sabato 31 dicembre 2016

L'Anno della Misericordia


Si chiude il 2016! Un anno speciale!
Un anno vissuto sull'onda di quanto lo Spirito ci ha fatto vivere, vedere, accogliere…
È soprattutto l'Anno della Misericordia!
Vorrei chiudere questo anno con questa meditazione di don Tonino Bello
.



Eccoci, Signore, alla fine di questo lungo anno davanti a Te.
Col fiato grosso, dopo aver tanto camminato.
Ma se ci sentiamo sfiniti, non è perché abbiamo percorso un lungo tragitto,
o abbiamo coperto chissà quali interminabili rettilinei.
È perché, purtroppo, molti passi, li abbiamo consumati sulle viottole nostre,
e non sulle tue: seguendo i tracciati involuti della nostra caparbietà faccendiera,
e non le indicazioni della tua Parola;
confidando sulla riuscita delle nostre estenuanti manovre,
e non sui moduli semplici dell'abbandono fiducioso in Te.
Forse mai, come in questo crepuscolo dell'anno, sentiamo nostre le parole di Pietro:
"Abbiamo faticato tutta la notte, e non abbiamo preso nulla".
Ad ogni modo, vogliamo ringraziarti ugualmente.
Perché, facendoci contemplare la povertà del raccolto,
ci aiuti a capire che senza di Te non possiamo far nulla.
Grazie, perché obbligandoci a prendere atto dei nostri bilanci deficitari,
ci fai comprendere che, se non sei Tu che costruisci la casa,
invano vi faticano i costruttori.
E che, se Tu non custodisci la città, invano veglia il custode.
E che alzarsi di buon mattino, come facciamo noi,
o andare tardi a riposare per assolvere ai mille impegni giornalieri,
o mangiare pane di sudore, come ci succede ormai spesso,
non è un investimento redditizio se ci manchi Tu.
Il Salmo 127, avvertendoci che, il pane, Tu ai tuoi amici lo dai nel sonno,
ci rivela la più incredibile legge economica,
che lega il minimo sforzo al massimo rendimento.
Ma bisogna esserti amici. Bisogna godere della tua comunione.
Grazie, Signore, perché, se ci fai sperimentare la povertà della mietitura
e ci fai vivere con dolore il tempo delle vacche magre,
Tu dimostri di volerci veramente bene,
poiché ci distogli dalle nostre presunzioni corrose dal tarlo dell'efficientismo,
raffreni i nostri desideri di onnipotenza,
e non ci esponi al ridicolo di fronte alla storia:
anzi, di fronte alla cronaca.
Ma ci sono altri motivi, Signore, che, al termine dell'anno,
esigono il nostro rendimento di grazie.
Grazie, perché ci conservi nel tuo amore.
Perché ancora non ti è venuto il voltastomaco per i nostri peccati.
Perché continui ad aver fiducia in noi,
pur vedendo che tantissime altre persone ti darebbero forse ben diverse soddisfazioni.
Grazie, perché non solo ci sopporti,
ma ci dai ad intendere che non sai fare a meno di noi.
Grazie, perché sei un amico veramente unico,
e ti sei lasciato così sedurre dall'amore che ci porti,
che non ti regge l'animo di smascherarci dinanzi alla gente,
e non fai venir meno agli occhi degli uomini i motivi per i quali, nonostante tutto,
continuiamo a essere reverendi.
Grazie, Signore, perché non finisci di scommettere su di noi.
Perché non ci avvilisci per le nostre inettitudini.
Perché, al tuo sguardo, non c'è bancarotta che tenga.
Perché, a dispetto delle letture deficitarie delle nostre contabilità, non ci fai disperare.
Rivestici dei panni della misericordia e della dolcezza.
Donaci un futuro gravido di grazia e di luce e di incontenibile amore per la vita.
Aiutaci a spendere per Te tutto quello che abbiamo e che siamo.
E la Vergine tua madre ci intenerisca il cuore. Fino alle lacrime.
Amen.


venerdì 30 dicembre 2016

Il Nome per eccellenza: Dio salva


Maria Santissima Madre di Dio
Numeri 6,22-27 • Salmo 66 • Galati 4,4-7 • Luca 2,16-21
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

La festività che celebriamo oggi racchiude tre ricorrenze diverse tra loro per importanza, ma tutte direttamente implicate nella nostra . Per chi pratica la fede cattolica oggi è anzitutto la solennità di Maria santissima, Madre di Dio. Per ogni uomo che segua il calendario occidentale, credente o non credente, è il primo giorno dell'anno civile. Ma la pagina evangelica ci ricorda che l'ottavo giorno dopo Natale fu anche il giorno in cui Gesù ricevette il proprio nome, quale stato rivelato dall'angelo Gabriele alla madre Maria (Lc 2,21). Infatti, otto giorni dopo la nascita, secondo l'usanza ebraica il bambino veniva circonciso e inserito all'interno della discendenza familiare attraverso l'imposizione di un nome già presente nelle passate generazioni. Vogliamo iniziare proprio dalla terza ricorrenza, forse la più dimenticata, per illustrare il senso globale di questa solennità.

Noi inauguriamo ogni anno civile e celebriamo la principale festa mariana venerando non un nome qualunque, ma il nome per eccellenza, «Gesù», che significa «Dio salva».

Tanti, nei giorni che precedono Capodanno, si applicano nel fare bilanci e nel tirare somme. Tutti cercano in qualche modo di dare un nome all'anno che naviga verso la sua conclusione, trovando qualche caratteristica che lo distingua dagli altri. Molto spesso sono nomi macabri; accade che ogni anno contenda a quello passato un triste primato di tragedie o conflitti senza eguali. Cercare un nome equivale allora a cercare una definizione, a cogliere un significato, coerentemente con il senso che il termine ha, specie nella Bibbia ebraica. Per questo, ogni anno deve avere il proprio nome. Mentre noi cerchiamo nomi per i fatti più o meno tragici del nostro vivere, la liturgia ci presenta la Vergine che dà il nome al suo piccolo: «Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo prima che fosse concepito nel grembo» (Lc 2,21). Ricordare questo gesto, a inizio anno, infonde fiducia e consolazione.

Nella medesima pagina ritornano anche i pastori, silenziosi testimoni dell'ineffabile, uomini del quotidiano, fedeli all'appuntamento con la rivelazione del volto di Dio nel Bambino. Anche la loro presenza ci parla dell'anno che si è chiuso e dell'anno che si apre. Il tempo che passa ci offre una trama di occasioni e di appuntamenti da non perdere. In quelle occasioni e in quegli appuntamenti, la nostra fede è chiamata a riconoscere una forza che trascende ogni semplice spiegazione umana: la forza stessa di Dio. Così la loro vita conobbe la svolta decisiva: seppero credere che, in una notte di veglia come tante, Dio avesse deciso di visitare e redimere il suo popolo. E risposero alla chiamata.

Sempre nel testo evangelico incontriamo ancora la straordinaria capacità della Vergine di farsi conca e non canale, di fronte allo scorrere dei fatti. Ella «custodiva tutte queste cose nel suo cuore» (v. 51). Non è l'invito migliore che potessimo pretendere per fare tesoro degli anni che passano, perché ogni anno ci lasci più ricchi del precedente? Maria cerca con tenacia il nome divino da recepire davanti a ogni avvenimento. I giorni per lei non passano invano. È serbatoio capiente. Medita e custodisce senza fermarsi alla superficie delle cose, alla loro prima forma e apparenza.

I pastori e la Vergine rimangono stretti attorno a colui che la tradizione ebraica chiama semplicemente con questo appellativo: «il Nome». Di fronte a questa scena di quiete stanno tutti coloro che, dando nomi al tempo che passa, in ogni Capodanno invocano una svolta, cercano un nome nuovo. Da dove iniziare? Oggi, giorno in cui iniziamo di nuovo, da dove muoverci per cambiare davvero?

Perché non iniziare da quello che noi ricordiamo e che la Vergine, assieme al suo sposo, scelse in obbedienza al comando dell'angelo? Esso fu rivelato e donato, proprio come il Bambino. Il nome suona come una promessa: Gesù, «Dio salva». Noi aneliamo al compimento di questa promessa: essa è diventata realtà nella morte e risurrezione di Cristo Gesù. Il nome divino si è fatto carne, si è fatto realtà. Si è compiuto dentro alla nostra realtà. Possiamo attingere la forza di un cambiamento radicale precisamente da qui.

