la festa diocesana dei diaconi permanenti. È consuetudine del cardinale arcivescovo Gualtiero Bassetti ordinare alcuni diaconi nel giorno in cui la Chiesa celebra il Santo martire e diacono per eccellenza della carità. Anche quest'anno, seppur segnato dall'emergenza Covid-19, il cardinale ordinerà in cattedrale, lunedì pomeriggio (ore 18), tre diaconi che hanno completato il ciclo quinquennale di formazione. Si tratta di tre coniugati, da anni impegnati insieme alle mogli nelle loro parrocchie dove hanno maturato la vocazione al diaconato: Valerio Agostini, della parrocchia di Santa Petronilla di Perugia, nato nel 1954, consulente finanziario, sposato con Luana, genitori di sei figli di cui due in Cielo e una in affido definitivo; Fabio Costantini, della parrocchia della concattedrale dei Ss. Gervasio e Protasio di Città della Pieve, nato nel 1963, medico psichiatra, sposato con Barbara, genitori di cinque figli di cui una adottata e affetta da una grave disabilità; Sergio Lucaroni, in pensione, della parrocchia di Santa Petronilla di Perugia, nato nel 1958, sposato con Sandra, genitori di tre figli.

Il diaconato familiare del cardinale Bassetti. Tre storie esemplari di vita umana e cristiana presentate in un ampio servizio pubblicato nell'ultimo numero del settimanale cattolico La Voce, a cura di Mariangela Musolino, dedicato anche al diaconato permanente. Con i tre ordinandi, i diaconi permanenti nella comunità diocesana di Perugia-Città della Pieve sono una quarantina, numero cresciuto sensibilmente nell'ultimo decennio. Il cardinale Bassetti, nel valorizzare la figura del diacono permanente, come prevede il Concilio Vaticano II, ha parlato di recente di "diaconato familiare" per richiamare ancor di più l'attenzione dei cristiani all'importante ruolo svolto da tutti i componenti del nucleo familiare, in primis della moglie, nell'attività del diacono al servizio della comunità ecclesiale locale. In parrocchia il diacono permanente opera in diversi ambiti coadiuvando il parroco, dal servizio liturgico a quelli della carità e della catechesi ed evangelizzazione, oltre a ricoprire ruoli nell'amministrazione e gestione delle attività pastorali. «C'è un gran bisogno di famiglie che si prendano cura di altre famiglie - commentano il diacono Luigi Germini e la moglie Maria Rosaria, membri dell'equipe diocesana di formazione al diaconato -. La nostra caratteristica di famiglia diaconale è che non siamo più laici, ma viviamo nel mondo dei laici, quindi siamo l'estensione ideale tra Chiesa e mondo».

Il "Punto ristoro sociale Comune-Caritas S. Lorenzo". La solennità di San Lorenzo a Perugia è vissuta anche come giornata di riflessione sulla carità, nel richiamo della testimonianza evangelica del santo titolare della cattedrale il cui esempio è sempre attuale non solo per i diaconi, ma per tutti i credenti e gli uomini di buona volontà. Non è un caso che sia stato intitolato a San Lorenzo il "Punto ristoro sociale Comune-Caritas" di Perugia, più comunemente conosciuto come la "Mensa S. Lorenzo" ubicata nell'antico oratorio del quartiere del Carmine, in pieno centro storico. Questa mensa è attiva dal 2008, coordinata dall'assistente sociale Stella Cerasa, dove, dal lunedì al sabato, 70 persone in difficoltà (soprattutto anziane e sole) trovano ristoro e calore umano sentendosi come in famiglia. Anche nel giorno di San Lorenzo la mensa sarà aperta all'ora di pranzo, animata da volontari e operatori Caritas, una delle opere segno della Chiesa diocesana espressione di collaborazione concreta, in ambito sociale, tra Istituzioni civili e religiose del capoluogo umbro.

(Fonte: http://diocesi.perugia.it/solennita-san-lorenzo-diacono-martire-titolare-della-cattedrale-la-festa-dei-diaconi-permanenti-lestensione-ideale-chiesa-mondo/)

venerdì 3 luglio 2020

Un giogo che è luce


14a domenica del Tempo ordinario (A)
Zaccaria 9,9-10 • Salmo 144 • Romani 8,9.11-13 • Matteo 11,25-30
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Ti rendo lode, Padre…
"Padre": era inaudito per un ebreo rivolgersi a Dio con tale appellativo.
Gesù è felice di suo Padre, di come si comporta, di quel che opera. È stupito, incantato per quello che il Padre fa, del suo modo di agire che non rispetta le regole e la logica in vigore presso gli uomini: «Ti rendo lode, o Padre, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli».
Dio rivela le sue "cose", il suo Regno, la sua vicinanza in Gesù, non a chi è "sapiente e dotto" - gli scribi, i farisei e quanti, compiaciuti del proprio potere culturale, economico, politico o sociale, prendono le distanze dagli altri -, ma a chi sa farsi "piccolo": i poveri, donne, bambini, pubblicani e peccatori, che socialmente e religiosamente non contano, ma aderiscono a Gesù. I "piccoli" letteralmente sono gli "infanti", i bambini che non sanno ancora parlare, ma una parola la sanno dire, perché l'hanno imparata da Gesù: "Abbà". In definitiva, sono i discepoli, come Maria; sono quelli che si riconoscono "bambini" davanti a Dio; sono i "poveri in spirito".

