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domenica 6 maggio 2018

Una musulmana parla di Maria ai cristiani


Si è svolto a Castelgandolfo, dal 16 al 22 aprile 2018, un convegno cristiano-musulmano.
Si è parlato anche di Maria: un cristiano (p. Fabio Ciardi, dal cui blog ho tratto questo articolo) e una musulmana (Shahrzad Houshmand, teologa musulmana iraniana).
Di seguito, in sintesi l'intervento di Shahrzad Houshmand.



"Oh Maria, in verità Dio ti ha eletta, ti ha purificata, ti ha eletta su tutte le donne dei modi" (Corano, 3,42).
Il nome di Maria appare per ben 34 volte nel Corano. La sua figura è sublime. È l'unica persona che nel Corano ha il titolo di moharrar, libera e liberata.
Maria è il fiore mistico, cresciuto sotto la diretta attenzione del suo Signore, è Nabat, nabatan hasana, Il fiore bellissimo: "è Dio che la fa germogliare, di germoglio buono" (3,37).
Maria è vergine, e suo figlio è isa ibn Mariam: Gesù figlio di Maria.
Maria, è santa, devota, pura, immacolata, Qanitan, seddiqa.
Maria sceglie la luce, Dio, sempre. La parola usata dal corano è makanan sharqiyyan, un luogo in oriente, dove sorge il sole, la luce.

Maria sente la voce degli angeli, è in dialogo con loro: "Quando gli angeli dissero: O Maria, ecco che Dio ti annuncia un verbo, da parte sua: il suo nome è l'unto, Messia, Gesù figlio di Maria, illustre nella vita presente e nella futura, in culla parlerà alle genti, e nell'età matura. Essa disse: Come potrò avere un figlio quando nessun uomo mi ha toccata? Disse (l'angelo): Cosi sia, Dio crea ciò che Egli vuole e gli insegnerà il libro e la sapienza e la Thora e il vangelo" (3,44-47).
Maria non solo dialoga con gli angeli, ma è esempio sublime se non unico di come ricevere, incontrare, accogliere in sé, nell'anima e nel corpo, lo Spirito di Dio ruhon minh, e vedere faccia a faccia lo Spirito Santo, trasformato per lei in una forma umana perfetta (19,17).

Maria è sola, addolorata. Il corano non parla di Giuseppe al momento della prova grandissima del parto. In una società che non accetta in nessun modo una ragazza che partorisce senza marito, lei in profonda solitudine si rifugia sotto un albero secco e morto! Il Corano racconta la solitudine e il dolore enorme che Maria incontra e accetta; ricorda il suo grido: "ebbe le doglie accanto al piede di una palma morta, jiz'innikhla, e disse: fossi morta prima di questo e fossi dimenticata!" (19,23).
Ma questo dolore, non rimane tale. Anzi si trasforma radicalmente in gioia. Il Corano dice "allora la chiamò da sotto di lei, non affliggerti. Il signore ha posto sotto di te sariyyan. Scuoti verso di te il tronco della palma, rinverdirà e farà cadere su di te datteri freschi e maturi, mangia e bevi e il tuo occhio si rallegri" (19,26).
Sariyyan è una fontana d'acqua pura che scorre in silenzio e nella notte. La stessa parola nella forma verbale asra, viene usata nel corano per il viaggio mistico notturno del profeta Mohammad, dalla Mecca a Gerusalemme e da Gerusalemme al cielo, per poi fare ritorno nella stessa notte.
Maria, non solo offre il verbo di Dio al mondo, ma ora lei ha sotto di sé sariyyan e con la sua fede, scuotendo un albero secco e morto, lo fa risuscitare. Maria è l'esempio perfetto del fedele, cerca la luce, la accoglie sempre, non in un modo passivo, ma sempre attivo.

Maria è la madre di Gesù Cristo, isa massih, colui che nel Corano è Verbo di Dio, un Suo Spirito, Benedetto dovunque sia, il prossimo a Dio Muqarrab, Servo di Dio, il profeta di Dio, Colui che fa miracoli, dà la vista ai ciechi, crea dalla forma di un uccello un uccello vivo, risuscita i morti, Colui che dopo la misteriosa morte viene innalzato presso Dio. Gesù nel Corano quasi sempre viene presentato come isa ibni maryam, Gesù figlio di Maria.

Maria esempio da seguire, da musulmani, cristiani e tutti coloro che cercano un esempio perfetto di fede e di verità (66,19).
Ma perché Maria è esempio? Il corano lo spiega:
Maria è modello da seguire, non solo perché Dio arsala ha mandato verso di lei il Suo Spirito, non solo perché ha incontrato la potenza di Dio, Alqa ilayha, non solo perché Dio ha soffiato e insufflato in lei il Suo stesso Spirito nafakhna fihe min ruhena, ma anche perché, lei, è l'esempio sublime di Sapienza e unità!
Maria ha confermato le parole di Dio e i Suoi libri. L'anima di Maria, abbraccia tutti, come una meravigliosa madre.
Mohammad rasul allah e habib allah pure ci fa leggere nel Corano questo concetto della pluralità infinita delle parole di Dio: "Disse: Se il mare si facesse inchiostro per scrivere le parole del Signore, certo il mare sarebbe esaurito, prima che fossero esaurite le parole del Signore, e perfino se ne aggiungessimo uno eguale" (18,109).

