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sabato 11 aprile 2020

Il Signore Gesù ha vinto la morte!


Pasqua di Risurrezione
Atti 10,34a.37-43 • Sal 117 • Colossesi 3,1-4 [1Corinzi 5,6-8] • Giovanni 20,1-9
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Pasqua è l'annuncio della Risurrezione, della vittoria sulla morte, della vita che non sarà distrutta. Fu questa la realtà testimoniata dagli apostoli; ma l'annuncio che Cristo è vivo deve risuonare continuamente. La Chiesa, nata dalla Pasqua di Cristo, custodisce questo annuncio e lo trasmette in vari modi ad ogni generazione: nei sacramenti lo rende attuale e contemporaneo ad ogni comunità riunita nel nome dei Signore; con la propria vita di comunione e di servizio si sforza di testimoniarlo davanti al mondo.
Questa è ancora la grande lezione della Pasqua che quest'anno celebreremo ritualmente in modo assai povero, ma che, in realtà, potrebbe essere l'occasione di vivere in modo esistenzialmente più ricco a livello spirituale.
Mentre il digiuno dai riti per alcuni e la rinuncia alle vacanze per altri renderanno questa Pasqua diversa, siamo chiamati - tutti indistintamente - ad assumere la logica pasquale. In una parola, attraverso gli Evangeli, possiamo imparare dal Signore Gesù a vivere fino in fondo il fallimento, l'angoscia e persino la morte senza inutili scorciatoie. Mentre si preparava alla sua Passione, il Signore Gesù preparò i suoi discepoli al "dopo", aiutandoli a vivere fino in fondo il dramma che stavano per vivere, con chiarezza lucida e luminosa, fino a dire: «Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me» (Gv 16,33). Nel suo mistero pasquale il Signore Gesù ha vinto la morte attraversandola interamente e, con il suo mite patire, ha messo persino la morte al suo posto. Noi in questa Pasqua, dopo essere stati costretti a fermarci e a cancellare buona parte dei nostri programmi, da quelli personali, familiari e professionali a quelli economici ed internazionali, possiamo scegliere di fermarci tutti insieme. Fermarci per pensare e decidere con libera volontà per entrare, tutti insieme, in un processo di sapienza.
Sarebbe augurabile decidere di fermarci spontaneamente per fare Pasqua tutti insieme prima che sia troppo tardi. Sarebbe auspicabile usare questo tempo per una seria riflessione ed onesta rilettura della nostra recente storia di globalizzazione, non per riparare i danni semplicemente, ma per sperare insieme in modo nuovo di vita.
Un Giubileo dell'umanità potrebbe essere il modo adeguato di imparare da quello che stiamo patendo e di rinnovare quei vincoli tra persone e con la Creazione senza i quali saremo inevitabilmente «perduti»
In un tempo della storia forse questa è l'occasione per gli uomini e le donne di fede di diventare profeti di un'umanità possibile e desiderabile. Se, come credenti, sapremo unirci per servire alla causa comune dell'umanità, persino le religioni e gli uomini e le donne che le rappresentano diventerebbero più affidabili, come più credibili diventerebbero le nostre pratiche religiose plurimillenarie.
Sofferenza e violenza sono intimamente legate nel nostro umano sentire e reagire. Solo una sofferenza riconosciuta e assunta può creare un incremento di compassione. Al contrario, una sofferenza negata o semplicemente sopportata, per essere dimenticata non appena possibile, non può che creare un vortice di violenza che crea altra sofferenza.
Mentre, per esorcizzare le comprensibili paure e confortare i più deboli, da più parti si parla, con toni quasi euforici, del "dopo", come discepoli di Cristo saldamente ancorati all'ottimismo tragico dell'evangelo, vogliamo prendere tutto il tempo per leggere fino in fondo quello che sta succedendo. Solo il discernimento umile e coraggioso del presente, così drammatico, che viviamo potrà permetterci di pensare al "dopo".

