venerdì 30 gennaio 2009

La forza dell'amore

1° febbraio 2009 – 4a domenica del Tempo ordinario (B)

Parola da vivere


Perfino gli spiriti immondi
gli obbediscono!
(Mc 1,27)


Nel mese di febbraio la Parola di Dio ci interpeIla sulla salute e la malattia e suIla loro causa: il peccato. Per questo Gesù alle volte risana, altre volte scaccia il demonio, risanando in profondità.
Da tutti gli uomini, in tutti i tempi sale un fiume di lamenti e di suppliche: "guariscimi, liberami, fàmmi vedere, fammi udire". Ma queste invocazioni ci sono già nell'umanità che Gesù ha incarnato in se stesso per darle risposta con la vita vera, quella di Dio, l'AMORE.
Non pensiamo che gli indemoniati siano cosa rara, lontana dal nostro quotidiano. Quello che inveisce contro Gesù si trova neIla sinagoga, vale a dire, oggi, nella comunità cristiana, neIle nostre case, sui cammini che facciamo ogni giorno.
Il demonio occupa lo spazio che abbiamo tolto all'amore in noi e da lì inquina e corrode alle volte anche il nostro fisico, ci toglie gli occhi, le orecchie, le gambe deIl'amore: diventiamo ciechi, sordi, paralitici. Nello squilibrio del nostro essere, Gesù ci chiede di accoglierlo, di credergli, lui farà il resto con il suo grido onnipotente: "esci da quell'uomo!".
AII' amore neanche il demonio può resistere, perché l'amore è Dio. L'amore fa luce sul dolore e lo trasforma.

Testimonianza di Parola vissuta

Sia mio marito che i miei figli sono alcolizzati. Fino ad un anno fa, Tom il più grande conviveva con una ragazza. Tutti e due si sono trovati ad essere non solo alcolizzati, ma anche tossicodipendenti.
È stato circa un anno fa che mio figlio è tornato a casa perché non andava più d'accordo con la donna con cui viveva. Intanto, però, era nato un bambino. L'idea di questo nipotino mi dava tanta pena perché la sua situazione era dolorosissima. lo ne incolpavo la madre e un giorno, incontrandola per la strada, I 'ho apertamente accusata di tante cose. Ci siamo lasciate con tanta amarezza da ambo le parti. Inutile dire che tornando a casa mi sentivo colpevole di non aver amato.
E tutte le giustificazioni che cercavo di darmi, il ripetermi che in fondo avevo ragione, che l'avevo fatto per mio nipote, non mi davano pace. Qualcosa dentro di me mi spingeva a chiamarla per chiedere scusa, anche se trovavo la cosa molto difficile. Non sapevo neanche se mi avrebbe ascoltata. In realtà, quando io mi sono scusata con lei, è stata poi lei a scusarsi con me.
Alcune settimane dopo questo episodio, Dorothy è stata messa in prigione. Le cose andavano di male in peggio, e io, preoccupata per la situazione del nipotino, provavo un forte risentimento verso i genitori che l'avevano messo al mondo in quella situazione. Non essendo sposati, il bambino sarebbe stato affidato allo Stato.
Il risentimento dentro di me cresceva di ora in ora, eppure le parole di Gesù sul perdono non mi davano pace. Dovevo amare anche Dorothy, qualunque cosa fosse successa a mio nipote. Dopo vari sforzi, finalmente la Parola ha fatto breccia nel mio animo ed è stato con un 'anima nuova che sono andata a trovarla in prigione: mi ha abbracciata, commossa. Credo abbia sentito che sono andata per amarla ed accettarla così com'era.
È stata lei a parlarmi del bambino e a chiedermi se potevo tenerlo io. Così la custodia legale del nipotino è passata a mio figlio e ambedue adesso sono sotto il mio tetto. Mi è sembrato il centuplo promesso da Gesù a chi cerca il suo Regno, facendo la sua volontà, il frutto dell'essermi impegnata ad amare, fino in fondo.

(J.S., USA)


(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)

mercoledì 28 gennaio 2009

Rocco racconta (La Parola dà vita!)

Fatti di vangelo vissuto.

(Le altre esperienze sono raccolte nella rubrica "Rocco racconta").

