Questo Blog continua nella nuova versione
venuto per servire
(clicca qui per entrare)


venerdì 20 luglio 2018

"Riposarsi" con Gesù


16a domenica del Tempo Ordinario (B)
Geremia 23,1-6 • Salmo 22 • Efesini 2,13-18 • Marco 6,30-34
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Venite in disparte e … riposatevi un po'
Dietro a questo "in disparte" ci può essere il senso del brano di oggi. Il servizio alla comunità (gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato), o tanti altri servizi, richiede a volte molto impegno, ma occorre superare il rischio di trasformarlo in attività frenetica, valutata secondo criteri di produttività aziendale.
L'invito al "riposo", da una parte, esprime tutta l'attenzione amorosa di Gesù alla dimensione "umana" del nostro agire, dall'altra è richiamo a scoprire il "come" del nostro fare: non vale anzitutto quanto si fa, ma il come lo si fa.
Prima di mettere in atto progetti, è necessario un confronto sincero con il Maestro: non si possono elaborare programmi senza un costante richiamo al Vangelo. Di qui il senso della preghiera, della meditazione, dalla riflessione comunitaria sulla Parola di Dio, della "pausa" domenicale nell'Eucaristia. Diversamente scelte ed iniziative rischiano di essere dettate da criteri umani: alle volte, dietro il paravento di opere caritative e benefiche, si nascondono obiettivi meno nobili, ambizioni, desideri di potere, vuoti da riempire.
Ciò che vale nel rapporto con Gesù ha un significato profondo anche nel rapporto tra noi: nella vita di coppia, di famiglia, di rapporti lavorativi… sono necessari momenti di "riposo" accompagnati da dialogo e confronto perché ciò che si vive non si trasformi in routine, in un dato scontato, in un riempire col "fare" mancanze di attenzione e di affetto (come dire: "io faccio tanto per te, e tu …!).

Ebbe compassione di loro … si mise a insegnare loro molte cose
L'incontro con la folla suscita in Gesù una reazione emotiva così forte che il verbo usato da Marco esprime un sentimento di tenerezza che rivela la profondità dell'amore di Dio verso la sofferenza e la povertà dell'uomo. Nell'emozione di Gesù, la comunità cristiana coglie l'unico sentimento che anche lei deve lasciar trasparire: sempre e solo misericordia.
L'episodio si chiude con un'immagine stupenda: "… ebbe compassione di loro, perché erano come pecore senza pastore". Riprendendo l'immagine del pastore, Marco indica in Gesù la guida inviata da Dio, non quindi gli scribi, i farisei, i rabbini, i capi politici … perché costoro pascevano se stessi e non il popolo. Gesù è il vero pastore (modello di ogni autorità) perché rivela un cuore sensibile ai bisogni della gente, un cuore che subito percepisce di quale cibo hanno fame e di quale acqua hanno sete.
Per questo, è oltremodo interessante che la prima conseguenza della "compassione" non è il "fare" (cioè, dare da mangiare), anche se poi Gesù moltiplica i pani (cfr. domenica prossima), ma è l' "insegnare molte cose": aiutare a scoprire il senso di ciò che si è e si fa.
Il modo in cui si prendono decisioni, in cui si elaborano progetti, in cui si gestiscono crisi sociali e politiche nasce dalla visione con cui guardiamo alla "persona umana", alla convivenza dei popoli, alla storia.

-------------
Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Gesù… ebbe compassione di loro (Mc 6,34)
(vai al testo…)

PDF formato A4, stampa f/r per A5:


Parola-sintesi proposta a suo tempo pubblicata:
 Venite in disparte... e riposatevi un po' (Mc 6,31) - (19/07/2015)
(vai al testo…)
 Venite in disparte in un luogo deserto (Mc 6,31) - (22/07/2012)
(vai al testo…)
 Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù (Mc 6,30) - (17/07/2009)
(vai al post "Stare insieme a Lui")

Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
  Nella consapevolezza del nostro limite (17/07/2015)
  La vita con Gesù (16/07/2012)