Maria è Capace di Dio! È il nostro comune perfetto esempio da seguire, ieri, oggi e domani: Madre della sapienza e dell'unità.

Oggi, noi musulmani di diverse scuole teologiche, (sunniti, sciiti, kharijiti, alaviti) siamo stati invitati dai nostri fratelli e sorelle di un Movimento che ama chiamarsi: Opera di Maria! Maria, per loro è esempio sublime da seguire, e anche per noi musulmani. Forse sarebbe il tempo, di usare la parola NOI, noi credenti in Dio, creatore dei cieli e della terra, noi che amiamo Dio e cerchiamo di servirlo nei prossimi.

Quale è la via di Dio? e cosa ci chiede radicalmente il profeta Mohammad nel Corano?
Due versetti paralleli, ce lo spiegano:
"Io non vi chiedo nient'altro come ricompensa, tranne una cosa sola: Amore verso il prossimo" (42,23).
"Io non vi chiedo nient'altro come ricompensa, ma solo che qualcuno voglia scegliere la Via del Signore" (25,57).
Allora: La via del Signore è: amare il prossimo.

Oggi, radunati qui insieme, mandiamo dei segni di speranza, verso un mondo che soffre divisioni, indifferenze, ingiustizie e terribili guerre.
Creiamo un NOI di credenti di tante scuole dell'islam e del cristianesimo, fiori differenti di un unico giardino, come amava chiamarci Chiara. come Maria, il nostro comune e sublime esempio di fede, capace di accogliere le parole di Dio, accogliamoci gli uni gli altri, per poter poi accogliere l'umanità, amata da Dio.
Questa è la Via di Dio: amare il prossimo, il nostro prossimo umano, una sola famiglia umana, un Noi di musulmani e cristiani, un noi di credenti, che operano e cooperano per l'unità della famiglia umana, creata e amata da Dio.

giovedì 31 dicembre 2015

Il dialogo non è finito!


Guardando al 2015, agli avvenimenti che lo hanno caratterizzato e che ha tenuto tutti col fiato sospeso, verrebbe da chiedersi se oggi il dialogo sia ancora possibile. Eppure l'esperienza, magari non enfatizzata dai media, che spinge molti, ragazzi, giovani, adulti, professionisti, consacrati, gente impegnata in parrocchia e nelle diocesi, scettici ed agnostici, seminaristi, fanno dire il contrario.
Un anno difficile, è vero, ma anche un momento in cui ora più che mai dobbiamo dimostrare che il dialogo è possibile. Oggi si parla di terrorismo, ma soprattutto di fondamentalismo, o come sarebbe più giusto dire, di 'fondamentalismi'. Ciò di cui forse non ci siamo ancora resi conto, soprattutto noi occidentali, è che, nonostante i processi di secolarizzazione, la religione è sempre più di moda, è tornata a far parte delle nostre vite, nel bene e nel male. Ma quale religione, e Dio, c'entra davvero con questa religione?
Il Concilio Vaticano II aveva pubblicato il più breve dei documenti, ma, forse, quello che aveva richiesto più tempo per arrivare ad una redazione condivisa, Nostra Aetate. A cinquant'anni di distanza quelle quattro pagine ci insegnano che «nel nostro tempo in cui il genere umano si unifica di giorno in giorno più strettamente e cresce l'interdipendenza tra i vari popoli, (…) i vari popoli costituiscono una sola comunità. Essi hanno una sola origine, poiché Dio ha fatto abitare l'intero genere umano su tutta la faccia della terra hanno anche un solo fine ultimo, Dio». Questo è il Dio della vera religione che non esclude nessuno e che ci fa camminare insieme verso la Verità.
Ce lo insegna papa Francesco con il suo pellegrinare in Paesi toccati da guerre, terrorismo, fondamentalismi. Dovunque, Francesco si è fatto apostolo di dialogo e ha invitato tutti ad un «dialogo aperto e rispettoso che si rivela fruttuoso. Il rispetto reciproco è condizione e, nello stesso tempo, fine del dialogo interreligioso: rispettare il diritto altrui alla vita, all'integrità fisica, alle libertà fondamentali, cioè libertà di coscienza, di pensiero, di espressione e di religione». Francesco lo chiama dialogo dell'amicizia che ci aiuta ad «alzare lo sguardo per andare oltre». Infatti, ha affermato in diversi toni, che «il dialogo basato sul fiducioso rispetto può portare semi di bene che a loro volta diventano germogli di amicizia e di collaborazione in tanti campi, e soprattutto nel servizio ai poveri, ai piccoli, agli anziani, nell'accoglienza dei migranti, nell'attenzione a chi è escluso».
Il dialogo non è finito! E l'augurio fatto da papa Francesco a quattrocentocinquanta musulmani e cristiani, che il 13 dicembre scorso in piazza San Pietro hanno vissuto un momento di fraternità come "costruttori di pace, insieme" ne è la conferma: «Andate avanti! Andate avanti con coraggio nel vostro percorso di dialogo e di fraternità, perché tutti siamo figli di Dio!».