È un'altra delle ricorrenze legate a questo giorno a darci la misura della necessità del nostro cambiamento. Oggi celebriamo la Giornata mondiale della pace. Paolo VI non poteva scegliere giorno più felice per indicare nella pace l'auspicio fondamentale, iniziale, della nostra convivenza. Purtroppo, la pace non ha abitato il tempo trascorso né domina su quello presente. Quanto al futuro, non abbiamo altro che domande senza risposta. Di fronte alla situazione mondiale, ci accomuna un terribile senso di impotenza. La solennità che celebriamo illumina il senso religioso del nostro vivere e anche il suo senso civile. Tuttavia l'uomo del nostro tempo vuole di più. Se il nostro vivere sociale non è sostenuto da valori religiosi e civili, il presente non potrà cedere il passo a un futuro sereno. Vorremmo altri protagonisti sulla scena mondiale, ispirati a logiche differenti. Anche per la causa della pace serve un nome nuovo, un nome all'insegna del quale sperare. Abbiamo bisogno di poter sperare nel Dio che salva, in chi ha aperto la storia e la chiuderà come alfa e omega, in chi tutta la liturgia natalizia invoca come «Signore nostra pace».

Celebriamo dunque questa solennità nel nome di Cristo. Preghiamo perché quest'anno sia celebrato sotto ogni profilo e in ogni dimensione nel nome del Salvatore. Non nel nostro nome, neppure nel nome dei nostri interessi ed egoismi Dio può salvare. Dio salva perché egli ha eternamente cura di noi. Quest'anno ci chiede la sollecitudine dei pastori nel pronunciare il nome e la docilità della Vergine nell'accoglierlo come parola decisiva per la nostra vita.

(da Claudio Arletti, «Ai suoi discepoli spiegò ogni cosa», Commento ai Vangeli festivi dell'anno B)

-------------
Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose (Lc 2,19)
(vai al testo)

Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
Alimentati dalla benedizione di Dio (30/12/2015)
La Vergine Madre (30/12/2013)
Madre dell'unica persona del Verbo di Dio, dono per il mondo (31/12/2012)
Madre di Dio (30/12/2011)

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 2016)
  di Luigi Vari (VP 2015)
  di Luigi Vari (VP 2014)
  di Giovanni Cavagnoli (VP 2013)
  di Marinella Perroni (VP 2012)
  di Marinella Perroni (VP 2011)
  di Marinella Perroni (VP 2010)
  di Claudio Arletti (VP 2009)
  di Claudio Arletti (VP 2008)
  di Enzo Bianchi (A)
  di Enzo Bianchi (B)
  di Enzo Bianchi (C)

venerdì 23 dicembre 2016

La speranza in un Bambino


Natale del Signore
Visualizza i brani delle Letture
Messa della Vigilia: Isaia 62,1-5 • Atti 13,16-17.22-25 • Matteo 1,1-25
Messa della Notte: Isaia 9,1-3.5-6 • Tito 2,11-14 • Luca 2,1-14
Messa dell'Aurora: Isaia 62,11-12 • Tito 3,4-7 • Luca 2,15-20
Messa del Giorno: Isaia 52,7-10 • Ebrei 1,1-6 • Giovanni 1,1-18


Appunti per l'omelia

Un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra
Il brano evangelico, della Messa della Notte, inizia con un'ambientazione storico-geografica ben precisa con la quale Luca vuole affermare che la nascita del Salvatore non è un "mito" da relegare nel mondo delle favole, ma è un avvenimento reale e concreto.

Mentre si trovavano in quel luogo…
La nascita di Gesù è identica a quella di qualunque altro uomo. Fin dal suo primo apparire in questo mondo, Gesù condivide in tutto la nostra condizione umana.
Il Dio che si manifesta in Gesù è un Dio debole, indifeso, tremante, che si affida alle mani di una donna. Questo Dio sovverte i valori e i criteri di questo mondo, dove ciò che viene esaltato è esattamente l'opposto.

C'erano in quella regione alcuni pastori
I primi che riconoscono nel bambino, avvolto in fasce, il Messia, sono i pastori. Come mai proprio loro? Non perché spiritualmente meglio disposti. Essi erano catalogati tra i più "impuri" degli uomini. Conducevano una vita non molto diversa da quella delle bestie. Non potevano entrare nel tempio per pregare; non erano ammessi a testimoniare in un tribunale perché inattendibili, falsi, disonesti...

Non temete! È nato per voi un salvatore, che è Cristo Signore
I rabbini dicevano che i pastori, la "categoria" di quelli come i pastori, non potevano salvarsi. Eppure è a costoro che è inviato il messaggero celeste.
Gesù, al suo primo apparire, si è collocato fra gli ultimi. Sono loro che si attendono una parola di amore, di speranza, di liberazione. Anche da grande Gesù continuerà a vivere accanto a queste persone.

Questo per voi il segno…
Il segno dato ai pastori per riconoscere il Salvatore è sorprendente: non è circondato da schiere celesti, è un bambino del tutto normale con una caratteristica: povero tra i poveri.
Ecco quindi che si trovano di fronte due gruppi di persone: da una parte i poveri, gli ignoranti, gente disprezzata che lo riconosce e lo accoglie con gioia; dall'altra parte i saggi, i ricchi, i potenti, coloro che vivono nei palazzi, lontani dal popolo e dai suoi problemi, convinti di possedere già tutto ciò che rende felici. Costoro non hanno bisogno di nessun salvatore: anzi, un Messia che non corrisponde alle loro attese, che disturba i loro progetti è un personaggio scomodo.

Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini che egli ama
Dopo l'11 settembre 2001, con tutti i drammi e le tensioni che l'umanità sta vivendo tutt'oggi, si può ancora parlare di pace? Le incertezze, le paure, i conflitti, le morti bianche direbbero che non è possibile… Tanto è vero che la Palestina e la stessa Betlemme vivono situazioni esplosive. Abbiamo bisogno, quindi, di speranza, di coraggio, di generosità, di impegno perseverante.
Questa speranza è un Bambino appena nato, un dono che il Padre offre a tutti gli uomini.

-------------
Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Andiamo… vediamo questo avvenimento (Lc 2,15)
(vai al testo…)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata:
 Andiamo dunque fino a Betlemme (Lc 2,18) - (25/12/2015)
(vai al testo…)
 Oggi è nato per noi il Salvatore (Lc 2,11) - (25/12/2014)
(vai al testo…)
 Oggi è nato per noi il Salvatore (Lc 2,11) - (25/12/2013)
(vai al testo…)
 Non temete: vi annuncio una grande gioia (Lc 2,10) – (25/12/2012)
(vai al testo…)
 Oggi è nato per noi il Salvatore (Lc 2,11) - 25/12/2011)
(vai al testo…)
 Un bambino è nato per noi (Is 9,5) - (25/12/2010)
(vai al testo…)

Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
  Dio entra nel mondo dal punto più basso (23/12/2015)
  Gloria a Dio in cielo; pace agli uomini in terra (23/12/2014)
  Dio si è fatto bambino! (24/12/2013)
 Il mistero dell'umiltà di Dio (24/12/2012)
 Dar vita a Gesù, oggi (23/12/2011)

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 2016)
  di Luigi Vari (VP 2015)
  di Luigi Vari (VP 2014)
  di Giovanni Cavagnoli (VP 2013)
  di Marinella Perroni (VP 2012)
  di Marinella Perroni (notte, VP 2011)
  di Marinella Perroni (giorno, VP 2011)
  di Marinella Perroni (notte, VP 2010)
  di Marinella Perroni (giorno, VP 2010)
  di Claudio Arletti (notte, VP 2009)
  di Claudio Arletti (giorno, VP 2009)
  di Claudio Arletti (notte, VP 2008)
  di Claudio Arletti (giorno, VP 2008)
  di Enzo Bianchi (vol. anno C, giorno)
  di Enzo Bianchi (vol. anno B, notte)
  di Enzo Bianchi (vol. anno A, aurora)

venerdì 16 dicembre 2016

Gesù, colui che dilata il nostro cuore


4a domenica di Avvento (A)
Isaia 7,10-14 • Salmo 23 • Romani 1,1-7 • Matteo 1,18-24
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Prima che andassero a vivere insieme Maria si trovò incinta
Prima che andassero a vivere insieme… passava un anno tra il matrimonio e la convivenza.
Sorpresa assoluta della creatura che arriva a concepire l'inconcepibile, il proprio Creatore. Qualcosa che però strazia il cuore di Giuseppe, che si sente tradito, con i progetti di vita andati in frantumi.

Giuseppe, suo sposo, poiché era uomo giusto…
Giuseppe, l'uomo giusto, entra in crisi: non volendo accusare Maria pubblicamente, denunciandola cioè come adultera, pensa di ripudiarla in segreto. Giuseppe non si dà pace, è innamorato, continua a pensare a lei, a sognarla di notte. Un conflitto emotivo e spirituale: da un lato l'osservanza della legge, con l'obbligo di denunciare Maria, e dall'altro il suo amore. Ma basta che la corazza della legge venga appena scalfita dall'amore, che lo Spirito irrompe e agisce.

