venerdì 29 gennaio 2010

Ciò che resta

31 gennaio 2010 – 4a domenica del Tempo ordinario (C)

Parola da vivere

La carità è benevola (1Cor 13,4)


I rapporti tra Gesù e i suoi concittadini sono difficili, incompatibili. Gli abitanti di Nazareth esigono da lui che "faccia" ciò che vogliono loro: "Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui, nella tua patria". Cercano "segni", prodigi, riducendo così la FEDE a magia e ad economia. Gesù, allora, "esce" dal proprio paese, va "altrove", verso gli altri, i disperati, gli esclusi, i non aventi diritto, annunciando a tutti con forza e tenerezza la gioiosa notizia: "Dio Padre mio e vostro vi ama immensamente, fate così anche voi", "amatevi come io vi ho amato".
Anche Paolo nel famoso inno alla carità ci parla di un amore che va oltre: "la carità è benevola, tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta".
Senza la carità tutto ciò che abbiamo, che siamo e che facciamo non conta nulla: tutto il resto svanisce, viene meno.
L'amore non è un comandamento solo per i cristiani, ma per tutti. Se la carità è ciò che rimane, viviamo pertanto la regola d'oro: "Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te stesso". E l'invito di Gandhi: "Non posso ferirti, senza ferirmi".
L'amore vissuto, quindi, ci fa vivere alla grande: mette l'anima in rapporto sponsale con Dio, ricolma di gioia il cuore, realizza la civiltà dell'amore.


Testimonianza di Parola vissuta


Finalmente abitiamo in un quartiere più comodo per il mio lavoro e per la scuola. Subito però nascono difficoltà con quelli della casa accanto. Avvertono rumori molesti provenienti dalla nostra casa. Diciamo loro che non è possibile, li invitiamo da noi, ma non ci credono. Iniziano a suonare il nostro campanello a ripetizione in ogni momento della giornata, e a gettare discredito su di noi parlando qua e là.
Con mia moglie vorremmo portar pace e riuscire a non cedere alle provocazioni. Cominciamo a ricevere telefonate anonime, notturne. Il servizio telefonico conferma: sono loro.
Per tutelare la nostra famiglia, ci rivolgiamo ad un amico avvocato; scegliamo di seguire una via che possa offrire ancora una speranza di riconciliazione. Gli avvocati si parlano. Inizia una tregua...
Per Natale mandiamo loro un biglietto d'auguri firmato anche dai bambini. Qualcosa comincia a cambiare: qualche saluto, parole buone ai bambini. Li invitiamo a una festa, vengono, abbiamo modo di conoscerci...
Ora siamo diventati amici.

(L.M., Italia)


(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, esperienza in parrocchia)

mercoledì 27 gennaio 2010

Essere servo, essere sacerdote


«Il Figlio pur restando uguale al Padre, si è reso inferiore, perché si degnò di diventare simile all'uomo. Egli stesso poi si rese inferiore, quando spogliò se stesso prendendo la condizione di servo (Cfr Fil 2,6-8).
L'umiliazione di Cristo dunque è il suo stesso annientamento; e tuttavia il suo annientamento null'altro è se non il rivestirsi della sua condizione di servo. Cristo dunque, pur rimanendo Dio, Unigenito di Dio, al quale offriamo sacrifici come al Padre, diventando servo si è fatto sacerdote e così per mezzo suo possiamo offrire una vittima viva, santa, gradita a Dio. Tuttavia Cristo non avrebbe potuto essere offerto da noi come vittima, se non fosse diventato vittima per noi» (San Fulgenzio di Ruspe, Lettera 14).