Commenti alla Parola:
  di Luigi Vari (VP 6.2015)
  di Marinella Perroni (VP 6.2012)
  di Claudio Arletti (VP 6.2009)
  di Enzo Bianchi

(Illustrazione di Stefano Pachì)


venerdì 13 luglio 2018

"Trasmettere" il Vangelo


15a domenica del Tempo Ordinario (B)
Amos 7,12-15 • Salmo 84 • Efesini 1,3-14 • Marco 6,7-13
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Chiamò i Dodici e prese a mandarli a due a due
Gesù chiama i discepoli a continuare la sua missione di portare il Vangelo a tutti.
Il cristiano è maturo e completo, quando ama Gesù e sente il bisogno di farlo conoscere a tutti: comunione e missione sono indivisibili.
Le nostre parrocchie sono missionarie? Si preoccupano di annunciare a tutti il Vangelo?
C'è un pericolo: dedicare la maggior parte del tempo e delle iniziative per chi è già cristiano senza uscire dal cerchio e senza preoccuparsi di chi è fuori o ai margini.
I Consigli Pastorali Parrocchiali hanno il compito di manifestare e far crescere la fedeltà al Vangelo e l'unità della parrocchia, che si esprime pure nell'attenzione a chi non viene in chiesa, alle famiglie in difficoltà o divise, alle famiglie giovani che chiedono i sacramenti per i figli, ai giovani che non credono più e che si preparano al matrimonio, a chi segue altre religioni.
Chiediamoci: Ci preoccupiamo di chi non crede, della formazione alla fede dei ragazzi e dei giovani, dei matrimoni che falliscono?
Siamo pronti non solo a metterci in lista per il Consiglio Parrocchiale, ma a cooperare perché svolga il suo servizio?


Entrati in una casa, rimanetevi
Gesù avverte di non correre in fretta dappertutto, ma di far maturare la fede dove si va, anche se sono pochi, un piccolo gruppo, una famiglia.
La famiglia è il luogo dove si inizia a trasmettere la fede alle nuove generazioni. Se i genitori non si fermano alle sole pratiche o tradizioni religiose, ma vivono il Vangelo in casa, la fede si trasmette ai figli prima e più di tante prediche.
Gesù chiede ai "missionari" di andare senza niente, perché il Vangelo annunciato e vissuto è la via per eccellenza per trasmettere la fede.
Se poi i genitori partecipano, si "coalizzano" per aiutarsi a trasmettere il Vangelo, i figli potranno trovare un ambiente che ancora di più li aiuta a incontrare Gesù.
In famiglia preghiamo insieme, leggiamo e parliamo del Vangelo della domenica?
Nel dare consigli o rimproveri in famiglia, facciamo riferimento a Gesù e al Vangelo?


-------------
Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Gesù chiamò a sé i dodici e prese a mandarli… (Mc 6,7)
(vai al testo…)

PDF formato A4, stampa f/r per A5:


Parola-sintesi proposta a suo tempo pubblicata:
 Gesù chiamò a sé i Dodici (Mc 6,7) - (12/07/2015)
(vai al testo…)
 Prese a mandarli a due a due (Mc 6,7) - (15/07/2012)
(vai al testo…)
 Chiamò a sé i Dodici (Mc 6,7) - (10/07/2009)
(vai al post "Continuare la sua missione")

Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
  Non annunciatori solitari (10/07/2015)
  Chiamati e inviati (13/07/2012)

Commenti alla Parola:
  di Luigi Vari (VP 6.2015)
  di Marinella Perroni (VP 6.2012)
  di Claudio Arletti (VP 6.2009)
  di Enzo Bianchi


(Illustrazione di Stefano Pachì)

venerdì 6 luglio 2018

Gesù, uno di "casa"


14a domenica del Tempo Ordinario (B)
Ezechiele 2,2-5 • Salmo 122 • 2Corinzi 12,7-10 • Marco 6,1-6
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Mentre il vangelo della scorsa domenica era un inno alla fede, quello di oggi è segnato, invece, dalla "non-fede".

