Questo Blog continua nella nuova versione
venuto per servire
(clicca qui per entrare)


Visualizzazione post con etichetta Coronavirus. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Coronavirus. Mostra tutti i post

lunedì 18 maggio 2020

Dalla pastorale del "campanile" a quella del "campanello"


Lettera aperta alla parrocchia
di monsignor Gualtiero Sigismondi, vescovo di Orvieto-Todi (Vita Pastorale, maggio 2020)


Parrocchia carissima, traendo spunto da don Primo Mazzolari, che nella prima metà del Novecento ha avuto la felice intuizione di scrivere una "Lettera" su di te, ti invio queste righe, che giro per conoscenza a quanti, opportune et importune, parlano della tua missione pastorale.
- C'è chi ne parla con profonda gratitudine, convinto della tua dimensione popolare di vicinanza alle case della gente, di porta d'accesso alla fede cristiana e all'esperienza ecclesiale, ma non del tutto consapevole della tua vocazione missionaria.
- C'è, pure, chi ne parla senza uscire dalla sacrestia o senza allontanarsi dall'ombra del campanile, ignorando la tua dipendenza strutturale dalla Chiesa particolare, a cui è intimamente legata la tua appartenenza vitale alla Chiesa universale.
- C'è, persino, chi ne parla per conferirti la medaglia d'oro al "valore pastorale", nella consapevolezza che hai "combattuto la buona battaglia" della salus animarum e hai portato a termine la tua lunga "corsa", conservando la fede della Chiesa.
- C'è, addirittura, chi ne parla con diffidenza, ritenendoti, se non proprio un "rottame pastorale", un "pezzo d'antiquariato" o, comunque, un "oggetto da museo", indicato da questa laconica didascalia: "fontana del villaggio ormai sigillata".
- C'è, anche, chi ne parla con troppa sicurezza, smaniando di versare "vino nuovo in otri vecchi", anziché "vino nuovo in otri nuovi" (cf Lc 5,37-39), magari con il lodevole proposito di rinnovarti, ma con il risultato di incrinarti e di spaccarti.
- C'è, infine, chi ne parla con entusiasmo sincero, volendo seguire l'esempio dello scriba di evangelica memoria il quale, divenuto "discepolo del Regno", «è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52).
Come vedi, carissima parrocchia, sono in molti a tenere fisso lo sguardo su di te, forse con la nostalgia della simpatia, ma non sempre con la lungimiranza della profezia, che unisce alla pazienza dell'attesa l'intelligenza dei "segni dei tempi".
Non temere né l'intraprendenza di chi ti ritiene inadeguata, né la reticenza di chi ti considera sorpassata e neppure la sufficienza di chi stenta a riconoscere la tua esperienza di lungo corso. Non sostare nel vicolo cieco della "febbre degli eventi" o del "male della pietra" e non accontentarti di moltiplicare "iniziative prive di iniziativa", che potrebbero dare l'impressione che tu sia un'azienda pastorale.

Non limitarti a presidiare i confini del tuo territorio, ma abbi l'audacia di presiederlo, riscoprendo la "grammatica di base" del "primo annuncio". Ricordati che non è il territorio ad appartenere alla parrocchia, ma il contrario, nel duplice senso di fame parte e di prenderne le parti. Renditi conto che l'attenzione alla vita sociale non è separabile dall'impegno ecclesiale. Mi raccomando, prenditi cura dei poveri, "amici abituali della canonica", e di coloro che si sono allontanati da te per "delusione d'innamorati".
Parrocchia carissima, non dimenticare che la Parola convoca la comunità cristiana e l'eucaristia la fa essere un solo corpo. Tieni bene a mente che "la fede nasce dall'ascolto e si rafforza nell'annuncio". Esplora la "frontiera" della missione coltivando e dilatando gli strumenti e gli spazi della comunione, poiché "la concordia è il presupposto della Pentecoste".
Valorizza gli organismi di partecipazione, ispirandoti non alla logica parlamentare della maggioranza bensì al criterio sinodale della convergenza. Riconosci la necessità e l'importanza delle unità o comunità pastorali, che non sono sovrastrutture amministrative, ma infrastrutture che contribuiscono a tradurre l'ecclesiologia di comunione del Vaticano II.
Non guardare con alterigia alla pietà popolare, autentico "sistema immunitario del corpo ecclesiale" , ma purificala da eventuali eccessi e rinnovala nei contenuti e nelle forme.
Affida all'oratorio il compito di rivelare il volto e la passione educativa della Chiesa per le nuove generazioni, coinvolgendo animatori, catechisti e genitori. Investi le migliori energie sulla famiglia, vera "miniatura" della Chiesa, altrimenti il tuo impegno pastorale sarà sempre una rincorsa affannosa.
Scommetti sull'Azione cattolica, riconoscendo il suo "carisma popolare" e la sua "passione formativa", senza trascurare di accogliere il "genio missionario" delle nuove aggregazioni ecclesiali e degli istituti di vita consacrata, antichi e recenti, che assicurano un prezioso supporto di energie evangelizzatrici: guardati dalla tentazione di "spegnere lo Spirito"! (cf 1Ts 5,19).
Non rinunciare al suono delle campane, ma abbi il coraggio di passare dalla pastorale del "campanile" a quella del "campanello" - anche il tuo nome evoca l'idea di "vicinanza" (parà) riferita alla "casa" (oikìa) -, dalla pastorale "a pioggia" di mantenimento a quella "a goccia" di accompagnamento.
Parrocchia carissima, sei tanto venerabile quanto veneranda, e tuttavia tieni presente che "la bellezza di ogni creatura è nella sua capacità di rinnovarsi".

giovedì 14 maggio 2020

Il tempo dell'assenza di Cristo


Ritrovare nella nuda fede il primo principio della nostra salvezza e della comunione nella Chiesa
di Severino Dianich, teologo e parroco (Vita Pastorale, maggio 2020)


A Maria, sua madre, da quel che narrano i Vangeli, Gesù risorto non avrebbe detto nulla. Mi piace pensare sia accaduto perché Maria, sua madre, aveva già capito tutto. All'altra Maria, invece, quella di Magdala, ha detto, perentoriamente: «Non mi trattenere!». Egli non intendeva restare perennemente qui, come non accade ad alcun uomo vivente su questa terra: «Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro». Questo era il destino del Risorto. Egli dirà ai discepoli: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo», ma essi dovevano anche capire che non lo avrebbero più visto in mezzo a loro, non avrebbero più potuto toccarlo né ascoltare la sua voce.
L'ultima sera che erano stati con lui, per la cena di Pasqua, egli aveva ripetuto più volte che per lui era il momento di andarsene. Ed essi neppure gli avevano chiesto dove stesse andando, perché temevano di sentirsi dire: «Ora io vado da colui che mi ha mandato». Dovevano capire, però, che anche nella sua assenza avrebbero trovato una grazia: «Io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi» (Gv 16,5-7).
La nostra spiritualità è molto legata al senso della sua presenza, che percepiamo ogni volta che ci riuniamo nel suo nome, quando si celebrano i sacramenti e soprattutto nell'eucaristia. Ogni domenica a messa ci sentiamo suoi commensali, ascoltiamo la sua Parola e, come i discepoli quella sera, ci nutriamo di quel pane spezzato per amore, che è il suo corpo, e diventiamo membra gli uni degli altri sotto di lui nostro capo.
Questi sentimenti ci accompagnano, quindi, lungo i giorni e nei momenti della sofferenza ci sostengono. Ora, una situazione, del tutto imprevedibile, ci sta privando di questa percezione fisica della sua presenza nell'incontro di fede con i fratelli. Scopriamo, allora, che ci sono momenti della vita, e sono questi, nei quali bisogna ritornare a meditare il mistero della sua assenza, quella che egli volle che la Maddalena piangente accettasse con fede: «Non mi trattenere!». Ciò che rimane è un'altra sua presenza, e le nostre comunità in questi giorni, ovviamente, non se ne stanno affatto dimenticando, immancabile e particolarmente imperativa nei momenti difficili, quella nei poveri: «I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me».

Della grazia nascosta nell'assenza di Cristo san Paolo aveva un'idea precisa: «Se anche abbiamo conosciuto Cristo alla maniera umana, ora non lo conosciamo più così» (2Cor 5,16). Il testo greco suggerisce anche un'altra versione: all'espressione "alla maniera umana" corrisponde infatti un katà sarka, "secondo la carne", cioè una qualche forma di percezione fisica della sua presenza. Allora, l'apostolo vuol dire che ora, invece, conosciamo Cristo katà Pneũma, cioè in un'esperienza diversa, tutta interiore al nostro spirito e più reale e profonda, animata dallo Spirito santo, così come Gesù aveva predetto per il tempo della sua assenza: «Se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi». È lo Spirito, infatti, che dona la fede ed è per la fede che Cristo abita nei nostri cuori. Oggi ci sentiamo in particolar modo chiamati ad accogliere la provocazione di Paolo: «Esaminate voi stessi, se siete nella fede. […] Non riconoscete forse che Gesù Cristo abita in voi?» (2Cor 13,5).
«Tutto è grazia»: erano le ultime parole sussurrate prima di morire, dopo una vita tormentata nell'anima e oppressa dalla malattia nel corpo, dal giovane prete del romanzo di Georges Bernanos, Diario di un curato di campagna. Tutto è grazia, anche la sofferenza di non poterci riunire per l'eucaristia: la grazia di ritrovare nella nuda fede il primo principio della nostra salvezza e della nostra comunione nella Chiesa. Si dice, giustamente, che senza eucaristia non c'è Chiesa. Eppure, non sempre questo è vero: i cristiani dell'Amazzonia che non la possono celebrare se non molto raramente, o i credenti che in Cina sono in prigione o agli arresti domiciliari, o i catecumeni che, in questa Pasqua non hanno potuto celebrare il tanto desiderato battesimo, forse che non sono Chiesa? Prima ancora che i sacramenti, è la fede che crea il credente e forma la Chiesa. Il sacramento celebrato senza la fede non giova a nulla.

