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giovedì 21 giugno 2018

La grazia del perdono


21 giugno – San Luigi Gonzaga

Nella memoria di San Luigi Gonzaga (di cui porto il nome), il vangelo proposto dalla liturgia (giovedì dell'11a settimana del T.O., a.p. - cf. Mt 6,7-15) ci invita a pregare secondo il cuore di Dio, a «non sprecare parole come i pagani», ad affidarci completamente al Padre che «sa di quali cose abbiamo bisogno prima ancora che gliele chiediamo». E Gesù ci dà la "sua" preghiera, il Padre nostro.
C'è un particolare di questa preghiera, la sua conclusione, che mi porto nel cuore quest'oggi: «Rimetti a noi i nostri debiti…» e «Se voi perdonerete… anche il Padre vostro perdonerà…».
Per poter amare veramente il prossimo che il Signore ci mette accanto da servire, occorre avere il cuore sgombro da ogni "impurità". Il perdono che ci viene chiesto, che è la nostra parte nell'accostarci all'altro e stabilire con lui un vero rapporto di fraternità e comunione, ci prepara alla grazia del Padre: il suo perdono. Ché solo Dio perdona i peccati!
Guardo a San Luigi, che ha saputo offrire la sua giovane vita al Signore che aveva scelto come suo unico tutto nel servizio dei poveri e degli ammalati, ed mi affido alla sua intercessione per poter ricevere anch'io quella "purezza" di cuore che mi fa vedere in ogni prossimo un volto di Gesù, un fratello che desidera essere accolto con quella grazia del perdono che il Padre ci fa sperimentare.


Altri post "San Luigi Gonzaga"…


venerdì 15 giugno 2018

L'attesa sapiente dei tempi di Dio


11a domenica del Tempo Ordinario (B)
Ezechiele 17,22-24 • Salmo 91 • 2Corinzi 5,6-10 • Marco 4,26-34
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Le due brevi parabole del vangelo di questa domenica (cf. Mc 4,26-34), del seme e del granellino di senape, ci aiutano a comprendere come e che cosa cercare affinché la nostra fede non subisca un terribile depistaggio. La parabola del seme che cresce da sé, illumina la questione del "come" cercare. Il Regno può vivere un tempo di totale discontinuità, assenza, silenzio e morte apparente. La risurrezione di Gesù mostra tutto ciò in modo evidente. C'è stato un tempo in cui l'avventura del Figlio di Dio pareva terminata per sempre. Ma nei tre giorni della sepoltura, il seme caduto nel grembo della terra maturava fino alla vita nuova che la morte non può più distruggere. Il seme che cresce da sé mortifica il nostro protagonismo e anche la pretesa di tenere sempre tutto sotto controllo. Quando la vicenda della fede nostra o altrui appare ferma o sepolta, ciò non significa che sia morta. Assomigliamo troppo spesso a contadini inesperti che confondono crescita silenziosa e nascosta con mortale sparizione e, guardando il suolo privo di fili d'erba, concludono che occorre seminare di nuovo. Non siamo noi a dettare i tempi né per l'erba, né per la spiga, né per il grano dentro la spiga («Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno della spiga», Mc 4,28). Ci sarà un momento in cui l'attesa si tramuterà in un «subito» (cf. Mc 4,29). Noi dovremmo esserci in quel momento.

La seconda parabola ci istruisce sull'oggetto del nostro cercare. La fede, non abbisogna di grandi bisacce per trasportare i tesori di Dio. Il piccolo chicco di senape è qualcosa che difficilmente attira l'attenzione. Così il, Regno, infatti, è, al suo principio una realtà molto piccola, seminata, dunque apparentemente destinata, come nella parabola precedente, a sparire nel nulla.