E si meravigliava della loro non fede
I suoi si meravigliano di Gesù, e si scandalizzano che la sapienza e l'azione di Dio siano presenti e attive in "questo" uomo, che ben conoscono.
Anche lui, a sua volta, si stupisce: venuto tra i suoi, non è accolto!
Con Gesù ci troviamo davanti allo scandalo di un "Dio fatto carne", che sottostà alla legge della fatica umana e del bisogno, del lavoro e del cibo, della veglia e del sonno, della vita e della morte. Lo vorremmo diverso. Ci piace condividere le prerogative che pensiamo sue; meno gradiamo che lui condivida le nostre, delle quali volentieri faremmo a meno.
Diciamo, a volte: "Se lo vedessi, se lo toccassi, gli crederei!". Eppure, i suoi l'hanno rifiutato proprio perché l'hanno visto e toccato - anzi, schiacciato. Noi abbiamo sempre la possibilità di inventarcene uno a misura delle nostre fantasie.

E che sapienza è mai questa?
La sapienza, attributo più alto di Dio, come può dimorare in "costui" che ben conosciamo? È lo scandalo della fede cristiana: nell'uomo Gesù, in tutto simile a noi, abita la pienezza della divinità. È la storia d'amore di Dio che ha voluto condividere la nostra debolezza e la nostra morte.
Le mani, che operano la stessa forza di Dio, hanno prima lavorato, hanno faticato per tutta la vita fino a quando sono state inchiodate sul legno della Croce.
La parola "falegname" sintetizza 30 anni di Nazareth, di quotidianità insignificante, di esistenza anonima. Non è forse così anche per tante persone che vivono nelle nostre case, nella normalità quotidiana?
La fede non è accettare che Gesù è Dio - il Dio che pensiamo noi! - ma accettare che Dio, il Dio che noi non pensavamo, è quest'uomo, Gesù. Quel Dio che nessuno mai ha visto, lui ce l'ha rivelato (Gv 1,18).
Lo scandalo della fede, uguale per tutti, è costituito dal fatto che la sapienza e la potenza di Dio parli e operi nella follia e nell'impotenza di un amore fatto carne, che sposa tutti i nostri limiti, fino alla debolezza estrema della croce. Infatti "fu crocifisso per la sua debolezza"(2Cor 13,4).
Nel brano di domenica scorsa abbiamo visto che la fede è "toccare". Ora vediamo "chi" tocchiamo. Tocchiamo Gesù, il falegname che finirà sul legno della croce, segno di contraddizione per tutti (Lc 2,34), ma potenza e sapienza di Dio che salva tutti. La fede è accettare proprio lui come "mio Dio e mio Signore".

Un profeta non è disprezzato se non…
Constatazione amara del rifiuto di Israele dietro il quale si profila quello dell'umanità.
A tutti può capitare di inciampare e cadere di fronte alla grandezza di un Dio che si fa piccolo e insignificante, di rifiutare un Dio la cui sapienza è la follia della Croce, che è la follia dell'amore.
Eppure, Lui può entrare nel "concreto" della nostra esistenza, perché si è fatto "carne", "storia" nella nostra storia, e farsi "luce" e vita della nostra "casa".

-------------
Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria (Mc 6,4)
(vai al testo…)

PDF formato A4, stampa f/r per A5:


Parola-sintesi proposta a suo tempo pubblicata:
 Impose le mani a pochi malati e li guarì (Mc 6,5) - (05/07/2015)
(vai al testo…)
 Si meravigliava della loro incredulità (Mc 6,6) - (08/07/2012)
(vai al testo…)
 Molto volentieri mi vanterò delle mie debolezze (2Cor 12,9) - (03/07/2009)
(vai al post "Nella debolezza, la forza")

Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
  È nella vita ordinaria che Dio si manifesta (03/07/2015)
  La nostra incredulità (06/07/2012)

Commenti alla Parola:
  di Luigi Vari (VP 6.2015)
  di Marinella Perroni (VP 6.2012)
  di Claudio Arletti (VP 6.2009)
  di Enzo Bianchi


(Illustrazione di Stefano Pachì)

domenica 1 luglio 2018

Nella nostra debolezza la sua Grazia


Parola di vita – Luglio 2018
(Clicca qui per il Video del Commento)

«Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor 12,9).

