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martedì 16 aprile 2013

Benedetto nel suo silenzio parla a Dio… e parla a noi


Oggi, 16 aprile, compleanno di Benedetto XVI.
Riporto quanto Fabio Ciardi ha pubblicato nel suo blog per questa occasione, mettendo in risalto quanto sia "parlante" il silenzio di Benedetto, carico di quella preghiera silenziosa che Gesù rivolgeva al Padre.

Ecco l'articolo:

Buon compleanno, Benedetto!

I riflettori sono tutti puntati su papa Francesco. Ha i suoi settantasei anni suonati, ma per un papa non sono molti, anzi appare giovane, dinamico, creativo. Continua ad essere oggetto quotidiano dei discorsi della gente. I suoi libri e i libri su di lui sono schizzati in cima alle classifiche, così come i filmati che circolano su youtube.
Il vecchio papa invece è entrato in un cono d'ombra mediatico. Forse oggi ci sarà un breve ritorno di fiamma, per ricordare i suoi 86 anni. Domani sarà di nuovo il silenzio, anche se non l'oblio.
È proprio il silenzio la nota che sembra caratterizzare questo momento della sua vita. Non tanto il silenzio su di lui, ma il silenzio di lui. Sappiamo che è nella residenza di Castelgandolfo, ma non si affaccia più al balcone e non lo si sente più né il mercoledì all'udienza, né la domenica all'Angelus. Sappiamo dov'è, ma non sappiamo cosa fa: abbiamo visto soltanto una foto strappata da un settimanale alla sua privacy e un breve filmato in occasione della visita di papa Francesco. Per il resto niente, sembra scomparso.
Non parla più il vecchio papa. O meglio, non parla a noi. Continua a parlare, ma la sua voce si dirige altrove, in alto. L'aveva annunciato al momento del suo ritiro: "Il Signore mi chiama a 'salire sul monte', a dedicarmi ancora di più alla preghiera e alla meditazione". È il suo modo nuovo di servire la Chiesa, con la dedizione e l'amore con cui l'aveva fatto da papa, "un modo più adatto alla mia età e alle mie forze".
Non vediamo cosa fa, ma sappiamo cosa fa. Fa come Gesù, che di notte si ritirava sul monte a pregare. Cosa diceva Gesù al Padre in quei suoi colloqui solitari e prolungati? Rimane il suo segreto. Ma l'ultima sera, dopo aver cenato con i suoi, Gesù parlò al Padre ad alta voce, consentendoci di entrare in quel colloquio. Pregava per i suoi discepoli, per quanti il Padre gli aveva affidati, per la comunità futura, per l'umanità intera, perché tutti fossero uno. Forse soltanto in quel momento, grazie a quella preghiera, i discepoli si resero conto di quanto Gesù li aveva amati e li amava.
Se potessimo entrare nella cappella di Benedetto XVI ci troveremmo anche noi davanti a un Gesù che continua a pregare il Padre per noi, e come i discepoli anche noi ci renderemo conto di quanto egli ci ha amato e ci ama. Come c'è un Gesù che passa tra le folle e annuncia il Vangelo e compie miracoli, c'è un Gesù che alza gli occhi al cielo e sostiene la vita e l'opera della Chiesa.
Nel suo silenzio Benedetto parla dunque a Dio, ma con suo silenzio parla anche a noi. In modo nuovo rispetto a come ha parlato in questi anni. Quanto è eloquente il suo silenzio. Dice che senza la presenza del Signore il nostro lavorare rischia d'essere vano, che senza radici l'albero non cresce e senza fondamenta la casa crolla. Proclama la fecondità dell'umiltà che, secondo l'etimo latino, rimanda all'humus, alla terra buona, capace di dare frutti buoni, quelli che ogni stagione può e deve dare, e non altri. Ricorda che il vero potere è quello di dare la vita, di aver cura dell'altro, di servire. Benedetto XVI continua a fare quello che si era proposto quando apparve alla loggia di san Pietro il giorno della sua elezione: "sono un umile servitore nella vigna del Signore".


mercoledì 13 marzo 2013

La Chiesa che è di Cristo


Sono momenti di attesa… Dopo aver, in un certo senso "fantasticato", da solo o con amici, sul nuovo Papa, ora sento impellente di dover far tacere ogni pensiero, di fare un "vuoto interiore" che sia esclusivamente espressione dell'intimo abbandono nel Cuore del Padre… "Non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu…" (Mc 14,36).
Mi risuonano forti le ultime parole di Benedetto XVI all'Udienza del 27 febbraio scorso:
«In questo momento, c'è in me una grande fiducia, perché so, sappiamo tutti noi, che la Parola di verità del Vangelo è la forza della Chiesa, è la sua vita… Questa è la mia fiducia, questa è la mia gioia». Anche quando «il Signore sembrava dormire…, ho sempre saputo che in quella barca c'è il Signore e ho sempre saputo che la barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma è sua. E il Signore non la lascia affondare; è Lui che la conduce, certamente anche attraverso gli uomini che ha scelto, perché così ha voluto».
«Si può toccare cosa sia la Chiesa: non un'organizzazione, un'associazione per fini religiosi o umanitari, ma un corpo vivo, una comunione di fratelli e sorelle nel Corpo di Gesù Cristo, che ci unisce tutti. …La Chiesa è viva oggi!».
«Vorrei invitare tutti a rinnovare la ferma fiducia nel Signore, ad affidarci come bambini, nelle braccia di Dio, certi che quelle braccia ci sostengono sempre e sono ciò che ci permette di camminare ogni giorno, anche nella fatica».


martedì 12 marzo 2013

L'eredità di Benedetto XVI


Con nel cuore la figura di Benedetto XVI ed i suoi ultimi discorsi, in attesa dell'elezione del nuovo Papa, riporto due contributi, quello di Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto; e quello di Maria Voce, presidente dei Focolari.

