mercoledì 31 dicembre 2008

Grazie per il tempo che ci è stato concesso


Il 2008 è terminato!
Grazie, Signore, per l’anno di vita che ci hai donato, per gli eventi lieti e tristi che in esso abbiamo vissuto, per le nostre famiglie, per le persone che hai posto accanto a noi e sul nostro cammino; grazie per il loro amore, la loro amicizia; grazie per i doni di cui ci hai arricchito quest’anno e i momenti di gioia che ci hai donato perché la nostra vita fosse piena e felice.

Grazie per i poveri che ci interpellano nelle nostre scelte di vita; grazie per quanti hanno bussato alla nostra porta.

Grazie per tutto l'amore ricevuto e donato, anche se il nostro cuore di carne si è a volte appesantito per il caricarsi di dolori, non solo nostri; grazie per la sua continua rigenerazione per la comunione con Te e con quanti sono uniti a noi.




Chiudo questo anno con questo scritto di Chiara Lubich:


Il tempo mi sfugge veloce,
accetta la mia vita, Signore!
Nel cuore ti tengo, è il tesoro
che deve informar le mie mosse.
Tu seguimi, guardami, è tuo
l'amare: gioire e patire.
Nessuno raccolga un sospiro.
Nascosta nel tuo tabernacolo
vivo, lavoro per tutti.
Il tocco della mia mano sia tuo,
sol tuo l'accento della mia voce.
In questo mio cencio, il tuo amore
ritorni nel mondo riarso
con l'acqua, che sgorga abbondante
dalla tua piaga, Signore!
Rischiari, divina Sapienza,
l'oscura mestizia di tanti,
di tutti. Maria vi risplenda.

Combattere la povertà per costruire la pace

1 gennaio 2009 – Maria Madre di Dio

Giornata mondiale della pace

Parola da vivere

Combattere la povertà per costruire la pace


Dom Helder Camara, il vescovo dei poveri, poco prima di morire, ha voluto dedicare gli ultimi anni a un sogno, un mondo senza fame. Se sogneremo insieme, il sogno diventerà realtà.
Anche il Papa vuole sognare con noi, denunciando lo scandalo della povertà nel mondo. Come si può rimanere insensibili agli appelli di coloro che, nei diversi continenti, non riescono a nutrirsi a sufficienza per vivere? Non è mera fatalità, ma conseguenza dell'inadeguatezza degli attuali sistemi di convivenza umana nel promuovere il bene comune. Le radici della povertà e della fame nascono da un'altra povertà, la miseria spirituale che rende l'uomo indifferente alle sofferenze del prossimo.
Nel Sud del mondo la miseria porta al disfacimento della persona nei suoi bisogni, a pensare solo al mangiare, perdendo il senso della sua propria dignità. Nel Nord l'aridità del cuore è imponente, tanto che il cibo acquistato da una famiglia va per il 30% nella pattumiera, ancora in parte commestibile. La povertà va combattuta come un crimine non come una fatalità e va conosciuta, va provata nella propria carne. Va sconfitta nelle sue radici: chi ha il coraggio di dedicare le sue ferie a conoscere la povertà di tante persone in un Paese del Sud del mondo? Non risolverà quasi niente, ma con certezza avrà sconfitto la miseria spirituale che lo imprigiona.


Testimonianza di Parola vissuta


LA FORZA DELL'AMORE
Lavoro nel reparto recezione e contabilità di un ospedale in Libano. Bassam arrivò una mattina con un parente malato: Bassam non è libanese, ma palestinese e la sua nazionalità bastava a sconvolgermi nel più profondo, perché provengo da un villaggio cristiano che è stato interamente bruciato dai palestinesi e dal quale la maggior parte degli abitanti superstiti è sfollata, mentre tanti sono morti. Ho subito riconosciuto la sua nazionalità dal suo accento e dall'indirizzo. E dentro di me, ho detto: "Signore, ti prego, voglio testimoniare te, aiutami!". Mi sono ricordata di quelle parole del Vangelo: "Qualunque cosa hai fatto al minimo l'hai fatto a me". Dovevo riconoscere ed amare nel suo volto il volto di Gesù.
Ho guardato Bassam in faccia e mi sono accorta che era spaventato, che non voleva svelare la sua identità. Ho rispettato il suo desiderio e non ho chiesto documenti né a lui né al malato che aveva accompagnato. Era un caso grave. Bassam mi ha detto che non aveva un'assicurazione e che non poteva pagare in anticipo le spese dell'operazione, come richiede il regolamento dell'ospedale. Ho cercato di superare il riferimento per quella ferita ancora aperta e gli ho detto che potevo aiutarlo.
I giorni seguenti ho avuto modo di assisterlo in varie occasioni. Era meravigliato: "Sono straniero, perché mi aiuti così?". E mi ringraziava sinceramente, toccato dall'amore che avevo per lui. Il malato che aveva portato era in pericolo di vita e lo è stato per tutto il periodo della degenza in ospedale. Bassam era molto preoccupato per lui. Ho chiesto ai medici di curarlo il meglio possibile e di rasserenare i parenti in ansia. Gli ho dato una preghiera che avevo con me e che dice: "Credo in te, Signore, rafforza la mia fede, è su di te che conto, aiutami". Poi ho aggiunto: "Non temere, la preghiera arriverà a Dio e anch'io pregherò per il tuo parente ammalato".
L'ultimo giorno di ospedale, quando Bassam è venuto alla cassa per pagare, mi ha detto: "Devo confessarti qualcosa che non sai". "Non dirmi niente, so già tutto ", ho risposto. "Lo sai che non sono cristiano e nemmeno libanese?". "Lo so dal primo giorno e per questo non ti avevo chiesto la carta d'identità". Allora mi ha raccontato che aveva sempre avuto un'idea negativa dei cristiani. Poi ha chiesto di venirmi a trovare a casa, con sua moglie e sua madre. Abitava a più di un'ora e mezza dal mio paese. Ma sono venuti tutti e tre. Nel corso della conversazione, mi ha chiesto più volte il perché del mio comportamento. Ho risposto semplicemente che la nostra religione è fondata sull'amore e sul perdono.

(Hoda N.)


(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)


martedì 30 dicembre 2008

Lo statuto dell’amore

Al termine di questo anno che sta per finire, faccio mio un pensiero di Chiara Lubich dell'8 giugno 1989, dal titolo "Nient’altro che l’amore scambievole", perché "il mondo passa con la sua concupiscenza, ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno" (1Gv 2,17).


C'è un prefazio, nella Messa, che dice: "E hai donato il tuo Spirito per far di tutte le nazioni un popolo nuovo, che ha come statuto il precetto dell'amore": è entusiasmante sapere che "la regola del popolo di Dio sia il comandamento dell'amore… di tutta la Chiesa: dai laici ai sacerdoti, ai religiosi, ai vescovi…".
"È la norma sulla quale tutte le altre norme hanno valore e senza la quale nulla ha senso (né la preghiera, né l'apostolato, né il donare i beni, né il dare la vita…)".
Tutto questo è la "specifica via, il nostro tipico modo di essere", di noi cristiani di questo tempo. Essere questo amore reciproco in atto (il cui "effetto" è la presenza di Gesù tra noi) "come se non avessimo nient'altro da fare. Perché il resto viene da sé: l'amore illumina e illumina bene su ogni nostro dovere".
"È un'esperienza che va fatta… a sera ci troveremo cambiati; magari stanchi, ma con un nuovo entusiasmo per la meravigliosa divina vita che Dio ci ha dato".

sabato 27 dicembre 2008

Rocco racconta (Novena di Natale)

Ecco come si è vissuta la preparazione al Natale, con la "Novena itinerante", nella Parrocchia dove opera l'amico diacono Rocco.
(Le altre esperienze sono raccolte nella rubrica "
Rocco racconta").


Abbiamo vissuto la Novena del Natale per le strade della Parrocchia, in mezzo alle case, fra gli anziani e gli ammalati e con tanti bambini e giovani che hanno desiderato partecipare. Ho preso come riflessione: "Morire fra la tua gente!". È quella che Gesù ha preferito: gli ultimi, i poveri, gli ammalati. È stata una splendida preparazione al Natale.
Ed ecco Natale! Sono pieno di stupore e meraviglia nel guardare quel Bambinello fattosi uomo come me! È vero, Dio si è fatto uomo come me, perché tutti gli uomini tornassero a Lui, fossero Lui. Ecco la novità del Natale: "Il Cielo si è unito alla terra e ci ha dato, in Gesù, l'Autore della nostra Speranza, Dio. Tutto questo è bello, è grande, è meraviglioso!
Tutta la Novena trascorsa non è stato un fare, ma realizzare un "Essere Lui", l'Amore! Così nelle piccole cose, andando a cercare i poveri, gli ultimi, i soli, le vedove, i lontani, gli anziani e cantare nelle strade, nelle case, accogliendo tutto il dolore incontrato.
Nelle persone incontrate mi ci rivedo un po' anch'io, che vivo in loro, in questa novità del Natale: Dio in mezzo a noi, Dio con noi! Ho visto bambini strafelici, canti di gioia, anziani, affacciati al balcone, pregare con noi, ammalati in festa… Il Cielo si è mosso ed ha mandato in mezzo a noi il Salvatore! Il più bel dono, il dono per eccellenza: Gesù Bambino! Sta a noi adesso custodirlo, tenerlo in braccio, accudirlo, farlo crescere, non fargli male. Lui è in mezzo a noi per sempre! Giorni di festa e di splendore questo che insieme ai tanti bambini e adulti - in un insieme di vita colorata con canti di gioia e preghiera di attesa - abbiamo vissuto! E alla fine tutti abbiamo esclamato: Questo è il più bel Natale della nostra vita!