Nella sua seconda lettera alla comunità di Corinto, l'apostolo Paolo si confronta con alcuni che mettono in discussione la legittimità della sua attività apostolica, ma non si difende elencando i propri meriti e successi. Al contrario, mette in evidenza l'opera che Dio ha compiuto, in lui e tramite lui.
Paolo accenna ad una sua esperienza mistica, di profondo rapporto con Dio [1], ma per condividere subito dopo la sua sofferenza per una "spina" che lo tormenta. Non spiega di cosa si tratti esattamente, ma si capisce che è una difficoltà grande, che potrebbe limitarlo nel suo impegno di evangelizzatore. Per questo, confida di aver chiesto a Dio di liberarlo da questo impedimento, ma la risposta che riceve da Dio stesso è sconvolgente:

«Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza».

Tutti facciamo continuamente esperienza delle nostre e altrui fragilità fisiche, psicologiche e spirituali, e vediamo intorno un'umanità spesso sofferente e smarrita. Ci sentiamo deboli e incapaci di risolvere tali difficoltà, persino di affrontarle, limitandoci al massimo a non fare male a nessuno.
Questa esperienza di Paolo, invece, ci apre un orizzonte nuovo: riconoscendo ed accettando la nostra debolezza, possiamo abbandonarci pienamente nelle braccia del Padre, che ci ama come siamo e vuole sostenerci nel nostro cammino. Proseguendo questa lettera, infatti afferma ancora: "È quando sono debole che sono forte" [2].
A questo proposito, Chiara Lubich ha scritto: "[…] La nostra ragione si ribella ad una simile affermazione, perché vi vede una lampante contraddizione o semplicemente un ardito paradosso. Invece essa esprime una delle più alte verità della fede cristiana. Gesù ce la spiega con la sua vita e soprattutto con la sua morte. Quando ha compiuto l'Opera che il Padre gli ha affidato? Quando ha redento l'umanità? Quando ha vinto sul peccato? Quando è morto in croce, annientato, dopo aver gridato: 'Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato'.Gesù è stato più forte proprio quando è stato più debole. Gesù avrebbe potuto dare origine al nuovo popolo di Dio con la sua sola predicazione o con qualche miracolo in più o qualche gesto straordinario. Invece no. No, perché la Chiesa è opera di Dio ed è nel dolore e solo nel dolore che fioriscono le opere di Dio. Dunque nella nostra debolezza, nell'esperienza della nostra fragilità si cela un'occasione unica: quella di sperimentare la forza del Cristo morto e risorto […]" [3].

«Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza».

È il paradosso del Vangelo: ai miti è promessa in eredità la terra [4]; Maria, nel Magnificat [5], esalta la potenza del Signore, che può esprimersi totalmente e definitivamente, nella storia personale e nella storia dell'umanità, proprio nello spazio della piccolezza e della totale fiducia nell'azione di Dio.
Commentando questa esperienza di Paolo, Chiara così suggeriva ancora: "[…] la scelta che noi cristiani dobbiamo fare è assolutamente in senso contrario a quella che si fa ordinariamente. Qui si va, veramente, controcorrente. L'ideale di vita del mondo in genere consiste nel successo, nel potere, nel prestigio… Paolo al contrario ci dice che occorre gloriarsi delle debolezze […] Fidiamoci di Dio. Egli opererà sulla nostra debolezza, sul nostro nulla. E quando è Lui che agisce, possiamo star certi che compie opere che valgono, irradiano un bene durevole e vanno incontro alle vere necessità dei singoli e della collettività" [6].