È una meraviglia vedere gli effetti della Parola vissuta insieme in parrocchia! Per molti è una scoperta meravigliosa, perché si scopre che il vangelo è vero e produce frutti di comunione.
Così capita a una coppia; sposati da 13 anni, con due figli, da un anno separati in attesa della separazione legale. Ci si incontra in parrocchia: stiamo meditando sulla Parola "Tutti un sol corpo" (1Cor 12,20). Una sera qualsiasi per una meditazione qualsiasi.
Quella sera alla meditazione c'è la moglie, che stanca di andare e venire da psicologi, psicoterapeuti, assistenti familiari decide di andare in parrocchia dove si incontra con il nostro gruppetto, che sta sperimentando la bellezza di impegnarsi in una spiritualità che sia via alla comunione.
Non succede niente di eccezionale, ma con molta normalità questa signora viene accolta nel gruppo: in fondo ci si fa festa ogni qualvolta ci si vede, ci si accoglie e anche questa volta lo si fa per tutti; e poi si passa alla meditazione del brano scelto.
Certamente questa volta, ci si ferma a riflettere maggiormente quando l'argomento porta a parlare dell'unità: noi non siamo per la divisione, ma per l'unità! Lei capisce che c'è qualcosa che non le quadra troppo. Alla fine ci saluta, ma ritornando a casa, porta con sé il foglietto su cui abbiamo riflettuto.
Ci racconta poi che per tutta la notte e i giorni a seguire non è riuscita a stare tranquilla. "Quella parola... quelle persone così festose… perché hanno Dio… un Dio eccezionale che dà tanta gioia ed io sono triste… Se non fosse stato per quei figli che ho forse avrei fatto qualche gesto inconsueto, ma non posso. Adesso piuttosto debbo trovare anch'io la risposta ai miei perché".
Si decide così a parlare con me. In fondo ritrova la forza e il coraggio e avverte dentro tanta emozione e quasi balbettando dice che quella sera a quell'incontro, in mezzo a quella gente eccezionale, tutta festosa è andata via tutta rotta, perché quelle parole le avevano trafitto il cuore. Era da un anno di fatto separata del marito e di lui non né voleva saperne più niente. E adesso, invece, aveva un chiodo fisso: "Non debbo essere io a rompere, non debbo essere io a essere strumento di divisione; e allora mi sono deciso a parlarne con te. Mi puoi aiutare?".
Mi sono detto che quando una persona s'incontra con il crudo del vangelo, l'anima viene in contatto con Dio e si trasforma. Non era successo pure questo a san Paolo sulla via di Damasco? E il vangelo ieri come oggi non è vangelo di verità che tutto trasforma e a tutto dà vita? E allora pian piano da quasi un mese ci incontriamo e pian piano si è potuto fare un itinerario, un percorso. Insieme abbiamo trovato delle soluzione per portare il sereno in quella famiglia, cercando di portare a casa dopo un anno il proprio marito.
Festa grande per i due bambini che appena saputa la notizia dalla mamma non sono riusciti a dormire per la gioia che papà doveva tornare con loro! E papà è tornato; frutto dell'amore alla Parola che anche oggi, non solo trasforma gli animi, ma compie veri miracoli: porta l'unità nella famiglia, porta gioia ai figli, porta speranza di un vero cambiamento nella vita di coppia, dà certezza per un futuro migliore, cambia i nostri cuori, dà solidità al rapporto. È Lui che prende possesso nella nostra vita. Tutto ciò è veramente stupendo! Un fatto semplice, un fatto eccezionale… perché eccezionale è stata la fede di questa coppia a credere alla Parola di Dio.

domenica 25 gennaio 2009

La lieta notizia

Gesù venne in Galilea «annunciando la lieta notizia di Dio» (Mc 1,14).
Rileggo il commento di Claudio Arletti sul vangelo di questa domenica (III del T.O. B).
Alcuni passi (che riporto in corsivo) mi hanno reso più vicino a Colui che annunciando il Regno di Dio propone in realtà se stesso, la sua persona, quale "luogo" di incontro e di conversione.

Gesù venne in Galilea «annunciando la lieta notizia di Dio». Se lui in persona, è la lieta notizia, ripetere le sue parole come se fossero solo un invito stringente alla conversione sarebbe un tradimento alla presenza dello Sposo dell'umanità che è anzitutto festa (Mc 2,19). Molto della degenerazione del cristianesimo in moralismo nasce proprio dall'omissione dell'indicativo della salvezza, a favore del solo imperativo etico. Tutto consisterebbe nell'adempimento di leggi e basta.
Il sopraggiungere di Gesù fa coniugare lo scorrere dei giorni a una sensazione di pienezza e felicità. Invece, capita che siano la noia e la sazietà, rispetto a quanto facciamo, a colorare il tempo che passa. Non c'è novità. Le parole del vangelo indicano, al contrario, il tempo come "occasione". C'è come un treno che sta passando. Un incontro si affaccia all'orizzonte. Il futuro è qui, ora. Il tempo è gravido di Dio. Il nome di questo futuro ha il suono altisonante delle potenze di questa terra: Regno. Il modo in cui Gesù declinerà un termine così ambiguo dà fondamento a quella speranza cui non vogliamo rinunciare: il Regno, che lui è, sarà per gli esclusi, per gli emarginati, per i semplici. Sarà per chi non intende la propria libertà come autonomia ma come possibilità di scommettere sull'amore.
Per questo la conversione che Gesù domanda è indicata con un termine che significa "cambiare logica", "cambiare mentalità".

