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venerdì 5 giugno 2020

La sorgente della più vera umanità


Santissima Trinità (A)
Esodo 34,4b-6.8-9 • Salmo Dn 3,52-56 • 2 Corinzi 13,11-13 • Giovanni 3,16-18
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

«Credo in un solo Dio»: questa professione di fede è comune anche agli Ebrei e ai Musulmani; sulla bocca dei cristiani ha però un significato molto diverso.
Noi, credenti in Gesù, proseguiamo specificando: «Padre... Figlio... Spirito Santo».
Il nostro Dio non è un Dio solitario, in compagnia soltanto di se stesso, in una beatitudine inaccessibile, ma è una "famiglia", una pluralità di persone unite nell'amore.
Il mistero di questo Dio unico in tre Persone è la sorgente da cui deriva ogni realtà creata: dalla pietra al filo d'erba, dal fiore alle galassie, dall'uomo agli altri esseri spirituali, tutto esiste perché le tre Persone lo hanno voluto, continuano a volerlo e mantenerlo nell'essere. La creazione è sempre in atto, è sempre in corso.
Non ci inganniamo quando, cogliendo l'armonia e l'interdipendenza fra gli esseri creati, pensiamo che al di sotto della realtà tanto varia e molteplice c'è un "amore" che tutto pervade ed unifica, spingendo ogni cosa ad incontrare l'altra.
Nella relazione che lega tra loro le realtà create si riflette "l'amor che fece il sole e l'altre stelle" (Dante). "Il mondo è come un libro in cui risplende la Trinità creatrice" (San Bonaventura).
È solo fantasia assumere l'amore come chiave interpretativa di tutto il movimento dell'universo? Pensare, ad esempio, che per amore la terra ruota attorno al sole e produce fiori e frutti, per amore avvengono le combinazioni chimiche e i processi vitali…? Quando i rapporti tra gli uomini non sono spiegati dall'amore, sono ancora rapporti veramente umani?
Nell'evento del Figlio che si fa uomo e nel dono dello Spirito la Trinità si immerge e si "esprime" nella storia umana, si impegna per innalzare l'uomo al proprio livello e far trovare il "senso" dei rapporti umani.

«Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito»: è una di quelle confidenze che lasciano muti per lo stupore, se la forza dell'abitudine e un'inspiegabile incoscienza non ci impedissero di prendere in tutta la sua verità questa dichiarazione. Colui che è nel seno del Padre, l'oggetto della sua infinita compiacenza, Dio lo ha donato al mondo. Gesù rivela di essere il dono superiore ad ogni attesa e previsione,la manifestazione concreta e comunicabile del Dio Amore. È un amore che sconvolge ogni schema, ogni logica.

«Perché chiunque crede in Lui abbia la vita eterna»: la fede è abbandono fiducioso e totale a questo "incredibile" amore di Dio che si manifesta in Gesù. Tale amore è vita e salvezza per l'uomo, ma non si impone. Chi crede, permette all'amore di Dio di trasformarlo e salvarlo. Chi non crede si autocondanna, si chiude alla luce e alla vita che gli vengono offerte.
Nella 2° lettura troviamo la formula più "trinitaria" presente nel Nuovo Testamento. Con ogni probabilità risuonava nella liturgia della primitiva comunità ed oggi l'assemblea eucaristica l'accoglie nel saluto del celebrante: «La grazia del Signore Gesù Cristo, l'amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo [siano] con tutti voi» (2Cor 13,13).
Nel testo originale manca il "siano": non è semplicemente un augurio, ma un'assicurazione gioiosa. Le tre Persone qui appaiono distinte e al tempo stesso associate nel loro coinvolgimento in favore degli uomini. Da questa sorgente inesauribile - grazia, amore e comunione - siamo inondati: con queste tre Persone siamo intimamente legati.
L'esistenza è, in definitiva, una relazione d'amore col Padre e Figlio e Spirito Santo. Non si esaurisce, però, nel dialogo ecclesiale e individuale con le tre Persone. Si esprime nel trasferire il ritmo della vita trinitaria dentro i rapporti sociali.
Gesù è venuto a trapiantare sulla terra la "civiltà" della Trinità, che è l'amore scambievole. Per questo ci ha insegnato un'arte di amare unica.
Ogni rinuncia all'egoismo, ogni gesto d'amore vero contribuisce a rendere la nostra comunità familiare, ecclesiale e sociale sempre più immagine e trasparenza della Trinità e più sorprendentemente umana.