Letizia Magri

----------
[1] Cfr. 2Cor 11,1-7a
[2] Cfr. 2Cor 12,10
[3] Cfr. C. Lubich, La forza del dolore, Città Nuova, 44, [2000], 12, p.7
[4] Cfr. Mt 5,5
[5] Cfr. Lc 1,46-55
[6] Cfr. C. Lubich, Dio opera sulla nostra debolezza, Città Nuova, 26, [1982], 11/12, p.59.


Fonte: Città Nuova n. 6/Giugno 2018

venerdì 29 giugno 2018

La fede: tocco intimità sequela, non fenomeno di massa


13a domenica del Tempo Ordinario (B)
Sapienza 1,13-15; 2,23-24 • Salmo 29 • 2Corinzi 8,7.9.13-15 • Marco 5,21-43
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

I due miracoli, dell'emorroissa e della figlia di Giairo, si illuminano e rischiarano a vicenda comunicando con grande forza l'idea della fede come percorso individuale, non come fenomeno di massa. Tanti sono quelli che seguono Gesù e godono della sua presenza. Ma credere non coincide con un semplice stare accanto al Maestro. Lo mostra con chiarezza la donna sofferente da dodici anni che si avvicina a Gesù per toccarlo. L'emorroissa è protagonista dell'unico miracolo involontario compiuto da Gesù nei vangeli. È come se la donna rubasse la forza del Cristo a insaputa dello stesso con un semplice tocco del mantello. È sufficiente sfiorare appena il Cristo perché la salvezza di cui egli è segno possa contagiare anche lei.
Esistono vari modi per di toccare Gesù. Chissà quante decine di persone lo avranno fatto senza trarne alcun beneficio! Solo una donna, sfiorandone il mantello, ha cambiato radicalmente la propria vita.
Gesù cercherà il suo volto e la donna giungerà a vedere quello del suo salvatore. È la traiettoria completa dell'incontro: non solo toccare il Maestro, ma conoscerlo faccia a faccia. Gesù accoglie la verità della donna e chiama tale verità con il nome di «fede». Quella fede ha salvato l'emorroissa. Ora può andare in pace, guarita dal proprio male, non solo salvata. Ha ritrovato un padre, come si evince dalle parole con cui la chiama Gesù: «figlia».
In fondo anche lei è figlia, come la giovane ragazza che Giairo ha appena perduto, nonostante il tentativo di chiamare il guaritore dei Nazaret. Quando giunge la notizia terribile del decesso, ormai sembra Gesù fuori gioco. La malattia, non la morte, è il campo del suo dominio. È inutile infastidire il Maestro. Tuttavia è proprio Gesù a confortare Giairo, invitandolo a non temere e a custodire semplicemente la propria fede.
Di nuovo ritorna lo stesso termine, di nuovo un caso di solitudine e isolamento. Il padre si ritrova con una figlia ormai morta, un gran trambusto davanti a casa e un uomo che rimprovera chi piange e fa strepito perché, in realtà, la ragazza non sarebbe morta ma semplicemente addormentata. La derisione che segue ci offre la misura della solitudine che è la fede: sperare contro ogni speranza.
Dalla folla, entrando nella stanza della ragazza, passiamo a un gruppo di pochi intimi. Ci possiamo chiedere perché Gesù abbai rinunciato a un pubblico più vasto per un gesto straordinario come una risuscitazione. La risposta poggia ancora sulla natura della fede la quale non è solo causa che apre alla potenza di Dio, ma anche premessa perché possiamo vedere e comprendere la sua opera nel mondo. Chi deride Cristo non sarà certo convertito da un miracolo, per quanto straordinario. I testimoni rimarranno pochi: i genitori e i tre discepoli che seguiranno Gesù sul monte della trasfigurazione e nel Getsemani.
La fede è tocco, intimità e sequela. Non è fenomeno di massa, spettacolare e seducente. L'esito di questo cammino arduo è la vita ritrovata. Una donna con perdite di sangue viene salvata. Può di nuovo generare. Riacquista la sua fecondità. Una giovane ragazza in età di marito si rialza e riprende a camminare. Può aprirsi alla propria sponsalità. La vita fiorisce e si comunica. Questa è la grandezza del dono che Dio prepara per coloro che credono in lui.