«Diventando servo si è fatto sacerdote».
Ma al diacono sono poste le mani "non per il sacerdozio, ma per il ministero". Ne consegue che c'è una unità profonda tra questi due modi distinti di "essere" nel ministero ordinato: è lo stesso Gesù che opera in modo sacramentale nella chiesa e nell'umanità; quasi due facce di una stessa medaglia, l'unico Cristo che muore per l'umanità.
Io penso che è in Gesù abbandonato il punto di incontro tra sacerdote e diacono. È in questo mistero di Gesù che prende forma distintamente il ministero ordinato, che si incarna nella realtà del prete e del diacono, due modi di essere dello stesso Gesù: servo e, perché tale, vittima.
La collaborazione, nel ministero, tra preti e diaconi non è solo funzionale: è una comunione d'essere che nasce dal rapporto reciproco ed ha la sua origine nella morte di Cristo, nel suo abbandono, culmine di ogni dolore, quasi "doglie di un parto divino" che genera la nuova umanità.


sabato 23 gennaio 2010

Ricordando Gilberto Bonansea


«Soltanto la comunione con i fratelli ci porta a Dio»

Ho ricevuto l'ultimo Foglio di Collegamento dei Diaconi dell'Arcidiocesi di Torino, in cui si ricorda il diacono Gilberto Bonansea, morto il 23 settembre scorso.
Voglio scrivere qualcosa di lui perché ci legava una lunga amicizia. Ho riportato nel mio sito di testi e documenti quanto è stato pubblicato nel Foglio di Collegamento.
Una cosa che sempre mi ha colpito di lui (ed in questo c'è sempre stata una consonanza piena) era che l'esperienza del diaconato non fu mai disgiunta da quella di famiglia. Sono convinto che per lui il diaconato non era solo una questione personale, ma un servizio da vivere nello spirito di famiglia e in una vita di comunione. Alla scuola di don Vincenzo Chiarle (per più di trent'anni incaricato della formazione spirituale dei diaconi dell’archidiocesi di Torino e di cui ho riportato una intervista fattagli a questo proposito) aveva capito che un punto essenziale di questo “nuovo” ministero era proprio il saper “vivere e creare comunione”.
Riporto alcuni passi della lettera di un amico comune che racconta degli ultimi momenti di Gilberto:
«Il 7 luglio scorso, inaspettata, la diagnosi. (…) Gilberto affronta giorno per giorno le diverse terapie, sempre pronto a ringraziare. Anche quando gli viene comunicato che a causa di un guasto la terapia non si può eseguire, con un sorriso esclama all'infermiera: "Io le voglio bene lo stesso e le auguro buona domenica". Pur non potendo essere presente fisicamente, rimane sempre molto partecipe alle diverse attività pastorali e ripetutamente domanda: "Le persone erano contente?". (…) Col passare dei giorni la sofferenza si acuisce: si alternano momenti di coscienza a momenti di torpore. Emerge tutta la sua profondità spirituale e il suo rapporto con Dio: è proprio in uno di questi momenti che comunica il Salmo da leggersi al funerale, "Dal pianto alla gioia". In un altro momento dice alla figlia: "La vita terrena finisce, la vita di fede è eterna, bisogna continuamente alimentarla".
Nelle ultime ore, assieme alla famiglia, amici e persone della comunità, si raccolgono in un clima di profondo raccoglimento. Ne scaturisce una veglia di preghiera spontanea: pur nella sofferenza del distacco, si respira già aria di Paradiso. La notte prosegue in questo clima: i familiari lo accompagnano, rassicurandolo che tutti coloro che ci hanno già preceduti e che abbiamo amato lo attendono nella casa del Padre; subito dopo la partenza, in una preghiera speciale chiedono di accoglierlo in Paradiso e di avere la capacità di continuare a vivere come lui ha loro trasmesso, in piena unità anche nella diversità. (…)».

Ed ecco la conclusione dell'intervento della moglie Maria Pia al funerale di Gilberto: «Dopo 30 anni di ordinazione e 45 di matrimonio, festeggiati lo scorso maggio, e dopo la partenza per il Paradiso di Gilberto, non posso che riconfermare tutto. Una cosa mi permetterei di sottolineare, perché è ciò che ha permesso a tutta la famiglia di percorrere insieme nella serenità questo tratto di strada della nostra vita: non venga mai meno il confronto, il dialogo nella coppia; non cessi la bellezza del coinvolgere i figli nelle nostre scelte di vita; partecipiamo agli altri ciò che Dio ha operato in noi.
Io e le mie figlie siamo convinte, e in questo recente dolore lo abbiamo ancora di più constatato, che da soli non andiamo da nessuna parte: soltanto la comunione tra noi e con i fratelli ci porta veramente a Dio».