Tutto vince l'amore!

28 dicembre 2008 – Santa Famiglia

Parola da vivere


I miei occhi hanno visto la tua salvezza (Lc 2,30)


Siamo ancora avvolti dalla mistica del Natale. Più che affannarci oggi a cercare nella famiglia di Nazaret soluzione agli infiniti problemi della famiglia propriamente detta, fonte e modello della famiglia umana, rimaniamo ancora un po' in contemplazione: Abramo e Sara sono vecchi, avvizziti come alberi stanchi di tante primavere: "Come è possibile generare un popolo?" Maria aveva esclamato: "Come è possibile? Non conosco uomo!". È così: l'umanità, da sola, non ha più forza di diventare famiglia, non conosce più le relazioni profonde che attingono all'amore e lo generano come un figlio.
Il vecchio Simeone cosa vede davanti a sé, per essere anche pronto a morire? In quei due poveri sposi vede il piccolo resto di Israele che ha creduto alle promesse di Dio. L'amore è una cosa fragile come quel bambino che portano in braccio, ma è anche una bomba esplosiva che rivoluziona tutto attorno. Questa è la Salvezza: Dio ci ama, vuole essere tra noi come in una famiglia, Padre e Figlio nello stesso tempo, accettando la nostra fragile collaborazione a rigenerare l'Umanità. Simeone muore sereno perché ha riconosciuto i cammini dell'amore nella contraddizione e nella spada di dolore, ma è certo: tutto può vincere l'amore.

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)

venerdì 26 dicembre 2008

Rocco racconta ("Farsi uno")

Riporto un'altra esperienza tratta dal "Foglio" dei giovani della Parrocchia dove presta il suo servizio l'amico diacono Rocco. Una perla che si aggiunge alle altre raccolte nella rubrica "Rocco racconta".


Nel cammino della "Spiritualità di comunione", immergendoci a vivere il vangelo sempre più in profondità ci accorgiamo che la vita riscopre esperienze bellissime, tanto che uno di noi ha potuto esclamare: "Se continua così, succederà una vera rivoluzione" in questa parrocchia.
Così, Marco ha detto assistendo a un fatto che adesso vi racconto: Facevamo rientro in Parrocchia, quando due sorelle dell'apparente età di 30 anni ci hanno fermati. Tutto sembrava una facile domanda ed infatti ci veniva chiesto la benedizione della famiglia. Ma a una risposta del nostro diacono Rocco ("che era bello organizzare e pregare anche in questa circostanza") una delle due sorelle (ci è sembrato che stesse attraversando un periodo particolare) ha esclamato: "Ho fatto pace con Dio e di 'Lui' non voglio più sentirne parlare". "Come, ci siamo chiesti, (è una vera bomba!) da un lato ci chiede la benedizione e dall'altro non si vuole sentire più parlare di Dio?". Sono bastati pochi minuti, nei quali il diacono ha dato la sua esperienza di vita e di come cerchi continuamente di testimoniare l'immenso amore del "Padre" nonostante la sua malattia, che a quella sorella è spuntato il sereno. L'incontro avverrà e chissà che nel grigiore di una sofferenza non apparirà tutto l'Amore misericordioso di un Padre che da sempre ci vuole e continua a volerci bene? Noi pregheremo, per questa e per tutti i fratelli come questa che magari all'apparenza si dicono cristiani e dietro la prima difficoltà (magari dietro una malattia) non riconoscono Dio Amore. A tutti diciamo che questa è l'esperienza che facciamo: non ci può essere gioia vera se questa non passa dal crogiolo del dolore!
Che il Signore ci aiuti a scoprirlo sempre più nel dono grande della nostra Fede. (Marco S.)



mercoledì 24 dicembre 2008

Il prodigio dell'amore

25 dicembre 2008 – Natale del Signore

Parola da vivere


Gloria a Dio nel più alto dei cieli,
pace in terra agli uomini che egli ama
(Lc 2,14)


È l'invito a far festa per il nuovo re, colui che rinnova le speranze del popolo. Eppure quante volte il grido è stato soffocato dalle delusioni dei salvatori che si sono alternati nella storia!
In questa notte è il cielo stesso che canta con i suoi angeli il prodigio dell'amore che si è fatto uomo, minuscola creatura, miracolosa nascita che nella austerità dei segni della povertà contiene l'ultimo autentico annuncio di salvezza.
In questa notte santa non possiamo non riservare momenti alla contemplazione, al silenzio interiore, alla coscienza del buio che la vita e il mondo continuamente ci offrono come risposta alla nostra debolezza, ai nostri fallimenti e alla presunzione di costruire una salvezza con le nostre mani. Nella totale disponibilità di Maria e Giuseppe troviamo il segreto di ripristinare la culla a Dio che viene tra noi e vuole stare con noi: nascere, crescere e morire d'amore per ristabilirsi nella Trinità con tutti noi: "Padre, non si è perso nessuno di quelli che mi hai dato!" dirà Gesù sacrificandosi sull'altare della croce.
Ma non basta celebrare e contemplare. Bisogna che ognuno trovi la statura della crescita di Gesù in lui.
Prima di tutto credere all'amore, unico dono del Padre e sostanza del nostro dono, dei regali mutui in cui siamo gli uni degli altri dono. Il bambino Gesù non solo ci sorride, ma ci ha parlato dell'essenza del vivere: amatevi come io vi ho amato. L'amore di ognuno lo rende presente incontrandosi con l'amore dell'altro, come delle fiaccole che si accendono una ad una nella notte e la trasformano in luce e calore. La nostra festa non può escludere il coro del cielo dai nostri cori, dai nostri meravigliosi presepi. Gli alberghi di Betlemme devono fare posto a tutti, senza chiudere la porta ai poveri. I nostri granai siano svuotati dalle armi che li difendono, le armi diventino aratri, le nostre piazze mercati aperti a tutti: "Venite e comprate senza denaro!" dice il profeta.
Da questa notte deve rinnovarsi la nostra scelta di vita, la scelta amorosa di un Salvatore che temiamo come una utopia e si rivela sempre più unica certezza. Lasciamoci stringere nell'abbraccio del Cielo con la Terra, sognando il giorno che tutta la Terra diventi Cielo e il Cielo recuperi la Terra che un giorno ha creato.




(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)



lunedì 22 dicembre 2008

Verginità feconda

Riporto un passo del commento di Claudio Arletti sulla Parola di ieri, quarta domenica di Avvento (cf Vita Pastorale, n. 11/2008): Maria, invitata a gioire, è colei che è stata "graziata".

L'angelo si rivolge a una vergine di nome Maria (v. 27). Elisabetta, invece, è sterile, come tutte le matriarche dell'AT. La persona umana è sterile, perché non può produrre da sé il proprio futuro. Noi possediamo la vita, ma non siamo la vita. Noi abbiamo futuro se accogliamo Dio, vita eterna. Vergine è la persona umana che accoglie il futuro da Dio invece di cercare di fabbricarselo, rimanendo sterile. Questo separa l'irreprensibile Elisabetta dalla Vergine Maria.
La verginità allude simbolicamente anche all'attitudine per il vero ascolto. Se ci pensiamo, ogni rapporto vero nella comunicazione è un rapporto "vergine". C'è ascolto autentico quando accogliamo l'altro senza sovrapporre le nostre idee o le nostre impressioni, in maniera appunto "vergine". Così giungiamo ad avvicinarci alla sua realtà e ad accoglierla. Quando ascoltiamo davvero "concepiamo" l'altro. Ci entra nell'intelligenza e nel cuore. La vera concezione è quella dell'orecchio. Una persona esiste solo se la ascoltiamo. Colui che è ignorato è come se non esistesse.


Il "vergine" è colui che genera per davvero la VITA, perché partecipe della verginità di Dio, di cui Maria ne è il Segno meraviglioso.
Il "farsi uno" col prossimo, con l'altro che mi passa accanto, con chi condivide la mia vita quotidiana e di ministero – in una parola "essere l'altro" (che comporta il mio "non-essere") – è il genuino atteggiamento di chi accoglie Dio in sé e lo ridona non adulterato, affinché la Vita possa sgorgare in pienezza in tutti.
L'amore vero, genuino, fecondo è vergine!


sabato 20 dicembre 2008

Una comunità viva

Cara Luisa, riporto con gioia grande ed una intensa commozione l'articolo apparso su Vita Nuova del 5 dicembre u.s., la rivista della diocesi di Trieste (la mia chiesa madre).
Ho letto anche il mio nome nei tuoi ricordi… Mi ha commosso, perché è sempre vivo in me e nella mia famiglia l'esperienza bellissima e profonda vissuta insieme (in una comunità che era veramente come una famiglia), quando il nostro vescovo Lorenzo, mi mandò ad Altura. Quella fu l'ultima parrocchia prima della mia partenza da Trieste… ed ogni volta che ritorno nella mia città, lì trovo la mia "famiglia".
…e non finirei di raccontare quello che è impresso in maniera indelebile nel mio cuore. Dio sa… a Lui la lode perenne!
Ho ripescato alcune foto del saluto dopo la Messa prima della mia partenza e che pubblico con una gioia grande!
Un abbraccio di cuore a te e a "tutta" la tua famiglia!
Luigi



I 25 anni della chiesa di Altura nei ricordi di una parrocchiana
Giovane comunità in festa
Dagli inizi nel prefabbricato allo splendore di oggi

La parrocchia di Altura, dedicata a Nostra Signora di Lourdes, ha festeggiato ieri, 4 dicembre, il 25° anniversario dalla sua fondazione. Domenica 14 dicembre, in occasione dell'ottavo anniversario della consacrazione della nuova chiesa, la Santa Messa delle ore 11.10 sarà presieduta dal nostro vescovo, mons. Eugenio Ravignani. Per l'occasione sono in cantiere varie iniziative. Ecco il ricordo di una parrocchiana che ha visto nascere e crescere la nuova comunità.

