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venuto per servire
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sabato 8 marzo 2008

Ho incontrato un povero

Alla porta della chiesa ci sono sempre due “stranieri”, un uomo ed una donna che si alternano nel chiedere l’elemosina, per cui incontro o l’uno o l’altra.
Le prime volte, soprattutto infastidito dalla loro insistenza, cercavo di “passare oltre”… poi sono “rientrato in me stesso” e mi sono detto: “Non hai sempre predicato agli altri che bisogna vedere Gesù nel prossimo che ti passa accanto? Ed ora tu cosa fai?...”. Mi sono sentito interiormente “impedito” dal ricevere l’Eucaristia.
… “Solo per quei pochi spiccioli che dai, chiudi il tuo cuore a Dio? Non pensi piuttosto allo spreco che sovente è sulla tua tavola? Dai a Dio-Togli a Dio!”.
Con cuore rinnovato un giorno (e così ogni volta che mi capita) ho cercato di guardare in faccia quegli “stranieri”, ho anche lasciato qualcosa in elemosina; soprattutto sono stato ad ascoltarli senza fretta, ad accogliere quello che mi volevano dire, della loro famiglia, dei figli…
Ora anche quando ci incontriamo per strada, ci salutiamo e ci parliamo. Ogni volta cerco di lasciare qualcosa (che è ben poca cosa!); ma a me rimane sempre la gioia d’aver amato, d’aver incontrato Gesù… perché quando Lo incontri il “cuore è pieno”! Passo così dall’esperienza di aver amato uno solo a quella di aver abbracciato i molti… perché il cuore mi si è dilatato.
È la quotidiana ginnastica del cuore, ché se per disgrazia ho la sventura di fermarmi un attimo, tutto si ferma e tutto diventa più complicato.
Diversamente, tutto è bello, anche se piccolo e precario, perché tutto è Lui: basta un Suo sguardo e mi ha donato tutto Se stesso.

venerdì 7 marzo 2008

Quaresima (5)

Termino queste riflessioni sulla Quaresima prendendo ancora spunto dal Messaggio di Benedetto XVI.

“Allenarci spiritualmente e riconoscere nei poveri Cristo stesso... L’apostolo Pietro allo storpio che chiedeva l’elemosina alla porta del tempio disse: “Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina” (At 3,6). Con l’elemosina regaliamo qualcosa di materiale, segno del dono più grande che possiamo offrire agli altri con l’annuncio e la testimonianza di Cristo, nel Cui nome c’è la vita vera. Questo periodo sia pertanto caratterizzato da uno sforzo personale e comunitario di adesione a Cristo per essere testimoni del suo amore”. Come Maria, Madre e Serva fedele del Signore.

Vedendo Gesù nel prossimo che incontro, in ogni prossimo che mi passa accanto, e amandolo concretamente, stabilisco un rapporto che va ben oltre il poco di materiale che gli offro o del calore umano che posso dare: è l’incontro di Gesù in me col Gesù che è nel mio prossimo; e sentiamo di appartenerci…
Questo vale più dell’argento e dell’oro!

giovedì 6 marzo 2008

Quaresima (4)

Dal Messaggio di Benedetto XVI.

“L’elemosina educa alla generosità dell’amore”. Eloquente e “significativo l’episodio evangelico della vedova” che dona a Dio “non tanto ciò che ha, ma quello che è. Tutta se stessa".
Gesù “si è fatto povero per arricchirci della sua povertà (cfr 2 Cor 8,9)”; ha dato tutto se stesso per noi. “Alla sua scuola possiamo imparare a fare della nostra vita un dono totale; imitandolo riusciamo a renderci disponibili, non tanto a dare qualcosa di ciò che possediamo, bensì noi stessi. L’intero Vangelo non si riassume forse nell’unico comandamento della carità? Pertanto l’elemosina diviene un mezzo per approfondire la nostra vocazione cristiana. Quando gratuitamente offre se stesso, il cristiano testimonia che non è la ricchezza materiale a dettare le leggi dell’esistenza, ma l’amore. Ciò che dà valore all’elemosina è dunque l’amore”.

Alle volte noi diaconi siamo sproporzionatamente preoccupati di quello che facciamo, o meglio di quello che ci fanno o ci lasciano fare. E siamo insoddisfatti! Molto spesso frustrati. Alcuni, per mancanza di “lavoro”, si chiudono in loro stessi in un continuo lamentarsi.
Mi ha salvaguardato da questa penosa situazione la certezza che non vale tanto quello che faccio, ma quello che sono. Non dare tanto del tempo, magari tolto alla famiglia, ma noi stessi! E in qualsiasi posto o situazione io venga a trovarmi cerco di “dare me stesso”: so chi sono (a quale grazia sono stato chiamato) e quindi agisco di conseguenza. Nello sforzo di ricominciare sempre daccapo, cerco di amare chi mi sta accanto nel momento presente, sapendo che posso “amare da Gesù”, “essendo Gesù”; sforzandomi di farmi prossimo con chi mi sta accanto, cercando di farmi “vuoto” davanti a lui, accogliendolo senza riserve dentro di me, mettendolo così a suo agio.
E senza accorgermi costato che la comunità che sono chiamato a servire si compone e impara che prima di tutto (ante omnia) è la carità reciproca che dobbiamo coltivare e far crescere.

