IL SISTEMA DI BLOGGER HA CANCELLATO LE IMMAGINI
MI SCUSO CON I LETTORI


Il ripristino è in cantiere


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venerdì 24 febbraio 2017

Dio sa meglio di noi ciò di cui abbiamo bisogno


8a domenica del Tempo ordinario (A)
Isaia 49,14-15 • Salmo 61 • 1 Corinzi 4,1-5 • Matteo 6,24-34
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Non preoccupatevi per la vostra vita…
Non preoccupatevi dicendo: Cosa mangeremo? …
Non preoccupatevi del domani…

Per tre volte Gesù ribadisce l'invito: non abbiate quell'affanno che toglie il respiro, per cui non esistono feste o domeniche, non c'è tempo di fermarsi a parlare con chi si ama. Non lasciatevi rubare la gioia: quella capacità di godere delle cose belle che ogni giorno ci dona.
Perché? Perché Dio non si dimentica di me! «Si dimentica forse una donna del suo bambino?... Se anche una madre si dimenticasse, io non mi dimenticherò di te» (cf Is 49,15).

Guardate gli uccelli del cielo… Osservate i gigli del campo…
Gesù osserva la vita e la vita gli parla di fiducia. Gesù oggi ci pone la questione della fiducia. Dove metto la mia fiducia? La sua proposta è chiara: "In Dio, prima di tutto, perché Lui non mi abbandona ed ha un progetto per me. Non mettere la fiducia nel conto in banca".

Non potete servire Dio e la ricchezza
Non è la ricchezza che Gesù ha di mira - infatti tra i suoi amici aveva persone ricche e altre povere - bensì ciò che lui chiama, in aramaico, mammona. «Mammona non è la ricchezza in sé, ma quella nascosta, avara, chiusa alla solidarietà, e che produce ingiustizia» - come spiega papa Francesco - che rende schiave le persone, che assorbe il loro tempo, i pensieri, la vita.

Guardate gli uccelli, piccoli esseri, liberi, quasi senza peso e senza gravità, lasciatevi attirare come loro dal cielo, volate alto e liberi e non preoccupatevi. Se Dio nutre queste creature che non seminano, non mietono, quanto più voi che invece lavorate, seminate e raccogliete. Non è un invito al fatalismo o alla passività in attesa che la Provvidenza risolva al posto nostro i problemi. La Provvidenza, infatti, - come diceva don Calabria - conosce solo uomini in cammino.

Non preoccupatevi, il Padre sa. Tra le tante cose che uniscono le tre grandi religioni, che ci fanno sentire vicini ai nostri fratelli ebrei e musulmani, ce n'è una bellissima: la certezza che Dio si prende cura, che Dio provvede.

Non preoccupatevi, Dio sa. Ma come faccio a dirlo a chi non trova lavoro, a chi non riesce ad arrivare a fine mese, non vede speranza per i figli? La soluzione non è fatta di parole: «Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: "Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi", ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve?» (Gc 2,16). Dio ha bisogno delle mie mani per essere Provvidenza. Io mi occupo di qualcuno, e allora il Dio che veste i fiori si occuperà di me.

Cercate anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia…
Vuoi essere libero come un passero? Bello come un fiore? Cerca prima di tutto le cose di Dio, che sono solidarietà, generosità, amore, e troverai ciò che fa volare, ciò che fa fiorire!

(spunti da Ermes Ronchi)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Non preoccupatevi per la vostra vita (Mt 6,25)
(vai al testo…)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata:
 Non preoccupatevi del domani (Mt 6,34) - (2/03/2014)
(vai al testo…)
 Non preoccupatevi del domani (Mt 6,34) - (27/02/2011)
(vai al testo…)

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
La fede che ci fa vedere con occhi nuovi (28/02/2014)

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 1.2017)
  di Gianni Cavagnoli (VP 2.2014)
  di Marinella Perroni (VP 2.2011)
  di Enzo Bianchi

(Illustrazione di Stefano Pachì)

mercoledì 22 febbraio 2017

Il Diaconato in Italia
 Diaconi missionari di misericordia



Il diaconato in Italia n° 200
(settembre/ottobre 2016)

Diaconi missionari di misericordia
«Annunciate il perdono dei peccati»






ARTICOLI
Uno sguardo al passato (Giuseppe Bellia)
Sfogliando e rileggendo i 200 numeri della Rivista (Enzo Petrolino)
Il Signore ama lo straniero (Giovanni Chifari)
La misericordia come accoglienza: braccia da lavoro o persone? (Arcangelo Maira)
Il diacono e la sua peculiarità (Carmelo Brigandì)
Annunciate il perdono dei peccati (Andrea Spinelli)
I diaconi testimoni dell'amore di Dio (Gaetano Marino)
Giubileo della misericordia, diaconato e teologia (José Gabriel Mesa Angulo)

TESTIMONIANZE
Don Pietro Margini, una originale e profetica comprensione del diaconato (Rita e Vittorio Moggi)
La catechesi di Padre Antonio (Giuseppe Colona)
Costruttori di ponti (Gino Cintolo)


(Vai ai testi…)


domenica 19 febbraio 2017

Amare il nemico:
 una logica dura, della durezza del diamante


«Avete inteso che fu detto: "Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico". Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano…"» (Mt 5,43).

A prima vista questa Parola sembra sia fatta per i deboli, per coloro a cui manca il coraggio di farsi vedere forti. «A chi mi dà un cazzotto io ne do due, a chi mi vuole "fregare", io gliela faccio vedere, a chi mi prende in giro, io di giri gliene faccio fare due, a chi mi chiede qualcosa, io gliene chiedo il doppio...». È l'idea del mondo: «Attento all'altro, fatti furbo, nessuno ti dà niente per niente...!».
La logica di Gesù è una logica dura ma della durezza del diamante: fragile e nello stesso tempo dura, una logica capace di incidere in profondità, come la punta del diamante incide nel ferro, ma rispettosa della libertà dell'uomo. Ci vuole coraggio a "porgere l'altra guancia": rimanere in silenzio davanti a chi ti insulta, continuare ad essere amico di chi ti ha tradito, rischiare ancora una volta per chi ti ha voltato le spalle, in una parola: rispondere al male con il bene!

Ecco alcune testimonianze di "grandi" e meno grandi:
Gandhi diceva: «L'odio può essere vinto solo dall'amore!».

Luther King affermava, come una sfida: «Fateci quel che volete e noi continueremo ad amarvi. Metteteci in prigione e noi vi ameremo ancora. Lanciate bombe sulle nostre case, minacciate i nostri figli e noi vi ameremo ancora...».

Vittorio Bachelet ripeteva: «Il cristiano può essere odiato, ma non può odiare».
E il figlio davanti alla salma del padre disse: «Prego per gli uccisori di mio padre. Nella nostra bocca ci siano sempre parole di vita e non di morte, di perdono e mai di vendetta».

Un sacerdote, missionario in Brasile, raccontò questo fatto: «Ero andato a trovare un giovane in carcere e, mentre parlavo con il giovane detenuto, è entrata una signora molto elegante, si è avvicinata a un ragazzo e l'ha abbracciato. Ho pensato fosse la mamma. Ma il giovane che era con me mi disse: "Sicuramente stai pensando che è la mamma di quel ragazzo che è qui in prigione, invece è la mamma del ragazzo che questo giovane ha ucciso. Il giorno del funerale ha promesso che sarebbe diventata mamma del giovane che aveva ucciso suo figlio e da quel giorno non ha mai smesso di venirgli a far visita. Ogni settimana arriva e lo abbraccia come fosse suo figlio!"».

venerdì 17 febbraio 2017

Perfetti "come" il Padre


7a domenica del Tempo ordinario (A)
Levitico 19,1-2.17-18 • Salmo 102 • 1 Corinzi 3,16-23 • Matteo 5,38-48
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste
Siate perfetti come il Padre (cf Mt 5,48), siate santi perché io, il Signore, sono santo (cf Lv 19,2). Santità, perfezione, parole che ci appaiono lontane, per gente che fa una vita diversa dalla nostra, tutta dedita alla preghiera e alla contemplazione. Invece, la concretezza della Parola di Dio ci porta a non covare nel proprio cuore odio verso il fratello, a non serbare rancore, ad amare il prossimo come se stessi (cf Lv 19,1-2.17-18). La concretezza della santità: niente di astratto, lontano, separato, ma ancorato nel quotidiano; una santità terrestre che profuma di casa, di pane, di gesti... di cuore.

Il Padre fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi
Siate perfetti come il Padre. Ma nessuno potrà mai esserlo, è come se Gesù ci domandasse l'impossibile. Ma non dice «quanto Dio» bensì «come Dio», con quel suo stile unico, che Gesù traduce in queste parole: siate come Lui che fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi.
Così farò anch'io: farò sorgere un po' di sole, un po' di speranza, un po' di luce, a chi ha solo il buio davanti a sé; trasmetterò il calore della tenerezza, l'energia della solidarietà. Testimone che la giustizia è possibile, che si può credere nel sole anche quando non splende, nell'amore anche quando non si sente.

