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domenica 15 novembre 2009

La diaconia, un segno dei tempi


Il messaggio di questa penultima domenica dell'anno liturgico mi riporta a porre la mia attenzione all'attesa di quel mondo, annunciato da Gesù, che va oltre le apparenze che ci circondano. Il regno nuovo, instaurato dal Risorto e che gusteremo alla fine dei tempi, sta inondando già ora le nostre esistenze, anche se le apparenze sembrano mostrarci il contrario.
Caudio Arletti, nel suo commento alle letture di oggi, scrive tra l'altro: «Il Figlio di Dio incarnato, in quanto uomo e rivelatore agli uomini, non conosce il tempo del Padre, tanto questo tempo è al di fuori di ogni causalità umana. Non si possono fare calcoli e ben lo mostra l'esortazione del v. 28: "Dal fico imparate [...]"(Mc 13,28). L'immagine del fico presuppone un osservatore attento: Dio non usa mai effetti speciali. Chiede a noi di percepire la sua azione discreta e continua. Tutto passerà inosservato, se non sappiamo notare quanto cambia attorno a noi. Se non viviamo nell'attesa, perché mai dovremmo aguzzare gli occhi per scorgere i segni di Dio? Forse troppe volte la routine di ogni giorno ci fa dimenticare il divenire lento ma costante della nostra storia. Essa ci impone un determinato stile di vita».

Molti sono oggi i segni premonitori di un mondo che vuole spingersi verso orizzonti migliori, verso una pienezza di cui l'umanità sente urgentemente l'esigenza.
Il mondo - tutti ne hanno sentore - tende, vuol tendere all'unità: ma quanto è difficile scorgere la strada per una fraternità veramente vissuta e partecipata. E molti, stanchi dell'attesa, cominciano a dubitare o a non crederci più…
Un particolare, nella chiesa per esempio, di questo "segno" di novità è la "riattivazione" del diaconato come ministero proprio e permanente, quale segno sacramentale di Gesù che serve e dà la vita.
Sono convinto che accorgersi di questo avvenimento presupponga una vigilanza attenta ai segni di quello Spirito che vuol farci entrare in una dimensione comunionale del servizio, aliena da qualsiasi forma di potere, in una chiesa "serva" e "povera", in cui chi ha responsabilità di governo è veramente, con tutta la propria esistenza, al servizio della comunità; e la comunità dei credenti trova la pienezza del suo essere nell'esistere per gli altri. Presuppone una chiesa-comunione che sa farsi prossimo all'umanità che la circonda, senza nulla chiedere…
La diaconia della chiesa e nella chiesa (e in particolare quella ordinata) vuole essere un segno, accanto agli altri che lo Spirito suscita con grande abbondanza di carismi, nell'umanità di oggi, per una vera fraternità universale.

venerdì 13 novembre 2009

La via dell'amore

15 novembre 2009 – 33a domenica del Tempo ordinario (B)

Parola da vivere

Mi indicherai il sentiero della vita (Sal 15,11)


Si avvicina la conclusione dell'anno liturgico. L'annuncio che in particolare ci dà il Vangelo, è il seguente: la venuta di Gesù alla fine della storia.
È un invito a essere vigilanti, perché si compia per ciascuno il progetto che Dio Padre ha pensato per noi.
E Gesù, il Figlio, ci indicherà il sentiero della vita. È la via dell'amore, da percorrere realizzando le sue parole: "Avevo fame, avevo sete", sulle quali saremo giudicati. Alla fine della vita porteremo via solo questo: l'amore. Il resto è nulla.
Dobbiamo poi, come ci suggerisce il Vangelo con l'immagine del ramo che germoglia, porre attenzione ai segni dei tempi. Il mondo oggi tende come non mai all'unità. Crollano infatti i confini fra gli stati, nascono nuovi organismi su scala internazionale, perché solo se siamo insieme il mondo potrà camminare.
E noi cristiani dobbiamo essere oggi testimoni di unità. Il mondo ha bisogno di vedere una comunità di persone che si vogliono bene. È il nostro contributo per la fratellanza universale.


Testimonianza di Parola vissuta



Il giorno del mio 50° compleanno, pensavo di festeggiarlo in modo particolare. Ma quel mattino con l'iniziare della giornata, mi prese una certa tristezza, sapendo che non ci poteva essere una vera festa, mancando un componente importante della mia famiglia, e questo disagio cresceva sempre di più.
Giunta sera, tornato dal lavoro, appresi che neanche i due figli maschi, per motivi diversi, non potevano esserci. Però rimaneva mia figlia ed il mio nipotino: di comune accordo, decidemmo di festeggiare con delle pizze. Nell'andare a prenderle sentivo sempre più il peso di questa situazione e non riuscivo a liberarmene.
Nel ritorno mi capitò di vedere una donna di colore che faceva autostop. Essendo buio e a quell'ora, pensai bene che avesse bisogno di aiuto e mi fermai. Subito mi raccontò, che per problemi di lavoro, aveva perso il pullman. Suo marito faceva i turni in un'altra fabbrica, ed aveva un bambino piccolo affidato ad una signora ed era ansiosa per andare a prelevarlo. Siccome abitava a circa 20 km di distanza, le dissi che non avrei potuto accompagnarla a casa perché le pizze si sarebbero raffreddate, ma che l'avrei portata ad un incrocio che conoscevo, dove molto probabilmente avrebbe trovato degli altri automobilisti.
Arrivato a casa, nel mangiare la pizza, ripensando a quella signora, mi venne dentro un forte dubbio. Mi domandavo: ma riuscirà veramente a trovare un passaggio? Mangiai in fretta, ritornai a quell'incrocio e la vidi ancora lì, un po' disperata.
Salì di nuovo ringraziandomi molto. Strada facendo, nel riportarla a casa, rimuginavo sempre la mia situazione, facendo crescere sempre più il dolore dentro di me. Quando all'improvviso però qualcosa cambiò: Mi sembrava di sentire una voce nel mio cuore, più forte di questo mio dolore. Era la voce di Gesù che sembrava mi dicesse: "Volevi una festa particolare? Ecco sono Io più vicino a te, perché sono nel bisognoso che stai aiutando".
Commosso, con le lacrime agli occhi, come per incanto tutto il malessere che avevo, svanì. Mi è venuta quella gioia vera che solo Lui può dare.
Ora avevo fatto veramente festa.