Il contrasto suggerito dal testo evangelico a tutto ciò che è mediatico nella nostra pastorale e anche alla spasmodica attenzione ai numeri, così tipica di una Chiesa che è sempre dietro a contarsi, è palese. Noi, di fatto, tendiamo ora, da un grande albero che ospitava molti uccelli, a regredire a cespuglio, poi a semplice filo d'erba. Ma forse in questo non essere più grandi e tornare a essere piccoli, cioè seme nel mondo, sta la grazia dell'attuale momento. Anche perché ci dobbiamo chiedere se il grande albero della Chiesa, primizia del Regno, non certo sua pienezza, è sempre stato così ospitale verso tutti gli uccelli del cielo (cf. Mc 4, 32). Non abbiamo sempre coniugato grandezza, efficienza e accoglienza. Troppi uccelli non hanno trovato posto fra i nostri rami, costretti a volare altrove non certo dalle pretese del nostro radicalismo evangelico, ma da altri dettami imposti dalla nostra cecità. Ben venga allora il tempo della potatura. Il nuovo, sia che dormiamo sia che vegliamo e ci affanniamo, già cresce nel grembo della storia. È nelle mani di Dio. Questo ci facci lavorare e dormire tranquilli.

(da Claudio Arletti, «Ai suoi discepoli spiegava ogni cosa», EDB. Commento ai Vangeli festivi dell'anno B)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Il regno di Dio è come un granello di senape (Mc 4,31)
(vai al testo…)

PDF formato A4, stampa f/r per A5:


Parola-sintesi proposta a suo tempo pubblicata:
 Come un uomo che getta il seme sul terreno (Mc 4,26) - (14/06/2015)
(vai al testo…)
 La parola di Dio è come un seme ( Canto al Vangelo) - (17/06/2012)
(vai al testo…)

Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
  Dio all'opera nel silenzio e con piccole cose (13/06/2015)
  Il piccolo seme (15/06/2012)

Commenti alla Parola:
  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 6.2018)
  di Luigi Vari (VP 5.2015)
  di Marinella Perroni (VP 5.2012)
  di Enzo Bianchi
  di Lectio divina: Abbazia Santa Maria di Pulsano
  di Letture Patristiche della Domenica

(Illustrazione di Bernadette-Lopez, "Il Seme, il Regno di Dio")

mercoledì 13 giugno 2018

La vera essenza del perdono


Articolo di Enzo Bianchi, tratto da www.monasterdibose.it

I cristiani che vogliono vivere quotidianamente e concretamente il Vangelo di Gesù sanno che una delle difficoltà più grandi che incontrano è la pratica del perdono. Gesù è stato molto chiaro al riguardo: "Amate i vostri nemici, perdonate a chi vi ha fatto del male, pregate per i vostri persecutori" (cf. Mc 11,25; Mt 5,44-45; Lc 6,27-28.35-37).

Il perdono richiesto da Gesù settanta volte sette (cf. Mt 18,22), cioè sempre rinnovato nei confronti di chi fa il male, è l'apice della legge dell'amore del prossimo, e dobbiamo essere grati agli ebrei i quali, fondandosi sulle Scritture dell'Antico Testamento, giudicano questo perdono a volte impossibile per noi uomini e donne, impossibile come l'amore verso il nemico. Oggi assistiamo addirittura a una mancanza di rispetto e di pudore, quando soprattutto i giornalisti chiedono alle vittime se perdonano quanti hanno fatto loro del male. Come se il perdono coincidesse con una dichiarazione verbale fatta pubblicamente e carpita come una confessione di bontà o una risposta dura, in entrambi i casi a favore di telecamera…

Mi pare però che i cristiani non sempre comprendano cosa sia il vero perdono umano, conforme alla richiesta di Gesù. Innanzitutto il perdono non può essere dimenticanza del male che ci è stato fatto, perché il male è male, va riconosciuto e giudicato come tale, quindi non va rimosso. Ma il perdono non significa neanche scusare chi ha compiuto il male: la scusa è richiesta quando il male è involontario; quando invece il male scaturisce da atti responsabili, da parole pronunciate da parte di chi è pienamente padrone della propria lingua, allora le scuse non valgono. Scusare significherebbe in questo caso fare del malfattore un irresponsabile, uno che ha compiuto il male senza saperlo. No, ci sono atti malvagi che sono inescusabili e non devono essere coperti con spiegazioni psicologiche o con parole che non riconoscono l'altro quale soggetto responsabile. Agendo in questo modo, si coprirebbe il male, lo si manipolerebbe, rendendo la vittima addirittura complice. Questa dunque non è la via del perdono, anche se appare come la via più facile e breve. Vladimir Jankélévitch ha scritto pagine penetranti e convincenti sull' "imperdonabile", che sono essenziali per comprendere la grazia e il perdono a caro prezzo.