Mentre stava considerando queste cose, ecco, apparve in sogno una angelo
Apparve a Giuseppe un angelo e gli disse, che poi è Dio stesso che gli parla... Giuseppe, mani indurite dal lavoro e cuore intenerito e ferito, ci ricorda che l'uomo giusto ha gli stessi sogni di Dio.
Sotto l'immagine di un angelo Dio gli dice: Non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Non temere, la parola preferita con cui Dio apre il dialogo con l'uomo. Non temere, Dio interviene sempre in favore della vita.

Non temere… Ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù
Lo chiamerai Gesù! Egli salverà il popolo. Il nome "Gesù", in ebraico Jeshuà, deriva dal verbo "salvare", la cui radice ish ha, come primo significato quello di allargare, dilatare.
Gesù salverà: allargherà, accrescerà, espanderà lo spazio della mia umanità, renderà più grande la vita. Salverà dal peccato, che all'opposto è l'atrofia del vivere, il rimpicciolimento del cuore. Il peccato è ciò che rende piccola la tua persona, e non c'è spazio per nulla e per nessuno.
Ecco l'augurio di Natale: Che il Signore renda il mio, il tuo cuore spazioso, dilatato!

Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo e prese con sé la sua sposa
Maria lascia la casa del sì detto a Dio e va nella casa del sì detto al suo uomo, ci va da donna innamorata. Povera di tutto, Dio non ha voluto che Maria fosse povera d'amore: sarebbe stata povera di Dio. Perché ogni evento d'amore è sempre decretato dal cielo. Dio si è fatto uomo, e più gli uomini cresceranno in umanità, più scopriranno la divinità che ha messo la sua tenda in ciascuno di noi.

(spunti da Ermes Ronchi)

-------------
Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Così fu generato Gesù Cristo (Mt 1,18)
(vai al testo…)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata:
 Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo (Mt 1,24) - (22/12/2013)
(vai al testo…)
 La Vergine concepirà e partorirà un Figlio (Is 7,14) - (19/12/2010)
(vai al testo…)

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
Attesa e disponibilità del cuore (20/12/2013)

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 10.2016)
  di Gianni Cavagnoli (VP 10.2013)
  di Marinella Perroni (VP 10.2010)
  di Enzo Bianchi

(Illustrazione di Stefano Pachì)


giovedì 15 dicembre 2016

Il Diaconato in Italia
 Discernere la misericordia



Il diaconato in Italia n° 199
(luglio/agosto 2016)

Discernere la misericordia
«Consolate, consolate il mio popolo»






ARTICOLI
Per un buon uso della misericordia (Giuseppe Bellia)
Ancora un incontro del tutto speciale (Enzo Petroli no)
Discernimento, Parola, perdono dei peccati (Giovanni Chifari)
Diaconato al femminile o diaconia della Chiesa? (Giovanni Chifari)
Le opere di misericordia spirituale (Pierantonio Tremolada)
«Consolate, consolate il mio popolo» (Benito Marconcini)
La misericordia di Cristo in Paolo VI (Francoise-Marie Léthel)
L'olio della misericordia (Enzo Petrolino)
Discernere il nuovo e l'antico (Alberto Maggi)
Misericordia e giustizia nella vita del diacono (Gaetano Marino)
Diaconia e consolazione (Andrea Spinelli)
Uomo e ministro di consolazione (Francesco Giglio)

DALLE DIOCESI
A Venezia, una grande opportunità (Gino Cintolo)
Convegno a Marsala dei diaconi siciliani (Pino Grasso)


(Vai ai testi…)

martedì 13 dicembre 2016

Intervista sul diaconato a:
 Mons. Antonio Staglianò, Vescovo di Noto
 Mons. Antonio Suetta, Vescovo di Ventimiglia-Sanremo


Riprendo le interviste ai vescovi delle diocesi italiane sul diaconato permanente e i diaconi delle loro diocesi, pubblicate nella rivista L'Amico del Clero della F.A.C.I. (Federazione tra le Associazioni del Clero in Italia).
Le interviste sono curate da Michele Bennardo.

Michele Bennardo, diacono permanente della diocesi di Susa, ha conseguito il Dottorato in Teologia presso la Pontificia Università Lateranense. È professore di religione cattolica nella scuola pubblica e docente di Didattica delle competenze e di Didattica dell'Insegnamento della Religione Cattolica e Legislazione scolastica all'ISSR della Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale, Sezione parallela di Torino. È autore di numerosi testi e articoli e dal 2005 collabora con L'Amico del Clero.

Ho riportato le varie interviste nel mio sito di testi e documenti.

Nel numero 10 (ottobre 2016) de L'Amico del Clero è pubblicata l'intervista a Mons. Antonio Staglianò, Vescovo di Noto.

Alla domanda: "Quali requisiti ritiene siano indispensabili per un candidato al diaconato permanente?", Mons. Staglianò ha risposto: «Il Papa nel recente Giubileo dei diaconi ha affermato che il diacono è anzitutto servitore di Cristo; come Paolo, apostoli e servitori, due termini che "non possono mai essere separati; sono come due facce di una stessa medaglia: chi annuncia Gesù è chiamato a servire e chi serve annuncia Gesù". Il diacono deve essere prima di tutto un uomo di Dio che sa vivere la sua umanità in famiglia, nella Comunità cristiana e nella società, un testimone credibile, disponibile e mite, un uomo capace di saper tessere relazioni "nuove" ed "evangeliche". Un diacono che non dovesse avere una buona dote umana, aperta alla comunione e continuamente protesa nella dimensione dello Spirito rischierebbe di essere un "manovale promosso".
La Chiesa oggi ha bisogno di ministri che siano portatori della novità del Vangelo, testimoni di una proposta profondamente vera, pronti a dare la vita per l'evangelizzazione e a donarsi incondizionatamente per i poveri. Su questo si gioca l'autenticità della Chiesa e la sua stessa missione. Potrà essere diacono fedele alla sua vocazione colui che si lascia plasmare dallo Spirito e sente una struggente passione per il Vangelo e i poveri. Oggi "Serve una Chiesa capace di riscoprire le viscere materne della misericordia. Senza la misericordia c'è poco da fare per inserirsi in un mondo di feriti, che hanno bisogno di comprensione, di perdono e di amore" (Papa Francesco all'episcopato brasiliano, 27.7.2013).
La sfida che anche il diacono è chiamato a non deludere è quella di restituire l'uomo a se stesso, alla sua altissima dignità. Avvicinarsi e non restare, dunque, sordi al grido che proviene dalle piaghe purulenti dell'umanità per ritrovare, nel servizio reso agli ultimi, se stessi, il volto di Dio nel proprio».

E alla domanda: "Quale tra i classici compiti diaconali (carità, catechesi/ evangelizzazione e liturgia) le sembra necessiti di maggior valorizzazione rispetto a quanto avviene oggi nella diocesi di Noto?", ha risposto: «Da qualche anno ho chiesto agli stessi Diaconi della mia diocesi di ripensare il loro ministero all'interno delle Comunità di Parrocchie, che in diocesi sono ormai una realtà, nell'ottica della Evangelii Gaudium di Papa Francesco e dunque di una presenza significativa nel territorio insieme alle Comunità cristiane chiamate ad essere sale e luce del mondo. Ho chiesto di non limitare il loro servizio alla presenza nella Liturgia ma ad essere segno nelle Comunità e con le Comunità della irruzione del Risorto che fa nuove tutte le cose. Molti di loro sono impegnati nella catechesi agli adulti, nel servizio alle mense dei poveri e nei Centri di ascolto sparsi nel territorio per la evangelizzazione e per l'accoglienza delle persone provate da vari disagi, esistenziali e sociali. Ho puntato molto, a partire da un corso di Esercizi spirituali che ho voluto dettare io stesso, sulla presenza nel territorio che diventasse sprone per tutti i fedeli, chiamati a portare a compimento le liturgie delle chiese nel servizio e nella visita agli ultimi. In fondo stiamo parlando delle opere di misericordia: consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti, dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare gli infermi, visitare i carcerati, seppellire i morti. Il diacono è chiamato ad indicare con la sua missione i luoghi della precarietà e della sofferenza presenti oggi drammaticamente nel mondo.
Il Papa nella Misericordiae Vultus ci ricorda che la Chiesa è chiamata a curare la ferite dell'umanità, "a lenirle con l'olio della consolazione, fasciarle con la misericordia e curarle con la solidarietà e l'attenzione dovuta". Il Diacono è chiamato ad aiutare la Chiesa ad aprire gli occhi "per guardare le miserie del mondo, le ferite di tanti fratelli e sorelle privati della dignità".
La missione che il diacono è chiamato ad animare nella Comunità cristiana deve manifestare l'amore di Dio per il mondo, il nesso tra evangelizzazione e promozione umana è stretto. Dio nella storia della salvezza agisce per la salvezza integrale dell'uomo».
Vai all'intervista…

Nel numero 11 (novembre 2016) de L'Amico del Clero è pubblicata l'intervista a Mons. Antonio Suetta, Vescovo di Ventimiglia-Sanremo.