Essere chiamati a ricordarcelo è grazia anche per un ripensamento della nostra più abituale prassi pastorale. Tutto sembra concentrarsi sui sacramenti, per cui quando non possiamo celebrarli ci si sente nel vuoto. Troppo, in questi nostri paesi di antica tradizione cristiana, siamo abituati a considerare la fede un presupposto quasi ovvio e troppo poco ci si è dedicati a proporla agli atei, alle persone di altra religione, ai tanti battezzati che l'hanno abbandonata, ai molti, anche praticanti, dalla fede incerta e vacillante. Più che esortare: «Vieni a messa!», a molti dovremmo chiedere: «Chi è Gesù per te? Tu credi?».
Se ci sentiamo smarriti per il venir meno dell'incontro domenicale per la celebrazione eucaristica, su cui a volte capita di misurare, superficialmente, il successo o l'insuccesso della missione della Chiesa, dovremmo domandarci se, per caso, non abbiamo dimenticato che il primo e fondamentale dovere di ogni cristiano è comunicare "la gioia del Vangelo" a coloro che nulla sanno di Gesù come a coloro che sapevano, ma hanno dimenticato. Che la grazia del momento presente sia anche quella di prendere sul serio l'esortazione di papa Francesco alla Chiesa di attivarsi «per l'evangelizzazione del mondo attuale, più che per l'autopreservazione» (EG 27)?

martedì 12 maggio 2020

Dalla pandemia all'epidemia della paura


Moltissimi cristiani sono tornati a pregare e implorare Dio per la liberazione e la fine del male
di Enzo Bianchi, Vita Pastorale, maggio 2020


Che cos'è successo? Dove siamo precipitati? Sono domande poste da credenti e non credenti, smarriti e a volte angosciati. Siamo stati colpiti dalla pandemia, ma c'è stata anche un'epidemia della paura. Le stesse chiese si sono trovate inizialmente esitanti e poi si sono espresse con voce tenue, consolatoria, sì, ma priva di una capacità di "guidare", discernere i segni dei tempi; senza una parola autorevole e performativa nei confronti dei fedeli e della gente. Ancora una volta, è stato papa Francesco, soprattutto con i suoi gesti, scaturiti dalla sua umanità profonda e dalla sua capacità profetica, a essere un riferimento affidabile, un intercessore presso il Signore, un pastore in mezzo al gregge.
Certamente questa emergenza merita il nome di apocalisse, nel suo autentico significato biblico: s'è alzato un velo ed è avvenuta una rivelazione sulla Chiesa stessa, sulla sua fede, sulla sua liturgia. E quando giungerà la fine della pandemia, occorrerà interrogarsi e fare una grande operazione di discernimento evangelico, senza il quale è inutile invitare alla conversione.
Confesso di aver sofferto molto in questo tempo. Innanzitutto per quelli, tra i quali alcuni amici, che sono stati colpiti dal virus; per quelli che sono morti soli, abbandonati e senza il conforto dei sacramenti. Ma ho sofferto anche per la vita della Chiesa che, insieme ad autentici atti di carità, per l'iniziativa di alcune persone ha assunto forme non adeguate. E, a volte, neppure degne della nostra fede cristiana. Dobbiamo confessarlo: è emerso che la riforma liturgica del Vaticano II ha cambiato i riti, ma non ha mutato le mentalità e, dunque, non ha fatto maturare i cristiani verso un "culto spirituale" secondo la Parola, nel quale si offrono a Dio i propri corpi in sacrificio vivente.
Le numerose celebrazioni tecnologiche e virtuali, celebrazioni eucaristiche in chiese vuote - "messe senza popolo e popolo senza messa"! - non sono state vie offerte con intelligenza. Non s'è detto, con chiarezza, che queste non potevano essere autentiche liturgie dei sacramenti, ma solo strumenti di devozione e aiuto alla preghiera personale. Mi rincresce dirlo: inutile istituire la "Domenica della Parola", se poi non si invitano i cristiani a cibarsi della Parola, anch'essa vero corpo di Cristo, quando diventa necessario il digiuno eucaristico. Inutile parlare di "assemblea celebrante" senza tenere conto della sua presenza nel celebrare, quando il Catechismo giunge a dire con audacia: «Tutta l'assemblea è liturgia» (1144). Perché i pastori non hanno, coralmente e unanimemente, invitato i fedeli a celebrare in famiglia una liturgia domestica della Parola, soprattutto nel triduo pasquale? E perché molte comunità piccole, anche religiose, hanno preferito seguire i riti in streaming piuttosto che celebrare la liturgia della Parola?
La Chiesa di Pio XII - ne sono testimone - non permetteva la celebrazione della messa senza che almeno un laico vi assistesse, a nome del popolo di Dio. Spero vi sarà la possibilità di esprimere queste perplessità e di sollevare queste domande nello spazio ecclesiale, per trovare strade di obbedienza alla Parola e alla grande tradizione. Qui comincio con l'affrontare uno degli aspetti più semplici, più visibili ma anche contestati in questa emergenza: che preghiera fare? E soprattutto: Dio interviene nella nostra vita?
In questo periodo moltissimi cristiani sono tornati a pregare e la Chiesa appare, più che mai, un popolo che implora Dio, chiedendogli la liberazione dal male e la fine della pandemia. Il Papa, i vescovi e i pastori si fanno intercessori e invitano i credenti a pregare nelle diverse forme possibili, in una situazione in cui la liturgia eucaristica comunitaria è diventata impraticabile. Sono riapparse forme di preghiera dimenticate, desuete, e soprattutto il culto mariano si mostra ancora capace di attirare molti fedeli. Di fronte a questo inaspettato impegno nella preghiera - nelle sue forme più devozionali, va riconosciuto - vi è chi grida allo scandalo, chi s'indigna giudicando tale preghiera un'ossessiva invocazione di un Dio ridotto a idolo, una smentita dell'immagine di Dio rivelataci da Gesù.

Secondo questi pareri, ciò che avviene nella liturgia della Chiesa di fronte al male sofferto sarebbe un abuso, un ritorno alla ripetizione pagana di parole che, in realtà, affaticano Dio. Non mancano quanti pongono nuovamente la sterile e stolta domanda: «Dov'è Dio?», nella loro incapacità di chiedere a sé stessi innanzitutto: «Dov'è l'umanità?». Molti tentano risposte intellettuali, astratte, e finiscono per giudicare l'invocazione della povera gente come fede infantile, più superstiziosa che fede autentica, pensata e adulta.
Diventa, dunque, urgente metterci in ascolto della Parola contenuta nelle Scritture e accettare di esserne illuminati. È, infatti, la parola di Dio che giudica ogni nostra preghiera, ogni nostra parola di risposta al Dio che per primo ci ha parlato e ci chiede di ascoltare la sua voce. Dimentichiamo facilmente che la preghiera cristiana è prima di tutto ascolto. Ma cosa ci dice questa Parola? Innanzitutto, che il nostro Dio s'è rivelato perché ha ascoltato il grido che saliva a lui dai figli di Israele oppressi in Egitto. Ha ascoltato il grido degli umani ed è entrato nella nostra storia; non è restato lontano, nel cielo, ma s'è fatto presente in mezzo a noi.
Ecco, dunque, che il Signore agisce, ma non senza di noi e con un'azione onnipotente che s'impone, modificando il funzionamento normale delle cose. No, agisce in noi affinché possiamo operare nella storia conformemente alla sua volontà. Per questo il Signore nostro è da sempre il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di Mosè, dei profeti: perché è in essi e attraverso di essi che egli è stato ed è l'Emmanue1e, il Dio-con-noi, colui che agisce nella storia. Il nostro Dio non si presenta come una forza esteriore che noi dobbiamo invocare per compiere ciò che non possiamo fare.
Che ne è allora della preghiera di domanda? Sappiamo bene che non possiamo domandare miracoli né segni, ma possiamo, anzi dobbiamo chiedere ciò che ci consente di vivere la nostra fiducia in Dio. Senza questa fiducia le nostre preghiere sarebbero superstizione. In verità - come avverte Paolo - noi non sappiamo cosa domandare al Signore, non sappiamo come pregare, ma lo Spirito santo, che è all'origine della nostra preghiera, con gemiti inesprimibili fa giungere il nostro grido a Dio, il quale guarda più al nostro cuore che alle nostre parole. Per questo Gesù ci ha invitato a pregare, a domandare, assicurandoci di essere esauditi attraverso il dono dello Spirito santo che agisce in noi con efficacia. L'angoscia che noi viviamo in certe situazioni ci fa innalzare preghiere che non sono illegittime, ma sono parole e gesti di fiducia nel Signore.
Dio è onnipotente nell'amore, perché non può mai intervenire se non attraverso un amore gratuito per tutti, buoni e malvagi, credenti e non credenti. I "fedeli credenti" nell'Evangelo possono pregare chiedendo a Dio di dare loro il pane quotidiano e di liberarli dal male. Dio ispirerà vie per procurare il pane quotidiano, per noi e per gli altri che sono nel bisogno, e ci spingerà a combattere contro il male per vincerlo. Così Dio agisce nelle nostre vite, perché è lui la sorgente della nostra resistenza al male. Sì, il nostro Dio non è un Dio cieco al quale aprire gli occhi; non è un Dio sordo al quale ridare l'udito. E il Dio che apre i nostri occhi e orecchi e ci rende capaci di amare come lui "è amore", nella cura e nel servizio dell'umanità, nella lotta contro il male.

martedì 5 maggio 2020

È lo sguardo che abbatte il "distanziamento sociale"

«La cosa splendida del parlare con gli occhi è che non ci sono mai errori grammaticali.
  Gli sguardi sono frasi perfette» (Friedrich Adolph Sorge).



----------

Lo psichiatra Tonino Cantelmi offre gli spunti per trovare i veri motivi di speranza dopo la pandemia.
Intervista a cura di Silvia Costantini, Aleteia 30 aprile 2020


In Italia, la fase 2 del lockdown comincia il 4 maggio con la progressiva riapertura delle diverse attività lavorative e spostamenti. Rimane comunque obbligatorio mantenere la distanza di sicurezza di almeno un metro dalle altre persone, indossare le mascherine di protezione, evitare assembramenti ecc., per non correre il rischio di essere contagiati dal Covid-19.
Il "coronavirus" sta creando anche in chi non è stato infettato conseguenze psicologiche di vario grado, legate alle emozioni e alle paure che questa situazione estrema sta suscitando in ciascuno di noi. È qualcosa di estremamente profondo e che ci porteremo a lungo.
Abbiamo interpellato Tonino Cantelmi, psichiatra e professore di Cyberpsicologia, presso l'Università Europea di Roma e presidente dell'Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici (Aippc), per capire gli effetti di questo distanziamento sociale sulle persone.

- Distanziamento "sociale" può essere sinonimo di distanziamento relazionale o anche affettivo?
- Prof. Tonino Cantelmi: Se continuiamo a parlare di distanziamento "sociale" attiviamo inevitabilmente l'idea che si tratti di un distanziamento non solo fisico, ma, appunto, sociale. Il problema è che la pandemia ci ha fatto fare un salto verso una sorta di individualismo tecnomediato. Nella realtà, distanziamento e diffidenza; nei social e nel digitale, vicinanza e socialità. Eppure se vogliamo cogliere l'anima dell'altro, non ci serve "toccarlo", ma piuttosto guardarlo negli occhi. Lo sguardo è il vero contrasto al distanziamento "sociale". Sarebbe meglio chiamarlo distanziamento di "sicurezza". Forse, in molti casi, l'ultima immagine negli occhi delle vittime COVID-19 è quella dello sguardo di un infermiere o di un medico.