Tutto è stato dato a me dal Padre mio…
Questa Rivelazione ci arriva in Gesù, perché Lui è in rapporto particolare col Padre: «Tutto mi è stato dato dal Padre mio: nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio». Tra Gesù e Dio c'è una "conoscenza", che è comunione di vita, reciproca ed insostituibile, un rapporto unico di Figlio-Padre. Soltanto Dio, in quanto Padre, sa chi è Gesù e allo stesso modo solo Gesù conosce Dio in quanto Padre, che, attraverso Lui, ama tutti gli esseri di cui è Creatore e Signore.
Anche altri, però, possono essere introdotti in tale rapporto: «e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo». Sono i "piccoli", ai quali Dio si rivela attraverso Gesù. L'uomo è accolto nella comunione d'amore col Padre, nella misura in cui entra in comunione con Gesù. Ogni volta che, nel rapporto con la parola di Gesù, noi facciamo un passo avanti nella scoperta del Padre e nella relazione filiale con Lui, Gesù è felice:«Ti rendo lode, o Padre…».

Venite a me, voi tutti…
È per questo che ci rivolge un invito pressante ad accogliere il suo annuncio, ad accettare Lui come il nostro Maestro: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi... Imparate da me, che sono mite e umile di cuore». Mettersi alla scuola di Gesù, perché egli non è un Maestro come gli altri: il suo rapporto di abbandono fiducioso e obbediente al Padre (umiltà) genera la sua relazione di attenzione misericordiosa agli altri (mitezza): «Imparate da me che sono mite ed umile di cuore».

E ciò che egli chiede ai discepoli («Prendete il mio giogo sopra di voi») è Lui a portarlo con noi, perché è "suo". Il "giogo" è simbolo della Legge mosaica o della Sapienza: qui indica l'insegnamento di Gesù, il suo Vangelo.
«Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero»: anche se le sue esigenze sono molto più radicali di quelle contenute nella Legge di Mosè, Gesù ha semplificato e concentrato la "legge" nel comandamento dell'amore. Uniti a Lui, ci viene comunicato il suo Spirito, che ci trasmette la sua stessa capacità di amare.

Il segreto: prendere il "giogo" di Gesù, mettere in pratica le sue parole. Ogni parola del Vangelo non è una "legge", ma una "luce", che ci fa riscoprire ogni volta il rapporto di Gesù col Padre, nel quale è innestato il nostro rapporto.

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Io sono mite e umile di cuore (Mt 11,29)
(vai al testo…)

PDF formato A4, stampa f/r per A5:


Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata
 Io sono mite e umile di cuore (Mt 11,29) - (09/07/2017)
(vai al testo)
 Sono mite e umile di cuore (Mt 11,29) - (06/07/2014)
(vai al testo)
 Io sono mite e umile di cuore (Mt 11,29) - (03/07/2011)
(vai al testo)

Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
  Amare il Padre e il prossimo col cuore di Gesù (07/07/2017)
  I "piccoli" la predilezione del Padre (04/07/2014)

Vedi anche il post: Mite e umile di cuore (03/07/2011)

Commenti alla Parola:
  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 7.2020)
  di Cettina Militello (VP 5.2017)
  di Gianni Cavagnoli (VP 5.2014)
  di Marinella Perroni (VP 5.2011)
  di Enzo Bianchi
  di Lectio divina: Abbazia Santa Maria di Pulsano

venerdì 19 giugno 2020

Non abbiate paura!


12a domenica del Tempo ordinario (A)
Geremia 20,10-13 • Salmo 68 • Romani 5,12-15 • Matteo 10,26-33
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Quello che io vi dico nelle tenebre ..... annunciatelo dalle terrazze
Gesù invia i discepoli di tutti i tempi a portare la "buona notizia", a dire e ad annunciare quello che diceva Lui e operando quello che operava Lui, anzi... lasciando che Lui continui a dire e ad operare attraverso di loro.
Gesù desidera trasmetterci la certezza che riempie il suo cuore: del suo Vangelo tutti gli uomini hanno un assoluto bisogno. Vuol rivelarci che Dio è il Padre che attraverso il proprio Figlio chiama tutti a essere felici della sua stessa felicità.
Gesù parlava alle folle, ma poi "sbriciolava" e spiegava in tutti i particolari ai più intimi, ai suoi discepoli in un prolungato cammino educativo. Quanto essi hanno ascoltato, appreso e vissuto nel rapporto con Gesù è un'esperienza così ricca, è un dono così vertiginoso che non può rimanere dentro la loro cerchia, a loro uso e consumo. Ma tutti gli uomini devono esserne partecipi. Tutti devono saperlo. Il messaggio di Gesù deve raggiungere tutti. Per questo i discepoli dovranno ricorrere ad ogni espediente, servirsi di ogni mezzo, dalla parola detta o scritta agli strumenti sempre più vari e potenti della comunicazione. Un annuncio pubblico, che non trascura nessuna persona, nessuna fascia di età, nessuna categoria. Un annuncio integrale, che proclama cioè tutte le parole di Gesù, senza farne una selezione a seconda dei gusti di chi offre l'annuncio o di chi lo riceve.