Con la risurrezione di Cristo, celebrata nella veglia pasquale, entriamo nel giorno assolutamente nuovo per l'umanità; il giorno che domina tutta la storia del mondo; il giorno che inaugura la nuova creazione; il giorno soprannaturale della vita eterna, in cui Dio tutto illumina e feconda; è il giorno che non conosce tramonto. La pasqua è la «solennità della solennità».
I padri della chiesa hanno chiamato «ottavo» questo giorno, perché in esso confluiscono e trovano il loro compimento i sette giorni della prima creazione deturpata dal peccato. Questo è veramente il giorno che ha fatto il Signore. Tutta la storia umana gravita attorno a questo punto focale e il corpo del Cristo risorto è la cellula del rinnovamento universale di tutte le cose secondo il disegno di Dio.
Il Padre, per mezzo del suo unico Figlio, ha vinto la morte e ci ha aperto il passaggio alla vita eterna (cfr Colletta). La liturgia è tutta pervasa dalla gioia che scaturisce dalla fede nel Cristo risorto e dalla consapevolezza che noi siamo partecipi, in forza del battesimo, della nuova vita del Signore.
Rendere grazie al Padre, allora, in questo giorno nel quale Cristo nostra pasqua si è immolato, non significa tanto dire grazie a Dio, ma agire in atteggiamento di grazie, accettando la responsabilità di condividere la morte di Gesù, rinnegando ogni compromesso col peccato e lasciando agire in noi la potenza della sua risurrezione. Attraverso una continua conversione noi entriamo nella morte del Signore e per mezzo della nuova qualità dei nostri atti entriamo nella sua risurrezione. Se viviamo autenticamente il dinamismo del mistero pasquale nella vita quotidiana, diventa vera la nostra azione di grazie anche nel momento sacramentale.
Annunciare sempre e instancabilmente Cristo Risorto e la sua gioia, a un mondo triste come è ancor più oggi il nostro, che ancora «gioca molto ma non si diverte affatto», è offrire nella suprema carità, per il bene esclusivo degli uomini fratelli nostri, i contenuti veri, autentici, reali, specifici della vita cristiana. Degna quindi di essere vissuta. Nella Parola della gioia trasformante.

(da "Lectio divina" della Domenica di Risurrezione, Abbazia Santa Maria di Pulsano, FG)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Entrò nel sepolcro e vide e credette (Gv 24,6)
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PDF formato A4, stampa f/r per A5:


Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata
Non è qui, è risorto (Lc 24,6) - (21/04/2019)
(vai al testo)
Egli doveva risorgere dai morti (Gv 20,9) - (01/04/2018)
(vai al testo)
Entrò nel sepolcro... e vide e credette (Gv 20,8) - (16/04/2017)
(vai al testo)
Non è qui, è risorto (Lc 24,6) - (27/03/2016)
(vai al testo)
E vide e credette (Gv 20,8) - (05/04/2015)
(vai al testo)
Andate a dire: È risorto dai morti (Mt 28,7) - (20/04/2014)
(vai al testo)
Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù (Col 3,1) - (31/03/2013)
(vai al testo)
È risorto! (Mc 16,6) - (08/04/2012)
(vai al testo)
Andate a dire ai suoi discepoli: "È risorto dai morti" (Mt 28,7) - (24/04/2011)
(vai al testo)
Cristo, mia speranza, è risorto, alleluia(Sequenza) - (03/04/2010)
(vai al post "La nostra speranza")
Noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute(At 10,39) - (11/04/2009)
(vai al post "Noi siamo testimoni")

Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
  La memoria delle Scritture (20/04/2019)
  Dalla risurrezione di Gesù è possible un nuovo inizio per ciascuno (30/03/2018)
  L'ultima parola della vita umana è soltanto e sempre l'amore (15/04/2017)
  L'amore che non può essere annullato dalla morte (26/03/2016)
  "Doveva" risolrgere (04/04/2015)
  La gioia piena che il Risorto ci dona (19/04/2014)
  È vivo, Lui la nostra speranza! (30/03/2013)
  È risorto! (07/04/2012)

Commenti alla Parola:
Anno A:
  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 4.2020)
  di Cettina Militello (VP 3.2017)
  di Gianni Cavagnoli (VP 3.2014)
  di Marinella Perroni (VP 3.2011)
  di Enzo Bianchi
  di Lectio divina: Abbazia Santa Maria di Pulsano

Anno B:
  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 4.2018)
  di Luigi Vari (VP 3.2015)
  di Marinella Perroni (VP 3.2012)
  di Claudio Arletti (VP 3.2009)
  di Enzo Bianchi
  di Lectio divina: Abbazia Santa Maria di Pulsano
  di Letture Patristiche della Domenica

Anno C:
  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 4.2019)
  di Luigi Vari (VP 2.2016)
  di Marinella Perroni (VP 2.2013)
  di Claudio Arletti (VP 3.2010)
  di Enzo Bianchi
  di Lectio divina: Abbazia Santa Maria di Pulsano
  di Letture Patristiche della Domenica


giovedì 9 aprile 2020

«Famiglia, sii te stessa!»