Amate i vostri nemici
Fare sorgere il sole nel loro cielo… che non sorgano freddezza, condanna, rifiuto, paura. Farlo anche se sembra impossibile. Possiamo! Non dobbiamo! Perché non si ama per decreto. La forza e la luce ci verrà dallo Spirito che Gesù ha promesso; basta volerlo, basta chiederlo…
Allora sarà entusiasmante poter amare come Dio! Ed amando così, realizzo me stesso; sperimento che dare agli altri non tolgo a me, che nel dono rendo la mia vita piena, ricca, bella, felice. Perché dare agli altri non è in contrasto col mio desiderio di felicità. Amore del prossimo e amore di sé non stanno su due binari che non si incontrano mai, ma coincidono. Dio regala gioia a chi produce amore.

Cosa significano allora gli imperativi: amate, pregate, porgete, prestate? Sono porte spalancate verso delle possibilità, sono la trasmissione da Dio all'uomo di una forza divina, quella che guida il sole e la pioggia sui campi di tutti, di chi è buono e di chi no, la forza di chi fa come fa il Padre, che ama per primo, ama senza aspettarsi contraccambio alcuno.

(spunti da Ermes Ronchi)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Amate i vostri nemici (Mt 5,44)
(vai al testo…)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata:
 Siate perfetti come il Padre vostro celeste (Mt 5,48) - (23/02/2014)
(vai al testo…)
  Siate perfetti come il Padre vostro celeste (Mt 5,48) - (20/02/2011)
(vai al testo…)

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 1.2017)
  di Gianni Cavagnoli (VP 2.2014)
  di Marinella Perroni (VP 2.2011)
  di Enzo Bianchi

(Illustrazione di Stefano Pachì)

giovedì 16 febbraio 2017

A Napoli 22 nuovi Diaconi permanenti


Apprendo dal diacono Carlo de Cesare, addetto alla segreteria dei diaconi dell'Arcidiocesi di Napoli, la notizia dell'ordinazione di nuovi 22 diaconi permanenti.
Domenica 18 dicembre 2016, infatti, nella Cattedrale di Napoli, il card. Crescenzio Sepe ha imposto le mani a 22 accoliti.

Scrive Carlo de Cesare: «Un impegnativo percorso di studi e un accurato discernimento ha contraddistinto il cammino di questi fratelli che sono giunti finalmente a proclamare, davanti a tutto il popolo di Dio, il loro: "Sì lo voglio" e ad accogliere le mani del Vescovo sulla loro testa.
La Cattedrale, piena fino all'inverosimile, ospitava le spose commosse, i figli, i parenti, le ventidue Comunità parrocchiali in festa per il dono che il Signore fa alla Chiesa di un nuovo ordinato.
I neo-ordinati provengono da tutte le zone della Diocesi, specie quelle più periferiche che sono le più ricche di vocazioni, le cui Parrocchie, a differenza delle zone centrali della città, beneficiano ancora di una natalità medio-alta e il bisogno di un concreto aiuto ministeriale ai Parroci riveste una grande importanza.

Ai nostri cari fratelli, alle spose e alle loro Comunità, vanno i nostri auguri per un lungo e fecondo Ministero con l'aiuto della Grazia di Dio».

sabato 11 febbraio 2017

Il malato, una persona… è Gesù


In questa Giornata Mondiale del Malato, che oggi abbiamo celebrato, pensando alla diaconia a cui siamo chiamati e al modo di servire i nostri fratelli nella malattia, mi hanno accompagnato le parole di papa Francesco nel suo Messaggio:
«Ogni malato è e rimane sempre un essere umano, e come tale va trattato. Gli infermi, come i portatori di disabilità anche gravissime, hanno la loro inalienabile dignità e la loro missione nella vita e non diventano mai dei meri oggetti, anche se a volte possono sembrare solo passivi, ma in realtà non è mai così».
«Desidero incoraggiarvi tutti… a contemplare in Maria, Salute dei malati, la garante della tenerezza di Dio per ogni essere umano e il modello dell'abbandono alla sua volontà; e a trovare sempre nella fede, nutrita dalla Parola e dai Sacramenti, la forza di amare Dio e i fratelli anche nell'esperienza della malattia».
«Chiediamo all'Immacolata Concezione la grazia di saperci sempre relazionare al malato come ad una persona che, certamente, ha bisogno di aiuto, a volta anche per le cose più elementari, ma che porta in sé il suo dono da condividere con gli altri».

Questa verità sul nostro rapporto con le persone malate, «membra preziose della Chiesa» ha trovato eco nel discorso che papa Francesco ha rivolto ieri ai partecipanti, nella Sala Clementina, la Commissione per il servizio della carità e la salute della CEI ed i membri dell'Ufficio Nazionale per la pastorale della salute ed i direttori degli Uffici diocesani.

Riporto la sintesi di questo discorso, nel servizio di Adriana Masotti di Radio Vaticana:



Il grazie al volontariato italiano
Luci e ombre per quanto riguarda la sanità nella situazione sociale e culturale attuale. Il Papa apre il suo intervento mettendo in luce il positivo: il progresso della ricerca scientifica grazie a cui si possono curare, e a volte sconfiggere, alcune patologie, i tanti operatori sanitari che vivono il loro lavoro come una missione, i volontari che stanno accanto a tanti malati e anziani soli. Qui il Papa ha parlato a braccio:
«E qui mi fermo per ringraziare la testimonianza del volontariato in Italia. Per me è stata una sorpresa! Io mai avrei pensato di trovare una cosa così! Ci sono tanti volontari che lavorano in questo, convinti».

Mai speculare sui malati
Poi Francesco ha parlato delle ombre:
«Se c'è un settore in cui la cultura dello scarto fa vedere con evidenza le sue dolorose conseguenze è proprio quello sanitario. Quando la persona malata non viene messa al centro e considerata nella sua dignità, si ingenerano atteggiamenti che possono portare addirittura a speculare sulle disgrazie altrui. E questo è molto grave! Occorre essere vigilanti, soprattutto quando i pazienti sono anziani con una salute fortemente compromessa, se sono affetti da patologie gravi e onerose per la loro cura o sono particolarmente difficili, come i malati psichiatrici. Il modello aziendale in ambito sanitario, se adottato in modo indiscriminato, invece di ottimizzare le risorse disponibili rischia di produrre scarti umani. Ottimizzare le risorse significa utilizzarle in modo etico e solidale e non penalizzare i più fragili».

Non c'è solo il denaro
Francesco ricorda che al primo posto deve esserci l'inviolabile dignità di ogni persona umana dal momento del suo concepimento fino al suo ultimo respiro:
«Non sia solo il denaro a orientare le scelte politiche e amministrative, chiamate a salvaguardare il diritto alla salute sancito dalla Costituzione italiana, né le scelte di chi gestisce i luoghi di cura. La crescente povertà sanitaria tra le fasce più povere della popolazione, dovuta proprio alla difficoltà di accesso alle cure, non lasci nessuno indifferente e si moltiplichino gli sforzi di tutti perché i diritti dei più deboli siano tutelati».

La fantasia della carità
La Chiesa, nota il Papa, si è sempre occupata dei sofferenti e numerose sono le istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana esistenti. Oggi è necessario però portare avanti la fantasia della carità propria dei loro Fondatori:
«Nei contesti attuali, dove la risposta alla domanda di salute dei più fragili si rivela sempre più difficile, non esitate anche a ripensare le vostre opere di carità per offrire un segno della misericordia di Dio ai più poveri che, con fiducia e speranza, bussano alle porte delle vostre strutture».

Attenzione spirituale ai poveri
Papa Francesco sottolinea quindi l'importanza della pastorale sanitaria che deve coinvolgere diocesi, comunità cristiane e famiglie religiose. Mai i malati devono sentirsi esclusi, anzi essi sono membra preziose della Chiesa:
«Purtroppo la peggior discriminazione di cui soffrono i poveri – e i malati sono poveri di salute – è la mancanza di attenzione spirituale. Hanno bisogno di Dio e non possiamo tralasciare di offrire loro la sua amicizia, la sua benedizione, la sua Parola, la celebrazione dei Sacramenti e la proposta di un cammino di crescita e di maturazione nella fede».

venerdì 10 febbraio 2017

Andare al cuore della legge per far fiorire la persona


6a domenica del Tempo ordinario (A)
Siracide 15,15-20 • Salmo 118 • 1 Corinzi 2,6-10 • Matteo 5,17-37
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Non crediate che sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti…, ma a dare pieno compimento
Ogni parola di Gesù, pur nella sua sconcertante apparente contraddizione, converge verso un obiettivo: far emergere l'anima segreta, andare al cuore della norma.
Il Vangelo non è un manuale di istruzioni, con tutte le regole già pronte per l'uso, già definite e da applicare. Il Vangelo è maestro di umanità, non ci permette di non pensare con la nostra testa, convoca la nostra coscienza e la responsabilità del nostro agire, da non delegare a nessun legislatore. Allora cerco di leggere più in profondità e vedo che Gesù porta a compimento la legge lungo due linee: la linea del cuore e la linea della persona.

