venerdì 27 novembre 2015

Il tempo in cui Dio viene… ed è vicino come il respiro


1a domenica di Avvento (C)
Geremia 33,14-16 • Salmo 24 • 1 Tessalonicesi 3,12-4,2 • Luca 21,25-28.34-36
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Ci saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia...
Il Vangelo, in questa prima domenica di Avvento, ci prende per mano e ci invita a guardare in alto, a percepire il cosmo pulsare attorno a noi, a sentirci parte di una immensa vita. Un cosmo, che patisce, che soffre, che si contorce come una partoriente (Is 13,8), ma per produrre vita.
L'Avvento è il tempo che prepara nascite, il tempo di Maria nell'attesa del parto… Ma non si attende solo la nascita di Gesù.
È un tempo di crisi. C'è una crisi della Chiesa, diminuiscono le vocazioni, cresce l'indifferenza religiosa, l'istituzione ecclesiastica perde fiducia. Ma la fede ci permette di intravedere che la fine di un certo tipo di Chiesa può portare a un nuovo modo di vivere la fede, più essenziale, libero e convinto, pieno di cuore e di verità.
È il nostro atto di fede: il regno di Dio viene, ed è più vicino oggi di ieri.

State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano…
Il Vangelo d'Avvento ci aiuta a non smarrire il cuore, a non appesantirlo di paure e delusioni. Ci saranno, sì, momenti in cui ci sentiremo col cuore pesante, scoraggiati. Tutti abbiamo provato lo scoraggiamento… Anche Gesù l'ha provato… Ma non è saggio tenergli il posto, allo scoraggiamento; permettergli di mangiare nel mio piatto, di sedere sul trono del mio cuore. Il motivo è questo: fin nell'intimo di noi stessi sappiamo una cosa: che non può esserci disperazione finché portiamo alla mente e nel cuore il motivo per cui Gesù è venuto sulla terra, di chi Lui è al servizio, chi lo ha mandato qui da noi. E Lui sta venendo: allora vedranno il Figlio dell'uomo venire con grande potenza e gloria.

Risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina
Questo mondo contiene Lui! Che viene, che è qui, che è più grande di noi. Egli è un Liberatore, esperto di nascite, in cammino su tutte le strade.
Alzatevi, guardate in alto e lontano... Uomini e donne in piedi, a testa alta, occhi alti e liberi: questi sono gli uomini e le donne secondo il Vangelo! Ed il Vangelo ci insegna a leggere il presente e la storia come grembo di futuro, a non fermarci all'oggi, ma a guardare avanti: questo mondo porta un altro mondo nel grembo. Un mondo più buono e più giusto, dove Dio viene, vicino come il respiro, vicino come il cuore, vicino come la vita.


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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
State attenti... che i vostri cuori non si appesantiscano (Lc 21,34)
(vai al testo) - (---> pdf, formato A4, stampa f/r per A5)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata (2/12/2012)
Vegliate in ogni momento (Lc 21,36)
(vai al testo)

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
Nell'attesa di quel Giorno (30/11/2012)

Commenti alla Parola:
  di Luigi Vari (VP 2015)
  di Marinella Perroni (VP 2012)
  di Claudio Arletti (VP 2009)
  di Enzo Bianchi

(Illustrazione di Cosimo Musio)


mercoledì 25 novembre 2015

I diaconi e la cura delle famiglie ferite [2]



La rivista Il Diaconato in Italia dedica il n° 193 al tema I diaconi e la cura delle famiglie ferite.
Nel riportare i vari articoli nel mio sito di testi e documenti, segnalo questi interventi.





SCHEDE

7 cose da sapere per aiutare le famiglie ferite
Il tema delle "famiglie ferite" nell'immaginario comune del popolo cristiano, per lo più vuoi dire affrontare il problema particolarmente doloroso delle persone escluse dalla comunione eucaristica o, secondo altri, occuparsi di come venire incontro a chi non ha saputo, non ha voluto o non ha potuto rispettare l'inscindibilità e indissolubilità del matrimonio cristiano. I temi e i problemi che la chiesa sembra chiamata ad affrontare si possono individuare nella crisi e nel disagio della famiglia. In realtà in primo piano c'è la necessità di una prudente e coraggiosa revisione della disciplina canonica relativa a conviventi, divorziati risposati e alle situazioni matrimoniali considerate in genere canonicamente irregolari. […]
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1. A chi e perché la Chiesa vieta la comunione
Cominciamo con l'esporre le ragioni che vietano a chi vive in una condizione di "irregolarità" canonica l'accesso alla comunione eucaristica. La prassi tradizionale della Chiesa latina che non ammettere i divorziati risposati alla comunione eucaristica, è basata in sostanza su due ragioni: la prima di carattere sacramentale […]
La seconda ragione, di indole pastorale […]
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2. Che cosa fare quando arriva la crisi?
In un matrimonio ci sono tanti momenti di crisi, in cui i due si considerano estranei, in cui il desiderio cala e non c'è più ricerca dell'altro, né tempo da condividere. È necessario fermarsi, non cedere alla facile tentazione di dire è finita, me ne trovo un altro/a, oppure solo sopportarsi, "per il bene della famiglia". È necessario entrare nei tempi dell'attesa, avere il coraggio di ascoltare l'altro, ripartendo dall'emozione dello sguardo che evoca l'amore vissuto insieme, l'amore che ancora c'è, anche se incrostato e non più ben visibile. Sarebbe rischioso imporsi tempi stretti, avere fretta o peggio timore che troppo tempo debba trascorrere, che intanto si perda la vita che scorre davanti a noi. Certo si entra nella sofferenza della precarietà e dell'incertezza, ma non esistono scorciatoie. Entrare nell'attesa è un processo attivo per riassaporare il gusto di una relazione piena. […]
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3. Quale pastorale per separati e divorziati?
Il problema ineludibile è come conciliare "carità e verità". Come essere accoglienti pur nella salvaguardia del principio dell'indissolubilità? Un punto di partenza è chiedere a una persona divorziata: «Se ha sofferto in prima persona il disgusto, l'odio, la colpa, l'umiliazione, le ristrettezze economiche, l'ansia per il futuro, il muro di silenzio, la perdita della maggior parte degli amici, per poter comprendere che cos'è successo e cosa succede alle migliaia di coppie che ogni anno divorziano». Questa domanda è un forte richiamo a saper discernere, a comprendere prima che a giudicare. I separati non pretendono facili giustificazioni, non se le danno nemmeno loro; nemmeno si attendono consolazioni di circostanza. Prima che giudizi (o pregiudizi), però, si aspettano partecipazione e ascolto nella prova. […]
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4. L'annullamento del matrimonio (José Ornar Lagos Valencia)
Tanti luoghi comuni, tanti stereotipi ma, in pratica, chi ci può accedere e quanto costa? Molte sono le domande o le perplessità che vengono poste sul tema dell'annullamento dei matrimoni religiosi. Vediamone alcune.
- La Chiesa insegna che il matrimonio è indissolubile, allora perché lo dichiara nullo?
- Come è possibile dichiarare nullo un matrimonio se ci sono dei figli?
- La Chiesa non vuole il divorzio ma annulla i matrimoni.
- La Chiesa si è trovata in crisi con il matrimonio e soprattutto con il divorzio e corre ai ripari con la dichiarazione di nullità. […]
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5. Educare alla vita buona del vangelo (Raffaella Iafrate)
Quali conseguenze la rottura della coppia ha sui figli per la scelta operata o subita dagli adulti, responsabili della educazione delle giovani generazioni? Quali i compiti dei genitori separati per salvaguardare la crescita dei figli? È da queste domande che occorre partire per capire quale specificità di scelte educative richiede la situazione della famiglia separata. […]
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6. Cosa dice la Relatio Synodi
Mentre continua ad annunciare e promuovere il matrimonio cristiano, il Sinodo incoraggia anche il discernimento pastorale delle situazioni di tanti che non vivono più questa realtà. È importante entrare in dialogo pastorale con tali persone al fine di evidenziare gli elementi della loro vita che possono condurre a una maggiore apertura al Vangelo del matrimonio nella sua pienezza. […]
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7. Sesso o gender? Di che si parla? (Paola Castorina)
Il linguaggio anglosassone registra una differenza di significato tra sesso e identità di genere: il primo è relativo agli organi sessuali del corpo, il secondo, l'identità di genere (o gender) è relativo alla percezione di sé in quanto maschio o femmina. A questa distinzione va aggiunta un'altra precisazione: il ruolo di genere cioè il sistema di aspettative sociali.
Come ci siamo arrivati? […]
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venerdì 20 novembre 2015

