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giovedì 14 maggio 2020

Il tempo dell'assenza di Cristo


Ritrovare nella nuda fede il primo principio della nostra salvezza e della comunione nella Chiesa
di Severino Dianich, teologo e parroco (Vita Pastorale, maggio 2020)


A Maria, sua madre, da quel che narrano i Vangeli, Gesù risorto non avrebbe detto nulla. Mi piace pensare sia accaduto perché Maria, sua madre, aveva già capito tutto. All'altra Maria, invece, quella di Magdala, ha detto, perentoriamente: «Non mi trattenere!». Egli non intendeva restare perennemente qui, come non accade ad alcun uomo vivente su questa terra: «Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro». Questo era il destino del Risorto. Egli dirà ai discepoli: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo», ma essi dovevano anche capire che non lo avrebbero più visto in mezzo a loro, non avrebbero più potuto toccarlo né ascoltare la sua voce.
L'ultima sera che erano stati con lui, per la cena di Pasqua, egli aveva ripetuto più volte che per lui era il momento di andarsene. Ed essi neppure gli avevano chiesto dove stesse andando, perché temevano di sentirsi dire: «Ora io vado da colui che mi ha mandato». Dovevano capire, però, che anche nella sua assenza avrebbero trovato una grazia: «Io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi» (Gv 16,5-7).
La nostra spiritualità è molto legata al senso della sua presenza, che percepiamo ogni volta che ci riuniamo nel suo nome, quando si celebrano i sacramenti e soprattutto nell'eucaristia. Ogni domenica a messa ci sentiamo suoi commensali, ascoltiamo la sua Parola e, come i discepoli quella sera, ci nutriamo di quel pane spezzato per amore, che è il suo corpo, e diventiamo membra gli uni degli altri sotto di lui nostro capo.
Questi sentimenti ci accompagnano, quindi, lungo i giorni e nei momenti della sofferenza ci sostengono. Ora, una situazione, del tutto imprevedibile, ci sta privando di questa percezione fisica della sua presenza nell'incontro di fede con i fratelli. Scopriamo, allora, che ci sono momenti della vita, e sono questi, nei quali bisogna ritornare a meditare il mistero della sua assenza, quella che egli volle che la Maddalena piangente accettasse con fede: «Non mi trattenere!». Ciò che rimane è un'altra sua presenza, e le nostre comunità in questi giorni, ovviamente, non se ne stanno affatto dimenticando, immancabile e particolarmente imperativa nei momenti difficili, quella nei poveri: «I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me».

Della grazia nascosta nell'assenza di Cristo san Paolo aveva un'idea precisa: «Se anche abbiamo conosciuto Cristo alla maniera umana, ora non lo conosciamo più così» (2Cor 5,16). Il testo greco suggerisce anche un'altra versione: all'espressione "alla maniera umana" corrisponde infatti un katà sarka, "secondo la carne", cioè una qualche forma di percezione fisica della sua presenza. Allora, l'apostolo vuol dire che ora, invece, conosciamo Cristo katà Pneũma, cioè in un'esperienza diversa, tutta interiore al nostro spirito e più reale e profonda, animata dallo Spirito santo, così come Gesù aveva predetto per il tempo della sua assenza: «Se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi». È lo Spirito, infatti, che dona la fede ed è per la fede che Cristo abita nei nostri cuori. Oggi ci sentiamo in particolar modo chiamati ad accogliere la provocazione di Paolo: «Esaminate voi stessi, se siete nella fede. […] Non riconoscete forse che Gesù Cristo abita in voi?» (2Cor 13,5).
«Tutto è grazia»: erano le ultime parole sussurrate prima di morire, dopo una vita tormentata nell'anima e oppressa dalla malattia nel corpo, dal giovane prete del romanzo di Georges Bernanos, Diario di un curato di campagna. Tutto è grazia, anche la sofferenza di non poterci riunire per l'eucaristia: la grazia di ritrovare nella nuda fede il primo principio della nostra salvezza e della nostra comunione nella Chiesa. Si dice, giustamente, che senza eucaristia non c'è Chiesa. Eppure, non sempre questo è vero: i cristiani dell'Amazzonia che non la possono celebrare se non molto raramente, o i credenti che in Cina sono in prigione o agli arresti domiciliari, o i catecumeni che, in questa Pasqua non hanno potuto celebrare il tanto desiderato battesimo, forse che non sono Chiesa? Prima ancora che i sacramenti, è la fede che crea il credente e forma la Chiesa. Il sacramento celebrato senza la fede non giova a nulla.