Monsignor Bruno Forte ha pubblicato su Il Sole 24 Ore di domenica 10 marzo, un editoriale dal titolo Se l'eredità di Benedetto diventa agenda (anche su Zenit). Il vescovo si pone la domanda quale eredità Benedetto XVI lasci al suo successore, elencando quattro compiti prioritari, che desume a partire dalle stesse parole con cui il Pontefice ha motivato la sua rinuncia: "questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di Pietro e annunciare il Vangelo".
"La prima delle urgenze dunque la vita di fede… Ha insistito sul primato di Dio e sull'obbedienza da dare a Lui in ogni cosa… Rinnovare la Chiesa nell'amore a Cristo, nella fede incondizionata in Lui e nella testimonianza generosa e appassionata della Sua bellezza agli uomini. Convinto che la vera riforma non è anzitutto quella delle strutture o delle forme esteriori, Benedetto XVI, anche a costo di pagare un prezzo altissimo nel rinunciare all'apparenza giustificatrice per obbedire alla verità, ha ricordato alla Chiesa la necessità assoluta di piacere a Dio".
Connessa alla prima, una seconda priorità: la nuova evangelizzazione: "…necessità di offrire una risposta particolare al momento di crisi della vita cristiana… vedere tanti allontanarsi dal tesoro del Vangelo o mostrarsi indifferenti ad esso. Il nuovo Papa dovrà trovare forme e modi perché la bellezza della fede affascini nuovamente i cuori e la speranza del Vangelo diventi per tanti luce nella notte di un tempo, in cui troppi sembrano non soffrire più della mancanza di Dio".
"Una simile impresa non potrà certamente essere condotta da una sola persona: si profila qui la terza delle priorità con cui dovrà misurarsi chi succederà a Benedetto XVI, l'esercizio della collegialità episcopale. Ad essa si riferisce il bisogno di provvedere adeguatamente al governo della Chiesa, cui il Pontefice accennava nella dichiarazione circa la sua rinuncia.
Questa comunione collegiale, pur nella diversità dei ruoli e delle funzioni del Romano Pontefice e dei Vescovi, è a servizio della Chiesa e dell'unità nella fede, dalla quale dipende in notevole misura l'efficacia dell'azione evangelizzatrice nel mondo contemporaneo".
"Infine, l'annuncio rinnovato del Vangelo al mondo non potrà avvenire in maniera adeguata senza che si realizzino due condizioni, che formano la quarta priorità: il dialogo, con riferimento da una parte al rilancio dell'ecumenismo, dall'altra a un atteggiamento sempre più incisivo di fiducia e amicizia verso l'intera famiglia umana".
Un dialogo "che riesca a rimotivare nelle diverse confessioni cristiane la passione per l'unità per cui Gesù ha pregato"; un dialogo, "in un mondo sempre più globalizzato", "con le culture e in generale con il mondo contemporaneo", un dialogo "con i non credenti e i lontani, per costruire ponti di simpatia e di amicizia, capaci di attrarre i cuori e di avviare dialoghi significativi e collaborazioni efficaci".


Ho letto un'altra intervista al riguardo (su Focolari e su Zenit), quella di Maria Voce, presidente dei Focolari, dove colgo analoghe riflessioni:
"Anzitutto l'evidenziare il primato di Dio, il senso che la storia è guidata da Lui. E ancora, l'indirizzarci a cogliere i segni dei tempi e a rispondervi con il coraggio di scelte sofferte, ma innovative. Con una chiara nota di speranza per la certezza che la Chiesa è di Cristo.
"A quale Chiesa Benedetto XVI guardava? Penso di non sbagliare additando la "Chiesa-comunione", frutto del Vaticano II".
Inoltre, si sa, "la Chiesa è per il mondo". Per questo, (il nuovo Papa), di fronte alle esigenze di riforma ad intra, mi sembra debba privilegiare il guardare fuori di sé, intensificare il dialogo con la società. Tale contatto vitale le permetterebbe di far sentire la sua voce chiara nella fedeltà al Vangelo e nel contempo ascoltare le istanze degli uomini e delle donne di questo tempo. Col risultato di trovare nuove risorse e insospettata vitalità anche al suo interno".
"Occorrerà insistere certamente sul dialogo ecumenico, sul grande tema dell'unione visibile tra le Chiese, cercando di arrivare a definizioni della fede e della prassi ecclesiale accettabili da tutti i cristiani".
"Universalità e apertura ai dialoghi saranno perciò due note che dovranno essere raccolte dal nuovo papa".
"Auspicherei poi una Chiesa più sobria, sia in rapporto al possesso di beni che nelle espressioni liturgiche e nelle sue manifestazioni; proporrei una comunicazione più fluida e diretta con la società contemporanea, che consenta alla gente di rapportarsi con essa con più facilità, e un atteggiamento di maggiore accoglienza anche nei confronti di chi la pensa diversamente".

Il nuovo Papa, "affinché possa rispondere a queste enormi sfide, lo immaginiamo uomo di profonda spiritualità, unito a Dio per cogliere dallo Spirito Santo le soluzioni ai problemi, nell'esercizio costante della collegialità, coinvolgendo altresì i laici, uomini e donne, nel pensare e nell'agire della Chiesa".

lunedì 11 marzo 2013

Credere e Amare (5)


Ancora sul messaggio di Benedetto XVI per questa Quaresima.
L'ultimo punto, Priorità della fede, primato della carità, mi illumina ancora di più sul rapporto fra fede e carità:
"La fede, come dono e risposta:
- ci fa conoscere la verità di Cristo come Amore incarnato e crocifisso, piena e perfetta adesione alla volontà del Padre e infinita misericordia divina verso il prossimo;
- radica nel cuore e nella mente la ferma convinzione che proprio questo Amore è l'unica realtà vittoriosa sul male e sulla morte.
- ci invita a guardare al futuro con la virtù della speranza, nell'attesa fiduciosa che la vittoria dell'amore di Cristo giunga alla sua pienezza.
La carità, da parte sua:
- ci fa entrare nell’amore di Dio manifestato in Cristo,
- ci fa aderire in modo personale ed esistenziale al donarsi totale e senza riserve di Gesù al Padre e ai fratelli.
Infondendo in noi la carità, lo Spirito Santo ci rende partecipi della dedizione propria di Gesù: filiale verso Dio e fraterna verso ogni uomo".

Interessante poi l'analogia tra il Battesimo (sacramentum fidei) e l'Eucaristia (sacramentum caritatis). Il Battesimo, che precede l'Eucaristia, è ad essa orientato, all'Eucaristia che "costituisce la pienezza del cammino cristiano".
"In modo analogo, la fede precede la carità, ma si rivela genuina solo se è coronata da essa. Tutto parte dall'umile accoglienza della fede («il sapersi amati da Dio»), ma deve giungere alla verità della carità («il saper amare Dio e il prossimo»), che rimane per sempre, come compimento di tutte le virtù".

Nel cammino di questa Quaresima, tutta particolare per gli avvenimenti che coinvolgono la Chiesa e ci coinvolgono personalmente nell'intimo, faccio mie le parole conclusive del messaggio, che danno luce al concreto della mia diaconia e lo sintetizzano : "Ravvivare la fede in Gesù Cristo per entrare nel suo stesso circuito di amore verso il Padre e verso ogni fratello e sorella che incontriamo nella nostra vita".

giovedì 7 marzo 2013

Credere e Amare (4)