La regalità di Cristo, pienezza di umanità


34a domenica del Tempo ordinario (B)
Daniele 7,13-14 • Salmo 92 • Apocalisse 1,5-8 • Giovanni 18,33-37
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Pilato disse a Gesù: «Tu sei re?». Rispose Gesù: «Io sono re»
Due uomini, Pilato e Gesù, uno di fronte all'altro. Il confronto di due poteri opposti: Pilato, circondato di legionari armati, è dipendente dalle sue paure; Gesù, libero e disarmato, dipende solo da ciò in cui crede. Un potere si fonda sulla verità delle armi e della forza, l'altro sulla forza della verità. Chi dei due uomini è più libero, chi è più uomo? È libero chi dipende solo da ciò che ama. Chi la verità ha reso libero, senza maschere e senza paure, uomo regale.

Il mio regno però non è di questo mondo
Gesù rilancia la differenza cristiana consegnata ai discepoli: voi siete nel mondo, ma non del mondo. I grandi della terra dominano e si impongono, tra voi non sia così.
Il suo regno è differente non perché riguardi l'al di là, ma perché propone la trasformazione di «questo mondo». I regni della terra, si combattono, i miei servi avrebbero combattuto per me: il potere di quaggiù ha l'anima della guerra, si nutre di violenza. Invece Gesù non ha mai assoldato mercenari, non ha mai arruolato eserciti, non è mai entrato nei palazzi dei potenti, se non da prigioniero.
"Metti via la spada" ha detto a Pietro, altrimenti la ragione sarà sempre del più forte, del più violento, del più crudele.
Dove si fa violenza, dove si abusa, dove il potere, il denaro e l'io sono aggressivi e voraci, Gesù dice: non passa di qui il mio regno.

Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto…
I servi dei re combattono per i loro signori. Nel suo regno no! Anzi è il re che si fa servitore dei suoi: non sono venuto per essere servito, ma per servire.
Un re che non spezza nessuno, spezza se stesso; non versa il sangue di nessuno, versa il suo sangue; non sacrifica nessuno, sacrifica se stesso per i suoi servi. Pilato non può capire, si limita all'affermazione di Gesù: "io sono re", e ne fa il titolo della condanna, l'iscrizione derisoria da inchiodare sulla croce: questo è il re dei giudei, che io ho sconfitto. Ed è stato involontario profeta: perché il re è visibile proprio lì, sulla croce, con le braccia aperte, dove l'altro conta più della tua vita, dove si dona tutto e non si prende niente. Dove si muore ostinatamente amando: questo è il modo regale di abitare la terra, prendendosene cura.

Pilato poco dopo questo dialogo esce fuori con Gesù e lo presenta alla folla: Ecco l'uomo! Affacciato al balcone della piazza, al balcone dell'universo lo presenta all'umanità: Ecco l'uomo! L'uomo più vero, il più autentico degli uomini: il re! Libero come nessuno, amore come nessuno, vero come nessuno, perché la regalità di Cristo non è potere ma pienezza d'umano, vita piena.


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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Sono venuto... per dare testimonianza alla verità (Gv 18,37)
(vai al testo) - (---> pdf, formato A4, stampa f/r per A5)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata (25/11/2012)
Il mio regno non è di questo mondo (Gv 18,36)
(vai al testo)

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
Il vero Re, colui che serve e muore per amore (23/11/2012)

Commenti alla Parola:
  di Luigi Vari (VP 2015)
  di Marinella Perroni (VP 2012)
  di Claudio Arletti (VP 2009)
  di Enzo Bianchi

mercoledì 18 novembre 2015

Torniamo a Diogneto


Pensando alla situazione che la nostra società sta vivendo e al dissolvimento di quei valori che hanno formato il nostro vivere comune sotto l'impronta del cristianesimo, mentre leggo l'editoriale del numero 21-22/2015 della rivista Città Nuova, dal titolo Cattolici nella società - Torniamo a Diogneto, di Fabio Ciardi, mi chiedo se è un'utopia che i cristiani, col loro vivere evangelico, siano ancora oggi lievito e sale della società.
La diaconia che siamo chiamati a vivere e animare esprime questa presenza rinnovatrice del Vangelo?