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Dio ha tanto amato il mondo (GV 3,16)
(vai al testo…)

PDF formato A4, stampa f/r per A5:


Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata
 Dio ha tanto amato il mondo (Gv 3,16) - (11/06/2017)
(vai al testo)
 Dio ha tanto amato il mondo (Gv 3,16) - (15/06/2014)
( vai al testo)
 Dio ha tanto amato il mondo (Gv 3,16) - (19/06/2011)
(vai al testo")

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
  Confidare in Dio… Sentirsi guardati e amati da Lui (11/06/2017)
  Nell'abbraccio di Dio, la nostra vita (13/06/2014)

Commenti alla Parola:
  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 6.2020)
  di Cettina Militello (VP 4.2017)
  di Gianni Cavagnoli (VP 5.2014)
  di Marinella Perroni (VP 5.2011)
  di Enzo Bianchi

lunedì 1 giugno 2020

Accogliere l'altro è accogliere Dio


Parola di Vita - Giugno 2020
(Clicca qui per il Video del Commento   -   oppure...)

«Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato» (Mt 10,40).

Il Vangelo di Matteo racconta in questo capitolo la scelta che Gesù fa dei Dodici e il loro invio alla predicazione del suo messaggio.
Sono nominati ad uno ad uno, segno del rapporto personale che hanno costruito con il Maestro, avendolo seguito fin dall'inizio della sua missione. Ne hanno conosciuto lo stile, fatto soprattutto di vicinanza con i malati, i peccatori e quelli considerati indemoniati; tutte persone scartate, giudicate negativamente, da cui tenersi alla larga. Solo dopo questi segni concreti dell'amore per il suo popolo, Gesù stesso si prepara ad annunciare che il Regno di Dio è vicino.
Gli apostoli sono dunque inviati a nome di Gesù, come suoi "ambasciatori" ed è Lui che deve essere accolto attraverso di loro.
Spesso i grandi personaggi della Bibbia, per l'apertura del cuore verso un ospite inatteso, fuori programma, ricevono la visita di Dio stesso.
Anche oggi, soprattutto nelle culture che mantengono un forte senso comunitario, l'ospite è sacro anche quando è sconosciuto e per lui si prepara il posto migliore.

«Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato».

Gesù istruisce i Dodici: essi devono mettersi in cammino, a piedi nudi e con pochi bagagli: una bisaccia leggera, una sola tunica... Devono lasciarsi trattare da ospiti, disposti ad accettare le attenzioni degli altri, con umiltà; devono offrire gratuitamente cura e vicinanza ai poveri e lasciare in dono a tutti la pace. Come Gesù, saranno pazienti nelle incomprensioni e nelle persecuzioni, sicuri dell'assistenza dell'amore del Padre.
In questo modo, chi avrà la fortuna di incontrare qualcuno di loro potrà veramente sperimentare la tenerezza di Dio.

«Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato».

Tutti i cristiani hanno una missione, come i discepoli: testimoniare con mitezza, prima con la vita e poi anche con la parola, l'amore di Dio che essi stessi hanno incontrato, perché diventi una gioiosa realtà per tanti, per tutti. E poiché hanno trovato accoglienza presso Dio, pur con le loro fragilità, la prima testimonianza è proprio l'accoglienza premurosa del fratello.
In una società spesso segnata dalla ricerca di successo e di autonomia egoistica, i cristiani sono chiamati a mostrare la bellezza della fraternità, che riconosce il bisogno l'uno dell'altro e mette in moto la reciprocità.

«Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato».

