sabato 31 dicembre 2011

La Luce della Parola



Si chiude un anno e viene spontaneo farne un bilancio…
La tentazione di guardare soltanto a quanto di non positivo è successo, e ci è capitato, è sempre presente, con quella pesantezza che ci costringe a non alzare lo sguardo…
Ma troppo grande, nonostante le false apparenze, è stata la "presenza" di Colui a cui preme la mia vita ed ha conquistato pienamente il mio cuore.
Allora, pieno di gratitudine, guardo a Lui e mi basta sapere che è qui "ora"…
Perché fra le innumerevoli parole che hanno riempito la vita di questo anno ed hanno avuto l'effetto, molto spesso, di annebbiarmi la vista, ce ne è stata una che ha vinto sulle altre: Lui, la Parola fatta Persona.
Somma gratitudine per l'esperienza, pur nella mia inadeguatezza, di come la Parola abbia illuminato la mia persona. Non sono stato tanto io a "scoprire" la Parola, quanto la Parola ha scoperto me… È stata Lei a dare senso e sapore a tutta la mia vita, a farmi cogliere il filo d'oro che lega la mia esistenza.
E prima ancora di scoprire le "singole" Parole, ho incontrato la Parola come Persona, Gesù, che mi ha conquistato. E ne è seguito un rapporto nuovo con quanto Lui mi andava dicendo, con la sua Parola, con Lui Parola.
Più tardi, sotto questa luce, ha compreso meglio le singole parole che potevo vivere volta per volta, ma non come una semplice "pratica" buona, a volte ascetica, ma come momenti di unità con Gesù… Era incontrarmi con Lui. Ed in Gesù, nella persona di Gesù, ho trovato l'unità di tutto il Vangelo.
Ho sperimentato che ogni Parola del Vangelo è un modo di manifestarsi di Gesù, un seguire Lui!

Ma la Parola non illumina solo me, ma anche chi sta con me, chi sta di fronte a me quando cerco di "farmi uno" con lui… Soprattutto con chi è lontano dalla pratica religiosa o non frequenta la chiesa. È scoprire e mettere in luce quello che di buono e di vero c'è nell'altro, quei "semi del Verbo" presenti in tutti.
E con somma gratitudine posso affermare che se io sono "parola viva", se la Parola vive in me, allora l'altro è messo in grado di esprime, con tutta sincerità, il suo genuino rapporto con Dio, di mettere in comune quei germi di verità che albergano nel suo cuore e danno senso alla sua vita.

…e la Parola si fa carne!



venerdì 30 dicembre 2011

Madre di Dio


1° gennaio, Maria SS.ma Madre di Dio

Appunti per l'omelia

Il nuovo anno si apre con la solennità di Maria, Madre di Dio, la Theotókos.
Alla sua materna intercessione affidiamo i doni di Grazia che il Padre elargisce a piene mani su ciascuno di noi ed invochiamo sul mondo intero il dono della pace. Pace che il Figlio di Dio è venuto a portare tutti. Pace che il Figlio, "nato da donna", ci ha donato, riscattandoci dalla schiavitù e rendendoci figli ed eredi (cfr. Gal 4,4-7). Pace che oggi ci interpella in una prospettiva educativa per i giovani, "nella convinzione che essi, con il loro entusiasmo e la loro spinta ideale, possono offrire una nuova speranza al mondo", come ci ricorda il messaggio del Santo Padre Benedetto XVI, in occasione della 45a Giornata Mondiale della Pace (Educare i giovani alla giustizia e alla pace).

In questa prospettiva guardiamo a Maria, la Regina della Pace. E come i pastori di Betlemme glorifichiamo e lodiamo Dio per quello che abbiamo udito e visto (cfr. Lc 2,16-21). Guardiamo a Maria nello stupore di una contemplazione, per quanto Dio ha operato in una creatura.
Scrive Chiara Lubich a questo proposito: «Maria non era solo […] la giovinetta di Nazareth, la più bella creatura del mondo, il cuore che contiene e supera tutti gli amori delle mamme del mondo, ma: era Madre di Dio. Ella ci appariva d'una dimensione rimasta fino allora a noi completamente ignota, era come la conoscessimo la prima volta.
Perché prima vedevamo Maria di fronte a Cristo e ai santi - per fare un paragone -, come nel cielo si vede la luna (Maria) di fronte al sole (Cristo) e alle stelle (i santi). Ora no: la Madre di Dio abbracciava, come un enorme cielo azzurro, il sole stesso, Dio stesso.
Maria, infatti, è Madre di Dio perché è madre dell'umanità dell'unica Persona del Verbo, che è Dio, il quale ha voluto farsi uomo. […]
Maria, che si contemplava contenuta nella Trinità, ci appariva perciò contenente, in un suo modo particolare, a causa del Figlio, la Trinità. […]
A questa comprensione di Maria la nostra anima avrebbe voluto gridare: solo ora abbiamo conosciuto Maria!
Contemplando Maria Madre di Dio, e per questo fatta da Dio capace di contenere, in certo modo, la Trinità, san Luigi Maria Grignon di Monfort scrive: "Nel paradiso medesimo, Maria è il paradiso di Dio e il suo mondo ineffabile, in cui il Figlio di Dio è entrato per operarvi meraviglie, per custodirlo e per trovarvi le proprie compiacenze. Dio ha fatto un mondo per l'uomo viatore, questo nostro; ha fatto un mondo per l'uomo beato, il paradiso; ma ne ha fatto un altro per sé e gli ha dato il nome di Maria"»1.

Così appare a noi oggi, nella luce del Natale, l'amore di un Dio che, per amore, si abbassa e annienta se stesso (cfr. Fil 2,7), manifestando così il suo vero volto.
Ora, questo "annullarsi di Dio", che nel Figlio ha avuto il suo culmine sulla Croce, iniziò nel seno di Maria, divenendo così modello per ogni credente e per tutti gli uomini che credono in una vera fraternità fra i popoli.


1. Chiara Lubich, Maria, trasparenza di Dio, Città Nuova 20032, pag. 24-25.



venerdì 23 dicembre 2011

Dar vita a Gesù, oggi!


Natale del Signore

Appunti per l'omelia.

Tutta la Chiesa nella notte santa è in veglia e con Maria sta vivendo nell'attesa della nascita del Signore.
Il Natale è un giorno di gioia grande, perché Dio si fa uno di noi, condivide la nostra storia, viene ad abitare in mezzo a noi, uomo fra gli uomini, per portare a tutti la sua vita, la sua pace e a farci partecipi della sua divinità.
È luce che squarcia le tenebre che ci tengono prigionieri.
Potrebbe sembrare luce "piccola", che molti non sanno riconoscere e che paragonano alle mille luci di cui è avvolta la nostra vita in questo particolare periodo.
Ma è luce "grande", perché è luce di Dio.
Il Natale ci rammenta la grande realtà che tutti siamo chiamati ad offrire al mondo.
Quel Gesù, che è nato duemila anni fa, è il Gesù che in certo modo nasce e vive in mezzo a noi oggi, se viviamo e rinnoviamo sempre il nostro reciproco amore. Dar vita a Gesù fra noi è per i cristiani il loro primo dovere. È il perché fondamentale della nostra presenza nel mondo, è continuare la Sua opera: "da questo riconosceranno che siete miei discepoli…".
Il Natale ci interpella sempre, ci fa entrare in noi stessi, ci pone davanti al Mistero di un Dio che si fa uomo, della Santità divina che si fa umanità concreta.
Ognuno di noi arricchisce la propria vita di propositi, di buone intenzioni…
Ed anche noi potremmo dire: come posso prendermi il lusso di tendere alla santità, se il Santo non è fra noi? Come posso permettermi di diventare perfetto, se il Perfetto non è fra noi?
Allora penso che la strada giusta per noi sia proprio questa: stabilire e ristabilire la sua presenza fra noi con quell'amore di servizio, con quell'amore partecipazione ai dolori, ai pesi, alle ansie e alle gioie dei nostri fratelli, con quell'amore che tutto copre, che tutto perdona, tipico di chi vuol seguire Gesù.
È prendere quell'impegno di far sì che, per questo amore, il Risorto, che ha promesso di essere con la sua Chiesa fino alla fine del mondo, sia anche oggi tra noi. E su questa base vivere attimo dopo attimo la volontà di Dio.
Questo è quanto dovremmo fare in questo tempo, in cui la Parola ci sprona ad attuare, come Maria, la volontà di Dio. E per noi, come per Lei, la Sua prima volontà è quella di dar vita a Gesù.
Solo così potrò vivere oggi, in pienezza, questo meraviglioso Natale.


venerdì 16 dicembre 2011

Essere un'altra Maria


IV domenica di Avvento (B)

Appunti per l'omelia.

In questa quarta domenica di Avvento, in attesa del Natale ormai imminente, è particolarmente presente la figura di Maria. In lei, nel suo consenso alla volontà di Dio, si realizza per l'umanità l'evento della salvezza. In lei il Verbo di Dio prende "casa" su questa terra. Nella famiglia di Nazaret, nella famiglia di Giuseppe e di Maria, il Figlio dell'Altissimo entra nella storia, entra a far parte di uno di noi, diventa noi.
Il re Davide, come leggiamo nel secondo libro di Samuele, pensa che sia necessario costruire una "casa" per il Signore, perché Egli abiti stabilmente in mezzo al suo popolo. Ma sarà il Signore stesso a promettere per il suo popolo una casa ed un regno stabile per sempre. Sappiamo bene però che questa promessa si realizza in Gesù, quando Maria, con il suo "Sì", diviene dimora e tabernacolo del Figlio di Dio.
Il vescovo sant'Andrea di Creta, ricordando la natività di Maria, scrive nei sui Discorsi: «Questo è il giorno in cui il Creatore dell'universo ha costruito il suo tempio, oggi il giorno in cui, per un progetto stupendo, la creatura diventa la dimora prescelta del Creatore». Chiamata ad essere il Paradiso di Dio!
Maria, con il suo "Sì", con l'adesione alla Parola del Padre, ha realizzato il suo meraviglioso disegno, ha reso la Parola esistenza umana, permeata lei stessa di Parola, tutta rivestita di Parola.
Come per Maria, anche per noi c'è un progetto da compiere. E Dio attende il nostro "sì"; chiede anche a noi di accogliere con docilità la sua Parola, essere anche noi altre piccole Maria e ripetere con Lei: Avvenga per me secondo la tua parola.
E dar vita anche oggi al Cristo in questo mondo assetato di divino.


mercoledì 14 dicembre 2011

Notte e Luce


Pensando a San Giovanni della Croce, di cui oggi facciamo memoria, alla sua esperienza mistica, alla sua notte oscura, al suo "Nada", mi sono chiesto come poter rendere attuale questo incontro con Dio e come arricchire la spiritualità diaconale (che è rivolta al servizio dei fratelli, a Dio nei fratelli che siamo chiamati a servire e che incontriamo amando i fratelli) con i frutti di cui parla San Giovanni della Croce, ed animare una comunità dove si possa sperimentare la Luce di Cristo.
Questo essere "nulla", questo "annullarsi" per amore nel fratello, questo "farsi uno" con lui e condividere ogni suo dolore ed ogni sua gioia, mi pare possa essere una strada percorribile ed adatta a tutti.
Mi è di luce, a questo proposito, uno scritto di Chiara Lubich:

«San Giovanni della Croce […] arrivò a disporre la sua anima nella migliore disposizione perché Dio la riempisse. Infatti egli con la sua notte oscura fu il polo negativo che unito a Dio – polo positivo – fa splendere o scaturisce la Luce in sé.
Noi invece siamo polo negativo e polo positivo tra fratelli. […] Il loro contatto dà la Luce di Gesù fra essi e quindi in ambedue. Noi portiamo davvero il Regno di Dio sulla terra. Infatti Dio è fra noi e attraverso noi questa corrente d'amore (che è la corrente dell'Amore trinitario) passa per il mondo in tutte le membra del Corpo Mistico, tutta illuminando».
(Chiara Lubich, citato in "Nuova Umanità", n° 196/197, p.510).