Continuando il percorso di riflessione sul messaggio del Papa per questa Quaresima, scopro che la più grande carità è l'annuncio del Vangelo. Scrive il Papa: "Non v'è azione più benefica, e quindi caritatevole, verso il prossimo che spezzare il pane della Parola di Dio, renderlo partecipe della Buona Notizia del Vangelo, introdurlo nel rapporto con Dio: l'evangelizzazione è la più alta e integrale promozione della persona umana".
Se la mia carità ha la sua motivazione più profonda e il suo fondamento nell'amore di Dio, come posso vivere in pienezza questo essere al servizio degli altri se non penetro sempre più profondamente nel mistero di Dio? E come questo mistero mi si manifesta all'anima, se non sono in grado di "spezzare il pane della Parola di Dio"?
Il mio evangelizzarmi è la condizione per poter poi evangelizzare, fare cioè partecipi gli altri del dono che il Signore ci ha fatto.
"In sostanza, tutto parte dall'Amore e tende all'Amore. L'amore gratuito di Dio ci è reso noto mediante l'annuncio del Vangelo. Se lo accogliamo con fede, riceviamo quel primo ed indispensabile contatto col divino capace di farci «innamorare dell'Amore», per poi dimorare e crescere in questo Amore e comunicarlo con gioia agli altri".
Ma "spezzare il pane della Parola" non è fare discorsi o prediche fuori luogo, ma condividere con il fratello che sono chiamato a servire il dono prezioso dell'Amore di Dio, dell'esperienza profonda del mio incontro con Lui e del mio credere al suo Amore.
Se si tratta di "spezzare il pane", significa non consegnarlo semplicemente e fare in modo che chi lo riceve se ne nutra per proprio conto. È uno sminuzzare il cibo in modo che possa essere assimilato. E dato che si tratta di un'esperienza che deriva dalla vita del Vangelo, il mio "spezzare il pane" non è altro che un "farmi uno" col mio prossimo a tal punto che il "travaso" della linfa che abita il mio cuore possa passare con frutto nell'anima del fratello e farlo partecipe della stessa Vita.
La mia diaconia della Parola prende un colore tutto particolare, è espressione vera di quella carità di Cristo di cui siamo chiamati a testimoniare: è l'Amore che "dimora e cresce in noi e può essere così comunicato con gioia agli altri".
È un vivere con coscienza e responsabilità quanto il Vescovo, al momento dell'ordinazione ci ha detto, consegnandoci il Libro dei Vangeli: «Ricevi il Vangelo di Cristo del quale sei diventato l'annunciatore: credi sempre a ciò che proclami, insegna ciò che credi, vivi ciò che insegni».

lunedì 4 marzo 2013

Credere e Amare (3)


Riprendo il messaggio di Benedetto XVI per questo cammino quaresimale, dove fede e carità si intrecciano, e l'una è finalizzata all'altra, reciprocamente: "non possiamo mai separare o, addirittura, opporre fede e carità".
Ho cercato di rivedere, alla luce delle parole del Papa, la genuinità della mia diaconia, del mio essere al servizio degli altri.
La mia carità ha la sua motivazione profonda nella carità di Dio? In altre parole: il mio amore per Dio è la radice del mio amore per il prossimo? Se la fede mi introduce ad un rapporto intimo con Dio, la mia vita è tutta plasmata da questa fiducia in Lui e dal mio abbandonarmi in Lui?
È un "prendere coscienza dell'amore di Dio rivelatosi nel cuore trafitto di Gesù sulla croce", che "suscita a sua volta l'amore. Esso è la luce - in fondo l'unica - che rischiara sempre di nuovo un mondo buio e ci dà il coraggio di vivere e di agire. Tutto ciò ci fa capire come il principale atteggiamento distintivo dei cristiani sia proprio «l'amore fondato sulla fede e da essa plasmato»".
Allora, il mio cammino spirituale si inserisce in "un continuo salire il monte dell'incontro con Dio per poi ridiscendere, portando l'amore e la forza che ne derivano, in modo da servire i nostri fratelli e sorelle con lo stesso amore di Dio".

C'è, a questo riguardo, uno scritto di Chiara Lubich che mi dà tanta luce. Esso dice tra l'altro: «Noi abbiamo una vita intima e una vita esterna. L'una dell'altra una fioritura; l'una dell'altra radice; l'una dell'altra chioma dell'albero della nostra vita.
La vita intima è alimentata dalla vita esterna. Di quanto penetro nell'anima del fratello, di tanto penetro in Dio dentro di me; di quanto penetro in Dio dentro di me, di tanto penetro nel fratello.
"Dio-io-il fratello": è tutto un mondo, tutto un regno...
Noi abbiamo una vita intima (Gesù dentro di noi) e una esterna (Gesù nel fratello). L'una dell'altra una fioritura, l'una dell'altra radice.
La vita intima produce una fioritura nella vita esterna.
La vita esterna (con Gesù nel fratello) provoca una fioritura nella vita intima.
Ma in che modo si può pensare la vita intima con Gesù come una fioritura, come una chioma? Non è la vita interiore unione con Dio, punto e basta? Lo è, ma c'è unione e unione. E questo tutti noi lo sappiamo, perché ognuno sperimenta, poco o tanto, la sua particolare unione con Dio.
Ma quando poter definire questa vita intima come fioritura o chioma, quindi come alcunché di ricco e compatto? Quand'essa è nel suo completo sviluppo, nel suo massimo splendore. [Per esempio, quando sperimentiamo] una pace stabile e tale da dominare su tutto, da emergere sopra ogni dolore, per quanto acuto e diffuso esso sia. Ma, non solo pace. La fioritura completa, la chioma dell'albero della nostra vita interiore ha altri particolari. Per esempio: l'unione con Dio è tale da poterla avvertire in ogni istante della nostra vita. Quando si va in fondo al cuore, in cerca di Dio (nella preghiera o durante la giornata) Egli, Gesù, è sempre lì e Lo si avverte coi sensi dell'anima. È lì, che ci attende, per ascoltare quanto Gli diciamo e per dirci (se sappiamo afferrare il suo linguaggio silenzioso) quanto Egli vuole comunicarci. […]
Pace, dunque, e continua piena unione con Dio, due modi di essere della fioritura, della chioma della nostra vita interiore. Anche se non i soli frutti.
E come si possono raggiungere? La vita intima in noi fiorisce, si fa chioma su una radice: l'amore al fratello, a Gesù nei fratelli. La vita intima è alimentata dalla vita esterna. Di quanto penetro nel fratello, di tanto penetro in Dio.
Si può arrivare, dunque, a tanta pace, a tanta unione con Dio, amando i fratelli, Gesù nei fratelli».


giovedì 28 febbraio 2013

Credere e Amare (2)


Ritorno al messaggio di Benedetto XVI per questa Quaresima.
L'intima esperienza di essere amati da Dio mi spinge a ricambiare questo amore con tutto me stesso e credere con tutto il cuore al suo amore, con una fede che aderisce a Lui con tutta la mia persona.
Il Papa scrive che la prima risposta all'amore di Dio "è appunto la fede come accoglienza piena di stupore e gratitudine di un'inaudita iniziativa divina che ci precede e ci sollecita".
Mi riempie il cuore di gratitudine l'aver riscoperto con rinnovata coscienza il dono della fede e mi sollecita ad una risposta personale a Dio "che riempie e dà senso pieno a tutta la nostra esistenza". È l'inizio (ed anche la continuazione) di un rapporto rinnovato con il Signore. "Egli non si limita ad amarci. Ma vuole attirarci a Sé, trasformarci in modo così profondo da portarci a dire con san Paolo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Quando noi lasciamo spazio all'amore di Dio, siamo resi simili a Lui, partecipi della sua stessa carità".
Allora non posso non rendere viva questa fede se non con una "operosa carità", perché siamo diventati sua dimora.
La fede e la carità: binomio su cui è resa veramente feconda la nostra diaconia!
Scrive il Papa:
• La fede è conoscere la verità e aderirvi; la carità è «camminare» nella verità.
• Con la fede si entra nell'amicizia con il Signore; con la carità si vive e si coltiva questa amicizia.
• La fede ci fa accogliere il comandamento del Signore e Maestro; la carità ci dona la beatitudine di metterlo in pratica.
• Nella fede siamo generati come figli di Dio; la carità ci fa perseverare concretamente nella figliolanza divina portando il frutto dello Spirito Santo.
• La fede ci fa riconoscere i doni che il Dio buono e generoso ci affida; la carità li fa fruttificare.