mercoledì 11 novembre 2015

Il nuovo umanesimo per papa Francesco


Parlando ieri, 10 novembre, ai rappresentanti del V Convegno ecclesiale nazionale (In Gesù Cristo il nuovo umanesimo), nel Duomo di Firenze, il Papa chiede alla Chiesa di uscire e dialogare anche "sporcandosi".
Nel suo discorso traccia una linea non solo operativa, ma soprattutto "spirituale", di conversione, del nostro essere Chiesa.
Parole che danno luce e spessore alla "diaconia" a cui sono chiamato.

Papa Francesco esprime tre sentimenti, "umiltà, disinteresse, beatitudini", contro due tentazioni, "pelagianesimo e gnosticismo", per una Chiesa "inquieta", in uscita a costo anche di essere "ferita e sporca", però dal "volto di mamma", sempre più vicina "agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti", in dialogo con il mondo politico e civile.
Proprio il tema dell'evento, "In Gesù Cristo nuovo umanesimo", è la traccia su cui si snoda il lungo e corposo discorso del Papa. Egli tratteggia questo umanesimo a piccole pennellate, offrendo una idea precisa di quello che la Chiesa in generale - quella italiana in particolare - deve essere e fare. "Non voglio qui disegnare – dice il Papa - in astratto un 'nuovo umanesimo', una certa idea dell'uomo ma presentare con semplicità alcuni tratti dell'umanesimo cristiano che è quello dei 'sentimenti di Cristo Gesù'". E mette in guardia dalla tendenza ad "addomesticare" la potenza del volto di Cristo, perché si rischierebbe di "non capire nulla dell'umanesimo cristiano" e "le nostre parole saranno belle, colte, raffinate", ma risuoneranno "a vuoto".

Il primo sentimento che chiede il Papa è quindi l'umiltà: "L'ossessione di preservare la propria gloria, la propria 'dignità', la propria influenza non deve far parte dei nostri sentimenti". Al contrario deve farne parte il disinteresse, nel senso di "cercare la felicità di chi ci sta accanto", perché "l'umanità del cristiano è sempre in uscita. Non è narcisistica, autoreferenziale. Quando il nostro cuore è ricco ed è tanto soddisfatto di se stesso, allora non ha più posto per Dio". "Evitiamo, per favore, di rinchiuderci nelle strutture", soggiunge Francesco, "il nostro dovere è lavorare per rendere questo mondo un posto migliore e lottare". E farlo con lo spirito delle beatitudini, attraverso cui "il Signore ci indica il cammino" che porta "alla felicità più autenticamente umana e divina".
Quindi, umiltà, disinteresse, beatitudine: questi tre tratti, afferma il Santo Padre, "dicono qualcosa anche alla Chiesa italiana", dicono, cioè, "che non dobbiamo essere ossessionati dal 'potere', anche quando questo prende il volto di un potere utile e funzionale all'immagine sociale della Chiesa". "Che Dio protegga la Chiesa italiana da ogni surrogato di potere, d'immagine, di denaro. La povertà evangelica è creativa, accoglie, sostiene ed è ricca di speranza".
"Se la Chiesa non assume i sentimenti di Gesù", se "pensa solo a se stessa e ai propri interessi" essa "si disorienta, perde il senso", diventa "triste". Al contrario, una Chiesa umile, disinteressata, beata, "è una Chiesa che sa riconoscere l'azione del Signore nel mondo, nella cultura, nella vita quotidiana della gente". Dunque meglio una Chiesa "accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade", che non una Chiesa "malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze".
"Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti".

Tuttavia le tentazioni da affrontare sono tante. Il Papa ne evidenzia "solo due", la tentazione "pelagiana" e quella dello "gnosticismo".
Il pelagianesimo "porta ad avere fiducia nelle strutture, nelle organizzazioni, nelle pianificazioni perfette perché astratte" e "ad assumere uno stile di controllo, di durezza, di normatività". "La norma dà al pelagiano la sicurezza di sentirsi superiore, di avere un orientamento preciso"."Davanti ai mali o ai problemi della Chiesa è inutile cercare soluzioni in conservatorismi e fondamentalismi, nella restaurazione di condotte e forme superate che neppure culturalmente hanno capacità di essere significative". La dottrina cristiana non è infatti "un sistema chiuso incapace di generare domande, dubbi, interrogativi, ma è viva, inquieta, anima".
Sulla stessa scia lo gnosticismo,"porta a confidare nel ragionamento logico e chiaro, il quale però perde la tenerezza della carne del fratello". Il suo "fascino" è quello di "una fede rinchiusa nel soggettivismo", dove interessa unicamente "una determinata esperienza o una serie di ragionamenti e conoscenze che si ritiene possano confortare e illuminare, ma dove il soggetto in definitiva rimane chiuso nell'immanenza della sua propria ragione o dei suoi sentimenti". Tutto ciò significa "costruire sulla sabbia", significa "rimanere nella pura idea e degenerare in intimismi che non danno frutto, che rendono sterile il suo dinamismo".