25 anni: una vita!... chiudo gli occhi e ascolto i miei ricordi di bambina. Rivedo una saletta umile e fredda che, riempita di persone per la Santa Messa, diventa una casa accogliente per la comunità in preghiera. Rivedo don Carlo, giovane sacerdote all'inizio della sua esperienza pastorale, che con un sorriso e una battuta faceva breccia nel cuore di tutti. Penso ai corsi di ricamo, alle gite in montagna ... Ricordo il catechismo - finalmente in un prefabbricato - i miei sacramenti. Ricordo il vescovo Lorenzo, che per la comunità di "Altura e Bassura", come la chiamava lui, aveva sempre il cuore aperto.
E poi il gruppo, l'Acr, il coro, suor Angioletta, suor Piera, suor Graziella, il diacono Luigi, le amicizie, i campi-scuola estivi...
Tutti questi ricordi abitano in me, anche adesso che la vita mi ha portata lontano con la mia famiglia... ma ogni esperienza, ogni emozione sono come un tesoro prezioso racchiuso in uno scrigno: nei momenti difficili vado a cogliere qualcuna di queste "gemme" e le offro a chi mi sta accanto e ai miei bambini, perché il loro splendore si rinnovi e siano segno di gratitudine al Signore per averle messe con amore sul mio cammino.

Luisa Pozzar












venerdì 19 dicembre 2008

Una sola famiglia

21 dicembre 2008 – 4a domenica di Avvento (B)

Parola da vivere

Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio (2Sam 7,14)

Povero Re Davide! Il successo gli ha dato alla testa, tanto che si offre per dare una casa al suo Signore, quasi rinchiuderlo in un tempio maestoso.
Con dolce ironia il Signore, come risposta, promette di fare del popolo di Davide e dei suoi discen-denti una unica grande casa, una sola famiglia in cui lui sarà padre e tutti saranno suoi figli. Storicamente questo è avvenuto quando l'amore di Dio ha cercato un'umile casa a Nazaret e per il "sì" incondizionato di Maria ha concepito in lei l'uomo che è Dio.
Oggi Dio continua a farsi mendicante di amore del nostro "sÌ". Ha bisogno di entrare in noi per dirci tutto il suo amore, per fare risuonare con intensità divina sulle nostre labbra il dolce nome di padre e dirci la sua tenerezza come a figli.
Il Natale di Maria è la vera casa per Dio: in lei e per il suo "sì" tutta l'umanità può diventare una grande casa, un paradiso in terra, ovunque, anche quando possiamo offrire solo una povera stalla, nei luoghi più remoti e oscuri, tra gli emarginati come i pastori.
L'ultima tappa dell'Avvento è lasciare che sia Maria a portarci tra le sue braccia come se ciascuno fosse il suo Gesù.

Testimonianza di Parola vissuta

Sono le 12,45 dei primi di dicembre e dopo qualche commissione rientravo a casa per il pranzo. Un signore che conoscevo vagamente mi saluta e mi avvicina chiedendomi di aiutarlo per una emergenza: convincere un barbone polacco che da tempo vive sulla strada, ad andare in una struttura coperta.
Al mattino avevo meditato e riflettuto sull'amore al fratello, ma inizialmente chiedo di rinviare a quando avrei avuto più tempo. "Ma è un'emergenza", replica. Mi lascio coinvolgere e mi conduce subito dal barbone, anche in senso letterale. Siede su una panchina vicina ad un androne dove dorme da tempo la notte; ha diverse buste dove tiene le sue cose e una radio a cui è tanto affezionato regalatagli dall'amico. Faccio subito conoscenza e gli prometto un orologio se accetta di andare in una struttura coperta. Sembra convinto.
Con l'amico decidiamo di tornare alla carica alle 14,15 per non dargli il tempo di lasciarsi vincere dall'eventuale tentazione dell'alcool. A casa sono atteso per il pranzo nonostante il ritardo. Alle 14,10 sono di nuovo dal barbone e stringo amicizia: si chiama come me, parliamo dei nostri missionari in Polonia e Ucraina, di Giovanni Paolo II, della sua famiglia, che ora lo ha abbandonato e gli mostro l'orologio promesso.
Arriva l'amico, telefoniamo al Centro di Accoglienza e prepariamo la macchina; pur un po' incerto e traballante si avvia con le sue gambe senza bisogno del nostro appoggio. Mi siedo accanto a lui. Lungo la strada riconosce il quartiere attraverso cui passiamo. Arrivati viene accolto con gentilezza e si predispone subito per una buona doccia e vestiti puliti. Gli regalo l'orologio promesso. Lasciamo i nostri recapiti. A casa telefono ad un sacerdote più competente per una accoglienza in un Centro permanente. Nel mio cuore è già Natale!

(G.F.)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)


martedì 16 dicembre 2008

Rocco racconta (evangelizzare insieme)

Dal "Foglio" dei giovani della Parrocchia dove presta il suo servizio l'amico diacono Rocco, riporto questa esperienza di evangelizzazione fatta "insieme". Una perla che si aggiunge alle altre raccolte nella rubrica"Rocco racconta".



«Ci rechiamo a casa di una parrocchiana eccezionale per benedire la famiglia.
È Bello! La nostra vita in Parrocchia assume contorni a volte eccezionali pur vivendo nella normalità: gesti, fatti, ed emozioni. Eccezionale è l'Amore che circonda tutta la nostra esperienza. Il vivere "in comunione" ci fa sperimentare cose che a noi sono state, per così dire, nascoste e che oggi viviamo "insieme". Così che una persona si avvicini in Parrocchia e chieda che venga benedetta la sua famiglia in una casa di nuova abitazione, è nella prassi ecclesiale una normalità. Cosa, invece, noi giovani abbiamo colto di eccezionale?
Diciamo subito che la famiglia che ci ospita è di nazionalità russa; secondo che ad andare a benedire questo nucleo familiare è tutto il gruppo giovanile con il diacono Rocco. Un fatto "ecclesiale" che riveste la sua eccezionalità dalla presenza di una comunità che accoglie una intera famiglia e la benedice nel nome del Signore Gesù. Non avveniva così anche tra i primi cristiani? Ritornare, quindi, alle origini ci sorprende, ci incuriosisce, ma ci fa vivere la radicalità del Vangelo. E bello è stato l'incontro con questa famiglia che con il parlare un po' in italiano, un po' russo ci ha detto tutta la gioia di questo gesto molto significativo per tutti ì presenti. E alla fine, all'invito fatto di trovarci in parrocchia, hanno dato la loro disponibilità e già nei prossimi momenti formativi tra noi giovani avremo tra noi, che fin adesso accogliamo di vero cuore, la figlia tredicenne che frequenta con noi la terza media. Gloria a Dio! I "miracoli", le "meraviglie" si ripetono, occorre amare e credere sempre più che solo l'Amore trasforma i cuori degli uomini. Non c'è né giudeo, né greco; né giallo, né negro, né diversità di lingue o di cultura, tutti siamo di Cristo. È Lui che ci fa tutti uno e ci porta nel "Seno del Padre". Ecco l'Amore! Ecco la bellezza di Dio fra noi! Avere "Lui" in mezzo a noi è la vera risposta alla credibilità che Dio ci ama ancora nonostante il nostro peccato». (Marco S.)




venerdì 12 dicembre 2008

Lo sconosciuto

14 dicembre 2008 – 3a domenica di Avvento (B)

Parola da vivere


In mezzo a voi sta uno
che voi non conoscete
(Gv 1,26)


Isaia ci ha definiti foglie portate dal vento. Il vento ci scuote, ci spoglia, ci purifica esternamente. Ma il vento dello Spirito soffia nel più intimo di noi stessi e ci contagia d'amore.
Nell'avvicinarsi del Natale siamo coinvolti nel desiderio di fare del bene, anche se le iniziative umanitarie e di carità si mescolano con la febbre del consumo, con le gioie comprate sui mercati, con le illusioni di pace e di fraternità mediate dai mass-media.
Nello Spirito ci sentiamo privilegiati perché siamo poveri, sentiamo che le nostre piaghe sono sanate, il nostro cuore ha un' anima nuova, avvertiamo il gusto della vera libertà.
Con Giovanni Battista vogliamo raccontare la nostra esperienza perché tutti incontrino Colui che è ancora sconosciuto in mezzo a noi, Colui che ci ha amato fin dalla eternità e vuole farci partecipi alla nascita tra gli uomini di Gesù, il Dio fatto uomo.
Nell'esercizio dell'amore parteciperemo alla esperienza di Paolo: "Non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me!".

Testimonianza di Parola vissuta

Quando il nostro primo figlio ha iniziato ad andare a scuola, lo portavo, lo andavo a prendere, lo accompagnavo a giocare a calcio. Lì mi ritrovavo seduta sui gradini del campo aspettando che passasse il tempo. Questa situazione mi pesava, mi sentivo isolata e inutile. Mi chiedevo: "Perché non riesco ad uscire da me stessa?". Volevo riuscire a voler bene a chi mi stava intorno.
Sui gradini, disperse qua e là mamme e baby sitter aspettavano che il tempo passasse. "Ma un passo lo posso fare!", ho pensato e mi sono avvicinata ad una delle mamme che stava ricamando. La conversazione è cominciata attorno al ricamo. Nei giorni seguenti il rapporto è continuato e ha coinvolto altre mamme. Abbiamo costituito un "piccolo gruppo del ricamo": io ho portato la macchina da cucire, una signora si è offerta per insegnare, le altre hanno portato stoffa e filo... Le lezioni sono continuate, l'amicizia è cresciuta, dentro di me le barriere sono cadute. Da quel breve e timido saluto siamo passate ad una intensa condivisione della nostra vita, all'interesse reciproco, all'amicizia.
Se si fa un passo col cuore, tante barriere possono crollare.