- In questo periodo c'è un aumento importante di persone con fenomeni di depressione, ansia, veri e propri disturbi post traumatici di stress. Come intervenire, per ritrovare il giusto equilibrio, anche in questa fase?
- Prof. Tonino Cantelmi: Molti studi condotti in varie nazioni in occasione della SARS e alcuni studi di febbraio/aprile 2020 svolti in Cina hanno dati sconfortanti: l'evento COVID-19 ha potenzialità traumatiche e psicolesive per la popolazione in generale e aumenta il rischio psicopatologico sia in acuto (durante l'epidemia), sia negli anni successivi (per la SARS abbiamo dati che confermano la potenzialità traumatica a 3 anni di distanza).
La risposta a questo è la terapia, quella informale, fatta da relazioni buone, amicizie, sostegno in famiglia, coping spirituale [coping è un termine tecnico traducibile come "strategia di adattamento"], sostegno fra pari e aiuto di insegnanti o altre figure di riferimento: in altri termini, l'infinita rete di solidarietà relazionale e quella formale, fornita da operatori della salute mentale. A questo proposito voglio sottolineare l'estrema generosità degli psicologi italiani, che hanno offerto e ancora offrono sostegno in videochiamata gratuito alla popolazione italiana. Questo ha fatto sì che il Ministero della Salute abbia potuto attivare un servizio ad hoc (il numero verde di supporto psicologico 800833833), ma sono innumerevoli le iniziative di solidarietà attivate (per quanto ci riguarda è possibile visionarle sulla home di www.itci.it)

- Ci sono delle categorie maggiormente esposte a squilibri psicologici da lockdown?
- Prof. Tonino Cantelmi: Abbiamo presentato uno studio (anche questo reperibile sulla home di www.itci.it), che segnala tre categorie di persone particolarmente a rischio: gli operatori sanitari in prima linea (dati sconfortanti ci dicono che uno su due presenta sintomi ascrivibili a quadri depressivi in acuzie di evento), i sopravvissuti alle terapie intensive e i parenti delle vittime decedute con modalità così traumatiche (separazione totale e assenza di riti funebri). Per questi gruppi di persone i dati disponibili già nelle precedenti epidemie sono allarmanti e significative.

- Come sopperire al supporto terapeutico degli amici, della famiglia…per chi si trova da solo? Come dare speranza a chi non ne ha?
- Prof. Tonino Cantelmi: Molti osservatori sottolineano l'incremento della loneliness in generale: cioè una maggiore sensazione di "solitudine percepita". La loneliness è un fattore significativo di rischio per la salute mentale e riguarda la popolazione in generale, non solo chi è solo concretamente. Queste riflessioni ci inducono a pensare che la vera ripartenza è nella ricostruzione della relazione interpersonale. Dopo le macerie sanitari e quelle economiche, ci accorgeremo che ci sono le macerie emotive. Ma oltre le cure, e dopo la sbornia tecnologica, in realtà sarà necessario ripartire dalla ricostruzione delle relazioni interpersonali.

- Ci può indicare degli stratagemmi di "sopravvivenza", per affrontare serenamente la "ripresa delle attività", anche se tra mille paure?
- Prof. Tonino Cantelmi: Il principale fattore è la speranza. Non ho mai condiviso la retorica dello "andrà tutto bene". Stucchevole, E' andato male, malissimo. Basterebbe il dato delle vittime. La speranza non è ottimismo. La speranza è la convinzione che comunque vada, tutto ha un senso. Occorre dare parole di senso e non stucchevoli slogan.

- Quanto la fede, in momenti di depressione, può aiutare a sentirci uniti e amati?
- Prof. Tonino Cantelmi: Innumerevoli studi evidenziano che il coping spirituale è uno dei coping più funzionali nelle avversità, nelle malattie e nelle situazioni catastrofiche. E infatti prodotti digitali a contenuto spirituale hanno spopolato: dalla messa del Papa (seguita da milioni di persone), ai file audio e video che hanno inondato chat, siti e app. In rete abbiamo assistito a 2 fenomeni solo apparentemente contrapposti: l'incremento di prodotti digitali a valenza spirituale e l'altrettanto straordinario incremento di chat erotiche e di contenuti digitali sessuali. In ogni caso c'è la ricerca di un contrasto alla morte.

- Viktor Frankl invitava a trasformare il dolore in "elevazione". Come possiamo trasformare la sofferenza in un elemento di crescita?
- Prof. Tonino Cantelmi: Anche qui vorrei dire che ho trovato stucchevole la retorica del "ne usciremo fuori migliorati". No, ha un prezzo troppo alto. Trasformare il dolore in elevazione significa dare risposte agli eventi dolorosi dense di significato e senso. E questo richiede percorsi, impegno e voglia di capire. Per alcuni sarà così.

(Fonte: https://it.aleteia.org/)
(Nota: Tonino Cantelmi è diacono permanete della diocesi di Roma e Vicepresidente dell'Associazione "Comunità del Diaconato in Italia")


mercoledì 29 aprile 2020

Non è il momento di mostrare i denti


Mons. Derio Olivero, 59 anni, vescovo di Pinerolo, a fine marzo è risultato positivo al test per coronavirus. È stato gravissimo. Intubato e tracheotomizzato, ha rischiato di morire. Ora è guarito, seppure sia convalescente in ospedale. A Repubblica Ha raccontato la sua esperienza, spesso interrompendosi per piangere.
Di seguito l'intervista a firma di Paolo Rodari, del 27 aprile 2020.


Come commenta lo scontro fra vescovi e governo?
Credo non sia il momento di essere imprudenti, ma collaborativi. Il comunicato mi sembra abbia un po' troppo il tono dell'autonomia. Non è questo il tempo di mostrare i denti bensì di collaborare.

Si può vivere senza l'eucaristia?
Abbiamo rinunciato al triduo pasquale. Perché non provare a pazientare? Credo che questa epidemia possa essere un kairòs, un'occasione da cogliere anche nel modo di fare pastorale. Molti vescovi si sono industriati per far pregare le persone nelle case. Molti sono tornati a pregare come non facevano prima. Perché non insistere sulla necessità di reimpostare la fede nelle case?
Altrimenti rischiamo di tornare a celebrare le messe lasciando però che poi la vita di tutti i giorni sia vuota. La messa può anche essere una parentesi in un vuoto quotidiano.

Non di sole messe vive il fedele.
Di fronte a tragedie come queste si vince insieme. Chi mostra i denti ribadisce i propri diritti e pare che vinca, ma collabora alla sconfitta.

Come è stata la sua malattia?
Durissima. Devo ringraziare i medici dell'ospedale di Pinerolo, un'eccellenza in Italia. A un certo punto ero certo che sarei morto. Anche i medici me l'hanno confermato. Prima della malattia se mi avessero chiesto cosa pensassi della morte avrei risposto che avevo molta paura. E, invece, in quei momenti in cui davvero ero vicino alla morte ero in pace, tranquillo.

Cosa provava?
Sentivo che c'era una forza che mi teneva vivo. Non avevo la forza di muovermi, ma sentivo una presenza che mi teneva su. Quando mi sono svegliato ho visto che centinaia di persone si sono raccolte per pregare per me.

Che sensazioni provava esattamente?
Come se tutto stesse evaporando, tutte le cose, tutti i ruoli, tutto. Sa cosa restava? La fiducia in Dio e le relazioni costruite. Ecco ero fatto solo di queste due cose. Erano due cose salde, erano me.

Era in pace?
Posso confidarle questo: c'è stata una mezza giornata in cui ho avuto un'esperienza bellissima. Sentivo una presenza quasi fisica, quasi fosse lì da toccarsi. È una cosa indicibile che non avevo mai provato e che mi ha cambiato la vita. Piango e mi emoziono ancora adesso. Se mi si chiedesse se sia disposto a tornare alla sofferenza di queste settimane per riprovare l'esperienza di quella presenza direi di sì. Adesso torno più entusiasta della vita. Questa malattia colpisce il respiro. Nella Bibbia respiro significa spirito, vita. Lo spirito che viene dato. Ogni respiro è un regalo da gustare, viene da Dio.

domenica 26 aprile 2020

Coronavirus. Torino, gli «angeli» dell'ultimo viaggio


Avvenire - Federica Bello, sabato 25 aprile 2020
Al Cimitero Monumentale, alcuni diaconi permanenti garantiscono un breve rito di suffragio. «I morti non possono essere accompagnati dai familiari. Cerchiamo di essere una piccola luce di speranza».
L'arcidiocesi piemontese da sempre ha attivato questo servizio, che in tempo di pandemia ha visto crescere il proprio impegno. «Spesso diventiamo come i loro figli, il coniuge, i parenti»