(da Claudio Arletti, «Ai suoi discepoli spiegava ogni cosa», EDB. Commento ai Vangeli festivi dell'anno B)

-------------
Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Non temere, soltanto abbi fede! (Mc 5,36)
(vai al testo…)

PDF formato A4, stampa f/r per A5:


Parola-sintesi proposta a suo tempo pubblicata:
 Non temere, soltanto abbi fede! (Mc 5,36) - (28/06/2015)
(vai al testo…)
 Figlia, la tua fede ti ha salvata (Mc 5,34) - (01/07/2012)
(vai al testo…)
 Non temere; soltanto continua ad aver fede! (Mc 5,36) - (26/06/2009)
(vai al post "Abbandonati in Lui")

Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
  Alzati! Torna a ricevere e dare amore (26/06/2015)
  La vita dono della fede (29/06/2012)

Commenti alla Parola:
  di Luigi Vari (VP 5.2015)
  di Marinella Perroni (VP 5.2012)
  di Claudio Arletti (VP 5.2009)
  di Enzo Bianchi
  di Lectio divina: Abbazia Santa Maria di Pulsano
  di Letture Patristiche della Domenica

(Illustrazione di Bernadette Lopez, "La figlia di Giairo")

giovedì 28 giugno 2018

La pace con il fratello, garanzia della pace con Dio



"Rilettura", alla fine del mese, della Parola di Vita di giugno.

«Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9).