(Gabriele)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, esperienza in parrocchia)

mercoledì 11 novembre 2009

Il nostro sacerdozio


In questo anno dedicato ai sacerdoti mi viene spontaneo pensare al modo migliore per rapportarmi con loro. Per quanto riguarda i diaconi si legge che questi "sono posti in speciale relazione con i presbiteri, in comunione con i quali sono chiamati a servire il popolo di Dio" (Ratio n. 8).
Ma la luce per vivere nel migliore dei modi, ognuno al proprio posto, la partecipazione all'unico sacerdozio di Cristo mi viene da queste parole di san Leone Magno:

«Afferma l'apostolo Pietro: "Anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo" (1Pt 2,5), e più avanti: "Ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato" (1Pt 2,9).
Tutti quelli che sono rinati in Cristo conseguono dignità regale per il segno della croce. Con l'unzione dello Spirito Santo poi sono consacrati sacerdoti. Non c'è quindi solo quel servizio specifico proprio del nostro ministero, perché tutti i cristiani sono rivestiti di un carisma spirituale e soprannaturale, che li rende partecipi della stirpe regale e dell'ufficio sacerdotale.
Non è forse funzione regale il fatto che un'anima, sottomessa a Dio, governi il suo corpo? Non è forse funzione sacerdotale consacrare al Signore una coscienza pura e offrirgli sull'altare del cuore i sacrifici immacolati del nostro culto? Per grazia di Dio queste funzioni sono comuni a tutti» (dai Discorsi, n. 4).

Solo così, con la consapevolezza di vivere in pienezza questo sacerdozio comune a tutti, posso rapportarmi in maniera vera con coloro che partecipano, come ministri ordinati, al sacerdozio di Cristo. Se questo vale per tutti i cristiani, indistintamente, vale in modo speciale anche per chi ha ricevuto il dono del diaconato. Se il rapporto del diacono col presbitero è particolarmente significativo per la partecipazione al medesimo sacramento dell'ordine, lo sarà in modo pieno e fruttuoso solo se nascerà dalla grazia del Battesimo pienamente vissuta.




domenica 8 novembre 2009

Diaconato: servizio e comunione


Il bimestrale Gen's, rivista di vita ecclesiale, ha dedicato il primo numero di quest'anno (1-2, gennaio-aprile 2009) al diaconato: Diaconato: servizio e comunione.

Alcune delle esperienze pubblicate, come quelle di Rocco Goldini ("Rocco racconta") e alcune personali, sono già state oggetto di questo blog.
Ogni esperienza ha il sapore di un incontro diretto con l'autore, non soltanto perché conosciuto personalmente, ma anche perché nelle parole di ciascuno ho ritrovato parte di me.
Mi si rafforza sempre più la convinzione che, se fai parte in maniera vitale di un "corpo" (l'ordine dei diaconi), scopri che "non fai tutto" o "non sei competente in tutto", ma ne fai comunque esperienza, magari indirettamente, ma con la stessa intensità di chi partecipa della vita della "stessa famiglia", essendo, la comunità del diaconato, una fraternità sacramentale vivificata dallo Spirito di Cristo, a servizio della Chiesa.
«La "diaconia" per amore – si legge nell'editoriale - è la caratteristica di tutti i cristiani, qualunque sia la loro vocazione, perché è l'attuazione concreta del comandamento nuovo. E se ogni cristiano deve essere "diacono", cioè servo degli altri, questo servizio deve risplendere in maniera esemplare in coloro che nella Chiesa esercitano quello che giustamente non è chiamato "potere" come si intende comunemente, ma "ministero", cioè servizio».

L'intero numero è riportato nel mio sito di documenti e sarà oggetto di ulteriori approfondimenti.

venerdì 6 novembre 2009

Fidarsi di Dio

8 novembre 2009 – 32a domenica del Tempo ordinario (B)

Parola da vivere


Il Signore è fedele per sempre (Sal 145)



La testimonianza delle due vedove di cui parlano le letture di questa domenica è l'annuncio della verità contenuta nella Parola del Salmo proposta per la settimana: "Il Signore è fedele per sempre". La prima si priva dell'unica risorsa di cibo bastante per un giorno e Dio la ricompensa, assicurandole il vitto per sé e per il figlio. La seconda offre al Signore l'unico soldo che aveva e riscuote l'ammirazione e l'elogio di Gesù: "Ha dato più di tutti gli altri".
Nel Vangelo Gesù, vista la falsa e ostentata religiosità dei dottori della legge, invita i suoi a fidarsi di Dio, sempre fedele alle sue promesse.
È la Parola di Dio che ci spinge e ci può aiutare a risolvere i problemi sociali di oggi, facendo anche noi nascere iniziative a favore dei diseredati, bisognosi e disperati.
Realizzando il richiamo di Gesù "Date e vi sarà dato", avremo la conferma che Dio è Padre, fedele sempre alle sue promesse. Non è facile farIo oggi, in un mondo in cui ci si fida solo dei propri mezzi, delle proprie sicurezze. Ma usando bene e con sapienza ciascuno di noi i nostri talenti, confidando in Lui e nel suo aiuto, tutto è possibile.