(Foto: Barisani, "Luce nella notte", tecnica mista su tela, 2002, 80x100).

venerdì 9 dicembre 2011

La gioia di essere testimoni



III domenica di Avvento (B)

Appunti per l'omelia.

Anche in questa terza domenica di Avvento la figura di Giovanni Battista ci prepara ad incontrare Colui che, pur essendo già in mezzo a noi, noi non siamo sempre in grado di riconoscere: "In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete" (Gv 1,26). La Parola di Dio ci invita ad accoglierlo con la gioia nel cuore, perché il Signore Gesù, colui che attendiamo, ci trovi vigilanti nella carità: è nell'amore infatti che lo possiamo riconoscere ed incontrare.
"Siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie… Non spegnete lo Spirito…" (1Ts 5,16.18.19), ci rammenta l'apostolo Paolo.
Dio, che ci ha amati fin dall'eternità, vuole farci partecipi, nella gioia, di questo meraviglioso incontro.
È l'incontro con Colui che viene "a portare un lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l'anno di grazie del Signore" (Is 61,1,2).

Gli uomini del nostro tempo sono nell'attesa di un mondo nuovo. Ma anche ci chiediamo tutti, uomini e donne, se potrà mai esserci Qualcuno che darà pienamente senso alla nostra precarietà, alla nostra mancanza di libertà, ai nostri condizionamenti; se ci sarà posto per quella speranza che non fa intristire i nostri cuori e ci fa guardare in alto.
È ancora vero che ai miseri è annunciata una buona notizia e che le nostre piaghe saranno fasciate? Ci sarà qualcuno che renderà attuale questa profezia? E la nostra attesa potrà avere un senso?
Sono gli interrogativi di questo nostro tempo che ha perso il senso profondo del suo esistere e si interroga, giustamente, se coloro che si presentano come annunciatori di novità e di speranza sono in grado ancora, e non solo a parole, di rendere giustizia di questa attesa.
I cristiani di oggi sono testimoni di quella luce che guida ed indica la strada? Anche oggi ci viene chiesto di mostrare la nostra identità, di spiegare se i gesti che mettiamo in essere sono appannaggio di potere o sono servizio all'umanità.
Abbiamo la coscienza di essere "voce" di Colui che viene, "voce" di Colui che è la "Parola" che tutto crea e tutto rinnova?
Se siamo "voce che grida nel deserto", è per preparare la strada alla "Parola che deve prendere carne", con la coscienza che noi non siamo la Parola, "e che non siamo degni nemmeno di slegare il laccio del sandalo di Colui che viene" (cf. Gv 1,27).
Il nostro, di cristiani coscienti della nostra missione nel mondo, è il servizio di colui che è servo, che sa lasciare il posto al suo Signore, che sa fare spazio alla sua presenza, che sa scomparire perché Lui solo sia quella Luce che illumina il mondo.
È essere quel "nulla" d'amore, che è un "pieno" di vita, di gioia, di grazia nello Spirito.


martedì 6 dicembre 2011

Per una nuova evangelizzazione (2)


Del numero 168 della Rivista Il Diaconato in Italia (Per una nuova evangelizzazione: il volto missionario della Chiesa oggi) ho riportato, nel mio sito di testi e documenti, alcuni articoli che ritengo di particolare attualità.

In particolare segnalo l'articolo di Giovanni Chifari, da titolo Nuova evangelizzazione e corresponsabilità.

Alcuni stralci.

Le radici remote: «Là dove si innalza la croce sorge il segno che v'è giunta ormai la Buona Novella della salvezza dell'uomo mediante l'Amore. Là dove s'innalza la croce, v'è il segno che è iniziata l'evangelizzazione... Con essa abbiamo ricevuto un segno... È iniziata una nuova evangelizzazione, quasi si trattasse di un secondo annuncio, anche se in realtà è sempre lo stesso. La croce sta alta sul mondo che volge» (Giovanni Paolo II). Dobbiamo chiederci quanto queste parole riescano a legare la memoria degli eventi del passato con la profezia del tempo presente, nel quale lo Spirito continua a parlare alle Chiese (cf. Ap 2,7). Ma anche chiederci: cos'è cambiato? Cosa c'è di nuovo? Quale intelligenza spirituale del nostro tempo? Quale apporto del diacono permanente?

L'osservazione dell'indebolimento progressivo e costante dell'evangelizzazione classica, «segno di una crisi di fede», può essere tuttavia opportunità per riscoprire «un'evangelizzazione nuova nel suo ardore come primo servizio che la Chiesa può rendere a ciascun uomo e all'intera umanità». Itinerario che richiede analisi e verifica dell'autocoscienza ecclesiale, di un'identità, servizio e missione, alla quale si chiede di mostrare il volto di Dio, il suo amore e la sua volontà di salvezza.

Servizio e missione: che dovrà ripartire dalla «rilettura della memoria della fede», in vista di «nuove responsabilità» e «nuove energie» per proclamare il Vangelo.
"Missione" da abbracciare senza sufficienza e ripiegamento narcisistico. Annunciare il Vangelo di Cristo, è un servizio, ma anche una missione che si estende in ogni ambito della vita dell'uomo, dalla famiglia, la scuola, la cultura, il lavoro, il tempo libero e gli altri settori della vita sociale.

Sul diaconato (speranze e lacune).
In modo diretto il documento sulla N.E. fa riferimento al diaconato, nell'ultima domanda del terzo capitolo, in quella parte del testo dedicata alla «verifica di tutti i luoghi e le azioni di cui la Chiesa dispone per annunciare al mondo il Vangelo». Riportiamo per intero la domanda: «In che modo il ministero del diaconato, ripristinato di recente, ha trovato in questo mandato evangelizzatore uno dei contenuti della sua identità?» (L 22, domanda n. 30). La sottolineatura «ripristinato di recente», mentre da un lato da l'idea di una sorta di rodaggio che riguarda l'esercizio del diaconato, dall'altro delinea il cammino che c'è ancora da fare per una sua piena accettazione e comprensione. Quest'ultima passa certamente dall'analisi e approfondimento dell'identità teologica, sacramentale ed ecclesiale del diaconato permanente.
Il tratto che contraddistingue la «grazia fondamentale specifica» (ON 7) trova nell'ambito della missione e dell'evangelizzazione un luogo di esercizio della propria diaconia. Colpisce scorrendo il documento degli Orientamenti e Norme, che l'identità e il ruolo del diaconato sia a volte accostato al termine "disponibilità", che traduce la partecipazione «al servizio ecclesiale secondo la specificità e la misura dell'Ordine ricevuto» (ON 7). Disponibilità dice, infatti, l'abbandono fiducioso del discepolo e il primato dell'opera di Dio, della quale si è servi e strumenti. Il ministero diaconale sembra pertanto svolgere un ruolo significativo in quel processo di autocomprensione ecclesiale, custodendo e testimoniando la disponibilità della Chiesa alla missione sia ordinaria che ad gentes (cf. ON 8), contribuendo a far crescere la Chiesa, vivendo la propria identità e conformazione a Cristo Servo, come «realtà di comunione, di servizio e di missione» (ON 6).
Sul piano strettamente pastorale, invece, la verifica dei percorsi in atto, il coinvolgimento non sempre auspicato ed anche accolto, rivela la necessità di un cammino di maggiore approfondimento e ricerca di un contributo chiamato a «condurre a un profondo rinnovamento del tessuto cristiano delle comunità ecclesiali mediante la testimonianza della carità» (ON 8). La nota dei Lineamenta per certi aspetti stenta ad accogliere tale cooperazione. L'apporto del diaconato all'esigenza di rinnovamento del tessuto cristiano delle nostre comunità, sebbene avvertito come necessario e decisivo, sembra come evaporato e poco percepito. Una prospettiva che potrebbe consentirne il recupero è forse quella della "corresponsabilità" che la Nota dopo Verona auspica come stile che traduce la consapevolezza dell'identità, responsabilità e servizio di ognuno. Quando il testo dei Lineamenta, deve approfondire il tema delle Chiese locali soggetti delle trasmissione (della N.E.) invece non lo fa, e neanche fa riferimento al diaconato.
Se la «ricchezza e la varietà di ruoli e ministeri» che compongono la Chiesa, includono certamente il riferimento al diaconato, perché esso non è presente in quelle figure delle quali si dice che "fioriscono" intorno al Vescovo per compiti e competenze? Allo stesso modo la figura del diacono è dimenticata quando si parla della formazione e del sostegno dei soggetti dediti all'evangelizzazione e all'educazione al n. 22.
La nota dei Lineamenta segnala inoltre la necessità che nel processo evangelizzatore la Chiesa «trovi energie per rimotivare quei soggetti e quelle comunità che mostrano segni di stanchezza e di rassegnazione», ritenendo ciò necessario per garantire «il volto futuro delle nostre comunità».

C'è bisogno dunque di mediatori, e anche qui, i diaconi hanno qualcosa da dire e Qualcuno da testimoniare. Diaconi come coloro che «fedeli alla terra», e "aperti al cielo" annunciano un volto di Chiesa che è tale "solo se esiste per gli altri".

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sabato 3 dicembre 2011

La nostra conversione


II domenica di Avvento (B)

Appunti per l'omelia.