Così ha scritto Chiara Lubich, riguardo l'accoglienza evangelica: «[...] Gesù è stato la manifestazione dell'amore pienamente accogliente del Padre celeste verso ciascuno di noi e dell'amore che, di conseguenza, noi dovremmo avere gli uni verso gli altri. [...] Cercheremo allora di vivere questa Parola di vita innanzitutto all'interno delle nostre famiglie, associazioni, comunità, gruppi di lavoro, eliminando in noi i giudizi, le discriminazioni, le prevenzioni, i risentimenti, le intolleranze verso questo o quel prossimo, così facili e così frequenti, che tanto raffreddano e compromettono i rapporti umani ed impediscono, bloccando come una ruggine, l'amore vicendevole. [...] L'accoglienza dell'altro, del diverso da noi, sta alla base dell'amore cristiano. È il punto di partenza, il primo gradino per la costruzione di quella civiltà dell'amore, di quella cultura di comunione, alla quale Gesù ci chiama soprattutto oggi» [1].

Letizia Magri

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[1] C. Lubich, Parola di Vita dicembre 1992, in eadem, Parole di Vita, a cura di Fabio Ciardi (Opere di Chiara Lubich 5, Città Nuova, Roma, 2017) p. 513-514.


Fonte: Città Nuova n. 5/Maggio 2020

venerdì 29 maggio 2020

Preludio di un mondo ricomposto


Pentecoste (A)
Atti 2,1-11 • Salmo 103 • 1 Corinzi 12,3b-7.12-13 • Giovanni 20,19-23
(Visualizza i brani delle Letture)
(Vedi anche i brani delle Letture della Messa vespertina della vigilia)


Appunti per l'omelia

Solitamente pensiamo alla Pentecoste secondo le immagini con cui ce la presenta Luca negli Atti (cfr. At 2,1-11; I lettura): il vento, le lingue di fuoco, il parlare linguaggi diversi...
La liturgia, oggi, mette in relazione quel fatto con il brano del Vangelo di Giovanni che viene sovente indicato come la "Pentecoste di Giovanni".
Era la sera del giorno della risurrezione: «La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il Sabato» (cfr. Gv 20,19). Il dono dello Spirito Santo è collegato direttamente con la Pasqua, con la morte e risurrezione di Gesù. Non si può capire la Pentecoste senza la Pasqua, ne è il compimento, e non soltanto in senso cronologico.
La cosa risulta ancora più evidente con il gesto che Gesù compie sugli Apostoli: «Detto questo,soffiò e disse loro: "Ricevete lo Spirito Santo"» (Gv 20,22). Il verbo "soffiare", "alitare", "spirare", si ricollega a quanto avvenuto sulla croce al momento della morte di Gesù. Giovanni scrive che Gesù «chinato il capo, consegnò lo spirito» (Gv 19,30). Non è soltanto un modo per descrivere la morte di Gesù; il verbo utilizzato indica un "dono": Gesù donò lo spirito. Proprio da Gesù, nel momento della sua Pasqua, del suo passaggio al Padre, viene il dono dello Spirito, come Gesù stesso aveva promesso: «È bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paraclito» (Gv 16,7).