Testimonianza di Parola vissuta



La mia esperienza al Centro di Ascolto della Caritas è cominciata quando mi è stato rivolto l'invito a insegnare l'italiano agli stranieri. Ero in un momento particolare, da poco in pensione e quindi con del tempo libero. Ho accettato con molta gioia. Abbiamo cominciato Laura e io con due signore del Marocco che non sapevano una parola di italiano. Ogni loro conquista diventava una nostra conquista. Ascoltarle fino in fondo senza pregiudizi ha significato per me entrare in un mondo di grande sofferenza e grande povertà, realtà che io non immaginavo potessero esistere.
Un giorno è arrivata al Centro una signora rumena molto giovane accompagnata dal cugino. È stato lui a spiegarmi la sua situazione perché la ragazza non faceva che piangere disperatamente. Era in Italia da poco tempo, sua ospite, senza documenti, con i figli e il marito in Romania, alla ricerca di un qualunque tipo di lavoro. Mi sono sentita impotente di fronte a tanta sofferenza. Ho cercato di dar loro qualche speranza, ma nello stesso tempo mi sono resa sempre più conto delle difficoltà oggettive in cui si trovavano.
Mi sono ritrovata in chiesa a dire a Gesù: "Guarda che tu in quella persona hai bisogno di un lavoro, di una casa, di una vita dignitosa. Pensaci tu". Sono passati soltanto pochi giorni ed è arrivata da una persona la richiesta di una badante, con le caratteristiche di quella ragazza rumena, che strafelice ha preso immediatamente servizio. Sperimentare con tale concretezza la Provvidenza riempie davvero il cuore di gioia.

(Andreina)

da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, esperienza in parrocchia)

giovedì 5 novembre 2009

Diaconato permanente e stati di vita


È stato pubblicato sul periodico Settimana del 6 settembre 2009, n. 31, la relazione (fatta da Enzo Petrolino, presidente della Comunità del Diaconato in Italia) sul 22° convegno nazionale, promosso dalla Comunità, dal titolo appunto "Diaconato permanente e stati di vita", svoltosi a San Giovanni Rotondo lo scorso mese di agosto, al quale ho partecipato con mia moglie e di cui ho parlato in questo blog (ProgrammaImpressioni personali).

Riporto l'intero articolo sul mio sito di documenti. Qui accennerò ad alcuni titoli.

Il discernimento e la formazione al diaconato (don Giuseppe Bellia).
Passare dal discernimento ad una formazione conseguente non è un atto unico o solo teorico che vale per sempre, ma un'opera di vigile adattamento necessaria per comprendere e disegnare un percorso umano e spirituale complesso, che richiede la sapienza di una pedagogia duttile e il rigore di una disciplina di "ascolto orante".
… è doveroso e saggio chiedersi se, di fronte a uomini adulti già formati umanamente e socialmente, oltre che moralmente e spiritualmente, l'attività di formazione possa limitarsi agli aspetti intellettuali e dottrinali o non debba anche affrontare, invece, problematiche di vita familiare, di impegno lavorativo e di ambiente professionale.

Il rapporto tra ministerialità del matrimonio e diaconale (Andrea Grillo).
Il matrimonio, come "stato di vita" possibile del diacono, non è una condizione del tutto chiara per la vita ecclesiale.
Da qui la necessità del recupero di una "ministerialità complessa" nel sacramento del matrimonio a partire da alcuni aspetti emergenti: il diacono come "ministro" del matrimonio altrui; "sporgenza" del matrimonio rispetto all'ordine, e viceversa; forza naturale del matrimonio e forza istituzionale dell'ordine, in rapporto a Cristo e alla chiesa.

I diaconi "alla scuola" dei poveri (mons. Giuseppe Merisi).
La "scelta preferenziale dei poveri" significa stare dalla parte dei poveri, stando insieme con i poveri.
Questo esige che le chiese considerino con sempre maggiore attenzione il ministero dei diaconi, che ne curino e sostengano in termini propri, strutturalmente chiari e permanenti, la formazione per averli così e solo così - effettivamente corrispondenti ai bisogni delle situazioni delle esigenze degli uomini, soprattutto degli ultimi. La diaconia ha senso se si recuperano i poveri all'eucaristia e, perciò, la chiesa ai poveri.

Per una spiritualità "biblica" del diacono (p. Raniero Cantalamessa).
La spiritualità del diacono si radica in ciò che egli è divenuto per mezzo del sacramento del diaconato. Beneficiario della grazia propria di questo sacramento, il diacono diviene in certo modo lui stesso, nella sua persona e nella sua vita, segno e strumento di grazia… beneficiario di una grazia sacramentale che lo rende capace di vivere come servo di Cristo: presentandoci l'esempio dell'umiltà del servo - Io sono in mezzo a voi come colui che serve - egli rende visibile che chi è a capo di una comunità deve apprendere e far suo l'atteggiamento di chi serve - Chi vuoi essere il primo deve essere il servo di tutti. Il discepolo dev'essere, dunque, quel servo fedele e prudente che si prende cura delle cose del Regno per amore di Gesù, rispondendo al Cristo che lo chiama a seguirlo come diacono (servo) e lo invita a vivere in comunione intima con lui, a dimorare in lui.

Seguono alcune esperienze familiari "diaconali" ed una relazione sul cammino della "Comunità del diaconato in Italia".