Essere chiamati a ricordarcelo è grazia anche per un ripensamento della nostra più abituale prassi pastorale. Tutto sembra concentrarsi sui sacramenti, per cui quando non possiamo celebrarli ci si sente nel vuoto. Troppo, in questi nostri paesi di antica tradizione cristiana, siamo abituati a considerare la fede un presupposto quasi ovvio e troppo poco ci si è dedicati a proporla agli atei, alle persone di altra religione, ai tanti battezzati che l'hanno abbandonata, ai molti, anche praticanti, dalla fede incerta e vacillante. Più che esortare: «Vieni a messa!», a molti dovremmo chiedere: «Chi è Gesù per te? Tu credi?».
Se ci sentiamo smarriti per il venir meno dell'incontro domenicale per la celebrazione eucaristica, su cui a volte capita di misurare, superficialmente, il successo o l'insuccesso della missione della Chiesa, dovremmo domandarci se, per caso, non abbiamo dimenticato che il primo e fondamentale dovere di ogni cristiano è comunicare "la gioia del Vangelo" a coloro che nulla sanno di Gesù come a coloro che sapevano, ma hanno dimenticato. Che la grazia del momento presente sia anche quella di prendere sul serio l'esortazione di papa Francesco alla Chiesa di attivarsi «per l'evangelizzazione del mondo attuale, più che per l'autopreservazione» (EG 27)?

martedì 12 maggio 2020

Dalla pandemia all'epidemia della paura


Moltissimi cristiani sono tornati a pregare e implorare Dio per la liberazione e la fine del male
di Enzo Bianchi, Vita Pastorale, maggio 2020


Che cos'è successo? Dove siamo precipitati? Sono domande poste da credenti e non credenti, smarriti e a volte angosciati. Siamo stati colpiti dalla pandemia, ma c'è stata anche un'epidemia della paura. Le stesse chiese si sono trovate inizialmente esitanti e poi si sono espresse con voce tenue, consolatoria, sì, ma priva di una capacità di "guidare", discernere i segni dei tempi; senza una parola autorevole e performativa nei confronti dei fedeli e della gente. Ancora una volta, è stato papa Francesco, soprattutto con i suoi gesti, scaturiti dalla sua umanità profonda e dalla sua capacità profetica, a essere un riferimento affidabile, un intercessore presso il Signore, un pastore in mezzo al gregge.
Certamente questa emergenza merita il nome di apocalisse, nel suo autentico significato biblico: s'è alzato un velo ed è avvenuta una rivelazione sulla Chiesa stessa, sulla sua fede, sulla sua liturgia. E quando giungerà la fine della pandemia, occorrerà interrogarsi e fare una grande operazione di discernimento evangelico, senza il quale è inutile invitare alla conversione.
Confesso di aver sofferto molto in questo tempo. Innanzitutto per quelli, tra i quali alcuni amici, che sono stati colpiti dal virus; per quelli che sono morti soli, abbandonati e senza il conforto dei sacramenti. Ma ho sofferto anche per la vita della Chiesa che, insieme ad autentici atti di carità, per l'iniziativa di alcune persone ha assunto forme non adeguate. E, a volte, neppure degne della nostra fede cristiana. Dobbiamo confessarlo: è emerso che la riforma liturgica del Vaticano II ha cambiato i riti, ma non ha mutato le mentalità e, dunque, non ha fatto maturare i cristiani verso un "culto spirituale" secondo la Parola, nel quale si offrono a Dio i propri corpi in sacrificio vivente.
Le numerose celebrazioni tecnologiche e virtuali, celebrazioni eucaristiche in chiese vuote - "messe senza popolo e popolo senza messa"! - non sono state vie offerte con intelligenza. Non s'è detto, con chiarezza, che queste non potevano essere autentiche liturgie dei sacramenti, ma solo strumenti di devozione e aiuto alla preghiera personale. Mi rincresce dirlo: inutile istituire la "Domenica della Parola", se poi non si invitano i cristiani a cibarsi della Parola, anch'essa vero corpo di Cristo, quando diventa necessario il digiuno eucaristico. Inutile parlare di "assemblea celebrante" senza tenere conto della sua presenza nel celebrare, quando il Catechismo giunge a dire con audacia: «Tutta l'assemblea è liturgia» (1144). Perché i pastori non hanno, coralmente e unanimemente, invitato i fedeli a celebrare in famiglia una liturgia domestica della Parola, soprattutto nel triduo pasquale? E perché molte comunità piccole, anche religiose, hanno preferito seguire i riti in streaming piuttosto che celebrare la liturgia della Parola?
La Chiesa di Pio XII - ne sono testimone - non permetteva la celebrazione della messa senza che almeno un laico vi assistesse, a nome del popolo di Dio. Spero vi sarà la possibilità di esprimere queste perplessità e di sollevare queste domande nello spazio ecclesiale, per trovare strade di obbedienza alla Parola e alla grande tradizione. Qui comincio con l'affrontare uno degli aspetti più semplici, più visibili ma anche contestati in questa emergenza: che preghiera fare? E soprattutto: Dio interviene nella nostra vita?
In questo periodo moltissimi cristiani sono tornati a pregare e la Chiesa appare, più che mai, un popolo che implora Dio, chiedendogli la liberazione dal male e la fine della pandemia. Il Papa, i vescovi e i pastori si fanno intercessori e invitano i credenti a pregare nelle diverse forme possibili, in una situazione in cui la liturgia eucaristica comunitaria è diventata impraticabile. Sono riapparse forme di preghiera dimenticate, desuete, e soprattutto il culto mariano si mostra ancora capace di attirare molti fedeli. Di fronte a questo inaspettato impegno nella preghiera - nelle sue forme più devozionali, va riconosciuto - vi è chi grida allo scandalo, chi s'indigna giudicando tale preghiera un'ossessiva invocazione di un Dio ridotto a idolo, una smentita dell'immagine di Dio rivelataci da Gesù.