È significativo che il primo saluto di Gesù risorto, il primo augurio ai suoi discepoli sia: «Pace a voi!». Lo Spirito Santo avrebbe condotto i discepoli a ri-comprendere, alla luce della sua morte e risurrezione, tutto il senso della storia e dell'opera di Gesù. Se la violenza umana si era abbattuta su Gesù, l'opera del Padre dava anche a questo apparente fallimento un significato e un valore inaspettato: «Egli doveva morire per riunire i figli di Dio che erano dispersi» (cfr. Gv 11,52). Una lettura che solo il dono dello Spirito di verità avrebbe potuto far compiere: la "pace" è il riflesso di questa azione dello Spirito Santo nella nostra vita.
Credere che ogni sconfitta, ogni insuccesso, ogni sofferenza trova una sua logica, una sua svolta di significato è il "segreto" che tutti vorremo portarci in cuore: non ci si può rassegnare al male, non lo si può credere ineluttabile. Abbiamo bisogno tutti di credere che esiste una "forza" più grande del male che ci circonda e che ci interpella a volte drammaticamente.
Non per nulla Giovanni mette in evidenza la svolta che si è operata nel cuore dei discepoli: «Erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei» (Gv 20,19). È qualcosa che può incidere così in profondità da far esclamare a Paolo: «Tutto concorre al bene per quelli che amano Dio» (Rm 8,8), di coloro cioè che guardano a questo Dio come a colui che, per primo, non si rassegna al male, ma lo vuole superare fino al punto di farlo suo e ribaltarlo con l'amore: «Nessuno ha un amore più grande di colui che dona la sua vita per quelli che ama» (cfr. Gv 15,13).
Per questo Luca mette in evidenza l'uscire dei discepoli dal Cenacolo per dire ad alta voce a tutti: «Sappia con certezza tutta la casa d'Israele che il Padre ha reso Signore e Messia quel Gesù che voi avete crocifisso ... e di questo noi siamo testimoni» (cfr. At 2,36; 32).
Un coraggio nuovo di cui autore è lo Spirito: «Ricevete lo Spirito Santo ... Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (Gv 20,21). La missione ha il compito di ricomporre ciò il peccato ha slegato e slega: «a coloro a cui perdonerete i peccati saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati» (Gv 20,23). Non è soltanto il potere di rimettere i peccati nella Confessione, anche se il fondamento sta qui. La Confessione stessa andrebbe vissuta come un momento vitale che ci riallaccia all'opera di Gesù di ricomporre in unità ciò che è separato e contrapposto: il rapporto tra l'uomo e il Padre, il rapporto tra uomo e uomo.

La Pentecoste, allora, è il preludio di un mondo ricomposto nella luce dell'amore che non si lascia abbattere da nessun ostacolo: l'intendersi tra linguaggi diversi, come sottolinea Luca nel suo racconto della Pentecoste, ne è il segno. Le parole che abbiamo ascoltato nella domenica dell'Ascensione «Andate e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo...» (Mt 28,19) non risuonano più come un linguaggio di conquista, ma la possibilità aperta ad un'umanità che ritrova la sorgente del proprio unirsi, che è la vita stessa di Dio.

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Ricevete lo Spirito Santo (Gv 20,22)
(vai al testo…)

PDF formato A4, stampa f/r per A5:


Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata
Ricevete lo Spirito Santo (Gv 20,22) - (04/06/2017)
(vai al testo)
Ricevete lo Spirito Santo (Gv 20,22) - (08/06/2014)
(vai al testo)
Ricevete lo Spirito Santo (Gv 20,22) - (12/06/2011)
(vai al testo)

Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
  Lo Spirito Santo, il respiro di Dio (02/06/2017)
  Molti un sol corpo (06/06/2014)

Commenti alla Parola:
  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 5.2020)
  di Cettina Militello (VP 4.2017)
  di Gianni Cavagnoli (VP 5.2014)
  di Marinella Perroni (VP 5.2011)
  di Enzo Bianchi
  di Lectio divina: Abbazia Santa Maria di Pulsano

(Illustrazione di Bernadette Lopez)

venerdì 22 maggio 2020

«Io sono con voi fino alla fine del mondo»
 La fine del mondo: quale?


Ascensione del Signore (A)
Atti 1,1-11 • Salmo 46 • Efesini 1,17-23 • Matteo 28,16-20
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Appunti per l'omelia