Nell'attesa della manifestazione del Signore Gesù (cf. 1Cor 1,7), facciamo di tutto perché Dio ci trovi in pace, senza colpa e senza macchia (cf. 2Pt 3,14).
Al Dio che viene, presentiamo noi stessi in un cammino di conversione del cuore che esprima nell'oggi che ci è dato il tutto di Dio.
L'invito che ci viene rivolto da Giovanni Battista è di preparare una "dimora" a quel Dio-Uomo che ha deciso di prendere su di sé tutto di noi; a Qualcuno che è più grande di noi, ma che si è fatto l'ultimo di noi per renderci degni di essere come Lui.
Il suo infatti è un battesimo nello Spirito Santo, un'immersione nella massima espressione dell'Amore della Trinità, la morte del Figlio; quella morte che è massima espressione di Vita.
È la speranza che viene annunciata al mondo, oggi!
È essere "voce" che grida nel deserto dell'oggi, perché la Parola prenda carne in noi e fra noi, affinché questa umanità diventi dimora del Dio-con-noi.
È affascinante questa missione del Battista: una "speciale diaconia" che prepara i cuori all'incontro col Cristo e dispone la comunità ad essere carità concretamente vissuta che esprime, pur nella sua diversità, una unità feconda, dove "ogni valle è innalzata, dove ogni monte ed ogni colle sono abbassati ed il terreno accidentato si trasforma in piano e quello scosceso in vallata; dove si potrà sperimentare la gloria del Signore e tutti insieme la potranno vedere, perché così il Signore ha disposto" (cf. Is 40,4-5).
È il segreto di ogni diaconia: carità concreta che conduce all'unità!



lunedì 28 novembre 2011

Le armi della luce


«Questo voi farete, consapevoli del momento: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché adesso la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino. Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, non in litigi e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non lasciatevi prendere dai desideri della carne» (Rm 13,11-14).

All'inizio del tempo di Avvento, questo passo della Lettera ai Romani mi pone di fronte, non tanto all'attesa di un evento che ripetiamo ogni anno, pur nella gioia del ricordo della nascita del Figlio di Dio nella carne, quanto piuttosto a riconoscere nell'oggi della storia il "momento" (il kairós) della salvezza, "più vicino ora di quando diventammo credenti".
Indossare le armi della luce è in ultima istanza "rivestirsi di Cristo" e il nostro attendere è un fare memoria, nell'Eucaristia, della Pasqua del Signore, "finché egli venga".
Se da un lato il Signore ci rammenta che non conosciamo il momento del suo ritorno, dall'altra l'apostolo ci conferma che "è ora il momento favorevole", momento che necessita di una conversione radicale, in quell'amore che è compimento della legge.
Vivere nell'attesa del Natale non è sentirsi ripetere una bella storia che ricorre ogni anno ed assumere l'atteggiamento dei bambini che insistono perché continuiamo a raccontare loro la favola che li fa addormentare contenti.
Il nostro fare memoria è "restare svegli", è essere "luce" che attivamente illumina e riscalda, è dare senso al presente perché illuminato dal futuro, è riempire il futuro di speranza perché vissuto nella pienezza dell'oggi.


venerdì 25 novembre 2011

L'attesa vigilante


I domenica di Avvento (B)

Appunti per l'omelia

L'inizio dell'anno liturgico, con la I domenica di Avvento, ci introduce nella contemplazione del mistero del ritorno del Signore Gesù. Già domenica scorsa, nella solennità di Cristo Re, ci siamo imbattuti nella scena evangelica del Giudizio Universale e sulla natura della "sentenza" e le sue motivazioni: l'amore.
È un fatto: noi attendiamo il ritorno del Signore! La Chiesa, quale provvido pedagogo, ci introduce in un tempo che viene definito di "attesa" per la venuta di Qualcuno.
L'Avvento è un tempo di preparazione al Natale, in cui si celebra la prima venuta del Figlio di Dio tra gli uomini; ma è anche, soprattutto in questa prima domenica, il tempo in cui si rende viva l'attesa della seconda venuta di Cristo al termine della storia.
La liturgia ci invita pertanto alla vigilanza, perché, se da un lato aspettiamo, dall'altro incombe l'incertezza di questo ritorno. Attendere significa coltivare la speranza, dare senso al tempo e alla vita, "andare incontro con le buone opere al Signore che viene": si attende qualcuno si desidera ardentemente incontrare, anche se, purtroppo, attanagliati dal desiderio che questo avvenga il più tardi possibile!

Quanto è vero il monito di san Cipriano: «Non dobbiamo fare la nostra volontà, ma quella di Dio. È una grazia che il Signore ci ha insegnato a chiedere ogni giorno nella preghiera. Ma è una contraddizione pregare che si faccia la volontà di Dio, e poi, quando egli ci chiama e ci invita ad uscire da questo mondo, mostrarsi riluttanti ad obbedire al comando della sua volontà! Ci impuntiamo e ci tiriamo indietro come servitori caparbi. Siamo presi da paura e dolore al pensiero di dover comparire davanti al volto di Dio. E alla fine usciamo da questa vita non di buon grado, ma perché costretti e per forza. Pretendiamo poi onori e premi da Dio dopo che lo incontriamo tanto di malavoglia! Ma allora, domando io, perché preghiamo e chiediamo che venga il regno dei cieli, se continua a piacerci la prigionia della terra? Perché con frequenti suppliche domandiamo ed imploriamo insistentemente che si affretti a venire il tempo del regno, se poi coviamo nell'animo maggiori desideri e brame di servire quaggiù il diavolo anziché di regnare con Cristo? Dal momento che il mondo odia il cristiano, perché ami chi ti odia e non segui piuttosto Cristo, che ti ha redento e ti ama?».

Non sappiamo «quando è il momento, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino»: «giungerà all'improvviso»!
Per questo occorre vegliare.
«Ma come vegliare? Innanzitutto, lo sappiamo, veglia bene proprio chi ama. Lo sa la sposa che attende il marito che ha fatto tardi al lavoro o che deve tornare da un viaggio lontano; lo sa la mamma che trepida per il figlio che ancora non rincasa; lo sa l'innamorato che non vede l'ora d'incontrare l'innamorata… Chi ama sa attendere anche quando l'altro tarda.
Si attende Gesù se lo si ama e si desidera ardentemente incontrarlo. E lo si attende amando concretamente…
Proprio perché non sappiamo né il giorno né l'ora della sua venuta, possiamo concentrarci più facilmente nell'oggi che ci è dato, nell'affanno del giorno, nel presente che la Provvidenza ci offre da vivere» (Chiara Lubich).
Sì, ti attendiamo, Signore Gesù, con la lampada della nostra fede accesa e mantenuta viva dall'olio dell'amore!
Noi attendiamo il compimento del tuo progetto d'amore sull’umanità e sul mondo intero. È il nostro vigilare che dà senso alla storia, che è il luogo della rivelazione di Dio, ed illumina la promessa di un mondo nuovo che coltiviamo in cuore.



giovedì 24 novembre 2011

La famiglia diaconale, dono per la Chiesa



Dialogando con persone, che sono sposate e che si preparano al diaconato o che desiderano approfondire questa particolare vocazione, viene spesso in evidenza, soprattutto nelle spose, il coinvolgimento delle rispettive famiglie. Ad un laico, con famiglia e che lavora, anche se ben impegnato nella pastorale parrocchiale, appare evidente quanto sia totalitaria questa chiamata. E questo può provocare turbamento, sospensione, incertezza…
Certo, la vita di coppia e di famiglia potrebbero venir sconvolte ed i ritmi scombinati. Subentra allora un momento di sconforto e di apprensione. Solo un sincero rapporto con Dio può far cogliere, anche in questo un particolare momento di riflessione e di "purificazione", la bellezza di una chiamata, personale e di coppia, ad un servizio che è amore disinteressato per la Chiesa.
Se il sacramento del diaconato viene dato al marito, indubbiamente la chiamata è rivolta alla coppia: la moglie, infatti, con il suo consenso ed in virtù dell'unità derivante dal sacramento del matrimonio, fa proprio quanto viene chiesto al marito da parte di Dio e della Chiesa e vi partecipa con la sua persona, secondo modi a lei propri.
«L'arricchimento e l'approfondimento dell'amore sacrificale e reciproco tra marito e moglie costituisce forse il più significativo coinvolgimento della moglie del diacono nel ministero pubblico del proprio marito nella Chiesa» (Giovanni Paolo II, in Direttorio, 61).


domenica 20 novembre 2011

La rivoluzione dell'Amore



Ho ricevuto, in una lettera circolare, l'invito di Chiara Amirante, fondatrice della Comunità Nuovi Orizzonti, a diffondere lo scritto che qui di seguito riporto: "Desidero condividere con te questo mio scritto e chiederti di farlo girare nel web, perché tanti possano decidere di impegnarsi a rinnovare il mondo con l'Amore!!!".

Con molta gioia faccio dono ai lettori del mio blog.
Per collegarsi al testo in originale (clicca qui):




In questi anni ho provato a restare in ascolto del grido del popolo della notte.

Un grido silenzioso e terribile che ha trafitto il mio cuore ed ha segnato una svolta decisiva nella mia vita. Mi sono immersa in baratri infernali. Mi sono addentrata nei gelidi deserti delle nostre metropoli affollate.

Ho incontrato migliaia di mendicanti di amore, sfregiati nella profondità del cuore. Ho contemplato lo sguardo scintillante di luce purissima di tanti piccoli, depredati della loro innocenza. Ho cercato di ascoltare il grido di chi non ha più voce per gridare, di chi non ha più speranza per poter sognare, di chi ha inseguito la felicità nei paradisi artificiali che seducono l'anima per poi imprigionarla ed ucciderla. Ho voluto mettermi in ascolto delle paure, dei sogni, delle ferite, dei bisogni, delle aspirazioni, dei desideri più profondi di ciascuno.

Ho provato ad ascoltare il cuore!

Sempre, in tutti, più forte di ogni altra voce, il medesimo grido:

HO BISOGNO DI AMORE!! HO UN BISOGNO DISPERATO DI AMARE E DI ESSERE AMATO!!! MA … HO UNA PAURA INDESCRIVIBILE DI AMARE E DI ESSERE AMATO PERCHÉ TROPPE VOLTE MI SONO SENTITO USATO, ABBANDONATO, TRADITO! MI SENTO IMPRIGIONATO IN UNA SOLITUDINE MORTALE E NON VEDO VIA DI USCITA!


Quanta solitudine, tristezza, disperazione, schiavitù comunicazione, del benessere, del "fa' ciò che vuoi"!

Sì, più mi metto in ascolto del grido del popolo della notte più mi convinco che il mondo sta morendo per mancanza di amore. L'uomo del terzo millennio, accecato dalla propria superbia, dalla propria spasmodica ricerca del piacere a tutti i costi, del successo, del denaro, si è prostrato ad adorare il 'vitello d'oro' del proprio io e, nel folle tentativo di esiliare Dio che è l'Amore dalla propria vita, si sta avviando verso l'autodistruzione!