Il perdono deve invece sempre affermare la verità e non deve arrestarsi in una regione nebbiosa in cui non si discerne ciò che è male. Proprio per questo il perdono abbisogna di un lungo cammino e di molto tempo. Ci vogliono mesi e anche anni affinché il perdono diventi un atto veramente umano e dunque cristiano. Se qualcuno mi fa del male che mi ferisce profondamente, prima di dirgli: "Ti perdono", devo imparare a non rispondere con il male, a non volere una rivalsa o una vendetta. A volte per disarmarsi è necessaria una distanza, uno stare lontano da chi è armato; a volte occorre un lungo silenzio, perché si è troppo fragili per rispondere; a volte occorre confessare a se stessi che per ora, non per sempre, è impossibile perdonare. Non si dimentichi che nella tradizione cristiana, anche nel matrimonio e ancor più nel contesto familiare allargato o nell'amicizia, prendere le distanze e separarsi è augurabile al fine di non entrare in spirali infernali. Una persona ha sempre il diritto e anche il dovere di difendersi non con la violenza, non rispondendo con le armi della lingua, ma con il silenzio e la distanza, lasciando che il tempo operi ciò che nell'immediato resta impossibile.

Perdonare sempre e subito può anche essere una tentazione di orgoglio e di protagonismo spirituale: sono talmente buono che perdono! Non si dimentichi che Gesù in croce, rivolto ai carnefici, non ha detto: "Io vi perdono", ma ha invocato Dio: "Padre, perdona loro!" (Lc 23,34). Con umiltà ha chiesto al Padre di perdonare, affidando a lui l'atto radicale del perdono di cui solo Dio può essere soggetto. Il perdono è faticoso, difficile, e quando avviene è un vero e proprio miracolo, un'azione dello Spirito di Dio, sigillo della misericordia.

(Immagine: Bosephotoarchiv)

venerdì 8 giugno 2018

Anche noi "consanguinei" di Gesù


10a domenica del Tempo Ordinario (B)
Genesi 3,9-15 • Salmo 129 • 2Cornzi 4,13-5,1 • Marco 3,20-35
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Il brano evangelico di questa domenica (cf Mc 3,20-35) ci presenta un episodio del ministero di Gesù che non mancherà di sorprenderci: i parenti di Gesù si recano a Cafarnao per prenderlo con sé e ricondurlo alla ragione («..i suoi uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: "È fuori di sé"». Possibile che la sua famiglia sia cieca fino a questo punto? Non si rendono conto che il messia non deve essere ostacolato nel suo cammino, che nessuno può impedirgli di compiere la sua missione?
Per capire il loro atteggiamento, bisogna ricordare che i primi trent'anni di Gesù erano trascorsi nell'oscura banalità di una vita simile a quella di tutti gli altri. Poi, all'improvviso, quest'uomo abbandona il suo villaggio e si mette a percorrere il paese avanzando pretese abnormi, come quella di correggere la Legge e le venerabili tradizioni del popolo eletto. Come accettare tutto questo? In effetti, lo zelo di Gesù per la casa di suo Padre appare eccessivo, quasi folle e la sua famiglia ha molti buoni motivi per essere preoccupata. Ma egli non cesserà di sconcertarli, fino alla suprema follia della croce. Solo Maria ed alcuni parenti si lasceranno trascinare fino al calvario. Quanta fatica per accettare quell'uomo e quanta ancora ne dovranno fare per comprenderlo!

Ben diversamente grave ed inquietante è il giudizio perentorio pronunciato dagli scribi. L'evangelista non ha dubbi: è una bestemmia contro lo Spirito santo, la cui gravità deriva dal fatto che non si tratta più semplicemente di un errore sulla persona di Gesù, ma di un rifiuto positivo e deliberato della grazia e della rivelazione. Chiamare satana il figlio di Dio significa collocarsi al di fuori della salvezza.
«È posseduto da uno spirito immondo»: questo è il peccato degli accusatori di Gesù, è questa la "bestemmia" non perdonabile. Tutti gli Ebrei sanno che gli spiriti impuri possono essere espulsi solo dallo Spirito della Santità divina. La bestemmia contro lo Spirito di Santità è quando si bestemmia Gesù Cristo, negando che Egli sia Dio, pieno del medesimo Spirito, e che le sue opere vengano dalla Potenza dello Spirito Santo.