Non abbiate paura…
Gesù non ci illude. Sa bene che questa opera di annuncio non è indolore. Per questo incoraggia i suoi per ben tre volte, in un testo pur così breve: "Non abbiate paura!".
All'uomo abituato a convivere con la paura, a trascinarsi prigioniero della paura, Dio offre la grande assicurazione che, quando c'è Lui e l'uomo accetta la sua compagnia, la paura non ha più ragion d'essere e viene superata. A Gesù sta veracemente a cuore che i suoi non cedano alla paura lasciandosi ridurre al silenzio e diventando infedeli alla missione. Gesù richiama alcuni motivi che potranno sostenerli nel combattere e vincere la paura.

Nulla vi è di nascosto che non sarà svelato…
La parola di Gesù, anche se affidata a pochi nel segreto, anche se inizialmente rifiutata e fallimentare, si farà strada e avrà uno sviluppo, come il seme di un albero (cfr. Mt 13,31-32). Dio stesso, attraverso il suo Spirito, si incaricherà di far conoscere e diffondere il messaggio di Gesù ("sarà svelato" da Dio, si intende). Tutta l'opera evangelizzatrice la conduce il Padre e lo fa attraverso i discepoli ("ditelo nella luce, annunciatelo dalle terrazze").

E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima
Gesù non promette ai discepoli che saranno loro risparmiati i mali che temono. Ma vuole aprire loro gli occhi e far capire loro dove sta il vero bene e il vero male. La vita terrena non è il bene più grande, come la morte non è il male più grande. Il vero bene è la vita eterna, "piena", con Dio; il vero male è essere privati di Dio. È questo il senso della contrapposizione: non temere gli uomini che al massimo possono togliere la vita fisica; temere, invece, Dio, amandolo attuando la sua volontà, Lui che è infinitamente più potente dei persecutori e dal quale dipende il nostro destino definitivo, la vita eterna o la rovina eterna. Gesù ci invita a essere "realisti", a discernere con lucidità ciò che è essenziale, ciò che vale e per esso a metterci interamente in gioco, anche se questo dovesse comportare la perdita della vita fisica. Il "martirio", che vuol dire "testimonianza", è la forma più alta di annuncio. I martiri sono coloro che hanno annunciato il Vangelo, dando la vita per amore... Ogni giorno, però, noi possiamo dare alla nostra vita la dimensione del "martirio", quando, sapendo morire a noi stessi, compiamo ogni gesto nella radicalità dell'amore a Dio e al prossimo. Testimoniamo così che il valore più alto non è la vita terrena e ogni forma di benessere o di successo, da ricercare o conservare a ogni costo. Ma mostriamo in modo credibile che il valore più alto è il nostro legame con Dio e con la sua volontà, e per esso sappiamo impegnare coraggiosamente la nostra esistenza in ogni sua espressione.

Due passeri... voi valete di più
Il terzo motivo su cui Gesù fonda l'esortazione a bandire ogni timore è l'amore paterno e provvidente di Dio per ciascuno dei suoi figli. Dio si prende cura di ogni creatura a tal punto che neppure un passerotto è trascurato da Lui: "non cadrà a terra senza il volere del Padre vostro". Più propriamente: "senza il Padre vostro". Cioè il Padre è al corrente della morte dell'uccellino e non la impedisce, perché questa rientra nel suo disegno d'amore. Ma non è indifferente e lontano, bensì presente, partecipe della tragedia della sua piccola creatura, soffrendola in qualche modo con lei. Quanto più - conclude Gesù - il "Padre vostro" avrà sollecitudine di voi. È vero, non ci libererà dalla morte, ma - se essa è prevista nel suo piano d'amore – il Padre la vivrà con noi, come tenendoci in braccio, perché ognuno dei suoi figli è prezioso ai suoi occhi, come preziose sono le loro sofferenze e il loro impegno di rimanergli fedeli. E tutto lo interessa di noi: "Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati", un amore che arriva a preparare anche i dettagli... È un sogno da non rimuovere: imparare a scaricare ogni problema, che può inquietarci, nel cuore del Padre. Arrivare ad essere così tanto sicuri di Lui da poter smettere di preoccuparci di noi.

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Non abbiate paura (Mt 10,31)
(vai al testo…)

PDF formato A4, stampa f/r per A5:


Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata
Non abbiate paura (Mt 10,31) - (25/06/2017)
(vai al testo)

Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
  Non abbiate paura… Voi valete di più (23/06/2017)

Commenti alla Parola:
  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 6.2020)
  di Cettina Militello (VP 5.2017)
  di Enzo Bianchi
  di Lectio divina: Abbazia Santa Maria di Pulsano

(Immagine: Alle spalle e di fronte mi circondi (Sal 138), acquarello di Maria Cavazzini Fortini, giugno 2020)

domenica 19 aprile 2020

Ora è il nostro momento


Ho ricevuto la riflessione, che di seguito riporto, sulla presenza del diacono nell'attuale situazione di crisi globale.
È del diacono Enzo Petrolino, Presidente della Comunità del Diaconato in Italia.