Ecco l'articolo:

«Piuttosto che un panificio cattolico, è meglio fare il pane buono». Così un vecchio amico. Ma nella società mediatica dell'apparire, avere visibilità è diventato indispensabile. Anche per la Chiesa, emarginata in maniera progressiva e inarrestabile dalla secolarizzazione e dalla laicizzazione, la tentazione è quella di riaffermare la propria presenza esigendo nuova visibilità.
Presenza sì. È indispensabile. Non si può confinare il cristianesimo nelle sacrestie o nelle coscienze. Se esso non si traduce in vita e non trasforma dal di dentro la società, è una caricatura di sé stesso. Ma occorre proprio apporre un'etichetta all'agire cristiano? Hanno ancora senso denominazioni del tipo banca cattolica, scuola cattolica, partito cattolico... eventualmente "panificio cattolico"? Gesù non ha apostrofato quanti fanno elemosine in piazza per essere visti? Lo stile dell'agire cristiano è come quello del sale che si scioglie: insaporisce e insieme sparisce.
È l'esperienza dei primi tempi del cristianesimo così come l'ha tramandata un'anonima lettera del II secolo a un non meglio identificato Diogneto: «I cristiani non si differenziano dagli altri uomini né per territorio, né per il modo di parlare, né per la foggia dei loro vestiti», eppure «si propongono una forma di vita meravigliosa e, come tutti hanno ammesso, incredibile... Adempiono tutti i doveri dei cittadini... Osservano le leggi stabilite ma, con il loro modo di vivere, sono al di sopra delle leggi... Insomma, per parlar chiaro, i cristiani rappresentano nel mondo ciò che l'anima è nel corpo... i cristiani li vediamo abitare nel mondo, ma la loro pietà è invisibile... sono loro a sostenere il mondo».
La perdita di visibilità della Chiesa diventa quindi un appello a ogni singolo cristiano che voglia definirsi tale, per una presenza più qualificata in politica, nel mondo del lavoro, della scuola, dei media, che punti a immettervi fermenti evangelici, senza bisogno di etichettare. Meglio fare il pane buono.

domenica 15 novembre 2015

A Milano 5 nuovi diaconi permanenti


Il cardinale Angelo Scola ha ordinato sabato 7 novembre, nel Duomo di Milano, cinque i nuovi diaconi permanenti.
Si tratta di Thomas Anthony Lyden, 41 anni, insegnante di religione cattolica di origini scozzesi, vive ad Arese con la moglie e i suoi sei figli, l'ultima nata pochi giorni fa. Guglielmo Gualandris, 56 anni, milanese, sposato con due figli, responsabile amministrativo di una ditta. Alessandro Lodolo D'Oria, 55 anni, vive con la moglie due figli e una ragazza in affido a Gerenzano e lavora come fund-raiser. Alberto Meneghello, 53 anni, di Villanova di Bernareggio, coniugato con tre figli, impiegato come responsabile dell'assistenza tecnica di una ditta di strumentazioni scientifiche. Claudio Savi, 50 anni, sposato e padre di quattro figlie, abita a Vignate, esercita la professione di medico anestesista.

Il card. Scola, nell'omelia della Messa vigiliare della solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo (rito ambrosiano), ha ricordato agli ordinandi che «nella regalità di Gesù Cristo, adeguatamente intesa, troviamo la sorgente e la forma del ministero che oggi, per il dono dello Spirito attraverso la preghiera e l'imposizione di mani dell'Arcivescovo, state per ricevere».
«La Lettera ai Filippesi - continua l'Arcivescovo - ci ha descritto in cosa consiste effettivamente la regalità di Cristo: "umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e una morte di croce" (Fil 2,8). Non è potere e dominio, ma abbassamento fino all'umiliazione. Se vogliamo è l'onnipotenza della più totale impotenza. L'Apostolo invita tutti i cristiani ad aver "gli stessi sentimenti di Cristo Gesù" (Fil 2,5). Questo invito è oggi rivolto in modo particolare a voi, carissimi ordinandi, che siete chiamati ad assumere, per grazia, il ministero diaconale, cioè, a lasciarvi prendere a servizio per il popolo santo di Dio e per il bene del mondo intero.
Questo ministero trova il suo centro proprio nel far presente, attraverso la carità in tutte le sue forme, tra gli uomini e le donne del nostro tempo il volto di Gesù, Servo di Dio, perché tutti possano riconoscere in Lui il cammino, la verità e la vita che conduce al Padre. Nella preghiera di ordinazione chiederemo per voi che lo Spirito colmi il vostro cuore dei sentimenti e del pensiero di Cristo: "Siano pieni di ogni virtù: sinceri nella carità, premurosi verso i poveri e i deboli, umili nel loro servizio, retti e puri di cuore, vigilanti e fedeli nello spirito (…) siano immagine del tuo Figlio, che non venne per essere servito ma per servire"».
«Nel ministero del diaconato permanente sarete quotidianamente sostenuti e accompagnati dalle vostre spose. Il ripristino del diaconato uxorato, dopo il Concilio Vaticano II, ha fatto risplendere la ricchezza della comunione ecclesiale nella pluriformità di stati di vita e di uffici. […] L'assenso che come mogli avete dato al cammino vocazionale dei vostri mariti vi rende testimoni privilegiate di come la vita stessa della famiglia sia servizio alla Chiesa per il bene del mondo, perché tutti gli uomini possano conoscere e amare Gesù».
«La lettura del profeta Isaia (Is 49,1-7) conclude con una promessa che oggi viene fatta a voi, alle vostre famiglie e a tutta la nostra Chiesa, anzitutto alle parrocchie di provenienza e a tutte le realtà in cui operate o in cui opererete. "È troppo poco che tu sia mio servo… Io ti renderò luce delle nazioni" (Is 49,6). È la luce della comunione, speranza per il mondo. Nella Lettera pastorale di quest'anno ho scritto: "Sentire con Cristo implica sempre un sentire con la Chiesa, in intima unione con il popolo santo di Dio, ma ciò esalta le diverse sensibilità, i diversi carismi e ministeri presenti nella comunità ecclesiale. È questo il criterio della pluriformità nell'unità, vera e propria legge della communio"».
Siate, anzitutto e in ogni cosa, a servizio della comunione, modalità di rapporto che poggia su una stima previa in nome della comune appartenenza a Cristo».

Con queste ultime ordinazioni i diaconi permanenti in servizio nella Diocesi ambrosiana arrivano a 143, per l'83% sposati.

• Per leggere il testo preparato dell'omelia del card. Scola clicca qui
• Per ascoltare e vedere l'omelia del card. Scola clicca qui

venerdì 13 novembre 2015

Il tesoro di bontà presente nel nostro tempo


33a domenica del Tempo ordinario (B)
Daniele 12,1-3 • Salmo 15 • Ebrei 10,11-14.18 • Marco 13,24-32
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

In quei giorni, il sole si oscurerà…
Il Vangelo di questa domenica è un Vangelo sulla crisi e contemporaneamente sulla speranza, che non profetizza la fine del mondo, ma il significato del mondo.
La prima verità è che il mondo è fragile: in quei giorni, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo... Non solo il sole, la luna, le stelle, ma anche le istituzioni, la società, l'economia, la famiglia e la nostra stessa vita sono molto fragili.
Ma la seconda verità è che ogni giorno c'è un mondo che muore, ma ogni giorno c'è un mondo che nasce.