«Giunsero intanto sua madre e i suoi fratelli». I parenti sanno dell'accusa che rivolgono a Gesù, di essere un «falso profeta», che porta fuori della Legge di Mose. Ora, la pena prevista per i falsi profeti è la morte: il falso profeta «deve morire» (Dt 18,20). Ma se i parenti riuscissero a far passare Gesù per pazzo e irresponsabile, allora gli eviterebbero quel pericolo.
I parenti di Gesù erano venuti per riprenderselo con il pretesto aperto che era «uscito fuori di sé», un pazzo. E portano anche la madre di lui, come persona più convincente. Stanno fuori della porta della casa di Pietro, per la folla che si ammassava, e inviano qualcuno per farlo uscire e portarlo via con loro: «Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano».
Gesù con l'occasione espone allora uno dei massimi insegnamenti del vangelo. Risponde alla chiamata con una domanda, che sembra quasi sprezzante, e non lo è affatto: «Chi è la madre mia e i fratelli miei?». Poi guarda i suoi ascoltatori intorno a Lui, e afferma: «Ecco la madre mia e i fratelli miei». Sono proprio quelli. Sono loro ma non semplicemente perché sono quelli, bensì solo per un titolo sovrano: «Chi avrà messo in opera la Volontà di Dio, questo è "di me" fratello e sorella e madre».
In forma semplice, ma abissalmente profonda, l'affermazione rimanda discretamente al fatto che anzitutto la Madre, Maria, ascolta e mette in pratica la divina Volontà. Lo narra Luca nell'annunciazione: «Ecco la schiava del Signore». Anche i "fratelli" di sangue, i cugini, che solo dopo ascolteranno la sua Parola che riconosceranno come proveniente da Dio, e la praticheranno. Tuttavia saranno come la Madre, uniti a Lui dalla carne nuova e dal sangue nuovo, quelli che nei secoli saranno i suoi fedeli ascoltatori, obbedendo a Lui nel mettere in pratica la sua Parola.

Anche a noi oggi si impone la scelta di come essere "consanguinei" di Gesù… Essendo forse un po' "pazzi" come Lui per seguirlo; non troppo "ragionevoli" se si vuole appartenere alla vera parentela di Gesù, quella che trova in lui la propria famiglia e la propria casa.

(spunti da Lectio: Abbazia Santa Maria di Pulsano)

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Chi fa la volontà di Dio, costui è per me fratello, sorella e madre (Mc 3,35)
(vai al testo…)

PDF formato A4, stampa f/r per A5:


Commenti alla Parola:
  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 6.2018)
  di Enzo Bianchi
  di Lectio divina: Abbazia Santa Maria di Pulsano
  di Letture Patristiche della Domenica

(Illustrazione di Bernadette-Lopez, "Veri parenti di Gesù")

giovedì 7 giugno 2018

Chiamati alla diaconia
 La vocazione al ministero diaconale





Il diaconato in Italia n° 209
(marzo/aprile 2018)

Chiamati alla diaconia
La vocazione al ministero diaconale

«La gioia del Vangelo che riempie la vita della comunità dei discepoli è una gioia missionaria» (EG 21)





ARTICOLI
Uscire dal guado? (Giuseppe Bellia)
Discernere la chiamata al diaconato (Giovanni Chifari)
Come rifigurare la diaconia oggi? (Giuseppe Bellia)
Un diaconato rinnovato completa la Chiesa (John Cryssavgis)
Grazia e vocazione al diaconato (Enzo Petrolino)
Il discernimento vocazionale (CEI)
Chiamati alla diaconia (Andrea spinelli)
Identità e missione del diacono (Beniamino Stella)
Una storia da rileggere (M. Benedetta dell'Unità)
Esperti in umanità (Papa Francesco)
Il terzo figlio (Luigi Vidoni)
Quando Dio chiama (Francesco Giglio)
Annunciatori della gioia del Vangelo (Gaetano Marino)
Involuzione del diaconato (G. B.)