Troppa indifferenza, troppa violenza, troppe ingiustizie, troppi abomini, troppe lacrime di vittime innocenti non raccolte da nessuno, troppa solitudine, disperazione!

Dove è finito l'amore? Dove sono finiti i cristiani?

Non è più possibile restare fermi a guardare l'umanità che continua ad andare alla deriva!
C'è bisogno di amore! C'è bisogno di persone determinate a credere, lottare, vivere perché l'amore possa trionfare sull'odio, la pace possa regnare dove c'è troppa violenza ed indifferenza. C'è bisogno di cristiani che sappiano vivere con grande radicalità il messaggio straordinario di Gesù Cristo, portare la rivoluzione dell'Amore. C'è bisogno di un esercito di cavalieri della Luce, innamorati della Verità, determinati a difendere la Pace, a combattere per la Giustizia, a riaccendere la speranza nelle fitte tenebre delle notti di chi è ferito, scoraggiato, disperato!

Allora mi rivolgo a te, che forse per caso stai leggendo queste mie parole.
A te, fratello e compagno in questo Viaggio che è la vita;
a te che cerchi la verità con cuore sincero e non sei disposto a scendere a compromessi;
a te che sei stanco di questo mondo dell'apparire, che si nutre di applausi, di finzione, di ipocrisia, di maschere;
a te che da sempre desideri rapporti da cuore a cuore basati sul rispetto, la sincerità, la lealtà;
a te che non ne puoi più di accendere la tv ed essere tempestato di notizie di cronaca nera e vuoi piuttosto diventare protagonista di storie di luce;
a te che credi nell'importanza dell' impegno insieme al servizio del bene comune;
a te che senti il sangue ribollire nelle vene quando ti accorgi che troppi mercanti di morte continuano a vendersi l'anima pur di raggiungere i loro squallidi interessi, troppi falsi profeti continuano a gridare le loro menzogne dai pulpiti dei massmedia seducendo e avvelenando intere generazioni;
a te che sei stanco della dittatura del consumismo che ha inquinato con l'usa e getta anche i rapporti più sacri;
a te che vuoi difendere la dignità della donna e riesci ancora a provare un senso di fastidio nel vederla ridotta troppo spesso alla bambolina svestita, oggetto di piacere e di desiderio e non più soggetto di valore e di amore;
a te che credi nell'altezza, nella bellezza della sessualità come linguaggio meraviglioso di amore e non come semplice sfogo dei propri istinti;
a te che preferisci ancora avere un grande rispetto per i sentimenti dell'altro, fare l'amore piuttosto che fare sesso;
a te che non vuoi arrenderti ad un mondo in cui è lecito fare tutto, perché tanto lo fanno tutti;
a te che credi in una libertà che ha come limite e pieno completamento la responsabilità, l'amore, l'attenzione ai diritti e ai bisogni dell'altro, chiunque egli sia, piccolo, povero, emarginato, diverso;
a te che sei stanco di rimanere passivo ed impotente dinnanzi all'avvelenamento del nostro pianeta, al dilagare dell'egoismo, della prostituzione, della violenza, dell'ingiustizia, delle mille dipendenze che imprigionano troppi, dell'anoressia, della depressione, della strage di milioni di vittime innocenti che, in nome di un presunto diritto di ogni bimbo ad essere desiderato, lo priva dell'ancor più fondamentale diritto di vivere la sua vita.


Rivolgo a te un semplice appello con tutto il cuore!

Non scoraggiamoci, non arrendiamoci!

Uniamo le forze, le energie, i talenti, le idee, i progetti e impegniamoci insieme a rinnovare il mondo con l'Amore!!!


Impegniamoci a far sentire la nostra voce per smascherare con coraggio le tante subdole menzogne dei nuovi falsi profeti! Impegniamoci a pretendere il rispetto della natura, del nostro pianeta, dei diritti di ogni essere umano in particolare dei più indifesi.
Lasciamoci arruolare da Gesù nel suo esercito di Cavalieri della Luce e prendiamo sul serio il vangelo, crediamo davvero alla potenza dell'amore. Tutto è possibile per chi ama perché Dio è Amore! Impariamo l'amore da Colui che È l'AMORE!




Sono convinta che è sufficiente un numero anche esiguo di persone

determinate a vivere con radicalità il Vangelo

per suscitare una potente rivoluzione capace di rinnovare il mondo!




L'amore è più forte dell'odio e della violenza, l'amore vince tutto e sempre! Solo chi ha grandi ideali può cambiare la storia e noi vogliamo continuare a sognare, credere, vivere, lottare, mettere sempre tutto il nostro impegno per edificare la CIVILTÀ DELL'AMORE insieme!!


Se vuoi fare parte anche tu dei Cavalieri della Luce iscriviti in:

http://www.cavalieridellaluce.net/

Abbiamo bisogno di te. Il tuo contributo è prezioso!!!


venerdì 18 novembre 2011

Regnare è Servire!


Festa di Cristo Re

Appunti per l'omelia

Alla conclusione dell'anno liturgico la liturgia pone l'accento sulla Regalità di Gesù.
Viene spontaneo chiedersi in che cosa consista questa essere Re di Gesù: è una regalità accostata al suo essere Sacerdote e Profeta.
Gesù è Profeta perché è la manifestazione della Parola di Dio, Lui stesso Parola del Padre. Ci dice chi è Dio e Dio è Amore!
Il momento culmine di questa manifestazione di Dio, dell'amore di Dio, è sulla Croce.
Gesù è Sacerdote perché ha offerto al Padre, non qualcosa come i sacerdote del suo tempo, ma se stesso.
Il "laico" Gesù ha espresso pienamente il suo essere Sacerdote nell'offerta di sé, quale "vittima di espiazione"… in Croce.
Gesù è Re perché ha dato la sua vita per ciascuno di noi: sulla croce c'era infatti la motivazione della sua condanna.
Questo suo modo di essere Re potrebbe sembrare di non immediata comprensione per una mentalità moderna. In realtà l'essere Re di Gesù trova la sua espressione vera nel suo essere Servo.
Sappiamo che i discepoli volevano sapere "chi fosse il più grande" fra di loro e sappiamo pure la risposta di Gesù: voi sapete che i grandi hanno il potere sulle nazioni e le dominano… Ma fra di voi non è così! Il più grande fra voi sarà il più piccolo e il servitore di tutti, nella maniera del Figlio dell'Uomo che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la vita in riscatto per tutti.

Chi ha autorità è al servizio!
Gesù ha "servito", offrendo la propria vita: Gesù è Re per questo!
E il suo Giudizio alla fine del tempo sarà solamente sull'Amore, perché solo l'amore rimane, consegnando così al Padre, ricapitolando in sé ogni cosa, il suo Regno d'amore.
Un regno non fatto solo di cose materiali, ma soprattutto di persone, di persone in rapporto d'amore: Gesù consegnerà a Dio Padre tutte le genti rinnovate, la cui espressione di vita sarà l'amore.
Dio, che è Amore, può riconoscere e ricevere solo ciò che è Amore: noi appunto saremo giudicati sull'amore.

Nella scena del giudizio finale, quando saremo giudicati sul nostro essere carità nei confronti dei nostri fratelli, la cosa che più sorprende è il fatto che Gesù si identifica con ciascuno di noi. È noi!
È vero: noi diciamo che Lui ritiene fatto a sé qualsiasi cosa fatta al nostro prossimo; ma non nel senso semplicemente umano , come per esempio il marito che ritiene fatto a sé quanto fatto alla moglie e viceversa. Gesù si identifica realmente con ciascuno di noi. Ha assunto realmente tutto di me!
"IO avevo fame… e MI hai dato da mangiare…".
"Io" esprime il soggetto! Come a dire che Gesù e noi siamo un'unica Realtà, un'unica Persona.
Alla fine, Gesù consegnerà al Padre solo se stesso!
E il Padre vede solo il Figlio!


La peculiarità del Regno di Gesù è questa: la realtà dei nostri rapporti rinnovati, che a loro volta rinnovano tutto l'universo.
La nostra parte è semplicemente quella di "essere" concretamente questi rapporti rinnovati, perché la Regalità di cui Gesù parla possa esprimersi in quella diaconia che è servizio reciproco, a livello personale e collettivo: una regalità-servizio che si esprime nella fraternità universale, affinché "tutti siano una cosa".


sabato 12 novembre 2011

Il Diaconato in Italia: Per una nuova evangelizzazione




Del numero 168 della Rivista Il Diaconato in Italia (Per una nuova evangelizzazione: il volto missionario della Chiesa oggi) ho riportato, nel mio sito di testi e documenti, alcuni articoli che ritengo di particolare attualità:






Come evangelizzare il nostro tempo?
di Giuseppe Bellia

Proprio agli inizi degli anni '60 risuonò come salutare provocazione il grido di Madeleine Delbrêl: «Oggi, in un ambiente laico, per vivere da cristiani bisogna evangelizzare. Quando si vive in mezzo a chi non ha fede s'impone una scelta: missione o dimissione cristiana». Insomma o si diventa missionari o si è dimissionari, rinunciando a testimoniare e a consegnare al mondo amato da Dio le ragioni per le quali è possibile sperare ancora. […]
Oggi la situazione non è più la stessa e dal punto di vista dell'evangelizzazione, come ricordava nel 1990 Giovanni Paolo II nella Redemptoris missio, si possono distinguere tre diversi contesti. C'è un'attività missionaria della chiesa rivolta a popoli e territori socio-culturali in cui Cristo e il suo vangelo non sono conosciuti, o in cui mancano comunità cristiane abbastanza mature da poter incarnare la fede nel proprio ambiente e annunziarla ad altri gruppi. Ci sono, poi, comunità cristiane «che hanno adeguate e solide strutture ecclesiali, sono ferventi di fede e di vita irradiano la testimonianza del vangelo nel loro ambiente e sentono l'impegno della missione universale». E infine, si legge nell'enciclica, si trova «una situazione intermedia, specie nei paesi di antica cristianità, ma a volte anche nelle chiese più giovani, dove interi gruppi di battezzati hanno perduto il senso vivo della fede, o addirittura non si riconoscono più come membri della chiesa, conducendo un'esistenza lontana da Cristo e dal suo vangelo». In questo caso, conclude il documento pontificio, c'è bisogno di una «nuova evangelizzazione», o meglio di una «rievangelizzazione».[…] Leggi tutto…