Credere e amare: binomio che ci conduce alla pienezza della Vita che il Signore continuamente ci dona.


mercoledì 27 febbraio 2013

Una giornata memorabile


Questa mattina, in mezzo alla folla che gremiva piazza san Pietro per l'ultima udienza generale di Benedetto XVI.
Giornata memorabile, commozione intensa, certezza di essere amati da Dio…
Un abbraccio planetario del Papa e di tutti…
Dal profondo del cuore un sincero e forte ringraziamento per quanto il Signore mi e ci fa vivere…
È proprio un "affidarci come bambini nelle braccia di Dio, certi che quelle braccia ci sostengono sempre e sono ciò che ci permette di camminare ogni giorno, anche nella fatica".
È stupendo ed allo stesso tempo rivoluzionario questo vivere "sempre" e "per sempre" del Papa; non più "l'esercizio attivo del ministero", "non più un ritornare nel privato": "non abbandono la Croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell'officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro".
"Io continuerò ad accompagnare il cammino della Chiesa con la preghiera e la riflessione, con quella decisione al Signore e alla sua Sposa che ho cercato di vivere fino ad ora ogni giorno e che vorrei vivere sempre".
Il "sempre" ed il "per sempre", con modalità nuove… quasi che il ministero petrino, nella sua essenza, si dovesse vivere da ora in poi con una coscienza e consapevolezza comunionale mai sperimentate nel cuore della Chiesa: due cuori che amano e sono uno nel Signore.
È affascinante questo Papa, dà una dimensione veramente soprannaturale del ministero: ogni funzionalità è assunta dalla contemplazione. L'essere vero è l'amore che si dona: non essere per essere, anima di ogni vero servizio: "uno riceve la vita proprio quando la dona".
Il nuovo Papa potrà veramente contare sulla sua anima gemella, totalmente immersa nella preghiera e nell'intimo colloquio con il Signore.
È sperimentare che "la Chiesa è viva", "non un'organizzazione, un'associazione per fini religiosi o umanitari, ma un corpo vivo, una comunione di fratelli e sorelle nel Corpo di Gesù Cristo, che ci unisce tutti": tanti "fratelli e sorelle, figli e figlie, con il senso di un legame familiare molto affettuoso".
Sì, questo Papa è e rimarrà sempre vivo e presente nel nostro cuore!

martedì 26 febbraio 2013

Credere e Amare (1)


Ho preso come vademecum per questa Quaresima il messaggio di Benedetto XVI, che mi accompagna e dà luce per una sempre maggior comprensione di cosa significhi servire con quella carità che ha il suo centro nel cuore di Dio, nella fede in Lui, nella adesione totale al suo Amore. Infatti, «la fede - scrive il Papa - costituisce quella personale adesione alla rivelazione dell'amore gratuito e appassionato che Dio ha per noi e che si manifesta pienamente in Gesù Cristo».
È proprio vero che tutto dipende da lì, dal nostro rapporto col Padre, dell'esperienza quotidiana del suo Amore. È dal nostro incontro con Lui che tutto prende senso e forza. Dice il Papa: «All'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva... Siccome Dio ci ha amati per primo l'amore adesso non è più solo un "comandamento", ma è la risposta al dono dell'amore, col quale Dio ci viene incontro».
È bello poter dire che ora «l'amore del prossimo non è più un comandamento imposto per così dire dall'esterno, ma una conseguenza derivante dalla fede che diventa operante nell'amore».
Al cuore di questo nostro cammino di fede è il sentire nel profondo che «il cristiano è una persona conquistata dall'amore di Cristo e perciò, mosso da questo amore, è aperto in modo profondo e concreto all'amore per il prossimo... dalla coscienza di essere amati, perdonati, addirittura serviti dal Signore, che si china a lavare i piedi degli Apostoli e offre Se stesso sulla croce per attirare l'umanità nell'amore di Dio».


mercoledì 13 febbraio 2013

Passare dalla morte alla vita


Mercoledì delle Ceneri. Invito ed impegno per un cammino di conversione. Abbiamo davanti agli occhi e nel profondo del cuore il volto di Benedetto XVI. Guardando a lui, al suo coraggio, alla sua fede, ho compreso meglio come vivere questo "momento presente" carico di dolore, ma anche di gioiosa speranza.
All'inizio di questa Quaresima è sempre la Parola di Dio che illumina. È la testimonianza dell'apostolo Giovanni: «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli» (1Gv 3,14).
«Noi sappiamo…». È la quotidiana esperienza che mi mette e rimette "in vocazione", a vivere, cioè, in quella disposizione di donazione che è l'anima e la ragion d'essere della mia diaconia.
Mi è di luce uno scritto di Chiara Lubich a commento di questa Parola, pubblicato nella rivista Città Nuova 2/2013:
«Giovanni scrive alle comunità cristiane da lui fondate in un momento di grave difficoltà… Volendo aiutare i suoi, l'apostolo indica loro il rimedio radicale: amare i fratelli, vivere il comandamento dell'amore… Così facendo essi conosceranno cos'è la "vita", saranno cioè introdotti nell'unione con Dio, facendo l'esperienza di Dio-Amore. E facendo questa esperienza, saranno confermati nella fede e potranno far fronte a tutti gli attacchi, soprattutto in tempo di crisi...
E l'amore fraterno perché ci procura l'unione con Dio è una sorgente inesauribile di luce interiore, è fonte di vita, di fecondità spirituale, di rinnovamento continuo…
La fede si ravviverà, i dubbi spariranno, non sapremo più cos'è la noia. La vita sarà piena, piena».