La linea del cuore

Fu detto: non ucciderai…; ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello…
Chiunque alimenta dentro di sé rabbie e rancori, è già in cuor suo un omicida. Gesù va alla sorgente, là dove si forma ciò che poi uscirà all'esterno come parola e gesto. Ed allora l'invito: ritorna al tuo cuore e guariscilo, poi potrai curare tutta la vita. Va alla radice che genera la morte o la vita. Dice infatti l'evangelista Giovanni: «Chi non ama suo fratello è omicida» (1Gv 3,15). Il disamore uccide. Non amare qualcuno è togliergli vita; non amare è per ciascuno un lento morire.

La linea della persona

Fu detto: Non commetterai adulterio. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore
Non dice: se tu, uomo, desideri una donna; se tu, donna, desideri un uomo. Non è il desiderio ad essere condannato, ma quel "per"… Vale a dire, quando tu ti adoperi con gesti e parole allo scopo di sedurre e possedere l'altro, quando trami per ridurlo a tuo oggetto, tu pecchi contro la grandezza e la bellezza di quella persona. È un peccato di adulterio nel senso originario del verbo adulterare: tu alteri, falsifichi, manipoli, immiserisci la persona. Le rubi il sogno di Dio, l'immagine di Dio.
Perché riduci a corpo anonimo, lui o lei che invece sono abisso e cielo, profondità e vertigine. Pecchi non tanto contro la morale, ma contro la persona, contro la nobiltà, l'unicità, il divino della persona.

Lo scopo della legge morale non è altro che custodire, coltivare, far fiorire l'umanità dell'uomo. A questo fine Gesù propone un unico salto di qualità: il ritorno al cuore e alla persona. Allora il Vangelo è facile, umanissimo, felice, anche quando dice parole che danno le vertigini. Non aggiunge fatica, non cerca eroi, ma uomini e donne veri.

(spunti da Ermes Ronchi)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Fu detto agli antichi... ma io vi dico... (Mt 5,21)
(vai al testo…)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata:
 Sia il vostro parlare "Sì,sì", "No, no" (Mt 5,37) - (16/02/2014)
(vai al testo…)
 Sia il vostro parlare "Sì,sì", "No, no" (Mt 5,37) - (13/02/2011)
(vai al testo…)

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 1.2017)
  di Gianni Cavagnoli (VP 1.2014)
  di Marinella Perroni (VP 1.2011)
  di Enzo Bianchi

(Illustrazione di Stefano Pachì)

martedì 7 febbraio 2017

Nuovo economo CEI:
 Mauro Salvatore, diacono e padre di famiglia


Riporto da Camminiamo insieme, foglio di collegamento fra i diaconi, i candidati e gli aspiranti della Diocesi di Milano (Febbraio 2017), l'articolo che segue sulla nomina di Mauro Salvatore, diacono permanente della diocesi di Brescia, a economo della CEI.


Per la prima volta l'incarico non è affidato a un sacerdote

Più volte ricorre al vocabolo «gratitudine» per commentare la «sorpresa» della sua nomina. E al tempo stesso parla di «trepidazione» perché, confida, «certamente immagino che si tratti di un compito gravoso». Ma subito aggiunge: «Mi affido al Signore». È dal suo ufficio nella Curia di Brescia che Mauro Salvatore si racconta. Sessantuno anni, originario di Milano, sposato da trentasei e padre di quattro figli, laureato in lettere e poi in scienze religiose, è il diacono permanente della diocesi di Brescia scelto come nuovo economo della Cei. Per la prima volta l'incarico non è affidato a un sacerdote.
«Leggo tutto ciò – osserva Salvatore – come un segno dei tempi. Nella Chiesa che viene dal Concilio e che valorizza sempre più le varie ministerialità, il fatto che ci sia un'articolazione di ruoli è significativo. Inoltre da diacono vedo la nomina come un'opportunità di servizio». A lungo dirigente nell'Università Cattolica del Sacro Cuore (fra Milano e Brescia) e nell'Editoriale bresciana, insegna organizzazione delle aziende editoriali alla facoltà di lettere della Cattolica a Brescia.
Come cifre o bilanci si legano con il Vangelo e un percorso di fede? «Occorre rendersi conto che il Vangelo non è una buona notizia data in astratto – afferma Salvatore –, ma essa va calata nella realtà che l'uomo vive. Guardando allo specifico di un economo, la scommessa è far sì che la buona notizia possa dire qualcosa anche all'economia».
La Chiesa italiana sollecita a una buona, corretta e trasparente gestione dei beni e delle risorse. Ma non mancano le difficoltà. «Da una parte scontiamo un retaggio culturale – riflette il nuovo economo Cei –. Siccome parliamo di attività legate alla generosità dei fedeli, dal momento che siamo collettori della carità di molti verso altri, si ritiene che serva una certa parsimonia di notizie. Tuttavia non è assolutamente immaginabile che l'intera attività economica non sia resa evidente. Da tempo la Cei ha invitato alla massima trasparenza nella gestione dell'8xmille da parte delle diocesi. Dall'altro lato, dobbiamo confrontarci con il continuo aggiornamento della normativa in campo civilistico, fiscale e finanziario che rappresenta una difficoltà. Da qui la necessità che ai sacerdoti si affianchino collaboratori laici competenti. È impensabile che oggi un parroco sia anche commercialista, avvocato, ingegnere».


venerdì 3 febbraio 2017

Essere sempre nell'amore: ...e siamo sale e luce


5a domenica del Tempo ordinario (A)
Isaia 58,7-10 • Salmo 111 • 1 Corinzi 2,1-5 • Matteo 5,13-16
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Voi siete il sale della terra… Voi siete la luce del mondo…
Gesù ha appena finito di proclamare il vertice del suo messaggio, le beatitudini, e aggiunge, rivolto ai suoi discepoli e a noi: se vivete questo, voi siete «sale e luce della terra».
Una affermazione che ci sorprende: che Dio sia luce del mondo lo abbiamo sentito, il Vangelo di Giovanni l'ha ripetuto, ci crediamo; ma sentire - e credere - che anche l'uomo è luce, che lo siamo anch'io e tu, con tutti i nostri limiti e le nostre ombre, questo è sorprendente.
E non si tratta di una esortazione di Gesù: siate, sforzatevi di diventare luce. Ma: sappiate che lo siete già. La candela non deve sforzarsi, se è accesa, di far luce, è la sua natura, così voi. La luce è il dono naturale del discepolo che ha respirato Dio.

Risplenda la vostra luce davanti agli uomini…
Incredibile la stima, la fiducia negli uomini che Gesù comunica, la speranza che ripone in noi. E ci incoraggia a prenderne coscienza, a non fermarci alla superficie di noi stessi, al ruvido dell'argilla, a cercare in profondità, verso la cella segreta del cuore, a scendere nel mio centro e là trovare una lucerna accesa, una manciata di sale. E si è sale e luce non con la dottrina o le parole, ma con le opere: «Risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone».

Vedano le vostre opere buone…
Possiamo compiere opere di luce! E sono quelle dei miti, dei puri, dei giusti, dei poveri, le opere alternative alle scelte del mondo, la differenza evangelica offerta alla fioritura della vita. Quando seguo come unica regola di vita l'amore, allora sono Luce e Sale per chi mi incontra. Quando due sulla terra si amano diventano luce nel buio, lampada ai passi di molti. In qualsiasi luogo dove ci si vuol bene viene sparso il sale che dà sapore buono alla vita.

La tua luce sorgerà come l'aurora… Lampada accesa sul candelabro…
Isaia suggerisce la strada perché la luce sia posta sul candelabro e non sotto il moggio (cf Is 58,7-10). Ed è tutto un incalzare di verbi: Spezza il tuo pane, Introduci in casa lo straniero, Vesti chi è nudo, Non distogliere gli occhi dalla tua gente. Allora la tua luce sorgerà come l'aurora, la tua ferita si rimarginerà in fretta.

Se aprirai il cuore…, la tua luce brillerà fra le tenebre…
Illumina altri e ti illuminerai, guarisci altri e guarirai. Non restare curvo sulle tue storie e sulle tue sconfitte, ma occupati della terra, della città dell'altro, altrimenti non diventerai mai un uomo o una donna radiosi. Chi guarda solo a se stesso non si illumina mai.

Allora sarò lucerna sul lucerniere, ma secondo le modalità proprie della luce, che non fa rumore e non violenta le cose. Le accarezza e fa emergere il bello che è in loro. Così noi, se siamo uomini e donne delle beatitudini, vangelo vivo, siamo gente che ogni giorno accarezza la vita e ne rivela la bellezza nascosta.

(spunti da Ermes Ronchi)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Voi siete il sale della terra... e la luce del mondo (Mt 5,13.14)
(vai al testo…)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata:
 Vedano le vostre opere buone (Mt 5,16) - (9/02/2014)
(vai al testo…)
 Vedano le vostre opere buone (Mt 5,16) - (6/02/2011)
(vai al testo…)

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 1.2017)
  di Gianni Cavagnoli (VP 1.2014)
  di Marinella Perroni (VP 1.2011)
  di Enzo Bianchi

(Illustrazione di Stefano Pachì)

mercoledì 1 febbraio 2017

Un cuore nuovo per una nuova umanità


Parola di Vita – Febbraio 2017

"Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo" (Ez 36,26)

Il cuore fa pensare agli affetti, ai sentimenti, alle passioni. Per l'autore biblico però è molto di più: assieme allo spirito è il centro della vita e della persona, il luogo delle decisioni, dell'interiorità, della vita spirituale. Il cuore di carne è docile alla parola di Dio, si lascia guidare da essa e formula "pensieri di pace" verso i fratelli. Il cuore di pietra è chiuso in se stesso, incapace di ascolto e di misericordia.
Abbiamo bisogno di un cuore nuovo e di uno spirito nuovo? Basta guardarci attorno. Le violenze, le corruzioni, le guerre nascono da cuori di pietra che si sono chiusi al progetto di Dio sulla sua creazione. Anche se ci guardiamo dentro con sincerità, non ci sentiamo mossi tante volte da desideri egoistici? È proprio l'amore a guidare le nostre decisioni, è il bene dell'altro?