Ora è il nostro momento, ora è la nostra diaconia
Il ministero diaconale al tempo della crisi


Quando ci preparavamo per iniziare la Quaresima, ci arrivavano notizie dai media della diffusione di un virus in Cina, gradualmente la notizia cominciò a diventare allarmante. In breve tempo abbiamo scoperto che si chiamava Coronavirus (mai sentito prima d'ora). Pensavamo che la cosa non ci riguardasse, invece l'espansione del COVID19 (altro nome coniato) ha investito l'Italia, e successivamente gli altri paesi d'Europa, in maniera prepotente e devastante. L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha offerto subito la profilassi di fronte a questa epidemia, che è presto diventata pandemia. Come era successo nelle differenti zone in Cina, così anche da noi, prima nella zona settentrionale dell'Italia e poi in tutto il Paese, tutti siamo stati confinati a casa in una quarantena, una situazione che, in un modo o nell'altro, è arrivata a cascata in quasi tutti i contenti del mondo. Inizialmente si era detto che la quarantena sarebbe durata poco, quindici giorni, poi è stata estesa a più di un mese ed ora fino al 3 maggio. In questa situazione eccezionale, che a memoria degli anziani che hanno vissuto le diverse guerre o epidemie non era mai accaduto un evento così globale, il numero di infetti sale ogni giorno, così come quello dei morti, e fortunatamente va molto meglio la situazione dei guariti. Siamo scioccati, siamo profondamente feriti da tutta la sofferenza che percepiamo intorno a noi: i defunti senza un commiato, le loro famiglie senza un conforto, i malati, coloro che perdono il lavoro... è successo tutto così inaspettatamente e bruscamente che dobbiamo cogliere una prospettiva nuova per scoprire proprio ora la presenza di Dio mentre, a prima vista, percepiamo solo dolore e desolazione. Con questa riflessione voglio tentare un primo approccio per capire di che prospettiva stiamo parlando.

Quaresima è diventata una "quarantena"
Progressivamente i diaconi, come il resto dei nostri concittadini, sono stati "rinchiusi" nelle loro famiglie. Disertati Eucaristia pubblica, celebrazione dei sacramenti, incontri; abbiamo lasciato coloro che accompagnavamo nelle diverse aree affidate al nostro ministero riducendo le nostre attività pastorali che svolgevamo all'esterno. I diaconi sono persone d'azione, forse tendiamo a misurare la nostra dedizione e il nostro servizio in base a ciò che "facciamo", così man mano che passano i giorni della "quarantena" ci siamo chiesti: Come contribuire in qualità diaconi a questo momento unico del nostro mondo e della nostra chiesa? La "quarantena" sta diventando un momento di rallentamento. Abituati a vivere in fretta, ad avere un'agenda piena di attività, per misurare l'impegno e il servizio per ore, giorni, settimane... percepiamo che la vita si è fermata. Ci sentiamo sopraffatti dal non poter "fare" le cose, così come eravamo abituati. In questi giorni risuonano incessantemente dentro di noi queste domande. Cosa stiamo facendo della vita? Cosa succede a questo mondo, a questo pianeta? Purtroppo solo quando facciamo i ritiri o gli esercizi spirituali abbiamo un tempo simile, prolungato, per esaminare la vita alla presenza di Dio. Un tempo per rinnovare la centralità di Dio nella vita. La sola responsabilità di questa pandemia è degli esseri umani, mai di Dio che desidera il meglio per le sue figlie e i suoi figli, è anche nostra responsabilità convertire così tanto dolore e sofferenza, così tante domande e smarrimento in un vero Kairos nella nostra vita.

La "quarantena" vissuta in famiglia
Quante volte abbiamo ascoltato dai diaconi che il primo posto per l'esercizio del nostro ministero è la famiglia stessa. Questo momento ci dà la possibilità di vivere l'esperienza di un tempo lungo e denso, in quantità e qualità, con le nostre famiglie, al fine di rendere possibile a ciascuna essere piccole chiese domestiche, con le loro luci e ombre, per sostenersi a vicenda, per aiutare le speranze e i sogni di ogni membro affinché possano essere realizzati, secondo il progetto che Dio ha per tutti. Essere in grado di accompagnare con tempo e delicatezza se c'è dolore, malattia, frustrazione. Anche per condividere con loro l'assurdità di questa situazione, le cause e i suoi effetti, le speranze e i cambiamenti necessari e presentarli al Padre.