(A.O., Venezuela)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)


domenica 7 dicembre 2008

Immacolati nella carità

8 dicembre 2008 – Immacolata Concezione
Parola da vivere
Dio ci ha scelti per essere santi
e immacolati nella carità
(Ef 1,4)




Un'esperienza di Chiara Lubich, recentemente scomparsa, ci aiuta a capire che dobbiamo essere un'altra Maria, immacolati nell'amore.








Sono entrata in chiesa un giorno
e con il cuore pieno di confidenza
chiesi a Gesù Eucaristia:
Perché volesti rimanere sulla terra,
su tutti i punti della terra,
nella dolcissima Eucaristia,
e non hai trovato, Tu che sei Dio,
una forma per portarvi e lasciarvi anche Maria,
la Mamma di tutti noi che viaggiamo?
Nel silenzio sembrava rispondesse:
Non l'ho portata perché la voglio rivedere in te.
Anche se non siete immacolati,
il mio amore vi verginizzerà e tu, voi,
aprirete braccia e cuori di madri all'umanità,
che, come allora, ha sete del suo Dio
e della Madre di Lui.
A voi ora lenire i dolori, le piaghe,
asciugare le lacrime.
Canta le litanie e cerca di rispecchiarti in quelle.




(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)

venerdì 5 dicembre 2008

Cammino di conversione

7 dicembre 2008 – 2 a domenica di Avvento (B)

Parola da vivere

Si facevano battezzare
confessando i loro peccati
(Mc 1,5)


Ci siamo messi in cammino nel deserto, dove c'è strada, dove la steppa è accidentata.
Abbiamo bisogno di essere guidati da qualcuno che ci rinnovi nella speranza, al di là degli inganni dei falsi profeti. Riprendiamo l'avventura con le prime parole del lieto annuncio di Marco che puntano senza indugi su Gesù Cristo, figlio di Dio.
Giovanni Battista ci svelerà Gesù come il vero buon pastore che porta in braccio gli agnellini e segue con amore il lento procedere delle pecore madri. Giovanni con la sua rudezza e austerità ha la forza del testimone non solo insegna, ma esige la conversione, riconoscendo i nostri peccati.
La penitenza sacramentale è una tappa obbligatoria dell'Avvento, se vissuta con novità. Stacchiamoci dall'immagine del giudice e del tribunale, andiamo oltre il rito dell'accusa e della assoluzione. Confessiamoci a Gesù e a chi lo rappresenta con il gesto interiore di piegarci umilmente a terra, supplicando di poter almeno accedere ai legacci dei suoi sandali.
Viviamo in un mondo di peccato, ma pochi si riconoscono peccatori, perché si è perso il senso dell'amore.

Testimonianza di Parola vissuta

Un giorno con mio marito, si era creata una forte tensione.
"C'è qualcosa che non va?" gli ho chiesto. E lui: "Non ci vuole mica il mago per capirlo".
Secondo lui io non capivo le sue esigenze. Era vero, perché mi dicevo: "Ma è possibile che con tante cose belle della nostra vita, lui si ferma alla sola cosa che non va?". Siamo andati a dormire con il broncio.
L'indomani pensavo: "Siamo una squadra, per risollevare lui devo lavorare su di me, addolcire il mio cuore, chiedere scusa". Non ci riuscivo. Per fare il passo, ho pensato ad un atto d'amore concreto per lui, che è appassionato di calcio; per farlo felice, ho rinviato un appuntamento fissato per quella sera perché potesse vedere la partita di coppa.
Ma per ricominciare davvero dovevamo chiarirci.
Così, nonostante la stanchezza e gli impegni, siamo usciti una sera e, prima uno e poi l'altro, ci siamo aperti in una confidenza profonda, come non capitava da un po'.
Ci siamo visti diversi e ci siamo capiti. Direi ri-innamorati.

(G.S.)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)



Essere fecondi

"Chi ascolta queste mie parole e le mette in pratica è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia" (Mt 7,24-25). Diversamente si costruisce, da stolti, sulla sabbia (cf Mt 7,26-27).
Chi ascolta "costruisce" comunque, ma a seconda di dove si costruisce si sperimenta l'esito della nostra opera.
E' certo: non mettere in pratica la Parola, significa essere sterili.
Chi ascolta "costruisce", ma chi mette in pratica "costruisce sulla roccia", cioè le sue opere sono solide, hanno un futuro, sono feconde: sta proprio qui la fecondità e la stabilità del nostro ascoltare la Parola.
Sono convinto che è cosa ottima (anzi necessaria) ascoltare, imparare, leggere, meditare: costruisce... e gratifica; ma se non metto in pratica, rimango sterile.
Spero di non essermene accorto troppo tardi...

Un altro aspetto, poi, di come la Parola possa produrre tutti i suoi frutti in maniera abbondante è quando viene vissuta in comunione con altri. Ho provato a vivere così, insieme ad altri: si viene a creare una "circolazione" spirituale che produce i suoi frutti, che fa crescere la comunità. I frutti della Parola vissuta vengono comunicati, donati, per la crescita dell'intero "corpo", per la costruzione della casa su un fondamento stabile, sulla roccia.
Molte volte mi sono chiesto quale fosse il mio compito in seno alla comunità che sono chiamato a servire, nella diaconia della Parola. E' fuor di dubbio: vivere e comunicare: suscitare nelle persone questa "comunione" nella Parola, nelle esperienze della Parola, in modo che la comunità prenda coscienza di essere luogo della presenza della Parola, Chiesa, Verbo incarnato.

martedì 2 dicembre 2008

Oltre la notte

Ogni tempo ha la sua notte!

E ogni notte è vinta solo da chi vi si sottrae nella vigilanza. Il nostro tempo anzitutto vive la notte della verità, per cui tutto è vero e, allo stesso tempo, tutto è falso, una notte in cui ognuno baratta e vende la sua opinione e il proprio interesse per certezze granitiche. Il nostro tempo vive poi la notte del cuore e dei sentimenti: la crisi che attraversa le nostre famiglie lo testimonia, la fatica della fedeltà coniugale lo testimonia, i gelidi silenzi che calano nelle nostre tavole lo testimoniano. Il nostro tempo vive infine anche la notte dei valori, offuscati da sostanze che uccidono, confusi con il proprio piacere, ordinati secondo il proprio arbitrio. È la notte della vita, quando l'uomo perde Cristo e l'amore del Padre.
Vegliare significa reagire operosamente…
La storia è attesa, ma non è una sala d'aspetto in cui incrociare le braccia. La nostra operosità non nasce dalla convinzione di abbreviare la notte, ma dalla speranza certa che essa ha una fine. La sua fine coincide con il fine della nostra operosità.
(dal commento di Claudio Arletti sulla Parola della prima domenica di Avvento. Cf Vita Pastorale, n. 10/2008)

È dell'amore vigilare!
Quando incontro qualcuno lungo il corso della mia giornata, ho un'unica occasione per "essere": accogliere chi mi passa accanto e non mi sfiori invano.
Se in me c'è la Vita, posso trasmetterla, magari solo con lo sguardo o con un sorriso, allontanando, anche con fatica, ogni giudizio, ché solo a Dio compete giudicare.
Sperimento così la beatitudine di chi ha ricevuto dal Padre cose nascoste ai dotti e ai sapienti, perché così è piaciuto a Lui (cf Lc 10,21-24).
Così vivo la mia diaconia e contribuisco per la mia parte alla pace e alla fraternità, dove gli opposti si riconciliano, "il lupo dimora con l'agnello, il vitello e il leoncello pascolano insieme, e la saggezza del Signore riempie il paese, come le acque ricoprono il mare" (cf Is 11,1-10).

lunedì 1 dicembre 2008

Vegliare con il cuore

Riporto un passo del commento di Claudio Arletti sulla Parola di ieri, prima domenica di Avvento (cf Vita Pastorale, n. 10/2008): "Mai smettere di attendere colui che squarcerà i cieli".
Forse non ce accorgiamo, ma il frastuono del mondo in cui siamo immersi ci fa perdere di vista il senso profondo della nostra esistenza ed appesantisce il cuore.

Vegliare con il cuore significa non dimenticare mai che viviamo la notte dell'assenza e dell'attesa.
Vegliare significa vivere con il cuore proteso. Chi vive ogni istante come un passo in più compiuto verso la fine dei tempi, è sempre con colui che attende. È già con Cristo. I nostri fratelli monaci da sempre esprimono con il loro vegliare notturno anche l'attesa di tutto il creato e del cosmo. Noi sentiamo che tutta la natura e la storia attendono. Attendono un compimento, una redenzione, una liberazione.
(…)
Mentre fuori il mondo dorme, il credente ritarda il proprio sonno anche solo di pochissimi minuti per consacrare al Signore quell'istante, quella frazione della notte. L'ultima preghiera della giornata, piccola veglia gravida di significati, risponde all'intuizione di orientare il riposo, chiudendo gli occhi ma non assopendo il cuore.