Dalla pianta di fico imparate…
In questa visione cadono molti punti di riferimento, vecchie cose vanno in frantumi: costumi, linguaggi, comportamenti; ma ci sono anche sentori di nuove primavere. La speranza ha l'immagine della prima fogliolina di fico: dalla pianta di fico imparate: quando spuntano le foglie, sapete che l'estate è vicina. Allora dentro la fragilità drammatica della storia possiamo intuire come le doglie di un parto, come il passaggio dall'inverno alla primavera, come un uscire dalla notte alla luce.
Ben vengano allora certe scosse di primavera a smantellare ciò che merita di essere cancellato!

Quando vedrete accadere queste cose sappiate…
Dopo il disfacimento si tratta di ricostruire, facendo leva su due punti di forza.
Il primo: quando vedrete accadere queste cose sappiate che Egli è vicino, il Signore è alle porte. La nostra forza è che «Dio non ha chiuso il suo cuore e la sua strada passa ancora sul nostro mare d'Esodo, mare inquieto, mare profondo, anche se non ne vediamo le orme» (cf. Salmo 76). A noi spetta assecondare la sua creazione.
Il secondo punto di forza è la nostra stessa fragilità. Per la sua fragilità l'uomo cerca appoggi, cerca legami e amore. Ed è appoggiando una fragilità sull'altra che sosteniamo il mondo.

Dio è dentro la nostra ricerca di legami, viene attraverso le persone che amiamo. I nostri familiari sono il linguaggio di Dio, il tocco della sua presenza, sacramento della sua grazia.
Il profeta Daniele allarga la visione: «Uomini giusti e santi risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre» (Dn 12,3). Sono coloro che inducono me e tutto il mondo a essere più giusto, più libero e santo. Sono come stelle, sono molti.
Guardando a loro, non sprecheremo la loro presenza nel nostro mondo, non dissiperemo il tesoro di bontà del nostro tempo, quel tesoro che germina anche, come fogliolina di primavera, in ciascuna delle nostre case.


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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
... ma le mie parole non passeranno (Mc 13,31)
(vai al testo) - (---> pdf, formato A4, stampa f/r per A5)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata (18/11/2012)
Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno (Mc 13,31)
(vai al testo)

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
L'incontro definitivo, il futuro che ci attende (16/11/2012)

Commenti alla Parola:
  di Luigi Vari (VP 2015)
  di Marinella Perroni (VP 2012)
  di Claudio Arletti (VP 2009)
  di Enzo Bianchi

giovedì 12 novembre 2015

I diaconi e la cura delle famiglie ferite [1]



La rivista Il Diaconato in Italia dedica il n° 193 al tema I diaconi e la cura delle famiglie ferite.
Nel riportare i vari articoli nel mio sito di testi e documenti, segnalo questi interventi.






Curare credendo nella Parola (Editoriale)
di Giuseppe Bellia
Sui dramma delle famiglie ferite e sulle proposte di sostegno avanzate per aiutarle, la riflessione pastorale, in verità più attenta agli aspetti morali che a quelli teologici, negli ultimi due anni ha registrato un confronto acceso non privo di asperità. È sotto gli occhi di tutti che il dibattito si sia radicalizzato, anche a causa di un'informazione maldestra e fuorviante, pronta a consegnare al popolo cristiano notizie sommarie e, spesso, di parte. […]
Verità e carità nella fede della Chiesa non sono realtà discordi e contrapposte ma elementi distinti e inseparabili di un ossimoro teologale che vede nella generazione del Figlio e nella processione dello Spirito i terminali dell'autorivelarsi luminoso di Dio e il dono di grazia riversato come amore nel cuore del credente (Rm 5,5). Una corretta visione trinitaria preserva la gratuità del libero e nascosto agire di Dio, permettendo di coniugare, per mezzo dello Spirito, l'irrinunciabile santità della trascendenza divina con la scandalosa storicità dell'immanenza del Verbo. […]
Per l'insorgere fraudolento della zizzania nel campo di Dio, non si deve dimenticare il buon grano da Lui seminato nel mondo (Mt 13,24-30 e 36-43), anche se i discepoli in ogni tempo sembrano più impressionati dall'apparire del loglio che dalla crescita del frumento. D'altra parte anche nel racconto delle nozze di Cana si accenna alla lacunosa condizione del matrimonio; una corretta traduzione fa dire a Maria, la donna-madre, che gli sposi, nel pieno della festa, «non hanno vino» (Gv 2,3). […]
Maria, non può anticipare l'ora della gloria, l'ora delle nozze escatologiche ma, accogliendo le condizioni ancora sconosciute della nuova e definitiva Alleanza, dispone i diaconi/servitori a fare qualunque cosa Egli, il Figlio, dirà loro. […]
Senza ingrandire oltre misura il valore simbolico che il racconto di Cana può avere riguardo al matrimonio, si può dire che la chiesa, come Maria con la sua fiducia, e come gli inservienti/diaconi con la loro obbedienza attiva, gli unici a sapere dell'accaduto, hanno la possibilità di cooperare a conservare nel matrimonio il vino buono sino al presente.
[…]
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Le nostre comunità offrono punti di riferimento (Intervista)
di Giorgio Agagliati
Mons. Giuseppe Anfossi, vescovo emerito di Aosta, è uno dei massimi esperti di pastorale familiare della Chiesa italiana, e ha ricoperto l'incarico di delegato arcivescovile per la famiglia e i giovani nella Diocesi di Torino, per poi diventare, nel 1992, direttore dell'Ufficio nazionale Pastorale della Famiglia della CEI. Dal 2005 ha presieduto la Commissione Episcopale per la Famiglia e la Vita. Giorgio Agagliati lo ha intervistato per i nostri diaconi.
[…]
Il diacono è prima di tutto un animatore della comunità. Quali indicazioni può dare perché ci sia attenzione e sensibilità verso le famiglie ferite?
Molti diaconi sono testimoni, magari non tutti, ma molti sì. Ma non possono agire da soli. Devono contribuire a individuare e mettere in gioco quel qualcosa in più che consente di intervenire nelle situazioni concrete. Mi spiego: se c'è una comunità, ci sono dei gangli, dei punti di riferimento, persone in coppia in grado di giocare un valido ruolo di aiuto. Primo compito del diacono è quindi quello di sostenerli e farli emergere. […]
Le linee del Magistero sull'importanza di accogliere e accompagnare le famiglie e i singoli che vivono l'esperienza di un divorzio e di un nuovo matrimonio sono chiare. Ma nel concreto le nostre comunità sono realmente accoglienti e sanno come porsi verso queste situazioni?
Le linee del Magistero sono note soprattutto agli "addetti ai lavoro", ma forse non sono abbastanza conosciute e abbastanza chiaramente spiegate alla generalità delle persone nelle nostre comunità. […]
Qui il diacono può veramente far sì che la comunità sia più accogliente, che vuoi dire anche rispettare i tempi, favorire colloqui di lui e lei anche singolarmente, offrire un accompagnamento che non sia solo quello dell'avvocato divorzista, che spesso finisce per essere l'unico punto di riferimento e l'unico argomento di dialogo per le coppie in fase di separazione o divorzio. Il diacono può aiutare le coppie a rispondere alla domanda: "com'è il mio rapporto personale con il Signore?". Penso al rapporto che tocca la fede. […]
[…]
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Un incontro del tutto speciale (Incontri)
di Enzo Petrolino
Il primo giugno lasciando la sede dell'Elemosineria in Vaticano dopo aver incontrato Monsignor Konrad Krajewski, Elemosiniere di papa Francesco, ho pensato al tema che sarà trattato in questo numero della Rivista: I diaconi e la cura delle famiglie ferite. Il Sinodo ci ha certamente proiettati verso i problemi della famiglia di oggi che molto spesso riguardano separazioni, incomprensioni, assenza di valori, ma le persone che vengono da lontano, sbarcando numerosi sulle coste della nostra bella Italia, non sono forse famiglie ferite anche loro? […]
È stato molto drastico l'Elemosiniere nel dire che la figura del diacono, come d'altronde andiamo dicendo da anni, non si può esaurire nell'ambito celebrativo, o perlomeno non è quello il suo ruolo primario e fontale. Mi ha parlato di un'esperienza bellissima che un parroco del centro di Roma sta facendo nella sua parrocchia con la mensa due volte al giorno all'interno della chiesa stessa. In questo servizio chiederebbe concretamente l'aiuto dei diaconi. Pur condividendo totalmente il suo richiamo che scaturiva solo dall'urgenza di essere presenza il più possibile, di essere volto e segno di quel Cristo Servo che non si è risparmiato su nulla, tuttavia mi sono sentito piccolo piccolo nel constatare che mi stava dicendo una grande verità: il nostro ministero prezioso ed insostituibile, ha bisogno di tornare alle origini, ha bisogno di respirare alla fonte, di farsi prossimo, di essere presenza ed umile servizio non solo nella nobiltà della liturgia, dove tra l'altro i primi a portare all'altare dovrebbero essere i poveri, ma anche nell'umiltà dei bisogni più umili ed umilianti. […]
[…]
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mercoledì 11 novembre 2015