Guardare a Gesù che ascende al cielo non significa soltanto pensare alla conclusione, più o meno immaginifica, più o meno mitica, della sua storia terrena.
C'è un significato profondo legato a questo distacco di Gesù dai suoi e dalla storia umana, che Gesù stesso aveva preannunciato la sera della cena con i suoi apostoli: «È bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito» (Gv 16,7).
E, secondo le parole stesse di Gesù, il compito di questo Paràclito, dello Spirito della verità sarebbe stato quello di guidare i discepoli alla scoperta della "verità tutta intera": «Quando egli verrà, vi guidare alla verità tutta intera. Egli non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future» (Gv 16,13).
E la verità di Gesù è che esiste un legame profondo tra lui e il Padre, dentro il quale siamo innestati anche noi: «In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi» (Gv 14, 20). È alla luce di queste promesse di Gesù che possiamo comprendere la profondità della missione che affida agli Apostoli: «Andate e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,19-20).
Il Battesimo non è soltanto un segno che indica l'appartenenza ad una chiesa, tanto meno è un rito quasi magico che libera da un male nascosto nel cuore dell'uomo: se proprio si vuole parlare di appartenenza, si appartiene ad un Dio che è comunione di persone nell'amore, nel senso che si è come innestati nella realtà vitale che è propria di Dio stesso.
Dire infatti "nel nome di ..." significa che la realtà stessa di quella persona viene riverberata nella vita di colui su cui è pronunciato quel nome, significa essere immersi nell'esistenza di ciò che il nome richiama: è la vita stessa di Dio che entra a far parte della storia umana o, meglio ancora, è la storia umana che riceve il suo senso pieno dall'amore del Dio-Trinità. Non per nulla Gesù ci invita a pregare: «si compia la tua volontà, come in cielo così in terra» (cf. Mt 6,10).
Sempre durante la cena, Gesù aveva pregato: «Io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l'amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro» (Gv 17,26).
Non è certo automatico questo passaggio dalla vita di Dio alla vita umana, anzi a volte sembra pura utopia o un pretesto di consolazione per un futuro oltre la vita terrena. Per questo Gesù aggiunge: «insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato».
Questo richiamo a vivere la sua parola, ad accoglierla, a farla propria è costante in Gesù: senza la sua parola non è possibile entrare nella realtà profonda di Dio: «Le parole che hai dato a me io le ho date a loro. Essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato» (Gv 17,8). «Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore» (Gv 15,10).
La comprensione della parola di Gesù è qualcosa che avviene a partire dal cuore stesso della persona: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui» (Gv 14,21).
Proprio perché non è frutto prima di tutto di una conoscenza teorica, è un dono aperto a tutti: «Andate e fate discepoli tutti i popoli...». Non c'è persona, non c'è popolo che non sia candidato all'incontro con Dio: ciò che il peccato originale aveva rotto, l'armonia tra uomo e uomo, viene ricomposta dal dono dello Spirito che porta a scoprire in ogni persona un volto che ha gli stessi tratti fondamentali dell'altro. Anzi, c'è qualcosa di più ancora: quando, anche inconsapevolmente, si mette in atto ciò che il Vangelo dice, si attua già un'unità che va al di là anche delle stesse frontiere religiose. «Fai all'altro ciò che vorresti fosse fatto a te. Non fare agli altri ciò che non verresti fosse fatto a te» è una regola di vita che si ritrova in ogni grande religione. A questa regola il comandamento nuovo di Gesù «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15,12) dà una evidenza ed una misura tutta nuova.

Tocca a noi credenti metterne in risalto la possibilità di attuazione, con la certezza che il cammino della storia umana è accompagnata dalla sua presenza: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).
E chissà che questa "fine" non possa essere letta non tanto in senso cronologico, ma di augurio: «fino a che l'umanità non abbia completato il suo cammino».

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Io sono con voi tutti i giorni (Mt 28,20)
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PDF formato A4, stampa f/r per A5:


Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata
Io sono con voi tutti i giorni (Mt 28,20) - (28/05/2017)
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Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli (M 28,19) - (01/06/2014)
(vai al testo)
Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli (Mt 28,19) - (05/06/2011)
(vai al testo)

Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
  Ascensione, la festa del nostro destino (26/05/2017)
  Fare di ogni persona un discepolo (30/05/2014)

Commenti alla Parola:
  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 5.2020)
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  di Lectio divina: Abbazia Santa Maria di Pulsano
(Illustrazione di Bernadette Lopez)

mercoledì 20 maggio 2020

Il Diaconato in Italia - Indice 2020



Il Diaconato in Italia
Periodico bimestrale di animazione per le chiese locali

Indice 2020 (anno 52°)