Il cuore non dome mai, sa cogliere ogni istante e lo offre come un inno alla vita ed alla luce. E chi ti incontra riprende a sorridere ed a sperare.

venerdì 28 novembre 2008

Lasciarsi plasmare

30 novembre 2008 – 1a domenica di Avvento (B)

Parola da vivere

Noi siamo argilla
e tu colui che ci dà forma
(Is 64,7)

Nella vita civile, oggi, non c'è nulla ad indicarci l'Avvento che inizia; tempo di vigilanza, di conversione, di deserto, per leggere con occhi nuovi i segni dei tempi.
La celebrazione liturgica, ne offre i segni: il colore di penitenza, l'austerità della celebrazione, ma soprattutto la Parola di Dio che viene incontro alla nostra ricerca di Qualcuno che aiuti a ritrovare il senso della vita. Forse Dio lo sentiamo come quel padrone che è andato lontano, senza fissare il suo ritorno per i servi.
"Vigilate!" ci dice Gesù.
Ecco l'Avvento: entrare in un deserto interiore per riconoscere che ci sentiamo come un panno immondo, come foglie avvizzite portate via dal vento. Il nostro cuore si è indurito, ha bisogno di tenerezza, di compassione, di una scossa d'amore. Isaia sarà il nostro compagno di viaggio, insieme a Giovanni Battista e a Maria, la piena di grazia, cioè di Dio.
Preghiamo sommessamente e ripetutamente nel deserto del nostro cuore: "Signore, tu sei nostro Padre, noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma".
Riconoscerci argilla è la nostra parte, l'altra la farà il divino vasaio.

Testimonianza di Parola vissuta

Sono una giovane ucraina di 36 anni. Sono arrivata in Italia con l'inganno, la promessa di un lavoro onesto. Lascio immaginare ciò che mi sono vista costretta a fare, subendo violenze fisiche e psicologiche. Ma il desiderio di vivere era molto più forte di tutto questo. I primi anni mi sono sentita abbandonata da tutti, avevo bisogno di aiuto ma non sapevo dove cercarlo. Con la speranza nel cuore e tante preghiere mi sono rivolta al nostro Padre.
Ora posso dire che da quel momento è cominciato lentamente, ma costante il mio cambiamento interiore e poi anche quello esteriore. Voglio sottolineare che tutto è avvenuto grazie alle persone che il Signore ha messo sulla mia strada.
Nel mio Paese, fino a non molto tempo fa, c'era il comunismo; credere e frequentare la Chiesa era proibito; io comunque sono stata battezzata di nascosto e un'idea di Dio ce l'avevo: un signore con la barba lunga e bianca, con un bastone con cui castiga quelli che sbagliavano. Nonostante la mia tanta paura di essere castigata per gli sbagli che avevo fatto, sono arrivata al punto di chiedergli, gridando, il suo aiuto. Me lo ha dato. Sono stata accolta dalla Caritas dove ho trovato sostegno affettivo, morale e materiale. Una persona a me molto cara mi ha fatto vedere come veramente Dio. Quando ero disperata, mi raccontava la parabola del figlio prodigo. Con il suo aiuto ho scoperto un Dio pieno di amore e misericordioso.
Questa scoperta ha fatto nascere in me il desiderio di confessare tutto il mio passato e mettermi nel sue mani. Sono passati anni da quel giorno. Ora sono tutto diversa fuori e dentro, ho raggiunto alcune mete importanti: ho riavuto mia figlia e mio fratello, ho fatto un corso di qualifica che mi ha portato ad avere un lavoro sicuro. Frequento una scuola per avere maturità. Ma soprattutto so chi sono e di chi, ho imparato ad affrontare i problemi quotidiani, ho la forza di andare avanti; perché ora so che c'è Qualcuno che mi ama sempre nonostante gli sbagli.

(A. M.)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)


giovedì 27 novembre 2008

Come angeli

Ho partecipato recentemente ad una celebrazione liturgica in cui erano presenti alcuni vescovi ed un cardinale. A lato dell'altare, dove mi trovavo assieme ad altri diaconi e ad un folto numero di presbiteri, ho potuto assistere ad una scena che mi ha fatto riflettere sulla presenza del diacono non solo nelle celebrazioni liturgiche, ma a quello che esse rimandano.
I due diaconi che assistevano il celebrante principale, nel loro muoversi e nel loro stare, mi sembravano come due angeli che stanno presso il trono dell'Agnello e lo servono.
Non fanno altro che "essere rivolti" verso Colui del quale sono annunciatori e fedeli esecutori. Non hanno potere proprio, ma sono la realizzazione e l'incarnazione del Suo Volere. L'angelo è colui che pone in atto il volere di Dio. Il diacono è l'occhio e l'orecchio del vescovo, perché la sua presenza in mezzo al popolo sia piena e fruttuosa.

venerdì 21 novembre 2008

L'avete fatto a me

23 novembre 2008 – CRISTO RE

Parola da vivere

Ciò che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me (Mt 25,40)

Oggi è la festa di Cristo re dell'universo. Non per attribuirgli un titolo di onore, un premio, un pubblico riconoscimento.
È festa per rivelare la stessa natura di Cristo. Egli è re dell'universo perché in Lui ci siamo tutti, noi siamo diventati Lui. Anche se non lo sappiamo o troviamo più comodo dimenticarcene.
"Qualunque cosa avrete fatto al più piccolo di questi miei fratelli, l'avete fatta a me". Quindi siamo fratelli e abbiamo un unico Padre.
Non basta che Gesù abbia dato la vita sulla croce per noi, amandoci fino alla fine, c'è bisogno che Lui ami ognuno, a partire dai più piccoli come Gesù che è in me e il piccolo sia amato per Gesù che è in lui.
Il giudizio finale sarà l'entrata trionfale di tutti noi con Gesù nella Trinità, biglietto d'entrata sarà solo l'amore che poco a poco ci ha trasportati in Dio: "Avevo fame... avevo sete...".
Incominciamo subito allora a riconoscere Gesù in chiunque ci passa accanto e al di là di ogni vecchia discriminazione tra ricco e povero, colto e ignorante, simpatico e antipatico, vecchio e giovane, bello e brutto; trattiamo ogni prossimo come realmente tratteremmo Gesù.
Qualunque sia poi la nostra posizione sociale non perdiamo le numerose occasioni di fare tanti atti d'amore, soprattutto verso i più bisognosi di cui veniamo giorno per giorno a conoscenza nelle nostre città e nei paesi lontani. E quando ce ne dimentichiamo, ricominciamo subito. Il prossimo da amare non mancherà mai.

Testimonianza di Parola vissuta

Poco tempo fa ho incontrato per strada una signora che conosco, con il suo nipotino di 2 anni e mezzo. Angosciata mi chiede dei soldi per poter arrivare a fine mese. È vedova e l'unico figlio è rimasto senza lavoro. Non ho esitato e, con un "per te Gesù" le ho dato quanto mi aveva chiesto, pensando dentro di me che avrei fatto un po' più di economia per arrivare anch'io a fine mese. Così le ho detto di non pensare a restituirmeli, come lei mi prometteva, ma di tenerli per il bambino.
Nel lasciarli, il bimbo che aveva seguito tutto il nostro discorso, mi guarda con due occhioni mesti e mi dice: "Ciao, grazie". Mi sono sentita scoppiare il cuore dalla commozione.
Dopo una settimana mia figlia viene a casa dal lavoro tutta contenta: le avevano dato dei soldi in più di premio e mi dice: "Mamma, tienili tu". Era esattamente la stessa cifra che avevo dato a quella signora.

(MR.P.)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)

mercoledì 19 novembre 2008

Convegno CEI sul diaconato

Sono di ritorno da una breve visita al Convegno CEI sul diaconato in Italia, dal titolo "Il diaconato permanente nella Chiesa italiana oggi: Criteri di discernimento e itinerari di formazione", tenutosi in questi giorni a Sassone-Ciampino (RM). La permanenza alla sessione finale ed a qualche intervento del pomeriggio precedente mi ha fatto costatare che la "realtà dei diaconi" è presente nella Chiesa italiana, è apprezzata ed amata.
Non mancano ombre, frammentazioni nel percorso formativo; ma si coglie nettamente la volontà di superarle e di "gustare" questa "novità dello Spirito" per le nostre Chiese di oggi e di domani.
Il percorso è ancora lungo, ma è iniziato e sta dando i suoi frutti.
Preparare persone che sappiano donarsi all'umanità: presenza di quella Chiesa che è in mezzo ed accanto alla gente!
La formazione spirituale è l'aspetto "unificante" di questo percorso in cui la formazione umana, teologica e pastorale prendono il loro giusto posto, evitando così il rischio della "funzionalità".
La Chiesa è veramente più se stessa, e quindi più bella, se sa ripensarsi e riproporsi come tutta protesa al Servizio dell'umanità, in una diaconia che è segno e presenza dell'Amore di Dio per il mondo.


domenica 16 novembre 2008

Rocco racconta (la festa)

Raccolgo questa testimonianza dell'amico diacono Rocco. Aggiungo un'altra perla a quelle già raccolte nella rubrica "Rocco racconta".