Il nuovo umanesimo per papa Francesco


Parlando ieri, 10 novembre, ai rappresentanti del V Convegno ecclesiale nazionale (In Gesù Cristo il nuovo umanesimo), nel Duomo di Firenze, il Papa chiede alla Chiesa di uscire e dialogare anche "sporcandosi".
Nel suo discorso traccia una linea non solo operativa, ma soprattutto "spirituale", di conversione, del nostro essere Chiesa.
Parole che danno luce e spessore alla "diaconia" a cui sono chiamato.

Papa Francesco esprime tre sentimenti, "umiltà, disinteresse, beatitudini", contro due tentazioni, "pelagianesimo e gnosticismo", per una Chiesa "inquieta", in uscita a costo anche di essere "ferita e sporca", però dal "volto di mamma", sempre più vicina "agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti", in dialogo con il mondo politico e civile.
Proprio il tema dell'evento, "In Gesù Cristo nuovo umanesimo", è la traccia su cui si snoda il lungo e corposo discorso del Papa. Egli tratteggia questo umanesimo a piccole pennellate, offrendo una idea precisa di quello che la Chiesa in generale - quella italiana in particolare - deve essere e fare. "Non voglio qui disegnare – dice il Papa - in astratto un 'nuovo umanesimo', una certa idea dell'uomo ma presentare con semplicità alcuni tratti dell'umanesimo cristiano che è quello dei 'sentimenti di Cristo Gesù'". E mette in guardia dalla tendenza ad "addomesticare" la potenza del volto di Cristo, perché si rischierebbe di "non capire nulla dell'umanesimo cristiano" e "le nostre parole saranno belle, colte, raffinate", ma risuoneranno "a vuoto".

Il primo sentimento che chiede il Papa è quindi l'umiltà: "L'ossessione di preservare la propria gloria, la propria 'dignità', la propria influenza non deve far parte dei nostri sentimenti". Al contrario deve farne parte il disinteresse, nel senso di "cercare la felicità di chi ci sta accanto", perché "l'umanità del cristiano è sempre in uscita. Non è narcisistica, autoreferenziale. Quando il nostro cuore è ricco ed è tanto soddisfatto di se stesso, allora non ha più posto per Dio". "Evitiamo, per favore, di rinchiuderci nelle strutture", soggiunge Francesco, "il nostro dovere è lavorare per rendere questo mondo un posto migliore e lottare". E farlo con lo spirito delle beatitudini, attraverso cui "il Signore ci indica il cammino" che porta "alla felicità più autenticamente umana e divina".
Quindi, umiltà, disinteresse, beatitudine: questi tre tratti, afferma il Santo Padre, "dicono qualcosa anche alla Chiesa italiana", dicono, cioè, "che non dobbiamo essere ossessionati dal 'potere', anche quando questo prende il volto di un potere utile e funzionale all'immagine sociale della Chiesa". "Che Dio protegga la Chiesa italiana da ogni surrogato di potere, d'immagine, di denaro. La povertà evangelica è creativa, accoglie, sostiene ed è ricca di speranza".
"Se la Chiesa non assume i sentimenti di Gesù", se "pensa solo a se stessa e ai propri interessi" essa "si disorienta, perde il senso", diventa "triste". Al contrario, una Chiesa umile, disinteressata, beata, "è una Chiesa che sa riconoscere l'azione del Signore nel mondo, nella cultura, nella vita quotidiana della gente". Dunque meglio una Chiesa "accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade", che non una Chiesa "malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze".
"Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti".