Titolo dell'annata:
QUALE DIACONIA: RIFORMA O CONVERSIONE DEL MINISTERO ORDINATO


Temi monografici:

n° 220 – gennaio/febbraio 2020
Conversione: diaconi ordinati per servire la Parola

n° 221 – marzo/aprile 2020
Percorsi diaconali per una conversione pastorale

n° 222 – maggio/giugno 2020
Nuove sfide per la conversione politica e sociale: il ministero diaconale

n° 223 – luglio/agosto 2020
Per una spiritualità di ascolto e missionaria: i diaconi con e per i poveri delle periferie

n° 224/225 – settembre/dicembre 2020
Quale diaconia: riforma o conversione del ministero ordinato

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lunedì 18 maggio 2020

Dalla pastorale del "campanile" a quella del "campanello"


Lettera aperta alla parrocchia
di monsignor Gualtiero Sigismondi, vescovo di Orvieto-Todi (Vita Pastorale, maggio 2020)


Parrocchia carissima, traendo spunto da don Primo Mazzolari, che nella prima metà del Novecento ha avuto la felice intuizione di scrivere una "Lettera" su di te, ti invio queste righe, che giro per conoscenza a quanti, opportune et importune, parlano della tua missione pastorale.
- C'è chi ne parla con profonda gratitudine, convinto della tua dimensione popolare di vicinanza alle case della gente, di porta d'accesso alla fede cristiana e all'esperienza ecclesiale, ma non del tutto consapevole della tua vocazione missionaria.
- C'è, pure, chi ne parla senza uscire dalla sacrestia o senza allontanarsi dall'ombra del campanile, ignorando la tua dipendenza strutturale dalla Chiesa particolare, a cui è intimamente legata la tua appartenenza vitale alla Chiesa universale.
- C'è, persino, chi ne parla per conferirti la medaglia d'oro al "valore pastorale", nella consapevolezza che hai "combattuto la buona battaglia" della salus animarum e hai portato a termine la tua lunga "corsa", conservando la fede della Chiesa.
- C'è, addirittura, chi ne parla con diffidenza, ritenendoti, se non proprio un "rottame pastorale", un "pezzo d'antiquariato" o, comunque, un "oggetto da museo", indicato da questa laconica didascalia: "fontana del villaggio ormai sigillata".
- C'è, anche, chi ne parla con troppa sicurezza, smaniando di versare "vino nuovo in otri vecchi", anziché "vino nuovo in otri nuovi" (cf Lc 5,37-39), magari con il lodevole proposito di rinnovarti, ma con il risultato di incrinarti e di spaccarti.
- C'è, infine, chi ne parla con entusiasmo sincero, volendo seguire l'esempio dello scriba di evangelica memoria il quale, divenuto "discepolo del Regno", «è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52).
Come vedi, carissima parrocchia, sono in molti a tenere fisso lo sguardo su di te, forse con la nostalgia della simpatia, ma non sempre con la lungimiranza della profezia, che unisce alla pazienza dell'attesa l'intelligenza dei "segni dei tempi".
Non temere né l'intraprendenza di chi ti ritiene inadeguata, né la reticenza di chi ti considera sorpassata e neppure la sufficienza di chi stenta a riconoscere la tua esperienza di lungo corso. Non sostare nel vicolo cieco della "febbre degli eventi" o del "male della pietra" e non accontentarti di moltiplicare "iniziative prive di iniziativa", che potrebbero dare l'impressione che tu sia un'azienda pastorale.