Secondo questi pareri, ciò che avviene nella liturgia della Chiesa di fronte al male sofferto sarebbe un abuso, un ritorno alla ripetizione pagana di parole che, in realtà, affaticano Dio. Non mancano quanti pongono nuovamente la sterile e stolta domanda: «Dov'è Dio?», nella loro incapacità di chiedere a sé stessi innanzitutto: «Dov'è l'umanità?». Molti tentano risposte intellettuali, astratte, e finiscono per giudicare l'invocazione della povera gente come fede infantile, più superstiziosa che fede autentica, pensata e adulta.
Diventa, dunque, urgente metterci in ascolto della Parola contenuta nelle Scritture e accettare di esserne illuminati. È, infatti, la parola di Dio che giudica ogni nostra preghiera, ogni nostra parola di risposta al Dio che per primo ci ha parlato e ci chiede di ascoltare la sua voce. Dimentichiamo facilmente che la preghiera cristiana è prima di tutto ascolto. Ma cosa ci dice questa Parola? Innanzitutto, che il nostro Dio s'è rivelato perché ha ascoltato il grido che saliva a lui dai figli di Israele oppressi in Egitto. Ha ascoltato il grido degli umani ed è entrato nella nostra storia; non è restato lontano, nel cielo, ma s'è fatto presente in mezzo a noi.
Ecco, dunque, che il Signore agisce, ma non senza di noi e con un'azione onnipotente che s'impone, modificando il funzionamento normale delle cose. No, agisce in noi affinché possiamo operare nella storia conformemente alla sua volontà. Per questo il Signore nostro è da sempre il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di Mosè, dei profeti: perché è in essi e attraverso di essi che egli è stato ed è l'Emmanue1e, il Dio-con-noi, colui che agisce nella storia. Il nostro Dio non si presenta come una forza esteriore che noi dobbiamo invocare per compiere ciò che non possiamo fare.
Che ne è allora della preghiera di domanda? Sappiamo bene che non possiamo domandare miracoli né segni, ma possiamo, anzi dobbiamo chiedere ciò che ci consente di vivere la nostra fiducia in Dio. Senza questa fiducia le nostre preghiere sarebbero superstizione. In verità - come avverte Paolo - noi non sappiamo cosa domandare al Signore, non sappiamo come pregare, ma lo Spirito santo, che è all'origine della nostra preghiera, con gemiti inesprimibili fa giungere il nostro grido a Dio, il quale guarda più al nostro cuore che alle nostre parole. Per questo Gesù ci ha invitato a pregare, a domandare, assicurandoci di essere esauditi attraverso il dono dello Spirito santo che agisce in noi con efficacia. L'angoscia che noi viviamo in certe situazioni ci fa innalzare preghiere che non sono illegittime, ma sono parole e gesti di fiducia nel Signore.
Dio è onnipotente nell'amore, perché non può mai intervenire se non attraverso un amore gratuito per tutti, buoni e malvagi, credenti e non credenti. I "fedeli credenti" nell'Evangelo possono pregare chiedendo a Dio di dare loro il pane quotidiano e di liberarli dal male. Dio ispirerà vie per procurare il pane quotidiano, per noi e per gli altri che sono nel bisogno, e ci spingerà a combattere contro il male per vincerlo. Così Dio agisce nelle nostre vite, perché è lui la sorgente della nostra resistenza al male. Sì, il nostro Dio non è un Dio cieco al quale aprire gli occhi; non è un Dio sordo al quale ridare l'udito. E il Dio che apre i nostri occhi e orecchi e ci rende capaci di amare come lui "è amore", nella cura e nel servizio dell'umanità, nella lotta contro il male.