Diaconi per una parrocchia dal volto missionario
di Enzo Petrolino

In uno dei passaggi fondamentali della nota pastorale della CEI dal titolo Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia (30/5/2004; n. 5) si legge: «Il futuro della chiesa in Italia, e non solo, ha bisogno della parrocchia. È una certezza basata sulla convinzione che la parrocchia è un bene prezioso per la vitalità dell'annuncio e della trasmissione del Vangelo, per una chiesa radicata in un luogo, diffusa tra la gente e dal carattere popolare. Essa è l'immagine concreta del desiderio di Dio di prendere dimora tra gli uomini». Con questa nota - dicono i vescovi nell'introduzione al documento - «non si è voluto neanche fare una riflessione generale sulla parrocchia, ma solo mettere a fuoco ciò che è necessario perché essa partecipi alla svolta missionaria della chiesa in Italia di fronte alle sfide di quest'epoca di forti cambiamenti». […]
I diaconi a servizio del popolo di Dio
«Nell'esercizio del suo ministero, il diacono aiuta gli altri a riconoscere e a valorizzare i propri carismi e le proprie funzioni nella comunità; in tal modo egli promuove e sostiene le attività apostoliche dei laici». Il rapportarsi del diacono ai laici nasce dal fatto che egli attraverso la grazia sacramentale è abilitato a recepire le varie necessità, facendo emergere e suscitando servizi e ministeri nel popolo di Dio. Tale posizione che vede il diacono a servizio del popolo di Dio implica che «il diacono, anche se da un lato appartiene al clero in quanto ha ricevuto una ordinazione, dall'altro condivide la vita dei laici i quali lo sostengono come appartenente a loro». Da questa realtà il ministero del diacono, partecipando del sacramento dell'ordine, ha tra i fedeli un'autorevolezza analoga a quella del presbitero; ma nello stesso tempo egli, partecipando della condizione comune del popolo, condivide e comprende i problemi di tutti, aiutando anche i presbiteri in tale comprensione. Certamente il ritmo eccessivamente dinamico e talvolta alienante che caratterizza la nostra società e le nostre comunità ecclesiali svuota della loro carica umana i contatti personali e diretti con la gente, per ridursi ad un caotico incrociarsi di rapporti secondari, senza più punti di contatto e senza possibilità di uno scambio vitale di esperienze e di collaborazione. […] Leggi tutto…



Introduzione a Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia

Nota Pastorale

La Nota della CEI del 30/5/2004 è articolata in due parti. La prima parte, che ha carattere introduttivo, delinea il contesto delle indicazioni pastorali proposte in seguito. […]
Nel testo si è cercato di raccogliere per quanto possibile i suggerimenti emersi dal confronto tra i vescovi, per non perderne la ricchezza e la varietà. […]
Le parrocchie devono essere dimore che sanno accogliere e ascoltare paure e speranze della gente, domande e attese, anche inespresse, e che sanno offrire una coraggiosa testimonianza e un annuncio credibile della verità che è Cristo. […]
Una parrocchia missionaria è al servizio della fede delle persone, soprattutto degli adulti, da raggiungere nelle dimensioni degli affetti, del lavoro e del riposo; occorre in particolare riconoscere il ruolo germinale che per la società e per la comunità cristiana hanno le famiglie, sostenendole nella preparazione al matrimonio, nell'attesa dei figli, nella responsabilità educativa, nei momenti di sofferenza. […]
Le parrocchie non possono agire da sole: ci vuole una "pastorale integrata" in cui, nell'unità della diocesi, abbandonando ogni pretesa di autosufficienza, le parrocchie si collegano tra loro, con forme diverse a seconda delle situazioni - dalle unità pastorali alle vicarie o zone -, valorizzando la vita consacrata e i nuovi movimenti. […]
Una parrocchia missionaria ha bisogno di "nuovi" protagonisti: una comunità che si sente tutta responsabile del Vangelo, preti più pronti alla collaborazione nell'unico presbiterio e più attenti a promuovere carismi e ministeri, sostenendo la formazione dei laici, con le loro associazioni, anche per la pastorale d'ambiente, e creando spazi di reale partecipazione. […] Leggi tutto…



sabato 5 novembre 2011

Il diaconato in Italia: le Interviste



Nei primi numeri di quest'anno della rivista Il Diaconato in Italia, Vincenzo Testa (nella foto), della redazione della Rivista, diacono della diocesi di Gaeta, ha iniziato "una serie di interviste che hanno come filo conduttore il ministero diaconale nel suo dispiegarsi nel quotidiano", col desiderio di "presentare il pensiero, l'opinione e la testimonianza concreta non solo dei diaconi, ma anche le loro spose, magari di vescovi, di sacerdoti, di teologi o altre personalità che a vario titolo hanno conosciuto e conoscono il ministero diaconale".

Ecco le prime tre.
Le varie interviste sono riportate integralmente nel mio sito di testi e documenti.



Gli equilibri di vita
Intervista a Montserrat Martinez Deschamps (n° 166/2011)

Per la nostra prima intervista, abbiamo creduto opportuno colloquiare con Montserrat Martinez Deschamps, sposata con il diacono Aurelio Ortin Montserrat, vive a Barcellona e ha quattro figli e sette nipoti; è laureata in Filologia classica, Filologia inglese e scienze religiose. È direttrice del Servei de Catequesi Mossen Bonet, per la formazione permanente dei catechisti, professoressa di scuola superiore, di inglese e religione nella scuola gesuita "Casp" di Barcellona. È autrice di vari libri per la catechesi e per l'applicazione del Catechismo "Jesus es el Senor". L'ultimo suo libro ha per titolo: "Matrimonio e diaconato nella Chiesa di comunione", edito da Claret nel 2006. […] Leggi tutto…


Poveri, piccoli e diaconi
Intervista a Mauro Albino (n° 167/2011)

Questo mese abbiamo incontrato Mauro Albino che svolge il suo ministero in Guatemala, ma è un italiano della Pia Società di San Gaetano fondata da don Ottorino Zanon (http://www. donottorino.org). Intervistarlo è stata una vera grazia di Dio. Vi invito allora a conoscerlo in questo colloquio che ha le caratteristiche di un "racconto dell'anima". Leggi tutto…


Uscire dal recinto per incontrare l'uomo
Intervista a Luigi Vidoni (n° 168/2011)
(Autore di questo blog. Intervista di cui ho già parlato in precedenza.)

Continuano le nostre interviste: storie di vite vissute custodendo il mistero con grande audacia: A colloquio con Luigi Vidoni diacono della diocesi di Frascati. Leggi tutto…



martedì 1 novembre 2011

Le Beatitudini, unità con i Santi



Solennità di tutti i Santi.
La beatitudine è comunione con Gesù, è comunione con i Santi.
Ne riporto un commento di Enzo Bianchi:

«Essere poveri nello spirito prima ancora di designare un rapporto con i beni, indica la condizione di chi è libero nel cuore a tal punto da sentirsi povero ed è talmente povero nel cuore da sentirsi libero di accettare la propria realtà, libero di accettare le umiliazioni e di sottomettersi ogni giorno agli altri.
Essere capaci di piangere significa conoscere le lacrime che sgorgano non per ragioni psicologiche o affettive, ma perché il nostro cuore freme meditando sulla propria e altrui miseria.
Assumere in profondità la mitezza significa lottare per rinunciare alla violenza in ogni sua forma, nel contenuto come nello stile.
Avere fame e sete che regnino la giustizia e la verità significa desiderare che i rapporti con gli altri siano retti non dai nostri sentimenti ma dall'essere, dal volere e dall'agire di Dio.
Essere puri di cuore è avere su tutto e su tutti lo sguardo di Dio, partecipando della sua makrothymìa, del suo pensare e sentire in grande.
Praticare la misericordia e fare azioni di pace significa essere capaci di dimenticare il male che gli altri ci hanno fatto, a immagine di Dio che non ricorda i nostri peccati (cfr. Is 43,25).
Essere perseguitati e calunniati per amore di Gesù significa avere una prova che si segue davvero il Signore, perché non tutti dicono bene di noi (cfr. Lc 6,26).

Chi si trova in queste situazioni, chi lotta per assumere tali atteggiamenti, ascoltando le parole di Gesù può sentirsi in comunione con lui e così sperimentare la beatitudine: è una gioia profonda, una gioia che si può provare anche piangendo, ma una gioia che niente e nessuno ci può rapire (cfr. Gv 16,23). Allora davvero "noi non siamo soli, ma ci sentiamo avvolti da una grande nube di testimoni" (cfr. Eb 12,1) che ci hanno preceduto, i santi».

(da Gesù, Dio-con-noi, Compimento delle Scritture, Il vangelo festivo (A), Ed. San Paolo 2010, p. 227-228).

lunedì 31 ottobre 2011

Il divino nel mondo



Il Regno dei Cieli è simile ad un granello di senape…; è simile al lievito mescolato nella farina... (cfr. Lc 13,18-21). È piccolo e non si vede…
Ma anche se piccolo è completo in sé e diventa albero; è invisibile e, impastato nell'umanità, rende questa completa in sé, saporita, matura.
In questa parabola mi sembra di cogliere aspetti complementari di quella diaconia che è presenza del divino nel mondo. Ha tutto in sé, è completa perché è in grado portare la "pianta" alla piena maturazione di Cristo. Ed è come l'anima che dà vita al corpo, che rende la comunità degli uomini più vera, più umana.
Anche un solo piccolo atto di amore, di carità, ha in sé la potenza divina della risurrezione.
È Vita, anche in mezzo alle sofferenze dell'esistenza ed alla morte!


venerdì 28 ottobre 2011

Il Diaconato in Italia: La sfida educativa (3)




Del numero 167 della Rivista Il Diaconato in Italia ho riportato, nel mio sito di testi e documenti, alcuni articoli:








Partecipazione, responsabilità, legalità
di Roberto Davanzo

«I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. […] (dalla Lettera a Diogneto).
La radice evangelica della Lettera è Rm 13,1-8:
1. Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c'è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio.
2. Quindi chi si oppone all'autorità, si oppone all'ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna.
3. I governanti infatti non sono da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male. Vuoi non aver da temere l'autorità? Fa' il bene e ne avrai lode,
4. poiché essa è al servizio di Dio per il tuo bene. Ma se fai il male, allora temi, perché non invano essa porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male.
5. Perciò è necessario stare sottomessi, non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza.
6. Per questo dunque dovete pagare i tributi, perché quelli che sono dediti a questo compito sono funzionari di Dio.
7. Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi il tributo, il tributo; a chi le tasse, le tasse; a chi il timore, il timore; a chi il rispetto, il rispetto.
8. Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole; perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. Leggi tutto…

