giovedì 30 settembre 2010

Possedere la pace


Una delle caratteristiche essenziali di colui che è mandato nel mondo ad annunciare il Regno di Dio è che sia un uomo di pace. In particolare per i diaconi, "chiamati ad essere uomini di comunione" (Ratio 67) è detto che "si proporranno come animatori di comunione, in particolare laddove si verificassero tensioni, promuovendo la pacificazione" (cf. Direttorio 71).
Quando Gesù manda i settantadue "davanti a sé" (cf Lc 10,1-12) ha in mente uomini così: inviati nel mondo come "agnelli in mezzo ai lupi", liberi, che non facciano affidamento sulla forza delle ricchezze o dei beni economici né sull'appoggio dei potenti.
Il cristiano, inviato da Gesù come uomo di pace, trasmette questo dono a coloro che incontra solamente se lui stesso possiede questa pace, se la sua via e la sua azione sono immerse nella pace che proviene dall'unione col Cristo che l'ha mandato.
Solo così anch'io posso "entrare" nella casa di altri, nella loro vita intima, e donare quella pace che mi viene da Dio e che Lui mi ha donato… e irradiarla senza paure.


mercoledì 29 settembre 2010

Aprirsi alla volontà di Dio


"Vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell'Uomo" (Gv 1,51).
Nella festa degli arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele la visione dei "cieli aperti" mi sollecita a quell'apertura del cuore che mi introduce alla contemplazione del Paradiso, ad aprirmi io stesso all'amore di Dio nella sua volontà.
Il brano del vangelo (Gv 1,47-51) a cui si rimanda è quello del colloquio di Gesù con Natanaele, che rimane stupefatto da come il Maestro lo conosca fin nel profondo.
Sapere che Gesù mi conosce nel mio intimo e farne concreta esperienza, apre il cuore ad un atto di fede in Lui, ad un consegnarmi a Lui in piena fiducia.
Ma sorprendentemente, a questo nostro atto di fede, Gesù ci risponde: "Vedrai cose più grandi!".
Capire che Gesù mi conosce è ancora troppo poco per Lui. È la festa in Paradiso, è il Paradiso stesso che Lui ci dà. È nell'atmosfera di Dio, insieme a tutti gli abitanti del Cielo, che vuole portarci. Questo è il frutto della Fede: "Vedrai cose più grandi di queste…", il Paradiso.




lunedì 27 settembre 2010

Con la semplicità dei bambini


Vivere con semplicità, con quella semplicità dei bambini di cui parla il vangelo (cf Lc 9,46-48): esempio di vero servizio evangelico, per tutti, ma in particolare per chi è chiamato ad un servizio specifico, come il sacerdote o il diacono:
«Nacque una discussione tra i discepoli, chi di loro fosse più grande. Allora Gesù, conoscendo il pensiero del loro cuore, prese un bambino, se lo mise vicino e disse loro: "Chi accoglierà questo bambino nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Chi infatti è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande"».
Come i bambini… che come tali hanno un rapporto vero con il Padre e di conseguenza con tutti.
È la semplicità di chi ama, di chi si pone in un atteggiamento continuo di amore con chiunque, di chi vede e ama Dio dappertutto e sempre, di chi si abbandona a Lui.

Ricordando oggi san Vincenzo de' Paoli, mi tornano alla mente le sue parole, quando parla dell'amore verso i poveri: «Il servizio dei poveri deve essere preferito a tutto. Non ci devono essere ritardi. Se nell'ora dell'orazione avete da portare una medicina o un soccorso a un povero, andatevi tranquillamente. Offrite a Dio la vostra azione, unendovi l'intenzione dell'orazione. Non dovete preoccuparvi e credere di aver mancato, se per il servizio dei poveri avete lasciato l'orazione. Non è lasciare Dio, quando si lascia Dio per Iddio, ossia un'opera di Dio per farne un'altra. Se lasciate l'orazione per assistere un povero, sappiate che far questo è servire Dio. La carità è superiore a tutte le regole, e tutto deve riferirsi ad essa. È una grande signora: bisogna fare ciò che comanda».
"Lasciare Dio per Dio…", tanto è lo stesso Gesù che amo, dentro di me nella preghiera o fuori di me nei fratelli.
È essere semplici, della semplicità di Dio.