venerdì 8 maggio 2020

"Vedere" Dio come Padre


5a domenica di Pasqua (A)
Atti 6,1-7 • Salmo 32 • 1 Pietro 2,4-9 • Giovanni 14,1-12
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Domenica scorsa abbiamo meditato sulla figura del "pastore", e questo ci ha forse fatto scoprire, o per lo meno intuire, che c'è tutto un legame di vita, una sorta di connaturalità tra Gesù e noi, espressa in particolare dal verbo "conoscere": «Il pastore conosce le sue pecore... le chiama una per una… Le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce».
Ora lo stesso verbo è applicato al rapporto con il Padre: «Se conoscete me, conoscerete anche il Padre; fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Il rapporto d'amore che esiste tra Gesù e il Padre è qualcosa di talmente profondo che Gesù lo esprime come un fatto di "in-abitazione" reciproca: «Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?». E lo ribadisce: «Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me».
Entrare, allora, in rapporto d'amore con Gesù significa entrare all'interno stesso di questa comunione che lui vive col Padre: «… fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Perché, allora, il rapporto col Padre sembra a volte così difficile, perché ci sembra così difficile mettere Dio insieme a quello che capita? Probabilmente perché non è Gesù al centro di questo rapporto: continuiamo a pensare a Dio secondo gli schemi dell'Antico Testamento, secondo i quali Dio è una realtà inattingibile, fino al punto di dire che «non si può vedere Dio e restare in vita». Oppure immaginiamo Dio secondo schemi culturali che niente hanno a che fare con il cristianesimo. Pensare a Dio, ad esempio, come ad un essere solitario, chiuso nella sua beatitudine, non solo ce lo fa sentire estraneo, ma ci porta a guardarlo quasi come un antagonista, ci porta a sentire il rapporto con lui come qualcosa di conflittuale. Oppure, ci induce a credere in un Dio "ragioniere" che misura il conto tra meriti e demeriti.
Se sono vere le parole di Gesù, lo stesso rapporto che lo lega al Padre è il nostro: «Chi ha visto me ha visto il Padre». Gesù ha un unico termine per indicare Dio: Abbà, Padre (Papà, nella sua accezione più familiare). E quando insegna a pregare (e pregare significa mettersi in rapporto con Dio) non trova di meglio che metterci sulla bocca la parola: "Padre", e "Padre nostro".
Allora acquistano significato le parole che introducono il brano di questa Domenica: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me». Sono parole che seguono l'inizio del discorso di addio di Gesù ai discepoli nell'ultima cena: il contesto preannuncia una separazione, che avrà dei risvolti traumatici: ed è proprio in questo contesto che Gesù invita ad aver fiducia non solo in lui, ma anche nel Padre.
Il Padre, per Gesù, non è prima di tutto uno che lo manda a morire, ma è uno che gli prepara un posto: «Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l'avrei detto».
Qualunque sia il contesto di separazione, di dramma, di morte (e questo può essere anche altamente istruttivo rispetto ala situazione che stiamo vivendo), l'ultima parola ad avere il sopravvento non è mai ciò che possono operare gli uomini o le circostanze di particolare sofferenza, ma è questo rapporto che lega Gesù al Padre e che, in lui, lega tutti noi al Padre: «Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io».
Eppure, tutto questo non è un motivo di rassegnazione, come a dire: «Lasciamo andare le cose come vanno, tanto non possiamo farci nulla, poi ci sarà questo bel posto», che chiamiamo il Paradiso. Il Padre non è uno che ci lascia al nostro destino, per poi darci la ricompensa rispetto a quello che non abbiamo avuto prima. È uno che in Gesù ci indica la strada per trasformare il corso delle cose. Proprio all'inizio di quel discorso di addio che Gesù dice: «Dove vado io, voi non potete venire. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri».
L'intervento di Dio nella storia non è quello di sostituirsi a quanto possiamo e dobbiamo fare noi, ma quello di illuminare il cammino di quella storia che noi stessi siamo chiamati a costruire.
La morte di Gesù ha immesso in questa storia un marchio incancellabile: l'uomo è capace di amare anche nelle situazioni più drammatiche. Occorre, da parte nostra, portare avanti la sua opera: «Chi crede in me, compirà le stesse opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre».
Si tratta di aiutarci tutti insieme a credere che esiste una forza più grande di tutto il resto: che è la forza dell'amore. Ogni gesto di amore vero compiuto, che arriva alla gratuità, al perdono, alla riconciliazione, al superamento di pregiudizi e di condanne, è un tassello per costruire un mondo secondo il sogno di Gesù.