La "quarantena" vissuta come solitudine
Siamo abituati ad andare da un posto all'altro, percorrendo molte volte lunghe distanze per esercitare il nostro ministero, lavorare, andare in vacanza in estate. All'improvviso siamo confinati tra le mura delle nostre case, a volte piccole e molto limitate, soprattutto quelle dei poveri. Le persone più vulnerabili pagano sempre il prezzo più alto della crisi. E quando iniziamo a sentire l'impotenza sterile di non poter "fare" nulla, ci sentiamo interrogati dalle persone che normalmente accompagniamo, in particolare i malati, quelli che vivono soli, i più vulnerabili ed emarginati, che possiamo presentare al Signore nella preghiera. Possiamo anche chiamarli telefonicamente per mantenere un dialogo sereno e rassicurante, che oltre a fornire sicurezza e fiducia, può rilevare possibili esigenze di qualsiasi tipo, di cui potremmo occuparci. Un appello per rendere reale che la Comunità è fatta da persone, non da "templi", da situazioni di vita condivise alla luce della fede, non da strutture, a volte così anti-evangeliche. Questa è una "quarantena" per guardare attraverso le nostre finestre: strade vuote, strade senza automobili, animali che occupano spazi pubblici e che ci ricordano che questi luoghi appartenevano a loro, prima che li invadessimo. Finestre che ci consentono di vedere cieli e acque più trasparenti e puliti e di chiederci cosa stiamo facendo con questa creazione! Finestre che ci ricordano altre finestre del mondo, un mondo interconnesso e interconnesso nel bene e nel male, che ci dice che siamo parte di un singolo pianeta, al di là di paesi, nazioni, confini, lingue e religioni...
Finestre che ci mostrano, in prima persona e in modo eccezionale, ciò che milioni di esseri umani vivono quotidianamente in così tanti posti nel mondo. Finestre che ci parlano di altre epidemie ancora presenti, ma dimenticate oggi. L'Organizzazione Mondiale della Sanità ci ricorda la situazione nell'Africa occidentale con l'Ebola, presente dal 2014, con oltre 30.000 persone infette e 11.000 morti. O nell'Africa sub-sahariana, la malaria, che nel solo 2018 ha causato 228 milioni di infetti e 405.000 morti. O nel mondo, con la dengue, che causa 390 milioni di infezioni all'anno, o il morbillo, praticamente sradicato nel primo mondo, ma che nel solo 2017 ha causato 110.000 morti. Ma ovviamente, tutto ciò accade in finestre molto lontane da quelle del nostro primo mondo, praticamente non li vediamo e non hanno alcuna incidenza sui nostri giornali o televisioni. Mi chiedo con preoccupazione e sofferenza: dove saranno confinati così tanti milioni di esseri umani senza tetto? Come faranno così tante persone che non hanno l'acqua a lavarsi le mani? Quali effetti avrà il coronavirus in Africa?
Ciò che normalmente passava inosservato, ciò che non veniva valutato, ciò che non contava, ora acquisisce rilevanza, servizio evangelico, diaconia: il lavoro dei dipendenti nei supermercati, i poliziotti, i trasportatori, i tassisti... senza dimenticare il lavoro di tutto il personale sanitario negli ospedali, nelle case di cura, grazie al quale possiamo recuperare e mantenere la vita. L'esempio silenzioso di tanti fratelli e sorelle che stanno rendendo reale la sequela di Gesù in favore dell'ultimo: laici uomini e donne, uomini e donne religiose, persone consacrate, diaconi, sacerdoti e vescovi. Hanno perso la vita più di cento preti e un diacono.
Questo può essere un buon momento per rivedere il nostro diaconato sull'esempio di così tante brave persone, a volte eroi, che non esitano a dare la vita per gli altri. Una "quarantena" in cui vediamo quanti nostri concittadini finiscono sulla strada perché perdono temporaneamente o permanentemente il proprio lavoro. In un momento critico in cui così tanti i governanti pongono la crescita economica davanti alla salute dei cittadini. Dove proiettando la crisi economica che già tocca tanti di noi, è difficile investire oggi e salvare vite umane, perché a tempo debito si preferiva investire di più in altri interessi meschini, come il traffico delle armi, dimenticando la ricerca, la salute, i servizi igienico-sanitari. Una "quarantena" in cui il bene più prezioso è una mascherina o un respiratore. Una situazione di depredazione economica internazionale, laddove nascono interessi nascosti di mercato solo di pochi. Un tempo che fa avverare le parole di Papa Francesco in modo terribile e sanguinoso: "questa economia uccide". Se diciamo di seguire Gesù, una volta superata questa situazione, dovremo stare con gli occhi ben aperti e mantenere alte le nostre voci per difendere la giustizia sociale in difesa di un lavoro dignitoso per tutti. Come diaconi e cristiani, questa "quarantena" può attivare e rafforzare la nostra umiltà e la nostra identità. Umiltà, perché viviamo quanto siamo piccoli e vulnerabili, guardando l'esempio di servizio di così tante donne e uomini nei confronti dei loro simili. E la nostra identità, perché ri-sperimentiamo che prima di "fare" c'è l'"essere", lo sanno innanzitutto i diaconi, i cristiani, i cittadini, gli esseri umani. Speriamo che questa "quarantena" rafforzi criticamente ed evangelicamente ciò che siamo, come seguaci e seguaci di Gesù, servitori. In questi giorni ho letto il numero quattro delle Norme sulla formazione dei diaconi permanenti della Santa Sede. Lì ci viene ricordato che il diacono - come i presbiteri e i vescovi - partecipa in modo specifico a Cristo e al suo ministero, per essere strumento a favore del mondo e della Chiesa. Essere i suoi strumenti, soprattutto nel servizio, nella diaconia. Approfittiamo di questa "quarantena", per combattere il coronavirus, sostenendo le vittime e cercando di trasformarlo in un tempo di grazia, per essere diaconi veri. Vale a dire, per registrare nella parte più intima del nostro cuore e della nostra anima, tutto ciò che oggigiorno stiamo vivendo e sperimentando, dove Dio è presente e ci parla. E "facciamo" ora, con tutti gli impedimenti che percepiamo, ciò che il Signore ci chiede mettendo in campo così tante possibilità, in modo che alla fine di questo momento difficile, il nostro servizio e il nostro ministero diaconale possa essere un mezzo più efficace per divenire strumenti di Gesù servitore oggi e qui, perché nulla sarà come prima. Dobbiamo renderci conto e responsabilmente coscienti che il diaconato è una realtà in rapida evoluzione, il cui numero cresce con forza sia a livello globale che nei diversi continenti, aumentando del 10% nel quinquennio 2013-2017, passando da 44.195 a 47.504 diaconi.

