venerdì 15 giugno 2018

L'attesa sapiente dei tempi di Dio


11a domenica del Tempo Ordinario (B)
Ezechiele 17,22-24 • Salmo 91 • 2Corinzi 5,6-10 • Marco 4,26-34
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Le due brevi parabole del vangelo di questa domenica (cf. Mc 4,26-34), del seme e del granellino di senape, ci aiutano a comprendere come e che cosa cercare affinché la nostra fede non subisca un terribile depistaggio. La parabola del seme che cresce da sé, illumina la questione del "come" cercare. Il Regno può vivere un tempo di totale discontinuità, assenza, silenzio e morte apparente. La risurrezione di Gesù mostra tutto ciò in modo evidente. C'è stato un tempo in cui l'avventura del Figlio di Dio pareva terminata per sempre. Ma nei tre giorni della sepoltura, il seme caduto nel grembo della terra maturava fino alla vita nuova che la morte non può più distruggere. Il seme che cresce da sé mortifica il nostro protagonismo e anche la pretesa di tenere sempre tutto sotto controllo. Quando la vicenda della fede nostra o altrui appare ferma o sepolta, ciò non significa che sia morta. Assomigliamo troppo spesso a contadini inesperti che confondono crescita silenziosa e nascosta con mortale sparizione e, guardando il suolo privo di fili d'erba, concludono che occorre seminare di nuovo. Non siamo noi a dettare i tempi né per l'erba, né per la spiga, né per il grano dentro la spiga («Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno della spiga», Mc 4,28). Ci sarà un momento in cui l'attesa si tramuterà in un «subito» (cf. Mc 4,29). Noi dovremmo esserci in quel momento.

La seconda parabola ci istruisce sull'oggetto del nostro cercare. La fede, non abbisogna di grandi bisacce per trasportare i tesori di Dio. Il piccolo chicco di senape è qualcosa che difficilmente attira l'attenzione. Così il, Regno, infatti, è, al suo principio una realtà molto piccola, seminata, dunque apparentemente destinata, come nella parabola precedente, a sparire nel nulla.

Il contrasto suggerito dal testo evangelico a tutto ciò che è mediatico nella nostra pastorale e anche alla spasmodica attenzione ai numeri, così tipica di una Chiesa che è sempre dietro a contarsi, è palese. Noi, di fatto, tendiamo ora, da un grande albero che ospitava molti uccelli, a regredire a cespuglio, poi a semplice filo d'erba. Ma forse in questo non essere più grandi e tornare a essere piccoli, cioè seme nel mondo, sta la grazia dell'attuale momento. Anche perché ci dobbiamo chiedere se il grande albero della Chiesa, primizia del Regno, non certo sua pienezza, è sempre stato così ospitale verso tutti gli uccelli del cielo (cf. Mc 4, 32). Non abbiamo sempre coniugato grandezza, efficienza e accoglienza. Troppi uccelli non hanno trovato posto fra i nostri rami, costretti a volare altrove non certo dalle pretese del nostro radicalismo evangelico, ma da altri dettami imposti dalla nostra cecità. Ben venga allora il tempo della potatura. Il nuovo, sia che dormiamo sia che vegliamo e ci affanniamo, già cresce nel grembo della storia. È nelle mani di Dio. Questo ci facci lavorare e dormire tranquilli.

(da Claudio Arletti, «Ai suoi discepoli spiegava ogni cosa», EDB. Commento ai Vangeli festivi dell'anno B)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Il regno di Dio è come un granello di senape (Mc 4,31)
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PDF formato A4, stampa f/r per A5:


Parola-sintesi proposta a suo tempo pubblicata:
 Come un uomo che getta il seme sul terreno (Mc 4,26) - (14/06/2015)
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 La parola di Dio è come un seme ( Canto al Vangelo) - (17/06/2012)
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Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
  Dio all'opera nel silenzio e con piccole cose (13/06/2015)
  Il piccolo seme (15/06/2012)

Commenti alla Parola:
  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 6.2018)
  di Luigi Vari (VP 5.2015)
  di Marinella Perroni (VP 5.2012)
  di Enzo Bianchi
  di Lectio divina: Abbazia Santa Maria di Pulsano
  di Letture Patristiche della Domenica

(Illustrazione di Bernadette-Lopez, "Il Seme, il Regno di Dio")

mercoledì 13 giugno 2018

La vera essenza del perdono


Articolo di Enzo Bianchi, tratto da www.monasterdibose.it

I cristiani che vogliono vivere quotidianamente e concretamente il Vangelo di Gesù sanno che una delle difficoltà più grandi che incontrano è la pratica del perdono. Gesù è stato molto chiaro al riguardo: "Amate i vostri nemici, perdonate a chi vi ha fatto del male, pregate per i vostri persecutori" (cf. Mc 11,25; Mt 5,44-45; Lc 6,27-28.35-37).

Il perdono richiesto da Gesù settanta volte sette (cf. Mt 18,22), cioè sempre rinnovato nei confronti di chi fa il male, è l'apice della legge dell'amore del prossimo, e dobbiamo essere grati agli ebrei i quali, fondandosi sulle Scritture dell'Antico Testamento, giudicano questo perdono a volte impossibile per noi uomini e donne, impossibile come l'amore verso il nemico. Oggi assistiamo addirittura a una mancanza di rispetto e di pudore, quando soprattutto i giornalisti chiedono alle vittime se perdonano quanti hanno fatto loro del male. Come se il perdono coincidesse con una dichiarazione verbale fatta pubblicamente e carpita come una confessione di bontà o una risposta dura, in entrambi i casi a favore di telecamera…

Mi pare però che i cristiani non sempre comprendano cosa sia il vero perdono umano, conforme alla richiesta di Gesù. Innanzitutto il perdono non può essere dimenticanza del male che ci è stato fatto, perché il male è male, va riconosciuto e giudicato come tale, quindi non va rimosso. Ma il perdono non significa neanche scusare chi ha compiuto il male: la scusa è richiesta quando il male è involontario; quando invece il male scaturisce da atti responsabili, da parole pronunciate da parte di chi è pienamente padrone della propria lingua, allora le scuse non valgono. Scusare significherebbe in questo caso fare del malfattore un irresponsabile, uno che ha compiuto il male senza saperlo. No, ci sono atti malvagi che sono inescusabili e non devono essere coperti con spiegazioni psicologiche o con parole che non riconoscono l'altro quale soggetto responsabile. Agendo in questo modo, si coprirebbe il male, lo si manipolerebbe, rendendo la vittima addirittura complice. Questa dunque non è la via del perdono, anche se appare come la via più facile e breve. Vladimir Jankélévitch ha scritto pagine penetranti e convincenti sull' "imperdonabile", che sono essenziali per comprendere la grazia e il perdono a caro prezzo.

Il perdono deve invece sempre affermare la verità e non deve arrestarsi in una regione nebbiosa in cui non si discerne ciò che è male. Proprio per questo il perdono abbisogna di un lungo cammino e di molto tempo. Ci vogliono mesi e anche anni affinché il perdono diventi un atto veramente umano e dunque cristiano. Se qualcuno mi fa del male che mi ferisce profondamente, prima di dirgli: "Ti perdono", devo imparare a non rispondere con il male, a non volere una rivalsa o una vendetta. A volte per disarmarsi è necessaria una distanza, uno stare lontano da chi è armato; a volte occorre un lungo silenzio, perché si è troppo fragili per rispondere; a volte occorre confessare a se stessi che per ora, non per sempre, è impossibile perdonare. Non si dimentichi che nella tradizione cristiana, anche nel matrimonio e ancor più nel contesto familiare allargato o nell'amicizia, prendere le distanze e separarsi è augurabile al fine di non entrare in spirali infernali. Una persona ha sempre il diritto e anche il dovere di difendersi non con la violenza, non rispondendo con le armi della lingua, ma con il silenzio e la distanza, lasciando che il tempo operi ciò che nell'immediato resta impossibile.

Perdonare sempre e subito può anche essere una tentazione di orgoglio e di protagonismo spirituale: sono talmente buono che perdono! Non si dimentichi che Gesù in croce, rivolto ai carnefici, non ha detto: "Io vi perdono", ma ha invocato Dio: "Padre, perdona loro!" (Lc 23,34). Con umiltà ha chiesto al Padre di perdonare, affidando a lui l'atto radicale del perdono di cui solo Dio può essere soggetto. Il perdono è faticoso, difficile, e quando avviene è un vero e proprio miracolo, un'azione dello Spirito di Dio, sigillo della misericordia.

(Immagine: Bosephotoarchiv)

venerdì 8 giugno 2018

Anche noi "consanguinei" di Gesù


10a domenica del Tempo Ordinario (B)
Genesi 3,9-15 • Salmo 129 • 2Cornzi 4,13-5,1 • Marco 3,20-35
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Il brano evangelico di questa domenica (cf Mc 3,20-35) ci presenta un episodio del ministero di Gesù che non mancherà di sorprenderci: i parenti di Gesù si recano a Cafarnao per prenderlo con sé e ricondurlo alla ragione («..i suoi uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: "È fuori di sé"». Possibile che la sua famiglia sia cieca fino a questo punto? Non si rendono conto che il messia non deve essere ostacolato nel suo cammino, che nessuno può impedirgli di compiere la sua missione?
Per capire il loro atteggiamento, bisogna ricordare che i primi trent'anni di Gesù erano trascorsi nell'oscura banalità di una vita simile a quella di tutti gli altri. Poi, all'improvviso, quest'uomo abbandona il suo villaggio e si mette a percorrere il paese avanzando pretese abnormi, come quella di correggere la Legge e le venerabili tradizioni del popolo eletto. Come accettare tutto questo? In effetti, lo zelo di Gesù per la casa di suo Padre appare eccessivo, quasi folle e la sua famiglia ha molti buoni motivi per essere preoccupata. Ma egli non cesserà di sconcertarli, fino alla suprema follia della croce. Solo Maria ed alcuni parenti si lasceranno trascinare fino al calvario. Quanta fatica per accettare quell'uomo e quanta ancora ne dovranno fare per comprenderlo!