Rileggere quanto si è vissuto è un riviverne l'esperienza, con la gratitudine allo Spirito per il dono ricevuto.


domenica 1 novembre 2009

Testimoni prima che maestri


Quello che guardiamo nei Santi è la loro "vita", il loro essere "testimoni" di quell'Amore che li ha presi totalmente.
Riporto alcuni passi della prima parte, "Testimoni prima che maestri", dei pensieri del libretto "Come il Padre…" sull'Anno sacerdotale (secondo volume - di cui ho già parlato), come ho fatto con il precedente volume, cercando di applicarlo alla vita del diacono, con nell'anima e nella mente quanto il Direttorio per il ministero e la vita dei diaconi mi ricorda: «Il diacono tenga sempre presente l'esortazione della liturgia dell'ordinazione: "Ricevi il Vangelo di Cristo del quale sei diventato l'annunciatore: credi sempre a ciò che proclami, insegna ciò che credi, vivi ciò che insegni"» (nr. 52).

I testi completi di quanto riporto si possono trovare nel mio sito di documenti:


«Non è tanto importante che cosa fai, ma è importante che cosa sei nel nostro impegno sacerdotale. (…)
L'essere convince e il fare convince solo in quanto è realmente frutto e espressione dell'essere» (Benedetto XVI).

«Spesso le cure pastorali tengono l'anima impegnata in tante cose e si diventa incapaci di attendere a tutto con mente assorbita da troppe ansie. (…)» (San Gregorio Magno).

Se abbiamo scelto Dio come Ideale - e questa è la nostra identità -, se l'abbiamo messo al primo posto, ciò richiede praticamente che mettiamo al primo posto nel nostro cuore la sua Parola, la sua volontà. (…) Importante è vivere la Parola, essere Parola viva» (Chiara Lubich).

Nell'«obbedienza radicale di Maria la Parola non resta solo Parola ascoltata, ma diventa Verbo incarnato e generato tra noi che diventiamo così suoi fratelli» (Silvano Cola).

«I discepoli vengono tirati nell'intimo di Dio mediante l'essere immersi nella Parola di Dio. La Parola di Dio è, per così dire, il lavacro che li purifica, il potere creatore che li trasforma nell'essere di Dio. (…)» (Benedetto XVI).

(…) Il «gesto del Signore che invia i discepoli a due a due a predicare, significa pure, anche senza il commento della parola, che non deve in alcun modo esercitare il ministero della predicazione, chi non ha carità verso il prossimo» ( San Gregorio Magno ).

«"Vogliamo vedere Gesù" (Gv 12,21). (…) Come quei pellegrini di duemila anni fa, gli uomini del nostro tempo, magari non sempre consapevolmente, chiedono ai credenti di oggi non solo di "parlare" di Cristo, ma in certo senso di farlo loro "vedere". (…)» (Giovanni Paolo II).

«(...) L'uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri (...) o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni. (…)» (Paolo VI).

«… ciascuno nel suo lavoro, nel posto che occupa nella società, deve sentirsi obbligato a fare un lavoro di Dio, che semini dappertutto la pace e la gioia del Signore. (…)» (San Josemaría Escrivá De Balaguer).

«(…) I giovani devono sentire che non diciamo parole non vissute da noi stessi, ma parliamo perché abbiamo trovato e cerchiamo di trovare ogni giorno di nuovo la verità come verità per la mia vita. (…)» (Benedetto XVI).

«Non basta deplorare e denunciare le brutture del nostro mondo. Non basta neppure … parlare di giustizia, … di esigenze evangeliche.
Bisogna parlarne con un cuore carico di amore compassionevole, facendo esperienza di quella carità che dona con gioia e suscita entusiasmo (…)» (Card. Carlo Maria Martini).

«Il clericalismo è quella deformazione - chiaramente combattuta da Gesù - a cui sono esposti tutti i "professionisti" della religione, e si manifesta nel sentirsi superiori o nel predicare per gli altri senza vivere a fondo essi stessi o nella ricerca di privilegi e riconoscimenti. (…)
Noi non dobbiamo preoccuparci di essere né anti clericali né antilaicisti, ma sforzarci di rivivere in noi la vita di Gesù, per tendere sempre più a quello che dice san Paolo: "Non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me" (Gal 2,20). Qui si trova il migliore antidoto contro il clericalismo» (Pasquale Foresi).

«Con certezza il primo e più importante servizio che la Chiesa può e deve svolgere per l'uomo concreto e storico di oggi è l'evangelizzazione. (…)
"Noi non possiamo tacere" (At 4,20), hanno detto gli apostoli Pietro e Giovanni davanti al Sinedrio. Anche noi pastori di oggi, non possiamo tacere. Dobbiamo dare continuità, coraggiosamente … senza aver paura delle resistenze, da qualunque parte esse vengano. (…)» (Card. Claudio Hummes).

«(…) I figli non si partoriscono senza dolore. È morendo sulla croce che Gesù ci ha partorito alla vita eterna; fu ai piedi della croce che Maria divenne nostra madre. Nell'ordine soprannaturale, il dolore e spesso anche la morte sono ragione di fecondità» (Beato Paolo Manna).

venerdì 30 ottobre 2009

Puntare in alto

1° novembre 2009 – Tutti i Santi

Parola da vivere


Beati i poveri in spirito
perché di essi è il regno dei cieli
(Mt 5,3)