sabato 25 settembre 2010

Se lo vuoi tu…


"Se lo vuoi tu, Gesù, lo voglio anch'io" era la frase che ricorreva spesso nei momenti di sofferenza di Chiara Luce Badano, che questo pomeriggio è stata proclamata beata nel suggestivo santuario del Divino Amore, alla periferia di Roma.
Cerimonia toccante… Esperienza travolgente e coinvolgente… fino alle lacrime: una commozione che era un inno di ringraziamento all'Amore di Dio.
I media ne hanno parlato a livello planetario…
Un pensiero mi torna in mente e sempre ricorrente in tutte le testimonianza e discorsi: Chiara era innamorata di Gesù e per questo non faceva altro che la Sua volontà. Una volontà che si esprimeva nelle circostanze dolorosissime, che la sua malattia comportava, e alla quale Chiara aderiva con tutta la gioia dei suoi diciotto anni e con la freschezza di un cuore innamorato, pur nella fragilità del suo fisico.
Mi risuona dentro questo "aderire" che sento vero soprattutto nei momenti di buio, di sofferenza, di sospensione. E mi auguro che l'entusiasmo per le opere belle che possono coinvolgermi non mi facciano perdere di vista che solo attraverso la "croce" posso giungere alla pienezza della vita.
Guardando a Chiara sento senza ombra di dubbio, al di là del mio non essere, che questo aderire è un essere compartecipe della persona e della vita di Gesù: è adesione a Lui, totale; come totale è il Suo amore per me.
Aderire alla volontà di Dio è essere uno con Lui.
L'anima non desidera altro.


venerdì 24 settembre 2010

Preferenza per gli ultimi

26 settembre 2010 – 26a domenica del Tempo Ordinario (C)

Parola da vivere

Il Signore dà il pane agli affamati (Sal 146,7)


Il salmo responsoriale di questa domenica è stato comparato da un celebre studioso tedesco dei Salmi, Gunkel, ad un "carillon di campane che incessantemente cantano la lode al Signore creatore, redentore, liberatore, re". Si tratta di un ritratto eseguito attraverso la successione delle sue azioni all'interno della creazione e della storia. Il primato è comunque riservato all'azione di amore e di giustizia che Dio compie nei confronti dei poveri e degli ultimi. Dio dedica tutta la sua tenerezza al mondo degli emarginati: gli oppressi, gli affamati, i prigionieri, i ciechi, i caduti, i giusti, lo straniero, l'orfano e la vedova. Anche Gesù nella sinagoga di Nazaret inaugurerà il suo ministero pubblico proclamando un testo di Isaia affine al salmo 146.
Noi siamo figli di questo Dio e come figli siamo invitati a imitarlo. Nella vita concreta di ogni giorno: aperti alla sua presenza, siamo chiamati a costruire fraternità e solidarietà. Papa Benedetto ci ricorda che noi cristiani siamo impegnati a "rendere divina perciò più degna dell'uomo la vita sulla terra... L'anelito del cristiano è che tutta la famiglia umana possa invocare Dio come Padre nostro!" (Caritas in veritate, 79). Per questo siamo fatti: per la fraternità universale che è attenzione all'altro, condivisione, solidarietà, ascolto, farsi uno, servizio. Che nessuno mai ci sia indifferente e ci sfiori invano.


Testimonianza di Parola vissuta


A volte è duro il lavoro in ospedale.
Oggi è Pasqua e sono di turno.
Ho appena dato la notizia ad un giovane marito della grave malattia della moglie; poi sono venuti il fratello, la madre…
Ho pianto insieme a loro, nell'inutilità delle parole.
A volte pesa questo fardello di dolore: malattie, solitudini, situazioni limite, vite che bruscamente si spengono. Uscendo, passo davanti alla cappella e penso al concentramento della sofferenza di tanti che sono passati e passano continuamente in questo luogo a gridare la loro angoscia, e l'ospedale mi è parso come la cattedrale del dolore.
Ogni dolore è quasi una spia luminosa ed intermittente che indica a tutti la precarietà della vita. Ma oggi è Pasqua, mi son detto, è la festa di uno che di dolori ne ha avuti tanti. E la grande gioia è che lui è risorto.