La novità sta proprio nell'incontro con quel Dio che si è fatto uno di noi: in Lui, assieme a tutti i poveri, i delusi, gli esclusi, miei compagni di cammino, ha senso ogni istante della vita, ogni scelta sia pur dolorosa da prendere e da non subire…
In questo "luogo" ed in questo "tempo-occasione" si gioca il mio essere al servizio degli altri nella forma che sono chiamato a concretizzare.

La chiamata dei primi discepoli: Se il Regno si è fatto vicino, allora è possibile che nella più nuda ferialità, in una normale giornata di lavoro, colui che è il Regno mi venga a cercare, senza che io debba fare un passo, e mi rivolga un invito che capovolge la direzione dei miei sforzi. Gesù vede e chiama.
I pescatori di Galilea cambieranno tutto senza mutare nome: rimarranno pescatori, ma non lavoreranno più per sé o per una famiglia, né per il proprio profitto. Dovranno lasciarsi prendere dall'urgenza del Regno e cercare fratelli da spingere perché entrino alle nozze dell'Agnello.

Così è stato anche per me e per quelli che come me sono chiamati ad un servizio qualificato nella comunità: abbiamo continuato nel nostro lavoro, non abbiamo abbandonato la nostra famiglia, né abbiamo lavorato per il nostro profitto.
Tutto quello che abbiamo continuato a fare si è allargato su orizzonti che abbracciano confini che solo lo sguardo di Dio può contenere, coscienti che, amando chi ci passa accanto nel momento presente, amiamo Dio e, in quella persona, l'umanità intera. In questo modo contribuiamo a costruire la comunità degli uomini amati da Dio.

Gesù è colui che "subito" chiama uomini, i quali "subito" girano pagina in un grande atto di affidamento. Cosa dobbiamo attendere infatti, se il tempo è compiuto? La gioia si accompagna sempre alla scioltezza per cui siamo capaci di agire con determinazione, ma senza angoscia o panico. La scena della prima chiamata traduce perfettamente questo binomio: è possibile gioire; è possibile mutare vita nella semplicità di un gesto che cambia tutto e apre all'incontro con il volto di Cristo.


venerdì 23 gennaio 2009

L'impegno dell'evangelizzazione

25 gennaio 2009 – 3a domenica del Tempo ordinario (B)

Parola da vivere

Seguitemi, e io farò di voi
dei pescatori di uomini
(Mc 1,17)

Poche realtà sono così immense e misteriose, al di là di ogni comprensione, come il mare. Il pescatore, nel sondare l'abisso, spinto dalla necessità del vivere quotidiano, deve avere un grande senso del mistero e dell'immenso. Gesù sceglie qui i suoi primi collaboratori, lanciandoli nel mare ancor più misterioso dell'umanità. "Vi farò pescatori di uomini".
San Paolo, affascinato da Gesù, dalla sua umanità così divina e tanto vicina a ciascuno di noi, è partito per il mare del mondo lanciando con generosità e gesti larghi la rete per raccogliere tutti in un solo corpo che ha il suo capo e il suo cuore in Cristo. Lo Spirito che in Gesù ha vinto la morte ha dato anima nuova all'umanità, valorizzandone le differenze di razza, storia, colore, nazione. Si è fatto tutto a tutti, per recuperarci nella rete dell'amore del Padre e per questo amore farci incontrare reciprocamente.
Non è più il tempio che custodisce la presenza di Dio, siamo noi il tempio di Dio, di carne, sacrario dell'Incarnazione e luce sul monte per l'umanità.

Testimonianza di Parola vissuta

Sono cresciuta in una famiglia cattolica e ho frequentato ambienti e gruppi parrocchiali; il Vangelo è sempre stato un libro presente e letto, però concretamente la mia vita e la mia fede, pur se vicine, viaggiavano su due binari. Un giorno qualcuno dell'Associazione Alfa-Omega ha bussato alla mia porta durante una missione parrocchiale e presentandomi la persona di Gesù mi ha fatto capire che se per me Cristo era importante, come io dicevo che fosse, dovevo dare a Lui del tempo per mettermi in ascolto della sua parola.
Ho iniziato così un gruppo di lettura del Vangelo settimanale in casa mia con altre persone, e da sola dedicavo ogni giorno un po' di tempo per leggere la pagina proposta dalla liturgia cercando di rispondere alle domande: che cosa significa questo brano per me? Perché il Signore me lo dice oggi? Che cosa devo fare? Ho cercato quindi un'applicazione molto pratica e semplice da concretizzare nella mia giornata: poteva essere il salutare chi incontravo, interessarmi di qualcuno, migliorare le relazioni con gli altri.
Ho condiviso questa scoperta con mio marito e con alcuni sacerdoti che seguivano il mio cammino. Il Signore mi chiamava ad essere uno strumento affinché la sua parola fosse fatta conoscere. Così ho lasciato la proposta di carriera e ho preso alcuni periodi di aspettativa per dedicarmi alla famiglia e all'evangelizzazione organizzando gruppi di ascolto del Vangelo nelle famiglie, partecipando alle missioni parrocchiali, seguendo altri nel cammino di fede. In seguito ho potuto scegliere di lavorare a tempo parziale, solo quattro ore, così da non perdere il lavoro e portare anche lì un messaggio di speranza continuando a dedicarmi ai miei tre figli e all'evangelizzazione. Con alcuni colleghi ho iniziato un cammino che ha suscitato in loro il desiderio di conoscere Gesù attraverso la lettura del Vangelo.
Come per Giuseppe e Maria dopo il "sì" iniziale c'è stata una serie di "sì" nella loro vita, così succede anche a me. Talvolta incontro ostacoli, ma il Signore mi richiama continuamente alla fedeltà. Il mio cammino continua nella certezza della sua presenza: attraverso la sua parola che è luce, l'Eucaristia che è nutrimento, la direzione spirituale nella quale sperimento il suo amore e il suo perdono, nella comunità che mi incoraggia e mi fa crescere.