TESTIMONIANZE
La diaconia di don Antonio Brigliadori - I (M. Ugolini)
La paternità diaconale di Gianni Ferraresi (G. Cintolo)

(Vai ai testi…)

sabato 2 giugno 2018

La "cena" di Gesù


SS. Corpo e Sangue di Cristo (B)
Esodo 24,3-8 • Salmo 115 • Ebrei 9,11-15 • Marco 14,12-16.22-26
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

«Gesù prese il pane…»
L'iniziativa di celebrare la Pasqua parte dai discepoli («Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?»). Sono loro che vogliono fare memoria della liberazione dall'Egitto. Non immaginano che cosa accadrà quella sera.
La seconda parte del brano evangelico, infatti, è il testo liturgico della primitiva comunità cristiana. Non ci sono allusioni alla cena pasquale ebraica. È la cena di Gesù.
Inconsueto è l'invito rivolto ai discepoli: «Prendete e mangiate: questo è il mio corpo» … «Prendete e bevete: questo è il mio sangue». Corpo e sangue nel senso semitico: questo sono io.
Il Maestro ha fatto di tutta la sua vita un dono. Ora coinvolge i discepoli nel condividere la sua scelta, divenendo una "persona sola" con lui.
Accostarsi all'Eucaristia non è un incontro devozionale con Gesù, ma nasce dalla scelta di essere corpo dato e sangue versato a servizio dei fratelli.

«Questo è il mio sangue dell'alleanza»
In ogni Eucaristia si rinnova e si realizza l'alleanza, il patto, l'impegno reciproco tra Gesù e noi.
Gli innamorati sentono il bisogno di dire "Ti amo", ma anche di sentirsi dire "Anch'io ti amo".
Nell'Eucaristia Gesù rinnova il suo "patto": "Sono pronto a donarvi la mia vita, vi voglio felici, vi comunico il mio modo di vivere". Da parte nostra possiamo dirgli: "Anche noi rinnoviamo il nostro dono, siamo pronti a fare ciò che a Te piace, vogliamo vivere e donarci come fai Tu".
Il minimo che possiamo fare è rinnovare questo patto nel "suo" giorno, la domenica, che significa "festa del Signore risorto".

«Dove vuoi che andiamo a preparare…?»
Gesù ha preparato con cura la Pasqua, mediante tutta la sua vita.
Non possiamo improvvisare il dono della vita. Desiderare di essere come Gesù, conoscere sempre di più la sua Parola (il Pane della Parola che in ogni celebrazione ci viene "spezzato"), cercare il bene degli altri con un cuore aperto a tutta l'umanità (il sangue versato per molti, per l'umanità): sono le strade per fare della vita intera un "servizio sacerdotale".

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Prendete, questo è il mio corpo (Mc 14,22)
(vai al testo…)

Parola-sintesi proposta a suo tempo pubblicata:
 Prendete: questo è il mio corpo (Mc 14,202) - (7/06/2015)
(vai al testo…)
 Prese il pane, lo spezzò e lo diede loro (Mc 14,22) - (10/06/2012)
(vai al testo…)
 Prendete, questo è il mio corpo (Mc 14,22) - (12/06/2009)
(vai al post "Trasformarci in Gesù")

Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
  È tutta l'umanità la «carne» di Dio (05/06/2015)
  Il dono più grande (08/06/2012)

Commenti alla Parola:
  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 6.2018)
  di Luigi Vari (VP 5.2015)
  di Marinella Perroni (VP 5.2012)
  di Claudio Arletti (VP 5.2009)
  di Enzo Bianchi

(Immagine: "Pane nelle mani" di Safet Zec, 2015)

venerdì 1 giugno 2018

Possedere in sé la pace per esserne "portatori"


Parola di vita – Giugno 2018
(Clicca qui per il Video del Commento)

«Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9).