(R.S.)


(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, come proposto in parrocchia)
(vedi anche Commento alla Parola di Claudio Arletti)



lunedì 20 settembre 2010

Il frutto di un rapporto vero


"Mio cibo è fare la volontà del Padre…". Pensando a queste parole di Gesù od ad altre simili viene da chiedermi quanto distante da questo modello sia il mio, il nostro, "fare" la volontà di Dio.
Ho sperimentato che per "fare" veramente la volontà di Dio, non servono tante cose né farsi tanti problemi: occorre solamente avere un rapporto filiale, vero, profondo con Lui che ci è Padre. Allora tutto è fatto, tutto è più semplice, tutto è possibile.
Se non è così, corro il rischio di fare sì il mio dovere, di adempiere sì ai comandi di Dio, ma senza anima… Corro il rischio di rimanere con l'animo turbato, perché debbo eseguire la volontà di un altro, che magari mi rappresenta Dio, o di accettare situazioni particolari, anche dolorose, che le circostanze mi pongono e non avere la pace nell'anima.
Ma se la mia vita è un continuo "essere in Dio", con tutti i limiti umani, ed un continuo "colloquiare con Lui", magari servendo un prossimo o facendo il mio lavoro quotidiano, allora fare la Sua volontà è parte costitutiva di me, della mia persona, della mia dimensione umana… È il modo unico per realizzarmi veramente come persona.
Ogni paura irrazionale scompare e, pur nella sofferenza che certe situazioni comportano, riesco ad affidarmi a Colui che si fida sempre di me.


venerdì 17 settembre 2010

Il dio denaro

19 settembre 2010 – 25a domenica del Tempo Ordinario (C)

Parola da vivere

Nessuno può servire due padroni (Lc 16,13)


La Parola di questa domenica si concentra sul corretto uso della ricchezza, che tanto attrae le creature umane. La ricchezza, che spesso è fonte di disuguaglianze e di lotte, poiché crea una separazione tra ricchi e poveri, può diventare strumento di fraternità. L'annuncio infatti del regno di Dio, se viene accolto con fiducia, può sconvolgere anche l'ordine sociale. Il Vangelo di oggi infatti ci mette in guardia dicendoci del pericolo che la principale fonte di divisione tra gli uomini sia il denaro quando viene trasformato in "mammona", ossia una realtà nella quale si ripone tutta la propria fiducia. L'assolutizzazione del denaro, che lo trasforma in un fine, impedisce di utilizzarlo come mezzo per la solidarietà tra le persone e lo mette al posto di Dio. La vera furbizia è quella di chi sa che tutto ciò che c'è è dono di Dio ed è un mezzo per entrare in comunione con il Padre e con i fratelli.
Gesù ci mette in guardia dalla tentazione di tenere il piede in due scarpe: si sta male e non si può camminare. L'uomo è; sempre conteso tra due signorie. Ma esse sono incompatibili tra loro. Lo sappiamo per esperienza: diventiamo ciò dinanzi a cui stiamo: ne rispecchiamo l'immagine. Per questo siamo invitati a camminare davanti a Dio usando dei suoi beni a noi affidati per essere sempre più suoi figli e fratelli di tutti. I beni ci servono per vivere secondo il fine che è quello di amare il Padre amando i fratelli.


Testimonianza di Parola vissuta


Nei primi anni di matrimonio ero io ad occuparmi della gestione economica della famiglia. Se ci arrivavano segnalazioni che occorreva aiutare qualcuno, decidevo da sola se farlo e l'ammontare dell'aiuto, contando sul fatto che per mio marito sarebbe andato tutto bene. Walter veniva a sapere le cose se, dopo qualche tempo, riceveva ignaro dei ringraziamenti.
In seguito però abbiamo capito che affidare la contabilità della casa ad una persona sola non era giusto; abbiamo sentito l'esigenza di condividere fino in fondo anche questo aspetto e quindi di redigere un bilancio economico insieme. Sono stati momenti di profonda comunione, che ci ha fatto più famiglia. Ora ogni spesa cerchiamo di deciderla insieme. Così i nostri figli, ormai cresciuti, hanno visto che è venuta a crearsi un'attenzione particolare all'uso dei beni. Si è trovato anche il posto per la una solidarietà costante e non solo saltuaria.