Osservando questa nostra povera umanità Dio si muove a compassione. Egli che ci conosce meglio di noi stessi, sa che abbiamo bisogno di un cuore nuovo. Lo promette al profeta Ezechiele, pensando non soltanto a singole persone, ma a tutto il suo popolo. Il sogno di Dio è ricreare una grande famiglia di popoli, come l'ha pensata dalle origini, informata dalla legge dell'amore reciproco. La nostra storia ha più volte mostrato che da un lato, da soli, siamo incapaci di adempiere il suo progetto, dall'altro Dio non si è mai stancato di rimettersi in gioco, fino a prometterci di darci egli stesso un cuore e uno spirito nuovi.

Adempie in pienezza la sua promessa quando manda il suo Figlio sulla terra e infonde il suo Spirito nel giorno di Pentecoste. Ne nasce una comunità - quella dei primi cristiani di Gerusalemme - icona di un'umanità caratterizzata da "un cuore solo e un'anima sola"[1].

Anch'io che scrivo questo breve commento, anche tu che lo leggi o lo ascolti, siamo chiamati a far parte di questa nuova umanità. Più ancora, siamo chiamati a costruirla attorno a noi, a renderla presente nel nostro ambiente di vita e di lavoro. Pensa quale missione grande ci viene affidata e quanta fiducia Dio ripone in noi. Invece di deprimerci davanti a una società che tante volte ci appare corrotta, invece di rassegnarci davanti a mali più grandi di noi e chiuderci nell'indifferenza, dilatiamo il cuore «sulla misura del Cuore di Gesù. Quanto lavoro! Ma è l'unico necessario. Fatto questo, tutto è fatto». Era un invito di Chiara Lubich, che continuava: «Si tratta di amare ognuno che ci viene accanto come Dio lo ama. E dato che siamo nel tempo, amiamo il prossimo uno alla volta, senza tener nel cuore rimasugli d'affetto per il fratello incontrato un minuto prima»[2].

Non confidiamo nelle nostre forze e capacità, inadeguate, ma nel dono che Dio ci fa: "Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo".

Se rimaniamo docili all'invito ad amare ognuno, se ci lasciamo guidare dalla voce dello Spirito in noi, diventiamo cellule di una umanità nuova, artigiani di un mondo nuovo, nella grande varietà di popoli e culture.

Fabio Ciardi
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[1] Cf. Atti 4,32
[2] C. Lubich, La dottrina spirituale, Città nuova 2002, 135.
Vivremo questa parola – scelta da un gruppo ecumenico in Germania – assieme a tanti fratelli e sorelle di varie Chiese, per lasciarci accompagnare da questa promessa di Dio, lungo tutto l'anno in cui si ricordano i 500 anni della Riforma.

Fonte: Città Nuova n. 1/Gennaio 2017


venerdì 27 gennaio 2017

Felicità è uno dei nomi di Dio


4a domenica del Tempo ordinario (A)
Sofonia 2,3;3,12-13 • Salmo 145 • 1 Corinzi 1,26-31 • Matteo 5,1-12a
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Vedendo le folle, Gesù… insegnava loro dicendo: Beati…
Le nove Beatitudini sono il cuore del Vangelo; al cuore del Vangelo c'è per nove volte la parola felicità, c'è un Dio che si prende cura della gioia dell'uomo, tracciandogli i sentieri. Come al solito, inattesi, controcorrente, e restiamo senza fiato, di fronte alla tenerezza e allo splendore di queste parole. Sono la nostalgia prepotente di un tutt'altro modo di essere uomini, il sogno di un mondo fatto di pace, di sincerità, di giustizia, di cuori puri. Queste nove parole sono la bella notizia, l'annuncio gioioso che Dio regala vita a chi produce amore, che se uno si fa carico della felicità di qualcuno il Padre si fa carico della sua felicità.

Le beatitudini sono il più grande atto di speranza del cristiano. Quando vengono proclamate sanno ancora affascinarci, poi usciamo di chiesa e ci accorgiamo che per abitare la terra, questo mondo aggressivo e duro, ci siamo scelti il manifesto più difficile, incredibile, stravolgente e contromano che l'uomo possa pensare.

Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli
Beati voi poveri: la prima beatitudine.
E ci saremmo aspettati (perché ci sarà un capovolgimento)…, perché diventerete ricchi. No. Il progetto di Dio è più profondo e vasto. Beati voi poveri, perché vostro è il Regno, già adesso, non nell'altra vita! Beati, perché c'è più Dio in voi, c'è più libertà, meno attaccamento all'io e alle cose.
Beati perché custodite la speranza di tutti. In questo mondo dove si fronteggiano nazioni ricche fino allo spreco e popoli poverissimi, un esercito silenzioso di uomini e donne preparano un futuro buono: costruiscono pace, nel lavoro, in famiglia, nelle istituzioni; sono ostinati nel proporsi la giustizia, onesti anche nelle piccole cose. Gli uomini delle beatitudini, ignoti al mondo, che non andranno sui giornali, sono loro i segreti legislatori della storia.

Beati quelli che sono nel pianto…
La seconda è la beatitudine più paradossale: Beati quelli che sono nel pianto. Felicità e lacrime mescolate insieme, forse indissolubili. Dio è dalla parte di chi piange ma non dalla parte del dolore! Un angelo misterioso annuncia a chiunque piange: il Signore è con te.
Dio non ama il dolore, è con ciascuno nel riflesso più profondo delle sue lacrime per moltiplicare il coraggio, per fasciare il cuore ferito… Nella tempesta è al mio fianco, forza della mia forza.

La parola chiave delle beatitudini è felicità. Dio non solo è amore, non solo misericordia, Dio è anche felicità. Felicità è uno dei nomi di Dio.

(spunti da Ermes Ronchi)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Beati i miti, perché avranno in eredità la terra (Mt 5,5)
(vai al testo…)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata:
 Beati gli operatori di pace (Mt 5,9) - (30/01/2011)
(vai al testo…)

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 11.2016)
  di Marinella Perroni (VP 1.2011)
  di Enzo Bianchi

(Illustrazione di Stefano Pachì)

martedì 24 gennaio 2017

Il Ministero Diaconale: fonti, risorse e sfide


Il Ministero Diaconale: fonti, risorse e sfide
MASTER DI 1° LIVELLO

A.A. 2016/2017 - 2017/2018

OBIETTIVO
L'Istituto Superiore di Scienze Religiose "Redemptorhominis" della Pontificia Università Antonianum attiva il Master di I livello in "Il Mistero Diaconale: fonti, risorse e sfide", realizzato in collaborazione con la Comunità del Diaconato in Italia. Il Master offre un'occasione di formazione d'eccellenza e specializzazione a tutti coloro che, avendo effettuato già degli studi teologici di base, vogliano approfondire il ministero diaconale, a partire dall'acquisizione di una conoscenza specifica degli strumenti di ricerca, delle fonti esistenti e degli studi realizzati.

DESTINATARI
Il corso è rivolto principalmente ai diaconi permanenti e a tutti quelli interessati e impegnati nell'approfondimento della storia e dell'identità del ministero diaconale. In modo specifico, sono destinatari del corso coloro che conducono studi sulla storia e sullo sviluppo del diaconato, come anche coloro a cui è affidato il servizio di discernimento e di formazione dei diaconi.

STRUTTURA DEL CORSO
Il corso avrà durata biennale. Le lezioni si svolgeranno in modalità intensiva e saranno distribuite lungo tre settimane, ovvero, per l'anno accademico 2016-2017, dal 26 giugno al 15 luglio 2017. Il percorso didattico del Master si articola in attività formative della durata complessiva di 1500 ore così suddivise: 360 ore per lezioni frontali, laboratori e visite a siti archeologici; 1020 ore per lo studio individuale e 120 ore per la tesina finale. Il conseguimento del Master conferisce 60 ECTS

ORGANIGRAMMA
Direttore: Prof. Enzo Petrolino

Comitato scientifico del Master: Prof. Salvatore Barbagallo, Preside dell'ISSR della PUA, Prof. Giuseppe Bellia (Mod. 1), Prof Maurizio Saavedra (Mod. 2), Prof.ssa Cettina Militello (Mod. 3e 4), Prof. Enzo Petrolino (Mod. 5), Prof. Jorge Horta Espinoza (Mod. 6), Prof. Luciano Meddi (Mod. 7), Prof.ssa Lucrezia Spera e Prof.ssa Caterina Papi (Mod. 8).