Non limitarti a presidiare i confini del tuo territorio, ma abbi l'audacia di presiederlo, riscoprendo la "grammatica di base" del "primo annuncio". Ricordati che non è il territorio ad appartenere alla parrocchia, ma il contrario, nel duplice senso di fame parte e di prenderne le parti. Renditi conto che l'attenzione alla vita sociale non è separabile dall'impegno ecclesiale. Mi raccomando, prenditi cura dei poveri, "amici abituali della canonica", e di coloro che si sono allontanati da te per "delusione d'innamorati".
Parrocchia carissima, non dimenticare che la Parola convoca la comunità cristiana e l'eucaristia la fa essere un solo corpo. Tieni bene a mente che "la fede nasce dall'ascolto e si rafforza nell'annuncio". Esplora la "frontiera" della missione coltivando e dilatando gli strumenti e gli spazi della comunione, poiché "la concordia è il presupposto della Pentecoste".
Valorizza gli organismi di partecipazione, ispirandoti non alla logica parlamentare della maggioranza bensì al criterio sinodale della convergenza. Riconosci la necessità e l'importanza delle unità o comunità pastorali, che non sono sovrastrutture amministrative, ma infrastrutture che contribuiscono a tradurre l'ecclesiologia di comunione del Vaticano II.
Non guardare con alterigia alla pietà popolare, autentico "sistema immunitario del corpo ecclesiale" , ma purificala da eventuali eccessi e rinnovala nei contenuti e nelle forme.
Affida all'oratorio il compito di rivelare il volto e la passione educativa della Chiesa per le nuove generazioni, coinvolgendo animatori, catechisti e genitori. Investi le migliori energie sulla famiglia, vera "miniatura" della Chiesa, altrimenti il tuo impegno pastorale sarà sempre una rincorsa affannosa.
Scommetti sull'Azione cattolica, riconoscendo il suo "carisma popolare" e la sua "passione formativa", senza trascurare di accogliere il "genio missionario" delle nuove aggregazioni ecclesiali e degli istituti di vita consacrata, antichi e recenti, che assicurano un prezioso supporto di energie evangelizzatrici: guardati dalla tentazione di "spegnere lo Spirito"! (cf 1Ts 5,19).
Non rinunciare al suono delle campane, ma abbi il coraggio di passare dalla pastorale del "campanile" a quella del "campanello" - anche il tuo nome evoca l'idea di "vicinanza" (parà) riferita alla "casa" (oikìa) -, dalla pastorale "a pioggia" di mantenimento a quella "a goccia" di accompagnamento.
Parrocchia carissima, sei tanto venerabile quanto veneranda, e tuttavia tieni presente che "la bellezza di ogni creatura è nella sua capacità di rinnovarsi".

venerdì 15 maggio 2020

Entrare in "relazione" d'amore


6a domenica di Pasqua (A)
Atti 6,1-7 • Salmo 32 • 1 Pietro 2,4-9 • Giovanni 14,1-12
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