Ho celebrato il sacramento del battesimo a due ragazzi di 14 e 12 anni. Hanno atteso tanto perché aspettavano che il papà uscisse dal carcere.
Così quella mattina la chiesa era piena di gente, parenti, amici, conoscenti. Mi sono ricordato che questa è la gente per cui debbo dare la mia vita: è la mia gente!
È stato un momento di festa, di vera festa. Alla fine mi hanno detto loro stessi che è stata una celebrazione dove è passato veramente l'amore di Dio. Il padre diceva che fino ad allora non si era mai posto il problema di Dio; ora però partecipare a questa festa dei suoi bambini lo ha fatto riflettere. Un buon motivo per cambiare vita. L'amore penetra.
Quello che io ho capito è che devo essere Amore da farmi mangiare dagli altri. È solo questo quello che conta! E lo puoi fare sempre, soprattutto verso gli ultimi, i violenti, i carcerati.
Il Crocifisso vivo trasforma tutto: è veramente il Risorto in mezzo a noi!

venerdì 14 novembre 2008

Far fruttificare i talenti

16 novembre 2008 – 33a domenica del Tempo ordinario (A)

Parola da vivere

A chiunque ha verrà dato ( ... )
ma a chi non ha verrà tolto
anche quello che ha
(Mt 25,29)

Il talento è una moneta preziosa. Può essere paragonato al dono della vita, alla salute, all'intelligenza, alle doti naturali. Non c'è bisogno di possederne più d'uno per sentire che dobbiamo farlo fruttificare. Alcuni hanno ricevuto doni (talenti) particolari a servizio della Chiesa e del mondo. Ma noi che, in maggioranza, ci sentiamo persone comuni, che fare del nostro talento?
Sei diplomato? Perché non mettere a disposizione qualche ora per insegnare a chi non sa o non può studiare?
Hai un cuore particolar-mente generoso? Non hai mai pensato di mobilitare delle forze ancora sane in favore della gente povera ed emarginata e rimettere così nel cuore di molti il senso della dignità dell'uomo?
Sei portato alla musica, alla poesia, alla recitazione? Che occasione di rendere più attraenti, più ricche, più moderni gli incontri della tua comunità ecclesiale, per sfatare l'idea che la liturgia della Chiesa è pesante, vecchia e senza gioia?
Hai doti particolari per confortare? Oppure per tenere la casa, per cucinare, per confezionare con poco abbigliamenti utili o per lavori manuali? Guardati attorno e vedi chi ha bisogno di te.
Noi cristiani non abbiamo tempo libero, finché ci sarà sulla terra un ammalato, un affamato, un carcerato, un ignorante, un dubbioso, uno triste, un drogato, un disabile, un orfano, una vedova...
E la preghiera non ti sembra un talento formidabile da utilizzare, dato che in ogni momento puoi rivolgerti a Dio presente dappertutto?
Se tutti i cristiani nella Chiesa mettessero a disposizione degli altri i loro doni, l'amore scambievole che ne nasce sarebbe una esplosione di fede nel Gesù presente e vivo tra loro. Sarebbe una rivoluzione.

Testimonianza di Parola vissuta

In questi giorni sto vivendo in modo particolare il "non sono venuto per essere servito, ma per servire".
Ieri ad esempio mi sono trovato ad ascoltare un mio amico che era in difficoltà. Ascoltare è un modo di servire. Ma in un primo momento invece di servire mi "facevo servire". Infatti subito ho assalito il mio amico con i "miei consigli salutari"... Ma mi stavo servendo dell'occasione per dimostrarmi che ero bravo e sapevo consigliare il prossimo! E quello a gridarmi: "Ma no! Ma non capisci!".
Ho capito subito il mio passo falso e mi sono ritirato in silenzio lasciando fare chi capisce veramente. Il mio amico ha ripreso a raccontarmi le stesse cose con parole più o meno uguali. Alla fine è uscito dalla stanza più soddisfatto.
Ho capito che aveva solo bisogno di essere ascoltato.

(N.B.)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)

mercoledì 12 novembre 2008

Essere in alto ed essere servi

Molto spesso ci capita di assistere, durante una celebrazione liturgica, alla scena di una chiesa con le persone assiepate in fondo e coi i primi posti liberi. Chi presiede molte volte invita le persone a venire avanti, sovente con scarso effetto.
Un giorno, scherzando, ho detto al sacerdote che presiedeva: il bicchiere comincia a riempirsi dal fondo!
Questa scena è stata l'occasione per una riflessione su come riempire il bicchiere da quello che noi pensiamo sia l'alto, cioè dalla parte di chi presiede. Cosa impossibile, a meno che non ribaltiamo i punti di vista.
Al di là della metafora, a chi presiede spetta il compito di essere, sì "in alto", ma contemporaneamente "in basso", al fondo… così il bicchiere si riempie fino all'orlo.
Se le persone riescono a cogliere che in chi sta in alto è in realtà colui che serve, questo può accadere, non senza qualche perplessità di qualcuno.
Così è accaduto nell'Ultima Cena, quando Gesù si è messo a lavare i piedi ai discepoli; scena caratterizzata dalle parole: "Se io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri".
Un atteggiamento di questo genere comporta un rapporto vero e sincero all'interno della comunità, in cui si sperimenta un legame profondo di fraternità. La conseguenza: le chiese si riempirebbero "dall'alto" fino al fondo. Ma occorre che "chi sta in alto sia il servo di tutti".

domenica 9 novembre 2008

La comunità, tempio di Dio

Al termine di questa giornata, il cui tema dominante della liturgia della Dedicazione della Basilica Lateranense è il "tempio", mi porto dentro questa convinzione profonda: è essenziale, oggi, nell'epoca in cui viviamo, fare l'esperienza della presenza di Dio nel suo tempio che siamo noi, la comunità dei credenti che sperimenta la presenza del Risorto vivo ed operante in mezzo ad essa.
La comunità è il nuovo tempio!

Sono tuttavia certo che questa realtà non può tradursi in visibilità luminosa, se noi, le singole persone che compongono la comunità, non siamo tempio dello Spirito Santo. Nel contempo però noi non lo saremo "pienamente" se il Santo non è in mezzo a noi.
In altre parole, Gesù è in mezzo a noi se noi siamo Gesù, ma non lo siamo "in pienezza" se Lui non è in mezzo a noi, per l'amore reciproco fino al dono della vita.
È vivere qui in terra secondo il modello della Santissima Trinità, nella dinamica del rapporto delle Divine Persone.

sabato 8 novembre 2008

Il lavoro del diacono

Mi è capitato di dover approfondire alcuni aspetti del documento conciliare sulla Chiesa, la "Lumen gentium", ed in particolare il capitolo IV che parla dei laici.
In modo mirabile il Concilio descrive chi sono i laici e la loro indole peculiare.
Voglio soffermarmi sul passo del paragrafo 31: "Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti e singoli i doveri e affari del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall'interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo mediante l'esercizio del proprio ufficio e sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo, a manifestare Cristo agli altri, principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro fede, della loro speranza e carità. A loro quindi particolarmente spetta di illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che sempre siano fatte secondo Cristo, e crescano e siano di lode al Creatore e Redentore".
Prima dice anche qualcosa di coloro che non sono laici: "I membri dell'ordine sacro, sebbene talora possano attendere a cose secolari, anche esercitando una professione secolare, tuttavia per la loro speciale vocazione sono destinati principalmente e propriamente al sacro ministero".
Davanti a questo testo del Concilio mi è venuta alla mente la condizione dei diaconi permanenti, che di norma sono sposati ed esercitano una professione. Non si distinguono, per le loro attività nel mondo, da chiunque abbia famiglia ed una professione. Il diacono però non si realizza primariamente nel suo lavoro, ma nella sua vocazione ecclesiale particolare.
Leggo ne "Il Direttorio per il ministero e la vita dei diaconi permanenti (Impegni professionali)", al numero 12: "L'eventuale attività professionale o lavorativa del diacono ha un significato diverso da quella del fedele laico. Nei diaconi permanenti il lavoro rimane collegato al ministero; essi, pertanto, terranno presente che i fedeli laici, per loro missione specifica, sono "particolarmente chiamati a rendere presente e operosa la Chiesa in quei luoghi e in quelle circostanze, in cui essa non può diventare sale della terra se non per loro mezzo".

Il lavoro fa parte della nostra vita, ma il suo scopo è un altro: per il diacono anche il lavoro rimane legato al ministero.
La difficoltà però sta nello scoprire come questa "diversità" si realizzi, senza cadere nel clericale.
Qui sta la sfida!

venerdì 7 novembre 2008

Far parte di una comunità

9 novembre 2008 – Dedicazione della Basilica Lateranense

Parola da vivere

Stringetevi al Signore, pietra viva (1Pt 2,4)

Ricordare ogni anno la dedicazione della Basilica Lateranense, prima cattedrale e dimora del Papa dal IV secolo, non ci ferma alle magnifiche pietre che la costituiscono, ma ci riporta alla pietra fondamentale che rappresentano, il Signore, pietra viva.
Anche Gesù, nel tempio, va al di là della stupenda costruzione, anzi la condanna perché aveva perso la funzione di simbolo, fondato sulla roccia viva che è Dio, presente tra il suo popolo.
Oggi quindi la liturgia ci pone una domanda fondamentale e inquietante: "Tu sei pietra viva, legata ad altre pietre vive amalgamate e unite tra loro, fondate fermamente sulla pietra fondamentale che è Cristo? Sei parte di una comunità, pur piccola, pur lontana dal centro geografico della cristianità, ma che testimonia il primato della carità a cui il vicario di Cristo presiede?".
Che occasione di fare e rifare l'esperienza di Chiesa viva, anche solo in due o tre, uniti nel nome di Gesù!

Testimonianza di Parola vissuta

A fine giornata ero stanco, senza voglia di fare e andare; volevo solo riposarmi, ma c'era la chiamata all'incontro e anche il desiderio di condividere con il gruppo della Parola.
Poi sono andato. Piano piano ho cominciato a gustare lo stare insieme; la stanchezza se n'era andata. Valeva la pena esserci. Era da poco passato il Natale e anch'io avevo il desiderio di raccontare la mia esperienza fatta in quei giorni.
Da tempo sentivo la necessità di incontrare delle persone che vivevano situazioni un po' difficili di salute e di rotture familiari, ma avevo paura di essere sconveniente e di non trovare le parole giuste. L'impegno a vivere il Natale con spirito di accoglienza e condivisione mi ha spinto a decidermi. Sono stati momenti pieni di vero rapporto umano, intenso e caloroso, con il cuore dilatato nella gioia, vedendo quelle persone che, in fondo, mi aspettavano e anche loro erano contente molti più di quanto potessi pensare.
Mi sono detto: "Non più aspetterò così tanto ad incontrare chi ha bisogno anche di me e non mi lascerò più fermare dai timori!".