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Chi ha visto me, ha visto il Padre (Gv 14,9)
(vai al testo…)

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Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata
Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me (Gv 14,1) - (14/05/2017)
(vai al testo)
Vado a prepararvi un posto (Gv 14,2) - (18/05/2014)
(vai al testo)
Vado a prepararvi un posto (Gv 14,2) - (22/05/2011)
(vai al testo)

Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
  Gesù, la strada che ci porta a Dio: Guardare Gesù è capire Dio! (12/05/2017)
  Gesù, l'unica Via (16/05/2014)

Commenti alla Parola:
  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 5.2020)
  di Cettina Militello (VP 4.2017)
  di Gianni Cavagnoli (VP 4.2014)
  di Marinella Perroni (VP 4.2011)
  di Enzo Bianchi
  di Lectio divina: Abbazia Santa Maria di Pulsano

(Illustrazione di Bernadette Lopez: Gesù la Via)

martedì 5 maggio 2020

È lo sguardo che abbatte il "distanziamento sociale"

«La cosa splendida del parlare con gli occhi è che non ci sono mai errori grammaticali.
  Gli sguardi sono frasi perfette» (Friedrich Adolph Sorge).



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Lo psichiatra Tonino Cantelmi offre gli spunti per trovare i veri motivi di speranza dopo la pandemia.
Intervista a cura di Silvia Costantini, Aleteia 30 aprile 2020


In Italia, la fase 2 del lockdown comincia il 4 maggio con la progressiva riapertura delle diverse attività lavorative e spostamenti. Rimane comunque obbligatorio mantenere la distanza di sicurezza di almeno un metro dalle altre persone, indossare le mascherine di protezione, evitare assembramenti ecc., per non correre il rischio di essere contagiati dal Covid-19.
Il "coronavirus" sta creando anche in chi non è stato infettato conseguenze psicologiche di vario grado, legate alle emozioni e alle paure che questa situazione estrema sta suscitando in ciascuno di noi. È qualcosa di estremamente profondo e che ci porteremo a lungo.
Abbiamo interpellato Tonino Cantelmi, psichiatra e professore di Cyberpsicologia, presso l'Università Europea di Roma e presidente dell'Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici (Aippc), per capire gli effetti di questo distanziamento sociale sulle persone.

Distanziamento "sociale" può essere sinonimo di distanziamento relazionale o anche affettivo?
- Prof. Tonino Cantelmi: Se continuiamo a parlare di distanziamento "sociale" attiviamo inevitabilmente l'idea che si tratti di un distanziamento non solo fisico, ma, appunto, sociale. Il problema è che la pandemia ci ha fatto fare un salto verso una sorta di individualismo tecnomediato. Nella realtà, distanziamento e diffidenza; nei social e nel digitale, vicinanza e socialità. Eppure se vogliamo cogliere l'anima dell'altro, non ci serve "toccarlo", ma piuttosto guardarlo negli occhi. Lo sguardo è il vero contrasto al distanziamento "sociale". Sarebbe meglio chiamarlo distanziamento di "sicurezza". Forse, in molti casi, l'ultima immagine negli occhi delle vittime COVID-19 è quella dello sguardo di un infermiere o di un medico.

In questo periodo c'è un aumento importante di persone con fenomeni di depressione, ansia, veri e propri disturbi post traumatici di stress. Come intervenire, per ritrovare il giusto equilibrio, anche in questa fase?
- Prof. Tonino Cantelmi: Molti studi condotti in varie nazioni in occasione della SARS e alcuni studi di febbraio/aprile 2020 svolti in Cina hanno dati sconfortanti: l'evento COVID-19 ha potenzialità traumatiche e psicolesive per la popolazione in generale e aumenta il rischio psicopatologico sia in acuto (durante l'epidemia), sia negli anni successivi (per la SARS abbiamo dati che confermano la potenzialità traumatica a 3 anni di distanza).
La risposta a questo è la terapia, quella informale, fatta da relazioni buone, amicizie, sostegno in famiglia, coping spirituale [coping è un termine tecnico traducibile come "strategia di adattamento"], sostegno fra pari e aiuto di insegnanti o altre figure di riferimento: in altri termini, l'infinita rete di solidarietà relazionale e quella formale, fornita da operatori della salute mentale. A questo proposito voglio sottolineare l'estrema generosità degli psicologi italiani, che hanno offerto e ancora offrono sostegno in videochiamata gratuito alla popolazione italiana. Questo ha fatto sì che il Ministero della Salute abbia potuto attivare un servizio ad hoc (il numero verde di supporto psicologico 800833833), ma sono innumerevoli le iniziative di solidarietà attivate (per quanto ci riguarda è possibile visionarle sulla home di www.itci.it)

Ci sono delle categorie maggiormente esposte a squilibri psicologici da lockdown?
- Prof. Tonino Cantelmi: Abbiamo presentato uno studio (anche questo reperibile sulla home di www.itci.it), che segnala tre categorie di persone particolarmente a rischio: gli operatori sanitari in prima linea (dati sconfortanti ci dicono che uno su due presenta sintomi ascrivibili a quadri depressivi in acuzie di evento), i sopravvissuti alle terapie intensive e i parenti delle vittime decedute con modalità così traumatiche (separazione totale e assenza di riti funebri). Per questi gruppi di persone i dati disponibili già nelle precedenti epidemie sono allarmanti e significative.