(Flavia)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)

mercoledì 21 gennaio 2009

Ascoltare è fare

"Ma mi ascolti quando ti parlo?"… "Mi stai ascoltando?"…
Molto spesso abbiamo sentito od anche pronunciate noi stessi queste parole, soprattutto di fronte a persone che, mentre parli, non ti stanno ad ascoltare perché pensano ad altro o non importa quello che si dice; oppure quando un genitore richiama il proprio figlio perché non fa quello che gli vien detto di fare.
Si fanno queste domande perché ci si aspetta qualcosa…
Ascoltare, in questo senso, significa eseguire, fare.

Dio parla e noi ascoltiamo!
Quante volte Egli avrebbe potuto dirmi "Ma tu mi stai ascoltando?"!
Noi cristiani siamo abituati ad "ascoltare" la Parola di Dio; alle volte ci piace, ne restiamo affascinati… tanto che non vorremmo smettere e "scendere da quel monte".
Una persona innamorata rimane incantata di fronte alla persona amata e non smetterebbe mai di starla ad ascoltare. Però poi, concretamente, sa che quella non è la sua vita, che bisogna mettere i piedi per terra, che l'amore si manifesta in atti concreti, in una condivisione che prende l'esistenza.
Così è della Parola di Dio: se l'ascoltiamo è perché Lui vuole che si metta in pratica, si attui concretamente, diventi parte integrale della nostra vita.
Se il nostro ascoltare non è un semplice ascolto estetico o peggio ancora narcisistico, ci si aspetta un riscontro positivo sulla nostra vita.
È esperienza consolidata nelle nostre comunità ecclesiali esortare all'ascolto della Parola di Dio, a pregare la Parola, a confrontarsi con la Parola,… cercando poi di mettere in pratica.
Purtroppo però non sempre ci si sforza di verificare se la "pratica esiste" (dato che è affidata alla buona volontà del singolo, come se la comunità fosse una sorta di somma di singole persone che si aiutano anche a vivere il vangelo, ma che fondamentalmente fanno la strada da soli, forse perché non trovano o non sono loro offerti strumenti di comunione soddisfacenti); e si continua ad insistere sull'ascolto.
Di contro ci sono anche realtà ecclesiali che mettono in risalto soprattutto la pratica (a volte per contrastare una visione solo "teorica" della Parola di Dio): importante è vivere e verificare la corrispondenza nella comunione delle esperienze sulla Parola vissuta; pratica che fa crescere la comunione nella comunità e la fa vivere "a corpo", magari a scapito di un serio approfondimento della Parola.
Ci vuole l'equilibrio tra questi due aspetti. La bellezza della Parola di Dio e il nostro rapporto con lei (che è il rapporto con la persona di Gesù) sta proprio in questo ascolto che si fa vita, perché se non vivo quello che ascolto, non ascolto affatto.
Se Dio mi dice "Ma tu ascolti quando ti parlo?", vuol dire che non vede in me una vita piena corrispondente, ma piuttosto una dissociazione della mia personalità spirituale.
Del giovane Samuele è detto che non "lasciò andare a vuoto una sola della sue parole" (1Sam 3,19).

sabato 17 gennaio 2009

Seguire Gesù

18 gennaio 2009 – 2a domenica del Tempo ordinario (B)

Parola da vivere

"Ecco l'Agnello di Dio!"
E i due discepoli seguirono Gesù
(Gv 1,36-37)