La festa di tutti i Santi ci apre uno spaccato di paradiso, popolato - secondo la visione di san Giovanni - da "una moltitudine immensa di ogni nazione, razza, popolo e lingua". Essi, capolavori divini, stupiti contemplano Dio e le sue meraviglie.
È una visione che ci riempie di gioia e di speranza: perché figli di Dio, dopo questa vita parteciperemo anche noi a quella vita serena, piena e luminosa.
E la via per giungervi è quella che Gesù ci propone nel discorso delle Beatitudini, la via dell'amore, della santità. E la santità è fatta di cose comuni, semplici, fatte con amore, possibile a tutti.
La Parola che ci è proposta oggi "Beati i poveri in spirito" è per tutti noi un richiamo a non attaccare il cuore ai beni terreni, ma a puntare in alto, alla cultura del dare. Si tratta spesso di un piccolo superamento, un gesto concreto di amore, il perdere la propria idea per accogliere quella dell'altro, una rinuncia a un oggetto, un vestito o a qualcosa di non necessario per fare un dono al fratello.
Se fra di noi c'è l'amore, pur con tutti i suoi limiti, questa terra potrebbe diventare un piccolo anticipo di paradiso, perché Dio stesso sarà la nostra ricompensa.


Testimonianza di Parola vissuta



Sono in pensione da alcuni anni. Durante il mio ultimo mese lavorativo avvertii nei miei collaboratori un certo fermento. Con delicatezza ma con una certa insistenza cercavano di capire il mio interesse su qualche oggetto. Ora magnificavano la bellezza di un orologio, ora le qualità di un televisore, ora la funzionalità di un servizio da tavola o la bellezza di un quadro.
Notando la mia perplessità indifferente, uno di loro si decise a parlare con chiarezza: "Alla fine del mese lei andrà in pensione e tra tutto il personale è stata raccolta una certa cifra per comprarle un regalo, ma vorremmo che fosse di suo gradimento...". Gli risposi che l'unica cosa che mi era gradita era il ricordo del sentimento di amicizia che c'era fra tutti noi e suggerii di inviare lo somma raccolta ad un istituto per lo lotta contro la leucemia. Ho appreso poi che il mio comportamento è stato seguito da altri.

(G. V., Spagna)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, esperienza in parrocchia)

venerdì 23 ottobre 2009

L'incontro con Gesù

25 ottobre 2009 – 30a domenica del Tempo ordinario (B)

Parola da vivere

Coraggio! Alzati, ti chiama! (Mc 10,49)


Gesù è in cammino verso Gerusalemme, dove avrebbe completata la sua missione di Salvatore con la sua morte e risurrezione. Con lui c'è molta folla che lo segue attirata dalla sua persona e dai miracoli che compiva.
Il passaggio di Gesù risveglia nel cieco la speranza. Gli nasce in cuore la fiducia di poter essere guarito. Alle sue grida di aiuto Gesù si ferma e lo chiama. "Coraggio, alzati - gli dice qualcuno - ti chiama". Il cieco si alza, getta via il bastone e va da Gesù. E Gesù gli ridà la vista e gli dice: "Va', la tua fede ti ha salvato". Il cieco, acquistata la vista, si mise a seguire Gesù.
L'esperienza del cieco è pure la nostra. Bisognosi di tutto, passiamo le nostre giornate vivendo di espedienti, mendicando un po' di soddisfazioni per arrivare a sera, Gesù passa accanto a noi, ma non lo vediamo, E nei momenti più difficili lo invochiamo anche, ma in mezzo al frastuono non cogliamo il suo invito a seguirlo.
Ma un giorno abbiamo aperto il Vangelo, abbiamo incontrato un amico, abbiamo visto persone contente che, dolcemente, ci dicevano: "Coraggio, alzati: Egli ti chiama!". E ci siamo incontrati con Gesù. L'incontro con Lui ha acceso in noi la luce, abbiamo colto il suo amore, la nostra vita è cambiata. Abbiamo sentito che era bello camminare con Lui anche sulla strada della croce. Lui ci ha dato il coraggio di seguirlo.
E a tutti possiamo raccontare l'incontro con Gesù e dire con la nostra vita: "È bello vivere per un mondo nuovo, migliore".

Testimonianza di Parola vissuta



Durante l'incontro mensile della Parola di Vita, un signore aveva sempre la testa bassa e non si capiva se seguiva o se era assente, Ma verso la fine ha alzato la mano per chiedere la parola. Si è levato in piedi e ha detto: «Ho compiuto da poco 76 anni. Ormai in parrocchia non ci sono più attività che io possa fare. Allora noi della terza età abbiamo pensato di organizzare qualcosa adatta per la nostra situazione. Abbiamo chiamato una persona esperta nel campo dell'anzianità e abbiamo parlato insieme su questo argomento, sapendo che nessuno potrà evitare questa fase della vita e quindi la necessità di essere curato dagli altri con tanti nuovi problemi come il morbo di Alzheimer, ecc... Alla fine dell'incontro ci siamo detti che d'ora in poi dobbiamo affrontare più seriamente la nostra situazione... Ma sentivo dentro di me una certa pesantezza e mi sembrava che prima o poi avrei dovuto accettare di gravare sugli altri. Oggi, però, entrando qui, ho visto un fumetto che comincia così: "Non ci è rimasto più niente da dare?". Questa domanda rifletteva in pieno il mio sentimento. Man mano che andavo avanti nel leggere, una luce mi ha riscaldato il cuore ed ho capito che noi anziani abbiamo ancora tanto da dare: il sorriso, il coraggio, il benvenuto.
E con grande gioia ho ripetuto le parole del personaggio del fumetto: "Non sapevo di essere così ricco!". Oggi ho trovato il programma per il resto della mia vita: posso "dare amore", fino all'ultimo momento!».

