In modo mirabile il Concilio descrive chi sono i laici e la loro indole peculiare.
Voglio soffermarmi sul passo del paragrafo 31: "

Prima dice anche qualcosa di coloro che non sono laici: "I membri dell'ordine sacro, sebbene talora possano attendere a cose secolari, anche esercitando una professione secolare, tuttavia per la loro speciale vocazione sono destinati principalmente e propriamente al sacro ministero".
Davanti a questo testo del Concilio mi è venuta alla mente la condizione dei diaconi permanenti, che di norma sono sposati ed esercitano una professione. Non si distinguono, per le loro attività nel mondo, da chiunque abbia famiglia ed una professione. Il diacono però non si realizza primariamente nel suo lavoro, ma nella sua vocazione ecclesiale particolare.
Leggo ne "Il Direttorio per il ministero e la vita dei diaconi permanenti (Impegni professionali)", al numero 12: "L'eventuale attività professionale o lavorativa del diacono ha un significato diverso da quella del fedele laico. Nei diaconi permanenti il lavoro rimane collegato al ministero; essi, pertanto, terranno presente che i fedeli laici, per loro missione specifica, sono "particolarmente chiamati a rendere presente e operosa la Chiesa in quei luoghi e in quelle circostanze, in cui essa non può diventare sale della terra se non per loro mezzo".
Il lavoro fa parte della nostra vita, ma il suo scopo è un altro: per il diacono anche il lavoro rimane legato al ministero.
La difficoltà però sta nello scoprire come questa "diversità" si realizzi, senza cadere nel clericale.
Qui sta la sfida!
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