Francesco domanda ai vescovi di essere "pastori... non di più... pastori", nella certezza che "sarà la gente, il vostro gregge a sostenervi". Allo stesso tempo - aggiunge - siate predicatori non "di complesse dottrine", ma dell'annuncio "essenziale" che è il kerygma. E preoccupatevi pure della "inclusione sociale dei poveri", che hanno un posto "privilegiato" nel popolo di Dio. L'opzione per i poveri è "forma speciale di primazia nell'esercizio della carità cristiana".

Ultima raccomandazione è quella al dialogo, che non significa "negoziare", nel senso di "cercare di ricavare la propria 'fetta' della torta comune". Dialogare "è cercare il bene comune per tutti", discutendo insieme e pensando "alle soluzioni migliori per tutti". Anche a costo di scivolare in un "conflitto" che "è logico e prevedibile". "Il modo migliore per dialogare non è quello di parlare e discutere, ma quello di fare qualcosa insieme, di costruire insieme, di fare progetti: non da soli, tra cattolici, ma insieme a tutti coloro che hanno buona volontà", raccomanda il Papa, esortando la Chiesa a "dare una risposta chiara davanti alle minacce che emergono all'interno del dibattito pubblico". "Non dobbiamo aver paura del dialogo", aggiunge, "anzi è proprio il confronto e la critica che ci aiuta a preservare la teologia dal trasformarsi in ideologia".
"I credenti sono infatti cittadini" e "la nazione non è un museo", bensì "un'opera collettiva in permanente costruzione in cui sono da mettere in comune proprio le cose che differenziano, incluse le appartenenze politiche o religiose".

L'appello è soprattutto rivolto ai giovani, a cui il Successore di Pietro chiede di essere "forti" e superare "l'apatia". Siate "costruttori dell'Italia" - incoraggia -, mettetevi al lavoro "per una Italia migliore", e "non guardate dal balcone la vita, ma impegnatevi, immergetevi nell'ampio dialogo sociale e politico".
"Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà", insiste Francesco. E domanda di avviare nei prossimi anni - "in modo sinodale" - un approfondimento della Evangelii gaudium in ogni comunità, parrocchia, diocesi e Istituzione. Poi conclude con un nuovo invito alla creatività: "Siate creativi nell'esprimere quel genio che i vostri grandi, da Dante a Michelangelo, hanno espresso in maniera ineguagliabile. Credete al genio del cristianesimo italiano che non è patrimonio né di singoli né di una élite, ma della comunità, del popolo di questo straordinario Paese".

martedì 27 ottobre 2015

Bartolomeo I, maestro in Cultura dell'Unità


«Offrire al mondo una cultura di unità nella diversità»
Al Patriarca Bartolomeo il primo Dottorato h. c. dell'Istituto Universitario Sophia
Il messaggio di papa Francesco «all'amato fratello»