(Masao Arakaki, Giappone)



(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, esperienza in parrocchia)

domenica 18 ottobre 2009

Servi per amore


Ho inserito nel mio sito di testi e documenti il secondo capitolo del volumetto "Come il Padre…/2", pensieri sull'anno sacerdotale, dal titolo "Servi per amore".
Il vangelo di questa domenica (Mc 10,35-45) parlava appunto della caratteristica essenziale dei discepoli di Gesù: essere servi come lo è il Maestro che "non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita".

Nel contesto della Giornata missionaria voglio riportare un passo di Giovanni Paolo II, all'udienza generale del 4 aprile 1979, Solidarietà universale, tratta sempre dal volumetto citato: «La chiamata di Cristo ad aprirsi "all'altro" ha un raggio d'estensione sempre concreto e sempre universale. Riguarda ciascuno perché si riferisce a tutti. La misura di questo aprirsi non è soltanto - e non tanto - la vicinanza dell'altro, quanto proprio le sue necessità: avevo fame, avevo sete, ero nudo, in carcere, ammalato...
Rispondiamo a questa chiamata cercando l'uomo che soffre, seguendolo perfino oltre le frontiere degli stati e dei continenti. In questo modo si crea - attraverso il cuore di ciascuno di noi - quella dimensione universale della solidarietà umana.
La missione della Chiesa è di custodire questa dimensione: non limitarsi ad alcune frontiere, ad alcuni indirizzi politici, ad alcuni sistemi. Custodire l'universale solidarietà umana soprattutto con coloro che soffrono; conservarla con riguardo a Cristo che proprio tale dimensione di solidarietà con l'uomo ha formato una volta per sempre».

Ed un altro passo dello stesso libretto, tratto dalla Pastores dabo vobis (nr. 21), Capo, cioè Servo: «Gesù Cristo è Capo della Chiesa, suo Corpo. È "Capo" nel senso nuovo e originale dell'essere servo, secondo le sue stesse parole: «Il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10, 45). (…)
L'autorità di Gesù Cristo Capo coincide dunque con il suo servizio, con il suo dono, con la sua dedizione totale, umile e amorosa nei riguardi della Chiesa. E questo in perfetta obbedienza al Padre: egli è l'unico vero Servo sofferente del Signore, insieme Sacerdote e Vittima.
Da questo preciso tipo di autorità, ossia dal servizio verso la Chiesa, viene animata e vivificata l'esistenza spirituale di ogni sacerdote.
In questo modo i ministri potranno essere "modello" del gregge, che, a sua volta, è chiamato ad assumere nei confronti del mondo intero questo atteggiamento sacerdotale di servizio».

Ogni ministro ordinato, sacerdote o diacono, come anche qualsiasi fedele, è chiamato ad essere nel mondo segno e modello di questo atteggiamento sacerdotale di servizio.


venerdì 16 ottobre 2009

Al servizio di tutti

18 ottobre 2009 – 29a domenica del Tempo ordinario (B)

Parola da vivere


Chi vuole essere il primo tra voi
sarà schiavo di tutti
(Mc 10,44)


Tutte e tre le letture di oggi pongono l'accento sull'annuncio messianico di Gesù, inteso non come dominio, ma come servizio.
Gesù si identifica nel Messia, predetto dai profeti e atteso da secoli, che era venuto a liberare il popolo non con la forza, ma condividendo i loro dolori fino a offrire in sacrificio la propria vita.
Questa visione di un Messia che non si impone con la forza, mette in crisi anche Giacomo e Giovanni. Gesù dà allora ai suoi discepoli e a noi una lezione di vita: "Il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita". Questo è lo stile di vita dei suoi discepoli. Questa è la vera grandezza: mettersi al servizio di tutti. Dice loro Gesù: "Chi vuole essere primo tra voi, sarà schiavo di tutti".
Viene da pensare a Gesù che nell'ultima cena lava i piedi agli apostoli, gesto che nell'antico Israele non poteva essere imposto neanche agli schiavi tanto era umiliante. E invece dice: "Se io, che voi chiamate maestro e signore, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri".
Il metterci al servizio della gente è per noi un contribuire con Gesù alla salvezza di tutti.


Testimonianza di Parola vissuta



C'è all'ospedale una giovane colombiana che ha tentato il suicidio. Io abito in Italia da diversi anni, ma sono colombiana, quindi parlo la sua lingua. Per questo mi hanno chiesto di andarla a trovare.
Pur con qualche timore, vado a fare la sua conoscenza e, dopo i primi momenti di diffidenza vedo affiorare in quella ragazza il desiderio prepotente di vita che si apre al colloquio, allo sfogo.
Vado a casa, coinvolgo marito e figli che subito prendono a cuore la cosa: chi va a parlare con i medici, chi porta alla ragazza biancheria, oggetti da toilette e quanto le serve; chi inizia la ricerca di un lavoro e di un posto dove farla abitare appena dimessa dall'ospedale.
Pian piano quella creatura avvilita e priva di speranza, riacquista salute e fiducia. Il rapporto con me e la mia famiglia si rafforza e continua. Non è più sola, non è più in un paese straniero.

(T.R., Italia)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, esperienza in parrocchia)

mercoledì 14 ottobre 2009

Giornata missionaria: l'anima spalancata sul mondo intero


In questo mese di ottobre dedicato alle missioni e pensando soprattutto alla prossima domenica, giornata missionaria mondiale, ho cercato di fare mio il messaggio che Benedetto XVI ha fatto per questa occasione.

Nel Direttorio per il ministero dei diaconi, al nr. 27, si legge :«I diaconi ricordino che la Chiesa è per natura sua missionaria… Di questa Chiesa sono ministri e perciò, anche se incardinati in una Chiesa particolare, essi non possono sottrarsi al compito missionario della Chiesa universale e devono, quindi, rimanere aperti anche alla missio ad gentes
La dimensione del servizio è legata alla dimensione missionaria della Chiesa…».