La condizione di isolamento a cui siamo costretti a causa della pandemia ci fa riscoprire, in assenza di celebrazioni pubbliche per i riti di questa Settimana Santa, che ogni famiglia è chiamata ad inventarsi uno spazio con dei segni che richiamino la nostra fede: un cero, un crocifisso, una tovaglia particolare che viene messa sulla tavola nei momenti celebrativi.
Possiamo davvero celebrare la fede nelle case, nella vita quotidiana, in ogni giorno. Le relazioni più intime, se vere, se vissute in Cristo, diventano «tempio dello Spirito» (1Cor 6,19-20: «Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo, che è in voi? Lo avete ricevuto da Dio e voi non appartenete a voi stessi. Infatti siete stati comprati a caro prezzo: glorificate dunque Dio nel vostro corpo!»). Il luogo dell'incontro con Dio è Gesù Cristo e con lui ogni uomo che lo accoglie: "Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui" (Gv 14,23). L'uomo è l'unico vero santuario dal quale si manifesta e irradia l'amore del Padre per le sue creature. È questa la fede del credente. "Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?" (1Cor 3,16) scrive Paolo, talmente convinto di questa realtà da affermare "Cristo vive in me" (Gal 2,20). Nella certezza che non manchino al popolo di Dio, ai vescovi, ai presbiteri, ai diaconi la creatività per sostenere tutti i credenti nel vivere in modo «eccezionale» questa Pasqua 2020 raccolti attorno a un tavolo di casa per pregare, celebriamo la Pasqua nell'emergenza, lì dove siamo, ma anche in comunione con tutta la Chiesa particolare di cui siamo parte.

Ed allora qualche suggerimento minimo per celebrare il triduo pasquale:

Giovedì Santo
L'evangelista Giovanni nel suo evangelo non riporta l'ultima cena ma la lavanda dei piedi. Le disposizioni stabilite dalla Congregazione per il Culto Divino hanno tolto il gesto liturgico, comprendiamo ed accettiamo. Si potrebbero rileggere i testi che istituiscono il memoriale (dal libro dell'Esodo 12,1-14, il Sal 115 (116), dalla prima lettera di Paolo ai Corinzi 11,23-26, dall'evangelista Giovanni 13,1-15 e dall'evangelista Matteo 26,17-29). Non possiamo celebrare l'Eucaristia in casa, ma spezzare un pane e condividerlo può rimandare al senso di quello che ogni domenica viviamo con tutti i credenti, per ricordare che l'eucaristia è celebrata quando ci mettiamo a servizio gli uni degli altri.

Venerdì Santo
Al centro del Venerdì Santo c'è la croce di Gesù e il racconto della sua morte. Diventa importante scegliere una croce da mettere al centro, che sia quella che poi ogni volta ci invita a pregare. Davanti alla croce leggere il racconto della passione e morte del Signore (Gv 18,1-19,42) e poi una preghiera universale, perché la croce ci raccoglie tutti (e in questi momenti con particolare riferimento a chi soffre per il contagio e a chi opera per la cura dei malati).

Sabato Santo
Questo è un giorno particolare dove regnano il silenzio e l'assenza di celebrazioni. Abbiamo vissuto quasi tutta la quaresima come un lungo Sabato Santo di silenzio e senza riti. Allora questo giorno lo si potrebbe consacrare al silenzio. Si pongono i segni: una candela spenta, un crocifisso coperto, una tavola spoglia.

Domenica di Pasqua
La domenica di Pasqua la si vive come ogni domenica senza la celebrazione dell'eucarestia in chiesa. Una celebrazione della Parola - non mancano i sussidi che possiamo trovare in abbondanza in rete - che si conclude con una festa, un pranzo condiviso, un momento di gioia. Senza dimenticare chi è solo, oltre che a parenti ed amici, annunciare la Resurrezione di Cristo per dare una parola di vicinanza e di speranza. Anche i più restii hanno usato il telefono in questi giorni e spesso, ma forse ancor più in un giorno come questo.