Giovanni Battista è il maestro che prepara all'incontro con Gesù.
Senz'altro aveva spiegato ai discepoli i segni profetici dell'agnello, simbolo di liberazione e di riscatto dalla schiavitù. Nel profeta Isaia avrà identificato l'agnello con il "servo di Javè", colui che si caricherà dei peccati del mondo.
Per questo Gesù, indicato come agnello di Dio, suscita subito un fascino irresistibile. Non come maestro, ma come uomo, tanto che vogliono abitare con lui, non solo illuminarsi dei suoi insegnamenti.
Anche san Paolo ha indicato la casa dove Gesù abita: in ogni persona. "Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo?". Chi si unisce a lui, vive dello stesso Spirito. Il vostro corpo è tempio dello Spirito santo. Nessuno appartiene più a se stesso.
Nella settimana in cui la Chiesa cerca di ricucire la sua unità nell'unico corpo di Cristo, san Paolo ci appare come modello di questa unità: "non conosco che Cristo e questo crocifisso". Missionario instancabile, dalle diversità tra cristiani, dalle competizioni tra gruppi e maestri, ci riporta all'unità di un solo Spirito. Forse che Cristo è diviso? Darebbe anche la vita per vedere le comunità da lui fondate articolarsi in un corpo armonioso, in cui scorre l'unico sangue del capo, Cristo.

Testimonianza di Parola vissuta

La sera del giovedì santo abbiamo organizzato una cena per le donne ucraine che lavorano in paese. Alcuni di noi hanno cucinato per tutti (eravamo una trentina di persone) i vari prodotti offerti generosamente da diversi negozianti.
C'erano anche le suore che avevano messo a disposizione la loro casa per questa festa, e anche alcune persone presso le quali le signore ucraine lavorano.
Molte di queste donne si incontravano per la prima volta e scoprivano con gioia di essere addirittura nate nella stessa città e poi arrivate per le vie più diverse nel nostro paese. Erano commosse, hanno cantato nella loro lingua e poi hanno chiesto anche a noi di cantare in italiano canzoni che anche loro conoscevano. C'era anche una suora filippina della casa che ha cantato una canzone della sua terra.
È stata per tutti una serata davvero speciale, ci sembrava un piccolo passo verso un mondo di fratelli.

(T.P.)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)

giovedì 15 gennaio 2009

Di fonte alla sofferenza altrui

Può succedere che, incontrando persone che nella loro vita personale e familiare vivono situazioni di sofferenza e di disagio, cerchi in buona fede di sollevarle e di venire loro in aiuto.
Ho sperimentato che se non ti metti nell'atteggiamento di ascolto disinteressato, puoi essere più di peso che di aiuto; soprattutto quando ti scappa di dire "Quanto ti capisco…" o parole simili. È il momento che si frappone tra noi e gli altri una sorta di muro di difesa. Questo perché, invece di accogliere in me la persona che sto ascoltando, faccio entrare dentro di lei la mia esperienza, forse analoga ma che è sempre qualcosa che, magari inconsciamente, mette le distanze; invece di essere quel "silenzio" che sa accogliere e sa aspettare a parlare e dice solo quello che l'amore e lo Spirito suggeriscono, e niente più.
Solo così riesco con frutto a fare mie le parole della Lettera agli Ebrei «Gesù, per essere stato messo alla prova ed aver sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova» (Eb 2,18).
Il "soffrire personalmente" mi deve rendere adatto ad "accogliere" e non a "presentarmi": effettivamente non ho nulla da dare, se non quell'amore che ho sperimentato accostandomi "personalmente" alle sofferenze di Cristo.

lunedì 12 gennaio 2009

Servi di Dio nel prossimo

Pensando alla festa del Battesimo di Gesù, che abbiamo celebrato ieri e che, chiudendo le festività del Natale e contemporaneamente aprendo quel tempo nel quale la testimonianza del mistero di Gesù si fa presente nella vita quotidiana nella sua ordinarietà, sono rimasto colpito da questo atteggiamento di Gesù che ha voluto associarsi pubblicamente alla folla dei peccatori desiderosi di purificazione. È l'atteggiamento di chi inizia e poi esercita un ministero pubblico: questo immergersi nell'umanità fino ad "annullarsi" sulla croce; modello per chi vuol seguire Colui "che è venuto per servire e dare la vita".

Si legge nel "Direttorio" dei diaconi, al nr. 45:
«In particolare, per i diaconi la vocazione alla santità significa "sequela di Gesù in questo atteggiamento di umile servizio, che non s'esprime soltanto nelle opere di carità, ma investe e modella tutto il modo di pensare e di agire", per cui, "se il loro ministero è coerente con questo spirito, essi mettono maggiormente in luce quel tratto qualificante del volto di Cristo: il "servizio", per essere non solo "servi di Dio", ma anche servi di Dio nei propri fratelli».