Questa apertura su tutto il mondo è una esigenza prioritaria e imprescindibile; è un sentire con la Chiesa; è essere Chiesa; è un saper leggere i segni dei tempi, soprattutto in questo mondo globalizzato.

Sentire con la Chiesa significa aver la sua anima, «sentire l'ansia e la passione di illuminare tutti i popoli, con la luce di Cristo – dice il Papa -, perché tutti si raccolgano nell'unica famiglia umana, sotto la paternità amorevole di Dio».
«La Chiesa non agisce per estendere il suo potere o affermare il suo dominio [quanto è importante – aggiungo io - questa dimensione aliena al potere per tutti quelli che sentono essenziale nella propria vita la testimonianza della diaconia nella Chiesa!], ma per portare a tutti Cristo, salvezza del mondo. Noi non chiediamo altro che di metterci al servizio dell'umanità, specialmente di quella più sofferente ed emarginata, perché crediamo che "l'impegno di annunziare il Vangelo agli uomini del nostro tempo... è senza alcun dubbio un servizio reso non solo alla comunità cristiana, ma anche a tutta l'umanità" (EN, 1), che "conosce stupende conquiste, ma sembra avere smarrito il senso delle realtà ultime e della stessa esistenza" (RM, 2)».
«La missione della Chiesa, perciò, è quella di chiamare tutti i popoli alla salvezza operata da Dio tramite il Figlio suo incarnato. È necessario pertanto rinnovare l'impegno di annunciare il Vangelo, che è fermento di libertà e di progresso, di fraternità, di unità e di pace (cfr AG, 8). Voglio "nuovamente confermare che il mandato d'evangelizzare tutti gli uomini costituisce la missione essenziale della Chiesa" (EN, 14)».
«È necessario riaffermare che l'evangelizzazione è opera dello Spirito e che prima ancora di essere azione è testimonianza e irradiazione della luce di Cristo (cfr RM, 26)».

È primariamente un "essere" prima che un "fare": nell'ambiente dove sono chiamato ad operare è "essere animazione" di quella diaconia che è vocazione primaria di tutta la Chiesa, condizione indispensabile per avere l'anima spalancata sul mondo intero.


domenica 11 ottobre 2009

Una cosa sola…


Il vangelo di questa domenica (Mc 10,17-30) mi riporta all'essenziale, a riconoscere prioritario e al di sopra di ogni cosa (fossero ricchezze materiali o spirituali o affetti familiari) il rapporto personale con Dio. La vicenda del giovane ricco che rifiuta la proposta di Gesù è sintomatica. Claudio Arletti nel suo commento dice: «Il rischio dell'uomo religioso è certamente vivere il culto dimenticando il fratello che soffre accanto alla sua porta».
Mi viene spontaneo chiedermi se effettivamente Dio è al primo posto nella mia vita, nonostante abbia impiegato energie e volontà; e posposto tante cose alla sequela di Gesù e alle esigenze del vangelo. O se le delusioni di questa sequela sono più forti dello slancio con cui ho risposto alla chiamata.
Ho scelto Dio o le cose di Dio? Il mio rapporto personale con Lui sa dare colore e gusto alle cose che faccio per Lui e per i fratelli? O anch'io ho le mie ricchezze, cioè il mio cuore attaccato alle cose che faccio, anche con fatica, per il Regno di Dio?
È una prova ed una tentazione alla quale non ci si può sottrarre.
Mi vengono in mente le parole del card. Van Thuan, durante la "lunga tribolazione di nove anni di isolamento" nelle prigioni vietnamite: «Una notte, dal profondo del cuore una voce mi disse: "Perché ti tormenti così? Tu devi distinguere tra Dio e le opere di Dio. Tutto ciò che hai compiuto e desideri continuare a fare: visite pastorali, formazione dei seminaristi, religiosi, religiose, laici, giovani… missioni per l'evangelizzazione dei non cristiani... tutto questo è un'opera eccellente, sono opere di Dio, ma non sono Dio! Dio (...) affiderà le sue opere ad altri che sono molto più capaci di te. Tu hai scelto Dio solo, non le sue opere!". Questa luce mi ha portato una pace nuova…».
Oppure l'esperienza del card. Miloslav Vlk, quando il governo comunista gli proibì ogni attività e fu costretto a pulire "per dieci anni i vetri dei negozi per le strade di Praga". E si chiede quale fosse la sua "identità sacerdotale, senza ministero, senza apparente utilità": «Eppure Gesù, quando fissato alla croce non poteva fare i miracoli, predicare ma - abbandonato solo tacere e patire, ha raggiunto il vertice del suo sacerdozio. Ho trovato in lui la mia vera identità sacerdotale, che mi ha riempito di gioia e di pace. Poi ho capito che questa identità non si acquista per sempre in un momento d'illuminazione e di grazia, si deve cercare di continuo, soprattutto nei momenti bui, dolorosi».
Tutto questo mi riporta all'identità più profonda del mio essere diacono, seguace di quel Gesù che non è "venuto per essere servito, ma per servire e dare la vita". E, come ho scritto altre volte in questo blog, con lo sguardo rivolto soprattutto a Lui, nel momento del suo abbandono, quando fattosi "nulla" d'amore e per amore, ha dato a noi la vita e la pienezza dell'essere.


venerdì 9 ottobre 2009

Il segreto della felicità

11 ottobre 2009 – 28 a domenica del Tempo ordinario (B)

Parola da vivere


Va', vendi quello che hai e dallo ai poveri;
e vieni! Seguimi!
(Mc 10,21)