Coordinamento delle attività didattico-tutoriali:
Prof.ssa Mariapina Rizzi

È previsto un tutor d'aula per tutta la durata del Master con mansioni di supporto agli studenti, gestione delle richieste ordinarie e approfondimenti documentali.

ULTERIORI INFORMAZIONI
Preside dell'ISSR "Redemptorhominis", Pontificia Università Antonianum
Fr. Salvatore Barbagallo, O.F.M.
Tel. 0670373339
Email: diaconipua@gmail.com

Segreteria
Pontificia Università Antonianum
Via Merulana, 124 – 00185 Roma
Tel. 0670373502
Fax 0670373604
Email segreteria@antonianum.eu
Sito www.antonianum.eu


PROGRAMMA DEL MASTER

Modulo 1:
Modelli diaconali nel Nuovo Testamento (Prof. Giuseppe Bellia)
Modulo 2:
Il servizio diaconale nei primi secoli della Chiesa (Prof. Maurizio Saavedra)
Modulo 3:
Il ripristino del Diaconato. Istanze teologiche da Trento al Concilio Vaticano II (Prof.ssa Cettina Militello)
Modulo 4:
Ministero diaconale, chiesa locale e post-moderno (Prof.ssa Cettina Militello)
Modulo 5:
Alla ricerca di un'identità: ministero ordinato e diaconato (Prof. Enzo Petrolino)
Modulo 6:
Il diaconato nella legislazione ecclesiale post-conciliare (Prof. Jorge Horta Espinoza)
Modulo 7:
Un ministero di frontiera: sfide e risorse (Prof. Luciano Meddi)
Modulo 8:
Visite Archeologiche (Prof.ssa Lucrezia Spera - Prof.ssa Caterina Papi)

Vedi il Dépliant…


lunedì 23 gennaio 2017

Intervista sul diaconato a:
 Mons. Salvatore Pappalardo, Vescovo di Siracusa


Riprendo le interviste ai vescovi delle diocesi italiane sul diaconato permanente e i diaconi delle loro diocesi, pubblicate nella rivista L'Amico del Clero della F.A.C.I. (Federazione tra le Associazioni del Clero in Italia).
Le interviste sono curate da Michele Bennardo.

Michele Bennardo, diacono permanente della diocesi di Susa, ha conseguito il Dottorato in Teologia presso la Pontificia Università Lateranense. È professore di religione cattolica nella scuola pubblica e docente di Didattica delle competenze e di Didattica dell'Insegnamento della Religione Cattolica e Legislazione scolastica all'ISSR della Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale, Sezione parallela di Torino. È autore di numerosi testi e articoli e dal 2005 collabora con L'Amico del Clero.

Ho riportato le varie interviste nel mio sito di testi e documenti.

Nel numero 12 (dicembre 2016) de L'Amico del Clero è pubblicata l'intervista a Mons. Salvatore Pappalardo , Vescovo di Siracusa.

Alla domanda: "Quale cammino formativo (umano, spirituale, teologico, liturgico e pastorale) è attualmente previsto nella sua arcidiocesi per chi diventa diacono?", Mons. Pappalardo ha risposto: «Nella mia diocesi abbiamo da qualche anno attuato un "Itinerario per la formazione al diaconato permanente e per la formazione permanente dei diaconi". Progetto sperimentato già con un gruppo di nuovi diaconi che sto ordinando proprio in questi mesi dopo un cammino di quasi 5 anni. Per la formazione teologica ho costituito una scuola con un collegio di docenti che in questi anni hanno tenuto i corsi specifici per una formazione teologica-liturgica-pastorale legata al ministero diaconale. Sono stato spinto alla realizzazione di una scuola propria per i candidati, pur avendo in diocesi un Istituto Superiore di Scienze Religiose, per dare la possibilità della frequenza alle lezioni frontali che si svolgono tutti i sabati mattina. Gli orari e i tempi dell'Istituto non avrebbero permesso tale itinerario.
Un altro aspetto importante del cammino formativo che si è ben realizzato in diocesi è la "comunità diaconale". Gli aspiranti, sia attraverso gli incontri di formazione teologica, sia attraverso i ritiri mensili, hanno costituito spontaneamente una comunità che adesso si sta ben amalgamando con la esistente comunità diaconale.
Per quanto riguarda la formazione permanente dei diaconi sto proprio in questi giorni lavorando con la commissione diocesana per attuare un cammino annuale in sintonia con il cammino diocesano e specifico al ministero del diacono».

E alla domanda: "Quale tra i classici compiti diaconali (carità, catechesi/ evangelizzazione e liturgia) le sembra necessiti di maggior valorizzazione rispetto a quanto avviene oggi nell'arcidiocesi di Siracusa?", ha risposto: «Ritengo che oggi urge nella Chiesa rendere attuale ciò che papa Francesco insiste nel direi: la nuova evangelizzazione. Ciò di cui abbiamo bisogno, specialmente in questi tempi, sono testimoni credibili che con la vita e anche con la parola rendano visibile il Vangelo. Mi piace dunque vedere questa missione nella vita propria dei diaconi che, non solo nelle comunità cristiane, ma anche nel mondo del lavoro, nella società culturale che vivono giornalmente, possono dare ragione del proprio credo. Forse oggi la Chiesa può giungere a tante povertà e periferie esistenziali anche attraverso coloro che sono icona del Servo».
Vai all'intervista…

domenica 22 gennaio 2017

Mai incarcerare la dignità


Papa Francesco ha indirizzato una lettera ai detenuti della Casa di reclusione Due Palazzi di Padova, in occasione di un convegno sull'ergastolo, organizzato in questi giorni da "Ristretti orizzonti", il giornale realizzato dai reclusi di Padova.
La lettera che Papa Francesco ha consegnato a don Marco Pozza in Santa Marta il 17 gennaio scorso, è un incoraggiamento alla riflessione, perché si realizzino "sentieri di umanità" che possano attraversare "le porte blindate" e affinché i cuori non siano mai "blindati alla speranza di un avvenire migliore per ciascuno". È urgente una conversione culturale, si legge ancora, "dove non ci si rassegni a pensare che la pena possa scrivere la parola fine sulla vita; dove si respinga la via cieca di una ingiustizia punitiva e non ci si accontenti di una giustizia solo retributiva; dove ci si apra a una giustizia riconciliativa e a prospettive concrete di reinserimento; dove l'ergastolo non sia una soluzione ai problemi, ma un problema da risolvere". Se la dignità "viene definitivamente incarcerata", è l'avvertimento di Francesco, "non c'è più spazio, nella società, per ricominciare e per credere nella forza rinnovatrice del perdono". Ma è in Dio, è la conclusione, che c'è "sempre un posto per ricominciare, per essere consolati e riabilitati dalla misericordia che perdona".

Dal servizio di Francesca Sabatinelli di Radio Vaticana:



Ecco il testo completo della Lettera e la riproduzione della stessa:

Caro don Marco,
ho saputo che nella Casa di reclusione Due Palazzi di Padova avrà luogo un convegno per riflettere sulla pena, in particolare su quella dell'ergastolo. In questa occasione vorrei porgere il mio saluto cordiale ai partecipanti ed esprimere la mia vicinanza alle persone detenute.
A loro vorrei dire: io vi sono vicino e prego per voi. Immagino di guardarvi negli occhi e di cogliere nel vostro sguardo tante fatiche, pesi e delusioni, ma anche di intravedere la luce della speranza. Vorrei incoraggiarvi, quando vi guardate dentro, a non soffocare mai questa luce della speranza. Tenerla accesa è anche nostro dovere, un dovere di coloro che hanno la responsabilità e la possibilità di aiutarvi, perché il vostro essere persone prevalga sul trovarvi detenuti. Siete persone detenute: sempre il sostantivo deve prevalere sull'aggettivo, sempre la dignità umana deve precedere e illuminare le misure detentive.
Vorrei incoraggiare anche la vostra riflessione, perché indichi sentieri di umanità, vie realizzabili perché l'umanità passi attraverso le porte blindate e perché mai i cuori siano blindati alla speranza di un avvenire migliore per ciascuno.
In questo senso mi pare urgente una conversione culturale, dove non ci si rassegni a pensare che la pena possa scrivere la parola fine sulla vita; dove si respinga la via cieca di una giustizia punitiva e non ci si accontenti di una giustizia solo retributiva; dove ci si apra a una giustizia riconciliativa e a prospettive concrete di reinserimento; dove l'ergastolo non sia una soluzione ai problemi, ma un problema da risolvere. Perché se la dignità viene definitivamente incarcerata, non c'è più spazio, nella società, per ricominciare e per credere nella forza rinnovatrice del perdono.
In Dio c'è sempre un posto per ricominciare, per essere consolati e riabilitati dalla misericordia che perdona: a Lui affido i vostri cammini, la vostra riflessione e le vostre speranze, inviando a ciascuno di voi e alle persone a voi care la Benedizione Apostolica e chiedendovi, per favore, di pregare per me.
Francesco

Dal Vaticano, 17 gennaio 2017



(Fonte: http://www.ilsussidiario.net/)


venerdì 20 gennaio 2017

L'amore di Dio, la fonte della nostra felicità


3a domenica del Tempo ordinario (A)
Isaia 8,23b • Salmo 26 • 1 Corinzi 1,10-13.17 • Matteo 4,12-23
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, lasciò Nazaret…
Giovanni il Battista è stato appena arrestato, è accaduto qualcosa di minaccioso che, anziché impaurire e rendere prudente Gesù, lo fa uscire allo scoperto, a dare il cambio a Giovanni. Abbandona famiglia, casa, lavoro, lascia Nazaret per Cafarnao, non porta niente con sé, solo un annuncio. Che riparte da là dove Giovanni si era fermato: Convertitevi perché il regno dei cieli è vicino. Sono le parole inaugurali del Vangelo, generative di tutto il resto.