venerdì 22 gennaio 2010

L'unità, armonia del corpo

24 gennaio 2010 – 3a domenica del Tempo ordinario (C)

Parola da vivere

Il corpo è uno solo e ha molte membra (1Cor 12,12)


Nella sinagoga del suo paese, Nazareth, Gesù ci offre un esempio quanto mai convincente di lettura della Parola.
Ciò che la parola di Dio annuncia: "Lo Spirito del Signore è sopra di me, mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione... a rimettere in libertà gli oppressi", in Gesù si attualizza e si compie.
La bibbia è il libro di un popolo, è un discorso di Dio agli uomini, un dialogo con Dio da parte di un popolo.
È stato così per il popolo ebreo, disperso e ridotto in schiavitù a Babilonia. Al loro ritorno in patria gli ebrei si ritrovano nel tempio, aprono il libro della parola di Dio: tutti accolgono con commozione e gioia quella Parola e, intorno a Dio, si ri-compone un popolo.
Questo è pure avvenuto per i cristiani. "Erano assidui alla predicazione degli apostoli", e sono così diventati una comunità che si voleva bene e amava gli altri, come Gesù aveva loro insegnato: erano così divenuti un cuor solo e un'anima sola.
Così succederà pure per tutte le religioni e per le chiese di denominazioni diverse, se, conoscendosi, stimandosi, ed amandosi, si ricomporranno in unità.
Tutti insieme allora contribuiremo a realizzare la preghiera di Gesù: "Padre, che tutti siano uno, perché il mondo creda". È quanto san Paolo afferma nella Lettera ai Corinzi, descrivendo l'armonia delle membra che formano un solo corpo.
"Dio, - diceva Teilhard de Chardin - sogna grandi cose per l'uomo".
È la speranza di tutti noi.

Testimonianza di Parola vissuta


Sono libanese, ortodossa, di padre ortodosso e di madre cattolica. I miei genitori sono credenti. In famiglia non si è mai posto l'accento sulla parola 'cattolico' o 'ortodosso'. Era naturale festeggiare le due Pasque insieme alle due famiglie. A 15 anni ho cominciato a rifiutare ogni religione, anche perché in Libano, religione e politica sono in stretto nesso fra di loro. Pensavo che gli uomini avessero mescolato tutto e non distinguevo più niente. Per me Dio non poteva esistere e permettere guerra e ingiustizia. Dopo alcuni anni siamo giunti al culmine della guerra in Libano.
I miei partono per Parigi. lo volevo rimanere per difendere il mio Paese. Cerco di entrare nell'esercito; nauseata però dalla vanità dei miei sforzi e da me stessa, ubbidisco alla volontà dei miei genitori e li raggiungo in Francia. Ma la mia vita lì non aveva più nessun senso: avevo il mio Paese da liberare... Per non pensare mi sono buttata nei divertimenti della vita.
Nel frattempo mio fratello aveva conosciuto e iniziato a vivere il Vangelo. La sua vita mi affascinava: era così trasparente. Mi ha invitato a incontrare altre persone e sono andata. Era tutto un altro mondo. Vedevo gente che mi accoglieva con tanto amore, molto sorridente. Sono tornata a casa felice, l'amore stava rinascendo dentro di me.
Ho incominciato a frequentare la mia Chiesa, a scoprirla ed amarla. Ho letto la sua storia, ho frequentato un corso di teologia. Ho capito che dovevo essere unita ad essa, sperimentando l'aiuto di questa spiritualità evangelica, che ti fa andare al di là delle divisioni nel rispetto delle differenze. Era questa la vera rivoluzione

(S.W., Libano)

da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, esperienza in parrocchia)