Essere operatori di pace comporta diffondere una cultura dell'accoglienza: promuovere il dialogo tra persone e gruppi, diversi di per sé per storia, tradizioni culturali, punti di vista, mostrando apprezzamento ed accoglienza per questa varietà e ricchezza. Accogliere l'altro è innanzitutto accettarlo come lui è, comprenderlo, ascoltarlo, svuotandosi di qualsiasi giudizio, delle proprie idee, per accogliere completamente il suo pensiero, anche se è diverso o contrario al mio.
Agire così significa testimoniare che la pace è possibile. La pace è possibile se tra di noi, nella vita di ogni giorno, testimoniamo rapporti di fraternità. La pace infatti è effetto dell'unità. Quando c'è unità fra noi e Dio, allora la pace interiore sostiene i rapporti fra le persone. La pace è frutto della salvezza che Dio opera, è quindi prima di tutto un suo dono.
Il primo passo per la pace è quindi avere la pace dentro di noi. La pace interiore rivela il nostro rapporto con il trascendente; è una potenza spirituale costante e coerente in ogni situazione perché la nostra vera pace è in Dio. Chi è unito a Dio è unito anche a tutte le persone senza esclusione, perché frutto dell'unione con Dio. Allora, può essere portatore di pace chi la possiede in se stesso. Occorre essere portatori di pace anzitutto col proprio comportamento di ogni istante, vivendo in accordo con Dio e la sua volontà.
Chi è in pace con il suo fratello è in pace con Dio: la pace con il fratello è garanzia della pace con Dio. Gli operatori di pace manifestano la loro parentela con Dio, agiscono da figli di Dio, testimoniano Dio che ha impresso nella società umana l'ordine, che ha come frutto la pace.
Allora, l'operatore di pace fa il primo passo. Il primo passo è non restare in noi stessi e di conseguenza non giudicare le intenzioni dell'altro che possiamo non comprendere… Invece è riuscire a guardare ogni giorno l'altro come lo vedessimo la prima volta, senza sommare al pensiero attuale quello dei giorni precedenti. Fare questo primo passo faciliterà il leggere quelle cose che l'altro ha in cuore. Allora è importante cercare occasioni di riconciliazione con ci sta vicino, in famiglia, sul lavoro, a scuola, in parrocchia, nelle associazioni…
Lavorare per la pace è qualcosa che ognuno, nel suo ambito, può fare: essere di esempio, non prendere posizione secondo le emozioni, stare dalla parte della giustizia e della verità senza trascurare la carità reciproca. Non aspettare che Dio faccia un miracolo, con un tocco di bacchetta magica, ma fare noi la nostra parte e vivere ciò che chiedo nella preghiera, come san Francesco: "Dove c'è odio postare l'amore, dove c'è offesa portare perdono, dove c'è discordia portare unione…".
Provare e riprovare a costruire la pace, senza indietreggiare davanti alle difficoltà nelle relazioni. Non desistere al primo tentativo fallito, ma continuare a provare, mettendo più amore e comprensione al tentativo successivo. Ecco la strategia: dall'intransigenza alla tolleranza, dalla tolleranza al dialogo, dal dialogo al rispetto e all'accettazione dell'altro, dal rispetto e dall'accettazione alla comunione… E come obiettivo ultimo l'unità! La pace si costruisce nel coro delle differenze e a partire da queste differenze si impara dall'altro, come fratelli, secondo le parole di papa Francesco.
Per poter avere la pace occorre anche perdonare e avere occhi nuovi. Gli occhi sono la lampada del corpo. Se l'occhio è limpido tutto il corpo vivrà nella luce. Luce che è amore, vincolo della perfezione. Solo l'amore reciproco può creare un legame tra noi che si rinnova ogni giorno e non ha residui dei momenti passati, ma vive con intensità il momento presente. Nel momento presente il nostro sguardo deve essere nuovo ed illuminato solo dall'amore. Avere occhi nuovi è avere una visione di misericordia. È una vera rivoluzione culturale, che stravolge la nostra visione spesso chiusa e miope.
Superare gli ostacoli alla pace, significa operare per l'altro e con l'altro, andando oltre le barriere poste da interessi contrapposti, dal desiderio di manifestare la propria potenza. Significa anche impegnarci a conoscere i germogli di pace e fraternità che già rendono le nostre città più aperte ed umane. Significa dare spazio al pensiero dell'altro, accettando le differenze senza sentirle come un peso, non giudicando le intenzioni dell'altro e non ingigantendole, cercando piuttosto di osservare l'altro per quello che è nel presente, cercando di vedere l'altro come fosse la prima volta. Fatto questo passo, è più facile riuscire a leggere quello che l'altro ha in cuore, spesso oscurato dal suo modo di fare che può sembrare fastidioso.
Tutto questo "operare per la pace" porta a vivere gli uni per gli altri. Vivere gli altri implica l'abdicare a se stessi. Se l'amore poi diventa reciproco si avverte uno scatto nella vita interiore, si conosce in maniera nuova i doni dello Spirito, si testimonia Cristo e la nostra fratellanza in Lui. Ci sentiamo fratelli perché uno è il nostro Padre. E se discutiamo tra noi come fratelli, che si riconciliano subito, che tornano sempre ad essere fratelli, come dice papa Francesco.
Allora costruire la pace significa custodirla in noi stessi. Se possiedo la pace in me, cioè se ho Dio nel mio cuore, la porto ovunque. Se, come dice san Giovanni della Croce: "Dove non c'è amore, metti amore", allora posso anche dire: "Dove non c'è pace, è lì che la debbo portare". Se possiedo la pace in me, allora sarò suo ambasciatore nel mondo. Vivere in pace non è semplicemente assenza di conflitto, non è neanche il quieto vivere, con un certo compromesso sui valori per essere sempre e comunque accettati, anzi è uno stile di vita squisitamente evangelico, che richiede il coraggio di scelte controcorrente.