(Emiliano)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)

mercoledì 5 novembre 2008

La differenza

Mi sono incontrato con alcune persone che mi hanno chiesto in che cosa consista la differenza tra quello che può svolgere un semplice laico impegnato in parrocchia e un diacono. Ho cercato di rispondere…
Colgo l’occasione di questo avvenimento per riflettere ancora sulla presenza sacramentale del diacono. Ne ho già parlato altre volte, anche recentemente (vedi “Il diacono, sacramento di Cristo” del 27/10/2008), come anche nell’intervento apparso sulla rivista “Il diaconato in Italia” e riportato in questo blog (vedi “Secondo l’amore trinitario” del 17/05/2008).

Ora mi piace soffermarmi sul fatto che una “presenza” sacramentale di Gesù in seno alla comunità ha una sua valenza particolare in quanto è portatrice in sé di una grazia speciale, non solo per il soggetto, ma per la comunità dove è inserito. Questo vale per ogni sacramento: è un dono per la persona ed un dono ed una presenza di Cristo nella comunità.
Tutti fanno le medesime cose, ma non tutti allo stesso modo e con le stesse finalità specifiche.
Mi è venuto spontaneo chiedere al mio interlocutore che differenza passi tra una coppia sposata, il cui legame non è suggellato da un sacramento, ed un’altra che sceglie di vivere il proprio matrimonio come sacramento.
A prima vista la domanda potrebbe sembrare banale, ma non lo è.
Si intende che le persone interessate, in entrambi i casi, vivono intensamente il loro legame d’amore e non scelgono soltanto per tradizione.
La differenza (non l’unica, ma la più immediata) è che gli sposi cristiani vivono la loro coniugalità come segno sacramentale di Cristo, presenza di Lui che, nella coppia, dice alla comunità come è stato ed è il Suo Amore per la Chiesa e quindi per l’umanità. Non serve soltanto ad aiutarti ad essere fedele al proprio coniuge (aspetto importantissimo, ma non sufficiente e molto riduttivo), dato che è dell’amore, se pienamente vissuto, l’essere fedeli (e lo sono, anche i non cristiani…).
Tutti vivono lo stesso matrimonio, e bene, ma non tutti con la stessa finalità in rapporto alla collettività.
Così è del diacono in rapporto al laico.
Si riceve una grazia, iniziativa gratuita di Dio (alla quale la persona interessata aderisce con tutta se stessa, conformandosi al disegno di Dio), per essere noi stessi, a nostra volta, dono agli altri per formare l’unico corpo di Cristo.


venerdì 31 ottobre 2008

La promessa della gioia piena

1 novembre 2008 – Tutti i Santi
2 novembre 2008 – Commemorazione dei fedeli defunti

Parola da vivere

Rallegratevi ed esultate,
grande è la vostra ricompensa nei cieli
(Mt 5,12)

In questo giorno, a ben riflettere, non è che dobbiamo fare festa ai Santi: non ne hanno bisogno perché la loro eternità è un'unica, interminabile festa. Siamo noi che dobbiamo fare festa, al di là delle tradizioni popolari.
Festa perché ci è spalancato il cielo che ci mostra moltitudini di persone felici, pienamente realizzate in Dio, splendenti come stelle attorno all'unico immenso sole.
I loro nomi fanno parte del calendario dei canonizzati dallo stesso Gesù: poveri, afflitti, miti, assetati e affamati di giustizia, misericordiosi, puri di cuore, operatori di pace, perseguitati, insultati, calunniati... tutta gente che si trova lungo il cammino della vita.
Quindi è festa perché anche noi siamo chiamati a ricevere questo nome nuovo e a partecipare con i santi alla pienezza di Dio.
È festa perché la felicità si rivela più un dono che una conquista. Rinunciamo a noi stessi, lasciamo perdere le vanità del mondo perché Gesù si è rivelato il nostro tesoro, siamo santi per il Santo che è in noi e tra noi.
Felici quindi anche di soffrire, di vivere nell'amore paziente quotidiano, perché i santi sono la garanzia che grande sarà la nostra ricompensa.

Testimonianza di Parola vissuta

Sono nata nel 1966 a Roma da genitori che proprio in quell'anno erano stati conquistati dall'annuncio dell'amore di Dio e per questo mi hanno dato il nome tanto bello e cristiano che ho. A venticinque anni avevo un bel fidanzato e una laurea in scienze politiche; aspiravo ad entrare nel mondo del giornalismo. Fu allora che rimasi colpita dalla promessa della gioia piena che Gesù fece ai suoi (Gv 15,11). Quella promessa per me fu la chiamata a portare Gesù a chi ha la morte nell'anima. In quello stesso tempo mi ritrovai colpita da una malattia rara molto grave, la sindrome di Behçrt, che in poco tempo mi rese quasi completamente cieca. Davanti a me si presentava una prospettiva estremamente triste: ero tutt'altro che propensa ad accettare la cecità e stavo andando incontro ad una morte molto dolorosa. Avevo appreso però dal Vangelo che Gesù è capace di guarire. Così feci questa promessa: "La mia vita è tua. Mettimi nelle condizioni di portare la tua presenza a chi vive già nella morte e per questo ti chiedo la guarigione". La mattina seguente mi svegliai guarita: anche la mia vita era tornata ad essere normale, anzi migliore del normale.
Così potei corrispondere alla chiamata di Dio, scendendo di notte in quei sotterranei della stazione Termini e della metropolitana di Roma dove languisce gente giovane devastata dall'alcool e dalla droga, persone sfigurate che continuano a farsi del male. Solo Dio poteva darmi la forza di andare lì ad annunciare a quelle persone il suo amore che salva. Qualcuno di loro mi chiese di venir via con me, ma io non avevo un posto per loro. Cercai inutilmente. Il giorno in cui lasciai la casa, il lavoro e il fidanzato per dedicarmi totalmente a Gesù, mi fu donato un appartamento nel quale cominciai ad accogliere queste persone. Fu con loro che ebbe inizio la storia di "Nuovi Orizzonti".

Chiara Amirante (nella foto)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)


martedì 28 ottobre 2008

Il diaconato in Italia

Il diaconato in Italia n° 151 (luglio/agosto 2008)




La Parola rinnova la creazione:
una diaconia alla vita

Sommario


EDITORIALE
La diaconia della Parola, segno sacramentale della creazione (Giuseppe Bellia)

CONTRIBUTO
la Parola proclamata rinnova la creazione (Enzo Petrolino)

STUDIO
La creazione sapiente (Angelo Passaro)

OMELIA
Il coraggio di credere (Adriano Caprioli)

ANALISI
Dal libro assente alle tracce di un risveglio (Brunetto Salvarani)

PASTORALE
Diaconia alla vita: nuova pastorale familiare? (Leonardo Santorsola)

PAROLA
La vicenda di Paolo: dalla conversione all'annuncio (Luca Bassetti)

TESTIMONIANZA
Diaconia nelle case degli uomini (Adler Rituani)


Rubriche

ASCOLTO
Cosa vuoi dire misericordia? (Marco Renda)

FAMIGLIA
Le mogli dei diaconi (Pierangela Zaffaroni)

COMUNICAZIONI
Lettera agli anziani (Benito Cutellè)

DOCUMENTI
Diaconato e Codice di diritto canonico


lunedì 27 ottobre 2008

Il diacono, sacramento di Cristo

Noi riceviamo un sacramento, ci viene donato un segno che porta in sé tutta la grazia e la potenza di Dio, e che ci trasforma intimamente, nel profondo del nostro essere; ci trasforma in ciò che il dono di Dio rappresenta.
Questo vale per tutti i sacramenti.
La persona lo riceve per "essere" lei stessa quel "segno fatto persona".
Si riceve per sé, si riceve per gli altri, per essere dono all'umanità, quali persone "nuove" che formano un "corpo nuovo", Gesù presente oggi…
Il diacono, quale segno di Cristo che dà la vita per noi, in seno alla comunità vive secondo la sua vocazione se veramente "dà la vita" per i fratelli, facendosi "uno" con loro, ascoltandoli, accogliendo nel proprio cuore e nella propria vita ogni affanno e pena…
Le persone, sentendosi amate e non respinte, sperimentano l'amore di Dio; si sentono interiormente coinvolte dallo Spirito ad "essere benevole le une verso le altre, misericordiose", sollecitate al perdono reciproco, perché sperimentano il perdono di Dio nella persona che le ha accolte, come accoglierebbe Gesù, …in suo nome (cf Ef 4,32).
Così ciascuno si sentirà spinto a camminare nella carità, sull'esempio di Gesù, donando la propria vita per i fratelli, quale "sacrificio di soave odore" (cf Ef 5,1-2).

sabato 25 ottobre 2008

Dio in tutti

Il pensare che l'opera di diffusione del vangelo si compie in modo appropriato e fruttuoso quando è coinvolta la comunità cristiana intera, quale soggetto di evangelizzazione, mi rimanda all'invito di san Paolo (cf. Ef 4,1-6) a "comportarci in maniera degna della vocazione ricevuta, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandoci a vicenda con amore, cercando di conservare l'unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace". Formiamo infatti "un solo corpo in un solo Spirito". Mi fa vedere sotto un'ottica diversa, nuova, tutti i rapporti in seno alla comunità cristiana. Il rapporto tra pastori e fedeli e viceversa, come pure all'interno di chi esercita un ministero ordinato, prende forma a partire da questa Parola, al di là e senza nulla togliere alla funzione propria di ciascuno: "Dio è padre di tutti, è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti".

venerdì 24 ottobre 2008

Essere amore

26 ottobre 2008 – 30a domenica del Tempo ordinario (A)

Parola da vivere

Qual è il più grande comandamento della legge? (Mt 22,36)

Come Gesù, anche sant'Agostino ha dato una risposta estremamente semplice a tutti i teologi, ai moralisti, ai canonisti: "Ama e fa' quello che vuoi".
Ma per amare bisogna aver conosciuto l'Amore, bisogna essere amore. Come Dio che ci ama ed è amore.
Gesù facendo dei due un solo comandamento, ci indica che il punto di incontro tra l'amore di Dio e il prossimo è l'Incarnazione. Dio che si fa carne, cioè uomo. Da questo momento la linea che ci porta a Dio passa obbligatoriamente per l'uomo, per il figlio di Dio che tutti noi siamo diventati.
Nell'Antico Testamento la legge dell'amore passava attraverso la "com-passione", per l'essere tutti immagine di Dio, per l'origine e il destino comune a tutti.
Oggi, l'altro è Gesù. In Lui trovo tutto Dio che si è offerto per noi e tutta l'umanità che in Gesù è stata ricreata a nuova vita attraverso la croce.
Essere cristiani quindi è semplice, basta amare. Ma estremamente impegnativo perché l'amore chiede tutto, dà tutto, è Dio.