Come sopperire al supporto terapeutico degli amici, della famiglia…per chi si trova da solo? Come dare speranza a chi non ne ha?
- Prof. Tonino Cantelmi: Molti osservatori sottolineano l'incremento della loneliness in generale: cioè una maggiore sensazione di "solitudine percepita". La loneliness è un fattore significativo di rischio per la salute mentale e riguarda la popolazione in generale, non solo chi è solo concretamente. Queste riflessioni ci inducono a pensare che la vera ripartenza è nella ricostruzione della relazione interpersonale. Dopo le macerie sanitari e quelle economiche, ci accorgeremo che ci sono le macerie emotive. Ma oltre le cure, e dopo la sbornia tecnologica, in realtà sarà necessario ripartire dalla ricostruzione delle relazioni interpersonali.

Ci può indicare degli stratagemmi di "sopravvivenza", per affrontare serenamente la "ripresa delle attività", anche se tra mille paure?
- Prof. Tonino Cantelmi: Il principale fattore è la speranza. Non ho mai condiviso la retorica dello "andrà tutto bene". Stucchevole, E' andato male, malissimo. Basterebbe il dato delle vittime. La speranza non è ottimismo. La speranza è la convinzione che comunque vada, tutto ha un senso. Occorre dare parole di senso e non stucchevoli slogan.

Quanto la fede, in momenti di depressione, può aiutare a sentirci uniti e amati?
- Prof. Tonino Cantelmi: Innumerevoli studi evidenziano che il coping spirituale è uno dei coping più funzionali nelle avversità, nelle malattie e nelle situazioni catastrofiche. E infatti prodotti digitali a contenuto spirituale hanno spopolato: dalla messa del Papa (seguita da milioni di persone), ai file audio e video che hanno inondato chat, siti e app. In rete abbiamo assistito a 2 fenomeni solo apparentemente contrapposti: l'incremento di prodotti digitali a valenza spirituale e l'altrettanto straordinario incremento di chat erotiche e di contenuti digitali sessuali. In ogni caso c'è la ricerca di un contrasto alla morte.

- Viktor Frankl invitava a trasformare il dolore in "elevazione". Come possiamo trasformare la sofferenza in un elemento di crescita?
- Prof. Tonino Cantelmi: Anche qui vorrei dire che ho trovato stucchevole la retorica del "ne usciremo fuori migliorati". No, ha un prezzo troppo alto. Trasformare il dolore in elevazione significa dare risposte agli eventi dolorosi dense di significato e senso. E questo richiede percorsi, impegno e voglia di capire. Per alcuni sarà così.

(Fonte: https://it.aleteia.org/)
(Nota: Tonino Cantelmi è diacono permanete della diocesi di Roma e Vicepresidente dell'Associazione "Comunità del Diaconato in Italia")


domenica 3 maggio 2020

Diacono, ministro della soglia


Nella domenica del Buon Pastore, dove nel vangelo propostoci dalla liturgia Gesù si definisce la "porta delle pecore", e proprio in questo momento in cui le porte delle nostre case sono chiuse, ma nella speranza che le porte del nostro cuore siano rimaste aperte per accogliere tanto disagio e tanta sofferenza, ricevo un breve pensiero "vocale" dall'amico diacono Giorgio, che trascrivo di seguito, e che mi ha messo in cuore con intensità nuova la bellezza, l'importanza e la responsabilità del nostro ministero.


Cari confratelli, care spose.
Uso un "vocale" e non lo scritto, perché lo scritto non mi basta in questo caso a dire l'emozione che mi provoca il vangelo di questa domenica. Sentire Cristo che si definisce la "porta delle pecore" e pensare a una delle più belle definizioni del nostro ministero diaconale, "ministero della soglia", beh, mi commuove perché sento tutta l'indegnità, ma anche tutta la grazia di essere chiamato a servire la "Soglia" che è lo stesso Cristo.
È una percezione che forse avrei dovuto scoprire da tempo e a voi suonerà come una cosa risaputa perché l'avete scoperta prima di me, ma avendo avuto questa chiarezza nel vedere questo dono, rileggendo ancora una volta questo brano del vangelo, beh, ho provato veramente commozione e gratitudine, pur nella mia indegnità, di essere chiamato a essere ministro della soglia per Colui che è la Porta delle pecore che conduce al pascolo e alla salvezza.
Scusatemi, ma mi urgeva nel cuore condividere questo.
Buona domenica!