«Famiglia, sii te stessa!» (san Giovanni Paolo II).

(Riflessione tratta da Lectio divina, Abbazia Santa Maria di Pulsano, FG)


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Vedi anche altri post a suo tempo pubblicati sul Triduo Santo:
  La beatitudine del servire (19/04/2019)
  Partecipi della Sponsalità di Cristo (28/03/2018)
  Gesù abbandonato: mistero di Dolore e di Amore (12/04/2017)
  Il dolore e la sofferenza sono "solo" germogli di rinascita (23/03/2016)
  Pasqua, passaggio di Dio e passaggio dell'uomo (01/04/2015)
  Il mistero di quei tre giorni (18/04/2014)
  Il Servo di Jahwè (15/04/2014)
  Nati da quel Sangue (6/04/2012)
  Li amò sino alla fine (2/04/2010)
  Il nostro modello (30/03/2010)
  Nel deserto del mondo… (9/04/2009)
  Quel seme che muore per dar vita (6/04/2009)
  Il sepolcro vuoto (19/03/2008)


mercoledì 8 aprile 2020

Via Crucis al tempo del Coronavirus [7]


Tredicesima Stazione: Gesù deposto dalla croce
Assieme all'Annunciazione, la deposizione è la scena in cui Maria è maggiormente raffigurata dagli artisti. È bella la Madre silenziosa con il figlio morto adagiato in grembo. All'Annunciazione aveva ingaggiato un vivace dialogo con l'angelo, ora tace. La spada profetizzata da Simeone le ha trapassato l'anima. Ha condiviso appieno il dramma del figlio. Nella sua impotenza accoglie in sé tutte le morti, come Gesù ha preso su di sé tutti i mali del mondo.

Quando depongono dal letto i morti del Coronavirus, fuori c'è un camion ad attendere. Una lunga fila di camion militari si avvia verso gli inceneritori. Quanta desolazione. Lo stesso silenzio del Golgota.

Come Maria apriamo braccia e cuore per accogliere ogni dolore, ogni sofferenza, ogni morte.
Neppure una lacrima cada per terra invano.
È un bene prezioso che va condiviso e vissuto.
Forse non sapremo dire parola, ma stiamo lì, per farci sentire presenti. E che nessuno resti mai solo.


Quattordicesima Stazione: Gesù è deposto nel sepolcro
Aveva detto d'essere la Vita, ora la Vita è stata inghiottita dalla Morte.
Ora è tutto decisamente finito. Mettiamoci una pietra sopra.
Quella pietra rotolata davanti al sepolcro è come un macigno che seppellisce ogni speranza.
Comincia il grande silenzio del sabato, quando tutto si ferma. È la solitudine.

Che silenzio nelle nostre città. Tutto s'è fermato. Chiuse le saracinesche dei negozi, i cancelli delle fabbriche, le porte di casa. Sembra che solo la morte regni, sovrana. Siamo impotenti.

In questo silenzio risuona ancora la tua voce: "In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto" (Gv 12, 24).
Non sei stato sepolto, sei stato semplicemente seminato.
Devono passare mesi, lì sotto terra, per vedere spuntare di nuovo la vita che, nascosta, sta germinando, lentamente.
Rinascerà e sarò messa abbondante e tutti saremo quella spiga piena.

(Fonte: http://fabiociardi.blogspot.com)

lunedì 6 aprile 2020

Via Crucis al tempo del Coronavirus [6]


Undicesima Stazione: Gesù è inchiodato in croce
"Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora saprete che Io sono" (Gv 8,28).
A Mosè, sul monte Sinai, Dio si rivelò come "Io sono".
Soltanto Dio veramente è e può dire in tutta verità: "Io sono". Nessuno "è" come lui "è".
Gesù, al culmine della sua umiliazione, quando, inchiodato sulla croce come un malfattore e un maledetto da Dio (perché la Scrittura dichiara maledetto chi è appeso al legno: Dt 21,22-23), sembra ormai una nullità, mostra il suo vero essere: "Io sono".
Muore per amore e svela il vero volto di Dio: Amore. È questa l'identità di Gesù, il suo vero essere.