La cerimonia di conferimento del dottorato h.c. in Cultura dell'unità a Sua Santità Bartolomeo I, ha visto riunite all'Auditorium di Loppiano, cittadella dei Focolari dove ha sede l'Istituto Universitario Sophia, 1400 persone, con delegazioni e personalità provenienti da diversi paesi d'Europa e Medio Oriente e di varie Chiese: del Patriarcato ecumenico e di altre Chiese ortodosse, copti, anglicani, luterani, riformati, valdesi, avventisti, cattolici. È stata seguita nel mondo attraverso una diretta internet (rivedi la diretta streaming).
«Accettiamo con profonda emozione questo onore, che vogliamo estendere a tutta la nostra Chiesa martire di Costantinopoli, il Patriarcato Ecumenico, che presiede nella carità la sinfonia di tutte le Sante Chiese Ortodosse». Così il Patriarca Bartolomeo inizia il suo intervento alla cerimonia di conferimento del Dottorato h. c. «Questo onore è ancora maggiore per le parole inviateci per questa occasione dal nostro amato Fratello, il Vescovo della Antica Roma, Papa Francesco. Lo ringraziamo di cuore», prosegue Bartolomeo, riferendosi al messaggio di papa Francesco letto dal card. Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze.
In esso il Papa rivolge un particolare ricordo «all'amato fratello Bartolomeo», rallegrandosi per la presente iniziativa che «oltre a costituire un doveroso riconoscimento per il suo impegno nella promozione della cultura dell'unità, contribuisce favorevolmente al cammino comune delle nostre Chiese verso la piena e visibile unità, alla quale tendiamo con dedizione e perseveranza». All'Istituto Universitario Sophia, Francesco auspica che «seguendo il carisma proprio del Movimento dei Focolari e aperto all'azione dello Spirito, continui a essere un luogo d'incontro e di dialogo tra culture e religioni diverse».
Nel suo saluto al Patriarca Bartolomeo, Maria Voce - Presidente dei Focolari - mette in rilievo come «la sua sollecitudine per le Chiese sorelle, unita alla cura della preziosa tradizione teologico-spirituale dell'Oriente cristiano e all'impegno per il Sinodo pan-ortodosso, e i suoi ripetuti incontri con i Papi negli scorsi decenni, hanno tessuto una rete sempre più fitta di rapporti che spiegano l'attuale sovente esplicito riconoscimento da parte di Papa Francesco della profonda reciproca amicizia e condivisione di intenti... Il dialogo è la nostra comune priorità», conclude Maria Voce.
Da parte sua il Preside Piero Coda afferma: «Ammiriamo in Lei e nel processo di sinodale discernimento, presenza e azione in cui è ingaggiata la Chiesa ortodossa nel mondo grazie alla Sua personale e autorevole regia d'amore, l'inedito e meraviglioso fiorire - in sintonia con le istanze più profonde dell'oggi e come balsamo di risanamento e di nuovo vigore dispensato sulle tante ferite che piagano il corpo della nostra umanità - di quella bimillenaria tradizione liturgica, mistica, teologica, estetica, sociale, ecologica che è stata fedelmente trasmessa e si è arricchita lungo i secoli, con inestimabile fecondità, attraverso la vita e la creatività dei nostri fratelli e delle nostre sorelle dell'Oriente cristiano».
Il Patriarca Bartolomeo regala in questa occasione una lectio magistralis di grandi orizzonti, nella quale penetra nella prospettiva a lui tanto cara della unità nella diversità: «Il carisma dell'unità non si infrange nella diversità in quanto santificata, vivificata dall'aspetto relazionale Trinitario, in cui è innescato. La Diversità non è azione antagonista, ma è fruizione della salvezza operata nella relazione teandrica delle due nature, unite ma non confuse. Percepire il principio della diversità come ricchezza, diviene possibilità di comprendere e possibilità di essere compresi, ricapitolati in Cristo. La prospettiva che dobbiamo offrire al mondo perché creda e si salvi, è quella di formare una cultura di unità nella diversità».
A Loppiano si è vissuta una giornata con il sapore della storia. Il rapporto spirituale che da quasi cinquant'anni lega il Patriarcato di Costantinopoli e il Movimento dei Focolari, viene rinsaldato da questo dottorato h. c. e rilanciato verso nuove prospettive di dialogo a livello culturale e accademico.

SIF - Servizio Informazione Focolari - Comunicato stampa – 27 ottobre 2015
Link Focolari


mercoledì 28 gennaio 2015

Aperta la Causa di beatificazione di Chiara Lubich


Ieri pomeriggio, nella Cattedrale di Frascati, si è aperta la Prima Sessio della Causa di beatificazione e canonizzazione di Chiara Lubich. Evento di particolare portata ecclesiale.
Legato profondamente al Carisma che Chiara ha ricevuto da Dio e che ha donato alla Chiesa, ho gioito pieno di gratitudine. È un dono grande e prezioso, del quale non finirò mai di ringraziare lo Spirito Santo.