Il vangelo ci presenta l'incontro di Gesù con un giovane insoddisfatto delle regole e delle pratiche religiose. Questi chiede a Gesù: "Cosa devo fare per essere felice?".
Gesù lo guarda con particolare amore e gli fa la sua proposta: "Vendi ciò che hai, dallo ai poveri e poi vieni e seguimi". Quell'uomo se ne andò triste, perché aveva molti beni.
Questa parola non è solo per chi ha fatto la scelta di rinunciare alle ricchezze, ma vale per tutti. Tutti infatti corriamo il pericolo di attaccarci alle cose e alle persone. E così il cuore non è libero di seguire Gesù. Tutto ci è stato dato in dono, nulla ci appartiene, ci è dato solo in uso.
E come hanno fatto i primi cristiani, anche noi possiamo mettere in comune i nostri beni, affinché si realizzi quella comunione che caratterizzava le prime comunità cristiane.
Questo richiede un superamento che libera l'anima e dona la pace. E così, animati dalla Sapienza, ci apriamo alla Parola di vita per correre nella via dell'amore.

Testimonianza di Parola vissuta


Insieme ai nostri due figli, abbiamo sentito fortemente l'esigenza di fare qualcosa di più per il nostro piccolo paese, schiacciato da tanti problemi sociali: coppie smembrate, ragazze madri, immigrati clandestini, povertà e miseria morale.
E così il grazioso appartamentino, ereditato dai nonni, è diventato un centro d'ascolto a servizio del territorio. In paese sono stati felicissimi di questa iniziativa: i parenti, gli amici e tanti altri sono stati coinvolti nel volontariato.
In questo modo ci sono state date nuove possibilità per aiutare concretamente tante persone in difficoltà: l'accoglienza di Sonia, una ragazza madre slava, sostenuta prima e dopo la nascita del piccolo Piero, le cene per le donne ucraine che lavorano nel paese, una mini-scuola per genitori e la collaborazione con vari giovani per la realizzazione di alcuni progetti in Africa... Abbiamo l'impressione che in quell'appartamento abiti ormai "un piccolo mondo unito".

(T.P.)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, esperienza in parrocchia)

lunedì 5 ottobre 2009

Una famiglia come le altre, ma…


Ripensando al vangelo di domenica scorsa (Mc 10,2-16) sul progetto di Dio sulla famiglia, mi viene spontaneo guardare alla mia, che, pur essendo una famiglia come tutte le altre con tutti i suoi limiti, le difficoltà che tutti incontrano e con tutte le sue gioie, ha ricevuto anche il dono del ministero diaconale; un dono di cui non ringrazieremo mai abbastanza.
Ho avuto modo di parlarne in questo blog: vedi per esempio gli interventi raggruppati in "famiglia diaconale" ed il primo (per conoscerci, la nostra esperienza) con cui ho aperto questo "lavoro" ed abbiamo raccontato l'inizio di questa nostra "avventura".
Il segreto è la preziosità dell'esperienza di essere, nella nostra naturale e spirituale diversità, una "cosa sola". La "stessa carne", di cui parla il vangelo, è una realtà oggettiva, ma di cui si prende progressivamente coscienza col "viverla" giorno per giorno.
Alle volte mi viene chiesto come faccio a conciliare il mio essere sposo e padre con il mio essere diacono: non è una questione di tempo da suddividere tra famiglia e chiesa, quanto piuttosto un essere, nel momento presente, la stessa realtà, sia nel pubblico che nel privato: essere me stesso, con la medesima disponibilità e il medesimo stile di servizio e di attenzione verso gli altri, sia che siano figli o moglie o persone della parrocchia o colleghi di lavoro.
Fin da quando ci siamo conosciuti, mia moglie ed io, abbiamo sentito la necessità di comunicarci sempre tutto quello che ci veniva in cuore, con molta libertà in modo da aiutarci reciprocamente anche a limare certe nostre “spigolature” che ciascuno ha. Però questo venirci incontro l’un l’altro non era uno scendere a compromessi, ma un aiutarci a scegliere meglio e prima di tutto Dio, che sentiamo avere il primo posto nella nostra vita: abbiamo avuto la fortuna di capire da subito che il nostro "essere insieme" nasceva e si sviluppava a partire dal nostro personale rapporto con Dio.
Per questo dialogo che c’era tra noi è stato spontaneo, da parte mia, comunicare a mia moglie Chiara quanto sentivo in cuore riguardo alla chiamata al diaconato. È stata una progressiva scoperta e conoscenza reciproca.
Insieme ci confrontiamo quotidianamente, sforzandoci di andare al di là dei nostri limiti, perché la forza della nostra unità nasce dalla comunione con la Parola vissuta e comunicata, con semplicità, nella gioia e nel dolore che ogni famiglia sperimenta, nelle delusioni che la nostra vocazione ecclesiale comporta e nella gratitudine per aver ricevuto un dono così grande, sperimentando così che l'essere "una sola carne" è essere "uno" in Gesù che ci ha uniti e come tali ci vede.
Solo in questo contesto si può comprendere nella sua pienezza il consenso che viene richiesto alla moglie per l'ordinazione diaconale del marito.
È straordinario costatare come le persone si accorgano se nella mia vita di diacono, nelle parole che dico, nelle omelie che faccio, è presente la persona di mia moglie; se la mia vita evangelica che cerco di trasmettere non è solo mia, ma è frutto della nostra unità.
Sperimentiamo così la bellezza della famiglia diaconale, che sentiamo speciale, perché, famiglia come tutte le altre, è però al servizio non solo della comunità in cui si è presenti, ma anche al servizio del mondo sacerdotale, per il legame profondo che attraverso il marito diacono ha con il sacramento dell'ordine.