venerdì 22 giugno 2018

Saper afferrare la perenne novità dell'agire di Dio


Natività di San Giovanni Battista
Isaia 49,1-6 • Salmo 138 • Atti 13,22-26 • Luca 1,57-66.80
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Il venire al mondo del Battista è fonte di grande gioia e, allo stesso tempo, di uno stupore che rasenta lo sconcerto. Giovanni arriva sulla scena del mondo come pura grazia e segno dell'azione potente del Padre. I vicini manifestano una comprensibile solidarietà e vogliono entrare nella gioia di questa anziana coppia visitata dal dono della vita. Ma il loro rallegrarsi non è così semplice e immediato come sembra. Dio ha manifestato la sua «misericordia» secondo quanto ha cantato la Vergine nel suo incontro con Elisabetta, ma l'uomo non ne coglie fino in fondo la portata. Tutto appare come un rito prestabilito, da seguire nei più piccoli dettagli. La ritualità umana, però, non sa afferrare la perenne novità con cui Dio agisce. Tutto si gioca attorno alla questione del nome. La comprensibile scelta dei parenti si muove nel segno della continuità, ma la madre invece si allinea alla parola pronunciata dall'angelo al marito Zaccaria e indica un nome che, nel suo stesso significato, rimanda alla misericordia di Dio. Questo, infatti, è il significato del nome «Giovanni». I vicini e i parenti non sono in grado di penetrare sino in fondo che cosa veramente Dio sta operando. Elisabetta è sola nel sostenere la scelta del nome Giovanni. Zaccaria è solo nel suo silenzio, ormai lungo nove mesi. Anche Giovanni sarà solo, vivendo in regioni desertiche, isolato dal popolo, in intimità col suo Dio. È il sigillo della solitudine.
Giovanni, poi, chiamerà al deserto dal deserto perché l'uomo abbandoni i suoi sterili riti e ascolti una parola nuova e decisiva.
Quello che Elisabetta ha suggerito, Zaccaria lo scrive su una tavoletta. Il gesto muto ed eloquente scioglie la questione e decide il nome del precursore. La sequenza parola-scritto rende bene l'idea di cosa sia la promessa divina. Non si tratta di una semplice parola destinata a passare. È qualcosa che Dio ha scritto e rimane come prova irrevocabile di una ferma volontà di salvezza.
Se l'uomo accetta l'irruzione di Dio nella storia, allora può dire qualcosa di significativo: la sua parola ha finalmente un senso perché coglie il fattore decisivo della storia stessa. Zaccaria può dunque parlare nel momento in cui asseconda la divina parola. Solo nell'ascolto e dall'ascolto un credente può pronunciare parole significative. Se anche parliamo, al di fuori del progetto di Dio le nostre parole sono vane e passeggere.
Zaccaria ci mostra cosa sia, in ultima analisi, la parola umana. È un'eco e un riflesso degli eventi di Dio che opera.
Dopo il gesto eloquente di Zaccaria e le sue parole di lode e benedizione, finalmente parenti e vicini si dispongono non ad affermare qualcosa ma a domandarsi - nel timore di Dio, segno che si è davanti alla sua azione - che cosa ne sarà del bambino.
Il loro discorrere non è perpetuare i soliti schemi mentali, ma testimonia piuttosto una ricerca e una vera condivisione di un fatto religioso, sorprendente e in qualche modo sempre misterioso.
Ciò che l'uomo crede di aver scritto e fissato evapora davanti a quanto scrive la mano di Dio attraverso quella dei suoi servi sulla storia e sulla vita dell'uomo.
Accogliere il precursore diviene allora già una prima accoglienza del Messia, il quale viene al di fuori dei nostri pensieri e delle nostre vie, nell'assoluta novità di Dio.

(da Claudio Arletti, «Ai suoi discepoli spiegava ogni cosa», EDB. Commento ai Vangeli festivi dell'anno B)

-------------
Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Giovanni è il suo nome (Lc 1,63)
(vai al testo…)

PDF formato A4, stampa f/r per A5:


Parola-sintesi proposta a suo tempo pubblicata:
 Si chiamerà Giovanni (Lc 1,60) - (24/06/2012)
(vai al testo…)

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
  Il servo del Servo (22/06/2012)

Commenti alla Parola:
  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 6.2018)
  di Marinella Perroni (VP 5.2012)
  di Enzo Bianchi

(Illustrazione da "La Domenica": Gerusalemme, Natività di San Giovanni Battista)