mercoledì 5 marzo 2008

Quaresima (3)


«C’è più gioia nel dare che nel ricevere (cfr At 20,35). Quando agiamo con amore esprimiamo la verità del nostro essere: siamo stati infatti creati non per noi stessi, ma per Dio e per i fratelli (cfr 2 Cor 5,15). Ogni volta che per amore di Dio condividiamo i nostri beni con il prossimo bisognoso, sperimentiamo che la pienezza di vita viene dall’amore e tutto ci ritorna come benedizione in forma di pace, di interiore soddisfazione e di gioia».

Occorre però “trascendere la dimensione puramente materiale” della carità!
La carità, se è vero amore che ha in Dio la sua ragion d’essere, ci dona i frutti dello Spirito (la pace, la gioia…). Non solo: “Copre una moltitudine di peccati” (cfr 1 Pt 4,8).
La carità così è via che ci porta all’unione con Dio. Mi convinco sempre di più che la strada primaria di chi è chiamato ad una spiritualità più comunitaria che individuale, per arrivare all’unione con Dio, passa per il fratello: è costitutivo di una spiritualità di comunione l’amore al prossimo per giungere a Dio. La nostra strada è l’uomo, direbbe Giovanni Paolo II!
Questo vale per noi, immersi nel mondo, che siamo a contatto tutto il giorno con persone diverse, in ufficio, a casa, in chiesa, nei vari gruppi… Non è raro che alla sera, dopo aver cercato di amare in modo soprannaturale ogni prossimo che mi è passato accanto, quando mi raccolgo nella preghiera, sgorga spontanea una unione profonda con Dio: e posso conversare con Lui facilmente, affidarGli tutto, affidandomi completamente a Lui… e sono pronto, per una grazia che viene dall’alto, a ripresentare la Sua e mia presenza in mezzo agli uomini.

martedì 4 marzo 2008

Quaresima (2)

Continuo col Messaggio di Benedetto XVI.

«L’elemosina deve essere nascosta, “resti segreta” (cfr Mt 6,3-4). Non ci si deve vantare delle proprie buone azioni, per non rischiare di essere privati della ricompensa celeste (cfr Mt 6,1-2). …”vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,16). Tutto deve essere compiuto a gloria di Dio e non nostra; (…) evitando che ogni gesto di aiuto al prossimo si trasformi in un mezzo per porre in evidenza noi stessi. Se nel compiere una buona azione non abbiamo come fine la gloria di Dio e il vero bene dei fratelli, ma miriamo piuttosto ad un ritorno di interesse personale o semplicemente di plauso, ci poniamo fuori dell’ottica evangelica.
L’elemosina, espressione concreta della carità, esige l’interiore conversione all’amore di Dio e dei fratelli, ad imitazione di Gesù Cristo. A ben poco serve donare i propri beni agli altri, se per questo il cuore si gonfia di vanagloria».

La “gratuità” quale caratteristica peculiare di ogni diaconia, ad imitazione di Gesù, che “non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la vita”.
Ciò che dono non è più mio, non mi appartiene più; me ne sono privato…
L’amore è disinteressato… nemmeno l’amare per essere riamato: non è amore puro!
Gesù si è “svuotato”… e il Padre lo ha “risuscitato”!

Amare “nel segreto” significa per me far trasparire solo quello che viene da Dio, amare in modo soprannaturale, vedere Gesù nel prossimo (che è poi mio fratello!!!); in altre parole: essere Gesù, far da Gesù. Gesù nel mistero del suo abbandono è il “nulla d’amore” che si dona, affinché noi “siamo”!

lunedì 3 marzo 2008

Quaresima (1)


Durante questa Quaresima ho cercato di confrontarmi con il Messaggio di Benedetto XVI, “Cristo si è fatto povero per voi” (2 Cor 8,9), traendone luce e cercando di applicarlo alla mia vita.
Riporto alcuni passi…

«La Quaresima ci stimola a riscoprire la misericordia di Dio perché diventiamo, a nostra volta, più misericordiosi verso i fratelli».

È un abisso l’amore di Dio per noi, per me! Posso testimoniare in sincerità che la mia vita non è stata altro che un progressivo svelarsi ed una presa di coscienza sempre maggiore di questo Amore… per me. Come se esistessi solo io! La cosa più sconvolgente è che Dio mi ha preso così come sono e mi ha introdotto nei suoi segreti, svelandomi, per quel poco che sono capace di accogliere, il “segreto” del suo Amore: il Suo “Abbandono” consumato per noi.
Solo pensando a come Dio mi ama, riesco ad amare il mio prossimo, a credere che come Dio ha sostenuto me, così Lui “esprimerà” Se stesso nell’altro. In ultima analisi, amare il mio prossimo è riconoscere in me l’Amore di Dio operante.