Vorrei chiudere con due notizie tristi che ci toccano da vicino: la morte del primo diacono permanente di coronavirus, il francescano americano John-Sebastian Laird-Hammond e la morte del primo diacono permanente italiano a cui il Covid-19 non ha lasciato scampo, Maurizio Bertaccini, medico che ha lottato con il virus ma la malattia purtroppo non lo ha risparmiato ed è morto all'età di 68 anni.
Mi piace ricordare questo nostro confratello che lascia quattro "famiglie": quella naturale, la comunità di Montetauro, la diocesi e l'ordine dei medici. La moglie nel salutare il marito ha detto: "Maurizio è volato al Padre tra le braccia amorose della mamma del Cielo". Maurizio si era trasferito con la famiglia a Montetauro, per seguire più da vicino la comunità di stile dossettiano, Piccola Famiglia dell'Assunta di Montetauro, nella quale si è formato e nella quale ha fatto la professione insieme alla moglie, poco prima dell'ordinazione diaconale. Dal loro matrimonio sono nati sei figli naturali, più uno adottivo e tre in affido. La figlia maggiore della coppia si è consacrata nella Piccola Famiglia dell'Assunta di Montetauro, realtà che accoglie e accudisce anche bambini e adulti con gravi e gravissime disabilità e patologie, oltre ad occuparsi del recupero e qualificazione umana, culturale e professionale nonché inserimento sociale di persone che si trovano in stato di bisogno, handicap o emarginazione. La Piccola Famiglia ha aperto due Case in Italia, in Cina e nella Diocesi di Rimini. Uomo di grande fede, nel 1997 è stato ordinato diacono permanente dal Vescovo Mariano De Nicolò. Prestava servizio presso la parrocchia Santa Innocenza di Montetauro di Coriano e nella comunità della Piccola Famiglia dell'Assunta. "La morte del diacono Bertaccini è un grande dolore per comunità diocesana e diaconale. – ha scritto il delegato Diocesano per il diaconato, don Maurizio Fabbri – in questi giorni della settimana di Pasqua siamo certi che Maurizio potrà godere, quale 'servo buono e fedele', della pace col suo Signore risorto. Affidiamo al Signore anche Maria e la sua grande famiglia, perché trovino consolazione e fortezza nella fede". La sua scomparsa lascia addolorate migliaia di persone che lo hanno apprezzato come medico, uomo e come diacono.

Preghiamo di lasciarci dietro la quaresima e la quarantena e che durante i cinquanta giorni pasquali il coronavirus possa crollare in tutto il mondo, come un altro frutto della vittoria di Cristo sulla morte. Nel frattempo, preghiamo ed agiamo perché a nessuno manchi ciò che è necessario per affrontare questa pandemia e che presto avremo un vaccino per l'immunizzazione globale.
Oggi tutti noi dovremo fare la nostra parte, i diaconi dovranno continuare a "fare" la loro, rafforzando ora il nostro "essere" servi.
Il Signore è risorto, alziamoci tutti con Lui, Alleluia!

(Immagini del diacono Maurizio Bertaccini, medico, marito e padre)

domenica 29 marzo 2020

«Vieni fuori!»


Tante ragazze sono uscite dal sepolcro dello sfruttamento e dell'indifferenza, perché qualcuno, a nome di Gesù, ha detto a loro: «Vieni fuori!».
L'esperienza di Casa Rut, a Caserta: una casa di accoglienza dove, grazie all'accompagnamento delle suore orsoline, le ragazze cercano di ricostruire la loro vita, ritrovando dignità e libertà; e il coraggio di aiutare altre donne a spezzare le catene dello sfruttamento.



«Girando per le strade di Caserta, racconta suor Rita Giaretta, vedevamo tante ragazzine migranti.
L'8 marzo del 1997, con le suore di casa Rut, riempiamo il bagagliaio della nostra vecchia auto con vasetti di primule e andiamo a incontrare quelle ragazze. Regaliamo ad ognuna una piantina con un biglietto: "Cara amica e sorella, con questo gesto vogliamo dirti che qualcuno pensa a te con amore".
Ricordo la commozione e la delicatezza di quel primo incontro. Ricordo la loro paura iniziale, poi l'apertura, le confidenze disperate fino alle preghiere a mani giunte: "Tornate! Tornate! No buono questo lavoro". E da quel momento capiamo che quello è il nostro posto, è il mio!
Quell'8 marzo è l'inizio di una serie di incontri sconvolgenti. Ogni quindici giorni andiamo a trovarle. Loro ci aspettano e noi siamo contente di incontrarle. Man mano che cresce la fiducia, le ragazze stesse, consegnandoci le loro storie di violenza fisica e psicologica, ci aprono gli occhi e il cuore su quella drammatica e infame realtà: la Tratta delle donne (anche minorenni) a scopo di sfruttamento.
La strada e l'incontro con le ragazze "catechizzano" noi suore. Queste donne, da tutti etichettate come "prostitute", scuotono la nostra vita di donne, di consacrate. Non possiamo più nasconderci... dobbiamo "starci", accogliere le inquietanti provocazioni, dobbiamo agire.
Quelle giovani donne sono delle vittime. Il loro grido di dolore: "Aiutami! Aiutami!" è un pugno nello stomaco. L'incontro con i loro volti, l'ascolto delle loro storie è per noi una nuova chiamata: accogliere e vivere il Vangelo della vita. Le ragazze vedono che continuiamo ad andare, senza giudicare e iniziano a fidarsi di noi. Allora qualcuna chiede di salire in macchina con noi e le portiamo a casa nostra. Aggiungiamo dei letti e la casa si riempie... E non basta più.
Scegliamo una casa più grande nel cuore della città, nel corso che porta alla Reggia di Caserta. Lì i condomini non ci vogliono. Ma con tanta pazienza, salutando sempre per prime, dopo un anno succede un miracolo: un condòmino ci chiede se una ragazza può fare da babysitter ai suoi figli.
Casa Rut nasce per essere casa accogliente, volto della tenerezza di Dio. Lì non si giudica, ma si ama soltanto. Ci inginocchiamo di fronte a storie così dolorose, cercando di diventare balsamo per le ferite che sanguinano.
Ogni ragazza ha la sua storia e per ognuna cerchiamo la soluzione migliore per ridarle un futuro. Non c'è cosa più bella, miracolo più grande che vedere rifiorire quei volti puliti, rigenerati perché semplicemente amati».