Alla domanda: "Quali requisiti ritiene siano indispensabili per un candidato al diaconato permanente?", Mons. Suetta ha risposto: « Innanzitutto una vera vocazione adeguatamente riconosciuta ed accolta nel discernimento spirituale personale e nella compagine della Chiesa particolare. Il diaconato non dev'essere né una sorta di "premio di consolazione" per presbiteri mancati né un "riconoscimento" per collaboratori meritevoli. Occorre poi che, in conseguenza di ciò, la formazione teologica, spirituale, liturgica e pastorale del diacono permanente lo conduca a vivere il proprio ministero nella giusta sinergia del presbiterio, nella ineludibile specificità del ruolo ministeriale e nel proficuo equilibrio della sua interessante posizione "di confine" tra il laico in relazione a impegni professionali e familiari, ed il ministro ordinato».

E alla domanda: "Quali iniziative ritiene si possano intraprendere, a livello di pastorale vocazionale diocesana, per incrementare il numero di diaconi permanenti?", ha risposto: «Insieme alla preghiera per le Vocazioni e alle molteplici iniziative di sensibilizzazione vocazionale, credo che si debba direttamente "chiamare" molti laici impegnati nelle Parrocchie e in Associazioni e Movimenti invitandoli a prendere in considerazione una forma di servizio particolare che comporta un dono di consacrazione, una speciale grazia sacramentale e un ruolo specifico, indispensabile alla vita della Chiesa e non assimilabile alla testimonianza e al servizio reso da un laico».
Vai all'intervista…

venerdì 9 dicembre 2016

Lo scandalo della misericordia


3a domenica di Avvento (A)
Isaia 35,1-6a.8a.10 • Salmo 145 • Giacomo 5,7-10 • Matteo 11,2-11
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?
Giovanni, la roccia che sfidava il vento del deserto, che era «anche più di un profeta», «il più grande» di tutti entra in crisi: sei tu o no quello che il mondo attende? Il profeta dubita e Gesù continua a stimarlo. E questo ci conforta: anche se io dubito la fiducia di Dio in me resta intatta. Perché è umano, di fronte a tanto male, dubitare; di fronte al fatto che con Gesù cambia tutto: non è più l'uomo che vive per Dio, è Dio che vive per l'uomo, che viene a prendersi cura dei piccoli, a guarire la vita malata, fragile, stanca: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i sordi odono, ai poveri è annunciato il Vangelo, tutti hanno una seconda opportunità.

Riferite a Giovanni: I ciechi.. gli zoppi… i lebbrosi… i sordi… i morti… ai poveri è annunciato…
Gesù elenca sei opere non per annunciare un fiorire di miracoli all'angolo di ogni strada, ma che Dio entra nelle ferite del mondo, per trasformarlo. Gesù non ha mai promesso di risolvere i problemi della storia con i miracoli. Ha promesso qualcosa di più forte ancora: il miracolo del seme, il lavoro oscuro ma inarrestabile del seme che fiorirà.

Beato è colui che non trova in me motivo di scandalo
È lo scandalo della misericordia! Gesù è un Dio che non misura i meriti, ma guarisce il cuore; che invece di bruciare i peccatori, come annunciava il Battista, siede a tavola con loro.
È lo scandalo della piccolezza! Le sei opere d'amore che Gesù elenca non hanno cambiato il mondo, per un lebbroso guarito milioni d'altri si sono ammalati; nessun deserto si è coperto di gigli; anzi, il deserto con i suoi veleni si espande e corrode le terre più belle del nostro paese.
Ma quelle sei opere sono l'utopia di un tutt'altro modo di essere uomini, ed è sempre l'utopia che fa la storia. Sono le mani di Dio impigliate nel folto della vita. Sono il centro della morale cristiana, che consiste proprio nel fare anche noi ciò che Dio fa, nell'agire io come agisce Dio.

Gli uomini vogliono seguire il Dio della vita. E se noi siamo capaci di rendere, con Lui, la vita più umana, più bella, più felice, più grande a qualcuno che non ce la fa da solo, allora capiranno chi è il Signore che noi cerchiamo di amare e di incarnare: è davvero il Dio amante della vita

(spunti da Ermes Ronchi)

-------------
Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Sei tu colui che deve venire? (Mt 11,3)
(vai al testo…)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata:
 Beato è colui che non trova in me motivo di scandalo! (Mt 11,3) - (15/12/2013)
(vai al testo…)
 Siate costanti fino alla venuta del Signore (Gc 5,7) - (12/12/2010)
(vai al testo…)

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
Il tempo della misericordia (13/12/2013)

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 10.2016)
  di Gianni Cavagnoli (VP 10.2013)
  di Marinella Perroni (VP 10.2010)
  di Enzo Bianchi

(Illustrazione di Stefano Pachì)

mercoledì 7 dicembre 2016

In Maria si congiunge il Cielo e la Terra


Immacolata Concezione della B. V. Maria
Genesi 3,9-15.20 • Salmo 97 • Efesini 1,3-6.11-12 • Luca 1,26-38
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Io porrò inimicizia tra te e la donna…
L'Immacolata Concezione di Maria è la festa che celebra le rinnovate radici dell'esistenza umana. L'Immacolata è la festa che celebra l'interrompersi di una catena di peccati e di ribellioni e saluta invece l'alba di una nuova fedeltà a Dio. Il testo della Genesi ci suggerisce che la volontà salvifica di Dio è antica almeno quanto il peccato. Quasi che il Creatore abbia sorretto subito l'uomo che cadeva, preannunciando la sconfitta del tentatore: «La donna ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno».

Hai trovato grazia presso Dio
In Maria immacolata la speranza acquista un volto concreto, un nome, una fisionomia. È tanto evidente l'intervento del Creatore nella vita di questa donna che la tradizione cristiana ha riconosciuto in lei e solo in lei la verità delle figure veterotestamentarie. La maledizione del serpente, della terra e della prima coppia riceve il proprio antidoto solo nella benedizione che la Vergine riceve fin nei recessi più intimi della sua storia.

Darai alla luce un figlio… e il suo regno non avrà fine
Per la Chiesa, per ogni credente, Maria diventa icona viva della potenza della benedizione di Dio sulla vittoria contro il serpente. A noi che ci prepariamo a celebrare il Natale, Maria lascia intravedere quanto l'amore di Dio possa operare nella nostra vita. Ben più che una verniciatura esteriore, la grazia che ha sanato la Vergine, spezzando la solidarietà umana nel peccato, è come rugiada benefica che penetra e feconda la nostra interiorità. È appunto la solennità odierna la festa delle radici. La freschezza del «virgulto di Iesse» ha espanso, anzitutto, in Maria il proprio profumo. Ella ne costituisce realmente la primizia.

Benedetto Dio… che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale in Cristo…
Nell'inno di san Paolo la benedizione che dal cielo è scesa e ha sanato la Madre di Cristo ritorna al Padre: «Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo…». Il congiungimento della benedizione di Dio per l'uomo con la benedizione che l'uomo eleva a Dio segna la fine del cammino della Trinità e la fine della fuga dell'uomo. Maria è il punto della creazione più concreto e circoscritto venuto a contatto in modo fisico con il Verbo del Padre. Lei è questo punto di congiungimento.

Nel Figlio amato siamo stati predestinati a essere lode della sua gloria
L'Apostolo Paolo celebra nel rendimento di grazie il «beneplacito» della volontà divina, che «prima della creazione» ci ha «predestinati» secondo un chiaro piano di salvezza: quel piano di salvezza che Maria ci mostra compiuto in modo grandioso. Il suo itinerario è anche il nostro: né per meriti, né per virtù che possiamo vantare. Solo per pura grazia l'uomo, benedetto, può divenire benedizione.