Ben diversamente grave ed inquietante è il giudizio perentorio pronunciato dagli scribi. L'evangelista non ha dubbi: è una bestemmia contro lo Spirito santo, la cui gravità deriva dal fatto che non si tratta più semplicemente di un errore sulla persona di Gesù, ma di un rifiuto positivo e deliberato della grazia e della rivelazione. Chiamare satana il figlio di Dio significa collocarsi al di fuori della salvezza.
«È posseduto da uno spirito immondo»: questo è il peccato degli accusatori di Gesù, è questa la "bestemmia" non perdonabile. Tutti gli Ebrei sanno che gli spiriti impuri possono essere espulsi solo dallo Spirito della Santità divina. La bestemmia contro lo Spirito di Santità è quando si bestemmia Gesù Cristo, negando che Egli sia Dio, pieno del medesimo Spirito, e che le sue opere vengano dalla Potenza dello Spirito Santo.

«Giunsero intanto sua madre e i suoi fratelli». I parenti sanno dell'accusa che rivolgono a Gesù, di essere un «falso profeta», che porta fuori della Legge di Mose. Ora, la pena prevista per i falsi profeti è la morte: il falso profeta «deve morire» (Dt 18,20). Ma se i parenti riuscissero a far passare Gesù per pazzo e irresponsabile, allora gli eviterebbero quel pericolo.
I parenti di Gesù erano venuti per riprenderselo con il pretesto aperto che era «uscito fuori di sé», un pazzo. E portano anche la madre di lui, come persona più convincente. Stanno fuori della porta della casa di Pietro, per la folla che si ammassava, e inviano qualcuno per farlo uscire e portarlo via con loro: «Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano».
Gesù con l'occasione espone allora uno dei massimi insegnamenti del vangelo. Risponde alla chiamata con una domanda, che sembra quasi sprezzante, e non lo è affatto: «Chi è la madre mia e i fratelli miei?». Poi guarda i suoi ascoltatori intorno a Lui, e afferma: «Ecco la madre mia e i fratelli miei». Sono proprio quelli. Sono loro ma non semplicemente perché sono quelli, bensì solo per un titolo sovrano: «Chi avrà messo in opera la Volontà di Dio, questo è "di me" fratello e sorella e madre».
In forma semplice, ma abissalmente profonda, l'affermazione rimanda discretamente al fatto che anzitutto la Madre, Maria, ascolta e mette in pratica la divina Volontà. Lo narra Luca nell'annunciazione: «Ecco la schiava del Signore». Anche i "fratelli" di sangue, i cugini, che solo dopo ascolteranno la sua Parola che riconosceranno come proveniente da Dio, e la praticheranno. Tuttavia saranno come la Madre, uniti a Lui dalla carne nuova e dal sangue nuovo, quelli che nei secoli saranno i suoi fedeli ascoltatori, obbedendo a Lui nel mettere in pratica la sua Parola.

Anche a noi oggi si impone la scelta di come essere "consanguinei" di Gesù… Essendo forse un po' "pazzi" come Lui per seguirlo; non troppo "ragionevoli" se si vuole appartenere alla vera parentela di Gesù, quella che trova in lui la propria famiglia e la propria casa.

(spunti da Lectio: Abbazia Santa Maria di Pulsano)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Chi fa la volontà di Dio, costui è per me fratello, sorella e madre (Mc 3,35)
(vai al testo…)

PDF formato A4, stampa f/r per A5:


Commenti alla Parola:
  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 6.2018)
  di Enzo Bianchi
  di Lectio divina: Abbazia Santa Maria di Pulsano
  di Letture Patristiche della Domenica

(Illustrazione di Bernadette-Lopez, "Veri parenti di Gesù")

giovedì 7 giugno 2018

Chiamati alla diaconia
 La vocazione al ministero diaconale





Il diaconato in Italia n° 209
(marzo/aprile 2018)

Chiamati alla diaconia
La vocazione al ministero diaconale

«La gioia del Vangelo che riempie la vita della comunità dei discepoli è una gioia missionaria» (EG 21)





ARTICOLI
Uscire dal guado? (Giuseppe Bellia)
Discernere la chiamata al diaconato (Giovanni Chifari)
Come rifigurare la diaconia oggi? (Giuseppe Bellia)
Un diaconato rinnovato completa la Chiesa (John Cryssavgis)
Grazia e vocazione al diaconato (Enzo Petrolino)
Il discernimento vocazionale (CEI)
Chiamati alla diaconia (Andrea spinelli)
Identità e missione del diacono (Beniamino Stella)
Una storia da rileggere (M. Benedetta dell'Unità)
Esperti in umanità (Papa Francesco)
Il terzo figlio (Luigi Vidoni)
Quando Dio chiama (Francesco Giglio)
Annunciatori della gioia del Vangelo (Gaetano Marino)
Involuzione del diaconato (G. B.)

TESTIMONIANZE
La diaconia di don Antonio Brigliadori - I (M. Ugolini)
La paternità diaconale di Gianni Ferraresi (G. Cintolo)

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sabato 2 giugno 2018

La "cena" di Gesù


SS. Corpo e Sangue di Cristo (B)
Esodo 24,3-8 • Salmo 115 • Ebrei 9,11-15 • Marco 14,12-16.22-26
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Appunti per l'omelia

«Gesù prese il pane…»
L'iniziativa di celebrare la Pasqua parte dai discepoli («Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?»). Sono loro che vogliono fare memoria della liberazione dall'Egitto. Non immaginano che cosa accadrà quella sera.
La seconda parte del brano evangelico, infatti, è il testo liturgico della primitiva comunità cristiana. Non ci sono allusioni alla cena pasquale ebraica. È la cena di Gesù.
Inconsueto è l'invito rivolto ai discepoli: «Prendete e mangiate: questo è il mio corpo» … «Prendete e bevete: questo è il mio sangue». Corpo e sangue nel senso semitico: questo sono io.
Il Maestro ha fatto di tutta la sua vita un dono. Ora coinvolge i discepoli nel condividere la sua scelta, divenendo una "persona sola" con lui.
Accostarsi all'Eucaristia non è un incontro devozionale con Gesù, ma nasce dalla scelta di essere corpo dato e sangue versato a servizio dei fratelli.

«Questo è il mio sangue dell'alleanza»
In ogni Eucaristia si rinnova e si realizza l'alleanza, il patto, l'impegno reciproco tra Gesù e noi.
Gli innamorati sentono il bisogno di dire "Ti amo", ma anche di sentirsi dire "Anch'io ti amo".
Nell'Eucaristia Gesù rinnova il suo "patto": "Sono pronto a donarvi la mia vita, vi voglio felici, vi comunico il mio modo di vivere". Da parte nostra possiamo dirgli: "Anche noi rinnoviamo il nostro dono, siamo pronti a fare ciò che a Te piace, vogliamo vivere e donarci come fai Tu".
Il minimo che possiamo fare è rinnovare questo patto nel "suo" giorno, la domenica, che significa "festa del Signore risorto".

«Dove vuoi che andiamo a preparare…?»
Gesù ha preparato con cura la Pasqua, mediante tutta la sua vita.
Non possiamo improvvisare il dono della vita. Desiderare di essere come Gesù, conoscere sempre di più la sua Parola (il Pane della Parola che in ogni celebrazione ci viene "spezzato"), cercare il bene degli altri con un cuore aperto a tutta l'umanità (il sangue versato per molti, per l'umanità): sono le strade per fare della vita intera un "servizio sacerdotale".

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Prendete, questo è il mio corpo (Mc 14,22)
(vai al testo…)

Parola-sintesi proposta a suo tempo pubblicata:
 Prendete: questo è il mio corpo (Mc 14,202) - (7/06/2015)
(vai al testo…)
 Prese il pane, lo spezzò e lo diede loro (Mc 14,22) - (10/06/2012)
(vai al testo…)
 Prendete, questo è il mio corpo (Mc 14,22) - (12/06/2009)
(vai al post "Trasformarci in Gesù")

Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
  È tutta l'umanità la «carne» di Dio (05/06/2015)
  Il dono più grande (08/06/2012)

Commenti alla Parola:
  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 6.2018)
  di Luigi Vari (VP 5.2015)
  di Marinella Perroni (VP 5.2012)
  di Claudio Arletti (VP 5.2009)
  di Enzo Bianchi

(Immagine: "Pane nelle mani" di Safet Zec, 2015)

venerdì 1 giugno 2018

Possedere in sé la pace per esserne "portatori"


Parola di vita – Giugno 2018
(Clicca qui per il Video del Commento)

«Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9).