domenica 17 gennaio 2010

Chi ama è invincibile


Ho letto e riletto l'esperienza che l'amico Tanino Minuta ha scritto sul suo blog. Il titolo è significativo: Chi ama è invincibile; per questo la voglio proporre ai lettori del mio blog.
Non mi stupisco dell'avventura che il mio amico ha vissuto nell'allora Ungheria comunista, perché, conoscendolo, non poteva comportarsi che così.
Quello che sempre mi ha colpito di lui è la sua giovialità, il suo slancio, il suo vedere il positivo in tutto. Parlare con lui è aprirsi su quegli orizzonti che ti fanno alzare lo sguardo e ti fanno guardare oltre…
Quando racconta, nel periodo del suo insegnamento in un ateneo ungherese, che poteva essere "spiato" anche dagli stessi studenti, vedo in lui quel "bambino evangelico" che trova la ragion d'essere nell'amore verso tutti.
La lezione per me è chiara: chi ama, chi è nell'amore, sa che può affrontare ogni situazione.
«Sì certo, ero ben consapevole di trovarmi in quel paese, con quell'ideologia, ma pensare che qualcuno degli studenti fosse lì apposta per cogliere qualche parola equivoca, qualche valutazione che sarebbe potuta sembrare dispregiativa verso il sistema politico vigente, qualche paragone con il capitalismo italiano...
Perché temevano che ogni straniero fosse un attentato al comunismo? E poi cosa avrei potuto dire contro un certo sistema parlando dei primi documenti della lingua italiana? Come potevo denigrare un'ideologia spiegando la storia della grammatica o parlando della poetica di Dante o Petrarca? Mi venne da ridere nel pensare a come vedevano l'occidente quelli dell'Europa est. Come se oltre la cortina di ferro ci fossero la felicità, la libertà. (…)
Decisi di cancellare dalla mia mente il pensiero che qualcuno degli alunni potesse avere il compito di spiarmi perché la prima cosa che avrei potuto fare sarebbe stata di indagare chi potesse essere quel mercenario o quell'idealista che mi aspettava al varco per cogliermi in fallo. Un tale pensiero avrebbe minato il rapporto diretto e semplice che avevo già instaurato con le varie classi. (…)».

Alla fine, dopo il "crollo del muro", venne a sapere che la "spia" era la persona che lui aveva aiutato…: «Sento gratitudine per questa fragile creatura…».
E termina il suo racconto con quel tocco che ti dà quella luce e quella speranza di cui ogni giorno hai bisogno: «...nel Grande Gioco della vita, ancora una volta avevo potuto costatare che chi ama ci azzecca sempre, chi ama è invincibile».
Grazie, Tanino!

venerdì 15 gennaio 2010

Guardare al figlio...

17 gennaio 2010 – 2a domenica del Tempo ordinario (C)

Parola da vivere

Qualsiasi cosa vi dica, fatela (Gv 2,5)


Gesù inaugura la sua vita pubblica nel contesto di una festa di nozze.
Egli interviene alla festa non per rubarci qualcosa, ma per donare in abbondanza.
E tutti beneficiano del suo dono, anche quelli che non si aspettavano nulla da lui (e a cena erano i più).
Alla festa sono presenti anche gli apostoli e la Madonna. Lei, col suo intuito materno, si accorge che mancava il vino: chiede e ottiene dal figlio il di più: l'amore.
Maria, esperta in amore, sa che non è possibile amare senza un pizzico di fantasia. Una carità sciatta che si limita al dovere, allo stretto indispensabile, è l'opposto dell'amore.
Pertanto ci invita a guardare al figlio e a fare quello che lui ci dice: "Qualsiasi cosa vi dica, fatela".
Giovanni non parla di "miracolo", ma di "segno" compiuto da Gesù, un gesto rivelatore della sua missione: manifestare l'amore del Padre per l'umanità tutta.
Cosi, perché figli di Dio amore, anche noi ci accorgiamo di avere molti doni per gli altri: un "segno" piccolo, contenuto, dimesso, delicato e rispettoso, capace però di farci diventare testimoni e operatori di unità.


Testimonianza di Parola vissuta


Una compagna di mia figlia aveva perso in un incidente il padre e la sorella. Conoscevo solo di vista la mamma che a volte incontravo quando accompagnavo a scuola le nostre figlie.
Quando ho saputo del fatto, ho sentito che dovevo andare a trovarla in ospedale. Ho chiesto aiuto a Dio per averne la forza, perché anch'io avevo perso mio padre in un incidente simile.
Poi ho capito che non bastava una visita, dovevo fare qualcosa di più. Sono passata al mercato, ho comprato vari generi alimentari e li ho portati a casa sua.
Non avevo il coraggio di parlarle. Cosa potevo dirle? Come trovare il modo di consolarla? Mi sono fatta forza e sono tornata più volte a trovarla. Ho saputo anche che aveva bisogno di soldi, le ho portato perciò una piccola somma. Dopo alcuni giorni l'ho trovata più forte, con maggior fiducia nella vita e grata per quella amicizia nata da un dolore condiviso.