Tuttavia le tentazioni da affrontare sono tante. Il Papa ne evidenzia "solo due", la tentazione "pelagiana" e quella dello "gnosticismo".
Il pelagianesimo "porta ad avere fiducia nelle strutture, nelle organizzazioni, nelle pianificazioni perfette perché astratte" e "ad assumere uno stile di controllo, di durezza, di normatività". "La norma dà al pelagiano la sicurezza di sentirsi superiore, di avere un orientamento preciso"."Davanti ai mali o ai problemi della Chiesa è inutile cercare soluzioni in conservatorismi e fondamentalismi, nella restaurazione di condotte e forme superate che neppure culturalmente hanno capacità di essere significative". La dottrina cristiana non è infatti "un sistema chiuso incapace di generare domande, dubbi, interrogativi, ma è viva, inquieta, anima".
Sulla stessa scia lo gnosticismo,"porta a confidare nel ragionamento logico e chiaro, il quale però perde la tenerezza della carne del fratello". Il suo "fascino" è quello di "una fede rinchiusa nel soggettivismo", dove interessa unicamente "una determinata esperienza o una serie di ragionamenti e conoscenze che si ritiene possano confortare e illuminare, ma dove il soggetto in definitiva rimane chiuso nell'immanenza della sua propria ragione o dei suoi sentimenti". Tutto ciò significa "costruire sulla sabbia", significa "rimanere nella pura idea e degenerare in intimismi che non danno frutto, che rendono sterile il suo dinamismo".

Francesco domanda ai vescovi di essere "pastori... non di più... pastori", nella certezza che "sarà la gente, il vostro gregge a sostenervi". Allo stesso tempo - aggiunge - siate predicatori non "di complesse dottrine", ma dell'annuncio "essenziale" che è il kerygma. E preoccupatevi pure della "inclusione sociale dei poveri", che hanno un posto "privilegiato" nel popolo di Dio. L'opzione per i poveri è "forma speciale di primazia nell'esercizio della carità cristiana".

Ultima raccomandazione è quella al dialogo, che non significa "negoziare", nel senso di "cercare di ricavare la propria 'fetta' della torta comune". Dialogare "è cercare il bene comune per tutti", discutendo insieme e pensando "alle soluzioni migliori per tutti". Anche a costo di scivolare in un "conflitto" che "è logico e prevedibile". "Il modo migliore per dialogare non è quello di parlare e discutere, ma quello di fare qualcosa insieme, di costruire insieme, di fare progetti: non da soli, tra cattolici, ma insieme a tutti coloro che hanno buona volontà", raccomanda il Papa, esortando la Chiesa a "dare una risposta chiara davanti alle minacce che emergono all'interno del dibattito pubblico". "Non dobbiamo aver paura del dialogo", aggiunge, "anzi è proprio il confronto e la critica che ci aiuta a preservare la teologia dal trasformarsi in ideologia".
"I credenti sono infatti cittadini" e "la nazione non è un museo", bensì "un'opera collettiva in permanente costruzione in cui sono da mettere in comune proprio le cose che differenziano, incluse le appartenenze politiche o religiose".

L'appello è soprattutto rivolto ai giovani, a cui il Successore di Pietro chiede di essere "forti" e superare "l'apatia". Siate "costruttori dell'Italia" - incoraggia -, mettetevi al lavoro "per una Italia migliore", e "non guardate dal balcone la vita, ma impegnatevi, immergetevi nell'ampio dialogo sociale e politico".
"Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà", insiste Francesco. E domanda di avviare nei prossimi anni - "in modo sinodale" - un approfondimento della Evangelii gaudium in ogni comunità, parrocchia, diocesi e Istituzione. Poi conclude con un nuovo invito alla creatività: "Siate creativi nell'esprimere quel genio che i vostri grandi, da Dante a Michelangelo, hanno espresso in maniera ineguagliabile. Credete al genio del cristianesimo italiano che non è patrimonio né di singoli né di una élite, ma della comunità, del popolo di questo straordinario Paese".

venerdì 6 novembre 2015

È il cuore la misura del nostro dare


32a domenica del Tempo ordinario (B)
1 Re 17,10-16 • Salmo 145 • Ebrei 9,24-28 • Marco 12,38-44
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Guardatevi dagli scribi che amano passeggiare…
È la descrizione della scena dove personaggi "importanti" hanno lo spettacolo nel sangue: passeggiano in lunghe vesti, amano i primi posti, essere riveriti per strada... Questa riduzione della vita a spettacolo la conosciamo anche noi, è una realtà patita da tanti con disagio, da molti inseguita con accanimento.

Venuta una vedova…
È l'altra scena che si contrappone alla prima: Seduto davanti al tesoro del tempio Gesù osservava come la folla vi gettava monete. Gesù osservava «come», non «quanto» la gente offriva! Tanti ricchi gettavano molte monete. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine.
Gesù se n'è accorto, unico. Chiama a sé i discepoli e offre la sua lettura spiazzante e liberante: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Gesù non bada alla quantità di denaro. Conta quanto peso di vita, quanto cuore, quanto di lacrime e di speranze è dentro quei due spiccioli. Due spiccioli, un niente ma pieno di cuore.
Gesù, durante tutta la sua predicazione, ha sempre mostrato una predilezione particolare per le donne sole. Ora affida al gesto nascosto di questa donna, che vorrebbe solo scomparire dietro una delle colonne del tempio, il compito di trasmettere il suo messaggio.
E il motivo vero e ultimo per cui Gesù esalta il gesto della donna è nelle parole «Tutti hanno gettato parte del superfluo, lei ha gettato tutto quello che aveva, tutto ciò che aveva per vivere»: la totalità del dono. Anche Gesù darà tutto, tutta la sua vita!

…ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri
Come la vedova povera, quelli che sorreggono il mondo sono gli uomini e le donne di cui i giornali non si occuperanno mai, quelli dalla vita nascosta, fatta solo di fedeltà, di generosità, di onestà, di giornate a volte cariche di immensa fatica. Loro sono quelli che danno di più!
I primi posti di Dio appartengono a quelli che, in ognuna delle nostre case, danno ciò che fa vivere, regalano vita quotidianamente, con mille gesti non visti da nessuno, gesti di cura, di attenzione, rivolti ai genitori o ai figli o a chi busserà domani.
La santità: piccoli gesti pieni di cuore. Non è mai irrisorio, mai insignificante un gesto di bontà che esce fuori dalla nostra povertà. Questa capacità di dare, anche quando pensi di non possedere nulla, ha in sé qualcosa di divino. Perché tutto ciò che riusciamo a fare con tutto il cuore, ci avvicina all'assoluto di Dio.