Vocazione e profezia
di Filippo Morlacchi

La Chiesa può vantare una tradizione educativa davvero luminosa ed esemplare. La liturgia prevede addirittura formulari speciali per i "santi educatori", quasi a ricordare che il campo dell'educazione è uno spazio caratteristico per la maturazione della santità. Tra i santi educatori, molti sono stati i sacerdoti; ma - mi chiedo - è mai possibile immaginare un sacerdote che non sia anche un educatore? Infatti «l'educazione è il complesso degli atti mediante i quali i genitori rendono ragione al figlio della promessa che essi gli hanno fatto mettendolo al mondo» (G. Angelini, Il figlio. Una benedizione, un compito, Vita e Pensiero, Milano 1991, p. 188); ebbene, il sacerdote, che mediante il battesimo genera alla vita nuova, non sarà forse tenuto a rendere ragione della promessa di vita eterna e della "grande speranza" che egli stesso consegna ai battezzati insieme alla grazia sacramentale? La paternità spirituale comporta necessariamente una forma di impegno educativo, anzi è in sé stessa atto educativo in quanto "relazione generativa". Leggi tutto…

E tu di dove sei?
di Paola Castorina

I luoghi della diaconia sono molteplici e complessi, a partire da quelli più stereotipati e forse meno indagati, come la famiglia e la scuola. I diaconi che a vario titolo si trovano a essere padri, mariti, insegnanti, formatori, e talvolta stranieri a casa propria di fronte ai nuovi flussi migratori, sono invitati a guardare questa vita ordinaria attraverso un'ottica che ne mette a fuoco alcune discrasie. E il servizio chiede di essere compiuto con il cuore pieno di speranza e gli occhi lucidi di consapevolezza.
Terre lontane: Tra i diaconi che servono la Parola, ce ne sono molti che servono la parola come atto generante relazione. Perché ogni relazione è un seme che mette radici dove queste sono state tagliate. […]
La nostra terra: Tra i diaconi che servono la Parola, ce ne sono molti che servono la parola come atto primigenio. Perché ogni relazione è un atto di fiducia che mette radici dove non ce ne sono mai state. […]
I nostri figli?: Si chiama entry point. È il "punto di ingresso" del consumatore alla marca. Quando si vuole offrire un prodotto a bambini sempre più piccoli, tecnicamente si dice che "si abbassa l'entry point", cioè l'età del target. […]
Servire oggi: Tra i diaconi che servono la Parola, ce ne sono molti che sono disposti a rimettersi in discussione. Perché ogni relazione è un atto di fiducia che ti rinnova e chiede un radicamento sempre diverso, un po' oltre dove eri arrivato. […] Leggi tutto…

Laboratorio del futuro
di Paola Ricci Sindoni

La storia della Chiesa, anche quella più recente sta lì a testimoniare quanto la comunità cristiana abbia fatto e continui a fare in ordine all'educazione delle giovani generazioni. Non bisogna disperdere questo potenziale, anche perché l'azione educativa che si svolge nelle parrocchie, negli oratori, nei percorsi formativi di gruppi, associazioni e movimenti ha caratteristiche peculiari che difficilmente si trovano in altre agenzie educative. La comunità cristiana è il luogo dove ci si abitua da un lato a porsi le domande fondamentali sull'esistenza, dall'altro ad ascoltare gli altri. Inoltre offre la possibilità di fare esperienza di una socialità più ricca di quella consentita dalla famiglia e al contempo meno strutturata di quella sperimentata nella scuola. La comunità stessa diventa anche una palestra di responsabilità e di crescita dei giovani verso valori umani imprescindibili. Leggi tutto…




domenica 23 ottobre 2011

L'amore, fonte della missione




La coincidenza della Giornata Missionaria mondiale con il tema della Parola di questa domenica, l'Amore, "il Grande comandamento", mi porta a considerare la vera sorgente della missione.
Solo l'Amore, esclusivo per Dio e decisivo per il prossimo, concorre a fare dello slancio missionario, che ogni credente deve avere in cuore, la vera ragione del suo essere al servizio del Vangelo.
Penso a santa Teresina di Gesù Bambino che, pur non avendo mai lasciato il proprio convento di clausura e nonostante la sua giovane età, è stata proclamata patrona delle Missioni. Sono illuminanti le sue parole: "Con somma gioia ed estasi dell'animo gridai: O Gesù, mio amore, ho trovato finalmente la mia vocazione. La mia vocazione è l'amore. Sì, ho trovato il mio posto nella Chiesa, e questo posto me lo hai dato tu, o mio Dio. Nel cuore della Chiesa, mia madre, io sarò l'amore ed in tal modo sarò tutto e il mio desiderio si tradurrà in realtà".

domenica 16 ottobre 2011

Dare a Dio tutto!


A Cesare quello che è di Cesare, a Dio quello che è di Dio!
Al di là di ogni interpretazione che si vuole dare a queste parole di Gesù, quello che mi colpisce immediatamente è la risposta di Gesù a una domanda non richiesta, di dare cioè a Dio ciò che gli spetta. Cioè tutto!
Se Lui è il Primo nelle mie scelte, nella mia vita, nel mio operare, allora tutto prende senso ed ogni proposta, anche in ordine alla responsabilità verso la cosa pubblica, diventa credibile. Viceversa, come posso dare a Dio ciò che Lui mi chiede, se non sono un buon cittadino, un buon lavoratore, un buon genitore?…
Non ci sono due misure, una per Cesare e una per Dio. Tutto è servizio all'uomo e quindi a Dio; e tutto è servizio a Dio e quindi all'uomo!
I cristiani come possono coniugare l'alta diaconia della politica, se nella comunità dei discepoli non ne fanno esperienza? Ed in seno a questa comunità, come la diaconia ordinata rende possibile questa maturazione?
Sappiamo bene che il credente è colui che "sta nel mondo senza essere del mondo" (cf. Gv 17,11-16). Così, nello splendido scritto delle origini del cristianesimo, nella Lettera a Diogneto, si legge: "I cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per territorio, né per lingua, né per abiti. Abitano città greche o barbare, danno esempio di uno stile di vita meraviglioso e paradossale. Essi abitano una loro patria, ma come forestieri; a tutto partecipano come cittadini e a tutto sottostanno come stranieri; ogni terra straniera è patria per loro e ogni patria è terra straniera".


martedì 11 ottobre 2011

Ministro del Calice


Il diacono è detto "ministro del Calice"; "Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue" dice san Paolo (1Cor 11,25): il diacono ministro di questi Misteri!
Se il servizio, la carità è la sua nota caratteristica, essa deve necessariamente essere un segno distintivo ecclesiale. Nel Direttorio per il ministero e la vita dei diaconi permanenti, al n° 55, si legge: "Il diacono ricordi, pure, che la diaconia della carità conduce necessariamente a promuovere la comunione all'interno della Chiesa particolare. La carità è, infatti, l'anima della comunione ecclesiale".
Pensando a tutto questo, non posso non interrogarmi se il mio servizio alla comunità è un vero "dare la vita per i propri amici" (cfr. Gv 15,13), sull’esempio del Maestro che è venuto per servire e donare la propria vita in riscatto. L'Eucaristia mi riporta quindi ogni volta a questa dimensione essenziale: facciamo memoria di Lui che per noi ha dato la sua vita.

Il vescovo san Fulgenzio di Ruspe scrive nel trattato Contro Fabiano: "Quando facciamo memoria della sua morte, durante il sacrificio, invochiamo la venuta dello Spirito Santo quale dono di amore. La nostra preghiera chiede quello stesso amore per cui Cristo si è degnato di essere crocifisso per noi. Anche noi, mediante la grazia dello Spirito Santo, possiamo essere crocifissi al mondo e il mondo a noi. Siamo invitati ad imitare Cristo. […]
Noi partecipiamo al corpo e al sangue del Signore, noi mangiamo il suo pane e ne beviamo il calice. Perciò dobbiamo morire al mondo e condurre una vita nascosta con Cristo in Dio e crocifiggere la nostra carne con i suoi vizi e le sue concupiscenze (cfr. Col 3,3; Gal 5,24).
Tutti i fedeli che amano Dio e il prossimo, anche se non bevono il calice della passione corporale, bevono tuttavia il calice dell'amore del Signore. Inebriati da esso, mortificano le loro membra e, avendo rivestito il Signore Gesù Cristo, non si danno pensiero dei desideri della carne e non fissano lo sguardo sulle cose che si vedono, ma su quelle che non si vedono. Così chi beve al calice del Signore custodisce la santa carità, senza la quale nulla giova, neppure il dare il proprio corpo alle fiamme. Per il dono della carità poi ci viene dato di essere veramente quello che misticamente celebriamo in modo sacramentale nel sacrificio".

Il diacono, infatti, "con la sacra ordinazione, è costituito nella Chiesa icona vivente di Cristo servo" (Ratio 11).


venerdì 7 ottobre 2011

Il Diaconato in Italia: La sfida educativa (2)






Del numero 167 della Rivista Il Diaconato in Italia ho riportato, nel mio sito di testi e documenti, alcuni articoli:







Scuola pubblica e scuola privata
di Piero Calamandrei

Quando la scuola pubblica è cosa forte e sicura, allora, ma allora soltanto, la scuola privata non è pericolosa. Allora, ma allora soltanto, la scuola privata può essere un bene. Può essere un bene che forze private, iniziative pedagogiche di classi, di gruppi religiosi, di gruppi politici, di filosofie, di correnti culturali, cooperino con lo Stato ad allargare, a stimolare, e a rinnovare con varietà di tentativi la cultura. Leggi tutto…

Educare nel mondo postmoderno
di Paolo Fichera
(Salesiano, docente di Filosofia contemporanea nell'Istituto teologico San Tommaso di Messina, si occupa da anni di formazione nell'ambito scolastico)

In un contesto come quello attuale sembra necessario porsi una domanda relativa alla possibilità stessa dell'opera educativa, specie in alcuni ambiti come quelli scolastici. È ancora possibile, non soltanto educare, ma parlare ancora di educazione? La domanda non pare inutile perché, confrontandosi con esperienze di diverse persone che operano in ambiti educativi, dinanzi a situazioni che per loro risultano oggettivamente frustranti (si pensi a certe scuole dove, a detta degli insegnanti, si svolge più un ruolo di assistenza sociale che docente), sembrerebbe che rimanga come unica possibilità la comunicazione di saperi volti alla conquista di determinate abilità, in genere funzionali a fini professionali. Leggi tutto…

Sull'ora di religione
di Giuseppe Bellia

La vicenda malagevole dell'insegnamento della religione cattolica nelle scuole italiane si trascina da molti anni tra polemiche ideologiche e oltranzismi devoti, con rari tentativi di soluzione concordata che non hanno ancora prodotto risultatati condivisi e, soprattutto, utili per i ragazzi. Specialmente nelle scuole secondarie l'ora di religione sconta tutti i suoi ritardi e tutti i suoi equivoci, sia a livello istituzionale, sia a livello del corpo docente. Il bene degli alunni, quasi inavvertitamente, passa in secondo piano perché, specie con l'attuale gestione ministeriale, si grida allo scandalo per l'ingiustizia di masse di precari che rischiano di restare senza lavoro mentre nessun taglio è toccato agli insegnanti di religione. Leggi tutto…