lunedì 11 febbraio 2013

Una stretta al cuore


Quando a mezzogiorno di oggi ho appreso la notizia della rinuncia di Benedetto XVI ho provato una stretta al cuore. Non mi pareva vero… Sono andato col pensiero e con l'emozione a quando, alcuni mesi fa (post del 15 luglio 2012), ho potuto incontrarlo personalmente… Ho pensato ai momenti della sua elezione quando ad alcuni amici dissi della sensazione, che sentivo dentro, che sarebbe stato lui il nuovo pontefice… Ho pensato a lui come a colui che mi ha confermato e mi ha fatto crescere nella fede… Ho accolto la sua decisione come la testimonianza di un profondo atto di fede nel Signore Gesù che lui rappresenta… A Lui rimetteva il suo mandato… Una fede nello Spirito Santo che illumina e conduce la Chiesa, al di là di ogni apparenza o calcolo umano… La testimonianza di una libertà interiore senza pari… La testimonianza di un abbandono totale e mite, nella pace, alla misericordia del Padre che tutto sa e tutto accoglie…
Mi stringe il cuore… Eppure sento che Maria, la sposa dello Spirito Santo, la Madre di Dio che accoglie nel suo grembo la Chiesa, veglia su tutti i suoi figli… E sentiamo il suo materno abbraccio...
La pace accheta ogni emozione e mi introduce in un intimo colloquio col Padre…

mercoledì 30 gennaio 2013

Camminare oltre il buio


Ho riletto la Catechesi di mercoledì 16 gennaio u.s., nella quale il Papa parla della fede di Abramo. Ed ho pensato alla chiamata al diaconato, alla mia ed a quella di molti diaconi con cui sono venuto in contatto, ed alle difficoltà che quotidianamente si riscontrano, soprattutto quelle che nascono da una non sufficiente comprensione di questo ministero e da una sua poco illuminata attuazione. Molto spesso abbiamo camminato nel buio, con lo scoraggiamento derivante dal dubbio di non aver fatto la scelta giusta. Ma l'illuminazione e l'entusiasmo con cui abbiamo risposto positivamente alla chiamata ci hanno fatto fare scelte coraggiose, ponendo la nostra fiducia esclusivamente nella grazia che ci veniva elargita con l'ordinazione. La tentazione di avanzare diritti è grande, ma la grazia di saper leggere, oltre le nostre righe storte e l'incomprensione per questo ministero troppo "recente", a volte ci fanno avere il fiato corto.
Ma la Catechesi del Papa mi ha riportato a quell'illuminazione iniziale che sempre mi sorregge e mi fa ripetere quotidianamente il mio "Eccomi!". Quelle parole del Papa, nelle quali ho intravista parte della mia vita, mi sono state di luce: «Che cosa chiede Dio a questo patriarca? Gli chiede di partire abbandonando la propria terra... Si tratta di una partenza al buio, senza sapere dove Dio lo condurrà; è un cammino che chiede un'obbedienza e una fiducia radicali, a cui solo la fede consente di accedere. Ma il buio dell'ignoto - dove Abramo deve andare - è rischiarato dalla luce di una promessa...
La fede conduce Abramo a percorrere un cammino paradossale. Egli sarà benedetto ma senza i segni visibili della benedizione... Abramo è benedetto perché, nella fede, sa discernere la benedizione divina andando al di là delle apparenze, confidando nella presenza di Dio anche quando le sue vie gli appaiono misteriose.
Dire "Io credo in Dio" significa fondare su di Lui la mia vita, senza paura di perdere qualcosa di me stesso...».
Penso che molti diaconi potrebbero rispecchiarsi nell'esperienza di questo "deserto" in cui sono sospinti dallo Spirito, ed uscirne, con la grazia di Dio, vincitori; ed essere strumenti di luce e di speranza per i "compagni di viaggio" che la Vita ci mette accanto.

giovedì 11 ottobre 2012

Nel deserto, la vita!


Al termine di questa giornata nella quale il Papa Benedetto XVI ha aperto l'Anno della Fede, faccio mie alcune sua parole pronunciate all'omelia della messa di apertura, perché mi indicano il senso profondo di questo impegno personale e comunitario, di una speciale "diaconia" da vivere per essere segno di quella speranza che non delude:

«Se oggi la Chiesa propone un nuovo Anno della fede e la nuova evangelizzazione, non è per onorare una ricorrenza, ma perché ce n'è bisogno, ancor più che 50 anni fa! … In questi decenni è avanzata una "desertificazione" spirituale... È il vuoto che si è diffuso. Ma è proprio a partire dall'esperienza di questo deserto, da questo vuoto che possiamo nuovamente scoprire la gioia di credere, la sua importanza vitale per noi uomini e donne. Nel deserto si riscopre il valore di ciò che è essenziale per vivere; così nel mondo contemporaneo sono innumerevoli i segni, spesso espressi in forma implicita o negativa, della sete di Dio, del senso ultimo della vita. E nel deserto c'è bisogno soprattutto di persone di fede che, con la loro stessa vita, indicano la via verso la Terra promessa e così tengono desta la speranza».

E la strada maestra per attuare quanto proposto è la "via del fratello". L'amore per ogni uomo ed ogni donna che incontro nella giornata della vita e trasmettere ad ognuno almeno un briciolo di quella luce che ha invaso l'anima mia e di molti.
A questo proposito scrive, tra l'altro, Maria Voce, presidente del Movimento dei Focolari, per la giornata di oggi: «L'umanità ha bisogno di incontrare Dio attraverso l'amore dei fratelli. È questa la via di evangelizzazione intuita da Chiara Lubich e fatta propria dai membri dei Focolari: un impegno vissuto nel quotidiano, a fianco delle persone, teso a realizzare sempre e ovunque la preghiera di Gesù al Padre, "Che tutti siano una cosa sola", a fare, cioè, già in questo tempo, dell'umanità, un'unica famiglia».

domenica 15 luglio 2012

Lo sguardo del Papa


Questa mattina il Santo Padre Benedetto XVI è venuto in visita pastorale alla diocesi di Frascati, dove risiedo e presto il mio ministero diaconale, celebrando l'Eucaristia con noi.
Ho avuto la grazia di prestare servizio all'altare durante la celebrazione a stretto contatto col Santo Padre.
Non mi soffermo sui particolari della Visita, sia pur breve, preparata con impegno e con una intensa preghiera, quanto piuttosto su qualche particolare e su cosa questi hanno suscitato in me.
Mi porto nel cuore, e mi commuovo solo al pensiero, alcuni momenti speciali: lo sguardo dolce e profondo alla richiesta della benedizione prima della proclamazione del Vangelo, ma soprattutto allo scambio della pace. È stato come essere guardato da Gesù negli occhi, nel profondo dell'anima, e "sentire" di essere toccato dalla sua dolcezza.
Alla fine, poi, al rientro in chiesa, quella stretta di mano, forte, vigorosa! …E lo sguardo! … E la mia umile dichiarazione di fedeltà e di unità!
È stato come essere toccato dalla grazia e confermato nella mia donazione a Dio e al Vangelo.


domenica 20 maggio 2012

Il modello della comunicazione


46a Giornata delle Comunicazioni Sociali.
Il tema suggerito da Benedetto XVI: Silenzio e parola: cammino di evangelizzazione. (Leggi il messaggio…)

Silenzio e Parola: «due momenti della comunicazione che devono equilibrarsi - scrive il Papa -, succedersi e integrarsi per ottenere un autentico dialogo e una profonda vicinanza tra le persone. Quando parola e silenzio si escludono a vicenda, la comunicazione si deteriora, o perché provoca un certo stordimento, o perché, al contrario, crea un clima di freddezza; quando, invece, si integrano reciprocamente, la comunicazione acquista valore e significato. (…) Il silenzio è parte integrante della comunicazione e senza di esso non esistono parole dense di contenuto».