Il Vangelo di Matteo apre il racconto della predicazione di Gesù con il sorprendente annuncio delle Beatitudini. In esse, Gesù proclama "beati", cioè pienamente felici e realizzati, tutti quelli che agli occhi del mondo sono considerati perdenti o sfortunati: gli umili, gli afflitti, i miti, chi ha fame e sete della giustizia, i puri di cuore, chi si adopera per la pace.
Ad essi Dio fa grandi promesse: saranno da Lui stesso saziati e consolati, saranno eredi della terra e del Suo regno. È dunque una vera rivoluzione culturale, che stravolge la nostra visione spesso chiusa e miope, per la quale queste categorie di persone sono una parte marginale ed insignificante nella lotta per il potere ed il successo.

«Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio».

La pace, nella visione biblica, è il frutto della salvezza che Dio opera, è quindi prima di tutto un Suo dono. È una caratteristica di Dio stesso, che ama l'umanità e tutta la creazione con cuore di Padre ed ha su tutti un progetto di concordia e armonia. Per questo, chi si prodiga per la pace dimostra una certa "somiglianza" con Lui, come un figlio.
Scrive Chiara Lubich: «Può essere portatore di pace chi la possiede in se stesso. Occorre essere portatore di pace anzitutto nel proprio comportamento di ogni istante, vivendo in accordo con Dio e la sua volontà. […] "…saranno chiamati figli di Dio". Ricevere un nome significa diventare ciò che il nome esprime. Paolo chiamava Dio "il Dio della pace" e salutando i cristiani diceva loro: "Il Dio della pace sia con tutti voi". Gli operatori di pace manifestano la loro parentela con Dio, agiscono da figli di Dio, testimoniano Dio che […] ha impresso nella società umana l'ordine, che ha come frutto la pace» [1].
Vivere in pace non è semplicemente assenza di conflitto; non è neanche il quieto vivere, con un certo compromesso sui valori per essere sempre e comunque accettati, anzi è uno stile di vita squisitamente evangelico, che richiede il coraggio di scelte controcorrente.
Essere "operatori di pace" è soprattutto creare occasioni di riconciliazione nella propria vita e in quella degli altri, a tutti i livelli: anzitutto con Dio e poi con chi ci sta vicino in famiglia, sul lavoro, a scuola, in parrocchia e nelle associazioni, nelle relazioni sociali ed internazionali. È quindi una forma di amore per il prossimo decisiva, una grande opera di misericordia che risana tutti i rapporti.
È quello che Jorge, un adolescente del Venezuela, ha deciso di fare nella sua scuola: «Un giorno, alla fine delle lezioni, mi sono accorto che i miei compagni stavano organizzandosi per una manifestazione di protesta, durante la quale erano intenzionati ad usare la violenza, incendiando macchine e gettando pietre. Ho subito pensato che quel comportamento non era in sintonia con il mio stile di vita. Ho proposto allora ai compagni di scrivere una lettera alla direzione della scuola: avremmo così potuto chiedere, in un'altra forma, le stesse cose che loro pensavano di ottenere con la violenza. Con alcuni di loro l'abbiamo stesa e consegnata al direttore».

«Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio».

In questo tempo appare particolarmente urgente promuovere il dialogo e l'incontro tra persone e gruppi, diversi di per sé per storia, tradizioni culturali, punti di vista, mostrando apprezzamento ed accoglienza per questa varietà e ricchezza.
Come ha detto recentemente papa Francesco: «La pace si costruisce nel coro delle differenze … E a partire da queste differenze s'impara dall'altro, come fratelli…. Uno è il nostro Padre, noi siamo fratelli. Amiamoci come fratelli. E se discutiamo tra noi, che sia come fratelli, che si riconciliano subito, che tornano sempre a essere fratelli» [2].
Potremo anche impegnarci a conoscere i germogli di pace e fraternità che già rendono le nostre città più aperte ed umane. Prendiamoci cura di essi e facciamoli crescere; contribuiremo così alla guarigione delle fratture e dei conflitti che le attraversano.

Letizia Magri

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[1] Cfr. C. Lubich, Diffondere pace, Città Nuova, 25, [1981], 2, pp. 42-43.
[2] Cfr. Saluto del S. Padre, Incontro con i leader religiosi del Myanmar, 28 novembre 2017.


Fonte: Città Nuova n. 5/Maggio 2018


martedì 29 maggio 2018

La libertà che viene dallo Spirito


"Rilettura", alla fine del mese, della Parola di Vita di maggio.

«Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22).

Lo Spirito ci riempie di suoi doni. Ci fa sperimentare l'amore che viene da Dio e che ci rende liberi, in modo che la Parola vissuta possa cambiare i rapporti con Dio e con il prossimo, facendoci sperimentare l'amore di Dio. Così, quelli che incontro mi appaiono fratelli e sorelle.
È liberarci dal nostro egoismo. San Paolo rimproverava di non aver compreso il significato della libertà cristiana. Essa è un dono di Gesù. Un dono che ci fa camminare accanto al prossimo e non ci fa restare immobili né inermi, perché accogliere l'altro significa dimenticare sé, liberarci dal nostro egoismo, dalla propria autosufficienza.
La libertà che vien dallo Spirito rompe ogni condizionamento, ci rende capaci di accostarci all'altro con mitezza, docilità, magnanimità: presupposti per saper essere in ascolto degli altri. Questo "saper ascoltare" presuppone il vuoto dentro di sé in modo da poter accogliere l'altro con tutto il suo bagaglio di gioie e di sofferenze. È un saper apprezzare la diversità che è un vero arricchimento reciproco.
È veramente libero chi sa dominarsi con la capacità di padroneggiare istinti e passioni: è lo Spirito che ci dà la forza di uscire dal nostro egoismo con il suo carico di divisioni, ingiustizie, tradimenti, violenza e ci guida verso la vera libertà.
La libertà cristiana, oltre ad essere un dono, è anche un impegno. L'impegno prima di tutto ad accogliere lo Spirito nel nostro cuore, facendogli spazio e riconoscendo la sua voce in noi.
Libertà e fedeltà: l'impegno di ogni giorno. Fedeltà al dono e liberi perché nell'amore, sapendo che siamo stati "scelti dal mondo" e che per questo subiamo persecuzioni, come è stato per Gesù.
È in questa libertà e fedeltà che possiamo essere portatori di gioia. È la gioia che Gesù ha promesso, se "rimaniamo nel suo amore, osservando i suoi comandamenti: «perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena». Così ogni nostro gesto, ogni nostra parola esprimono la presenza di Gesù in noi e fra noi: portatori di gioia, di speranza, di concordia, di pace. La nostra gioia è la dimostrazione che siamo capaci di lasciarci sorprendere da Dio.
Accogliere tutti con gioia: "tutti", uomo o donna, amico o nemico, perché l'amore è universale e personale allo stesso tempo. Abbraccia l'umanità e si rende concreto in colui-che-mi-sta-vicino. La gioia quindi ne è la conseguenza perché esprime la pienezza dell'accoglienza. La gioia, quale dono dello Spirito, che tutti conduce alla piena realizzazione di sé. La gioia, che è condivisione che allarga il cuore e mette in moto le mani. Allora chi è vicino a noi s'accorgerà che non siamo solo figli della nostra famiglia umana, ma figli di Dio.
La mitezza, poi, quale frutto dello Spirito, ci fa vivere la beatitudine «Beati i miti» e ci fa guardare a Gesù che ha detto «Imparate da me che sono mite ed umile di cuore». La mitezza è un frutto dell'amore, perché chi ama non si agita, non ha fretta, non offende, non ingiuria. Come Gesù ci ha in segnato e dimostrato, possiamo imparare lo stesso atteggiamento di misericordia verso tutti, mettendoci al servizio degli altri. Questo atteggiamento crea nel nostro ambiente un clima e uno spirito di famiglia, frutti della mitezza del cuore.

L'amore ci mette nella disposizione a "dare la vita". E in questo atteggiamento interiore è compresa anche la condivisione delle gioie, dei dolori, dei beni che possediamo, delle esperienze spirituali… così da poter tenere vivo fra noi l'amore reciproco. Infatti, lo Spirito ci richiama a spostare noi stessi dal centro delle nostre preoccupazioni per accogliere, ascoltare, condividere i beni materiali e spirituali. È prenderci cura gli uni degli altri, essendo custodi dei doni di Dio. È l'aver cura di ogni persona, con amore, specialmente di coloro che sono più fragili e che sono spesso nelle periferie del nostro cuore. Per questo lo Spirito ci chiama a prenderci cura delle più varie persone nelle diverse situazioni che viviamo quotidianamente.
È un continuo dire di "sì" all'amore verso il prossimo, che in ultima istanza è un dire di "sì" a Dio, perché è nell'amore al prossimo che dimostriamo concretamente di amare Dio. Questo atteggiamento ci permette di sperimentare il tipico frutto dello Spirito: la crescita della nostra stessa umanità verso la vera libertà, facendoci costruttori di relazioni positive, in un continuo servizio agli altri. Il servizio che Gesù domanda non è un sentimento di servizio, ma un servizio concreto, con mani, braccia e gambe. Se così faremo lo Spirito Santo ci guiderà, dando alla nostra vita cristiana sapore, vigore, mordente, luminosità…
Alla fine sperimenteremo come un dono dall'alto la possibilità di usare misericordia verso noi stessi e verso gli altri, non mantenendo nel cuore residui di giudizi, di risentimenti che ci allontanato dai fratelli. La sfida è vederci ogni giorno come nuovi, avendo in cuore l'amore e la misericordia, nel desiderio di ricominciare sempre per poter far emergere e fiorire in noi capacità e risorse che, se ripiegati su noi stessi, rimarrebbero sepolte e sconosciute.