(M.C., Svizzera)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, come proposto in parrocchia)
(vedi Commento alla Parola di Claudio Arletti)



martedì 14 settembre 2010

"Da questo sapranno…"


«Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). La testimonianza dell'amore ci caratterizza come cristiani e invece "quante volte ci lasciamo prendere da tante cose… magari belle…", scrive Chiara Lubich ne L'arte di amare.
Queste parole mi fanno ritornare alla mente una scena assai significativa a cui ho assistito.
Io e mia moglie stiamo per entrare al supermercato. Mentre salutiamo la persona che troviamo sempre alla porta a chiedere qualcosa e che ci risponde con il suo solito sorriso (ci conosciamo ormai…), due suore escono dal supermercato con il carrello stracolmo di viveri.
Il povero va loro incontro chiedendo l'elemosina. Ma, come era prevedibile, la più giovane delle suore, che spingeva a fatica il carrello, gli fa cenno che non hanno niente da dargli…
Amareggiato e sconcertato il povero ritorna sui suoi passi commentando tra sé: "Ma non sono cristiani?...".




lunedì 13 settembre 2010

"Obbedire" è essere!


Rientro da un breve periodo di ricovero ospedaliero. L'esperienza è sempre arricchente nonostante il luogo, la situazione, le incognite, le persone che si incontrano e con le quali convivi per un po'… e ringrazi l'amore di Dio per tutto.
Mi piacerebbe raccontare tante cose. Preferisco soffermarmi su una esperienza ed una considerazione che mi hanno fatto riflettere... Ho visto, vivendo assieme a persone che hanno bisogno di tutto, di assistenza, di conforto…, che in certi momenti della vita emerge il profondo del tuo essere e del tuo relazionarti con gli altri. Il tuo dipendere dagli altri, il tuo pretendere i servizi, l'attenzione, le cure, esprimono la maturazione della tua persona, della tua umanità più o meno realizzata.
Ho sempre creduto (ma non so se sempre l'ho realizzato) che la propria personalità si realizza nell'essere "per gli altri", nella vita espressa come dono, soprattutto nella quotidianità. È lì che sperimento la mia libertà, pur nell'inevitabile condizionamento della situazione particolare in cui mi vengo a trovare. Aver bisogno di tutto e non pretendere nulla, non comandare…
Solo se si fa l'esperienza di una "obbedienza" al fratello, che le circostanze mi pongono accanto, che non è formale, ma che è dettata unicamente da un rapporto vero, umano, evangelico, d'amore si direbbe, si sperimenta la vera libertà e si cresce in umanità.
Questo per tutti. Ma se una persona, che per professione ha il compito di comandare, ha una strada più faticosa da percorrere, e quando si è arrivati al fondo, le cose si complicano un po'.
Ho scritto poco tempo fa un pensiero su questa originale libertà. Credo proprio che in questo "saper obbedire" si manifesti la cosa più intelligente che una persona possa fare.


venerdì 10 settembre 2010

La gioia della rinascita

12 settembre 2010 – 24a domenica del Tempo Ordinario (C)

Parola da vivere

Vi sarà gioia in cielo per un solo peccatore
che si converte
(Lc 15,7)