(spunti da Claudio Arletti)

-------------
Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Avvenga per me secondo la tua parola (Lc 1,35)
(vai al testo)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata
Lo Spirito Santo scenderà su di te (Lc 1,35)
(vai al testo - 8/12/2015)
Rallegrati, piena di grazia (Lc 1,29)
(vai al testo - 8/12/2014)
(vai al testo - 8/12/2013)

Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
Dio ci chiama ad aprirci alla gioia (6/12/2015)
Resi immacolati dalla carità (6/12/2014)
Maria, il nostro "dover essere" (6/12/2013)
Il sogno di Dio (6/12/2012)
Riamando ad altri post sulla Solennità odierna, a suo tempo pubblicati:
Madre di Dio (dic. 2010)
Maria, Fiore dell'umanità (dic. 2009)
Immacolati nella carità (dic. 2008)

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 2016)
  di Luigi Vari (VP 2015)
  di Luigi Vari (VP 2014)
  di Giovanni Cavagnoli (VP 2013)
  di Marinella Perroni (VP 2012)
  di Marinella Perroni (VP 2011)
  di Marinella Perroni (VP 2010)
  di Claudio Arletti (VP 2009)
  di Claudio Arletti (VP 2008)
  di Enzo Bianchi (vol. anno C)
  di Enzo Bianchi (vol. anno B)
  di Enzo Bianchi (vol. anno A)

(Illustrazione di Stefano Pachì)


lunedì 5 dicembre 2016

Preparare l'incontro con Gesù


"Preparate la via del Signore…" è l'invito di Giovanni il Battista.
Preparare la via è preparare e prepararci all'incontro con "Colui che viene".
Voglio raccontare l'esperienza di Suor Eugenia Bonetti, missionaria della Consolata e responsabile dell'Ufficio Tratta Donne e Minore dell'USMI (Unione Superiore Maggiori d'Italia).
È l'esperienza di una particolare diaconìa, strumento dell'incontro con Gesù, il Solo che dà senso e dignità alla nostra vita, "Colui che ci salva".

Ecco una sintesi dell'esperienza di suor Eugenia: racconta di aver incontrato Gesù una sera…



«Era una sera fredda e piovosa del 2 novembre 1993. Stavo uscendo dal Centro Caritas di Torino, in cui lavoravo da alcuni mesi, dopo il mio rientro dall'Africa, per andare a Messa.
Proprio in quel momento entra una donna africana con una lettera scritta da un medico. La donna è timida ed imbarazzata. Dal suo portamento e abbigliamento mi accorgo che forse è una delle tante donne che, di giorno o di notte, vengono schiavizzate sulle nostre strade.
Mi trovo a disagio. Leggo la lettera e le faccio qualche domanda. Le sue risposte sono monosillabi. È malata, ha bisogno di un'operazione, ma, essendo priva di documenti, non può essere ricoverata in un ospedale pubblico, quindi l'hanno mandata al nostro Centro. Maria ha poco più di trent'anni, è madre di tre bambini lasciati in Nigeria per venire in Italia. Sperava di lavorare per aiutare la sua famiglia, ma qui si è trovata presto sulla strada, vittima della tratta delle nuove schiave. Non capisce l'italiano, quindi parliamo in inglese. Ricorda la sua storia e i suoi vincoli familiari e comincia a piangere, dicendo: "Suora, per favore, aiutami, aiutami! ".
Io ero molto confusa, non sapendo che cosa fare e che cosa dire. Ero anche preoccupata perché non volevo arrivare in ritardo a Messa. In quel momento, la Messa per me era più importante che occuparmi dei problemi di Maria! Le chiedo di ritornare il mattino seguente.
Ma Maria mi accompagna in chiesa. Si inginocchia nell'ultimo banco e la sento singhiozzare.
Mi allontano un po', ma non riesco a pregare. Mi veniva in mente la parabola del Fariseo e del Pubblicano e ricordo quante volte io stessa avevo fatto la parte del Fariseo. Quante volte avevo pensato che io, religiosa e missionaria, ero migliore di tante donne costrette a vivere sulla strada!
Riflettevo, inoltre, sulla ribellione provata quando i miei responsabili mi avevano chiesto di lasciare il Kenya, dopo 24 anni di missione, per un nuovo servizio in Italia. Mi trovavo così bene in quell'ambiente africano, coinvolta in attività socio-educative-pastorali, specie con donne e con gruppi giovanili! Ma ora tutti i miei progetti, sicurezze, sogni, nostalgia di quello che avevo lasciato svanivano. Mi ritrovavo nel buio, come Paolo sulla via di Damasco: "Signore, che cosa vuoi che io faccia? Signore, dove vuoi condurmi?".
Quella notte non ho chiuso occhio. Dovevo morire ai miei interessi personali, per riscoprire un modo nuovo di essere "missionaria della Consolata" per Cristo e il suo popolo. Questa situazione mi sfidava: quella donna mi metteva alla prova e interpellava la mia vita, la mia vocazione, le mie convinzioni, le mie motivazioni ed i miei valori.
Nella mia mente risuonavano queste frasi: "Eugenia, dove è tua sorella?" (Gen 4,9), "Dove è Maria? Dove sono questa notte tutte le Marie della strada?".
L'incontro con quella donna mi costringeva ad una scelta più radicale nel seguire Gesù. Ora Lui mi chiamava ad essere uno strumento della sua misericordia e del suo amore per altre donne africane, sfruttate ed emarginate e non più in Africa, ma nel mio Paese. Lui mi additava una nuova frontiera, per me sconosciuta. Allora ascoltai stupita Gesù e risposi al suo invito».


Attorno alle donne vittime di violenza nel mondo, Suor Eugenia ha poi creato una rete che collega tutte le congregazioni religiose nel mondo in un progetto di recupero e reinserimento delle donne nel proprio paese d'origine. Il progetto ha il nome emblematico "Talitha Kum", Ragazza, alzati!


Per leggere la testimonianza completa…

Per ascoltare il servizio alla Radio Vaticana (nel programma "Storie")…


venerdì 2 dicembre 2016

La buona notizia: Dio è vicino!


2a domenica di Avvento (A)
Isaia 11,1-10 • Salmo 71 • Romani 15,4-9 • Matteo 3,1-12
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!
La frase centrale dell'annuncio del Battista è proprio questa: il regno dei cieli è vicino, convertitevi! Sono le stesse parole con cui inizierà la predicazione di Gesù. Dio è vicino: è la prima buona notizia.
Avvento è l'annuncio che Dio è vicino, vicino a tutti, come una rete che raccoglie insieme, in armonia, il lupo e l'agnello, il leone e il bue, il bambino e il serpente, secondo le parole di Isaia (cf Is 11,1-10). Uomo e donna, arabo ed ebreo, musulmano e cristiano, bianco e nero, per una nuova armonia del mondo e dei rapporti umani: il Regno dei cieli e la terra come Dio la sogna.
Può sembrare utopia? Ma è il sogno di Dio. È il nostro futuro che ci chiama, perché noi andiamo chiamati dal futuro.

Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco
L'altra buona notizia: se il Regno di Dio è vicino, allora la mia vita cambia.
Ciò che converte il freddo in calore è la vicinanza del fuoco, perché non si torna indenni dall'incontro col fuoco. La forza che cambia le persone è una forza non umana, una forza immane, il divino in noi, Dio che viene, entra e cresce dentro. Ciò che mi converte è un pezzetto di Cristo in me.

Convertitevi!
Più che un ordine è una opportunità: cambiate strada, azioni, pensieri… Con il Signore il cielo è più vicino e più azzurro, il sole più caldo, il suolo più fertile… E ci sono cento fratelli… E frutti... E scopriamo che nella vita il cambiamento è possibile sempre, che nessuna situazione è senza uscita, per grazia.
Quando Dio si avvicina la vita diventa feconda e nessuno è più sterile.

Fate un frutto degno della conversione…
Dio viene al centro della vita non ai margini di essa. Raggiunge e tocca quella misteriosa radice del vivere che ci mantiene diritti come alberi forti, che permette speranze nonostante le macerie, frumento buono nonostante la erbe cattive del nostro campo. Viene nel cuore della vita, nella passione e nella fedeltà d'amore, nella fame di giustizia, nella tenacia dell'onestà, quando mi impegno a ridurre la distanza tra il sogno grande dei profeti e il poco che abbiamo fra le mani. Perché il peccato non è trasgredire delle regole, ma trasgredire un sogno. Un sogno grande come quello di Gesù, bello come quello di Isaia, al centro della vita come quello di Giovanni.