Testimonianza di Parola vissuta

Lo scorso anno, impegnandomi a fondo, sono riuscito ad essere il primo della classe. Per questo ho ricevuto un premio in denaro dalla scuola. Ho dato i soldi ai miei genitori che li hanno usati, integrando la cifra, per comprare due libri che mi sarebbero serviti per quest'anno. Durante le vacanze, un amico me ne ha chiesto in prestito uno. Ne ero molto geloso, ma, vedendo in lui Gesù, gliel'ho dato, raccomandandogli però di usarlo con molta attenzione.
Un mese dopo sono venuto a sapere che questo libro era stato ricoperto di scritte e disegni e mi sono arrabbiato molto. Volevo che fosse Gesù a farmi capire cosa fare e così, per confrontarmi, sono andato a parlare con un compagno con il quale condivido un cammino spirituale. Lui mi ha detto che il mio amico aveva dimenticato sul tavolo di casa il libro: la sua sorellina vi aveva fatto quelle scritte e quei disegni. Ho capito che non dovevo essere attaccato ad una cosa che passa ed ho bruciato la collera in me.
Alcuni giorni dopo ho incontrato il mio amico, che era mortificato e non sapeva come dirmi dell'accaduto. Ho fatto io il primo passo per sdrammatizzare tutto e lui mi ha detto di aver già rivestito il libro con una bella copertina che nascondeva i "frutti" del talento della sorellina. Gli ho detto che la copertina trovata era troppo bella e ci siamo messi a ridere tutti e due!

(Rindra, India)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)


mercoledì 22 ottobre 2008

Un solo uomo nuovo

Il passo di Efesini 2,12-22 della liturgia di questi giorni mi ha fatto riflettere sul mio essere (e quindi operare) nella comunità cristiana, dove sono presenti diverse categorie di persone, dalle più praticanti a quelle che, pur sentendosi attratte dal messaggio di Gesù, non si sentono parte di quella comunità che si incontra alla liturgia domenicale.
Eppure sono tutti fratelli in Cristo Gesù!
C’è una conversione da fare sul come essere “diaconia” che porta all’unità…
Quelli che sono considerati “lontani”, ora sono “diventati i vicini grazie al sangue di Cristo”, quel sangue che è segno di quel “dare la vita” a cui siamo chiamati. Essere come Gesù che ha creato "in se stesso dei due un solo uomo nuovo… un solo corpo per mezzo della croce, distruggendo in se stesso l'inimicizia, annunciando perciò la pace… in modo da non essere più stranieri, ma cittadini dei santi e familiari di Dio… in modo da diventare insieme dimora di Dio per mezzo dello Spirito".
È in me stesso, nella mia persona, che si attua questa unità che poi si manifesta anche nel corpo della comunità. Ma bisogna essere come Gesù, che ha dato la vita.




domenica 19 ottobre 2008

L'ipocrisia dei farisei…

Riflettendo sulla conversazione dei farisei con Gesù sull'opportunità o meno di pagare il tributo a Cesare e sulla loro ipocrita intenzione, mi sono venute in mente tutte le volte che si scende a compromesso con certe situazioni particolari legate a privilegi o a ricchezza.
Ipocritamente i farisei, che pur odiavano i romani, usufruivano comunque della loro ricchezza utilizzandone le monete.
Quante volte i cristiani (a tutti i livelli, singolarmente o collettivamente) si compromettono... e hanno le mani legate... anche a fin di bene (così dicono)…
Il mio essere nella comunità a servizio del vangelo mi spinge a quella coerenza che sa usare dei mezzi umani secondo il piano di Dio nel rispetto della dignità di ogni persona, nella cui coscienza è impressa l'immagine di Dio.
Solo così posso dare il mio contributo a quell'originario piano del Creatore che è la fraternità universale.


sabato 18 ottobre 2008

Nello Spirito...

Mi colpisce sempre la verità che "il Dio di Gesù Cristo, il Padre della gloria" manifesti Se stesso e ci elargisca tutti i suoi doni attraverso il Figlio nello Spirito.
Sta in quel "nello Spirito" la novità di questa manifestazione.
Non è una semplice trasmissione di "luce", ma è un immergerci nella "relazione" che intercorre tra il Padre e il Figlio, cioè nello Spirito Santo.
Ogni cosa, ogni verità nasce e si comprende nell'Amore vicendevole, perché così, in questo modo, tutto nasce da Dio e si mantiene nell'essere.



venerdì 17 ottobre 2008

La politica, sublime espressione della fraternità cristiana

19 ottobre 2008 – 29a domenica del Tempo ordinario (A)

Parola da vivere

È lecito o no pagare il tributo a Cesare? (Mt 22,17)

"Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio".
Questa sentenza pronunciata da Gesù contro l'ipocrisia dei farisei ha attraversato i secoli per ricordare che il potere è a servizio del Regno di Dio, unico bene come unico è il Dio che dobbiamo scegliere al di sopra di ogni altra cosa e amare con tutto il cuore, l'anima e le forze.
Chi dice di amare Dio magari attraverso strutture che si fregiano del nome cristiano, ma non ama il fratello e non lo serve, mettendosi all'ultimo posto, lavandogli i piedi, facendosi schiavo d'amore, è ugualmente ipocrita come i farisei; chi odia il fratello, facendo differenze e divisioni, è omicida.
Per discernere la storia, Dio ci ha dato i profeti che ci salvano dal prostituire i regni a idoli e ideologie, ci ha dato i martiri che tracciano con il sangue il cammino segnato dalle orme di Cristo, alla luce della croce.
Anche oggi è così: una chiesa di profeti e di martiri tiene alta la tensione al Regno che cresce fra gli uomini, trasferendovi il modello del Cielo: sia santificato il Tuo nome, sia fatta la Tua volontà, il Tuo pane sia diviso tra tutti, insieme all'amore fraterno che paga i nostri debiti di fratelli divisi, tra Caino e Abele.
I missionari, al di là delle loro opere religiose e sociali, portano questa novità del Regno e aiutano non a scoprire il minimo, il tributo da dare a Cesare, ma formano i veri cristiani che della politica fanno la più sublime espressione della fraternità cristiana.


Testimonianza di Parola vissuta

Da dieci anni sono sindaco del mio Comune. Fui denunciato alla magistratura per una presunta violazione delle leggi sul collocamento obbligatorio dei lavoratori, e questo perché il Comune pubblicizzava le offerte di lavoro delle aziende presenti nella nostra zona. Il giudice non solo mi assolse con formula piena, ma addirittura lodò il mio comportamento per la sensibilità verso la popolazione.
Tornando a casa meditavo la vendetta: un bel volantino da distribuire nelle case e, magari, anche un articolo sui giornali locali per colpire duramente la minoranza responsabile della denuncia. Proprio in quei giorni mi arrivò un invito a partecipare ad un convegno internazionale sulla fraternità in politica, dal tema: "Una cultura di pace per l'unità dei popoli". Ci andai.
Per costruire l'unità tra le persone e popoli - ecco il dato fondamentale - è necessario avere una "cultura di pace" dentro ciascuno di noi, costruita con il sacrificio e con la perdita di ogni pretesa di affermazione a tutti i costi del proprio io e delle proprie idee.
Tornai a casa deciso a fare qualcosa per iniziare, per contribuire a realizzare l'unità nel mio Comune. Il volantino, già pronto per la tipografia, fu stracciato. Ho cominciato, invece, a cercare un diverso rapporto con i consiglieri di minoranza: non più polemiche e ripicche, ma informazioni corrette; cercare il positivo nelle loro proposte; coinvolgerli quando c'era qualcosa di importante da decidere.
Mi è stato molto d'aiuto, in tutto ciò, condividere ogni esperienza e difficoltà con altre persone impegnate in amministrazioni comunali e che aderiscono alla spiritualità dell'unità in politica.
In Comune, il clima è cambiato profondamente: cessate le battaglie all'ultimo sangue, sono subentrati dialogo e confronto, e serenità nell'azione amministrativa. Si sono costruiti rapporti personali sempre più sinceri e si è arrivati, pur nel rispetto della libertà e autonomia di ciascuno, a non avere quasi più voti contrari in Consiglio comunale. Così, è diventato molto più semplice governare il paese e dare risposte tempestive e adeguate ai bisogni e alle esigenze della nostra gente.

(Luigi L., Italia)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)