Giulia (il nome è di fantasia) ha 8 anni, è Sabato Santo e al cimitero Monumentale piange. Con i genitori sta salutando il nonno. Termina la benedizione, il feretro si allontana e, mantenendo la debita distanza, il diacono, che ha concluso il rito, le sussurra: «Domani è Pasqua, quando aprirai l'uovo pensa al nonno che in quel momento sarà felice per te e con te». Spunta un sorriso, il diacono la saluta e si prepara alla benedizione successiva.
Accade a Torino e il diacono Giorgio Agagliati è uno dei "rinforzi" a quel servizio di preghiera e accompagnamento che la Chiesa to- rinese garantisce ai defunti prima della tumulazione grazie ad una équipe di diaconi. Un "rinforzo", perché l'epidemia ha moltiplicato il numero dei morti e ha impedito i funerali nelle comunità. Dunque l'équipe si è «allargata », raggiungendo la decina di unità: si sono aggiunti alcuni ministri di solito impegnati in altri servizi e si è garantita una fascia oraria più ampia.
Poi ci sono anche altri diaconi e preti che, in particolare nei paesi, accompagnano il feretro per la benedizione. «Il servizio dei diaconi ai cimiteri cittadini – spiega don Claudio Baima Rughet, delegato arcivescovile per il diaconato permanente – è continuativo ed è svolto da anni. La loro presenza, in quanto collaboratori del vescovo, fa sentire alle famiglie in lutto l'abbraccio della grande famiglia cristiana, vincendo, almeno in parte, l'isolamento e il conseguente senso di solitudine».
Ed è la solitudine, infatti la grande ferita di questa pandemia, di un virus che, come testimonia il diacono Marco Allara, responsabile dell'équipe, «ti isola anche nel momento della tumulazione e impedisce ai parenti di godere del sostegno degli abbracci… ». Una solitudine che si spera possa essere in parte allentata nella fase 2, come annunciato in un'intervista ad Avvenire dal ministro dell'Interno Luciana Lamorgese, con «la possibilità di poter tornare a celebrare i funerali seppure alla presenza soltanto dei parenti stretti e nel rispetto delle misure di distanziamento fisico dei partecipanti».
Ma per ora la solitudine continua. «Arrivano i feretri – prosegue Allara – e spesso, se si tratta di morti di Covid-19, i parenti più prossimi sono in quarantena e non c'è nessuno se non gli addetti alle onoranze funebri; così sappiamo che in quel momento siamo anche i tramiti di quel saluto che figli, mariti o mogli non possono fare, di quel saluto che spesso è un aiuto a elaborare il lutto e per questo ci viene chiesto di essere filmati o di celebrare il rito in collegamento attraverso i telefoni ». «Mi è capitato – conclude Allara – di ricevere ringraziamenti da parte di familiari che avevano visto le immagini e si sono sentiti confortati: non avevano più potuto vedere il congiunto dal ricovero in ospedale…».
«Recentemente – spiega Nicola Ruggiero – ho celebrato il rito per il padre di un parroco della nostra diocesi, lui era in quarantena. Lui che avrebbe voluto accompagnare il papà come ha fatto per tanti suoi fedeli era a casa, allora ci siamo collegati con il telefonino e abbiamo pregato insieme ed è stato un momento di comunione profonda». «Il tempo purtroppo non è molto – aggiunge – e il fatto di essere giustamente protetti da guanti e mascherine e di rispettare le distanze rende più difficile un servizio che spesso è anche espresso con strette di mani, carezze. Così ora è lo sguardo a veicolare la speranza che la fede ci invita ad avere… una speranza che deve aiutarci a vincere le paure. Anche io non lo nego un po' di paura ce l'ho, ma credo che sia importante il nostro essere lì a nome di tutta la Chiesa».
«Normalmente – prosegue Marco Berruto – tutti i defunti che benediciamo, nel fine settimana vengono ricordati nella Messa celebrata nella chiesa del cimitero, ora non è possibile, allora invito i parenti a non perdere questo momento di preghiera, quando sarà possibile, o di comunicarlo ai parroci che celebrano comunque la Messa ogni giorno. Non c'è stato il funerale, ma c'è una catena invisibile di preghiera che continua a tenerci uniti e a darci forza». «Credo che ciò che cerchiamo di fare – prosegue Agagliati – è essere una piccola luce di speranza. Dico spesso che il momento che viviamo insieme al cimitero è un prendere per mano chi è mancato per accompagnarlo a Dio, un prendere per mano che non è magari stato possibile fisicamente al momento della morte, ma lo è nella preghiera. Il tempo non è molto, ma vorremmo trasmettere ai presenti che quel tempo è per loro e per il loro caro, ciascuno è preso per mano».
Ed ecco al termine di un altro "turno" due signore, che avevano accompagnato il papà, intonano insieme un canto: «mi sono fermato e mi ha commosso – conclude Agagliati –. Il papà aveva trasmesso loro amore per la musica e ora loro, dopo aver pregato, facevano salire al cielo la voce: un legame di amore e gratitudine che la morte non può spezzare».

(Fonte: https://www.avvenire.it)
(Immagine: Un feretro viene inumato al Cimitero Monumentale di Torino – Lapresse)


domenica 19 aprile 2020

Ora è il nostro momento


Ho ricevuto la riflessione, che di seguito riporto, sulla presenza del diacono nell'attuale situazione di crisi globale.
È del diacono Enzo Petrolino, Presidente della Comunità del Diaconato in Italia.



Ora è il nostro momento, ora è la nostra diaconia
Il ministero diaconale al tempo della crisi


Quando ci preparavamo per iniziare la Quaresima, ci arrivavano notizie dai media della diffusione di un virus in Cina, gradualmente la notizia cominciò a diventare allarmante. In breve tempo abbiamo scoperto che si chiamava Coronavirus (mai sentito prima d'ora). Pensavamo che la cosa non ci riguardasse, invece l'espansione del COVID19 (altro nome coniato) ha investito l'Italia, e successivamente gli altri paesi d'Europa, in maniera prepotente e devastante. L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha offerto subito la profilassi di fronte a questa epidemia, che è presto diventata pandemia. Come era successo nelle differenti zone in Cina, così anche da noi, prima nella zona settentrionale dell'Italia e poi in tutto il Paese, tutti siamo stati confinati a casa in una quarantena, una situazione che, in un modo o nell'altro, è arrivata a cascata in quasi tutti i contenti del mondo. Inizialmente si era detto che la quarantena sarebbe durata poco, quindici giorni, poi è stata estesa a più di un mese ed ora fino al 3 maggio. In questa situazione eccezionale, che a memoria degli anziani che hanno vissuto le diverse guerre o epidemie non era mai accaduto un evento così globale, il numero di infetti sale ogni giorno, così come quello dei morti, e fortunatamente va molto meglio la situazione dei guariti. Siamo scioccati, siamo profondamente feriti da tutta la sofferenza che percepiamo intorno a noi: i defunti senza un commiato, le loro famiglie senza un conforto, i malati, coloro che perdono il lavoro... è successo tutto così inaspettatamente e bruscamente che dobbiamo cogliere una prospettiva nuova per scoprire proprio ora la presenza di Dio mentre, a prima vista, percepiamo solo dolore e desolazione. Con questa riflessione voglio tentare un primo approccio per capire di che prospettiva stiamo parlando.

Quaresima è diventata una "quarantena"
Progressivamente i diaconi, come il resto dei nostri concittadini, sono stati "rinchiusi" nelle loro famiglie. Disertati Eucaristia pubblica, celebrazione dei sacramenti, incontri; abbiamo lasciato coloro che accompagnavamo nelle diverse aree affidate al nostro ministero riducendo le nostre attività pastorali che svolgevamo all'esterno. I diaconi sono persone d'azione, forse tendiamo a misurare la nostra dedizione e il nostro servizio in base a ciò che "facciamo", così man mano che passano i giorni della "quarantena" ci siamo chiesti: Come contribuire in qualità diaconi a questo momento unico del nostro mondo e della nostra chiesa? La "quarantena" sta diventando un momento di rallentamento. Abituati a vivere in fretta, ad avere un'agenda piena di attività, per misurare l'impegno e il servizio per ore, giorni, settimane... percepiamo che la vita si è fermata. Ci sentiamo sopraffatti dal non poter "fare" le cose, così come eravamo abituati. In questi giorni risuonano incessantemente dentro di noi queste domande. Cosa stiamo facendo della vita? Cosa succede a questo mondo, a questo pianeta? Purtroppo solo quando facciamo i ritiri o gli esercizi spirituali abbiamo un tempo simile, prolungato, per esaminare la vita alla presenza di Dio. Un tempo per rinnovare la centralità di Dio nella vita. La sola responsabilità di questa pandemia è degli esseri umani, mai di Dio che desidera il meglio per le sue figlie e i suoi figli, è anche nostra responsabilità convertire così tanto dolore e sofferenza, così tante domande e smarrimento in un vero Kairos nella nostra vita.

La "quarantena" vissuta in famiglia
Quante volte abbiamo ascoltato dai diaconi che il primo posto per l'esercizio del nostro ministero è la famiglia stessa. Questo momento ci dà la possibilità di vivere l'esperienza di un tempo lungo e denso, in quantità e qualità, con le nostre famiglie, al fine di rendere possibile a ciascuna essere piccole chiese domestiche, con le loro luci e ombre, per sostenersi a vicenda, per aiutare le speranze e i sogni di ogni membro affinché possano essere realizzati, secondo il progetto che Dio ha per tutti. Essere in grado di accompagnare con tempo e delicatezza se c'è dolore, malattia, frustrazione. Anche per condividere con loro l'assurdità di questa situazione, le cause e i suoi effetti, le speranze e i cambiamenti necessari e presentarli al Padre.