In questo rapporto tra Silenzio e Parola mi sembra di cogliere in Maria, la Madre di Gesù, l'attualizzazione di ogni diaconia. Maria non ha parlato: poche sono le parole che gli evangelisti riportano di lei. Ella è quel "silenzio" su cui Dio parlò: Silenzio che generò la Parola, il Verbo di Dio.

«Il Dio della rivelazione biblica - scrive ancora il Papa - parla anche senza parole: "Come mostra la croce di Cristo, Dio parla anche per mezzo del suo silenzio. Il silenzio di Dio, l'esperienza della lontananza dell'Onnipotente e Padre è tappa decisiva nel cammino terreno del Figlio di Dio, Parola incarnata. (…) Il silenzio di Dio prolunga le sue precedenti parole. In questi momenti oscuri Egli parla nel mistero del suo silenzio" (Verbum Domini 21). Nel silenzio della Croce parla l'eloquenza dell'amore di Dio vissuto sino al dono supremo».

Gesù sulla Croce, al culmine del suo dolore, nel momento del suo abbandono, in quel "Perché?" senza risposta, «fattosi vuoto, nulla infinito, è la Pupilla dell'occhio di Dio sul mondo e quella del mondo su Dio. Egli perciò è stato il più alto, il divino comunicatore: ha legato il Cielo alla terra e la terra al Cielo» (Chiara Lubich).
È Lui il modello per eccellenza di chi si impegna seriamente in quella evangelizzazione, che i papi hanno definito "nuova", indirizzata agli uomini ad alle donne del nostro tempo: una diaconia della Parola che poggia su quel "nulla d'amore", dono totale di sé, che conduce all'unità.



giovedì 22 marzo 2012

Il cuore del messaggio cristiano


Ho letto sul blog di Fabio Ciardi due commenti veramente interessanti al Messaggio di Benedetto XVI per la Quaresima 2012 (di cui ho già parlato - vedi L'attenzione gli uni agli altri). Li riporto integralmente qui di seguito:


"Allēlōn": lo specifico dell'agire cristiano/1
Il Messaggio di Benedetto XVI per la Quaresima 2012 è sotto il segno del pronome reciproco greco: «allēlōn», l'un l'altro. Lo troviamo nel titolo stesso (nella forma plurale di «allēlous») costituito dalla citazione della lettera agli Ebrei: «Prestiamo attenzione gli uni gli altri» (10,24).

Il papa vuole portare al «cuore della vita cristiana: la carità». Questo significa, scrive il Papa, che «la nostra esistenza è correlata con quella degli altri, sia nel bene che nel male; sia il peccato, sia le opere di amore hanno anche una dimensione sociale».
A differenza di quanto aveva fatto nella sua prima enciclica Deus caritas est, nel Messaggio per la Quaresima, la carità è colta nella dimensione tipicamente cristiana della reciprocità. Il novum del cristianesimo non è, infatti, l'amare Dio (tutte le religione lo insegnano), né l'amore al fratello (tutte le religioni conoscono la «regola d'oro»); il novum - così lo ha chiamato Gesù – è la reciprocità dell'amore, racchiuso proprio in quel pronome: «l'un l'altro».

Amatevi l'un l'altro, cuore del messaggio cristiano
Al cuore del messaggio di Gesù vi è proprio il comando di amarsi gli uni gli altri. Esso appare già nel primo scritto ispirato del Nuovo Testamento, la prima lettera ai Tessalonicesi, dove Paolo prende atto della realtà dell'amore fraterno presente nella sua comunità; non c'è bisogno che egli scriva qualcosa al riguardo, perché «voi stessi avete imparato da Dio ad amarvi gli uni gli altri» (4,9); per questo aveva innalzato la preghiera al Signore che «vi faccia crescere e sovrabbondare nell'amore fra voi e verso tutti» (3,12).
Nella seconda lettera sempre ai Tessalonicesi nota che l'amore reciproco tra di essi va crescendo (1,3). I membri delle comunità cristiane si amano perché sono membra gli uni degli altri (Rm 12,5; Ef 4,25), e di conseguenza devono avere cura gli uni degli altri (1Cor 12,25). L'amore reciproco dovrebbe essere l'unico debito tra cristiani (Rm 13,8) e mantenere il primo posto tra di loro (Gal 6,10).
Paolo fa riferimento al comando dato dal Signore durante l'ultima cena. Giovanni lo riporta quattro volte nel suo Vangelo: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (13,34; 13,35; 15,12; 15,17); lo riprende poi per ben sei volte nella sua prima e seconda lettera – «Questo è il messaggio che avete udito da principio: che ci amiamo gli uni gli altri» (1Gv 3,11; 3,23; 4;12; 2Gv 1,5) –, motivandolo, come nel Vangelo, con l'esempio dato da Dio che è Amore (1Gv 4,7; 4,11).
Perché da un Dio che è amore scorga non soltanto il comando di amare Dio e il prossimo, come nelle altre religioni, ma anche e soprattutto quello dell'amore reciproco? È proprio qui il novum del comandamento di Gesù, quello che lui ha portato dal Cielo (per questo lo chiama «suo»): il comando dell'amore reciproco è l'espressione della reciprocità d'amore che si vive in Dio stesso, perché Dio è Comunione, è Unità nella reciprocità d'amore tra le Tre divine persone: è Trinità.


"Allēlōn": le mille variazioni sul tema/2
Paolo soprattutto, ma anche le lettere cattoliche, impiegano il pronome «allēlōn» con grande profusione, più di 90 volte. Una cinquantina di ricorrenze, lette di seguito, appaiono come un commento e una spiegazione di cos'è l'amore reciproco. Il comando del Signore è quello di amarsi gli uni gli altri, sembrano dire i testi neotestamentari, ma come va vissuta in concreto la reciprocità dell'amore, come si esprime l'amore? La risposta è nel massiccio impiego del pronome «allēlōn» declinato in molteplici modi.
Forse potrà apparire monotono sentir ripetere, in tante varianti, questo «l'un l'altro», comunque si rivela oltremodo istruttivo. Gesù stesso aveva spiegato cosa volesse dire amarsi gli uni gli altri, invitando a lavarsi i piedi gli uni gli altri, espressione di ogni tipo di servizio e di attenzione all'altro (Gv 13,14).