C'è un verbo un po' singolare che ci accompagna da alcune Domeniche, singolare per tutto il suo significato biblico: il verbo "conoscere", che implica non tanto una conoscenza di tipo teorico, intellettuale, ma tutta una comunanza di vita, una relazione che porta come ad una immedesimazione tra le persone che si conoscono.
Gesù l'ha utilizzato per esprimere il rapporto vitale che ci lega a lui, che ci unisce al Padre, ed ora lo impiega per introdurci al rapporto con lo Spirito: «il Paràclito, lo Spirito di verità... Voi lo conoscete, perché egli rimane presso di voi e sarà in voi» (Gv 14,16-17).
Come non fosse sufficiente l'intimità di vita, già evidenziata dal verbo stesso, Gesù la rimarca: «rimane presso di voi e sarà in voi».
Qual è il compito dello Spirito Santo?
È anzitutto quello di introdurci a capire il mistero stesso della vita di Dio: «In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre» (Gv 14,20). Sono parole che riprendono quelle che abbiamo già ascoltato domenica scorsa: «Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me» (Gv 14,11). Dio, secondo la logica di Gesù, non è un Dio solitario, a cui si obbedisce per timore o da cui si sta lontani perché non si sa bene chi è: è anzitutto un rapporto d'amore. Entrare in Dio significa entrare all'interno di questo rapporto d'amore: «voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi» (Gv 14,20).
Chi ci può introdurre in questo legame d'amore, se non colui che è l'Amore stesso? Lo Spirito Santo è esattamente questo: quando il Padre vuole comunicarci la sua realtà di vita, dopo avercela fatta scoprire in Gesù, non può che donarci l'Amore che lo lega al Figlio: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre» (Gv 14,16).
Il Padre non ci dà prima di tutto dei comandi, ma ci comunica ciò che Lui stesso è: tutto il resto è via, strumento per farci entrare in questa realtà o, meglio ancora, per renderla esplicita nella nostra storia, per portarci ad assaporare qualcosa che può essere compreso solo vivendolo. Per questo, Gesù, nell'invitarci ad osservare i suoi comandamenti, ne fa un'espressione d'amore: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (Gv 14,15), «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama» (Gv 14,21).
Non è soltanto secondo una logica umana che Gesù ci dice questo: è naturale che, quando voglio bene ad una persona, faccio quello che le è gradito, che le fa piacere. Qui c'è qualcosa di più profondo: siamo portati a scoprire che il rapporto che ci lega a Dio è un rapporto motivato dall'amore e non dalla paura. Giovanni scriverà in una delle sue lettere: «L'amore scaccia il timore» (cfr. 1Gv 4,18). Ma l'origine stessa di questa motivazione non è il cuore dell'uomo, ma è il "cuore" di Dio: è perché Dio è rapporto d'amore che ciò che ci porta e ci lega a lui può essere l'amore stesso: «Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore» (1Gv 4,8), scriverà ancora Giovanni.
E Gesù afferma: «Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui» (Gv 14,21).
Non è una sorta di ricompensa che ci viene donata perché siamo stati buoni, è la logica interna delle cose: anche sul piano umano succede che io conosco tanto più l'altro o l'altra quando lo amo o la amo sul serio, senza partite di tornaconto. L'amore non è mancanza di razionalità, quando attinge alla sua profondità.
Non sarà forse perché l'amore tante poche volte sa attingere alla sua profondità che ci sentiamo distanti da Dio e fra di noi?
Ecco, allora, il dono dello Spirito Santo: Gesù dirà ancora di lui, nel corso del discorso che stiamo leggendo in queste Domeniche: «Quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera» (Gv 16,13).
E la verità non è altro che la parola di Gesù, di cui siamo chiamati a cogliere tutta la profondità e tutte le implicanze vitali: «Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore» (Gv 15,10). Lo Spirito Santo ci porta a scoprire che tutto il Vangelo non è altro che frutto ed espressione di amore: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi» (Gv 15,9).
Ed è per questo che egli è anche il Paràclito (Colui che è chiamato accanto e ci assiste), perché solo da lui si origina la luce per farci scoprire che l'amore non è pura utopia, ma è realizzabile fino alla misura in cui ce lo indica Gesù con la sua parola e la sua vita: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,12-13).
«Lo Spirito Santo, dice Papa Francesco, è l'Amore di Dio che fa del nostro cuore la sua dimora ed entra in comunione con noi. Lo Spirito Santo sta sempre con noi, è sempre in noi: è nel nostro cuore. Lo Spirito stesso è il "dono di Dio" per eccellenza, è un regalo di Dio» (Catechesi, 09/04/2014).

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito (Gv 14,16)
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Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata
Se mi amate, osserverete i miei comandamenti (Gv 14,15) - (21/05/2017)
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Chi ama me, sarà amato dal Padre mio (Gv 14,21) - (25/05/2014)
(vai al testo)
Chi ama me, sarà amato dal Padre mio (Gv 14,21) - (29/05/2011)
(vai al testo)

Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
  Il sogno di Gesù: abitare la mia vita (19/05/2017)
  La consolante promessa di Gesù (23/05/2014)

Commenti alla Parola:
  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 5.2020)
  di Cettina Militello (VP 4.2017)
  di Gianni Cavagnoli (VP 4.2014)
  di Marinella Perroni (VP 4.2011)
  di Enzo Bianchi
  di Lectio divina: Abbazia Santa Maria di Pulsano