La "quarantena" vissuta come solitudine
Siamo abituati ad andare da un posto all'altro, percorrendo molte volte lunghe distanze per esercitare il nostro ministero, lavorare, andare in vacanza in estate. All'improvviso siamo confinati tra le mura delle nostre case, a volte piccole e molto limitate, soprattutto quelle dei poveri. Le persone più vulnerabili pagano sempre il prezzo più alto della crisi. E quando iniziamo a sentire l'impotenza sterile di non poter "fare" nulla, ci sentiamo interrogati dalle persone che normalmente accompagniamo, in particolare i malati, quelli che vivono soli, i più vulnerabili ed emarginati, che possiamo presentare al Signore nella preghiera. Possiamo anche chiamarli telefonicamente per mantenere un dialogo sereno e rassicurante, che oltre a fornire sicurezza e fiducia, può rilevare possibili esigenze di qualsiasi tipo, di cui potremmo occuparci. Un appello per rendere reale che la Comunità è fatta da persone, non da "templi", da situazioni di vita condivise alla luce della fede, non da strutture, a volte così anti-evangeliche. Questa è una "quarantena" per guardare attraverso le nostre finestre: strade vuote, strade senza automobili, animali che occupano spazi pubblici e che ci ricordano che questi luoghi appartenevano a loro, prima che li invadessimo. Finestre che ci consentono di vedere cieli e acque più trasparenti e puliti e di chiederci cosa stiamo facendo con questa creazione! Finestre che ci ricordano altre finestre del mondo, un mondo interconnesso e interconnesso nel bene e nel male, che ci dice che siamo parte di un singolo pianeta, al di là di paesi, nazioni, confini, lingue e religioni...
Finestre che ci mostrano, in prima persona e in modo eccezionale, ciò che milioni di esseri umani vivono quotidianamente in così tanti posti nel mondo. Finestre che ci parlano di altre epidemie ancora presenti, ma dimenticate oggi. L'Organizzazione Mondiale della Sanità ci ricorda la situazione nell'Africa occidentale con l'Ebola, presente dal 2014, con oltre 30.000 persone infette e 11.000 morti. O nell'Africa sub-sahariana, la malaria, che nel solo 2018 ha causato 228 milioni di infetti e 405.000 morti. O nel mondo, con la dengue, che causa 390 milioni di infezioni all'anno, o il morbillo, praticamente sradicato nel primo mondo, ma che nel solo 2017 ha causato 110.000 morti. Ma ovviamente, tutto ciò accade in finestre molto lontane da quelle del nostro primo mondo, praticamente non li vediamo e non hanno alcuna incidenza sui nostri giornali o televisioni. Mi chiedo con preoccupazione e sofferenza: dove saranno confinati così tanti milioni di esseri umani senza tetto? Come faranno così tante persone che non hanno l'acqua a lavarsi le mani? Quali effetti avrà il coronavirus in Africa?
Ciò che normalmente passava inosservato, ciò che non veniva valutato, ciò che non contava, ora acquisisce rilevanza, servizio evangelico, diaconia: il lavoro dei dipendenti nei supermercati, i poliziotti, i trasportatori, i tassisti... senza dimenticare il lavoro di tutto il personale sanitario negli ospedali, nelle case di cura, grazie al quale possiamo recuperare e mantenere la vita. L'esempio silenzioso di tanti fratelli e sorelle che stanno rendendo reale la sequela di Gesù in favore dell'ultimo: laici uomini e donne, uomini e donne religiose, persone consacrate, diaconi, sacerdoti e vescovi. Hanno perso la vita più di cento preti e un diacono.
Questo può essere un buon momento per rivedere il nostro diaconato sull'esempio di così tante brave persone, a volte eroi, che non esitano a dare la vita per gli altri. Una "quarantena" in cui vediamo quanti nostri concittadini finiscono sulla strada perché perdono temporaneamente o permanentemente il proprio lavoro. In un momento critico in cui così tanti i governanti pongono la crescita economica davanti alla salute dei cittadini. Dove proiettando la crisi economica che già tocca tanti di noi, è difficile investire oggi e salvare vite umane, perché a tempo debito si preferiva investire di più in altri interessi meschini, come il traffico delle armi, dimenticando la ricerca, la salute, i servizi igienico-sanitari. Una "quarantena" in cui il bene più prezioso è una mascherina o un respiratore. Una situazione di depredazione economica internazionale, laddove nascono interessi nascosti di mercato solo di pochi. Un tempo che fa avverare le parole di Papa Francesco in modo terribile e sanguinoso: "questa economia uccide". Se diciamo di seguire Gesù, una volta superata questa situazione, dovremo stare con gli occhi ben aperti e mantenere alte le nostre voci per difendere la giustizia sociale in difesa di un lavoro dignitoso per tutti. Come diaconi e cristiani, questa "quarantena" può attivare e rafforzare la nostra umiltà e la nostra identità. Umiltà, perché viviamo quanto siamo piccoli e vulnerabili, guardando l'esempio di servizio di così tante donne e uomini nei confronti dei loro simili. E la nostra identità, perché ri-sperimentiamo che prima di "fare" c'è l'"essere", lo sanno innanzitutto i diaconi, i cristiani, i cittadini, gli esseri umani. Speriamo che questa "quarantena" rafforzi criticamente ed evangelicamente ciò che siamo, come seguaci e seguaci di Gesù, servitori. In questi giorni ho letto il numero quattro delle Norme sulla formazione dei diaconi permanenti della Santa Sede. Lì ci viene ricordato che il diacono - come i presbiteri e i vescovi - partecipa in modo specifico a Cristo e al suo ministero, per essere strumento a favore del mondo e della Chiesa. Essere i suoi strumenti, soprattutto nel servizio, nella diaconia. Approfittiamo di questa "quarantena", per combattere il coronavirus, sostenendo le vittime e cercando di trasformarlo in un tempo di grazia, per essere diaconi veri. Vale a dire, per registrare nella parte più intima del nostro cuore e della nostra anima, tutto ciò che oggigiorno stiamo vivendo e sperimentando, dove Dio è presente e ci parla. E "facciamo" ora, con tutti gli impedimenti che percepiamo, ciò che il Signore ci chiede mettendo in campo così tante possibilità, in modo che alla fine di questo momento difficile, il nostro servizio e il nostro ministero diaconale possa essere un mezzo più efficace per divenire strumenti di Gesù servitore oggi e qui, perché nulla sarà come prima. Dobbiamo renderci conto e responsabilmente coscienti che il diaconato è una realtà in rapida evoluzione, il cui numero cresce con forza sia a livello globale che nei diversi continenti, aumentando del 10% nel quinquennio 2013-2017, passando da 44.195 a 47.504 diaconi.

Vorrei chiudere con due notizie tristi che ci toccano da vicino: la morte del primo diacono permanente di coronavirus, il francescano americano John-Sebastian Laird-Hammond e la morte del primo diacono permanente italiano a cui il Covid-19 non ha lasciato scampo, Maurizio Bertaccini, medico che ha lottato con il virus ma la malattia purtroppo non lo ha risparmiato ed è morto all'età di 68 anni.
Mi piace ricordare questo nostro confratello che lascia quattro "famiglie": quella naturale, la comunità di Montetauro, la diocesi e l'ordine dei medici. La moglie nel salutare il marito ha detto: "Maurizio è volato al Padre tra le braccia amorose della mamma del Cielo". Maurizio si era trasferito con la famiglia a Montetauro, per seguire più da vicino la comunità di stile dossettiano, Piccola Famiglia dell'Assunta di Montetauro, nella quale si è formato e nella quale ha fatto la professione insieme alla moglie, poco prima dell'ordinazione diaconale. Dal loro matrimonio sono nati sei figli naturali, più uno adottivo e tre in affido. La figlia maggiore della coppia si è consacrata nella Piccola Famiglia dell'Assunta di Montetauro, realtà che accoglie e accudisce anche bambini e adulti con gravi e gravissime disabilità e patologie, oltre ad occuparsi del recupero e qualificazione umana, culturale e professionale nonché inserimento sociale di persone che si trovano in stato di bisogno, handicap o emarginazione. La Piccola Famiglia ha aperto due Case in Italia, in Cina e nella Diocesi di Rimini. Uomo di grande fede, nel 1997 è stato ordinato diacono permanente dal Vescovo Mariano De Nicolò. Prestava servizio presso la parrocchia Santa Innocenza di Montetauro di Coriano e nella comunità della Piccola Famiglia dell'Assunta. "La morte del diacono Bertaccini è un grande dolore per comunità diocesana e diaconale. – ha scritto il delegato Diocesano per il diaconato, don Maurizio Fabbri – in questi giorni della settimana di Pasqua siamo certi che Maurizio potrà godere, quale 'servo buono e fedele', della pace col suo Signore risorto. Affidiamo al Signore anche Maria e la sua grande famiglia, perché trovino consolazione e fortezza nella fede". La sua scomparsa lascia addolorate migliaia di persone che lo hanno apprezzato come medico, uomo e come diacono.

Preghiamo di lasciarci dietro la quaresima e la quarantena e che durante i cinquanta giorni pasquali il coronavirus possa crollare in tutto il mondo, come un altro frutto della vittoria di Cristo sulla morte. Nel frattempo, preghiamo ed agiamo perché a nessuno manchi ciò che è necessario per affrontare questa pandemia e che presto avremo un vaccino per l'immunizzazione globale.
Oggi tutti noi dovremo fare la nostra parte, i diaconi dovranno continuare a "fare" la loro, rafforzando ora il nostro "essere" servi.
Il Signore è risorto, alziamoci tutti con Lui, Alleluia!

(Immagini del diacono Maurizio Bertaccini, medico, marito e padre)

giovedì 9 aprile 2020

«Famiglia, sii te stessa!»


La condizione di isolamento a cui siamo costretti a causa della pandemia ci fa riscoprire, in assenza di celebrazioni pubbliche per i riti di questa Settimana Santa, che ogni famiglia è chiamata ad inventarsi uno spazio con dei segni che richiamino la nostra fede: un cero, un crocifisso, una tovaglia particolare che viene messa sulla tavola nei momenti celebrativi.
Possiamo davvero celebrare la fede nelle case, nella vita quotidiana, in ogni giorno. Le relazioni più intime, se vere, se vissute in Cristo, diventano «tempio dello Spirito» (1Cor 6,19-20: «Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo, che è in voi? Lo avete ricevuto da Dio e voi non appartenete a voi stessi. Infatti siete stati comprati a caro prezzo: glorificate dunque Dio nel vostro corpo!»). Il luogo dell'incontro con Dio è Gesù Cristo e con lui ogni uomo che lo accoglie: "Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui" (Gv 14,23). L'uomo è l'unico vero santuario dal quale si manifesta e irradia l'amore del Padre per le sue creature. È questa la fede del credente. "Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?" (1Cor 3,16) scrive Paolo, talmente convinto di questa realtà da affermare "Cristo vive in me" (Gal 2,20). Nella certezza che non manchino al popolo di Dio, ai vescovi, ai presbiteri, ai diaconi la creatività per sostenere tutti i credenti nel vivere in modo «eccezionale» questa Pasqua 2020 raccolti attorno a un tavolo di casa per pregare, celebriamo la Pasqua nell'emergenza, lì dove siamo, ma anche in comunione con tutta la Chiesa particolare di cui siamo parte.

Ed allora qualche suggerimento minimo per celebrare il triduo pasquale:

Giovedì Santo
L'evangelista Giovanni nel suo evangelo non riporta l'ultima cena ma la lavanda dei piedi. Le disposizioni stabilite dalla Congregazione per il Culto Divino hanno tolto il gesto liturgico, comprendiamo ed accettiamo. Si potrebbero rileggere i testi che istituiscono il memoriale (dal libro dell'Esodo 12,1-14, il Sal 115 (116), dalla prima lettera di Paolo ai Corinzi 11,23-26, dall'evangelista Giovanni 13,1-15 e dall'evangelista Matteo 26,17-29). Non possiamo celebrare l'Eucaristia in casa, ma spezzare un pane e condividerlo può rimandare al senso di quello che ogni domenica viviamo con tutti i credenti, per ricordare che l'eucaristia è celebrata quando ci mettiamo a servizio gli uni degli altri.

Venerdì Santo
Al centro del Venerdì Santo c'è la croce di Gesù e il racconto della sua morte. Diventa importante scegliere una croce da mettere al centro, che sia quella che poi ogni volta ci invita a pregare. Davanti alla croce leggere il racconto della passione e morte del Signore (Gv 18,1-19,42) e poi una preghiera universale, perché la croce ci raccoglie tutti (e in questi momenti con particolare riferimento a chi soffre per il contagio e a chi opera per la cura dei malati).

Sabato Santo
Questo è un giorno particolare dove regnano il silenzio e l'assenza di celebrazioni. Abbiamo vissuto quasi tutta la quaresima come un lungo Sabato Santo di silenzio e senza riti. Allora questo giorno lo si potrebbe consacrare al silenzio. Si pongono i segni: una candela spenta, un crocifisso coperto, una tavola spoglia.

Domenica di Pasqua
La domenica di Pasqua la si vive come ogni domenica senza la celebrazione dell'eucarestia in chiesa. Una celebrazione della Parola - non mancano i sussidi che possiamo trovare in abbondanza in rete - che si conclude con una festa, un pranzo condiviso, un momento di gioia. Senza dimenticare chi è solo, oltre che a parenti ed amici, annunciare la Resurrezione di Cristo per dare una parola di vicinanza e di speranza. Anche i più restii hanno usato il telefono in questi giorni e spesso, ma forse ancor più in un giorno come questo.