Il Vangelo di Matteo apre il racconto della predicazione di Gesù con il sorprendente annuncio delle Beatitudini. In esse, Gesù proclama "beati", cioè pienamente felici e realizzati, tutti quelli che agli occhi del mondo sono considerati perdenti o sfortunati: gli umili, gli afflitti, i miti, chi ha fame e sete della giustizia, i puri di cuore, chi si adopera per la pace.
Ad essi Dio fa grandi promesse: saranno da Lui stesso saziati e consolati, saranno eredi della terra e del Suo regno. È dunque una vera rivoluzione culturale, che stravolge la nostra visione spesso chiusa e miope, per la quale queste categorie di persone sono una parte marginale ed insignificante nella lotta per il potere ed il successo.

«Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio».

La pace, nella visione biblica, è il frutto della salvezza che Dio opera, è quindi prima di tutto un Suo dono. È una caratteristica di Dio stesso, che ama l'umanità e tutta la creazione con cuore di Padre ed ha su tutti un progetto di concordia e armonia. Per questo, chi si prodiga per la pace dimostra una certa "somiglianza" con Lui, come un figlio.
Scrive Chiara Lubich: «Può essere portatore di pace chi la possiede in se stesso. Occorre essere portatore di pace anzitutto nel proprio comportamento di ogni istante, vivendo in accordo con Dio e la sua volontà. […] "…saranno chiamati figli di Dio". Ricevere un nome significa diventare ciò che il nome esprime. Paolo chiamava Dio "il Dio della pace" e salutando i cristiani diceva loro: "Il Dio della pace sia con tutti voi". Gli operatori di pace manifestano la loro parentela con Dio, agiscono da figli di Dio, testimoniano Dio che […] ha impresso nella società umana l'ordine, che ha come frutto la pace» [1].
Vivere in pace non è semplicemente assenza di conflitto; non è neanche il quieto vivere, con un certo compromesso sui valori per essere sempre e comunque accettati, anzi è uno stile di vita squisitamente evangelico, che richiede il coraggio di scelte controcorrente.
Essere "operatori di pace" è soprattutto creare occasioni di riconciliazione nella propria vita e in quella degli altri, a tutti i livelli: anzitutto con Dio e poi con chi ci sta vicino in famiglia, sul lavoro, a scuola, in parrocchia e nelle associazioni, nelle relazioni sociali ed internazionali. È quindi una forma di amore per il prossimo decisiva, una grande opera di misericordia che risana tutti i rapporti.
È quello che Jorge, un adolescente del Venezuela, ha deciso di fare nella sua scuola: «Un giorno, alla fine delle lezioni, mi sono accorto che i miei compagni stavano organizzandosi per una manifestazione di protesta, durante la quale erano intenzionati ad usare la violenza, incendiando macchine e gettando pietre. Ho subito pensato che quel comportamento non era in sintonia con il mio stile di vita. Ho proposto allora ai compagni di scrivere una lettera alla direzione della scuola: avremmo così potuto chiedere, in un'altra forma, le stesse cose che loro pensavano di ottenere con la violenza. Con alcuni di loro l'abbiamo stesa e consegnata al direttore».

«Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio».

In questo tempo appare particolarmente urgente promuovere il dialogo e l'incontro tra persone e gruppi, diversi di per sé per storia, tradizioni culturali, punti di vista, mostrando apprezzamento ed accoglienza per questa varietà e ricchezza.
Come ha detto recentemente papa Francesco: «La pace si costruisce nel coro delle differenze … E a partire da queste differenze s'impara dall'altro, come fratelli…. Uno è il nostro Padre, noi siamo fratelli. Amiamoci come fratelli. E se discutiamo tra noi, che sia come fratelli, che si riconciliano subito, che tornano sempre a essere fratelli» [2].
Potremo anche impegnarci a conoscere i germogli di pace e fraternità che già rendono le nostre città più aperte ed umane. Prendiamoci cura di essi e facciamoli crescere; contribuiremo così alla guarigione delle fratture e dei conflitti che le attraversano.

Letizia Magri

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[1] Cfr. C. Lubich, Diffondere pace, Città Nuova, 25, [1981], 2, pp. 42-43.
[2] Cfr. Saluto del S. Padre, Incontro con i leader religiosi del Myanmar, 28 novembre 2017.


Fonte: Città Nuova n. 5/Maggio 2018