Riporto di seguito il Comunicato stampa dei Focolari



Una cattedrale gremita e una diretta internet seguita da oltre 18.000 punti di ascolto nei cinque continenti. Questi i contorni con cui si è aperta la "Causa di beatificazione e canonizzazione" di Chiara Lubich, presieduta dal vescovo di Frascati Raffaello Martinelli. La notizia ha rimbalzato nei media, quasi a confermare un concetto caro e centrale nel pensiero e nella mistica della fondatrice dei Focolari: «Ecco la grande attrattiva del tempo moderno: penetrare nella più alta contemplazione e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo».
Papa Francesco ha voluto farsi presente tramite un messaggio a firma del cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, letto dal cardinale Tarcisio Bertone [cardinale titolare della diocesi tusconana, nota mia], presente alla cerimonia. In esso il Santo Padre ricorda «il luminoso esempio di vita della fondatrice del Movimento dei Focolari» a quanti «ne conservano la preziosa eredità spirituale». Inoltre «invoca abbondanti doni su quanti sono impegnati nella postulazione ed esorta a far conoscere al popolo di Dio la vita e le opere di colei che, accogliendo l'invito del Signore, ha acceso per la Chiesa una nuova luce sul cammino verso l'unità».
Tra i partecipanti erano presenti diversi Cardinali, Arcivescovi e Vescovi. Numerosi gli esponenti di Movimenti e Associazioni, cattolici e ortodossi. Presenti anche fedeli musulmani e buddisti. Da Trento, città natale della Lubich, una rappresentanza delle istituzioni civili, così come da Frascati, Rocca di Papa e dai comuni limitrofi che l'hanno avuta concittadina. La cerimonia, iniziata alle ore 16 con la recita dei Vespri, è proseguita con la Sessione di Apertura dell'Inchiesta Diocesana.
Ascolto e attesa per le parole pronunciate dal vescovo Raffaello Martinelli, che ha caratterizzato l'atto in cattedrale come un «rendere gloria e lode a Dio nostro Padre, perché attraverso i suoi figli e figlie fa risplendere la sua gloria. È un servizio che vogliamo rendere alla Chiesa in modo da offrire, anche alla Chiesa, una testimonianza di fede, di speranza, di carità attraverso la vita di una delle sue figlie». Rilevando quanto il compito non sia facile e debba essere svolto con criteri di serenità e di obbiettività, mons. Martinelli ha concluso augurandosi che, con il percorso ora iniziato, «possa splendere sempre di più la gloria del Signore, di cui Lui ha voluto rendere partecipe questa sua, nostra Serva di Dio».
A conclusione della celebrazione la parola è andata alla presidente dei Focolari Maria Voce. Nel suo saluto ha tratteggiato il dono che Chiara Lubich è stata per tanti: «Accogliendo il carisma che Dio le dava, Chiara si è profusa perché questa via di vita evangelica fosse percorsa da molti, in una determinazione sempre rinnovata ad aiutare quanti incontrava a mettere Dio al primo posto e a "farsi santi insieme". Il suo sguardo e il suo cuore erano mossi da un amore universale, capace di abbracciare tutti gli uomini al di là di ogni differenza, sempre proteso a realizzare il testamento di Gesù: "Ut omnes unum sint"». Ha voluto ricordare anche il gruppo delle prime e dei primi compagni della Lubich «che hanno permesso fin dal primo momento di testimoniare la bellezza e la possibilità di percorrere insieme, in unità, il cammino verso l'unica meta», concludendo: «Attenderemo con umiltà il sapiente giudizio del Santo Padre e chiediamo a Dio, solo per la sua gloria e per il bene di molti, che, con l'eventuale riconoscimento dell'esemplarità di Chiara, l'umanità e la storia possano conoscere nuovi sviluppi di pace, di unità e di fraternità universale».
Molti gli echi e i commenti suscitati dall'apertura della Causa riguardante la figura di Chiara Lubich. Significativo quanto dichiarato dal vescovo di Vasai, India, Felix Machado, in qualità di presidente dell'Ufficio per l'ecumenismo e il dialogo interreligioso della Federazione delle Conferenze Episcopali Asiatiche (Fabc): «L'Asia gioisce per l'apertura della causa di beatificazione di Chiara Lubich. È un passo che darà grande spinta al dialogo interreligioso».
Con l'inizio dell'Inchiesta diocesana la Chiesa attribuisce a Chiara Lubich il titolo di serva di Dio, e prosegue con la raccolta dei suoi scritti inediti e l'ascolto dei testimoni. Il Tribunale nominato dal vescovo Martinelli è composto da mons. Angelo Amati, in qualità di delegato episcopale, d. Emanuele Fawed-Kazah, promotore di giustizia, e dall'avv. Patrizia Sabatini, notaio. Da parte sua, la postulazione nominata dalla presidente dei Focolari è formata dal postulatore d. Silvestre Marques e da due vicepostulatori: Lucia Abignente e Waldery Hilgeman. Il Tribunale ha stabilito già la sessione seguente per ascoltare la testimonianza di Maria Voce, fissandola per il giorno 12 febbraio 2015.
L'iter per l'avvio della Causa era iniziato il 7 dicembre 2013, cinque anni dopo dalla morte della Lubich, nel settantesimo della fondazione dei Focolari e con la presentazione della richiesta formale al vescovo di Frascati Raffaello Martinelli da parte della presidente Maria Voce. Una domanda espressa in più occasioni da quanti si auguravano con questo atto una crescita di impegno spirituale e morale per il bene dell'umanità in molti. Paradigmatica la dichiarazione di Piero Taiti, esponente del dialogo con persone di culture non religiose promosso dai Focolari: «La stessa possibilità del dialogo è stata resa possibile a Chiara non al di là, ma proprio dentro la sua osservanza radicale della Parola, in cui molti di noi si sono ritrovati anche senza la stessa fede. Abbiamo partecipato in qualche maniera, senza sciocchi sincretismi, ad una ecclesia più vasta, potenzialmente contenente l'intera umanità senza confini di geografie e di culture diverse».
(S.I.F. – Servizio Informazione Focolare)

mercoledì 21 gennaio 2015

«Si deve partire dalla condivisione»


La recente dichiarazione di Maria Voce, presidente del Movimento dei Focolari, (riportata nel post precedente del 19 gennaio u.s.: "Si può vivere senza dialogo in un mondo ormai globalizzato?") ha suscitato interesse e ha creato l'occasione per alcuni approfondimenti da parte della stampa in Italia. Tra questi voglio segnalare l'intervista, di Paolo Viana, pubblicata sul quotidiano Avvenire, che riporto qui di seguito.