«Famiglia, sii te stessa!» (san Giovanni Paolo II).

(Riflessione tratta da Lectio divina, Abbazia Santa Maria di Pulsano, FG)


----------
Vedi anche altri post a suo tempo pubblicati sul Triduo Santo:
•  La beatitudine del servire (19/04/2019)
•  Partecipi della Sponsalità di Cristo (28/03/2018)
•  Gesù abbandonato: mistero di Dolore e di Amore (12/04/2017)
•  Il dolore e la sofferenza sono "solo" germogli di rinascita (23/03/2016)
•  Pasqua, passaggio di Dio e passaggio dell'uomo (01/04/2015)
•  Il mistero di quei tre giorni (18/04/2014)
•  Il Servo di Jahwè (15/04/2014)
•  Nati da quel Sangue (6/04/2012)
•  Li amò sino alla fine (2/04/2010)
•  Il nostro modello (30/03/2010)
•  Nel deserto del mondo… (9/04/2009)
•  Quel seme che muore per dar vita (6/04/2009)
•  Il sepolcro vuoto (19/03/2008)


mercoledì 8 aprile 2020

Via Crucis al tempo del Coronavirus [7]


Tredicesima Stazione: Gesù deposto dalla croce
Assieme all'Annunciazione, la deposizione è la scena in cui Maria è maggiormente raffigurata dagli artisti. È bella la Madre silenziosa con il figlio morto adagiato in grembo. All'Annunciazione aveva ingaggiato un vivace dialogo con l'angelo, ora tace. La spada profetizzata da Simeone le ha trapassato l'anima. Ha condiviso appieno il dramma del figlio. Nella sua impotenza accoglie in sé tutte le morti, come Gesù ha preso su di sé tutti i mali del mondo.

Quando depongono dal letto i morti del Coronavirus, fuori c'è un camion ad attendere. Una lunga fila di camion militari si avvia verso gli inceneritori. Quanta desolazione. Lo stesso silenzio del Golgota.

Come Maria apriamo braccia e cuore per accogliere ogni dolore, ogni sofferenza, ogni morte.
Neppure una lacrima cada per terra invano.
È un bene prezioso che va condiviso e vissuto.
Forse non sapremo dire parola, ma stiamo lì, per farci sentire presenti. E che nessuno resti mai solo.


Quattordicesima Stazione: Gesù è deposto nel sepolcro
Aveva detto d'essere la Vita, ora la Vita è stata inghiottita dalla Morte.
Ora è tutto decisamente finito. Mettiamoci una pietra sopra.
Quella pietra rotolata davanti al sepolcro è come un macigno che seppellisce ogni speranza.
Comincia il grande silenzio del sabato, quando tutto si ferma. È la solitudine.

Che silenzio nelle nostre città. Tutto s'è fermato. Chiuse le saracinesche dei negozi, i cancelli delle fabbriche, le porte di casa. Sembra che solo la morte regni, sovrana. Siamo impotenti.

In questo silenzio risuona ancora la tua voce: "In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto" (Gv 12, 24).
Non sei stato sepolto, sei stato semplicemente seminato.
Devono passare mesi, lì sotto terra, per vedere spuntare di nuovo la vita che, nascosta, sta germinando, lentamente.
Rinascerà e sarò messa abbondante e tutti saremo quella spiga piena.

(Fonte: http://fabiociardi.blogspot.com)

lunedì 6 aprile 2020

Via Crucis al tempo del Coronavirus [6]


Undicesima Stazione: Gesù è inchiodato in croce
"Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora saprete che Io sono" (Gv 8,28).
A Mosè, sul monte Sinai, Dio si rivelò come "Io sono".
Soltanto Dio veramente è e può dire in tutta verità: "Io sono". Nessuno "è" come lui "è".
Gesù, al culmine della sua umiliazione, quando, inchiodato sulla croce come un malfattore e un maledetto da Dio (perché la Scrittura dichiara maledetto chi è appeso al legno: Dt 21,22-23), sembra ormai una nullità, mostra il suo vero essere: "Io sono".
Muore per amore e svela il vero volto di Dio: Amore. È questa l'identità di Gesù, il suo vero essere.

Il virus ci inchioda nelle case, negli ospedali, ci innalza sulla croce, ci umilia, riduce al nulla la nostra potenza e prepotenza. Che sia un appello a trovare il nostro vero io? La realtà più profonda del nostro essere: l'amore?

"Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me" (Gv 12,32).
Proprio perché tu "sei" e sei "Amore", innalzato in cielo - perché la tua crocifissione è la tua gloria - apri il cielo per noi, come lo apri per il buon ladrone, e ci porti con te.
Ci sollevi dal nostro niente, ci attiri a te, alla vita divina, tutti insieme, fatti una famiglia con te, con il Padre, con la Madre che ci dai dalla croce.


Dodicesima Stazione: Gesù muore in croce
Gesù, la Vita, muore.
La morte è entrata nel mondo a causa del peccato. Gesù si è fatto peccato per essere accanto a noi peccatori, e farci buoni e santi. Ha condiviso la nostra morte, perché possiamo condividere la sua risurrezione.
"Mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi" (Rm 5,8-10).
Dalla croce si dona e dona tutto: il perdono, il Padre, la Madre, il Paradiso, lo Spirito.
All'ultimo lo trafiggono con una lancia e dona l'ultimo sangue, che lava i nostri peccati.
Che altro poteva fare per dirci che ci ama e che gli siamo preziosi?

Quanti morti in questi giorni! Molti ci lasciano da soli, senza nessuno che li stringa la loro mano, che chiuda loro gli occhi. E quanto pianto lasciano nelle case che si svuotano d'improvviso…

Gesù è morto attorniato da molte persone, ma ha provato la solitudine - "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" - perché noi non fossimo più soli e mai abbandonati.
Chi sarà contro di noi? Dio, "che non ha risparmiato i proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi?". "Chi ci condannerà? Cristo Gesù, che è morto… per noi?" (Rm 9,32.34).
Gesù è morto perché noi non moriamo. "Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me… non morrà in eterno" (Gv 11,25-26).

(Fonte: http://fabiociardi.blogspot.com)

sabato 4 aprile 2020

Via Crucis al tempo del Coronavirus [5]


Nona stazione: Gesù cade la terza volta
La pietà popolare ha immaginato tre cadute lungo il cammino verso il Calvario. Chissà, forse saranno state anche di più… Ma quel numero tre sta a significare il peso di un'oppressione enorme che lo schiaccia a terra.
"Egli portò i nostri peccati nel suo corpo, sul legno della croce" (1Pt 2, 24).
"Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore" (2Cor 5, 21).

Che pesi enormi sta caricando l'epidemia, specialmente sui più poveri, su quelli che vivono del lavoro giornaliero e che d'improvviso si trovano senza di che poter vivere. E quante cadute in depressione…

"In tutti i tuoi passi pensa a lui ed egli appianerà i tuoi sentieri" (Pro 3, 6).
Ci sei accanto, in ogni nostra caduta:
"mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra" (Sal 39,10);
"tu mi hai preso per la mano destra.
Mi guiderai con il tuo consiglio
e poi mi accoglierai nella tua gloria" (Sal 73,23-24).


Decima stazione: Gesù spogliato delle vesti
Tutti e quattro i Vangeli dicono che i soldati si divisero le vesti. Non dicono che furono i soldati a spogliare Gesù.
Si spogliò da solo. Fu l'ultimo gesto, uguale al primo: "Pur essendo nella condizione di Dio… spogliò se stesso assumendo la condizione di servo" (Fil 2,6-7).
L'aveva fatto anche la sera prima, nel cenacolo, quando "depose le vesti" per lavare i piedi di discepoli (Gv 13, 4).
Si spoglia, dà la vita, come buon Pastore.

La piccola e povera Albania questi giorni si è spogliata di un manipolo di medici e infermieri per rivestire l'Italia. C'è ancora chi è pronto a rinunciare a se stesso, sull'esempio di Gesù, e servire e dare la vita per l'altro.

Di quante cose dobbiamo ancora spogliarci per ritrovare la nudità di Adamo e di Eva, la semplicità di vita.
Liberarci del superfluo, da tante sovrastrutture, inutili, che ci siamo messi addosso e appesantiscono il nostro cammino.
Liberarsi donando, come Gesù.

(Fonte: http://fabiociardi.blogspot.com)

martedì 31 marzo 2020

Via Crucis al tempo del Coronavirus [4]


Settima Stazione: Gesù cade la seconda volta
La croce la porta ormai Simone di Cirene, eppure Gesù cade ancora una volta.
È un altro il peso che lo accascia:
"Si è caricato delle nostre sofferenze,
si è addossato i nostri dolori…
schiacciato per le nostre iniquità…
portava il peccato di molti" (Is 53,4-5.12).

Chi si sarebbe mai aspettato che la nostra società, così sicura di sé, potesse essere messa in ginocchio in così pochi giorni, contemporaneamente in tutto il mondo. Gesù si è lasciato trascinare per terra per essere vicino a chi cade.

Quante cadute nella nostra vita! Quanti sbagli… A volte verrebbe da scoraggiarsi, da gettare la spugna e arrendersi.
Quando siamo a terra ecco che ci troviamo accanto Gesù, caduto anche lui, mai così vicino come in quel momento, che condivide la nostra caduta, il nostro sbaglio…


Ottava stazione: Gesù incontra le donne di Gerusalemme
È Luca a raccontarci che, assieme a una grande folle, anche donne in pianto seguivano Gesù (cf. Lc 23,28-31). Luca è sempre attento alla presenza amorosa delle donne attorno a Gesù, discepole fedeli che lo seguono fino ai piedi della croce.
Gesù è grato di non essere lasciato solo sulla via del Calvario, ma pensa soprattutto a quella folla che lo segue, sulla quale è ormai immanente la sciagura della distruzione di Gerusalemme: non pensino a lui, pensino a cambiare vita: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli».

Quante donne piangono oggi la morte dei loro cari. Quale grande sciagura si è abbattuta su di noi con questa pandemia. Ma dobbiamo piangere tante altre morti dimenticate: i 7000 bambini falciati ogni giorno dalla fame, i 100 soldati uccisi giorni fa da Boko Haram in Ciad, quelli delle guerre senza fine, dei cartelli della droga, dei profughi nei deserti e nei campi di detenzione...

Se hanno trattato te così, che sei il "legno verde", che ne sarà di noi "legno secco"? Dovremmo essere tagliati e bruciati. Che altro meritiamo nella nostra cattiveria?
Per fortuna poco dopo dirai: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Ci scusi, ti metti dalla nostra parte, ci difendi, nel tuo amore infinito.
Non dobbiamo fare anche a noi così con i nostri fratelli?