Il virus ci inchioda nelle case, negli ospedali, ci innalza sulla croce, ci umilia, riduce al nulla la nostra potenza e prepotenza. Che sia un appello a trovare il nostro vero io? La realtà più profonda del nostro essere: l'amore?

"Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me" (Gv 12,32).
Proprio perché tu "sei" e sei "Amore", innalzato in cielo - perché la tua crocifissione è la tua gloria - apri il cielo per noi, come lo apri per il buon ladrone, e ci porti con te.
Ci sollevi dal nostro niente, ci attiri a te, alla vita divina, tutti insieme, fatti una famiglia con te, con il Padre, con la Madre che ci dai dalla croce.


Dodicesima Stazione: Gesù muore in croce
Gesù, la Vita, muore.
La morte è entrata nel mondo a causa del peccato. Gesù si è fatto peccato per essere accanto a noi peccatori, e farci buoni e santi. Ha condiviso la nostra morte, perché possiamo condividere la sua risurrezione.
"Mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi" (Rm 5,8-10).
Dalla croce si dona e dona tutto: il perdono, il Padre, la Madre, il Paradiso, lo Spirito.
All'ultimo lo trafiggono con una lancia e dona l'ultimo sangue, che lava i nostri peccati.
Che altro poteva fare per dirci che ci ama e che gli siamo preziosi?

Quanti morti in questi giorni! Molti ci lasciano da soli, senza nessuno che li stringa la loro mano, che chiuda loro gli occhi. E quanto pianto lasciano nelle case che si svuotano d'improvviso…

Gesù è morto attorniato da molte persone, ma ha provato la solitudine - "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" - perché noi non fossimo più soli e mai abbandonati.
Chi sarà contro di noi? Dio, "che non ha risparmiato i proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi?". "Chi ci condannerà? Cristo Gesù, che è morto… per noi?" (Rm 9,32.34).
Gesù è morto perché noi non moriamo. "Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me… non morrà in eterno" (Gv 11,25-26).

(Fonte: http://fabiociardi.blogspot.com)

domenica 5 aprile 2020

Dove cercare il Figlio di Dio?


Dall'amico diacono Luciano T., della vicina diocesi di Velletri-Segni, ricevo questa sua testimonianza, in occasione della domenica delle Palme e della Passione del Signore.


Dopo la lettura del brano della Passione dal vangelo di Matteo, siamo chiamati a meditare interiormente la nostra vita, le nostre giornate, il nostro essere seguaci di Cristo…
Quante domande dovremmo porci, quanti dubbi dovremmo avere… Eppure, appena usciremo da questa meditazione, tutto tornerà come prima?
Vorrei condividere con voi un piccolo pensiero.

Prima però premetto una esperienza, che ho vissuto tempo fa, che possa far comprendere il perché di tale pensiero.
Prima di diventare diacono (parliamo degli anni che vanno dal 2010 al 2014) svolgevo il servizio di volontariato presso la Croce Rossa. Ma avendo poco tempo a disposizione, dedicavo solo il sabato o la domenica ai vari servizi richiesti. In quegli anni la ASL di competenza aprì una postazione del soccorso 118 a Lariano, la sede era situata nella piazza principale, al piano superiore della palazzina dove erano allocati i Vigili Urbani.
Dal lunedì al venerdì, tale servizio di soccorso era svolto dalle persone in forza stabile presso la Croce Rossa. Il sabato e la domenica era svolto da noi volontari, un barelliere e un autista, mentre il paramedico era in forza presso cooperative private. Il servizio era svolto con un orario ridotto, dalle ore 08,00 alle ore 20,00. Io ero autista dell'ambulanza.
Un sabato pomeriggio, terminato un trasporto al pronto soccorso dell'Ospedale Civile di Velletri (incidente stradale), venivo chiamato dal primario del Pronto Soccorso, il quale mi rappresentava di aver ricevuto direttamente una chiamata dal Commissariato di P.S. di Velletri: un uomo si era accasciato sulla scalinata del commissariato e non rispondeva ad alcuna sollecitazione (quel signore era stato convocato al commissariato in quanto il suo vicinato aveva sporto denuncia per ripetuti rumori molesti che tale individuo metteva in atto soprattutto nella ore notturne. Era un uomo di mezza età, bracciante agricolo, senza famiglia né amici, proveniva forse dal nord Italia ed era avvezzo ad ubriacarsi. Queste notizie ci furono riferite in seguito). Il medico mi chiese di accompagnarlo con urgenza sul posto, chiamai la nostra centrale operativa e chiese l'assenso per l'intervento. In pochissimi minuti eravamo sul posto.
Il signore non rispondeva alle sollecitazione del medico, lo caricammo sulla barella e di corsa partimmo; purtroppo durante il pur breve tragitto per raggiungere l'ospedale il paziente spirò.