Questo essere servi di Dio nei propri fratelli significa farsi uno di loro, calandosi nella loro umanità, come Gesù, che ha iniziato il suo ministero "umiliandosi" col battesimo di Giovanni, assieme a tutti coloro che desideravano "purificarsi" per una vita di conversione a Dio. Gesù è uno di noi! Per questo ci chiama fratelli e ci fa entrare in comunione con il Padre.
Il "servizio" del diacono è innanzitutto questo essere "uomo fra gli uomini" nella misura di Gesù.
In questo Suo e nostro umiliarsi, l'umanità riceve la grazia dello Spirito che squarcia i cieli e discende per rimanere con noi, con la certezza della figliolanza divina.


venerdì 9 gennaio 2009

Battezzati nello Spirito santo

11 gennaio 2009 – Battesimo del Signore

Parola da vivere


Lui vi battezzerà con lo Spirito Santo (Mc 1,8)


Non conosciamo i passi di Gesù dall'infanzia fino a quando emerge tra la folla dei penitenti di Giovanni il Battista.
Siamo certi che ha vissuto le vicende di ogni uomo nel piccolo mondo di Nazareth, nei pellegrinaggi alla città santa di Gerusalemme, nella sinagoga e sulla strada: il lavoro, la famiglia, le tensioni giovanili, le vicende politiche: è già carico di una umanità stanca, senza luce e senza speranza. Va da Giovanni con tutti quelli che sentono il bisogno di purificarsi, che sperano di essere trasformati in uomini nuovi.
"Io vi battezzo - dice Giovanni - ma verrà uno che vi farà nuovi nello Spirito santo".
Quante volte Paolo ripete a se stesso: "io vorrei, ma non riesco a fare il bene che voglio", fino a quando la mia carne non sarà crocifissa con Cristo e le mie opere non saranno più quelle della carne, ma dello Spirito. Solo Lui può pronunziare in me l'invocazione "Abbà", Padre.
La missione di Paolo è la stessa di Gesù, di battezzarci nello Spirito santo per unirci al Padre come figli unici, prediletti nell'unico Figlio. Basta accettare di essere crocefissi con i nostri peccati sulla croce insieme a Gesù che ci rigenera nel mondo nuovo della risurrezione. Tutto diventerà spazzatura nell'abbraccio di amore di Cristo. Niente e nessuno potrà separarci da questo amore.


Testimonianza di Parola vissuta


Sono sposato da 35 anni, ho 4 figli sposati e sono nonno per la quinta volta. Sono nato il 24 agosto 1946, ma per me la vera nascita è l'1 gennaio 1978; una rinascita spirituale. Quel giorno partecipavo ad un seminario del Rinnovamento cristiano carismatico e dopo pochi giorni ho ricevuto una preghiera detta "Effusione dello Spirito". Durante quella preghiera, dentro al mio cuore sono venute molte guarigioni, ma la più travolgente è avvenuta quando ho detto: "Signore, se ci sei fatti sentire, io sono pronto ad accoglierti".
Il mio cuore si è aperto e la mia mente ha incominciato a capire la Parola di Dio; è incominciata per me una vita nuova, ho riscoperto Gesù e vedevo le cose con una luce nuova: quella dell'anima. Ho iniziato a vedere in modo nuovo mia moglie, i figli, il lavoro, la Chiesa, i preti, chi soffre. Riuscivo a vivere con il cuore ciò che prima era solo ragionamento; accettavo e vivevo le problematiche della vita in modo nuovo. E per riflesso, lo stile di vita è cambiato, i rapporti famigliari, le persone che mi erano vicine, alcuni amici; altri invece sono spariti.
Questo incontro con Gesù continua con la preghiera, anche comunitaria, con i fratelli che mi hanno seguito per molto tempo. Ho sperimentato e tuttora sperimento la speranza di Gesù che non ti lascia solo e che continua a farti capire cose nuove nel cammino di conversione, e questo con il suo amore e la sua misericordia.


(Gustavo)


(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)


martedì 6 gennaio 2009

La "Festa" che rimane!

Le feste se ne vanno, ma la "Festa" rimane, quella che illumina i nostri cuori, l'unica che ci dà quella gioia che il mondo (che ci ha rubato le feste, forse anche perché lo abbiamo lasciato fare...) non può dare e che non comprende. La nostra responsabilità è quella di seguire Colui che non ha avuto paura di compromettersi con noi. Piano piano questa umanità, che sembra smarrita, tornerà a sperare e troverà la sua strada, quella strada che Dio ha in serbo per noi uomini di questo secolo.
Con questo nell'anima penso ad una esperienza che stiamo vivendo e che ci fa rimanere in quell'atmosfera nella quale il Natale ci ha posto.

Quando qualcuno se ne va o si allontana dalla tua comunità parrocchiale perché non sente più di continuare, si crea un certo disorientamento nel gruppo di animazione in cui si cerca di portare il proprio contributo; si risvegliano vecchie rivalità ed emergono stupide "fazioni".
Che fai? Cerchi di riportare tutto e tutti all'essenziale, a riscoprire che il nostro servire non è un "fare", ma un "essere". In altre parole ritornare a riscegliere Dio come il tutto della propria vita e di conseguenza del nostro agire.
In questo frangente mi ritorna alla mente uno scritto di sant'Agostino, di cui trascrivo una parte.