Convertitevi perché il regno dei cieli è vicino
Convertitevi! Noi interpretiamo come «pentitevi», mentre è l'invito a rivoluzionare la vita, a cambiate logica, a guardare oltre…
È l'offerta di un'opportunità: seguire Gesù è andare dove la vita è più vera.
Gesù subito aggiunge il motivo, il perché della conversione: il regno si è fatto vicino.
Che cos'è il regno dei cieli, o di Dio? È la vita che fiorisce in tutte le sue forme, un'offerta di solarità. Il regno è di Dio, ma è per gli uomini, per una nuova architettura del mondo e dei rapporti umani, per una terra come Dio la sogna.
Questo regno si è fatto vicino. È come se Gesù dicesse: tenete gli occhi bene aperti perché è successo qualcosa di molto importante: Giratevi verso la luce, perché la luce è già qui. Dio è qui, come una forza che circola ormai, che non sta ferma, come un lievito, un seme, un fermento.

Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli… Andando oltre, vide altri due fratelli… Ed essi subito lo seguirono…
Il vangelo continua con la chiamata dei quattro pescatori e la promessa: vi farò pescatori di uomini. Con che cosa, con quale rete pescheranno gli uomini?
Ecco, Qualcuno ha una cosa bellissima da dirti, così bella che appare incredibile, così affascinante che i pescatori ne sono sedotti, abbandonano tutto, come chi trova un tesoro. La notizia bellissima è questa: la felicità è possibile e vicina. E il Vangelo ne possiede la chiave. E la chiave è questa: la nostra tristezza infinita si cura soltanto con un infinito amore.
Il Vangelo è la chiave: è possibile vivere meglio, per tutti, perché la sua parola risponde alle necessità più profonde delle persone, risponde ai bisogni più profondi dei cuori e mette a disposizione un tesoro di vita e di amore, che non inganna, che non delude.

Gesù percorreva tutta la Galilea… annunciando il vangelo, guarendo ogni sorta di malattie…
La conclusione del brano di oggi è una sintesi affascinante della vita di Gesù. Camminava e annunciava la buona novella, camminava e guariva la vita.
Gesù cammina verso di noi, gente delle strade, incontro a noi, gente dalla vita ordinaria e mostra con ogni suo gesto che Dio è qui, con amore.
E questa è l'unica cosa che guarisce la vita. Questo sarà anche il mio annuncio, a ciascuno: Dio è con te, con amore. Dio ti ama!

(spunti da Ermes Ronchi)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Convertitevi, il regno dei cieli è vicino (Mt 4,17)
(vai al testo…)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata:
 Convertitevi perché il regno dei cieli è vicino (Mt 4,17) - (26/01/2014)
(vai al testo…)
 Non vi siano divisioni tra voi (1Cor 1,10) - (23/01/2011)
(vai al testo…)

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
La gioia di seguire Gesù (24/01/2014)

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 11.2016)
  di Gianni Cavagnoli (VP 1.2014)
  di Marinella Perroni (VP 1.2011)
  di Enzo Bianchi

(Illustrazione di Stefano Pachì)



martedì 17 gennaio 2017

Testimone dell'amore del Padre


Ricordando Andrea Magri, diacono permanente della diocesi di Alba


Mi giunge in questi giorni la notizia della morte dell'amico Andrea Magri, avvenuta il 27 novembre scorso. Alcuni anni fa, in un incontro per diaconi, mi confidò una sua Parola del vangelo quale programma di vita personale e di ministero: "Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine" (Gv 13,1).

Un comune amico sacerdote mi ha inviato il suo profilo, che qui riporto, pubblicato peraltro nel sito della diocesi di Alba).






DIACONO ANDREA MAGRI
1 marzo 1943 – 27 novembre 2016


"Andiamo con gioia incontro al Signore"; con queste parole abbiamo pregato nell'Eucarestia di domenica scorsa, 27 novembre, prima Domenica di Avvento. E mentre noi celebravamo l'Eucarestia nelle nostre comunità parrocchiali, il diacono Andrea Magri andava incontro al Signore Gesù, che poneva fine alle sofferenze della malattia e lo chiamava ad entrare nel suo Regno.
Al Signore Gesù, alla testimonianza del suo Vangelo, all'amore ai fratelli, il diacono Andrea ha consacrato la sua vita, prima come laico, poi come ministro straordinario della Santa Comunione e infine come diacono permanente.
Andrea era di origine emiliana, nato a Migliarino il 1° marzo 1943. Rimasto orfano di padre in giovane età, era stato accolto nel Collegio degli Artigianelli di Torino, dove ha ricevuto un'educazione umana, cristiana e professionale, che lo ha avviato al mondo del lavoro.
Andrea ha vissuto da giovane gli anni del Concilio Vaticano II. I Padri Conciliari avevano scritto che "I laici sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall'interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo, esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro fede, della loro speranza e carità" (cfr. Lumen Gentium 31). Andrea ha incarnato queste parole nel matrimonio, nella famiglia, nel lavoro, nelle attività pastorali delle parrocchie in cui è vissuto.
Anzitutto nella vocazione al matrimonio e alla famiglia. Il 21 novembre del 1965 ha celebrato il matrimonio con Maria Rizzin, e dalla loro unione sono nati due figli, Viscardo e Daniele.

Sempre nello spirito del Concilio, Andrea ha testimoniato il Vangelo e i valori cristiani nella sua professione, come vigile nella Polizia Municipale di Torino, svolgendo il suo lavoro con dedizione e amore per la sua città.
Oltre alla famiglia e al lavoro, Andrea e la moglie Maria sono stati molto partecipi della vita parrocchiale e in questo clima è maturata per Andrea, già ministro straordinario della Santa Comunione, la vocazione al diaconato. Con molti sacrifici, tra gli impegni di famiglia e di lavoro, ha seguito i corsi di teologia e di formazione spirituale, ed è stato ordinato diacono permanente il 20 novembre 1983, dal cardinale Ballestrero, Ha svolto il suo servizio diaconale occupandosi in particolare della pastorale delle famiglie, dei gruppi del Vangelo, della cura per gli anziani e i malati.

Nel 1998 la famiglia Magri si è trasferita qui a Treiso (Cuneo). Dopo alcuni mesi trascorsi ad organizzare questa nuova fase dell'esistenza ed a conoscere la nostra realtà diocesana, Andrea iniziava il suo servizio nella nostra Chiesa di Alba; era il primo diacono permanente nella nostra diocesi.
Dal vescovo Dho ha ricevuto l'incarico prima di collaboratore e poi di vicedirettore della Caritas diocesana; per alcuni anni fu anche responsabile della comunità dei giovani che facevano servizio civile presso la Caritas. Alla Caritas è ricordato come una persona molto paziente verso i bisognosi che bussavano alla porta del Centro di Ascolto e disponibile ad accettare tutti i servizi che gli venivano richiesti.
Aveva iniziato anche a prestare servizio nella parrocchia di Treiso e in quella di San Cassiano in Alba. In queste parrocchie, il diacono Andrea ha collaborato con i parroci nel servizio liturgico, nell'animazione della preghiera, nella catechesi ai ragazzi e agli adulti, nella cura spirituale degli anziani e dei malati.

Ma con l'avanzare degli anni, è giunta la stagione della sofferenza. Prima i problemi agli occhi e al cuore e infine il grave male che ha affrontato con pazienza, sottoponendosi alle cure mediche, sempre sostenuto da una grande fede e dall'amore solidale di sua moglie e della sua famiglia.
Per la nostra Chiesa di Alba, il diacono Andrea rimane il testimone della vocazione al diaconato, che ha suscitato altre vocazioni a questo servizio, e con la sua vita di sposo, di padre, di nonno, di cristiano, che ha vissuto i valori del Vangelo, ha lasciato una bella testimonianza di fede per tutti.

Preghiamo il Signore Gesù perché accolga nel suo Regno questo buon servitore della Chiesa e anche a lui rivolga l'invito "Vieni, servo buono e fedele, prendi parte alla gioia del tuo Signore" (cfr. Matteo 25,21).

venerdì 13 gennaio 2017

L'Agnello che offre la sua vita, che mostra il volto di Dio


2a domenica del Tempo ordinario (A)
Isaia 49,3.5-6 • Salmo 39 • 1 Corinzi 1,1-3 • Giovanni 1,29-34
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: Ecco l'agnello di Dio...
Ecco l'Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo. Parole diventate così consuete nelle nostre liturgie che quasi non sentiamo più il loro significato.
Un agnello non può fare paura, non ha nessun potere, è inerme, rappresenta il Dio mite e umile. E se ti incute paura, stai sicuro che non è il Dio vero.
Ecco l'agnello che toglie il peccato del mondo, che rende più vera la vita di tutti attraverso lo scandalo della mitezza.
Gesù-agnello, identificato con l'animale dei sacrifici, introduce qualcosa che capovolge e rivoluziona il volto di Dio: il Signore non chiede più sacrifici all'uomo, ma sacrifica se stesso; non pretende la tua vita, offre la sua vita; non spezza nessuno, spezza se stesso; non prende niente, dona tutto.