Ecco la mia riflessione dopo quel fatto…
La scena: il Calvario. Siamo davanti ad un essere umano torturato, escluso dalla società, completamente isolato, condannato come eretico e sovversivo dal tribunale militare e religioso.
Ai piedi della croce, i religiosi, i pensatori, le persone che il popola crede e rispetta come autorevoli, confermano per l'ultima volta che si tratta di un ribelle fallito e lo rinnegano pubblicamente.
È da questa morte che nasce un significato nuovo di vivere la fede.
L'identità di Gesù viene rivelata da un pagano: «Veramente costui era Figlio di Dio!».
D'ora in poi, se tu vuoi incontrare veramente il Figlio di Dio non cercarlo in alto, nel cielo azzurro e pieno di sole, né nel Tempio il cui velo si squarciò in due, ma cercalo accanto a te, nell'essere umano escluso, sfigurato, abbandonato da tutti, senza bellezza…
Cercalo in coloro che, come Gesù, danno la loro vita per i fratelli attraverso una sofferenza non cercata, non voluta, spesso imposta da altri.
È lì che Dio si nasconde, si rivela. È lì che possiamo incontrarlo!
Lì troveremo l'immagine del Figlio di Dio, dei figli di Dio.
«Non c'è prova d'amore più grande che dare la vita per i fratelli!».

sabato 4 aprile 2020

Via Crucis al tempo del Coronavirus [5]


Nona stazione: Gesù cade la terza volta
La pietà popolare ha immaginato tre cadute lungo il cammino verso il Calvario. Chissà, forse saranno state anche di più… Ma quel numero tre sta a significare il peso di un'oppressione enorme che lo schiaccia a terra.
"Egli portò i nostri peccati nel suo corpo, sul legno della croce" (1Pt 2, 24).
"Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore" (2Cor 5, 21).

Che pesi enormi sta caricando l'epidemia, specialmente sui più poveri, su quelli che vivono del lavoro giornaliero e che d'improvviso si trovano senza di che poter vivere. E quante cadute in depressione…

"In tutti i tuoi passi pensa a lui ed egli appianerà i tuoi sentieri" (Pro 3, 6).
Ci sei accanto, in ogni nostra caduta:
"mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra" (Sal 39,10);
"tu mi hai preso per la mano destra.
Mi guiderai con il tuo consiglio
e poi mi accoglierai nella tua gloria" (Sal 73,23-24).


Decima stazione: Gesù spogliato delle vesti
Tutti e quattro i Vangeli dicono che i soldati si divisero le vesti. Non dicono che furono i soldati a spogliare Gesù.
Si spogliò da solo. Fu l'ultimo gesto, uguale al primo: "Pur essendo nella condizione di Dio… spogliò se stesso assumendo la condizione di servo" (Fil 2,6-7).
L'aveva fatto anche la sera prima, nel cenacolo, quando "depose le vesti" per lavare i piedi di discepoli (Gv 13, 4).
Si spoglia, dà la vita, come buon Pastore.

La piccola e povera Albania questi giorni si è spogliata di un manipolo di medici e infermieri per rivestire l'Italia. C'è ancora chi è pronto a rinunciare a se stesso, sull'esempio di Gesù, e servire e dare la vita per l'altro.

Di quante cose dobbiamo ancora spogliarci per ritrovare la nudità di Adamo e di Eva, la semplicità di vita.
Liberarci del superfluo, da tante sovrastrutture, inutili, che ci siamo messi addosso e appesantiscono il nostro cammino.
Liberarsi donando, come Gesù.