«L’elemosina rappresenta un modo concreto di venire in aiuto a chi è nel bisogno, un esercizio ascetico per liberarsi dall’attaccamento ai beni terreni. (…) Ci educa a venire incontro alle necessità del prossimo e a condividere con gli altri quanto per bontà divina possediamo… Non siamo proprietari bensì amministratori… I beni non vanno considerati come esclusiva proprietà, ma come mezzi attraverso i quali il Signore chiama ciascuno di noi a farsi tramite della sua provvidenza verso il prossimo. (…) È chiaro il monito di Gesù verso chi possiede e utilizza solo per sé le ricchezze terrene...
“Se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il proprio fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio?” (1 Gv 3,17)».

Ci sono alcune frasi che espressamente mi richiamano il mio “dover essere”, come cristiano e come diacono: il distacco dai beni non fine a se stesso, ma per la carità; la povertà non per se stessa, ma per la condivisione, per la comunione. Non tanto privarmi dei beni, quanto metterli in comune.
La condivisione dei beni, sia materiale che spirituale, fa essere “comunità”, la sostiene, la sviluppa, la fa nascere.
La povertà per l’unità! …perché se la carità non porta all’unità, è “cembalo risonante”.

domenica 2 marzo 2008

Ritiro


Giornata di ritiro della comunità del diaconato della diocesi di Velletri-Segni (Roma) a S. Maria dell’Acero (Velletri).
Da qualche anno partecipo alla vita della comunità dei diaconi di Velletri, diocesi dei Castelli Romani, limitrofa (pochi chilometri) a quella dove risiedo, dato che in questa non c’è una comunità del diaconato; e desideravamo, Chiara ed io, incontraci con altri diaconi e partecipare, per quanto ci era possibile, alla loro vita.
Devo dire con sincerità e gratitudine che fin dall’inizio l’accoglienza è sempre stata calorosa: ci siamo subito sentiti a casa nostra, presi dentro da loro e fatti partecipi della loro vita. Quello che vorrei qui comunicare è la "gioia" che abbiamo sempre sperimentato nel trovarci assieme a quel gruppo di famiglie diaconali, non eccessivamente numeroso in verità (ci richiamava il più piccolo gruppo dei diaconi di Trieste), ma fatto di persone con le quali si instaura subito un rapporto fraterno.
Oggi ci siamo ritrovati per una giornata di ritiro. L’esperienza è sempre quella di una condivisione di vita che ti ritempra, ti fa puntare in Dio e ti riporta all’essenziale.
Il tema della giornata è ruotato attorno all’episodio di Atti 6, la scelta dei sette. E’ stato un andare alle origini, un respirare quella che è stata la vita della prima comunità, e di conseguenza chiederci quale deve essere ora il nostro respiro.
Veniva in risalto come i problemi (allora erano le mormorazioni per la distribuzione delle mense) esistono per “essere risolti”, non per arrenderci, non per lamentarci soltanto, non per spegnere la vita della comunità, ma per farla crescere: Quanta attualità! Quanta tentazione nel farci perdere di vista le priorità della vita, anche del ministero! Quanto urgente invece è guardare alle priorità della mia chiamata. E’ un andare al di là delle cose da fare, che spesso possono far perdere lo splendore della chiamata, la bellezza e la gioia di rispondere alla chiamata.
Gli Apostoli chiedono di “cercare” nella comunità le persone per una risposta al problema (“Cercate piuttosto in mezzo a voi”), non di cercare “fuori” o “scaricare” su altri il problema, sull’autorità per esempio. L’autorità (gli Apostoli) confermano la scelta della comunità.
Ci veniva in risalto il rapporto, molto attuale, che deve intercorrere tra la comunità e la gerarchia. C’è molta strada ancora da fare, ma risultava urgente una conversione comune, affinché la comunità sia veramente “soggetto” di evangelizzazione e non solamente “oggetto” delle cure pastorali.
Ci vuole un salto di qualità: urge nella nostra vita rivitalizzare “rapporti trinitari” a tutti i livelli; fare realmente l’esperienza di una Chiesa in cui le sue note coessenziali di carisma e istituzione la fanno essere più viva e vera, e la sua testimonianza più credibile.
Nella condivisione comune ci si chiedeva quale potevano essere le priorità del diacono, di una persona che tra l’altro lavora ed ha famiglia. Le risposte sono state varie, ma emergeva l’esigenza di rispondere primariamente, prima delle cose da fare, con un atteggiamento interiore di servizio, in cui saper equilibrare vita privata e vita di ministero. Importantissima è la “condivisione di vita” della moglie al ministero del marito, indipendentemente dal suo impegno concreto in parrocchia (che può anche non essere o essere relativo): la vera ricchezza viene dal rapporto di coppia e dalla vita familiare. Il diacono non è per risolvere i problemi pastorali di una comunità, ma piuttosto per essere segno di un atteggiamento interiore che ci fa crescere tutti nel servizio reciproco.