«Sempre in ogni istante abbiate presente che bisogna amare Dio e il prossimo. L'amore di Dio è il primo come comandamento, ma l'amore del prossimo è il primo come attuazione pratica. Colui che ti dà il comandamento dell'amore in questi due precetti, non ti insegna prima l'amore del prossimo, poi quello di Dio, ma viceversa.
Siccome però tu Dio non lo vedi ancora, amando il prossimo ti acquisti il merito di vederlo; amando il prossimo purifichi l'occhio per poter vedere Dio… Nessuno mai vide Dio (cfr. Gv 1,18). Ma perché tu non ti creda escluso totalmente dalla possibilità di vedere Dio, lo stesso Giovanni dice: "Dio è amore; chi sta nell'amore dimora in Dio" (1Gv 4,16). Tu dunque ama il prossimo e guardando dentro di te donde nasca quest'amore, vedrai, per quanto ti è possibile, Dio.
Amando il prossimo e prendendoti cura di lui, tu cammini. E dove ti conduce il cammino se non al Signore, a colui che dobbiamo amare con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente? Al Signore non siamo ancora arrivati, ma il prossimo l'abbiamo sempre con noi. Aiuta, dunque il prossimo con il quale cammini, per poter giungere a colui con il quale desideri rimanere» (Dai "Trattati su Giovanni" di sant'Agostino – Tratt. 17).

Noi vogliamo rimanere in questo perenne Natale in cui Gesù nasce e rinasce continuamente fra noi e in noi.

lunedì 5 gennaio 2009

Il centro dell'universo

6 gennaio 2009 – Epifania del Signore

Parola da vivere

Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra (Sal 71)



Usciamo dal Natale, modesto scenario di campi e pastori, con i Re che "prostratisi, lo adorarono".
Il gesto di umiltà delle nazioni, rappresentate dai saggi d'oriente, trasforma Betlemme, la più piccola città di Giuda, nella capitale del mondo. Non è un regno che a turno emerge nella storia, è lo stesso Dio fatto uomo che diventa il centro dell'universo. Lo Spirito di Dio ci dà l'audacia, pur tra poveri segni messianici, di cantare con ferezza e con fede: "Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra".
La ricorrenza del bi-millenario della conversione di San Paolo ci dà l'opportunità di considerare la famosa caduta da cavallo come un'altra Epifania, drammatica e realistica. Per capire l'angoscia di Cristo che implora: "perché mi perseguiti?" bisogna cadere dall'alto di noi stessi, mescolarsi con la polvere, perdere tutta l'arroganza di una visione legalista della realtà, per ritrovare la luce divina dello Spirito. Paolo è stato fedele alla grazia ricevuta, in lui l'amore del Risorto non è stato inutile, per questo lo invochiamo e lo rievochiamo perché ci comunichi lo spirito di missionario delle genti, ci dia la certezza di essere protagonisti dell'incontro con Cristo di tutti.
Anche noi come i Magi e Paolo, per altra via, quella della fraternità universale, ritorniamo tra la gente ad annunciare la speranza di Gesù salvatore.


Testimonianza di Parola vissuta



Ero giovane studente e senza pratica religiosa. Mi interessavo di libri antichi. Un giorno su una bancarella vidi un libro antico, in bella e solida edizione rilegata, dal titolo: Le vite dei santi per tutti i giorni dell'anno, e come sottotitolo: Illustrate ogni giorno da una incisione, una riflessione e una preghiera.
Lo comprai non tanto per curiosità dei contenuti, quanto per il fascino delle incisioni: disegni in bianco e nero che esercitarono su di me un fascino singolare. Le esaminai tutte più volte, una a una, con una lente. Mi sembrarono quasi fessure attraverso le quali sbirciare in una dimensione sconosciuta. Ancor più sconosciuta la prospettiva che scoprii quando passai al testo, con la storia del santo del giorno e con una riflessione e una preghiera. Mi resi conto che esisteva un mondo parallelo di cui nessuno mi parlava. Un mondo di uomini e donne, di giovani e vecchi, di re e pastorelle, di sapienti e analfabeti che cercavano tutti la stessa meta. Un mondo dove regnavano la pace, la fraternità, addirittura la gioia.
Fu il seme inoculato da questo libro che mi risvegliò la nostalgia di Dio.