(Immagine: La porta delle pecore, mosaico di Marko Ivan Rupnik)

sabato 2 maggio 2020

Il dono della "vita in abbondanza"


4a domenica di Pasqua (A)
Atti 2,14a. 36-41 • Salmo 22 • 1 Pietro 2,20b-25 • Giovanni 10,1-10
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Gesù si presenta in contrapposizione a coloro che non sono pastori, ma "ladri e briganti". Più direttamente, Gesù si richiama alla situazione che sta vivendo: egli è la "luce del mondo", lo ha mostrato guarendo un uomo cieco dalla nascita, e rivolge le sue parole a coloro che hanno scacciato il cieco guarito dalla sinagoga.
Nell'A.T. le "pecore" indicano spesso i membri del popolo di Israele. Il termine recinto, poi, indica quasi sempre il vestibolo davanti alla Tenda nel deserto o davanti al Tempio; rappresenta quindi simbolicamente il giudaismo.
Il pastore legittimo delle pecore, colui che entra per la porta, è Gesù, nuovo Pastore di Israele, che si è presentato al Tempio di Gerusalemme per rivelarsi ai Giudei. Tutte le pecore del recinto hanno potuto conoscere la sua dottrina, ma solo alcune di esse sono le sue pecore. Egli le conduce fuori, come Dio aveva fatto uscire il suo popolo dall'Egitto: costituisce così un nuovo popolo, la Chiesa.
I rapporti tra il Pastore e le pecore sono descritti nei termini cammina innanzi a loro e le pecore lo seguono: Egli le guida ed esse vivono con Lui, condividendo il suo progetto.

Io sono la porta delle pecore
Una volta uscite dal recinto del giudaismo (cfr. il riferimento al ceco nato espulso dalla sinagoga), le pecore passano attraverso la porta che è Gesù, per accedere alla salvezza e alla vita: «Se uno entra attraverso di me sarà salvo». La porta, però, non è soltanto un luogo di passaggio, ma appartiene già al recinto stesso. Nell'A.T. la "porta" della città o del Tempio indica spesso l'insieme della città o il Tempio stesso. Riferita a Gesù, l'immagine della porta non significa soltanto che occorre passare attraverso di Lui, ma che i beni della vita e della salvezza si trovano in Gesù. Egli non è soltanto la porta, la via di accesso, ma il nuovo recinto, il nuovo Tempio (cfr. «Io sono la risurrezione e la vita»).

Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza
La vita vuole diffondersi e comunicarsi: la vita, che dal Padre trabocca nel Figlio, è partecipata da Gesù a coloro che gli appartengono. Nel brano successivo Gesù si presenterà come il Pastore "bello" e mostrerà che il dono della vita scaturisce dal dono che Egli fa della propria vita per amore.
Gesù è l'unico Pastore, l'unica porta, l'unico che dà la vita piena, l'unico che ci ama. L'iniziativa parte da Lui: «Chiama le sue pecore una per una».
«Non pensate mai di essere ai suoi occhi degli sconosciuti - ha detto Giovanni Paolo II alla Giornata Mondiale della Gioventù 2000) -, come numeri di una folla anonima. Ognuno di voi è prezioso per Gesù, è conosciuto personalmente, è amato teneramente, anche quando non se ne rende conto».

Le sue pecore ascoltano... conoscono la sua voce
Sono felici di appartenergli, hanno un'intesa profonda con Lui. Lo seguono: il verbo esprime la relazione del discepolo col proprio maestro, significa dialogo con Lui, prontezza a vivere la sua parola, testimonianza gioiosa e coraggiosa, disponibilità a soffrire per Lui e con Lui.
«Eravate erranti come pecore - ci ricorda san Pietro -, ma ora siete tornati al Pastore e guardiano delle vostre anime» (1Pt 2,25 - II lettura).

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Chiama le sue pecore, ciascuna per nome (Gv 10,3)
(vai al testo…)

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Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata
Io sono la porta delle pecore (Gv 10,7) - (07/05/2017)
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Chiama le sue pecore, ciascuna per nome (Gv 10,3) - (11/05/2014)
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Chiama le sue pecore, ciascuna per nome (Gv 10,3) - (15/05/2011)
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Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
  Chiamati per nome ad una pienezza di vita (05/05/2017)
  Gesù, l'unico Pastore (09/05/2014)

Vedi anche:
  Gesù, il Diacono Pastore (13/05/2014)

Commenti alla Parola:
  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 5.2020)
  di Cettina Militello (VP 4.2017)
  di Gianni Cavagnoli (VP 4.2014)
  di Marinella Perroni (VP 4.2011)
  di Enzo Bianchi
  di Lectio divina: Abbazia Santa Maria di Pulsano

(Immagine: Ascoltano la mia voce, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, aprile 2014)

venerdì 1 maggio 2020

La Parola che purifica il nostro cuore


Parola di Vita - Maggio 2020
(Clicca qui per il Video del Commento   -   oppure...)

«Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunciato» (Gv 15,3).

Dopo l'ultima cena con gli apostoli, Gesù esce dal Cenacolo e si incammina verso il Monte degli Ulivi. Con lui ci sono gli Undici: Giuda Iscariota se ne è già andato, e presto lo tradirà. È un momento drammatico e solenne. Gesù pronuncia un lungo discorso di addio, vuole dire cose importanti ai suoi, consegnare parole da non dimenticare.
I suoi apostoli sono ebrei, che conoscono le Scritture, e ad essi ricorda un'immagine molto familiare: la pianta della vite, che nei testi sacri rappresenta il popolo ebraico, oggetto delle cure di Dio, che ne è l'agricoltore attento ed esperto. Adesso è Gesù stesso [1] che parla di sé, come della vite che trasmette la linfa vitale dell'amore del Padre ai suoi discepoli. Essi dunque devono preoccuparsi soprattutto di restare uniti a lui.

«Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunciato».

Una strada per restare uniti a Gesù è l'accoglienza della sua Parola. Essa permette a Dio di entrare nel nostro cuore per renderlo "puro", cioè ripulito dall'egoismo, adatto a portare frutti abbondanti e di qualità.
Il Padre ci ama e sa meglio di noi cosa ci rende leggeri, liberi di camminare senza il peso inutile dei nostri attaccamenti, dei giudizi negativi, della ricerca affannosa del nostro tornaconto, dell'illusione di tenere tutto e tutti sotto controllo. Nel nostro cuore ci sono anche aspirazioni e progetti positivi, che però potrebbero prendere il posto di Dio stesso e farci perdere lo slancio generoso della vita evangelica. Per questo Egli interviene nella nostra vita attraverso le circostanze, permettendo anche esperienze dolorose, dietro le quali c'è sempre il suo sguardo di amore.
E il frutto saporito che il Vangelo promette a chi si lascia sfrondare dall'amore di Dio è la pienezza della gioia [2]. Una gioia speciale che fiorisce anche in mezzo alle lacrime e trabocca dal cuore, inondando il terreno circostante. È un piccolo anticipo di resurrezione.

«Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunciato».

La Parola vissuta ci fa uscire da noi stessi per incontrare con amore i fratelli, cominciando da quelli più vicini: nelle nostre città, in famiglia, in ogni ambiente di vita. È un'amicizia che si fa rete di rapporti positivi, puntando alla realizzazione del comandamento dell'amore reciproco, che costruisce la fraternità.
Chiara Lubich, meditando questa frase del Vangelo di Giovanni, ha scritto: «Come vivere, allora, onde meritare anche noi l'elogio di Gesù? Mettendo in pratica ogni Parola di Dio, nutrendocene attimo per attimo, facendo della nostra esistenza un'opera di continua rievangelizzazione. Questo per arrivare ad avere gli stessi pensieri e sentimenti di Gesù, per riviverlo nel mondo, per mostrare ad una società, spesso invischiata nel male e nel peccato, la divina purezza, la trasparenza che dona il Vangelo. Durante questo mese, poi, se è possibile (e cioè se anche altri condividono le nostre intenzioni), vediamo di mettere in pratica in modo particolare quella parola che esprime il comandamento dell'amore reciproco. Per l'evangelista Giovanni, […] infatti, c'è un legame tra la Parola di Cristo e il comandamento nuovo. Secondo lui, è nell'amore reciproco che si vive la parola con i suoi effetti di purificazione, di santità, di impeccabilità, di frutto, di vicinanza con Dio. L'individuo isolato è incapace di resistere a lungo alle sollecitazioni del mondo, mentre nell'amore vicendevole trova l'ambiente sano, capace di proteggere la sua esistenza cristiana autentica» [3].

Letizia Magri

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[1] Cf. Gv 15,1-2.
[2] Cf. Gv 15, 11.
[3] C. Lubich, Parola di Vita maggio 1982, in eadem, Parole di Vita, a cura di Fabio Ciardi (Opere di Chiara Lubich 5, Città Nuova, Roma, 2017) p. 237.


Fonte: Città Nuova n. 4/Aprile 2020
(Immagine: Io sono la vera vite, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, settembre 2011)