venerdì 25 maggio 2018

Il volto di Dio


Santissima Trinità (B)
Deuteronomio 4,32-34.39-40 • Salmo 33 • Romani 8,14-17 • Matteo 28,16-20
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Davanti al mistero che in questa domenica si celebra, quello della Santissima Trinità, siamo tentati di pensare ad una verità fatta per gli addetti ai lavori, molto astratta e lontana dalla vita concreta.
Nel brano del vangelo proposto per questa solennità (cf Mt 28,16-20), oltre all'enunciato "Dio è Padre, Figlio, Spirito Santo, Trino e Uno", cosa ne può capire chi non ha studiato teologia? Invece, celebrare la Trinità ci richiama a un'esigenza fondamentale per ciascuno: poter conoscere il volto di Dio per capire qual è il nostro volto. Dio per noi non è un teorema da studiare, è un "tu" con cui relazionarci. È appunto un volto, di cui ogni volta cerchiamo di scoprire i lineamenti; questo "tu" ci dice anche chi siamo noi, ci rivela quale immagine portiamo impressa nell'intimo.
Ascoltare il Vangelo di oggi ci aiuta a scorgere questi lineamenti. Sicuramente è stato scelto perché il mandato missionario comporta un battesimo "nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo". Questo brano, però, contiene molto di più che una formula.
Sottolineo due tratti del volto di Dio, che ci possono indicare in che modo essere uomini.
Un Dio che ha fede nell'uomo. Impressiona lo scarto tra la situazione della comunità apostolica e il mandato affìdatole da Gesù: è una comunità ferita e dubbiosa. Il vangelo parla degli Undici, come a dire che il tradimento di Giuda è ancora fresco. Nel momento dell'incontro con il Signore sul monte tutti si prostrano, ma Matteo avverte che nel loro cuore c'è anche il dubbio, benché il Risorto sia lì davanti a loro. A questa comunità così imperfetta è affidato il compito dell'annuncio universale. È il segno che Dio ha fede nel cammino degli uomini, non aspetta che l'attrezzatura sia tutta pronta. Dio è piuttosto uno che manda ed è attento ad accompagnare nel percorso. Davanti a questo "lineamento" di Dio ci chiediamo se noi abbiamo la stessa fiducia: siamo capaci di accettare i limiti delle nostra comunità, delle nostre diocesi? O ciò che manca è per noi semplicemente uno scandalo? Ancora: siamo disposti ad avere fiducia nei cammini delle persone? O pretendiamo un'adesione matura e totale a tutti gli aspetti della vita cristiana? Spesso questo è uno dei difetti ecclesiali: essere incapaci di guardare le persone secondo una prospettiva di crescita. In tal senso, le parole di Francesco "accompagnare, discernere, integrare" (Amoris laetitia) sono una preziosa indicazione di metodo per mostrare il volto del Dio cristiano all'uomo d'oggi.
Un Dio di cui essere discepoli. Il mandato agli apostoli è rendere discepole tutte le genti. Come a dire che Dio si conosce solo se si vive, in qualche misura, l'esperienza vissuta da loro. Il punto non è, dunque, acquisire una conoscenza "corretta'' della fede, ma sperimentare una vita che è fatta di tante dimensioni, tra cui quella liturgica e di insegnamento. Se nella nostra pastorale e, in particolare nella prassi dell'iniziazione cristiana, vengono concentrate tutte le nostre energie, abbiamo fatto sì cose importanti ed essenziali. Ma questo non è sufficiente! Noi siamo discepoli per un affetto e per esperienze maturate nel corso del tempo, per scelte di vita condivise o problemi insolubili affrontati con fiducia.
Abbiamo allora il coraggio e lo slancio apostolico di rendere partecipe di questa "vita'' chi desidera entrare nelle nostre comunità?

(da L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio")

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo (Mt 28,20)
(vai al testo…)

Parola-sintesi proposta a suo tempo pubblicata:
 Ecco, io sono con voi tutti i giorni (Mt 28,20) - (31/05/2015)
(vai al testo…)
 Io sono con voi tutti i giorni (Mt 28,20) - (3/06/2012)
(vai al testo…)
 Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dell'età presente (Mt 28,20) - (5/06/2009)
(vai al post "Abbraccio di eternità")

Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
  L'umanità "specchio" della Trinità (29/05/2015)
  Nati dal cuore di Dio (01/06/2012)

Commenti alla Parola:
  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 5.2018)
  di Luigi Vari (VP 5.2015)
  di Marinella Perroni (VP 5.2012)
  di Claudio Arletti (VP 5.2009)
  di Enzo Bianchi
  di Lectio divina: Abbazia Santa Maria di Pulsano
(Illustrazione di Stefano Pachì)

venerdì 18 maggio 2018

Lo Spirito ci guida a tutta la verità


Pentecoste (B)
Atti 2,1-11 • Salmo 103 • Gal 5,16-25 • Giovanni 15,26-27;16,12-15
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

«Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità».
È difficile dare un volto allo Spirito e coglierne la presenza, perché di lui si possono riconoscere solamente gli effetti: possiamo dire che c'è stato quando, guardando la nostra storia, ci accorgiamo dei segni lasciati dal suo passaggio. Ma come fare per riconoscerli? Il Vangelo di questa domenica di Pentecoste (cf Gv 15,26-27;16,12-15) ci aiuta, affermando che vi è uno stretto legame tra Spirito e verità. Due volte si parla dello Spirito di verità; si dice che egli guiderà alla verità tutta intera. O, meglio, nella verità tutta intera. La verità poi riguarda il futuro.
Giovanni sembra volerci dire in tutti i modi che la verità non è un teorema già dato, un sapere fatto e finito semplicemente da apprendere. È piuttosto qualcosa che si scopre pian piano, un metodo, un punto di arrivo. A tal proposito, vengono in mente le parole di papa Francesco: «Io non parlerei, nemmeno per chi crede, di verità "assoluta", nel senso che assoluto è ciò che è slegato, ciò che è privo di ogni relazione. Ora, la verità, secondo la fede cristiana, è l'amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Dunque, la verità è una relazione! Tant'è vero che anche ciascuno di noi la coglie, la verità, e la esprime a partire da sé: dalla sua storia e cultura, dalla situazione in cui vive. Ciò non si-gnifica che la verità sia variabile e soggettiva, tutt'altro. Ma significa che essa si dà a noi sempre e solo come un cammino e una vita».

Chi è, dunque, lo Spirito "della verità"? È colui che permette di approfondire costantemente questa relazione d'amore, vincendo la tentazione della chiusura e la paura dell'incontro con gli uomini. È questo ciò che sperimentano i discepoli il giorno di Pentecoste: spalancano le porte, escono incontro alle persone, parlano le loro lingue...

Ecco due semplici tracce del passaggio dello Spirito nella nostra vita.
Per prima cosa, lo Spirito agisce in noi quando abbiamo il coraggio di cercare la verità come qualcosa che ci sta davanti e ci fa crescere, non come qualcosa che è "dietro". Quante volte per noi la verità è il passato! Sono gli stili che abbiamo sempre vissuto, come singoli e come Chiesa, sono le nostalgie, le consuetudini... Quante volte ci illudiamo di essere i possessori della verità! Noi siamo solo ministri e custodi del Vangelo. Lo Spirito agisce in noi quando ci aiuta a non replicare semplicemente quello che abbiamo già fatto, ma a cercare strade nuove, guardando al futuro.

In secondo luogo, lo Spirito agisce in noi quando abbiamo il coraggio di dire la verità tutta intera nelle nostre relazioni e nei problemi che viviamo. Spesso ci nascondiamo dietro motivazioni non del tutto vere, evitando di guardarci dentro fino in fondo per paura della verità; ci rifugiamo in "mezze" verità, verità edulcorate, che ci difendono dalla necessità di cambiare i nostri stili. Quand'è così, i pezzi della nostra vita rimangono separati, alcuni non vengono alla luce e noi non ci facciamo raggiungere dalla salvezza.
Il coraggio della verità significa tenere insieme tutti i pezzi, mettendo in dialogo le parti più "accettabili" di noi con quelle più malate. E lasciando che sia la parola del Signore a unificarle e a indicarci un'identità nuova.