(P. G., Bolivia)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, esperienza in parrocchia)

giovedì 14 gennaio 2010

Convegno sul Diaconato: Testimonianza dalla Spagna


Ho ripreso a rileggere gli Atti del Convegno Nazionale sul diaconato di cui ho riportato l'indice nel post dell'11 gennaio scorso. Ne ho già parlato a suo tempo (programma - impressioni dopo la partecipazione – articolo su Settimana). Cercherò di pubblicarne i contenuti nel mio sito di testi e documenti.
Inizio col riportare la testimonianza di Montserrat Martínez, moglie del diacono Aurelio Ortín, di Barcellona, Spagna, ordinato 27 anni fa. Lo faccio soprattutto per l'esperienza personale vissuta assieme a mia moglie e per il prezioso dialogo e confronto cha abbiamo avuto durante il Convegno.
Riporto alcuni passi che mi sembrano significativi di quell'esperienza fatta "a più mani".

«Nel corso di questi anni, e anche nel periodo di preparazione al diaconato, ho cercato di accompagnare mio marito quanto più possibile, tenendo conto in ogni momento della situazione familiare e del fatto che è lui che ha ricevuto l'ordinazione diaconale. Dal momento della vocazione diaconale di Aurelio, già pensata e discussa prima del nostro matrimonio, il suo percorso diaconale è stato una scelta di vita condivisa. (…)
Così dunque, con attesa, sforzo e speranza, ho cercato di curare soprattutto: la spiritualità del diacono, che è propriamente quella del servizio; questo implica da parte della sposa una grande generosità, umiltà, fiducia e preghiera, a livello sia personale che coniugale; la realizzazione della missione ministeriale del mio sposo: adesione del cuore, dialogo, animazione, accoglienza e consolazione, condivisione del suo diaconato nella misura possibile: accompagnamento nei ritiri spirituali, negli incontri diocesani, nazionali ed internazionali. (…)
Il rapporto che si stabilisce tra il sacramento del matrimonio e quello dell'ordine nel grado del diaconato nella Chiesa di comunione, è di arricchimento reciproco. Per un verso, quando un uomo sposato riceve il sacramento dell'ordine, la grazia ricevuta nel matrimonio trova una nuova dimensione; il matrimonio cristiano si apre al servizio ministeriale e ad una nuova tappa di maggior impegno e generosità; il consenso della sposa, che è eco e attualizzazione del "sì" dato nel momento dell'impegno matrimoniale, mette gli sposi nella condizione di vivere in comunione profonda la vita di servizio alla Chiesa. In modo analogo, la grazia ricevuta dall'uomo sposato all'atto dell'ordinazione diaconale potenzia la sua vita coniugale e familiare, rendendola più aperta al dialogo, al servizio e alla donazione. (…)».

lunedì 11 gennaio 2010

Il diaconato in Italia

Il diaconato in Italia n° 158/159
(settembre/dicembre 2009)


Diaconato e stati di vita:
dal discernimento alla formazione


ATTI DEL XXII CONVEGNO NAZIONALE
3-6 AGOSTO 2009



Presentazione (Enzo Petrolino)

ATTI
  • Il diaconato: discernimento, formazione e stati di vita (Giuseppe Bellia)
  • La diaconia di P.Pio: il ministro della riconciliazione (Domenico D'Ambrosio)
  • Incontrando le spose (Silvana Castegnaro)
  • Ministerialità matrimoniale e ministeo diaconale (Andrea Grillo)
  • La donna nella società postmoderna: la risposta della famiglia diaconale (Tonino Cantelmi)
  • Il diacono oggi in Italia: bilancio e prospettive della comunità (Enzo Petrilino)
  • Diaconi formati alla scuola dei poveri (Giuseppe Merisi)
  • Per una spiritualità biblica del ministero (Raniero Cantalamessa)