Iniziamo dunque la carrellata delle ricorrenze.
A Pietro, primo tra gli apostoli, il compito di dirci la qualità di questo amore: «per amarvi sinceramente come fratelli, amatevi intensamente, di vero cuore, gli uni gli altri» (1Pt 1,22).
Ed ora i mille volti dell'amore reciproco. L'amore vicendevole domanda stima vicendevole: (Rm 12,10: «Amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda»),
• condividere la fede gli uni con gli altri (Rm 1,12),
• avere gli stessi sentimenti gli uni verso gli altri (Rm 12,16; 15,4),
• edificarsi a vicenda (Rm 14,19),
• accogliersi l'un l'altro (Rm 15,7),
• correggersi l'un l'altro (Rm 15,14),
• scambiarsi il bacio santo (Rm 16,16; 1Cor 16,20; 2Cor 13,12; 1Pt 5,14),
• aspettarsi gli uni gli altri per cenare insieme (1Cor 11,33),
• essere a servizio gli uni degli altri (Gal 5,13),
• portare i pesi gli uni degli altri (Gal 6,2),
• sopportarsi a vicenda nell'amore (Ef 4,2; 5,21; Col 3,13),
• volere il bene gli uni verso gli altri (Ef 4,32),
• essere misericordiosi e perdonarsi (Ef 4,32; Col 3,13),
• confortarsi a vicenda (1Tes 4,18; 5,11),
• essere di aiuto gli uni gli altri (1Tes 5,11),
• cercare il bene vicendevole (1Tes 5,15),
• prestare attenzione gli uni agli altri (Eb 10,24),
• confessare i peccati gli uni agli altri (Gc 5,16),
• pregate gli uni per gli altri (Gc 5,16),
• praticare l'ospitalità in maniera vicendevole (1Pt 4,9),
• rivestirsi di umiltà l'un l'altro (1Pt 5,5)
• essere in comunione gli uni con gli altri (1Gv 1,7).

In negativo:
• non ci si può giudicare gli uni gli altri (Rm 14,13),
• non ci si può rifiutare l'un l'altro nell'ambito dei rapporti matrimoniali (1Cor 7,5),
• non ci si deve mordere né divorare né distruggere a vicenda (Gal 5,15),
• non va cercata la vanagloria, provocandosi e invidiandosi gli uni gli altri (Gal 5,26),
• non si può dire menzogne gli uni agli altri (Col 3,9),
• né male gli uni degli altri (Gc 4,11),
• né lamentarsi gli uni degli altri (Gc 5,9).

Quanta concretezza nell'amore reciproco! Non è un vago sentimento, un semplice «volersi bene», ma un amore serie ed esigente, che attualizza in mille espressioni, fino al punto da giungere a dare la vita gli uni per gli altri.



domenica 18 marzo 2012

L'attenzione gli uni agli altri



Il cammino di questa Quaresima 2012, ormai avanzato, mi dà l'occasione di una sua rilettura alla luce del messaggio di Benedetto XVI. La riflessione del Papa ruota attorno al testo di Eb 10,24: «Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone», sintesi mirabile per chi vive la propria testimonianza evangelica nella diaconia, nel servizio verso i fratelli, in modo speciale per coloro che nella comunità hanno una responsabilità di animazione e di comunione, come i presbiteri ed i diaconi.
Questa riflessione e questo confronto mi hanno spinto non solo ad una revisione di vita personale, ma anche a rafforzare i rapporti di fraternità e di comunione con coloro che, come me, sono chiamati a vivere concretamente, nel ministero ed a servizio della comunità, una "collegialità affettiva ed effettiva", in una crescita "insieme", "a corpo", verso la santità.

Così le parole del Papa: Tenere fisso lo guardo "sull'altro, prima di tutto su Gesù, e ad essere attenti gli uni verso gli altri, a non mostrarsi estranei, indifferenti alla sorte dei fratelli. Spesso, invece, prevale l'atteggiamento contrario: l'indifferenza, il disinteresse, che nascono dall'egoismo, mascherato da una parvenza di rispetto per la «sfera privata». Anche oggi Dio ci chiede di essere «custodi» dei nostri fratelli (cfr Gen 4,9), di instaurare relazioni caratterizzate da premura reciproca, da attenzione al bene dell'altro e a tutto il suo bene.
Il grande comandamento dell'amore del prossimo esige e sollecita la consapevolezza di avere una responsabilità verso chi, come me, è creatura e figlio di Dio: l'essere fratelli in umanità e, in molti casi, anche nella fede, deve portarci a vedere nell'altro un vero alter ego, amato in modo infinito dal Signore. Se coltiviamo questo sguardo di fraternità, la solidarietà, la giustizia, così come la misericordia e la compassione, scaturiranno naturalmente dal nostro cuore.
L'attenzione all'altro comporta desiderare per lui o per lei il bene, sotto tutti gli aspetti: fisico, morale e spirituale. Il bene è ciò che suscita, protegge e promuove la vita, la fraternità e la comunione. La responsabilità verso il prossimo significa allora volere e fare il bene dell'altro, desiderando che anch'egli si apra alla logica del bene; interessarsi al fratello vuol dire aprire gli occhi sulle sue necessità.
Mai dobbiamo essere incapaci di «avere misericordia» verso chi soffre; mai il nostro cuore deve essere talmente assorbito dalle nostre cose e dai nostri problemi da risultare sordo al grido del povero. Invece proprio l'umiltà di cuore e l'esperienza personale della sofferenza possono rivelarsi fonte di risveglio interiore alla compassione e all'empatia. L'incontro con l'altro e l'aprire il cuore al suo bisogno sono occasione di salvezza e di beatitudine.
Il «prestare attenzione» al fratello comprende altresì la premura per il suo bene spirituale… (per) un aspetto della vita cristiana caduto in oblio: la correzione fraterna in vista della salvezza eterna. Il verbo usato per definire la correzione fraterna - elenchein - è il medesimo che indica la missione profetica di denuncia propria dei cristiani verso una generazione che indulge al male (cfr Ef 5,11). Non bisogna tacere di fronte al male. Penso qui all'atteggiamento di quei cristiani che, per rispetto umano o per semplice comodità, si adeguano alla mentalità comune, piuttosto che mettere in guardia i propri fratelli dai modi di pensare e di agire che contraddicono la verità e non seguono la via del bene. Il rimprovero cristiano, però, non è mai animato da spirito di condanna o recriminazione; è mosso sempre dall'amore e dalla misericordia e sgorga da vera sollecitudine per il bene del fratello. Nel nostro mondo impregnato di individualismo, è necessario riscoprire l'importanza della correzione fraterna, per camminare insieme verso la santità. È un grande servizio quindi aiutare e lasciarsi aiutare a leggere con verità se stessi, per migliorare la propria vita e camminare più rettamente nella via del Signore. C'è sempre bisogno di uno sguardo che ama e corregge, che conosce e riconosce, che discerne e perdona (cfr Lc 22,61), come ha fatto e fa Dio con ciascuno di noi.
I discepoli del Signore, uniti a Cristo mediante l'Eucaristia, vivono in una comunione che li lega gli uni agli altri come membra di un solo corpo. Ciò significa che l'altro mi appartiene, la sua vita, la sua salvezza riguardano la mia vita e la mia salvezza.
«Le varie membra abbiano cura le une delle altre»(1Cor 12,25), afferma San Paolo, perché siamo uno stesso corpo.
L'attenzione reciproca ha come scopo il mutuo spronarsi ad un amore effettivo sempre maggiore, «come la luce dell'alba, che aumenta lo splendore fino al meriggio» (Pr 4,18), in attesa di vivere il giorno senza tramonto in Dio.
Purtroppo è sempre presente la tentazione della tiepidezza, del soffocare lo Spirito, del rifiuto di «trafficare i talenti» che ci sono donati per il bene nostro e altrui (cfr Mt 25,25s). Tutti abbiamo ricevuto ricchezze spirituali o materiali utili per il compimento del piano divino, per il bene della Chiesa e per la salvezza personale (cfr Lc 12,21b; 1Tm 6,18). I maestri spirituali ricordano che nella vita di fede chi non avanza retrocede.
Di fronte ad un mondo che esige dai cristiani una testimonianza rinnovata di amore e di fedeltà al Signore, tutti sentano l'urgenza di adoperarsi per gareggiare nella carità, nel servizio e nelle opere buone (cfr Eb 6,10)".


venerdì 29 luglio 2011

La pazienza, intensità d'amore!