(Fonte: http://fabiociardi.blogspot.com)

lunedì 30 marzo 2020

Via Crucis al tempo del Coronavirus [3]


Quinta Stazione: Il Cireneo aiuta Gesù a portare la croce
Prese la croce di malavoglia: lo costrinsero (Mt 27,32). Simone di Cirene tornava a casa dopo una mattinata di lavoro in campagna, quando i soldati si avvalsero del diritto di imporre l'angheria, il servizio gratuito.
Camminando dietro a Gesù il giogo si faceva dolce e il carico leggero (Mt 11,30). Continuò a seguire Gesù anche dopo, divenendo suo discepolo, assieme ai figli Alessandro e Rufo.
Simone, senza che allora lo sapesse, aveva obbedito alla parola di Gesù: "Se qualcuno vuol venire dietro a me… prenda la sua croce e mi segua" (Mt 16,24). Fece sua la croce di Gesù e le sue croci si mutarono nella croce di Gesù.

Medici, infermieri, personale di servizio… Quante persone si prodigano in questi giorni per gli ammalati del virus! Alcuni costretti dalla necessità, angariati, altri con convinzione, tutti comunque mettono a rischio la propria vita. Siamo grati a questi Cirenei e preghiamo per loro.

Gesù non è da meno e prendi su di te la nostra croce. La croce "pesa di meno" scriveva Igino Giordani, "se Gesù ci fa da Cireneo". E pesa ancora di meno se la croce la portiamo insieme: "Una croce portata da una creatura alla fine schiaccia; portata insieme da più creature con in mezzo Gesù, ovvero prendendo come Cireneo Gesù, si fa leggera: giogo soave. La scalata, fatta in cordata da molti, concordi, diviene una festa, mentre procura un'ascesa".
È come se Gesù ci dicesse: Non temete, dunque, perché, se siete uniti, Io sono con voi, e come Cireneo porto la vostra croce, qualsiasi essa sia.


Sesta Stazione: La Veronica asciuga il volto di Gesù
Secondo la tradizione orientale la donna che asciugò il volto a Gesù mentre saliva al Calvario, si chiamava Berenike. Qualunque fosse il suo nome la tradizione latina gliel'ha cambiato con un nome nuovo: Icona vera, Veronica.
Sì, perché il sangue, il sudore, gli sputi, la terra di cui era imbrattato il Santo Volto di Gesù ha stampato l'immagina sul lino, ma la vera immagine di Gesù si è stampata indelebilmente nel cuore della donna: la sua identità, il suo nome, sarà per sempre Veronica, il volto vero di Gesù.

Quanti volti sfigurati negli ospedali, nelle tende improvvisate, irriconoscibili dietro la maschera dell'ossigeno. E quante mani pietose, anche se avvolte dai guanti, si posano su di loro…

"Il tuo volto, Signore, io cerco" (Sal 26,9), "Mostraci il tuo volto e saremo salvi" (Sal 79,20). È il desiderio di ogni cuore, vedere Dio, vedere il volto di Dio. Quando amiamo qualcuno vogliamo guardarlo in volto. E Dio possiamo vederlo? Gesù ci ha detto di sì: "Chi vede me, vede il Padre" (Gv 12,45). E ha aggiunto: "Chi vede il fratello, vede il Signore" (Ipsissima verba). Sì, possiamo vedere il volto di Dio, nel volto sfigurato di ogni fratello. Ma occorre un cuore puro, come quello della Veronica: "Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio" (Mt 5,8).

(Fonte: http://fabiociardi.blogspot.com)

giovedì 26 marzo 2020

Via Crucis al tempo del Coronavirus [2]


Terza stazione: Gesù cade la prima volta
La terra è humus. Per umiliare qualcuno lo si fa strisciare per terra, gli si fa mangiare la polvere della terra… Eccolo Gesù a terra, umiliato.
L'hanno umiliato con la flagellazione, la coronazione di spine, l'hanno sfinito, spossato.
Ma è lui che l'ha scelto, per amore di noi: "Pur essendo di natura divina… umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce" (Fil 2,6-8).

La foto dell'infermiera che crolla dopo una nottata di assistenza ai contagiati e s'addormenta pesantemente sul tavolo è l'icona della caduta di Gesù mentre sale al Calvario.

Quanto orgoglio, quanta superbia nel crederci superiori agli altri, sicuri di noi, addirittura emancipati da Dio, di cui facciamo tranquillamente a meno anche quando crediamo in lui. Sappiamo che c'è, ma la nostra vita non ne ha bisogno, siamo autosufficienti.
La caduta di Gesù è un invito ad abbassarci, a metterci accanto alle persone calpestate, ignorate, umiliate, come lui ha fatto con noi.


Quarta stazione: Gesù incontra sua madre
Cosa avrà pensato Maria quando si vide davanti il figlio flagellato e sanguinante, con la croce sulle spalle? Alla profezia del vecchio Simeone "Una spada ti trafiggerà l'anima" (Lc 2,35)?
Quando lo presentò al Signore nel tempio lo riscattò immediatamente e lo riportò a casa. A dodici anni, quando si era allontanato da solo, lo rimproverò e tornarono a casa insieme.
Ora è pronta a perderlo, lo dona interamente al Padre, a tutti noi diventati suoi figli.

Quante madri preoccupati per la salute dei figli, impotenti davanti al contagio. Quante sgomente davanti alla loro morte lenta, senza neppure poterli assistere, se non da lontano, come lontano se ne dovette stare Maria.

"Beata tu che hai creduto" (Lc 1,45) proclamò Elisabetta. Aiuta anche noi a credere, Maria, anche quando sembra che Dio ci abbandoni nelle mani del male, anche quando non capiamo perché le persone che amiamo debbano soffrire, morire.
Stai accanto a noi, tu che ci sei madre, e ripetici quello che ti disse l'angelo: "Non temere… nulla è impossibile a Dio" (Lc 1,30.37).
Insegnaci a metterci a servizio del suo disegno d'amore, anche quando non ci sembra tale, e a dire dal profondo del cuore: "Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai pensato" (Lc 1,38).

(Fonte: http://fabiociardi.blogspot.com)

martedì 24 marzo 2020

Via Crucis al tempo del Coronavirus [1]


Prima stazione: Gesù condannato a morte
Pilato condanna a morte Gesù, ma nessuno può togliere la vita all'autore della vita.
È il Padre che, amando tanto il mondo, dona il Figlio perché il mondo abbia la vita (cf. Gv 3,16).
Ed è Gesù che, in obbedienza al Padre, si dona liberamente per amore: «Io do la mia vita… Nessuno me la toglie: io la do da me stesso» (Gv 10,17-18).
Non è una scelta indolore. Gesù la compie tra forti grida e lacrime (cf. Eb 5, 7), in una lotta che lo fa sudare sangue (cf. Lc 22, 44).

Quante condanne a morte ha già sentenziato il Corona virus!

Chissà chi mi annuncerà la mia condanna a morte: forse il medico, un familiare, il dolore lancinante di un infarto…
Vorrei che nessuna circostanza mi privasse della vita. Vorrei donarla liberamente, come Gesù. Dio che m'ha dato la vita me la richiede ed io gliela dono.
Vorrei fosse l'ultimo sì all'ultima definitiva chiamata del Padre: un sì pieno, convinto, col quale mi consegno.
Neppure per me sarà indolore: è una porta stretta, ma introduce nella vita, all'incontro a tu per tu con il Signore, per restare per sempre con lui (cf. 1Ts 4,17).


Seconda stazione: Gesù è caricato della croce
Isacco fu caricato della legna per il sacrificio.
Isacco fu risparmiato, Gesù no, fu inchiodato su quel legno, vittima innocente per i nostri peccati (cf. 1Pt 2,14).
Non gli caricarono addosso la croce, "si sottopose lui stesso alla croce" (Eb 12,2). Le venne incontro e l'abbracciò, strumento del suo amore per noi.

Che croce pesante è stata caricata sulla nostra società: tutto si è fermato, tutto meno il contagio.

Discepoli, non possiamo essere da meno del Maestro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24).
Vogliamo seguirti Gesù, dove altro potremmo andare? E se tu ti avvii al luogo del martirio con la tua croce, anche noi accoglieremo la nostra, quella che giunge giorno per giorno, fatta di privazioni, dolori piccoli o grandi, delusioni, fallimenti, incomprensioni. Non la scegliamo noi.
Noi possiamo e vogliamo scegliere di abbracciarla assieme a te, perché l'hai già presa sulle tue spalle prima di noi: la nostra croce è la tua croce.

(Fonte: http://fabiociardi.blogspot.com)

domenica 22 marzo 2020

Coronavirus: Un tempo per vivere, come famiglia, il nostro essere «Chiesa domestica»


Dalle pagine dell'Osservatore Romano del 21 marzo 2020 leggiamo la riflessione (che riporto di seguito) del card. Kevin Joseph Farrel, Prefetto del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita centrata sulla forza insita nella relazione consacrata degli sposi e sul modo di vivere in famiglia questo tempo di pandemia, uno sperimentare concretamente il proprio essere "chiesa domestica".