  • TESTIMONIANZE

  • Testimonianze ed esperienze (Giorgio Agagliati e Anna Durando)
  • Esperienze familiari e diaconali (Laura Corradini)
  • Testimonianza dalla Spagna (Montserrat Martínez)
  • Testimonianza dalla Francia (Marie-Francoise Mancient-Hanquez)


    OMELIA
  • Discernimento e formazione (Alfredo Di Stefano)

  • RIQUADRI
  • Facendo memoria (Giuseppe Bellia)
  • L'icona del servizio (Giuseppe Bellia)


  • domenica 10 gennaio 2010

    Vivere una vita di comunione


    Mi chiedo spesso se il servizio che sono chiamato a svolgere nei confronti della comunità produce sempre quei frutti che ci si attenderebbe. Non di rado la sterilità pastorale, il mio non portar frutto, dipende dal fatto che vivo ed agisco per me e non per Dio; la mia vita non riflette quella di Gesù. Diversamente vedrebbero sì un pover'uomo, ma le cui miserie sono sanate dalla Sua misericordia. Se così è la vita è naturalmente diffusiva e il Suo Regno si diffonderebbe per osmosi.
    Per poter essere sempre segno di questo amore di Dio per gli uomini, occorre che Gesù sia in mezzo a noi ed operi, occorre che il nostro ministero sia frutto di quell'unità che Gesù ha chiesto al Padre perché il mondo creda.
    Si legge nel Direttorio per il ministero e la vita dei diaconi: «I diaconi, in virtù dell'ordine ricevuto, sono uniti tra loro da fraternità sacramentale. Ciascun diacono si senta legato ai confratelli con il vincolo della carità, della preghiera, della collaborazione» (n. 6). E nelle Norme per la formazione si legge che i diaconi sono «chiamati ad essere uomini di comunione e di servizio» (n. 67).
    Di fronte alle sfide del nostro tempo mi sono di luce alcuni pensieri che prendo dal libretto Come il Padre..., in particolare: «La vita comune impegna tutta quanta la persona e per questo si distingue da un qualsiasi gruppo psicologico (tipo club sportivo, associazione civile o religiosa, sindacati ecc.), il quale è costituito da individui che si associano in vista di finalità particolari e che perciò interagiscono limitatamente agli interessi comuni da perseguire…
    Lo stare insieme può correre appunto questo rischio: che invece di formare una comunità dove la legge della comunione tra persone ha il primo posto, vivano come un gruppo di individui che stanno insieme accidentalmente in vista dell'identico scopo da raggiungere, e senza perciò interagire, senza confrontarsi sugli altri aspetti della propria vita, e quindi iperatrofizzando il proprio io interiore reso inaccessibile agli altri. È individualismo, mascherato dal fatto di vivere insieme, giustapposti ma non comunicanti» (Silvano Cola).
    Significativa è pure l'esperienza del card. Vlk, allora prete perseguitato nella Praga comunista: «Ci incontravamo una volta alla settimana malgrado i gravi pericoli di essere scoperti e puniti. Ma sapevamo che il valore della nostra comunione era più grande di ogni rischio. In questi incontri meditavamo spesso la Preghiera di Gesù per l'unità (Gv 17), e guidati e incoraggiati dal Concilio (PO 8) condividevamo le esperienze evangeliche che ognuno riusciva a vivere nella propria situazione.
    È stato in forza di questa unità e della conseguente presenza di Gesù fra noi che abbiamo potuto sopravvivere. Non potrei sottolineare abbastanza fortemente l'importanza di una tale esperienza, in quei momenti drammatici e successivamente in tutte le circostanze della mia vita sacerdotale» (Card. Miloslav Vlk).

    venerdì 8 gennaio 2010

    Lo stile del servo

    10 gennaio 2010 – Battesimo del Signore

    Parola da vivere

    Tu sei il Figlio mio, l'amato (Lc 3,22)