(da L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio")

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Lo Spirito della verità vi guiderà a tutta la verità (Gv 16,13)
(vai al testo…)

Parola-sintesi proposta a suo tempo pubblicata:
 Lo Spirito della verità vi guiderà a tutta la verità (Gv 16,13) - (24/05/2015)
(vai al testo…)
 Vieni Santo Spirito, riempi i cuori dei tuoi fedeli (Canto al Vangelo) - (27/05/2012)
(vai al testo…)
 Il frutto dello Spirito è amore, … (Gal 5,22) - (29/05/2009)
(vai al post "La potenza trasformante")

Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
  Lo Spirito che dà vita alla Parola (23/05/2015)
  L'inestimabile dono (25/05/2012)

Commenti alla Parola:
  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 5.2018)
  di Luigi Vari (VP 4.2015)
  di Marinella Perroni (VP4.2012)
  di Claudio Arletti (VP 4.2009)
  di Enzo Bianchi
  di Lectio divina: Abbazia Santa Maria di Pulsano
  di Letture Patristiche della Domenica

venerdì 11 maggio 2018

Le "novità" che accompagnano coloro che credono


Ascensione del Signore (B)
Atti 1,1-11 • Salmo 46 • Efesini 4,1-13 • Marco 16,15-20
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

«Mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi» (At 1,9). Sicuramente sarà stato difficile per gli apostoli accettare il distacco da Gesù. È un po' come quando si è chiamati a diventare grandi e si deve assumere la responsabilità della vita. A volte, però, possiamo pensare che per loro sia stato tutto più facile: hanno conosciuto Gesù, sono stati con lui per anni, l'hanno addirittura visto risorto... Inoltre, il Vangelo di oggi parla di doni straordinari, cose che nessuno di noi potrà mai fare. Eppure, proprio questo testo evangelico ci fa capire che per loro, come per noi, la sfida è sempre la stessa: accettare il rischio di credere.
«Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demoni, pareranno lingue nuove… imporranno le mani ai malati e questi guariranno» (Mc 16,17-18).
La promessa di Gesù è accompagnare con segni coloro che crederanno. Non un dono preventivo, un potere già dato, ma segni che avverranno nella misura dell'azione di ciascuno. Solo rischiando la propria testimonianza si può scoprire che il Signore agisce con noi. E ciò vale per tutti coloro che crederanno, per i credenti di tutti i tempi. Il Vangelo non fa un elenco di super-poteri per pochi eletti, ma parla dei doni che ognuno di noi può sperimentare nella propria vita.
Eccone due che possono faci capire.
Cacciare i demoni. A volte pensiamo alle possessioni demoniache, ma ci sono demoni molto "ordinari", demoni interiori e spesso nascosti che la tradizione della Chiesa ha imparato a riconoscere e combattere fin dai primi secoli: sono le "passioni" annidate nel nostro cuore, che tante volte ci dilaniano e ci fanno scambiare i fratelli per nemici. Scacciare questi demoni è un compito faticoso, mai concluso e che non si può fare da soli; occorre qualcuno che ci aiuti a scendere nei meandri del cuore, a dare un nome alle passioni, a trovare una strategia di lotta. Questo è ciò che fa la direzione spirituale, un cammino faticoso ma insieme molto liberante. Ma è la stessa cosa anche nelle relazioni ecclesiali: quante volte il demone dell'invidia o del potere occupa il centro della scena nel tessuto comunitario! Smascherarli e vincerli è scacciare i demoni.
Parlare lingue nuove. È imparare la lingua dell'altro, accettare la fatica di capire cosa l'altro vive, quali messaggi comunica quando parla o tace. Tutti sperimentiamo il dramma della non comprensione reciproca, quando non capiamo e non siamo capiti. Sono i momenti in cui mi aspetto una parola, un gesto... e l'altro non riesce a sintonizzarsi, non coglie i miei silenzi. La sua è davvero un'altra lingua! Il segno che accompagna in questo caso è quando smetto di pretendere che l'altro venga sul mio terreno e accetto di fare io il passo, mettendomi dalla sua parte.
Le lingue nuove sono quelle di cui facciamo esperienza quando abbiamo il coraggio di incontrare per davvero le persone, che per vari motivi si affacciano alla vita delle nostre comunità e non hanno più il nostro linguaggio. Annunciare loro il Vangelo è uscire da forme e parole ormai incomprensibili (le nostre!), verso forme e parole per loro comprensibili. Il Vangelo è una parola comprensibile, cercata, vitale! E scopriamo che queste lingue nuove sono un segno indicatore di futuro anche per noi.
È ora il tempo di affrontare il rischio della fede!

(da L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio")

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Il Signore fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio (Mc 16,19)
(vai al testo…)

Parola-sintesi proposta a suo tempo pubblicata:
 Essi partirono e predicarono dappertutto (Mc 16,20) - (17/05/2015)
(vai al testo…)
  Proclamate il Vangelo a ogni creatura (Mc 16,15) - (20/05/2012)
(vai al testo…)
 Vi esorto a comportarvi in modo degno della vocazione che vi è stata rivolta (Ef 4,1) - (27/05/2009)
(vai al post "Vivo e presente")

Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
  Il Vangelo per ogni uomo (15/05/2015)
  In attesa di rivederlo (18/05/2012)

Commenti alla Parola:
  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 5.2018)
  di Luigi Vari (VP 4.2015)
  di Marinella Perroni (VP4.2012)
  di Claudio Arletti (VP 4.2009)
  di Enzo Bianchi
  di Lectio divina: Abbazia Santa Maria di Pulsano
  di Letture Patristiche della Domenica

(Illustrazione di Stefano Pachì)

martedì 8 maggio 2018

Diaconia politica: il potere è servizio



Guardando con trepidazione alla attuale situazione politica italiana, ho riletto queste parole di papa Francesco (che trascrivo), riportate nel libro "Dio è giovane", una conversazione con Thomas Leoncini, Piemme 2018, p. 35-37.




«Chi vuol diventare grande tra voi sarà servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il figlio dell'uomo infatti non è venuto per farsi servire ma per servire» (Mc 10,43).

Chi governa pensa a queste parole di Gesù?

Governare è servire ciascuno di noi, ciascuno dei fratelli che compongono il popolo, senza dimenticare nessuno. Chi governa deve imparare a guardare verso l'alto solo per parlare con Dio e non per giocare a fare dio. E deve guardare in basso solo per sollevare qualcuno che è caduto.
Lo sguardo dell'uomo deve sempre essere in questi due sensi. Guardare verso l'altro a Dio e in basso a chi è caduto se volete diventare grandi: le risposte alle domande più difficili si trovano sempre guardando queste due direzioni insieme.

Che cosa può consigliare a chi governa?

Di non ascoltare solo gli intermediari, ma di scendere, di guardarsi intorno davvero. Consiglio a chi governa di toccarla, la realtà. E di stare bene lontani dalla vanità e dall'orgoglio: l'uomo vanitoso e orgoglioso non conosce saggezza, e l'uomo senza saggezza finisce sempre male.

Qual è la peggior conseguenza del peccato che può commetter chi ha il potere?

Sicuramente la distruzione di se stessi. Ma ce n'è un'altra, che non so se è proprio la peggiore, ma è molto ricorrente: finire per essere ridicolo. E dal ridicolo non si torna indietro.
Quale fu una delle figure più ridicole della storia? Secondo me, Ponzio Pilato: se lui avesse saputo di avere davanti a sé il Figlio di Dio, e che il Figlio di Dio aveva usato il Suo potere per lavare i piedi ai Suoi discepoli, se ne sarebbe forse lavato le mani? Penso proprio di no!
L'evangelista Giovanni ci racconta che il Signore era cosciente di avere tutto il potere del mondo nelle sue mani. E che cosa decise di fare con tutto quel potere? Un piccolo gesto, che fu un gesto di servizio, in particolare il servizio del perdono. Gesù decise che il potere si dovesse trasformare, da quel momento e per sempre, in servizio. Qual è stato il vero messaggio profetico di tutto questo? Ha rovesciato i potenti dai loro troni e innalzato gli umili. Il potere è servizio e deve permettere al prossimo di sentirsi ben curato, secondo la sua dignità. Colui che serve è uguale a colui che è servito.

domenica 6 maggio 2018

Una musulmana parla di Maria ai cristiani


Si è svolto a Castelgandolfo, dal 16 al 22 aprile 2018, un convegno cristiano-musulmano.
Si è parlato anche di Maria: un cristiano (p. Fabio Ciardi, dal cui blog ho tratto questo articolo) e una musulmana (Shahrzad Houshmand, teologa musulmana iraniana).
Di seguito, in sintesi l'intervento di Shahrzad Houshmand.



"Oh Maria, in verità Dio ti ha eletta, ti ha purificata, ti ha eletta su tutte le donne dei modi" (Corano, 3,42).
Il nome di Maria appare per ben 34 volte nel Corano. La sua figura è sublime. È l'unica persona che nel Corano ha il titolo di moharrar, libera e liberata.
Maria è il fiore mistico, cresciuto sotto la diretta attenzione del suo Signore, è Nabat, nabatan hasana, Il fiore bellissimo: "è Dio che la fa germogliare, di germoglio buono" (3,37).
Maria è vergine, e suo figlio è isa ibn Mariam: Gesù figlio di Maria.
Maria, è santa, devota, pura, immacolata, Qanitan, seddiqa.
Maria sceglie la luce, Dio, sempre. La parola usata dal corano è makanan sharqiyyan, un luogo in oriente, dove sorge il sole, la luce.

Maria sente la voce degli angeli, è in dialogo con loro: "Quando gli angeli dissero: O Maria, ecco che Dio ti annuncia un verbo, da parte sua: il suo nome è l'unto, Messia, Gesù figlio di Maria, illustre nella vita presente e nella futura, in culla parlerà alle genti, e nell'età matura. Essa disse: Come potrò avere un figlio quando nessun uomo mi ha toccata? Disse (l'angelo): Cosi sia, Dio crea ciò che Egli vuole e gli insegnerà il libro e la sapienza e la Thora e il vangelo" (3,44-47).
Maria non solo dialoga con gli angeli, ma è esempio sublime se non unico di come ricevere, incontrare, accogliere in sé, nell'anima e nel corpo, lo Spirito di Dio ruhon minh, e vedere faccia a faccia lo Spirito Santo, trasformato per lei in una forma umana perfetta (19,17).