sabato 21 marzo 2020

Quaresima 2020: Lasciarci riconciliare con Dio [5]


Concludo queste brevi riflessioni sul Messaggio di papa Francesco per questa Quaresima.

In questo dialogo aperto e sincero con Dio, insistente è l'appello a lasciarsi riconciliare con Lui.
Guardo alla situazione attuale di sofferenza: è fissare lo sguardo e sentire compassione per le piaghe di Cristo crocifisso presenti nelle tante vittima innocenti… nei disastri ambientali…, nelle persone colpite da questo virus micidiale, in quelle che con dedizione assoluta si prodigano per alleviare le loro sofferenze.
Abbiamo bisogno di condividere i propri beni con i più bisognosi, come partecipazione personale all'edificazione di un modo più equo.
La condivisione di tutte le situazioni di sofferenza rende l'uomo più umano; il pensare solo a sé lo abbruttisce, chiudendolo nel proprio egoismo.
Questo cammino quaresimale così speciale e, direi, "originale" è l'occasione propizia offertaci per essere sempre più veri discepolo di Cristo e diventare sale della terra e luce del mondo.

mercoledì 18 marzo 2020

Coronavirus, Papa Francesco: "Non sprecate questi giorni difficili"


La Repubblica: 18 Marzo 2020 - Intervista al pontefice

CITTA' DEL VATICANO - "In questi giorni difficili possiamo ritrovare i piccoli gesti concreti di vicinanza e concretezza verso le persone che sono a noi più vicine, una carezza ai nostri nonni, un bacio ai nostri bambini, alle persone che amiamo. Sono gesti importanti, decisivi. Se viviamo questi giorni così, non saranno sprecati". Papa Francesco vive le sue giornate in Vaticano seguendo da vicino le notizie intorno all'emergenza del coronavirus. Due giorni fa è andato a Santa Maria Maggiore e nella chiesa di San Marcello al Corso per pregare. A Repubblica racconta cosa questi giorni gli stanno insegnando.

Santo Padre, cosa ha domandato quando è andato a pregare nelle due chiese romane?
"Ho chiesto al Signore di fermare l'epidemia: Signore, fermala con la tua mano. Ho pregato per questo".

Come si possono vivere questi giorni affinché non siano sprecati?
"Dobbiamo ritrovare la concretezza delle piccole cose, delle piccole attenzioni da avere verso chi ci sta vicino, famigliari, amici. Capire che nelle piccole cose c'è il nostro tesoro. Ci sono gesti minimi, che a volte si perdono nell'anonimato della quotidianità, gesti di tenerezza, di affetto, di compassione, che tuttavia sono decisivi, importanti. Ad esempio, un piatto caldo, una carezza, un abbraccio, una telefonata... Sono gesti familiari di attenzione ai dettagli di ogni giorno che fanno sì che la vita abbia senso e che vi sia comunione e comunicazione fra noi".

Solitamente non viviamo così?
"A volte viviamo una comunicazione fra noi soltanto virtuale. Invece dovremmo scoprire una nuova vicinanza. Un rapporto concreto fatto di attenzioni e pazienza. Spesso le famiglie a casa mangiano insieme in un grande silenzio che però non è dato da un ascolto reciproco, bensì dal fatto che i genitori guardano la televisione mentre mangiano e i figli stanno sul telefonino. Sembrano tanti monaci isolati l'uno dall'altro. Qui non c'è comunicazione; invece ascoltarsi è importante perché si comprendono i bisogni dell'altro, le sue necessità, fatiche, desideri. C'è un linguaggio fatto di gesti concreti che va salvaguardato. A mio avviso il dolore di questi giorni è a questa concretezza che deve aprire".

Tante persone hanno perso i propri cari, tante altre lottano in prima linea per salvare altre vite. Cosa dice loro?
"Ringrazio chi si spende in questo modo per gli altri. Sono un esempio di questa concretezza. E chiedo che tutti siano vicini a coloro che hanno perso i propri cari, cercando di accompagnarli in tutti i modi possibili. La consolazione adesso deve essere impegno di tutti. In questo senso mi ha molto colpito l'articolo scritto su Repubblica da Fabio Fazio sulle cose che sta imparando da questi giorni".