Maria Voce: «Si deve partire dalla condivisione»

PAOLO VIANA
20 gennaio 2015
Avvenire


Charlie Hebdo e il Belgio – ma anche la Siria e la Nigeria – non sono fronti di una guerra tra l'Europa e l'islam, con il quale, anzi, «abbiamo bisogno di un'alleanza, di un dialogo... ». Sottoscrive l'analisi della Mogherini?
Senza dubbio risponde Maria Voce, presidente del movimento dei focolari - e anch'io ricordo che i musulmani sono feriti quanto noi da questi attentati.

Si dice dialogare con l'islam ma alla fine si riesce a dialogare solo con una parte. Non c'è un equivoco?
È evidente che non c'è volontà di dialogo nei fondamentalisti dell'islam, ma anche l'occidente ha i propri fondamentalisti. Per questo noi focolarini puntiamo a quel dialogo che poggia sulla condivisione dell'esistenza quotidiana, non inizia tanto da un immediato confronto tra le idee, perché è indispensabile partire dalla conoscenza dell'altro e non, ad esempio, dalla religione dell'altro - per poter scoprire il vincolo di fraternità che lega tutti gli esseri umani. Solo su questa base si può innestare la comprensione della fede dell'interlocutore e si può rispettarlo fino in fondo, in modo che il dialogo risulti realmente costruttivo e non si limiti ad una convivenza non belligerante, che impedisce di costruire assieme il comune futuro. Solo in questo dialogo si scopre che ognuno ha qualcosa da donare all'altro e si constata che la diversità non è necessariamente motivo di opposizione, ma può essere motivo di arricchimento reciproco.

Questo tipo di dialogo funziona anche in una 'terza guerra mondiale a pezzi'?
Questo tipo di dialogo ha funzionato in quella città africana che ha accolto senza paura i profughi della fazione avversa e poi è stata difesa proprio da loro; funziona in Algeria, dove il nostro movimento è quasi completamente costituito da musulmani; funziona in Terra Santa, dove persone delle tre religioni pregano insieme per la pace e costruiscono ponti fra le loro comunità; funziona in Italia dove musulmani e cristiani lavorano insieme sui valori della famiglia; funziona in Austria, dove, grazie alla rete di rapporti costruiti, abbiamo evitato scontri e tensioni sociali; funziona in Macedonia dove la Facoltà di Pedagogia di Skopje ha aperto un asilo interetnico ed interlinguistico... Decisivo è lo spirito con cui si affrontano le problematiche. Se lo spirito è rafforzato da una spiritualità porta non solo a valorizzare tutto quello che di bene c'è nell'altro, a scoprire i doni di Dio presenti in ogni tradizione religiosa, a metterli in luce, ma anche a farli progredire.

Poi però succede quel che è avvenuto in Nigeria e in Camerun...
Anche chi crede nel dialogo prova dubbi e sconforto e anche chi crede nel dialogo chiede che si intervenga per fermare gli eccidi; ma non con la violenza, bensì formando i popoli alla pace; a Jos, proprio in Nigeria, in settembre abbiamo organizzato un seminario per un dialogo della pace che ha portato a una feconda esperienza di focolare.

Questo dialogo può appassionare un giovane, ma anche esporlo a grossi rischi. Cosa direbbe se incontrasse Greta e Vanessa?
Bentornate! Ringrazierei con loro Dio per la felice conclusione. I giovani sono portati ad appassionarsi ed anche a rischiare. Dirò di più: persino i ragazzi che combattono nell'Is originariamente possono avere avuto delle motivazioni in certo modo ideali, poi strumentalizzate. Non si deve mettere a repentaglio la propria vita, un'esperienza di solidarietà internazionale deve poggiare su preparazione e prudenza, ma per grandi valori si può rischiare e sovente si rischia. Come i medici che combattono Ebola in Africa.

Torniamo all'Europa in fiamme: in che rapporto stanno dialogo e libertà di opinione?
Gli omicidi di Parigi sono stati una pagina orribile ma la libertà ha un limite, e questo limite è il bene comune, il bene dell'umanità. L'ha detto il Papa, il quale non perde occasione per sottolineare anche l'accoglienza, l'empatia, l'ascolto pieno delle ragioni dell'altro, l'esercizio di un amore più grande, e ci esorta anche a non fare sconti sulla nostra identità di cristiani, in modo da prepararci a questo dialogo. Possiamo dialogare solamente se siamo autenticamente cristiani. Il nostro dialogo deve partire dalla consapevolezza che ogni incontro può essere una occasione per poter donare all'altro i valori del nostro essere cristiani. Senza imporli, ma con delicatezza e rispetto: sono un tesoro di cui anche gli altri hanno diritto di partecipare.