    Tutti ci poniamo l'interrogativo: "Chi è Gesù?".
    Si attende una risposta...
    Mentre Gesù riceveva il battesimo, il Padre suo fa sentire la sua voce: "Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento". In forza di tale "manifestazione", spinto dallo Spirito, Gesù dà inizio alla missione.
    Il modo di presentarsi, di svolgere la sua missione, non si incontra con i gusti di coloro che pure l'attendevano. Non si fa pubblicità, non riempie le piazze, non minaccia; il suo stile è quello del servo, come riferisce Isaia.
    Gesù è solidale coi "perdenti", con i deboli e con gli "ultimi": è capace di incoraggiare, dà fiducia, rafforza la speranza e la gioia di vivere.
    Gesù porta così a compimento la missione: far cogliere a tutti noi quanto Dio Padre ci ama e scoprire la bellezza dell'amarci fra di noi, come Gesù ci ha amati, per fare di tutti una famiglia.
    Il nostro Battesimo acquista così un preciso riferimento: deve diventare un impegno, una testimonianza, uno stile di vita nuova. Contenti pertanto di essere discepoli di Gesù Cristo, è bene sapere chi siamo: gente amata da Dio, desiderosi di percorrere la via indicataci da lui.
    Così è possibile diventare un popolo nuovo che vive nell'amore, comunicando a tutti la gioia e la pace sperimentate nel vivere da figli di Dio, liberi da ogni forma di schiavitù - il male - per volare alto.

    Testimonianza di Parola vissuta


    Due giorni fa sono andata al lavatoio pubblico, quello vicino a casa mia, per fare il bucato. C'era un bel sole e tante donne lavavano i panni, anche se lo spazio era proprio poco.
    Stavamo chiacchierando allegramente quando è arrivato un anziano. Non ci vedeva quasi. Aveva due lenzuola, una camicia e il suo turbante da lavare e chiedeva che gli facessimo un po' di posto. Nessuna voleva spostarsi. Mi sono rivolta a lui: "Baba - gli ho detto come si usa con le persone anziane - dammi le tue cose che te le lavo io".
    Le altre donne si sono messe a ridere. "Con la famiglia grande che ti ritrovi e quella montagna di panni, mica dirai sul serio...". Ho ripetuto al baba l'invito e ho cominciato a lavare le sue lenzuola. Era molto contento, mi ha dato la sua benedizione paterna e, prima di allontanarsi, ha voluto lasciarmi per forza il suo pezzetto di sapone che custodiva gelosamente.
    Nessuno rideva più. Nel silenzio presso quel lavatoio, è successo qualcosa di nuovo. C'era chi prestava la sua bacinella all'altra, chi porgeva la brocca piena d'acqua a quella più lontana... Era iniziata una catena di collaborazione.

    (F. N., Pakistan)

    (da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, esperienza in parrocchia)

    martedì 5 gennaio 2010

    Lo scambio dei doni


    Epifania del Signore.
    Mi sono messo, come un bambino incantato, a contemplare questo meraviglioso evento, questa infinita luce che ha squarciato le tenebre che pesano sulla nostra umanità. A noi, barcollanti nel buio, ci si è riempito il cuore di gioia al vedere la sua stella… e L'abbiamo incontrato!
    Pazzia d'amore di un Dio per noi!
    Ed in questo incontro non può non esserci che uno scambio di doni.