Cosa in particolare?
"Tanti passaggi, ma in generale il fatto che i nostri comportamenti influiscono sempre sulla vita degli altri. Ha ragione ad esempio quando dice: "È diventato evidente che chi non paga le tasse non commette solo un reato ma un delitto: se mancano posti letto e respiratori è anche colpa sua". Questa cosa mi ha molto colpito".

Chi non crede come può stare con speranza di fronte a questi giorni?
"Tutti sono figli di Dio e sono guardati da Lui. Anche chi non ha ancora incontrato Dio, chi non ha il dono della fede, può trovare lì la strada, nelle cose buone in cui crede: può trovare la forza nell'amore per i propri figli, per la famiglia, per i fratelli. Uno può dire: "Non posso pregare perché non credo". Ma nello stesso tempo, tuttavia, può credere nell'amore delle persone che ha intorno e lì trovare speranza".


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La Repubblica: 16 Marzo 2020, di Fabio Fazio

Sono giorni durissimi in cui abbiamo tutti modo di riflettere sul significato delle parole e su tutti quei gesti quotidiani piccoli e preziosi che ci mancano.
Stiamo vivendo la prova più dura e inattesa che ci potessimo trovare di fronte ma potremmo uscirne migliori per davvero se, lasciando da parte paura o al contrario rimozione, provassimo a fare un esercizio di consapevolezza. Per imparare a guardare in noi stessi, per provare ad ascoltarci e a specchiarci nell’altro e soprattutto per ordinare le cose da cui ricominciare.
Sì, proviamo a mettere ordine, non solo nei cassetti di casa e nelle tasche dei vestiti dimenticati nell’armadio, ma in noi stessi.
Propongo un esercizio che potrà tornarci utile per quando arriveranno giorni migliori. E, stiamone certi, arriveranno.
Mettiamo in fila, tutti insieme, le cose che ogni giorno stiamo imparando. Che sono tante. Tantissime, quante sono le parole.

Elenco delle cose che ho imparato.

1. Devo rimettere in ordine la mia scala di valori per scoprire quel che veramente è importante.
2. Quando tutto ciò sarà finito, devo attenermi alla suddetta scala di valori.
3. La cosa che di sicuro più conta è stare vicini alle persone a cui vogliamo bene. Nulla è più importante di un abbraccio ai nostri figli.
4. Devo ricordarmi che è ora di riconnettermi con la Terra e con l’ecosistema: solo rispettandone l’equilibrio ne saremo rispettati e saremo preservati.
5. Mi sono reso conto che le cose capitano anche contro la volontà degli uomini: non siamo onnipotenti.
6. Ho riscoperto il valore di alcune parole e concetti che troppo in fretta avevamo liquidato: Stato sociale per esempio. Solidarietà, per fare un altro esempio.
7. È diventato evidente che chi non paga le tasse non commette solo un reato ma un delitto: se mancano posti letto e respiratori è anche colpa sua.
8. Mi sono ripromesso di non accettare più nessuna forma di cinismo: in questo momento così duro è comunque bello volersi bene e sentirsi parte della stessa cosa.
9. Mi sono persuaso che il significato delle parole è sacro.
10. Mi sono ripromesso di pretendere che chi ha ruoli di responsabilità e di governo sia più preparato di quelli che da lui sono governati.
11. Ho imparato il valore di una stretta di mano.
12. Ho imparato la necessità di tendere la mano.
13. Ho imparato che siamo connessi per davvero e non solo in rete.
14. Mi sono reso conto che i confini non esistono e che siamo tutti sulla stessa barca.
15. E dal momento che siamo tutti sulla stessa barca, è meglio che i porti, tutti i porti, siano sempre aperti. Per tutti.
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(Fonte: https://rep.repubblica.it)

giovedì 12 marzo 2020

Io per te!


In questi giorni di emergenza di coronavirus, con tutta la responsabilità di seguire le indicazioni proposteci, potremmo essere tentati, proprio per difesa, di costruirci una sorta di rifugio che ci allontana sempre più dagli altri. Molti però sono i gesti disinteressati, anche piccoli, di pura fraternità, come quello di un gruppo di giovani dei Castelli romani che si sono messi gratuitamente a disposizione per fare la spesa per quanti non hanno la possibilità di recarsi presso gli esercizi commerciali.


Riporto quanto Giulia Chiara Guarracino, una giovane di Ischia, ha scritto:

Imparate a capire che questa è una lotta contro il nostro egoismo e non contro un virus.
Questa è un'occasione per trasformare un'emergenza in una gara di solidarietà.
Cambiamo il modo di vedere e di pensare.
Non sono più "io ho paura del contagio" oppure "io me ne frego del contagio", ma sono IO che preservo l'ALTRO.
Io mi preoccupo per te.
Io mi tengo a distanza per te.
Io mi lavo le mani per te.
Io rinuncio a quel viaggio per te.
Io non vado al concerto per te.
Io non vado al centro commerciale per te. Per te.
Per te che per colpa del mio menefreghismo e della mia indifferenza sei dentro una sala di terapia intensiva.
Per te che sei anziano e fragile, ma la cui vita ha valore tanto quanto la mia.
Per te che stai lottando con un cancro e non puoi lottare anche con questo.

(Fonte: www.focolaritalia.it)