Sul compito urgente dell'educazione
di Benedetto XVI
(Dalla Lettera alla diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell'educazione, gennaio 2008)

Cari fedeli, ho pensato di rivolgermi a voi con questa lettera per parlarvi di un problema che voi stessi sentite e sul quale le varie componenti della nostra Chiesa si stanno impegnando: il problema dell'educazione.
Abbiamo tutti a cuore il bene delle persone che amiamo, in particolare dei nostri bambini, adolescenti e giovani. Educare però non è mai stato facile, e oggi sembra diventare sempre più difficile. Lo sanno bene i genitori, gli insegnanti, i sacerdoti e tutti coloro che hanno dirette responsabilità educative. Si parla perciò di una grande "emergenza educativa", confermata dagli insuccessi a cui troppo spesso vanno incontro i nostri sforzi per formare persone solide, capaci di collaborare con gli altri e di dare un senso alla propria vita. Leggi tutto…

Un'alleanza salvifica
di Claudio Turrini

«I giovani hanno soprattutto bisogno di essere ascoltati e, di conseguenza, capiti per quello che ci chiedono e portano con sé». Pierangelo Coltelli, già presidente regionale e tutt'ora consigliere centrale dell'Uciim (Unione cattolica insegnanti medi), è oggi un dirigente scolastico, che in mezzo ai giovani, nella scuola, ha passato una vita intera. Leggi tutto…



venerdì 30 settembre 2011

Ministri della Parola


La memoria odierna di san Girolamo, conoscitore vivo e penetrante della Sacra Scrittura, mi ricorda la nostra responsabilità nei confronti della Parola.
Scrive san Girolamo: «Adempio al mio dovere, ubbidendo al comando di Cristo: "Scrutate le Scritture" (Gv 5,39), e: "Cercate e troverete" (Mt 7,7), per non sentirmi dire come ai Giudei: "Voi vi ingannate, non conoscendo né le Scritture, né la potenza di Dio" (Mt 22,29). Se, infatti, al dire dell'apostolo Paolo, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio, colui che non conosce le Scritture, non conosce la potenza di Dio, né la sua sapienza. Ignorare le Scritture significa ignorare Cristo» (Dal Prologo al commento del Profeta Isaia).
Così, nel Direttorio per il ministero e la vita dei diaconi permanenti, al n° 23, è scritto: «Il Vescovo, durante l'ordinazione consegna il libro dei Vangeli con queste parole: "Ricevi il Vangelo di Cristo del quale sei diventato l'annunciatore". […] Funzione principale del diacono è, quindi, collaborare con il Vescovo e i presbiteri nell'esercizio del ministero non della propria sapienza, ma della Parola di Dio, invitando tutti alla conversione e alla santità».
Nel consegnare il libro dei Vangeli, il Vescovo continua: «Credi sempre ciò che proclami, insegna ciò che hai appreso nella fede, vivi ciò che insegni».
Conoscere le Scritture è vivere di Cristo, e testimoniare con la vita le parole che proclamo è affermare la loro verità.


martedì 27 settembre 2011

Seguire il Maestro



"Il più piccolo tra voi, questi è grande" (Lc 9,48) … senza sentirci superiori a nessuno, né porci su un gradino più alto, perché siamo di Cristo!
Piuttosto saper accogliere chiunque, anche se non dei nostri (cfr. Lc 9,50), come compagni di lavoro nella vigna del Signore, che è il mondo.
Così molti potranno dire: "Vogliamo venire con voi, perché abbiamo udito che Dio è con voi" (Ez 8,23).
Le difficoltà, infatti, per il compimento dei disegni di Dio molto spesso vengono dall'interno del gruppo dei discepoli. Per questo ci meritiamo il rimprovero di Gesù, che per sé prende la ferma decisione di andare a Gerusalemme per essere crocifisso (cfr. Lc 9,51).
San Policarpo, nella Lettera ai Filippesi scrive dei diaconi: «Ben sapendo, dunque, che "non ci si può prendere gioco di Dio" (Gal 6,7), dobbiamo camminare in modo degno dei suoi comandamenti e della sua gloria. I diaconi camminino nella santità sotto lo sguardo di Dio santo, quali ministri suoi e del Cristo, e non si curino degli apprezzamenti degli uomini. Non siano calunniatori, non falsi; non siano attaccati al denaro (cfr. 1Tm 3, 6 ss.). Saggi in ogni cosa, compassionevoli, solleciti, camminino secondo la verità del Signore che si fece servo di tutti».

A noi seguire il Maestro, perché il seme messo sotto terra, morendo, porti frutto: la sua "verità, infatti, è essere servo di tutti!


domenica 25 settembre 2011

Essere figli di Dio




"È veramente figlio di Dio chi fa la volontà del Padre" (cfr. Mt 21,28 ss).
Quello che ci affranca nella partecipazione alla figliolanza divina è il nostro "fare" la volontà del Padre, con tutto noi stessi, andando oltre le nostre parole e i nostri propositi. Il frutto: partecipare alla Vita del Figlio Gesù, alla sua Risurrezione.


Mi sono di luce le parole di san Policarpo nella sua lettera ai Filippesi:

«[…] "Perciò dopo aver preparato la vostra mente all'azione" (1Pt 1,13), "servite Dio con timore" (Sal 2,11) e nella verità, lasciando da parte le chiacchiere inutili e gli errori grossolani e "credendo in colui che ha risuscitato nostro Signore Gesù Cristo dai morti e gli ha dato gloria" (1Pt 1,21), facendolo sedere alla propria destra. […]
Colui che lo ha risuscitato dai morti, risusciterà anche noi, se compiremo la sua volontà, se cammineremo secondo i suoi comandi e ameremo ciò che egli amò, astenendoci da ogni specie di ingiustizia, inganno, avarizia, calunnia, falsa testimonianza, "non rendendo male per male, né ingiuria per ingiuria" (1Pt 3,9), colpo per colpo, maledizione per maledizione, memori dell'insegnamento del Signore che disse: Non giudicate per non esser giudicati; perdonate e vi sarà perdonato; siate misericordiosi per ricevere misericordia; con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi (cfr. Mt 7,1; Lc 6,36-38) e: Beati i poveri e i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli (cfr. Mt 5,3.10). […]».

È un cammino che si deve fare singolarmente, per poterlo poi portare a compimento "insieme", nella comunità che siamo chiamati a servire ed animare.

venerdì 23 settembre 2011

Il Diaconato in Italia: La sfida educativa




Del numero 167 della Rivista Il Diaconato in Italia ho riportato, nel mio sito di testi e documenti, alcuni articoli:






Maestro è chi insegna a sperare
di Giuseppe Bellia

Educare è un'arte, è una missione, è, appunto, una paideia. Una parola, questa, nobile che ha traversato secoli, civiltà, culture e che oggi è divenuta muta e quasi arcana perché, in un'epoca di assenza di padri e di maestri, sembra solo evocare reminiscenze lontane, bibliche e filosofiche cariche di struggenti, antiche suggestioni che non riescono però ad avere alcuna effettiva presa sul mondo della scuola e su quello giovanile in particolare. Ci si chiede come si è arrivati a questo punto. Leggi tutto…

Il linguaggio pedagogico di Gesù
di Carlo Maria Martini

Gesù parlava in parabole. Basta scorrere le pagine dei Vangeli per averne la prova. E dobbiamo presumere che non lo facesse raramente, a giudicare dal numero di parabole che gli evangelisti ci hanno trasmesso. Alcuni passi inducono addirittura a pensare che Gesù non parlasse alla gente in altro modo che in parabole. Si ha l'impressione che Gesù considerasse questo modo di esprimersi come il più adeguato alla capacità di comprensione degli ascoltatori e quindi il più adatto a trasmettere efficacemente il suo messaggio. Leggi tutto…

Per una pastorale formativa
di Franco Giulio Brambilla

La prospettiva formativa e pedagogica è il punto di vista specifico e la scelta storica di questo decennio che si è appena aperto per costruire l'identità e l'unità della coscienza. Qui il discorso si fa esplicitamente pastorale, ma diventa anche insidioso, di fronte alle concezioni più diffuse del rapporto di trasmissione delle forme buone della vita e della possibilità di dare "forma cristiana" a questi cammini. Leggi tutto…

La speranza per vincere la sfida
di Giovanni Chifari

Educare è una "cosa del cuore". Più che indicare un retaggio di sentimentalismo, quest'affermazione, patrimonio della tradizione dell'educazione cristiana, sembra suggerire la necessità di una relazione autentica fra educatore ed educando, e la possibilità, nella distinzione dei ruoli, di poter rinviare a Colui che ha le chiavi di questo cuore, al quale maestro e allievo saranno chiamati a conformare la propria esistenza. Leggi tutto…



mercoledì 21 settembre 2011

Sentirsi amati per amare


La scena del pranzo che segue alla chiamata di Matteo (cf Mt 9,9-13), mi ricorda l'amore preferenziale di Gesù per i peccatori, di qualsiasi tipo, che hanno accolto il suo invito alla conversione e l'anno fatto entrare in casa loro.
Mi ricorda anche il "mormorio" dei lavoratori della "prima ora" (cf Mt 20,1-16): certo i primi, i "bravi", con Gesù non fanno mai bella figura!
Non si tollera infatti che gli altri stiano sullo stesso piano: il nostro valore e il nostro prestigio risaltano meglio finché gli altri rimangono un gradino sotto di noi!
Come è vero invece che per avere misericordia, condizione essenziale per entrare in comunione con il Cuore di Dio, è necessario aver fatto noi stessi esperienza della Sua misericordia e del Suo perdono! Sentirsi serviti da Lui per servire i fratelli e sentirsi custodi per poter custodire: riconoscere cioè la Sua presenza nella nostra vita.
Quando mi guardo attorno e vedo le persone che mi sono state affidate, come posso accoglierle, se io mi sento più bravo di loro, se faccio fatica a frenare il mio giudizio verso quelli che non stanno al mio passo o secondo i miei programmi?
Quanto indispensabile invece è questa misericordia che soppianta ogni sacrificio!
L'evangelizzazione a cui siamo chiamati necessita di un supplemento d'anima: non è solo questione di annuncio, è anche e soprattutto sostegno alla riscoperta della fede, aiuto a far sì che i vari terreni su cui viene gettato il seme della Parola possa diventare "terreno buono", perché dissodato, liberato da rovi e sassi ed alimentato con terra buona.
Anche questo è "educare" alla vita buona del Vangelo!


mercoledì 14 settembre 2011

Il "vuoto" che è un "pieno"!