Io non lo conoscevo…
Qual è il volto di Dio che ci portiamo nel cuore? È come uno specchio e guardandolo capiamo qual è il nostro volto. Questo specchio va ripulito ogni giorno, alla luce della vita di Gesù. Perché se ci sbagliamo su Dio, poi ci sbagliamo su tutto, sulla vita e sulla morte, sul bene e sul male, sulla storia e su noi stessi.

Ecco l'agnello che toglie il peccato del mondo
Non «i peccati», al plurale, ma «il peccato» al singolare; non i singoli atti sbagliati che continueranno a ferirci, ma una condizione, una struttura profonda della cultura umana, fatta di violenza e di accecamento, una logica distruttiva, di morte.
In una parola, il disamore: che ci minaccia tutti, che è assenza di amore, incapacità di amare bene, chiusure, fratture, vite spente. Gesù, che sapeva amare come nessuno, è il guaritore del disamore. Egli conclude la parabola del Buon Samaritano con parole di luce: fai questo e avrai la vita. Vuoi vivere davvero? Produci amore. Immettilo nel mondo, fallo scorrere... E diventerai anche tu un guaritore del disamore.

Noi, i discepoli, siamo coloro che seguono l'agnello, che viene immolato. Così il cristianesimo diventa immolazione, diminuzione, sofferenza.
Se capiamo che la vera imitazione di Gesù è amare quelli che lui amava, desiderare ciò che lui desiderava, rifiutare ciò che lui rifiutava, toccare quelli che lui toccava e come lui li toccava, con la sua delicatezza, concretezza, amorevolezza, e non avere paura, e non fare paura, e liberare dalla paura, allora sì lo seguiamo davvero, impegnati con lui a togliere via il peccato del mondo, a togliere respiro e terreno al male, ad opporci alla logica sbagliata del mondo, a guarirlo dal disamore che lo intristisce.
Ecco vi mando come agnelli... vi mando a togliere, con mitezza, il male: braccia aperte donate da Dio al mondo, braccia di un Dio agnello, inerme eppure più forte di ogni Erode.

(spunti da Ermes Ronchi)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Ecco l'agnello di Dio (Gv 1,29)
(vai al testo…)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata:
 Ecco colui che toglie il peccato del mondo (Gv 1,29) - (19/01/2014)
(vai al testo…)
 Ecco colui che toglie il peccato del mondo ( Gv 1,29) - (16/01/2011)
(vai al testo…)

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
Colui che toglie il peccato del mondo (17/01/2014)

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 11.2016)
  di Gianni Cavagnoli (VP 1.2014)
  di Marinella Perroni (VP 1.2011)
  di Enzo Bianchi

(Illustrazione di Stefano Pachì)

sabato 7 gennaio 2017

Per il Padre io come Gesù: Figlio amato


Battesimo del Signore (A)
Isaia 40,1-5.9-11 • Salmo 103 • Tito 2,11-14;3,4-7 • Luca 3,15-16.21-22
(Visualizza i brani delle Letture)


Appunti per l'omelia

Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui
Gesù si mette in fila con i peccatori, lui che era il puro di Dio, in fila, come l'ultimo di tutti. Ed entra nel mondo dal punto più basso, perché nessuno lo senta lontano, nessuno si senta escluso.
Gesù tra i peccatori appare fuori posto, come se fosse saltato l'ordine normale delle cose. Giovanni non capisce e si ritrae.

"Lascia fare per ora…"
Gesù risponde a Giovanni che proprio questo è l'ordine giusto: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». La nuova giustizia consiste in questo ribaltamento che annulla la distanza tra il Puro e gli impuri, tra Dio e l'uomo.

Ed ecco si aprirono i cieli… Ed ecco una voce dal cielo…
Si aprirono i cieli e lo Spirito di Dio - che è la pienezza dell'amore, dell'energia, della vita di Dio - scende come una colomba sopra Gesù. E una voce diceva: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento».
Questo fatto eccezionale, che avviene in un luogo qualsiasi e non nei recinti del sacro, lo strapparsi dei cieli con la dichiarazione d'amore di Dio e il volo ad ali aperte dello Spirito, è avvenuto anche per noi, ciò che il Padre dà a Gesù è dato ad ognuno. Lo garantisce un'espressione emozionante di Gesù: Sappiano, Padre, che li hai amati come hai amato me (Gv 17,23).
Dio ama noi come ha amato Gesù, con la stessa intensità, la stessa passione, lo stesso slancio. Dio preferisce ciascuno, ognuno è figlio suo prediletto.

Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento
Per il Padre io come Gesù, la stessa dichiarazione d'amore, le stesse tre parole: Figlio, amato, mio compiacimento.

Figlio è la prima parola. Un termine tecnico nel linguaggio biblico, dal significato preciso: «figlio» è colui che compie le stesse opere del Padre, che fa ciò che il padre fa', che gli assomiglia in tutto.
Amato. Prima che tu agisca, prima di ogni merito, che tu lo sappia o no, ad ogni risveglio il tuo nome per Dio è «amato». Immeritato, pregiudiziale, immotivato amore.
Mio compiacimento. Termine inusuale ma bellissimo, che deriva dal verbo «piacere»: tu mi piaci, mi fai felice, è bello stare con te. Ma quale gioia, quale soddisfazione può venire al Padre da questa canna fragile sempre sul punto di rompersi che sono io, da questo stoppino fumigante? Eppure «la sua delizia è stare con i figli dell'uomo» (Prov. 8,31), stare con me.

Al nostro Battesimo, esattamente come al Giordano, una voce ha ripetuto: Figlio, tu mi assomigli, io ti amo, tu mi dai gioia. Hai dentro il respiro del cielo, il soffio di Dio che ti avvolge, ti modella, trasforma pensieri, affetti, speranze, ti fa simile a me.
Ad ogni mattino, anche i più oscuri, inizia la tua giornata ascoltando per prima la Voce del Padre: Figlio, amore mio, mia gioia. E sentirai il buio che si squarcia e l'amore che spiega le sue ali dentro di te.

(spunti da Ermes Ronchi)


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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Gesù venne da Giovanni per farsi battezzare (Mt 3,13) – (08/01/2017)
(vai al testo)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata
 In lui ho posto il mio compiacimento (Mt 3,17) - (12/01/2014)
(vai al testo)
 In lui ho posto il mio compiacimento (Mt 3,17) - (09/01/2011)
(vai al testo)

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
Siamo diventati Cristo (10/01/2014)

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 11.2016)
  di Gianni Cavagnoli (VP 11.2013)
  di Marinella Perroni (VP 11.2010)
  di Enzo Bianchi

(Illustrazione di Stefano Pachì)

giovedì 5 gennaio 2017

Le preferenze di Dio: gli ultimi, i lontani



Epifania del Signore
Isaia 60,1-6 • Salmo 71 • Efesini 3,2-3a.5-6 • Matteo 2,1-12
(Visualizza i brani delle Letture)


Appunti per l'omelia

Oggi la Chiesa celebra la solennità dell'Epifania, cioè della Manifestazione del Figlio di Dio a tutte le genti, rappresentate dai Magi, che non appartenevano al popolo di Israele.

Risuonano ancora come un monito per noi cristiani che abbiamo molto spesso (se non del tutto…) perso il senso del mistero del Natale, l'augurio che papa Francesco ha rivolto in occasione di una sua telefonata ad una trasmissione televisiva: "Io vi auguro un Natale cristiano, come è stato il primo, quando Dio ha voluto capovolgere i valori del mondo, si è fatto piccolo in una stalla, con i piccoli, con i poveri, con gli emarginati…".
Oggi è solennità dell'Epifania, non è la festa della Befana! (Come d'altronde il Natale non è la festa di "Babbo Natale"!).
È vero che le varie tradizioni fanno breccia nel cuore e negli atteggiamenti della gente, formando consuetudini che diventano, alla ricorrenza, prioritarie in sé. Sembra quasi che queste siano una sorta di "cartina di tornasole" che misurano la nostra capacità di incarnare nella nostra esistenza quotidiana il mistero di un Dio che per amore si fa uno di noi per farci poi simili a Sé.
La scristianizzazione del nostro mondo occidentale è sotto i nostri occhi.
Scrive il papa emerito, Benedetto XVI, nelle "Ultime conversazioni": «È chiaro che la scristianizzazione dell'Europa progredisce, che l'elemento cristiano scompare sempre più dal tessuto della società.
È palese che i nostri principi non coincidono più con quelli della cultura moderna, che la struttura fondamentalmente cristiana non è più determinante…
La società occidentale non sarà più una società cristiana e, a maggior ragione, i credenti dovranno sforzarsi di continuare a plasmare e sostenere la coscienza dei valori e della vita. Sarà importante una testimonianza di fede più decisa delle singole comunità e Chiese locali».