Fonte: www.avvenire.it


lunedì 19 gennaio 2015

Si può vivere senza il dialogo in un mondo ormai globalizzato?


A proposito delle recenti stragi avvenute a Parigi, in Nigeria e in Pakistan, riporto la dichiarazione di Maria Voce, Presidente del Movimento dei Focolari.
Una ulteriore voce per una maggiore presa di coscienza della necessità del dialogo a tutti i livelli, per una vera fraternità tra le persone e i popoli.


Ci si domanda oggi, dopo gli omicidi di Parigi e le stragi in Nigeria e in Pakistan, se sia necessario il dialogo tra persone di religioni e culture diverse. Io mi permetto di ribaltare il quesito: si può vivere senza il dialogo in un mondo ormai globalizzato? In un pianeta dove, ai crescenti flussi migratori volontari per ragioni di lavoro o altro, si aggiungono intere popolazioni costrette a fuggire per le persecuzioni in atto in vari punti del mondo. Sradicate dal loro mondo e dal loro futuro, vengono forzatamente a trovarsi a convivere con persone di etnie, culture, opinioni e fedi diverse.
Pressante è la domanda nei nostri Paesi occidentali: come si vive con queste persone? La risposta è chiara: o si dialoga o ci si combatte gli uni gli altri. Ma combattersi porta alla distruzione, tanto dei residenti come degli immigrati. Mentre l'apertura e il dialogo creano vita e portano alla vita, perché il dialogo tra persone di credi diversi conduce sempre a costruire insieme qualcosa di valido per il bene della società in cui vivono e dell'intera umanità, perché ogni azione si fonda sul fatto di essersi riconosciuti fratelli. L'ho potuto costatare nei viaggi compiuti nei drammatici contesti del Medio Oriente, del'Africa e dell'Asia. Il coraggioso impegno per il dialogo è vissuto da bambini nelle scuole, da famiglie con i loro vicini, da tante persone negli ambienti di lavoro.
Il dialogo più efficace è quello che poggia sulla vita, sulla condivisione dell'esistenza quotidiana; non inizia tanto da un immediato confronto tra le idee, perché è indispensabile partire dalla conoscenza dell'altro – e non dalla religione dell'altro – per poter scoprire il vincolo di fraternità che lega tutti gli esseri umani. Su questa base si può innestare la comprensione della fede dell'altro per poterla rispettare fino in fondo, in modo che il dialogo risulti realmente costruttivo e non si limiti ad una convivenza non belligerante che impedisce di costruire assieme il comune futuro.
Solo in questo dialogo si scopre che ognuno ha qualcosa da donare all'altro e si costata che la diversità non è necessariamente motivo di opposizione, ma può essere motivo di arricchimento reciproco. E veramente ci si arricchisce, perché Dio è generoso e sparge i suoi doni in tutti gli uomini, a qualsiasi fede appartengano. Scoprirlo ci rende tutti più ricchi e anche più liberi nel rapporto reciproco.
In questo processo è di particolare luce quello che Papa Francesco manifesta con la parola e con i suoi atteggiamenti, sottolineando l'accoglienza, l'empatia, l'ascolto pieno delle ragioni dell'altro. Il Papa parla tanto di amicizia, invita a rapportarsi con gli altri da fratelli e da amici, da persone che sanno capirsi e sanno valorizzare i beni che trovano gli uni negli altri.
Altrettanto preziosa l'indicazione del Papa a non fare sconti sulla nostra identità di cristiani, in modo da prepararci a questo dialogo, perché resta vero che possiamo dialogare solamente se siamo profondamente e autenticamente cristiani. Il nostro dialogo deve partire dalla consapevolezza che ogni incontro può essere una occasione per poter donare all'altro i valori del nostro essere cristiani, senza imporli, ma con delicatezza, certi che è un tesoro di cui anche gli altri hanno diritto di partecipare.
Ho costatato tante volte che, quando si dialoga, si individuano i temi comuni su cui trovare soluzioni e avviare iniziative condivise. Decisivo è lo spirito con cui si affrontano le problematiche. Se lo spirito è rafforzato da una spiritualità – cioè da una concezione della vita che promana da una spiritualità – porta non solo a valorizzare tutto quello che di bene c'è nell'altro, a scoprire i doni di Dio presenti in ogni tradizione religiosa, a metterli in luce, ma anche a farli progredire. Quindi un cristiano o un musulmano sono migliori camminando sulla strada del dialogo e scoprono che si progredisce insieme e che questo progresso porta ad opere comuni, ad incominciare dalla pace, che vanno a beneficio di tutta l'umanità.

Maria Voce, Roma 17 gennaio 2015

Fonte: www.focolare.org