Quanto più Vangelo ci sarebbe, se ogni discepolo, se l'intera Chiesa di Cristo si riconoscesse non da primi posti, prestigio e fama, ma dalla generosità senza misura e senza calcolo, dalla audacia nel dare. Allora, in questa felice follia, il Vangelo tornerebbe a trasmettere il suo senso di gioia, il suo respiro di liberazione.


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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Una vedova povera, vi gettò due monetine (Mc 12,42)
(vai al testo) - (---> pdf, formato A4, stampa f/r per A5)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata (11/11/2012)
Questa vedova, povera, ha dato più di tutti gli altri (Mc 12,43)
(vai al testo)

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
La "vedova" ci insegna… (9/11/2012)

Commenti alla Parola:
  di Luigi Vari (VP 2015)
  di Marinella Perroni (VP 2012)
  di Claudio Arletti (VP 2009)
  di Enzo Bianchi


giovedì 5 novembre 2015

Il Diaconato in Italia



Il diaconato in Italia n° 193
(luglio/agosto 2015)

I diaconi e la cura delle famiglie ferite





ARTICOLI
Curare credendo nella Parola (Giuseppe Bellia)
Le nostre comunità offrano punti di riferimento qualificati (Giorgio Agagliati)
Un incontro del tutto speciale (Enzo Petrolino)
La famiglia: ferite e luci di speranza (Paolo Gentili)
Saper discernere le ferite delle famiglie (Giovanni Chifari)
Ogni casa sia eremo e piccola chiesa domestica (Vincenzo Testa)
I diaconi e la cura delle famiglie ferite (Andrea Spinelli)
La relazione corpo parola: genealogia di una separazione (Luca Bassetti)
A partire dalla propria famiglia (Francesco Giglio)
La famiglia del diacono, incarnazione dell'ecclesialità (Gaetano Marino)

SCHEDE
7 cose da sapere per aiutare le famiglie ferite (Redazione)
1. A chi e perché la chiesa vieta la comunione
2. Cosa fare quando arriva la crisi?
3. Quale pastorale per separati e divorziati?
4. L'annullamento del matrimonio (José Ornar Lagos Vaencia)
5. Educare alla vita buona del vangelo (Raffaella Iafrate)
6. Cosa dice la Relatio Synodi
7. Sesso o gender? Di che si parla? (Paola Castorina)

DOCUMENTI
La vostra ferita è anche nostra (Dionigi Tettamanzi)
La cura delle famiglie ferite (Angelo Scola)

CRONACA
Giornata regionale dei diaconi a Nola (Pasquale Violante)
Giornata regionale dei diaconi siciliani


(Vai ai testi…)

mercoledì 4 novembre 2015

Vivere la propria vocazione


Nella memoria odierna di san Carlo Borromeo, riporto questo discorso che il santo ha tenuto nell'ultimo suo Sinodo della chiesa milanese (1584). I riferimenti ed i consigli rivolti a sacerdoti e a coloro che hanno responsabilità pastorali, mi riporta a quanto anche a me è chiesto per le persone che mi sono affidate.
San Carlo termina questo discorso con le parole: «Se così faremo avremo la forza per generare Cristo in noi e negli altri». La carità pastorale che deve animare la mia diaconia ha la sua sorgente nel rapporto personale con Dio, in quel «rimani raccolto con Dio», sull'esempio di Gesù che prima di immergersi nella folla per sanarla rimaneva immerso, per notti intere, nell'intimità col Padre suo dei Cieli.




Vivere la propria vocazione
Tutti siamo certamente deboli, lo ammetto, ma il Signore Dio mette a nostra disposizione mezzi tali che, se lo vogliamo, possiamo far molto. Senza di essi però non sarà possibile tener fede all'impegno della propria vocazione.
Facciamo il caso di un sacerdote che riconosca bensì di dover essere temperante, di dover dar esempio di costumi severi e santi, ma che poi rifiuti ogni mortificazione, non digiuni, non preghi, ami conversazioni e familiarità poco edificanti; come potrà costui essere all'altezza del suo ufficio?
Ci sarà magari chi si lamenta che, quando entra in coro per salmodiare, o quando va a celebrare la Messa, la sua mente si popoli di mille distrazioni. Ma prima di accedere al coro o di iniziare la Messa, come si è comportato in sacrestia, come si è preparato, quali mezzi ha predisposto e usato per conservare il raccoglimento?
Vuoi che ti insegni come accrescere maggiormente la tua partecipazione interiore alla celebrazione corale, come rendere più gradita a Dio la tua lode e come progredire nella santità? Ascolta ciò che ti dico. Se già qualche scintilla del divino amore è stata accesa in te, non cacciarla via, non esporla al vento. Tieni chiuso il focolare del tuo cuore, perché non si raffreddi e non perda calore. Fuggi, cioè le distrazioni per quanto puoi. Rimani raccolto con Dio, evita le chiacchiere inutili.
Hai il mandato di predicare e di insegnare? Studia e applicati a quelle cose che sono necessarie per compiere bene questo incarico.
Dà sempre buon esempio e cerca di essere il primo in ogni cosa. Predica prima di tutto con la vita e la santità, perché non succeda che essendo la tua condotta in contraddizione con la tua predica tu perda ogni credibilità.
Eserciti la cura d'anime? Non trascurare per questo la cura di te stesso, e non darti agli altri fino al punto che non rimanga nulla di te a te stesso. Devi avere certo presente il ricordo delle anime di cui sei pastore, ma non dimenticarti di te stesso.
Comprendete, fratelli, che niente è così necessario a tutte le persone ecclesiastiche quanto la meditazione che precede, accompagna e segue tutte le nostre azioni: Canterò, dice il profeta, e mediterò (cfr. Sal 100, 1 volg.) Se amministri i sacramenti, o fratello, medita ciò che fai. Se celebri la Messa, medita ciò che offri. Se reciti i salmi in coro, medita a chi e di che cosa parli. Se guidi le anime, medita da quale sangue siano state lavate; e «tutto si faccia tra voi nella carità» (1Cor 16, 14). Così potremo facilmente superare le difficoltà che incontriamo, e sono innumerevoli, ogni giorno. Del resto ciò è richiesto dal compito affidatoci. Se così faremo avremo la forza per generare Cristo in noi e negli altri.

(Dal Discorso tenuto da san Carlo nell'ultimo Sinodo - Acta Ecclesiae Mediolanensis, Milano 1599, 1177-1178)


martedì 3 novembre 2015

Chi sono i santi?


Il teologo tedesco Klaus Hemmerle (1929 - 1994), così descrive il profilo dei santi in una sua omelia del '93, quando era vescovo di Aquisgrana. Si tratta di santi anonimi, sconosciuti ai più, ma più che celebri agli occhi di Dio.