Festa della Esaltazione della santa Croce.
Gesù "svuotò se stesso", "assunse una condizione di servo", "divenne simile agli uomini", "umiliò se stesso", "si fece obbediente": cinque verbi che san Paolo (cf Fil 2,6-8) usa per indicare l'abbassamento del Figlio di Dio. Condizione essenziale perché Egli fosse "esaltato" e costituito Signore. Via da percorrere per ogni discepolo del Maestro, modello di ogni diaconia che sia segno efficace dell'essere di Dio nel mondo. Dio infatti agisce così!
È in questo "vuoto" che potrò cogliere fino infondo la mia identità e far traboccare quella "pienezza" che è grazia di Dio per gli uomini.
È in questo "nulla" che ritrovo il "tutto", dove il "non-essere" è "essere", perché amore!


domenica 11 settembre 2011

Interdipendenza e fraternità universale



In occasione del decimo anniversario della tragedia delle Torri Gemelle, viene spontaneo chiedersi se il mondo abbia fatto progressi positivi di incontro, di riconoscimento reciproco, di legami di fraternità, di superamento delle differenze...
Si potrebbe anche rimanere sconcertati di fronte ai fatti che quotidianamente succedono di continue violenze e di odio, ma sono pienamente convinto che la fraternità universale avanza, in maniera più o meno appariscente, perché un fatto è certo: siamo sempre più legati gli uni agli altri e la fraternità trova le sue vie nello stato di necessità. È un imperativo farla crescere, pena l'implosione del globo. Le convulse vicende della storia, in questa inevitabile interdipendenza ci spingono a lavorare per dare un'anima alla storia, un supplemento d'anima, all'Europa, al rapporto con il mondo musulmano, ai rapporti tra Oriente ed Occidente, all'opera per la giustizia.
Di fronte al rischio dello scontro tra le civiltà, l'idea dell'interdipendenza virtuosa, positiva, è una risposta alle attuali sfide globali.

Il prof. Benjamin Barber, politologo americano, ha fondato le Giornate dell'Interdipendenza. La prima ebbe inizio a Philadelphia il 12 settembre 2003.
In un'intervista Barber spiega che "Interdipendenza significa che noi possiamo creare un mondo che sia sicuro per tutti, oppure un mondo che non è sicuro per nessuno". "Poiché le sfide che ci troviamo ad affrontare oggi sono sfide globali, anche le risposte fornite devono essere tali. Da questo è nata l'esigenza di una Giornata dell'Interdipendenza e di una Dichiarazione dell'Interdipendenza". "Le nostre risposte devono essere frutto di un sistema di interdipendenza virtuosa, un nuovo sistema transnazionale di diritto internazionale, cooperazione multilaterale e governance sociale globale".
In quel 12 settembre 2003, a Philadelphia, venne stilata la Dichiarazione di Interdipendenza.


Noi popoli del mondo siamo qui a dichiarare la nostra interdipendenza come individui e membri di distinte comunità e nazioni; impegniamo a questo scopo noi stessi, cittadini di un CivWorld, civico, civile e civilizzato.
Senza pregiudizi nei confronti dei beni e degli interessi di ciascuna identità regionale o nazionale, riconosciamo le nostre responsabilità nei confronti del bene comune e della libertà del genere umano nel suo insieme.
Inoltre ci impegniamo a lavorare sia direttamente che attraverso le nazioni e le comunità di cui siamo cittadini:
- a garantire giustizia ed uguaglianza a tutti, stabilità di diritti umani ad ogni persona del mondo, assicurando che persino l'ultimo fra noi, possa godere delle stesse libertà del primo e del più forte;
- a forgiare condizioni ambientali sicure e globalmente sostenibili – condizioni essenziali per la sopravvivenza umana – che costino a ciascun popolo in base alla ricchezza prodotta;
- ad offrire ai bambini, che sono il comune futuro, attenzione e protezione particolari nel distribuire i beni da cui dipendono specialmente salute ed educazione;
- ad istituire forme di democrazia civile e legale, per garantire diritti e realizzare intenti;
- a favorire politiche ed istituzioni democratiche che esprimano e proteggano l'intera comunità umana;
- e allo stesso tempo, ad alimentare spazi di libertà in cui le nostre differenti religioni e identità etniche e culturali possano fiorire affinché ognuno possa vivere la sua vita con uguale dignità, protetto da qualsiasi egemonia politica, economica o culturale che sia.



sabato 10 settembre 2011

Il perdono, ricchezza di Dio


Di fronte alla domanda dell'apostolo Pietro se è da magnanimi perdonare sette volte, la risposta di Gesù, come ci viene raccontato dal vangelo di Matteo (Cf Mt 18,21-25), non ha equivoci: ci rivela il vero volto di Dio.
Riporto alcuni stralci del commento della teologa Marinella Perroni, che sintetizzano il nostro rapportarsi nella comunità dei credenti ed oltre.


«Il tratto distintivo della comunità dei discepoli non può essere altro che il perdono. Per Gesù, Dio è il Dio del perdono, la giustizia di Dio sta nella sua misericordia. Il perdono deve divenire lo stile di vita comunitario…
Il perdono non è un esercizio ascetico di pazienza fraterna, e la cifra emblematica di "settanta volte sette" non ne costituisce un'unità di misura ma, piuttosto, un'attestazione di incommensurabilità.
Troppo spesso la tradizione teologica ha insistito sul fatto che Gesù compie la volontà di Dio nel momento in cui accetta la morte. È del tutto lecito però chiedersi se il Dio amante della vita potesse avere per il suo Messia progetti di morte. Il compimento della sua volontà non sta, invece, proprio nella volontà di capovolgere l'auspicio di Lamech e attestare che anche agli uomini è possibile ciò che è possibile a Dio, cioè perdonare?
Il perdono, prima di essere una prassi, deve essere un modo di pensare, un atteggiamento del cuore e della mente, un convincimento profondo. Gesù lo chiede a Pietro, perché lo chiede alla sua Chiesa. La Chiesa è realmente la "sua" Chiesa nella misura in cui diviene luogo di condono di ogni debito».

Se la comunità cristiana è il luogo del "condono di ogni debito", il luogo dell'accoglienza nella misericordia di Dio, nonostante la sua storia recente e passata, è lecito chiedersi quale sia il mio e nostro "essere" in questa comunità, nella quale siamo chiamati a "servire" e dare certezza del "perdono di Dio", arginando le fughe causate dalla mancanza di amore.


martedì 6 settembre 2011

Uscire dal recinto per incontrare l'uomo



Nel numero168 (maggio/giugno 2011), la Rivista Il Diaconato in Italia ha pubblicato l'intervista che Vincenzo Testa mi ha fatto, nel ciclo delle varie interviste che periodicamente vengono pubblicate. Il titolo è Uscire dal recinto per incontrare l'uomo.
Ho riportato l'intervista integrale nel mio sito di testi e documenti.
Molto di quello in essa è detto è stato ripreso da quanto vado scrivendo in questo blog. Qui vorrei, perché significativa della mia coscienza di diacono, riportare la risposta alla domanda: Quale è la tua opinione sullo sviluppo del ministero diaconale da dopo il Concilio ad oggi?

«Più che dare una mia valutazione personale sullo sviluppo del diaconato (basta leggere gli articoli della Rivista per rendersene conto di cosa sia il diaconato nella storia postconciliare, delle sue luci e delle sue ombre), penso che si debba guardare con quale "spirito" è stato attuato quanto il Concilio ha espresso. Se la visione "profetica" che sottende ad ogni azione dello Spirito ha avuto il sopravvento nel rinnovamento della Chiesa ed è stata la forza portante anche del diaconato, allora si sono visti sviluppi positivi, anche se non esaustivi, come è stato per i primi tempi.
Quando invece ha avuto il sopravvento una visione "funzionale" del ministero diaconale, allora le cose sono andate a rilento, non supportate da una visione a largo respiro, e si è ricaduti in una situazione di stasi che ha in certo senso tarpato le ali e tolto il respiro. La conseguenza è stata una riduzione, in alcune diocesi, delle ordinazioni ed uno stato di insoddisfazione nei diaconi, con un conseguente adagiarsi su ordinari incarichi parrocchiali di supplenza.
Ritengo che il diaconato abbia un fruttuoso futuro solamente in una genuina esperienza di chiesa di comunione. È lì che io vedo collocato il futuro del diaconato, in una "collegialità affettiva ed effettiva" tra diaconi e sacerdoti, col Vescovo, segno di una costruttiva corresponsabilità nel servizio a favore della comunità ecclesiale.
La grazia del diaconato, ripristinato come forma permanente di ministero dopo parecchi secoli di oblìo, è una delle "novità" che lo Spirito ha elargito alla Chiesa del nostro tempo. È un "vino nuovo" che ci è stato offerto! Alle volte mi chiedo perché questo "nuovo" stenti ad essere non solo accolto, ma compreso. Mi ritorna in mente la verità del vangelo: "Vino nuovo in otri nuovi!". Purtroppo i diaconi esercitano molto spesso il loro ministero con modalità e mentalità in cui non sempre viene in luce quel "nuovo" che il Concilio Vaticano II ha portato nella Chiesa. È un fatto (e penso che ognuno ne faccia concreta esperienza): "Nessuno che beve il vino vecchio desidera il nuovo, perché dice: Il vecchio è buono!".
È più facile restare ben saldi nell'esistente già ben sperimentato, nelle pratiche religiose consolidate, che non affidarsi a quella novità dello Spirito che ci spinge ad "uscire" dal recinto per andare incontro all'umanità che non desidera altro che sperimentare nella comunità dei discepoli l'amore di Dio per noi.
Le esperienze che si tenta di porre in atto nelle varie diocesi, lodevoli per molti versi, non soddisfano, a mio parere, la spinta profonda e profetica che il ministero diaconale è chiamato a portare nella chiesa oggi. Non è una spartizione ed organizzazione di incarichi pastorali o una emergenza di supplenza, che pur si deve fare, ma vivere, assieme ai preti e a tutta la comunità, una comunione che renda visibile non una struttura ben organizzata, ma la possibilità dell'esperienza della presenza del Signore Risorto vivo ed operante nella comunità. Sono convinto che la comunione è una esperienza di vita che crea mentalità, non viene data a priori, dall'alto...
Il diaconato troverà un'attenzione ed un'attuazione consone solamente in una vita di chiesa in cui prima del dato istituzionale viene la vita di comunione, anche all'interno dell'istituzione. Le "novità" evangeliche non cadono mai dall'alto... nascono dalla base, creano un consenso, una stima, una vita... L'autorità poi, secondo il suo carisma, "ordina" questa vita esistente, dà indirizzi specifici... taglia, "pota perché frutti di più"... la fa propria... e diventa di tutti».