(M.V)


(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)


sabato 3 gennaio 2009

Luce nel buio

4 gennaio 2009 – 2a domenica dopo Natale

Parola da vivere

La luce splende nelle tenebre (Gv 1,5)


La scienza ha ipotizzato il "big-bang" per dare una risposta scientifica all'origine del mondo.
Noi parliamo di creazione. Il Verbo (o la Sapienza) si è moltiplicato nel mondo come scintilla di Dio. Ora, dopo le luci accecanti del Natale, rimangono queste scintille accese specialmente nelle persone, che maggiormente rispecchiano Dio.
San Giovanni, nella prima pagina del suo Vangelo, ci aiuta a interpretare questa storia. Ci indica un piccolo bimbo che racchiude in sé il tesoro più grande, il tutto, Dio, l'amore. Questo bambino abita la tenda degli uomini, si adatta alla convivenza di Nazareth, occupa gli angoli delle strade, condivide la nostra precarietà. Cresce con noi, è luce nel buio che ci vuole riavvolgere, diventa il dono della fede, se crediamo nel suo nome con la certezza che siamo figli di Dio.
Nella sera del Natale ci resta il grande mistero: Dio fatto uomo perché l'uomo ritorni ad essere Dio, da cui è nato. Il buio della morte è trasformato dalla Sapienza in seme di vita nuova, parto della nuova creatura fino alla pienezza dell'unico Uomo nuovo, Cristo, tutto in tutti. Tra la notte di Natale e la notte del Calvario la luce che ha brillato ci mostrerà il cammino della verità e della vita.


Testimonianza di Parola vissuta


Non ero mai stato credente, tantomeno ero una persona semplice: era tutto diventato decisamente più evidente tra i 18 e i 20 anni, quando dalla scuola si passa al mondo del lavoro. Non riuscivo ad adattarmi all'idea di dovermi "arrendere" a un mondo grigio, ripetitivo ed eccessivamente competitivo come immaginavo fosse il lavoro. Così andavo avanti a furia di impieghi stagionali. In più ero alla ricerca costante dell'amore vero e grande, di una ragazza di cui innamorarmi; dopo alcune storie mi ero convinto che non sarei stato più in grado di provare qualcosa di forte.
Nonostante la continua e soffertissima ricerca della mia strada, non approdavo a nulla in nessun campo della vita; ero allo stremo. Era il rovente giugno 2003 e mi trovavo immerso nelle miei nebbie e in quella che sarebbe stata l'estate più calda dell'ultimo mezzo secolo, oltre che la stagione della mia personale rivoluzione. La scintilla furono i buoni consigli dei miei genitori e di un frate cappuccino, il quale mi spinse a leggere il Vangelo. Poco convinto, incominciai. Fu una rivelazione! Quel libro prese vita e iniziò a parlarmi, ad aprirmi gli occhi e soprattutto il cuore; così mi si svelarono i molti miei errori passati e presto ci fu un deciso cambiamento in me. Lui poi da lassù lavorò davvero bene, tutto quello che poco prima mi era impossibile ora era a portata di mano.
Nel giro di poco capii quella che doveva essere la mia strada. M'innamorai, ricambiato. Smisi anche di fumare, da un giorno all'altro. Mancava soltanto il lavoro: ci volle un po' più di impegno e di sofferenza, ma prima della fine dell'anno Dio mi fece capire, parlandomi attraverso la lettura della Beatitudini, quello che era più missione che lavoro, cioè stare con i più semplici dei suoi figli, lavorare con ragazzi disabili.
Oggi, a quattro anni dall'incontro e a 31 anni d'età, il rapporto tra me e Lui continua, grazie soprattutto alla sua pazienza e alle sue correzioni, che per fortuna sono sempre arrivate chiare e frequenti.

(Fabio)


(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)


giovedì 1 gennaio 2009

Egli è la nostra Pace!


Ho fatto gli auguri a tante persone… anche al povero che è fermo alla porta della chiesa e che trovo sempre ogni volta che ci vado. L'ho salutato con il cuore sgombro da pregiudizi. Ho fatto scivolare tra le sue mani anche un'offerta che forse era più consistente delle altre volte. Con discrezione mi ha ringraziato…
Poi alla comunione, mentre distribuivo l'Eucaristia, me lo sono trovato davanti… serio.
Anche lui è parte di quel "Corpo", di quell'umanità che con le sue "povertà" ha attirato la predilezione di un Dio che ha deciso di farsi uno di noi.

Oggi celebriamo la Giornata mondiale della pace (Combattere la povertà per costruire la pace). "Purtroppo, la pace non ha abitato il tempo trascorso né domina su quello presente. Quanto al futuro, non abbiamo altro che domande senza risposta. Di fronte alla situazione mondiale, ci accomuna un terribile senso di impotenza" (Claudio Arletti).
Il Papa ci ricorda nell'omelia per questa festa che "c’è una povertà, un’indigenza, che Dio non vuole e che va combattuta; una povertà che impedisce alle persone e alle famiglie di vivere secondo la loro dignità; una povertà che offende la giustizia e l’uguaglianza e che, come tale, minaccia la convivenza pacifica. In questa accezione negativa rientrano anche le forme di povertà non materiale che si riscontrano pure nelle società ricche e progredite: emarginazione, miseria relazionale, morale e spirituale…".
Ho capito che non posso demandare tutto alle persone competenti… a me spetta anche la parte che mi è stata assegnata, ogni giorno, nel momento presente, che vorrei non sprecare.
Questo è l'augurio che faccio a me stesso e a tutti voi!