«Chi sono i santi? Non inarrivabili figure superumane di una cristianità che intende sconfortare, abbattere noi mediocri, non vette somme, inaccessibili al punto che, per persone come noi, è meglio restarne ai piedi e 'arrangiarsi' nella pianura.

I santi sono i piccoli, i veramente piccoli. Quelli che Gesù proclama beati nel Discorso della Montagna, i poveri e gli afflitti, i miti e coloro che hanno fame e sete di giustizia, i misericordiosi e i puri di cuore, gli operatori di pace e i perseguitati per causa della giustizia.

Uomini che mettono se stessi e il proprio destino nelle mani di Dio – e così la mano di Dio è libera di fare del loro destino qualcosa che sia di benedizione al mondo.
Vivono presso Dio e ci vivono per noi – e noi possiamo vivere con loro.

Il loro esempio è passato che ci trascina, la loro vita presso Dio è presente che ci accoglie in una comunione a cui la morte non può porre limiti, la loro beatitudine è futuro che ci invita e ci infonde coraggio».

(Klaus Hemmerle, La luce dentro le cose, Città Nuova Editrice, 1998, pag. 339)


lunedì 2 novembre 2015

La famiglia del diacono "scuola di umanità"


Nel numero 3/2015 della Rivista Unità nella Carità della Pia Società san Gaetano, di Vicenza, (composta - come detto già altre volte - da Sacerdoti e Diaconi e dalle Sorelle nella diaconia) ospita un articolo sul Convegno che la Comunità del Diaconato in Italia ha tenuto a Campobasso nell'agosto scorso (ne ho parlato anche su questo blog). L'articolo è a firma di don Luca Garbinetto che, durante il Convegno ha guidato, tra l'altro, le lectio alle lodi ed ai vespri.

Il diaconato in Italia ha assunto ormai una consistenza notevole dal punto di vista numerico, avendo ormai superato quota 4.000 diaconi permanenti nelle diverse diocesi della penisola. Sono moltissime le esperienze particolarmente significative, in cui la testimonianza di questi uomini, per lo più sposati, rende il volto della Chiesa più credibile, perché caratterizzato dai lineamenti del servizio e della comunione.
In questo cammino di crescita, seppur non esente da limiti, la Comunità del Diaconato in Italia, sorta nel dopo concilio su iniziativa di don Alberto Altana per promuovere questo ministero nelle Chiese locali, ha dato un contributo sicuramente significativo.
Negli ultimi anni, questo apporto si è consolidato, grazie alla perseveranza del lavoro del suo Consiglio, coordinato dal diacono Enzo Petrolino, amico di lunga data di alcuni nostri religiosi, e per mezzo soprattutto degli appuntamenti a scadenza biennale costituiti dai convegni nazionali. Quest'anno, in agosto, la Chiesa di Campobasso ha accolto i numerosi partecipanti all'incontro nazionale. L'arcivescovo della piccola diocesi molisana, monsignor Giancarlo Bregantini, ha insistito particolarmente per far sì che i diaconi, con le loro mogli e i loro figli, e i presbiteri delegati diocesani convergessero a Campobasso, e ha contribuito decisamente a creare un clima fraterno e confidenziale.
Il tema trattato è di particolare attualità: "La famiglia del diacono, scuola di umanità". I riferimenti chiari erano al sinodo sulla famiglia e all'ormai prossimo convegno della Chiesa italiana a Firenze, sul nuovo umanesimo. Così, tra momenti di intensa celebrazione e di ricco scambio di esperienze, si sono alternati numerosi relatori di spessore. Vanno ricordati in particolare due ospiti: il cardinale Beniamino Stella, prefetto della Congregazione per il clero e la vita consacrata, e padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa vaticana. Il primo, con la sua toccante delicatezza, ha fatto percepire a tutti i presenti il grande valore attribuito al diaconato dai membri della Congregazione romana, sottolineando con realismo la necessità di delineare precisi compiti e responsabilità pastorali per ogni diacono, nella logica di un riconoscimento esplicito della sacramentalità di questo ministero. Il secondo ha invece aiutato l'assemblea a ritornare alle radici della diaconia, che stanno nella persona stessa di Gesù e nella sua kenosis per servire l'uomo e ogni uomo.
Tutto il convegno si è caratterizzato per un clima di condivisione fatto di estrema semplicità e concretezza. Così le testimonianze di famiglie di diaconi ascoltate in una ricca tavola rotonda hanno scaldato il cuore, manifestando come sia davvero possibile manifestare l'amore di Dio nell'ordinarietà dell'esistenza come coppia diaconale. Certamente rimane ancora da approfondire la specificità che distingue un matrimonio arricchito dalla grazia del diaconato da una famiglia "semplicemente" cristiana. L'apporto delle spose, particolarmente numerose fra i circa 300 convenuti, è indispensabile e spesso illuminante per cogliere alcuni aspetti di questa novità ancora inesplorati dalla riflessione teologica.
Sulla linea della concretezza, anche la presenza di altri relatori invitati ha sottolineato come il diaconato sia un segno e strumento esplicito della Chiesa serva del Regno solo nella misura in cui si sporca letteralmente le mani nelle periferie dell'umanità ferita.
Il rappresentante della Caritas nazionale ha sollecitato una collaborazione con alcuni progetti sia sul territorio del nostro Paese che in terra di missione, e lo stesso monsignor Bregantini ha ribadito il ruolo indispensabile dei diaconi per vitalizzare le comunità locali nei processi di conversione pastorale che anche il convegno di Firenze auspica, assumendo come traccia i cinque verbi che ne esplicitano i contenuti essenziali: uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare.
In tutto questo, la Famiglia di don Ottorino ha avuto una presenza significativa. Don Luca con i confratelli teologi, il diacono Mario e le sorelle nella diaconia Elisabetta e Geanni hanno costituito una vivace comitiva "intrufolata" fra coppie e famiglie come una importante memoria dell'originale vocazione alla consacrazione religiosa assieme ad un vissuto ministeriale condiviso. Le meditazioni sulla Parola dei momenti liturgici sono state guidate da don Luca, ricordando nei contenuti la decisa opzione della Congregazione di camminare secondo uno stile di costante discernimento della realtà "con lo sguardo e il cuore di Dio". Ma sono soprattutto le relazioni fraterne tra i membri della Famiglia che manifestano l'accessibilità di un carisma aperto a ogni condizione di vita e particolarmente importante per dare un volto "abitabile" alle parrocchie.
Don Luca Garbinetto