(spunti da Ermes Ronchi)

-------------
Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Preparate la via del Signore (Mt 3,3)
(vai al testo)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata:
 Preparate la via del Signore (Mt 3,3) - (5/12/2010)
(vai al testo…)

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 10.2016)
  di Marinella Perroni (VP 10.2010)
  di Enzo Bianchi

(Illustrazione di Stefano Pachì)

giovedì 1 dicembre 2016

Come la mano tesa verso un naufrago che sta annegando


Parola di Vita – Dicembre 2016

«Egli viene a salvarvi» (Is 35, 4)

Il verbo è al presente: egli viene. È certezza di adesso. Non dobbiamo aspettare domani, o la fine dei tempi, o l'altra vita. Dio agisce subito, l'amore non consente dilazioni o ritardi. Il profeta Isaia si rivolgeva a un popolo che attendeva con ansia la fine dell'esilio e il ritorno in patria. In questi giorni d'attesa del Natale non possiamo non ricordare che una simile promessa di salvezza fu rivolta a Maria: "Il Signore è con te" (Lc 1,28); l'angelo le annunciava la nascita del Salvatore.
Non viene per una visita qualsiasi. Il suo è un intervento decisivo, della massima importanza: viene a salvarci! Da cosa? Siamo in grave pericolo? Sì. A volte ne siamo consapevoli, a volte non ce ne rendiamo conto. Interviene perché vede gli egoismi, l'indifferenza verso chi soffre ed è nel bisogno, gli odi, le divisioni. Il cuore dell'umanità è malato. Egli viene mosso a pietà verso la sua creatura, non vuole che si perda.
La sua è come la mano tesa verso un naufrago che sta annegando. Purtroppo in questo periodo questa immagine, che si rinnova di giorno in giorno con i profughi che tentano di attraversare i nostri mari, ci è sempre sotto gli occhi, e vediamo con quanta prontezza afferrano quella mano tesa, quel giubbotto salvavita. Anche noi, in ogni momento, possiamo afferrare la mano tesa di Dio e seguirlo con fiducia. Egli non soltanto guarisce il nostro cuore da quel ripiegamento su noi stessi, che ci chiude verso gli altri, ma ci rende, a nostra volta, capaci di aiutare quanti sono nella necessità, nella tristezza, nella prova.
«Non è certo il Gesù storico o Lui in quanto Capo del Corpo mistico – scriveva Chiara Lubich – che risolve i problemi. Lo fa Gesù-noi, Gesù-io, Gesù-tu, … È Gesù nell'uomo, in quel dato uomo – quando la sua grazia è in lui –, che costruisce un ponte, fa una strada, … […] È come altro Cristo, come membro del suo Corpo mistico, che ogni uomo porta un contributo suo tipico in tutti i campi: nella scienza, nell'arte, nella politica, nella comunicazione e così via». L'uomo è con ciò collaboratore con Cristo. «È l'incarnazione che continua, incarnazione completa che riguarda tutti i Gesù del Corpo mistico di Cristo»[1].
È proprio quanto è accaduto a Roberto, un ex-carcerato che ha trovato chi l'ha "salvato" e che si è trasformato a sua volta in uno che "salva". Ha raccontato la sua esperienza, il 24 aprile, alla Mariapoli di Villa Borghese a Roma. «Finita una lunga detenzione pensavo di ricominciare una vita, ma come si sa, anche se hai pagato la tua pena, per la gente rimani sempre un poco di buono. Cercando lavoro ho trovato tutte le porte chiuse. Ho dovuto elemosinare per strada, per sette mesi ho fatto il barbone. Finché non ho incontrato Alfonso[*] che, mediante l'associazione da lui creata, aiuta le famiglie dei carcerati. "Se vuoi ricominciare, mi ha detto, vieni con me". Adesso da un anno lo aiuto a preparare le buste della spesa per le famiglie dei carcerati che andiamo a visitare. Per me è una grazia immensa perché in queste famiglie rivedo me stesso. Vedo la dignità di queste donne sole con bambini piccoli, che vivono in situazioni disperate, che aspettano qualcuno che vada a portare loro un po' di conforto, un po' di amore. Donandomi ho ritrovato la mia dignità di essere umano, la mia vita ha un senso. Ho una forza in più perché ho Dio nel cuore, mi sento amato…».

Fabio Ciardi

[1] Chiara Lubich, Gesù Abbandonato e la notte collettiva e culturale, al congresso delle gen2, Castel Gandolfo, 7 gennaio 2007 (letto da Silvana Veronesi).

Fonte: Città Nuova n. 11/Novembre 2016

[*] Alfonso Di Nicola, assieme ad altri volontari, tramite il progetto Sempre persona, presta il suo servizio ai carcerati di Rebibbia e segue le famiglie dei detenuti, portando sostegno morale, aiuti alimentari ed economici.
(Vedi il post "Ero in carcere…")


mercoledì 30 novembre 2016

Nuovo Enchiridion sul Diaconato: Presentazione


Ieri pomeriggio, presso la Pontificia Università Antonianum di Via Merulana a Roma, è stato presentato il Nuovo Enchiridion sul Diaconato, curato dal dott. Enzo Petrolino, diacono della diocesi di Reggio Calabria e presidente della Comunità del Diaconato in Italia, edito dalla LEV (Libreria Editrice Vaticana).
(Vedi dépliant di invito).

Interessanti i vari interventi che si sono succeduti, non solo nella presentazione del Volume in sé, prestigioso contributo per appassionare al diacono non solo gli "addetti", ma anche per l'occasione per riflettere sul diaconato stesso.

Alcuni cenni sugli interventi:
Il Prof. P. Edmondo Caruana, Capo redattore della LEV, presentando questa nuova edizione dell'Enchiridion, sottolineava la specificità del diaconato lungo la storia della Chiesa, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II.
L'Opera è un "pilastro", un "punto di riferimento anche per diffondere e spingere ad una nuova riflessione sul ministero diaconale": "la Chiesa ha bisogno dei diaconi".
S.E. Mons. Gianrico Ruzza, vescovo ausiliare di Roma e delegato per il Diaconato per quella Diocesi, nel commentare il Volume, ha sottolineato la stagione della riscoperta del diaconato, in una visione di Chiesa tutta ministeriale (emblematica la figura di Papa Francesco che lava i piedi, al Giovedì Santo, indossando la stola diaconale).
Il Volume "illumina l'identità diaconale, presentata a tutta la Chiesa, constatando che molti presbiteri non conoscono la figura del diacono" (e ne nutrono anche dei pregiudizi): il diaconato come "servizio permanente, e non ad ore"…
Perché "nella Chiesa in uscita i protagonisti sono i diaconi", dove è messa in evidenza "la centralità del popolo di Dio". I diaconi, "servi, quasi ossessionati della Comunità"!
Perché "la Chiesa in uscita è di per sé diaconale". I diaconi, "anticipazione e profezia" di questa Chiesa.
Mons. Ruzza concludeva considerando la necessita "della Chiesa italiana di fare una seria riflessione sul diaconato", pensando ai diaconi "anche come responsabili di piccole comunità", in prima linea "per l'annuncio del Vangelo".
La Prof.ssa Cettina Militello, Direttrice della Cattedra "Donna e Cristianesimo" della Pontificia Facoltà Marianum, ha presentato la questione sul diaconato femminile, presente nel Volume, e facendo riferimento alla Commissione istituita appositamente da papa Francesco (riunitasi per la prima volta il 25 novembre scorso. Una coincidenza: il 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne).
La questione del diaconato femminile, ha sottolineato la Militello, non è nuova e di cui esiste una ricca bibliografia. Anche la Commissione Teologica Internazionale ne ha parlato a suo tempo.
La riflessione per il conferimento del diaconato alle donne, "apre la questione sulla ministerialità in quanto tale", perché "il vero problema verte sulla sacramentalità del ministero e quindi del diaconato". Diversamente, dare un "qualche riconoscimento alle donne non giova a nessuno, anzi…"!
Ma la ricchezza del ministero si manifesta nel suo essere un servizio, non nel "potere" che esercita. Da qui la necessità di ripensare la Ministerialità, anche ordinata, nella Chiesa.
Cettina Militello ha concluso sottolineando che il "diaconato è un ministero senza poteri", "di cui oggi la Chiesa ha estremo bisogno".
Ha concluso gli interventi il curatore del Volume, Enzo Petrolino, sottolineando, tra l'altro, come i documenti della Chiesa Italiana esprimono una ricchezza di contenuti sul diaconato, anche come visione del ministero diaconale in sé, ma che purtroppo non sono mai stati appieno realizzati (forse neanche conosciuti).
In Italia ci sono circa 4.400 diaconi. E ci si chiede: "Diaconi, per quale Chiesa?". Papa Francesco parla di "una Chiesa povera per i poveri, perciò - aggiunge Petrolino - diaconale".
Ha concluso ricordando le parole di Paolo VI: "il diaconato serve per il rinnovamento della Chiesa".

venerdì 25 novembre 2016

Avvento: pronti, senza paura


1a domenica di Avvento (A)
Isaia 2,1-5 • Salmo 121 • Romani 13,11-14a • Matteo 24,37-44
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Inizia l'«Avvento», un termine latino che significa avvicinarsi, camminare verso... Tutto si fa più prossimo, tutto si rimette in cammino e si avvicina: Dio, noi, l'altro, il nostro cuore profondo.
L'Avvento è un tempo di strade. L'uomo d'Avvento è uno che sa mettersi in cammino, come dice il Salmo: Andremo con gioia incontro al Signore: Quale gioia, quando mi dissero: «Andremo alla casa del Signore!».