Maria è sola, addolorata. Il corano non parla di Giuseppe al momento della prova grandissima del parto. In una società che non accetta in nessun modo una ragazza che partorisce senza marito, lei in profonda solitudine si rifugia sotto un albero secco e morto! Il Corano racconta la solitudine e il dolore enorme che Maria incontra e accetta; ricorda il suo grido: "ebbe le doglie accanto al piede di una palma morta, jiz'innikhla, e disse: fossi morta prima di questo e fossi dimenticata!" (19,23).
Ma questo dolore, non rimane tale. Anzi si trasforma radicalmente in gioia. Il Corano dice "allora la chiamò da sotto di lei, non affliggerti. Il signore ha posto sotto di te sariyyan. Scuoti verso di te il tronco della palma, rinverdirà e farà cadere su di te datteri freschi e maturi, mangia e bevi e il tuo occhio si rallegri" (19,26).
Sariyyan è una fontana d'acqua pura che scorre in silenzio e nella notte. La stessa parola nella forma verbale asra, viene usata nel corano per il viaggio mistico notturno del profeta Mohammad, dalla Mecca a Gerusalemme e da Gerusalemme al cielo, per poi fare ritorno nella stessa notte.
Maria, non solo offre il verbo di Dio al mondo, ma ora lei ha sotto di sé sariyyan e con la sua fede, scuotendo un albero secco e morto, lo fa risuscitare. Maria è l'esempio perfetto del fedele, cerca la luce, la accoglie sempre, non in un modo passivo, ma sempre attivo.

Maria è la madre di Gesù Cristo, isa massih, colui che nel Corano è Verbo di Dio, un Suo Spirito, Benedetto dovunque sia, il prossimo a Dio Muqarrab, Servo di Dio, il profeta di Dio, Colui che fa miracoli, dà la vista ai ciechi, crea dalla forma di un uccello un uccello vivo, risuscita i morti, Colui che dopo la misteriosa morte viene innalzato presso Dio. Gesù nel Corano quasi sempre viene presentato come isa ibni maryam, Gesù figlio di Maria.

Maria esempio da seguire, da musulmani, cristiani e tutti coloro che cercano un esempio perfetto di fede e di verità (66,19).
Ma perché Maria è esempio? Il corano lo spiega:
Maria è modello da seguire, non solo perché Dio arsala ha mandato verso di lei il Suo Spirito, non solo perché ha incontrato la potenza di Dio, Alqa ilayha, non solo perché Dio ha soffiato e insufflato in lei il Suo stesso Spirito nafakhna fihe min ruhena, ma anche perché, lei, è l'esempio sublime di Sapienza e unità!
Maria ha confermato le parole di Dio e i Suoi libri. L'anima di Maria, abbraccia tutti, come una meravigliosa madre.
Mohammad rasul allah e habib allah pure ci fa leggere nel Corano questo concetto della pluralità infinita delle parole di Dio: "Disse: Se il mare si facesse inchiostro per scrivere le parole del Signore, certo il mare sarebbe esaurito, prima che fossero esaurite le parole del Signore, e perfino se ne aggiungessimo uno eguale" (18,109).

Maria è Capace di Dio! È il nostro comune perfetto esempio da seguire, ieri, oggi e domani: Madre della sapienza e dell'unità.

Oggi, noi musulmani di diverse scuole teologiche, (sunniti, sciiti, kharijiti, alaviti) siamo stati invitati dai nostri fratelli e sorelle di un Movimento che ama chiamarsi: Opera di Maria! Maria, per loro è esempio sublime da seguire, e anche per noi musulmani. Forse sarebbe il tempo, di usare la parola NOI, noi credenti in Dio, creatore dei cieli e della terra, noi che amiamo Dio e cerchiamo di servirlo nei prossimi.

Quale è la via di Dio? e cosa ci chiede radicalmente il profeta Mohammad nel Corano?
Due versetti paralleli, ce lo spiegano:
"Io non vi chiedo nient'altro come ricompensa, tranne una cosa sola: Amore verso il prossimo" (42,23).
"Io non vi chiedo nient'altro come ricompensa, ma solo che qualcuno voglia scegliere la Via del Signore" (25,57).
Allora: La via del Signore è: amare il prossimo.

Oggi, radunati qui insieme, mandiamo dei segni di speranza, verso un mondo che soffre divisioni, indifferenze, ingiustizie e terribili guerre.
Creiamo un NOI di credenti di tante scuole dell'islam e del cristianesimo, fiori differenti di un unico giardino, come amava chiamarci Chiara. come Maria, il nostro comune e sublime esempio di fede, capace di accogliere le parole di Dio, accogliamoci gli uni gli altri, per poter poi accogliere l'umanità, amata da Dio.
Questa è la Via di Dio: amare il prossimo, il nostro prossimo umano, una sola famiglia umana, un Noi di musulmani e cristiani, un noi di credenti, che operano e cooperano per l'unità della famiglia umana, creata e amata da Dio.

venerdì 4 maggio 2018

Nell'agape di Dio il nostro portare frutto


6a domenica di Pasqua (B)
Atti 10,25-27.34-35.44-48 • Salmo 97 • 1 Giovanni 4,7-10 • Giovanni 15,9-17
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

«Rimanete nel mio amore» (Gv 15,9). Il Padre è amore e l'amore si effonde, si dona. L'amore è presente, concreto, non una condizione astratta; è una persona: Gesù, un fatto, la redenzione, mediante l'incarnazione, la morte, la risurrezione di Lui. Un fatto che non si arresta, opera sempre: la redenzione è in atto continuamente.
«Se uno mi ama, osserverà la mia parola, dice il Signore, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui» (canto al vangelo, cf Gv 14,23). Quell'amore verso il Signore che è stato tante volte ansiosamente richiesto da Lui stesso ai suoi discepoli, porta al segno tangibile: praticare la Parola da Lui portata e donata a essi. Solo allora il Padre ama i discepoli così visitati dallo Spirito Santo, quelli che dallo Spirito Santo vivono la Vita nuova. Questa è la preparazione immediata alla Venuta del Figlio, il quale promette che, venendo, porterà con sé il Padre, con il quale porrà in essi la loro augusta Dimora trasformante.
«Se osservate i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore» (Gv 15,10).
Condizione essenziale per rimanere nell'amore di Gesù è l'osservanza dei comandamenti: non si tratta di una permanenza romantica o mistica nell'amore, ma concreta ed esigente. Non si tratta di eseguire degli ordini, bensì di custodire un dono, conservare una relazione, accogliere e vivere la logica della relazione generosa. Compito dei discepoli è «custodire» questo dono. I comandamenti di Gesù coincidono con la proposta del suo amore e non sono imposizione esterna di precetti da eseguire con le proprie forze umane: l'amore con cui il Figlio ha amato i discepoli produce un effetto, li rende cioè capaci di fare altrettanto. E "i comandamenti" di Gesù coincidono con il "suo": «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34). «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi» (Gv 15,9). Gesù si presenta come modello dell'autentico amore, in quanto osserva il comandamento del Padre. La novità sta nel dono dell'agape: l'amore del Padre è stato donato al Figlio, Gesù l'ha donato agli uomini, rendendoli così partecipi dello stesso legame divino e capaci di intessere legami umani carichi della "novità" di Dio.
«Non vi chiamo più servi… ma… amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi» (Gv 15,15). Gesù, rivelatore del Padre, ci ha fatto conoscere i segreti del cuore di Dio: da questo comprendiamo che ci ha trattato da amici, dal momento che gli aspetti più preziosi della nostra vita interiore li comunichiamo solo ad un amico autentico di cui si ha grande fiducia, a cui si vuole bene. Non ci ha trattati da servitori, a cui si danno solo indicazioni di cose da fare, ma ci ha aperto il suo cuore, mettendoci a parte della sua intima relazione con il Padre e con lo Spirito.
All'origine di questa relazione d'amicizia c'è la libera scelta del Signore: l'iniziativa è la sua. In questo "dono" abbiamo la consapevolezza di partecipare ad un'opera comune; non importa se un altro possa svolgere meglio quello che sto facendo, Gesù l'ha affidata a me come amico. Lui non ci considera con la legge del rendimento e della produzione, ma con quella della fiducia.
In questo rapporto intimo di amicizia sta l'invito ad "andare e portare frutto" (cf Gv 15,16). Ma non si tratta di prospettiva aziendale di massimo rendimento. Il frutto invece sta nel diventare discepoli, ovvero amici. Il grande frutto consiste in una vita profondamente legata al Signore Gesù con tutti i benefici che ne conseguono. Se rimaniamo in Lui possiamo portare davvero frutto.

(da Lectio divina: Abbazia Santa Maria di Pulsano)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri (Gv 15,17)
(vai al testo…)

Parola-sintesi proposta a suo tempo pubblicata:
 Io ho scelto voi (Gv 15,16) - (10/05/2015)
(vai al testo…)
 Amiamoci gli uni gli altri (1Gv 4,7) - (13/05/2012)
(vai al testo…)
 Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri (Gv 15,17) - (15/05/2009)
(vai al post "L'arte di amare")

Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
  Un "come" sconvolgente (09/05/2015)
  L'amore che è da Dio (12/05/2012)

Commenti alla Parola:
  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 4.2018)
  di Luigi Vari (VP 4.2015)
  di Marinella Perroni (VP4.2012)
  di Claudio Arletti (VP 4.2009)
  di Enzo Bianchi
  di Lectio divina: Abbazia Santa Maria di Pulsano
  di Letture Patristiche della Domenica

(Illustrazione di Stefano Pachì)

mercoledì 2 maggio 2018

Il diacono e il "suo" lavoro


Si è appena celebrata, ieri 1° maggio, la Festa del Lavoro. Alla tematica del lavoro, "elemento fondamentale per la dignità della persona" come lo ha definito papa Francesco nel suo tweet, è dedicato il numero 208 (gennaio/febbraio 2018) della Rivista Il Diaconato in Italia: "Diaconato e mondo del lavoro. Per un ministero creativo e solidale".
Riporto qui di seguito un mio intervento, pubblicato in quel numero, dal titolo Il diacono e il "suo" lavoro.