Penso e rifletto al nostro "essere" nel mondo, alla qualità della nostra "presenza" nella comunità degli uomini: la paura e spesso lo sgomento ci assalgono e cerchiamo di non lasciarci sopraffare ed inghiottire dai vortici degli affanni della vita, in un mondo che non ci piace.
Eppure il Dio fatto uomo ha scelto proprio questo mondo, con tutte le sue assurdità… e ci ha dato Vita, offendo la sua.
Servire questo mondo è ringraziare l'Autore della Vita per i giorni della "nostra" vita, della "mia" vita, che "ora" è sì forse carica del peso della mia umanità, ma è vita piena, perché nel suo seno sperimento ogni giorno, e sempre più intensamente, la gioia intima di essere avvolto dalla "pazienza" di Dio.
Mi ritornano alla mente le parole che il Papa Benedetto XVI pronunciò nei giorni della sua elezione: «Quante volte noi desidereremmo che Dio si mostrasse più forte. Che Egli colpisse duramente, sconfiggesse il male e creasse un mondo migliore ... Noi soffriamo per la pazienza di Dio. E nondimeno abbiamo tutti bisogno della sua pazienza ... il mondo viene salvato dal Crocifisso e non dai crocifissori. Il mondo è redento dalla pazienza di Dio e distrutto dall'impazienza degli uomini. La sapienza del cuore contempla anche la pazienza. Il tempo non scorre invano».

Anche la nostra "pazienza" ha la sua origine in quella di Dio. Solo così comprendo che è possibile amare senza stancarsi e trovare nell'amore la pienezza della gioia.
Dio non ci sopporta… Dio ci ama!
La pazienza non è sopportazione, è intensità d'amore!

domenica 16 gennaio 2011

Una sola famiglia umana


Abbiamo ricordato oggi la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato.
Il tema che Benedetto XVI ha scelto è appunto Una sola famiglia umana.

Ho cercato di vedere oggi con occhi nuovi Giovanni, l'amico che ogni domenica, alla porta della chiesa, chiede solidarietà.
Mi racconta dello sfratto che la polizia ha effettuato nel campo dove risiede e mi chiede alcune cose concrete per sopperire all'emergenza.
Cerco di sensibilizzare alcune persone della parrocchia impegnate nella Caritas.

Durante l'Eucaristia abbiamo pregato perché in questa società sempre più multietnica e multiculturale, vengano attuate politiche rispettose dei diritti di ogni persona, ricordando quanto il Papa ha scritto nel Messaggio per questa Giornata: "Tutti fanno parte di una sola famiglia, migranti e popolazioni locali che li accolgono, e tutti hanno lo stesso diritto ad usufruire dei beni della terra, la cui destinazione è universale".

"Una sola famiglia umana", ricorda il Papa: "vocazione dell'umanità a formare una sola famiglia".

Certo, non ci è consentito nel nostro piccolo di cambiare il mondo. Sono decisamente convinto però che nel posto dove Dio mi ha messo e dove vivo e cerco di testimoniare il suo Vangelo, lì posso contribuire a cambiare i rapporti, la mentalità, la mia e quella di chi è accanto a me. Ci rincuorano le parole del Papa: "Non perdiamo la speranza, e preghiamo insieme Dio, Padre di tutti, perché ci aiuti ad essere, ciascuno in prima persona, uomini e donne capaci di relazioni fraterne".


martedì 25 maggio 2010

Prima di tutto, cristiani


Ho riletto con molto interesse il discorso che il Papa ha pronunciato all'Assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per i Laici il 21 maggio scorso, sul tema "Testimoni di Cristo nella comunità politica". Mi ha nuovamente confermato che effettivamente "la politica è un ambito molto importante dell'esercizio della carità", una diaconia in atto in tutti gli ambiti del vivere umano, "un impegno fondato non su ideologie o interessi di parte, ma sulla scelta di servire l'uomo e il bene comune, alla luce del Vangelo".
"Non rientra nella missione della Chiesa la formazione tecnica dei politici", occorre però che i cristiani, per esercitare questa "alta carità", siano "testimoni di Cristo e del Vangelo nella comunità civile e politica".
La comunità ecclesiale (come ho ripetuto molto spesso negli interventi di questo blog) è il luogo privilegiato per la formazione, la vita, la testimonianza di autentici cristiani: è nella comunità cristiana che si impara e si attua quel servizio di reciprocità e di dialogo verso l'umanità in cui siamo immersi, che è segno eloquente della diaconia di Cristo, venuto non per essere servito, ma per servire.
La diaconia è vocazione di tutta la chiesa, al servizio del mondo e per il mondo. Essa trova nella diaconia ordinata il segno sacramentale di Colui che ha dato la vita per tutti, in diaconi non chiusi nel recinto sacro, ma immersi fra la gente, quali animatori di quella relazionalità che rende viva la convivenza umana.
Nasce di conseguenza la convinzione che i cristiani che si impegnano in politica sono testimoni di questa diaconia di Cristo, diaconia primariamente vissuta nella comunità ecclesiale. Solo così essi potranno essere poi coerenti "con gli insegnamenti della Chiesa, condividendo ragioni ben fondate e grandi ideali nella dialettica democratica e nella ricerca di un largo consenso con tutti coloro che hanno a cuore la difesa della vita e della libertà, la custodia della verità e del bene della famiglia, la solidarietà con i bisognosi e la ricerca necessaria del bene comune".
Se per i cristiani è prioritario il servizio ad immagine di Cristo, questi "non cercano l'egemonia politica o culturale, ma, ovunque si impegnano, sono mossi dalla certezza che Cristo è la pietra angolare di ogni costruzione umana".
Saper dialogare è un'arte, come saper amare.
La comunità cristiana, composita nelle sue espressioni, è arricchita anche da associazioni e movimenti i cui membri sono "sostenuti dalla ricchezza carismatica, comunitaria, educativa e missionaria propria di queste realtà", "una buona scuola per questi discepoli e testimoni".
La concretizzazione poi di questa diaconia nell'ambito della politica è "mostrarsi aperti ad ogni vero dialogo e collaborazione, tenendo presente che la politica è anche una complessa arte di equilibrio tra ideali e interessi, ma senza mai dimenticare che il contributo dei cristiani è decisivo solo se l'intelligenza della fede diventa intelligenza della realtà, chiave di giudizio e di trasformazione. È necessaria una vera rivoluzione dell'amore".
Il lavoro è lungo e arduo, ma non impossibile.