(Fonte: http://fabiociardi.blogspot.com)

venerdì 3 aprile 2020

Per dirgli il nostro grazie


Domenica delle Palme e della Passione del Signore (A)
Isaia 50,4-7 • Salmo 21 • Filippesi 2,6-11 • Matteo 26,14 - 27,66
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

È un dono, e un grande gesto di sapienza, sostare in ascolto e in contemplazione davanti alla Passione di Gesù. Il cuore si riempie di gratitudine.
Siamo stati introdotti attraverso la processione delle palme al vero significato di questo rito: all'entrata di Cristo nella Gerusalemme definitiva attraverso il trionfo della sua morte, un cammino che porta dalla croce fino alla gloria.
Ed in questo "passaggio" noi contempliamo il segno concreto ed estremo dell'amore di Dio per noi.

«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»
Queste parole, le uniche che Matteo pone sulle labbra di Gesù morente, esprimono una desolazione estrema: è una solitudine senza misura. Anche il Padre sembra abbandonarlo completamente, come già nel Getsemani sembrava non rispondere all'invocazione «Se è possibile, passi da me questo calice».
Il Padre non interviene e sembra smentire, anzi condannare, tutto l'impegno di Gesù per i "poveri", quasi dando ragione ai capi del popolo. Di più: Gesù vive il dramma unico del "figlio" che si sente abbandonato da colui che egli considerava e chiamava il suo "Abbà". La morte, allora, appare come la rovina e il fallimento della "causa" stessa di Dio.
Più profondamente ancora, potremmo ricercare la ragione ultima del grido di Gesù nella scelta di "solidarietà" con gli uomini fino alle estreme conseguenze, fino al punto di sperimentare l'abisso della lontananza da Dio, in cui fa precipitare il peccato. Gesù lo condivide con tragica lucidità, trasformandolo però in amore: «Mentre si identifica col nostro peccato, "abbandonato" dal Padre, Egli "si abbandona" nelle mani del Padre» (san Giovanni Paolo II, NMI 26). Gesù fa suo il grido di tutti i poveri, i sofferenti, gli oppressi della storia. Fa suo il grido dell'umanità infelice e lo lancia verso Dio: non un grido di disperazione, ma di fiducia senza confini: «Il grido di Gesù sulla croce ... non tradisce l'angoscia di un disperato, ma la preghiera del Figlio che offre la sua vita al Padre nell'amore, per la salvezza di tutti».

Sulla croce c'è il dolore (ecco perché ogni uomo che soffre richiama quasi naturalmente il Crocifisso), ma - ed è paradossalmente l'altra faccia della stessa realtà - sulla croce c'è l'Amore: «Non i chiodi tennero Gesù sulla croce, ma l'amore» (Santa Caterina da Siena).
Gesù "agonizza sino alla fine del mondo", scrive Pascal. L'agonia di Gesù continua nella storia di ogni persona provata nel corpo e nello spirito, con una grande inattesa possibilità: di poter dare un volto "nuovo" anche a ciò che umanamente appare assurdo, di poter scoprire gli abissi sempre inesplorati dell'amore.

Siamo invitati anche noi a trovare il tempo per sostare ancora davanti alla sequenza che il Vangelo oggi ci presenta e, contemplando, sentirsi coinvolti ci porti con Paolo ad esclamare: «Egli mi ha amato e ha dato la sua vita per me!». Che cosa si aspetta da noi come risposta al suo amore?
«Ascolta chi è stato crocifisso! Ascoltalo parlare al tuo cuore! Ascoltalo, Lui che ti dice: "Tu vali molto per me!"» (san Giovanni Paolo II).

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Davvero costui era Figlio di Dio (Mt 27,54)
(vai al testo…)

PDF formato A4, stampa f/r per A5:


Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata:
 Sei tu il re dei Giudei? (Mt 27,11) - (09/04/2017)
(vai al testo…)
 Padre, si compia la tua volontà (Mt 26,42) - (13/04/2014)
(vai al testo…)
 Obbediente fino alla morte e a una morte di croce (Fil 2,8) - (17/04/2011)
(vai al testo…)

Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
  Morire d'amore è cosa da Dio (07/04/2017)
  Vegliare e soffrire con Lui (11/04/2014)

Commenti alla Parola:
  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 4.2020)
  di Cettina Militello (VP 3.2017)
  di Gianni Cavagnoli (VP 3.2014)
  di Marinella Perroni (VP 3.2011)
  di Enzo Bianchi
  di Lectio divina: Abbazia Santa Maria di Pulsano