Premessa per interrogarci sulla solidità della nostra fede…

I "Magi", di cui il Vangelo ci parla, non sono ebrei e rappresentano tutte le genti, chiamate ad incontrare il Cristo. Rappresentano noi. Noi, che oggi lo possiamo incontrare nella Chiesa, la nuova Gerusalemme: «Le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo» (Ef 3,6).
I Magi, all'apparire della stella, si mettono in cammino attirati da Qualcuno che li attendeva a Betlemme. Quel Bambino è la manifestazione vivente di un Dio, che non fa preferenze di persone, ma è punto di convergenza dell'anelito di tutti i popoli, che rende possibile la fratellanza universale.
Gerusalemme, - come la contempliamo nella visione di Isaia (cf Is 60,1-6) - avvolta dallo splendore della gloria di Dio, è punto di incontro di "popoli lontani", attratti dalla luce che in essa brilla: giungono a lei popoli di tutta la terra, in un clima di grandissima gioia, in un reciproco scambio di doni.

Dio si manifesta. In questo suo "originale" modo di rendersi presente a noi scorgiamo la sua preferenza: a Natale abbiamo contemplato questo manifestarsi di Dio nei pastori, in coloro che la società del tempo ha emarginato; all'Epifania contempliamo questo Dio-Bambino (quindi inerme, povero, piccolo…, indifeso) che si manifesta a gente non del popolo eletto, a quelli che noi potremmo chiamare "i lontani", "persone di buona volontà", che sono alla ricerca del vero senso della vita. E compiono un lungo cammino, serio e faticoso.
Ecco le preferenze di Dio: gli ultimi, i lontani…
Certo "i vicini", il popolo che Lui si è scelto per condurre l'umanità alla fratellanza universale, non ha saputo vedere i segni di Dio, non trasalì di gioia, anzi "si turbò": Erode e con lui tutta Gerusalemme.
Un Dio che si umilia fa guerra alla superbia dell'uomo, che sotto la spinta dell'antico serpente vuol diventare, con le sue mani, simile a Dio.
Invece, il "Nulla d'amore" di Dio, rivelatosi in Gesù, può essere accolto, con la mente e il cuore, soltanto da un nostro "nulla d'amore".
È in questo atteggiamento di adorazione che possiamo ridare a Colui che è il Dono i nostri doni, la nostra umanità, che Lui stesso ha preso su di sé per riscattarla e redimerla.
I Magi offrirono oro, incenso e mirra, volendo significare con questi doni la vera realtà del Messia, nella sua regalità, nella sua divinità, nella sua umanità.
Offrendo questi doni, anche a noi viene chiesto di professare la Regalità del Verbo di Dio con il nostro farsi prossimo ad ogni uomo e ad ogni donna in un servizio che è dono reciproco; di riconoscere in Gesù il nostro Dio che amiamo in maniera esclusiva sopra ogni cosa, ogni persona, ogni affetto sia pur caro; di contribuire, con l'offerta della nostra vita, della nostra sofferenza, unita alle sofferenze dell'Uomo-Dio, alla salvezza del mondo, a quella fraternità universale che è il disegno di Dio sull'umanità.

È in questo nostro "uscire", con gli stessi sentimenti del cuore di Dio, verso ogni periferia che possiamo dar vita a quella evangelizzazione che porta in sé la speranza di un mondo nuovo rinnovato dall'amore.
«Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla su di te» (Is 60,1). Così, come lo è stato per i Magi, proveremo una gioia grandissima al vedere la stella che ci precede e si posa sulla casa dove abita Gesù.


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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Gli offrirono in dono oro, incenso e mirra (Mt 3,13)
(vai al testo…)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata:
 Videro il bambino… si prostrarono e lo adorarono (Mt 2,11) - (6/01/2016)
(vai al testo…)
 Siamo venuti ad adorarlo (Mt 2,2) - (6/01/2015)
(vai al testo…)
 Siamo venuti ad adorare il Signore (Mt 2,2) - (6/01/2013)
(vai al testo…)
 Gli offrirono in dono oro, incenso e mirra (Mt 2,10) - (6/01/2012)
(vai al testo…)
 Videro il Bambino con Maria sua madre (Mt 2,11) - (6/01/2011)
(vai al testo…)

Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
Il cammino per l'incontro don Dio (5/1/2016)
Nel "Nulla d'amore" di Dio (5/1/2015)
Essere "epifania" di Dio (4/1/2014)
L'incontro con Gesù, nella "casa", con Maria (4/1/2013)
Guardare oltre, con nel cuore il mondo (5/1/2012)

Vedi anche i post:
La Stella, il dono che porta (6/1/2011)
Lo scambio dei doni (5/1/2010)

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 11.2016)
  di Luigi Vari (VP 11.2015)
  di Luigi Vari (VP 1.2015)
  di Gianni Cavagnoli (VP 2013)
  di Marinella Perroni (VP 2012)
  di Marinella Perroni (VP 2011)
  di Marinella Perroni (VP 2010)
  di Claudio Arletti (VP 2009)
  di Claudio Arletti (VP 2008)
  di Enzo Bianchi (vol. A)
  di Enzo Bianchi (vol. B)
  di Enzo Bianchi (vol. C)

(Illustrazione di Stefano Pachì)


domenica 1 gennaio 2017

La Parola cambia la vita, ci pone a servizio degli altri


Parola di Vita – Gennaio 2017

"Infatti, l'amore di Cristo ci spinge" (2Cor 5,14-20)

"Ieri sera sono andata a cena fuori con un'amica di mia mamma. Ho ordinato come contorno un piatto di piselli, per poi mangiarmi il dolce che mi piaceva di più. Ma mamma ha detto di no. Stavo per tirare fuori il broncio, ma mi sono ricordata che Gesù era proprio accanto a mamma e così mi sono messa a sorridere". "Oggi, dopo una giornata faticosa, sono tornato a casa. Mentre guardavo la TV, mio fratello mi ha preso il telecomando dalle mani. Mi sono arrabbiato molto, ma poi mi sono calmato e ho lasciato che vedesse la televisione". "Oggi mio padre mi ha detto una cosa ed io gli ho risposto male. L'ho guardato ed ho visto che non era felice. Allora gli ho chiesto scusa e lui mi ha perdonato".
Sono esperienze sulla Parola di vita raccontate da bambini di quinta elementare di una scuola di Roma. Forse non vi è un legame immediato tra tali esperienze e la Parola che vivevano in quel momento, ma è proprio questo il frutto del Vangelo vissuto: lo sprone ad amare. Qualsiasi Parola ci proponiamo di vivere, gli effetti sono sempre gli stessi: essa ci cambia la vita, ci mette in cuore la spinta ad essere attenti ai bisogni dell'altro, fa sì che ci poniamo a servizio dei fratelli e delle sorelle. Non può essere diversamente: accogliere e vivere la Parola fa nascere in noi Gesù e ci porta ad agire come Lui. È ciò che lascia intendere Paolo quando scrive qui ai Corinti.
Ciò che spingeva l'apostolo ad annunciare il Vangelo e ad adoperarsi per l'unità delle sue comunità, era la profonda esperienza che aveva fatto di Gesù. Si era da lui sentito amato, salvato; era penetrato nella sua vita al punto che niente e nessuno avrebbe mai potuto separarlo da lui: non era più Paolo a vivere, perché Gesù viveva in lui. Il pensiero che il Signore l'avesse amato al punto da dare la vita lo faceva impazzire, non gli dava pace e lo spingeva con forza irresistibile a fare altrettanto con altrettanto amore.
L'amore di Cristo spinge anche noi con la medesima veemenza?
Se davvero abbiamo sperimentato il suo amore, non possiamo non amare a nostra volta ed entrare, con coraggio, là dove c'è divisione, conflitto, odio, per portarvi concordia, pace, unità. L'amore ci permette di gettare il cuore al di là dell'ostacolo, per giungere a un contatto diretto con le persone, nella comprensione, nella condivisione, per cercare insieme la soluzione. Non si tratta di un'azione opzionale. L'unità va perseguita ad ogni costo, senza lasciarci bloccare da false prudenze, da difficoltà o possibili scontri.
Ciò appare urgente soprattutto nel campo ecumenico. Questa parola è stata scelta in questo mese, nel quale si celebra la Settimana di preghiera per l'unità, proprio per essere vissuta insieme dai cristiani delle diverse Chiese e comunità, perché ci si senta tutti spinti, dall'amore di Cristo, ad andare gli uni verso gli altri, così da ricomporre l'unità.
«Sarà autentico cristiano della riconciliazione - affermava Chiara Lubich all'apertura della II Assemblea Ecumenica Europea a Graz, Austria, il 23 giugno 1997 - solo chi sa amare gli altri con la carità stessa di Dio, quella carità che fa vedere Cristo in ognuno, che è destinata a tutti - Gesù è morto per tutto il genere umano -, che prende sempre l'iniziativa, che ama per prima; quella carità che fa amare ognuno come sé, che ci fa uno con i fratelli e le sorelle: nei dolori e nelle gioie. E occorre che anche le Chiese amino con questo amore».
Viviamo anche noi la radicalità dell'amore con la semplicità e la serietà dei bambini della scuola di Roma.

Fabio Ciardi

Fonte: Città Nuova n. 12/Dicembre 2016