«La presenza del Signore abita nella famiglia reale e concreta, con tutte le sue sofferenze, lotte, gioie e i suoi propositi quotidiani» (Amoris Laetitia 315).
Nella Chiesa abbiamo un tesoro nascosto: la famiglia. Il Signore ha sempre accompagnato ogni crisi del suo popolo con messaggi straordinari e sembra farlo anche di fronte a questa pandemia, che costringe tutti noi ad un forzato ritiro nelle nostre case. Le celebrazioni sono sospese, molte Chiese sono chiuse ed è rischioso raggiungerle. Ci sentiamo soli, isolati ed è proprio in questo isolamento che lo Spirito ci suggerisce di riscoprire il sacramento del matrimonio, in forza del quale le nostre case, per la presenza costante di Cristo nella relazione consacrata degli sposi, sono una piccola Chiesa domestica.
Nelle case, infatti, gli sposi garantiscono la presenza di Gesù ventiquattro ore al giorno. Una verità che papa Francesco sottolinea in Amoris Laetitia al nr. 67: «Cristo Signore "viene incontro ai coniugi cristiani nel sacramento del matrimonio" e con loro rimane». Gesù non se ne va, ma rimane con gli sposi ed è presente nella loro casa non solo quando sono riuniti e pregano, ma in ogni istante.
In forza di questa realtà, possiamo mettere a frutto questo tempo particolare come il tempo in cui ogni famiglia cristiana può riscoprire ciò che è: manifestazione genuina del mistero, che è la Chiesa come corpo di Cristo. Gli sposi infatti "edificano il Corpo di Cristo e costituiscono una Chiesa domestica" (Amoris Laetitia 67). Di questo corpo, ogni famiglia è una parte essenziale, che si costruisce a partire dai piccoli gesti quotidiani, dove Gesù è stabilmente presente.
È un tempo di allenamento, quello che ci sta offendo il Signore, in attesa di sconfiggere questo male. Un tempo nel quale, vivendo stretti nelle nostre case, siamo chiamati a fare continui esercizi di carità. Quante volte al giorno in queste ore il Signore ci dà l'opportunità di guardare con tenerezza i nostri figli, con pazienza amorevole il nostro coniuge; di moderare il tono della voce anche se intorno a noi regna un disordine inaspettato, di educare i nostri bambini all'uso buono di questo tempo dilatato in casa, che sembra non passare mai; di educarli ad un dialogo fatto di ascolto donato all'altro, di calma interiore, di rispetto, anche se l'altro è diverso da come vorrei che fosse? È un tempo di crescita, questo, per ciascuno di noi, in cui dobbiamo imparare a scandire il ritmo delle giornate, non più controllate dal lavoro frenetico e da una gestione familiare dominata dal "fare". Ore consegnate alla nostra capacità di lasciare spazio all'altro tra le mura ristrette delle nostre case. Quanto è importante, in questa nuova dimensione in cui siamo gettati, che marito e moglie sappiano guardarsi negli occhi e parlarsi, pianificando insieme le ore della giornata, consapevoli che tra le mura domestiche c'è una presenza bella che scaturisce dalla loro relazione: Gesù. Perché questo non è solo un tempo di allenamento umano, ma anche spirituale. È un tempo di pre-evangelizzazione, nelle case e per mezzo delle case, come all'epoca delle prime comunità cristiane, durante il quale il Signore ci invita a riunirci come famiglie, a pregare insieme, intorno ad una candela accesa, per ricordarci che c'è Qualcuno che ci tiene uniti e che, in questo frangente di smarrimento, ci vuole bene. Un tempo che ci permetterà poi di tornare a celebrare nelle Chiese, più consapevoli e forti della presenza di Gesù nelle nostre vite quotidiane.
Sforziamoci, dunque, di cogliere l'invito che ci rivolge il Signore nelle nostre case: riuniamoci, come famiglia, la domenica, per celebrare in modo più solenne quella liturgia domestica che abitualmente, in virtù della presenza di Gesù, si compie attraverso i gesti tra gli sposi («i gesti d'amore vissuti nella storia di una coppia di coniugi, diventano una «ininterrotta continuità del linguaggio liturgico», e «la vita coniugale diventa, in un certo senso, liturgia» (Amoris Laetitia 215).
Come farlo è semplice: possiamo ritrovarci tutti insieme in una stanza, recitare un Salmo di lode, chiederci perdono a vicenda con una parola o un gesto tra coniugi e tra genitori e figli, leggere il Vangelo della domenica, esprimere un pensiero su ciò che la Parola suscita in ciascuno, formulare una preghiera per le necessità della famiglia, di coloro che amiamo, della Chiesa e del mondo. E infine, affidare alla cura di Maria la nostra famiglia ed ogni famiglia che conosciamo.
Tutte le famiglie possono farlo, poiché Gesù ha detto: «dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,20). E perché non provare a fare comunità, pregando la domenica con più famiglie, via skype, o con altri sistemi di audio o video conferenza, usufruendo dei vantaggi della moderna tecnologia? A turno possiamo far leggere i nostri bambini, o alternare le voci di coppie e famiglie collegate.
Ricordiamoci che gli sposi sono il segno del Mistero pasquale che si celebra in ogni Eucaristia («Gli sposi sono pertanto il richiamo permanente per la Chiesa di ciò che è accaduto sulla Croce», Amoris Laetitia, 72); essi sono profezia, annuncio incarnato in una quotidianità fatta di piccoli gesti, che esprimono il dono di sé, come ha fatto Gesù. Approfittiamo di questo tempo un po' strano per accogliere e vivere lo Spirito nelle nostre case e riscoprire la ricchezza e il dono delle nostre Chiese domestiche insieme a Gesù, che abita con noi.

(Immagine da: https://www.diocesidicremona.it)

mercoledì 18 marzo 2020

Coronavirus, Papa Francesco: "Non sprecate questi giorni difficili"


La Repubblica: 18 Marzo 2020 - Intervista al pontefice

CITTA' DEL VATICANO - "In questi giorni difficili possiamo ritrovare i piccoli gesti concreti di vicinanza e concretezza verso le persone che sono a noi più vicine, una carezza ai nostri nonni, un bacio ai nostri bambini, alle persone che amiamo. Sono gesti importanti, decisivi. Se viviamo questi giorni così, non saranno sprecati". Papa Francesco vive le sue giornate in Vaticano seguendo da vicino le notizie intorno all'emergenza del coronavirus. Due giorni fa è andato a Santa Maria Maggiore e nella chiesa di San Marcello al Corso per pregare. A Repubblica racconta cosa questi giorni gli stanno insegnando.

Santo Padre, cosa ha domandato quando è andato a pregare nelle due chiese romane?
"Ho chiesto al Signore di fermare l'epidemia: Signore, fermala con la tua mano. Ho pregato per questo".

Come si possono vivere questi giorni affinché non siano sprecati?
"Dobbiamo ritrovare la concretezza delle piccole cose, delle piccole attenzioni da avere verso chi ci sta vicino, famigliari, amici. Capire che nelle piccole cose c'è il nostro tesoro. Ci sono gesti minimi, che a volte si perdono nell'anonimato della quotidianità, gesti di tenerezza, di affetto, di compassione, che tuttavia sono decisivi, importanti. Ad esempio, un piatto caldo, una carezza, un abbraccio, una telefonata... Sono gesti familiari di attenzione ai dettagli di ogni giorno che fanno sì che la vita abbia senso e che vi sia comunione e comunicazione fra noi".

Solitamente non viviamo così?
"A volte viviamo una comunicazione fra noi soltanto virtuale. Invece dovremmo scoprire una nuova vicinanza. Un rapporto concreto fatto di attenzioni e pazienza. Spesso le famiglie a casa mangiano insieme in un grande silenzio che però non è dato da un ascolto reciproco, bensì dal fatto che i genitori guardano la televisione mentre mangiano e i figli stanno sul telefonino. Sembrano tanti monaci isolati l'uno dall'altro. Qui non c'è comunicazione; invece ascoltarsi è importante perché si comprendono i bisogni dell'altro, le sue necessità, fatiche, desideri. C'è un linguaggio fatto di gesti concreti che va salvaguardato. A mio avviso il dolore di questi giorni è a questa concretezza che deve aprire".

Tante persone hanno perso i propri cari, tante altre lottano in prima linea per salvare altre vite. Cosa dice loro?
"Ringrazio chi si spende in questo modo per gli altri. Sono un esempio di questa concretezza. E chiedo che tutti siano vicini a coloro che hanno perso i propri cari, cercando di accompagnarli in tutti i modi possibili. La consolazione adesso deve essere impegno di tutti. In questo senso mi ha molto colpito l'articolo scritto su Repubblica da Fabio Fazio sulle cose che sta imparando da questi giorni".

Cosa in particolare?
"Tanti passaggi, ma in generale il fatto che i nostri comportamenti influiscono sempre sulla vita degli altri. Ha ragione ad esempio quando dice: "È diventato evidente che chi non paga le tasse non commette solo un reato ma un delitto: se mancano posti letto e respiratori è anche colpa sua". Questa cosa mi ha molto colpito".

Chi non crede come può stare con speranza di fronte a questi giorni?
"Tutti sono figli di Dio e sono guardati da Lui. Anche chi non ha ancora incontrato Dio, chi non ha il dono della fede, può trovare lì la strada, nelle cose buone in cui crede: può trovare la forza nell'amore per i propri figli, per la famiglia, per i fratelli. Uno può dire: "Non posso pregare perché non credo". Ma nello stesso tempo, tuttavia, può credere nell'amore delle persone che ha intorno e lì trovare speranza".


-----------------
(torna su)
La Repubblica: 16 Marzo 2020, di Fabio Fazio

Sono giorni durissimi in cui abbiamo tutti modo di riflettere sul significato delle parole e su tutti quei gesti quotidiani piccoli e preziosi che ci mancano.
Stiamo vivendo la prova più dura e inattesa che ci potessimo trovare di fronte ma potremmo uscirne migliori per davvero se, lasciando da parte paura o al contrario rimozione, provassimo a fare un esercizio di consapevolezza. Per imparare a guardare in noi stessi, per provare ad ascoltarci e a specchiarci nell’altro e soprattutto per ordinare le cose da cui ricominciare.
Sì, proviamo a mettere ordine, non solo nei cassetti di casa e nelle tasche dei vestiti dimenticati nell’armadio, ma in noi stessi.
Propongo un esercizio che potrà tornarci utile per quando arriveranno giorni migliori. E, stiamone certi, arriveranno.
Mettiamo in fila, tutti insieme, le cose che ogni giorno stiamo imparando. Che sono tante. Tantissime, quante sono le parole.

Elenco delle cose che ho imparato.

1. Devo rimettere in ordine la mia scala di valori per scoprire quel che veramente è importante.
2. Quando tutto ciò sarà finito, devo attenermi alla suddetta scala di valori.
3. La cosa che di sicuro più conta è stare vicini alle persone a cui vogliamo bene. Nulla è più importante di un abbraccio ai nostri figli.
4. Devo ricordarmi che è ora di riconnettermi con la Terra e con l’ecosistema: solo rispettandone l’equilibrio ne saremo rispettati e saremo preservati.
5. Mi sono reso conto che le cose capitano anche contro la volontà degli uomini: non siamo onnipotenti.
6. Ho riscoperto il valore di alcune parole e concetti che troppo in fretta avevamo liquidato: Stato sociale per esempio. Solidarietà, per fare un altro esempio.
7. È diventato evidente che chi non paga le tasse non commette solo un reato ma un delitto: se mancano posti letto e respiratori è anche colpa sua.
8. Mi sono ripromesso di non accettare più nessuna forma di cinismo: in questo momento così duro è comunque bello volersi bene e sentirsi parte della stessa cosa.
9. Mi sono persuaso che il significato delle parole è sacro.
10. Mi sono ripromesso di pretendere che chi ha ruoli di responsabilità e di governo sia più preparato di quelli che da lui sono governati.
11. Ho imparato il valore di una stretta di mano.
12. Ho imparato la necessità di tendere la mano.
13. Ho imparato che siamo connessi per davvero e non solo in rete.
14. Mi sono reso conto che i confini non esistono e che siamo tutti sulla stessa barca.
15. E dal momento che siamo tutti sulla stessa barca, è meglio che i porti, tutti i porti, siano sempre aperti. Per tutti.
(torna su)

(Fonte: https://rep.repubblica.it)