Il diacono e il "suo" lavoro

Nel "Direttorio per il ministero e la vita dei diaconi permanenti", al numero 12 che tratta degli "Impegni professionali", si legge: «L'eventuale attività professionale o lavorativa del diacono ha un significato diverso da quella del fedele laico. Nei diaconi permanenti il lavoro rimane collegato al ministero; essi, pertanto, terranno presente che i fedeli laici, per loro missione specifica, sono "particolarmente chiamati a rendere presente e operosa la Chiesa in quei luoghi e in quelle circostanze, in cui essa non può diventare sale della terra se non per mezzo loro"», citando LG 33.
Il diacono permanente, quindi, pur conducendo una vita inserita in un contesto "secolare", con una sua professione e, nella stragrande maggioranza dei casi, con una famiglia propria, è chiamato ad esercitare il suo lavoro con uno spirito diverso da quello di un comune fedele laico. È quel "collegato al ministero" che fa la differenza e che alle volte si cerca di interpretare a seconda delle necessità contingenti di una chiesa particolare, come avere più tempo a disposizione per l'esercizio del ministero. Non a caso, in diverse diocesi, si preferiscono persone pensionate o che esercitano una libera professione per avere, appunto, una maggior disponibilità di tempo.

Ma questo maggior tempo a disposizione per il ministero, pur essendo una reale esigenza, è proprio il vero ed esclusivo significato di quel "collegato al ministero"? Senza dubbio è importante che il diacono permanente abbia tempo necessario per l'esercizio del ministero, diversamente sarebbe di difficile comprensione l'ordinazione di persone che non possono essere concretamente disponibili. Anche nelle "Norme fondamentali per la formazione dei diaconi permanenti", al numero 34, si legge: «[I candidati al diaconato] possono provenire da tutti gli ambiti sociali ed esercitare qualsiasi attività lavorativa o professionale purché essa non sia, secondo le norme della Chiesa e il prudente giudizio del Vescovo, sconveniente per lo stato diaconale. Inoltre, tale attività deve essere praticamente conciliabile con gli impegni di formazione e l'effettivo esercizio del ministero». È vero quindi che non sempre è "opportuno" che i diaconi permanenti esercitino alcune professioni, come lo stesso Direttorio, sempre al numero 12, descrive, specificando poi ulteriormente: «Talune professioni, pur oneste e utili alla comunità se esercitate da un diacono permanente potrebbero risultare, in determinate situazioni, difficilmente compatibili con le responsabilità pastorali proprie del suo ministero».

La differenza, infatti, tra i fedeli laici ed i diaconi permanenti che pur esercitano le stesse professioni, è che i primi esprimono più propriamente la loro missione di cristiani inseriti nel tessuto "secolare". La Costituzione conciliare Lumen Gentium, al numero 31, così si esprime: «Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall'interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo... A loro quindi particolarmente spetta di illuminare e ordinare tutte le realtà temporali, alle quali essi sono strettamente legati, in modo che sempre siano fatte secondo Cristo, e crescano e siano di lode al Creatore e al Redentore».
E in Gaudium et Spes 43 si legge: «Ai laici spettano propriamente, anche se non esclusivamente, gli impegni e le attività temporali». E sempre in Lumen Gentium 31 si legge, a riguardo di coloro che non sono laici: «I membri dell'ordine sacro, sebbene talora possano attendere a cose secolari, anche esercitando una professione secolare, tuttavia per la loro speciale vocazione sono destinati principalmente e propriamente al sacro ministero».

Cosa realizza pienamente il diacono?
Guardando a questi testi conciliari, come considerare la condizione dei diaconi permanenti, che di norma sono sposati ed esercitano una professione? Essi non si distinguono, per le loro attività nel mondo: da chiunque abbia famiglia ed una professione. Però il diacono non si realizza primariamente nel suo lavoro ma nella sua vocazione ecclesiale particolare. Il lavoro fa parte della sua vita, ma il suo scopo è un altro: per il diacono anche il lavoro rimane legato al ministero. Come questa "diversità" può realizzarsi, senza cadere nel clericale?
È la chiamata particolare a seguire Gesù che caratterizza tutta la sua vita e dà senso e spessore ad ogni attività. Chiamato a seguire Gesù in una missione particolare, il diacono è chiamato a conformare tutta la sua vita sul modello del Maestro, che è stato lavoratore prima di uscire a vita pubblica. Il lavoro per il diacono non è quindi un'aggiunta o un correttivo alla propria vita di donazione alla comunità, ma lo esercita con quel "distacco" che le esigenze della chiamata evangelica esigono. E questo comporta avere un alto concetto del lavoro, adempiendolo fedelmente con rettitudine, con tutto l'impegno professionale, morale e di testimonianza richiesto ad ogni cristiano.
Le parole di Gesù sono illuminanti: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo» (Lc 14,26). E «Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna» (Mt 19,29). Ogni discepolo del Maestro deve essere distaccato, almeno spiritualmente, dai «campi», che significa anche dal lavoro. Perché i «campi», il lavoro, vanno amati sì, ma per Dio e non prima di Lui, pronti a spostare dal proprio cuore il lavoro qualora prendesse il primo posto. E questo, a maggior ragione, per chi è chiamato ad una sequela particolare del Signore.
Quando Gesù ha chiamato i primi discepoli, facendoli «pescatori di uomini», questi «lasciarono subito le reti e lo seguirono» (Mc 1,18). È vero che, dopo questa chiamata, varie volte gli apostoli ritornarono a pescare, anche dopo la morte e risurrezione di Gesù, ma vi ritornarono con animo cambiato. Prima la pesca sarà stata tra i motivi fondamentali della loro esistenza, dopo solo una necessità per guadagnarsi da vivere, perché il motivo del loro essere non era più quel lavoro ma seguire Gesù. Così è stato anche per san Paolo che ha provveduto con le sue mani al suo sostentamento, per non essere di peso ad alcuno.

Quanti sono quei diaconi permanenti che hanno saputo posporre il lavoro, la carriera, un buon guadagno, per essere più disponibili e più interiormente liberi per il ministero! Mi ritorna alla mente l'esperienza di un amico che, in occasione della mia ordinazione diaconale, mi raccontò della sua chiamata; del fatto che vendette l'azienda di cui era titolare, cambiando professione, per essere più disponibile per il ministero.
È il fascino della chiamata, dello "sguardo" personale di Gesù! Anche per me è successo una cosa analoga, quando per le esigenze del ministero mi venne proposto, e di conseguenza anche alla mia famiglia, la disponibilità a trasferirmi in un'altra città. Con il trasferimento del posto di lavoro ad altra sede, ho messo a rischio la mia carriera lavorativa. Ma la "pienezza" interiore e la consapevolezza di fare la volontà di Dio hanno appagato ogni esigenza. Non ho fatto carriera, ma la libertà interiore, senza compromessi, mi ha reso disponibile, non solo per l'azienda ma anche per i colleghi e dirigenti con cui ho condiviso il mio lavoro. Ci sono stati anche momenti in cui le difficoltà economiche, legate a questo trasferimento e alle nuove situazioni familiari venutesi a creare come l'accensione di un nuovo mutuo o le spese per gli studi dei figli, che si sono fatte sentire in maniera più pesante con qualche sospensione. Ma non abbiamo mai dubitato dell'amore di Dio e della sua Provvidenza che puntualmente si è fatta presente. Abbiamo sperimentato di persona la verità delle parole di Gesù: «Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna» (Mt 19,29).

Anche se la chiamata a seguire Gesù comporta una rinuncia agli affetti e ai beni, si .ha di contro un'abbondanza di grazie e di doni che Dio ha riservato a chi lo segue con sincerità e semplicità di cuore. Non è pensabile infatti che Dio si doni ad un'anima e un'anima si doni a Dio e tutto rimanga come prima. Lo si vede quando Gesù dice ai discepoli: «Voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo» (Mt 5,13.14).
Siamo la luce del mondo non perché predichiamo o testimoniamo; siamo la luce del mondo perché la luce di Gesù si è trasfusa in noi; perché siamo di Dio, siamo figli della Luce, siamo discepoli di Gesù che è la Luce del mondo.
È implicito in chi vive così alla sequela di Gesù avere un genuino ed evangelico spirito di povertà. Una povertà non vissuta per se stessa, ma in funzione della carità, di quella carità che porta all'unità, alla comunione nella comunità: «uno stile di vita sobrio e semplice, che si apra alla cultura del dare e favorisca una generosa condivisione fraterna» (Direttorio, 9).

(Per gli altri interventi…)

martedì 1 maggio 2018

La Vita piena che lo Spirito ci dona


Parola di vita – Maggio 2018
(Clicca qui per il Video del Commento)

«Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5, 22)

L'apostolo Paolo scrive ai cristiani della regione della Galazia, che avevano accolto da lui l'annuncio del Vangelo, ma ai quali ora rimprovera di non aver compreso il significato della libertà cristiana. Per il popolo di Israele la libertà è stata un dono di Dio: egli lo ha strappato alla schiavitù in Egitto, lo ha condotto verso una nuova terra ed ha stipulato con lui un patto di reciproca fedeltà. Allo stesso modo, Paolo afferma con forza che la libertà cristiana è un dono di Gesù. Egli, infatti, ci dona la possibilità di diventare in lui e come lui figli di Dio, che è Amore. Anche noi, imitando il Padre come Gesù ci ha insegnato [1] e mostrato [2] con la sua vita, possiamo imparare lo stesso atteggiamento di misericordia verso tutti, mettendoci al servizio degli altri.
Per Paolo, questo apparente non-senso della "libertà di servire" è possibile per il dono dello Spirito, che Gesù ha fatto all'umanità con la sua morte in croce. È lo Spirito infatti che ci dà la forza di uscire dalla prigione del nostro egoismo - con il suo carico di divisioni, ingiustizie, tradimenti, violenza - e ci guida verso la vera libertà.

«Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé».

La libertà cristiana, oltre ad essere un dono, è anche un impegno. L'impegno prima di tutto ad accogliere lo Spirito nel nostro cuore, facendogli spazio e riconoscendo la sua voce in noi.
Scriveva Chiara Lubich: «[...] Dobbiamo anzitutto renderci sempre più coscienti della presenza dello Spirito Santo in noi: portiamo nel nostro intimo un tesoro immenso; ma non ce ne rendiamo abbastanza conto. [...] Poi, affinché la sua voce sia da noi sentita e seguita, dobbiamo dire di no [...] alle tentazioni, tagliando corto con le relative suggestioni; sì ai compiti che Dio ci ha affidato; sì all'amore verso tutti i prossimi; sì alle prove e alle difficoltà che incontriamo… Se così faremo, lo Spirito Santo ci guiderà dando alla nostra vita cristiana quel sapore, quel vigore, quel mordente, quella luminosità, che non può non avere se è autentica. Allora anche chi è vicino a noi s'accorgerà che non siamo solo figli della nostra famiglia umana, ma figli di Dio» [3].
Lo Spirito, infatti, ci richiama a spostare noi stessi dal centro delle nostre preoccupazioni per accogliere, ascoltare, condividere i beni materiali e spirituali, perdonare o prenderci cura delle più varie persone nelle diverse situazioni che viviamo quotidianamente.
E questo atteggiamento ci permette di sperimentare il tipico frutto dello Spirito: la crescita della nostra stessa umanità verso la vera libertà. Infatti fa emergere e fiorire in noi capacità e risorse che, vivendo ripiegati su noi stessi, rimarrebbero per sempre sepolte e sconosciute.
Ogni nostra azione è dunque un'occasione da non perdere per dire no alla schiavitù dell'egoismo e sì alla libertà dell'amore.

«Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé».

Chi accoglie nel cuore l'azione dello Spirito, contribuisce anche alla costruzione di relazioni umane positive, attraverso tutte le sue attività quotidiane, familiari e sociali. Imprenditore, marito e padre, Carlo Colombino ha un'azienda nel Nord Italia [4]. Su sessanta dipendenti, circa un quarto non sono italiani e alcuni di loro hanno esperienze drammatiche alle spalle. Al giornalista che lo ha intervistato, ha raccontato: «Anche il posto di lavoro può e deve favorire l'integrazione. Mi occupo di attività estrattiva, di riciclo dei materiali edili, ho delle responsabilità verso l'ambiente, il territorio in cui vivo. Qualche anno fa, la crisi ha colpito duramente: salvare l'impresa o le persone? Abbiamo messo in mobilità alcune persone, abbiamo parlato con loro, cercato le soluzioni meno dolorose, ma è stato drammatico, da non dormire di notte. Questo lavoro posso farlo bene o meno bene; provo a farlo al meglio. Credo nel contagio positivo delle idee. L'impresa che pensa solo al fatturato, ai numeri, ha un futuro con il fiato corto: al centro di ogni attività c'è l'uomo. Sono credente e convinto che la sintesi tra impresa e solidarietà non sia un'utopia» [5]. Mettiamo dunque in moto con coraggio la nostra personale chiamata alla libertà, nell'ambiente in cui viviamo e lavoriamo. Permetteremo così allo Spirito di raggiungere e rinnovare anche la vita di tante altre persone intorno a noi, spingendo la storia verso orizzonti di "gioia, pace, magnanimità, benevolenza...".

Letizia Magri

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[1] Mt 5,43-48; Lc 6,36.
[2] Mc 10,45.
[3] Cfr. C. Lubich, Possediamo un Tesoro, Città Nuova, 44, [2000], 10, p. 7.
[4] L'azienda fa parte di Aipec, associazione italiana di imprenditori che aderiscono all'Economia di Comunione, un modello economico fondato sui valori della condivisione e della reciprocità. Vedi anche "http://www.edc-online.org".
[5] Cfr. C. Colombino, Nella mia azienda economia ed etica vanno a braccetto, in Credere, periodici san Paolo, 26 novembre 2017, n° 48, pp.24-28.


Fonte: Città Nuova n. 4/Aprile 2018

lunedì 30 aprile 2018

Maria, donna dei nostri giorni



Propongo, come lo scorso anno, per il mese di Maggio una raccolta giornaliera di testi mariani, tratti da Maria, donna dei nostri giorni, come riportati nel mio sito di Testi e Documenti.
(Vai ai testi giornalieri…)

«Santa Maria, donna feriale, aiutaci a comprendere che il capitolo più fecondo della teologia non è quello che ti pone all’interno della Bibbia o della patristica, della spiritualità o della liturgia, dei dogmi o dell’arte. Ma è quello che ti colloca all’interno della casa di Nazaret, dove tra pentole e telai, tra lacrime e preghiere, tra gomitoli di lana e rotoli della Scrittura, hai sperimentato, in tutto lo spessore della tua antieroica femminilità, gioie senza malizia, amarezze senza disperazioni, partenze senza ritorni.»
(don Tonino Bello)

Ascolta anche una breve conversazione di don Tonino Bello, pochi giorni prima della pubblicazione del libro.
(Clicca qui per ascoltare…)


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Vedi anche:
Il Mese di Maggio con papa Francesco (raccolta giornaliera di testi mariani tratti dagli interventi di papa Francesco sulla Vergine Maria).
Vai ai testi giornalieri…

domenica 29 aprile 2018

Chi crede ha la vita eterna


"Rilettura", alla fine del mese, della Parola di Vita di aprile.

"Chi crede ha la vita eterna" (Gv 6,47). "Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto" (Gv 20,29).
Gesù, camminando sulle strade della Palestina, si fa vicino a quanti incontra…, condivide ogni necessità e ridà speranza. Anche a me, a ciascuno, è chiesto di fare l'esperienza di essere luce per le persone che incontriamo nella giornata: non di luce propria, ma di quella di Gesù che vive dentro di noi e in mezzo a noi.
L'amore è luce nel cammino di fede e di testimonianza del Signore Risorto. Questo comporta una attenzione costante alle aspettative (anche minime… ma accolte con discrezione e delicatezza) di chi mi viene incontro. Ogni persona infatti merita di essere amata con quell'amore che è stato seminato dallo Spirito nel nostro cuore.
Chi crede ha la Vita… Quella Vita che il Signore Risorto ci dona. Gesù solo può saziare la fame dell'uomo, soltanto Lui può darci la vita che non muore, perché Lui è la Vita.
In questa dinamica spirituale l'essenziale è fidarsi totalmente di Dio, perché l'amore di Dio, in Gesù crocifisso e risorto, non conosce ostacoli e cancella tutte le nostre miserie. La fede cristiana infatti è prima di tutto il frutto di un incontro personale con Dio, con Gesù, che non desidera altro che farci partecipare alla sua stessa vita.
Per lasciarmi avvolgere dall'abbraccio del Padre, occorre che mi "lasci andare", che mi abbandoni nelle su braccia, alla sua misericordia… E Lui mi dona la Vita! So di vivere! E ogni paura si attutisce, scompare… e dal profondo, come una piantina sospinta dal di sotto verso la luce, riaffiora la pace; ed il cuore si cheta e sa di poter riposare nel cuore del Padre…, in Gesù. Lo Spirito è la forza creatrice di questa nuova rinascita, una continua rinascita, che ci spinge a donare gioia agli altri.
"Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!".
"Chi crede è generato da Dio... E chiunque è generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che vince il mondo: la nostra fede" (1Gv 5,1-6).
Sappiamo che "nulla è impossibile a Dio". Questa è la certezza da coltivare senza tentennamenti. Essa ci farà sperimentare una pace mai provata, che ci farà sperimentare la forza del perdono che sconfigge ogni violenza. Ma occorre credere alla bontà (che è il seme che Dio ha seminato in ciascuno) delle persone, con un cuore sempre aperto.
È credere che Gesù opera in me, lasciandolo agire e non frapponendo ostacoli egoistici o egocentrici. È avere quella fiducia che opera il miracolo, quello della mia e altrui conversione. È raffinare la sensibilità soprannaturale, quell'istinto evangelico, dono dello Spirito, che si sviluppa esercitandolo. In altre parole: raffinare l'amore nell'attimo presente. Infatti, la fede in Gesù è aderire al suo esempio di non vivere ripiegati su se stessi, sulle nostre paure, ma piuttosto di riversare la nostra attenzione sulle necessità degli altri. È avere quella misericordia che vede ognuno come fosse nuovo, avendo in cuore, al posto del giudizio, l'amore e la misericordia: le parole di Gesù si illumineranno e Lui entrerà in noi con la sua verità, la sua forza e il suo amore. E cammineremo sicuri superando gli ostacoli… Sperimenteremo che si cammina sicuri se siamo uniti… Scopriremo, al di là delle diversità, la possibilità concreta di una sincera fraternità.