Come furono i giorni di Noè…
L'Avvento è tempo di attenzione. Il Vangelo ricorda i giorni di Noè, quando «nei giorni che precedettero il diluvio gli uomini mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito e non si accorsero di nulla». Alimentarsi, sposarsi sono azioni della normalità originaria della vita... impegnati a vivere, a semplicemente vivere. Con il rischio però che la routine non faccia avvertire la straordinarietà di ciò che sta per accadere: e non si accorsero di nulla. Loro, del diluvio; noi, dell'occasione di vita che è il Vangelo.
Si può correre il rischio di avere una condotta anche buona, ma di vivere il lavoro, il matrimonio, l'uso dei beni come fossero il tutto della vita; e di dimenticare che la vita ha uno sbocco finale. Più che di malvagità, si tratta della ricerca dello "star bene" e dell'incoscienza di fronte all'affare più serio, decisivo e, al tempo stesso, affascinante della vita: l'incontro con Gesù e, in lui, col Padre.

Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà
Avvento: tempo per attendere, perché qualcosa o qualcuno manca. Attendere è declinazione del verbo amare.
Avvento: tempo per desiderare e attendere quel Dio che viene…, come un ladro. Che viene in silenzio, senza rumore e clamore, senza apparenza, che non ruba niente e dona tutto. Si accorgono di lui i desideranti, quelli che vegliano col cuore vigile, che sanno vedere nel dolore e nell'amore la presenza di Dio incamminato nel mondo.

Uno verrà portato via e l'altro lasciato…
La sorte diversa, che riguarda certo l'aldilà ma segna il cammino della storia personale e sociale, non dipende solo da "cosa" facciamo, ma da "come" lo viviamo. Ha una luce diversa il fatto di pensare la vita tutta racchiusa nell'oggi e il desiderio di un incontro costruito giorno per giorno con Lui. Perché il nostro modo di preparare e vivere il Natale è cercare un incontro vivo e vero con Gesù. Ed il pensiero dell'aldilà ci fa vivere con più radicalità, stupore e libertà gli impegni dell'aldiquà.

(spunti da Ermes Ronchi)

-------------
Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Vegliate dunque! (Mt 24,42)
(vai al testo)

Vedi anche analoghe Parola-sintesi a suo tempo pubblicate:
 Anche voi tenetevi pronti (Mt 24,44) - (1/12/2013)
(vai al testo…)
 La nostra salvezza è più vicina (Rm 13,11) - (28/11/2010)
(vai al testo…)

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
Il nostro vegliare operoso (29/11/2013)

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 10.2016)
  di Gianni Cavagnoli (VP 10.2013)
  di Marinella Perroni (VP 9.2010)
  di Enzo Bianchi

(Illustrazione di Stefano Pachì)

venerdì 18 novembre 2016

Un re che muore amando, che dona tutto se stesso


34a domenica del Tempo ordinario (C)
Solennità di Cristo Re dell'Universo

2 Samuele 5,1-3 • Salmo 121 • Colossesi 1,12-20 • Luca 23,35-43
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso… e noi
Gesù sta morendo e tutti lo deridono: «Ecco il re!». Sono scandalizzati i devoti, gli uomini religiosi: ma che Dio è questo che lascia morire il suo eletto? Si scandalizzano i soldati, gli uomini forti: se sei il re usa la forza! «Salva… salva… salva… te stesso!» per tre volte. C'è forse qualcosa che vale più di aver salva la vita? Sì. Qualcosa vale di più: l'amore vale più della vita.
E appare un re giustiziato, ma non vinto; un re con una derisoria corona di spine che muore ostinatamente amando; un re che noi possiamo rifiutare, ma che non potrà mai più rifiutare noi.

I soldati gli si accostavano per porgergli dell'aceto
Il vino nella Bibbia è il simbolo dell'amore, l'aceto è il suo contrario, il simbolo dell'odio. Tutti odiano quell'uomo, lo rigettano. Di che cosa hanno bisogno questi che uccidono e deridono e odiano il loro re? Di una condanna definitiva, della pena di morte? No, hanno bisogno di un supplemento d'amore. E Dio si mette in gioco, si gioca il tutto per tutto per conquistare l'uomo. C'è un malfattore, uno almeno che intuisce e usa una espressione rivelatrice: non vedi che anche lui è nella stessa nostra pena... Dio nel nostro patire, Dio sulla stessa croce dell'uomo, Dio vicinissimo nella passione di ogni uomo. Che entra nella morte perché là va ogni suo figlio. Perché il primo dovere di chi ama è di essere con l'amato.

Egli non ha fatto nulla di male
Definizione stupenda di Gesù, nitida semplice perfetta: niente di male, per nessuno, mai, solo bene, tutto bene. E si preoccupa fino all'ultimo non di sé ma di chi gli muore accanto. Che gli si aggrappa: Ricordati di me quando sarai nel tuo regno. E Gesù non si ricorda, fa molto di più, lo porta con sé, se lo carica sulle spalle come fa il pastore con la pecora perduta e ritrovata, per riportarla a casa, nel regno: sarai con me! E mentre la logica della nostra storia sembra avanzare per esclusioni, per separazioni, per respingimenti alle frontiere, il Regno di Dio avanza per inclusioni, per abbracci, per accoglienza.

Ricordati di me…
Non ha nessun merito da vantare questo malfattore. Ma Dio non guarda ai meriti. Non ha virtù da presentare questo ladro. Ma Dio non guarda alle virtù. Guarda alla povertà, al bisogno, come un padre o una madre guardano al dolore e alle necessità del figlio.
Sarai con me: la salvezza è un regalo, non un merito. E se il primo che entra in paradiso è quest'uomo dalla vita sbagliata, che però sa aggrapparsi al crocifisso amore, allora le porte del cielo resteranno spalancate per sempre per tutti quelli che riconoscono Gesù come loro compagno d'amore e di pena, qualunque sia il loro passato: è questa la Buona Notizia di Gesù Cristo.

(spunti da Ermes Ronchi)

-------------
Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Gesù, ricordati di me... (Lc 23,42)
(vai al testo)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata (24 novembre 2013)
Oggi con me sarai nel paradiso (Lc 23,43)
(vai al testo…)

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
Il Re che offre la sua vita (22/11/2013)

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 9.2016)
  di Marinella Perroni (VP 9.2013)
  di Claudio Arletti (VP 9.2010)
  di Enzo Bianchi

(Illustrazione di Giorgio Trevisan)

venerdì 11 novembre 2016

Il male si vince con la perseveranza


33a domenica del Tempo ordinario (C)
Malachia 3,19-20a • Salmo 97 • 2 Tessalonicesi 3,7-12 • Luca 21,5-19
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Delle belle pietre e dei doni votivi… non sarà lasciata pietra su pietra…
Con il suo linguaggio apocalittico il brano del vangelo odierno non racconta la fine del mondo, ma il significato, il mistero del mondo. Vangelo dell'oggi ma anche del domani, del domani che si prepara nell'oggi. Se lo leggiamo attentamente notiamo che ad ogni descrizione di dolore, segue un punto di rottura dove tutto cambia, un tornante che apre l'orizzonte, la breccia della speranza: non è la fine, alzate il capo, la vostra liberazione è vicina.

Badate di non lasciarvi ingannare… Sentirete di guerre e di rivoluzioni… Ma nemmeno un cappello del vostro capo andrà perduto…
Al di là di profeti ingannatori, anche se l'odio sarà dovunque, ecco questa parola struggente: Nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Nel caos della storia lo sguardo del Signore è fisso su di me, non giudice che incombe, ma custode innamorato di ogni mio frammento. Il vangelo ci conduce sul crinale della storia: da un lato il versante oscuro della violenza, il cuore di tenebra che distrugge; dall'altro il versante della tenerezza che salva.

Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita
La vita - l'umano in noi e negli altri - si salva con la perseveranza. Non nel disimpegno, nel chiamarsi fuori, ma nel tenace, umile, quotidiano lavoro che si prende cura della terra e delle sue ferite, degli uomini e delle loro lacrime.
Perseveranza vuol dire: non mi arrendo. Nel mondo sembrano vincere i più violenti, i più crudeli, ma io non mi arrendo.
Anche quando tutto il lottare contro il male sembra senza esito, io non mi arrendo. Perché so che il filo rosso della storia è saldo nelle mani di Dio. Perché il mondo quale lo conosciamo, col suo ordine fondato sulla forza e sulla violenza, già comincia a essere rovesciato dalle sue stesse logiche: la violenza si autodistruggerà.

Ma la parola di Gesù non delude: Alzate il capo, la vostra liberazione è vicina.

(spunti da Ermes Ronchi)

-------------
Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita (Lc 21,19)
(vai al testo)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata (17 novembre 2013)
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita (Lc 21,19)
(vai al testo…)

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
Nell'attesa di quel giorno… (15/11/2013)

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 9.2016)
  di Marinella Perroni (VP 9.2013)
  di Claudio Arletti (VP 9.2010)
  di Enzo Bianchi

(Illustrazione di Giorgio Trevisan)

giovedì 10 novembre 2016

Nuovo Enchiridion sul Diaconato





venerdì 4 novembre 2016

È l'amore che vince la morte


32a domenica del Tempo ordinario (C)
2 Maccabei 7,1-2.9-14 • Salmo 16 • 2 Tessalonicesi 2,6-3,5 • Luca 20,27-38
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

La donna, alla risurrezione, di chi sarà moglie se tutti e sette l'anno avuta in moglie?
La storiella paradossale di una donna, sette volte vedova e mai madre, è adoperata dai sadducei come caricatura della fede nella risurrezione dei morti: di quale dei sette fratelli che l'hanno sposata sarà moglie quella donna nella vita eterna?
Per loro la sola eternità possibile sta nella generazione di figli, nella discendenza. Gesù, come è solito fare quando lo si vuole imprigionare in questioni di corto respiro, rompe l'accerchiamento, dilata l'orizzonte e rivela che non una modesta eternità biologica è inscritta nell'uomo ma l'eternità stessa di Dio.

Quelli che risorgono non prendono né moglie né marito
Con questa risposta Gesù non dichiara la fine degli affetti. Afferma piuttosto che quelli che risorgono, sì, non si sposano, ma danno e ricevono amore sempre, con una capacità di amare più perfetta e per sempre. Perché amare è la pienezza dell'uomo e di Dio, perché ciò che nel mondo è valore non sarà mai distrutto. Ogni amore vero si aggiungerà agli altri nostri amori, senza gelosie e senza esclusioni, portando non limiti o rimpianti, ma una impensata capacità di intensità e di profondità.

Non possono più morire, perché sono uguali agli angeli
Gesù adopera l'immagine degli angeli per indicare l'accesso ad una realtà di faccia a faccia con Dio, non per asserire che gli uomini diventeranno angeli, creature incorporee e asessuate. No, perché la risurrezione della carne rimane un tema cruciale della nostra fede. Il Risorto dirà: non sono uno spirito, un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho (cf Lc 24,36). La risurrezione non cancella il corpo, non cancella l'umanità, non cancella gli affetti. Dio non fa morire nulla dell'uomo. Lo trasforma. L'eternità non è durata, ma intensità; non è pallida ripetizione infinita, ma scoperta "di ciò che occhio non vide mai, né orecchio udì mai, né mai era entrato in cuore d'uomo..." (1Cor 2,9).

Il Signore è Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe. Dio non è Dio di morti, ma di vivi
In questo «di» ripetuto 5 volte è racchiuso il motivo ultimo della risurrezione, il segreto dell'eternità. Una sillaba breve come un respiro, ma che contiene la forza di un legame, indissolubile e reciproco, e che significa: Dio appartiene a loro, loro appartengono di Dio. Così totale è il legame, che il Signore fa sì che il nome di quanti ama diventi parte del suo stesso nome.
Il Dio più forte della morte è così umile da ritenere i suoi amici parte integrante di sé. Legando la sua eternità alla nostra, mostra che ciò che vince la morte non è la vita, ma l'amore. Il Dio di Isacco, di Abramo, di Giacobbe, il Dio che è mio e tuo, vive solo se Isacco e Abramo sono vivi, solo se tu e io vivremo.
La nostra risurrezione soltanto farà di Dio il Padre per sempre.

(spunti da Ermes Ronchi)

-------------
Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Tutti vivono per Lui (Lc 20,38)
(vai al testo)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata (10 novembre 2013)
Dio non è dei morti, ma dei viventi (Lc 20,38)
(vai al testo…)

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
Figli della risurrezione (8/11/2013)

Commenti alla Parola:
  di Cettina Militello (VP 9.2016)
  di Marinella Perroni (VP 9.2013)
  di Claudio Arletti (VP 9.2010)
  di Enzo Bianchi

(Illustrazione di Giorgio Trevisan)

mercoledì 2 novembre 2016

Nella propria vita la presenza costante di Gesù


Parola di Vita – Novembre 2016

«Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fil 4,13)

Ci sono momenti nei quali ci sentiamo contenti, pieni di forze e tutto sembra facile e leggero. Altre volte siamo assaliti da difficoltà che amareggiano le nostre giornate. Possono essere i piccoli fallimenti nell'amare le persone che ci sono accanto, l'incapacità di condividere con altri il nostro ideale di vita. Oppure sopraggiungono malattie, ristrettezze economiche, delusioni familiari, dubbi e tribolazioni interiori, perdita di lavoro, situazioni di guerra, che ci schiacciano e appaiono senza via di uscita. Ciò che pesa maggiormente in queste circostanze è sentirci costretti ad affrontare da soli le prove della vita, senza il sostegno di qualcuno capace di darci un aiuto decisivo.
Poche persone come l'apostolo Paolo hanno vissuto con tanta intensità gioie e dolori, successi e incomprensioni. Eppure egli ha saputo perseguire con coraggio la sua missione, senza cedere allo scoraggiamento. Era un supereroe? No, si sentiva debole, fragile, inadeguato, ma possedeva un segreto, che confida ai suoi amici di Filippi: "Tutto posso in colui che mi dà la forza". Aveva scoperto nella propria vita la presenza costante di Gesù. Anche quando tutti lo avevano abbandonato, Paolo non si è mai sentito solo: Gesù gli è rimasto vicino. Era lui che gli dava sicurezza e lo spingeva ad andare avanti, ad affrontare ogni avversità. Era entrato pienamente nella sua vita divenendo la sua forza.
Quello di Paolo può essere anche il nostro segreto. Tutto posso quando anche in un dolore riconosco e accolgo la vicinanza misteriosa di Gesù che quasi si identifica e prende su di sé quel dolore. Tutto posso quando vivo in comunione d'amore con altri, perché allora Egli viene in mezzo a noi, come ha promesso (cf Mt 18,20), e sono sostenuto dalla forza dell'unità. Tutto posso quando accolgo e metto in pratica le parole del Vangelo: mi fanno scorgere la strada che sono chiamato a percorrere giorno dopo giorno, mi insegnano come vivere, mi danno fiducia.
Avrò la forza per affrontare non soltanto le mie prove personali, o della mia famiglia, ma anche quelle del mondo attorno a me. Può sembrare un'ingenuità, un'utopia, tanto immani sono i problemi della società e delle nazioni. Eppure "tutto" possiamo con la presenza dell'Onnipotente; "tutto" e solo il bene che Egli, nel suo amore misericordioso, ha pensato per me e per gli altri attraverso di me. E se non si attualizza subito, possiamo continuare a credere e sperare nel progetto d'amore di Dio che abbraccia l'eternità e si compirà comunque.
Basterà lavorare "a due", come insegnava Chiara Lubich: «Io non posso far nulla in quel caso, per quella persona cara in pericolo o ammalata, per quella circostanza intricata… Ebbene io farò ciò che Dio vuole da me in quest'attimo: studiare bene, spazzare bene, pregare bene, accudire bene i miei bambini… E Dio penserà a sbrogliare quella matassa, a confortare chi soffre, a risolvere quell'imprevisto. È un lavoro a due in perfetta comunione, che richiede a noi grande fede nell'amore di Dio per i suoi figli e mette Dio stesso, per il nostro agire, nella possibilità d'aver fiducia in noi. Questa reciproca confidenza opera miracoli. Si vedrà che, dove noi non siamo arrivati, è veramente arrivato un Altro, che ha fatto immensamente meglio di noi» [1].

Fabio Ciardi

[1] Chiara Lubich, Scritti Spirituali/2, Città Nuova, Roma 19972, pp.194-195.

Fonte: Città Nuova n.10, Ottobre 2016