    «Il dono - scrive Claudio Arletti nel suo commento - è supremo momento di verità. I regali che abbiamo ricevuto in questi giorni natalizi si distinguono in due categorie sostanziali. Ci sono cose che abbiamo ricevuto e potremmo definire anonime. Abbiamo riconosciuto il gesto di affetto, ma l'amicizia e il legame espresso dal dono non coglievano la peculiarità della nostra persona. Solo chi ci conosce sa di cosa abbiamo bisogno o indovina gusti e desideri. In quel caso il regalo rafforza il rapporto perché è un vero e proprio messaggio personale. (…)
    Il dono non è soltanto il momento in cui il destinatario si sente letto e conosciuto. Anche il donatore parla di sé in relazione a colui che benefica, offrendogli qualcosa che narra anche la propria storia e descrive la propria identità. I Magi, in altre parole, aprono il loro cuore e offrono ciò che contiene. Per questo è possibile tentare un'altra lettura dei tre doni associati inscindibilmente alla solennità odierna.
    L'oro, ricchezza visibile, rappresenta ciò che uno ha ma ancor più ciò che uno è in relazione al proprio valore. Ciascuno di noi avverte dentro di sé qualche scheggia d'oro; per grazia di Dio abbiamo vissuto istanti di autentico e disinteressato amore. Noi siamo oro.
    L'incenso, invisibile come Dio, rappresenta ciò che ognuno desidera. Quando brucia, sale al cielo, immagine della preghiera che incessantemente l'uomo religioso eleva al cielo per impetrare una vita felice e serena. Impercettibile e intangibile, l'incenso spande il suo aroma inconfondibile come inconfondibile è il desiderio proprio a ciascuno di noi. L'uomo diviene ciò che desidera... È impossibile non conoscere un uomo senza penetrare almeno un poco nel mondo dei suoi desideri... Noi siamo incenso.
    La mirra cura le ferite ma preserva anche dalla corruzione. Rappresenta certo la tutela che uno ha di sé e la difesa dalle proprie fragilità. Esprime però anche la volontà di conservare la vita… Non c'è verità su di sé senza la consapevolezza delle proprie perdite e delle ferite che la vita - soprattutto il nostro peccato - hanno inferto allo spirito e all'anima. Noi siamo anche mirra.
    I Magi, precursori di ogni credente, offrono tutto questo al Bambino.
    Dando ciò che sono, i Magi ricevono colui che è regalità, divinità e mortalità redenta. Così essi diventano simili a lui. (…) L'Epifania è davvero il Natale dell'anima… Se Dio nasce nell'uomo, nulla ancora è redento fino a quando l'uomo non rinasce in Dio. Qui si compie il cammino dei Magi. Solo qui può compiersi il nostro personale cammino verso la salvezza, in una sincera e totale apertura del nostro tesoro interiore a Cristo che sia offerta delle nostre ricchezze e delle nostre povertà, senza nulla celare, senza nulla camuffare».


    sabato 2 gennaio 2010

    La luce che viene dall'alto

    3 gennaio 2010 – 2a domenica dopo Natale

    Parola da vivere


    La luce splende nelle tenebre (Gv 1,5)


    Le tenebre ci sono, e tante.
    Le nostre "piccole - grandi tenebre": angosce, solitudini, disperazioni, tutto ciò che ci fa male, saranno però dissipate da una luce diversa, che viene dall'alto e che ha il colore e il sapore del cielo e della terra.
    A noi cristiani, se crediamo all'Amore, ci viene dato in dono la Luce, che ha brillato a Betlemme.
    Sì, perché la luce che rifulse a Natale continua a brillare.
    Il vangelo di Giovanni. "In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini, la luce splende nelle tenebre"; e la lettera di Paolo agli Efesini: "Possa illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza ci ha chiamati", ce lo confermano.
    L'amore può diradare le tenebre dell'odio, dell'egoismo, ricomponendo ogni divisione in unità.
    Abbiamo noi il coraggio di ammettere, con semplicità di cuore, che soltanto Lui può guarire la nostra cecità? Sì, perché ci è stato manifestato, e a volte lo sperimentiamo pure, che siamo figli della luce: vediamo con occhi nuovi cose e persone, essendo così ciascuno piccole luci, riflesso della luce vera: il Risorto, luce nelle tenebre.


    Testimonianza di Parola vissuta



    Anche se i miei impegni di lavoro e di studio non mi lasciano tanto spazio libero, da tempo albergava in me l’idea di fare, almeno per una volta, un’esperienza di vita diversa, che mi permettesse di aiutare gli altri e vedere con i miei occhi come vivono “certe” persone.
    Così che il 31 dicembre scorso, ho deciso con i miei amici di aderire all’iniziativa che si svolge a Verona attraverso l’Associazione "Ronda della Carità". Questa iniziativa consiste nel servizio di portare cibo a tutti i "barboni" che vivono per strada.
    È un volontariato che si svolge tutti i giorni, ma l’ultimo dell’anno partecipano molte più persone del solito e di tutte le età.
    Da questa esperienza ho capito che, tanta della gente che vive per strada lo fa per libera scelta e non per situazioni personali realmente spiacevoli. Allo stesso tempo ho ammirato, comunque, le persone che tutti i giorni si impegnano a portare loro assistenza; considerato che, non è un lavoro remunerato, ma un servizio che svolgono per perseguire i loro ideali di fraternità.

    (Luca, Verona)

    (da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, esperienza in parrocchia)