La parola del Signore di questa domenica rivela il centro del vangelo: Dio come padre di tenerezza e di misericordia. Egli trasale di gioia quando ritrova la pecora smarrita o la moneta perduta. Egli è felice e invita tutti a gioire con Lui quando vede tornare a casa il figlio lontano. La gioia di Dio, nominata ripetutamente in questo racconto, lascia intravedere la sua angoscia e la sua tristezza di Padre quando uno dei suoi figli manca all'appuntamento.
E anche noi siamo invitati ad entrare in questa gioia. Perché questo avvenga Gesù ci chiama a convertirci a Colui che per primo si è convertito a noi nel suo amore. Convertirsi è volgere lo sguardo del proprio io a Dio, e vedere l'occhio di Colui che da sempre ci guarda con amore. Il nostro centro non è più il nostro io, ma Dio. Quel Dio che Gesù ci ha mostrato: un Dio che cerca chi è perduto, che riporta a casa chi gli ha voltato le spalle. Si sa che l'uomo è fragile e incline al male. Per questo Gesù rivela la passione di Dio per noi peccatori. Vuol farci sapere con quanta attenzione, con quanta cura e affetto Dio ci cerca e come gioisce una volta che ci ha ritrovato. E Lui, il pastore, è tutto contento quando ha trovato la pecora smarrita e condivide la gioia con gli amici. Anche la donna invita le amiche a partecipare alla sua gioia per aver ritrovato la moneta persa. Il Padre organizza una festa per il figlio ritrovato. E questa è una gioia contagiosa... perché dà a noi la possibilità di far contento Dio stesso quando ci lasciamo trovare, quando ritorniamo a Lui.



Testimonianza di Parola vissuta


Un sabato pomeriggio ero in turno al lavoro con due colleghe che non sopportavo. Forse anch'io quel pomeriggio ero già un po' più stanco e più pensieroso del solito.
Noi sappiamo che dove non c'è unità... c'è disunità e caos... Ebbene è stato un pomeriggio vissuto così.
In diverse occasioni ho fatto chiaramente capire alle colleghe, con gesti o parole, che non le sopportavo. Poi il pomeriggio prosegue. Si fa tutto quello che si deve fare. Quando manca mezz'ora al termine dei turno e abbiamo completato il grosso del lavoro, posso tirare un sospiro di sollievo. Ma dentro di me non c'è pace, non c'è gioia. "Perché?", mi chiedo più volte. Posso raccogliermi un minuto con Gesù. Avverto subito di "essere fuori nota". Sono chiamato a vivere per l'unità, mi ripeto; ed invece ho creato disunità con le colleghe. Mi rimetto in pista prendendole personalmente e chiedendo loro scusa...

(F.M.)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, come proposto in parrocchia)
(vedi Commento alla Parola di Claudio Arletti)



venerdì 3 settembre 2010

Scelta radicale

5 settembre 2010 – 23a domenica del Tempo Ordinario (C)

Parola da vivere

Chiunque non rinuncia a tutti i suoi averi,
non può essere mio discepolo
(Lc 14,33)



Dopo averci fatto riflettere e decidere sulla proposta evangelica del primo/ultimo, oggi la liturgia della Parola ci invita ad una scelta radicale per Gesù. La scelta di fede si fa concreta nell'aderire pienamente alla persona di Cristo: questa radicalità è espressa dal vangelo di oggi come invito alla rinuncia al mondo. Non è un invito a fuggire dal mondo, ma ad assumere ogni realtà umana per orientarla completamente a Cristo. La rinuncia che Gesù chiede è motivata dall'amore per Lui. E solo se è dettata dall'amore non indurisce verso gli altri. L'unica ricchezza del discepolo è la sua povertà. Ciò che deve avere è avere nulla. Questo ci rende simili a Lui, il servo di tutti. La povertà è il volto concreto dell'amore: chi ama dà tutto quello che ha. È la condizione per seguire Gesù.
Le esigenze proposte da Gesù a chi vuoi essere cristiano sono: staccarsi da ogni affetto e appoggio di chi ci è caro; amare ciò che è odioso al mondo per andare dietro a Gesù; valutare prudentemente per non restare a metà dell'impresa o venire sconfitto; trovare la propria forza nel perdere tutto. In fondo Dio ci propone di amarlo di un amore esclusivo, totalitario, che prende ogni fibra del nostro essere. Vuole che lo amiamo con tutto l'affetto del cuore, con l'adesione sincera e convinta alla sua parola, col mettere a servizio corpo ed energie, doti e fantasia che lui ci ha donato. Perché Lui sia l'unico amore, che pervade tutto e tutto trasforma.


Testimonianza di Parola vissuta


In questi ultimi tre anni abbiamo avuto problemi economici crescenti, dovuti alla recente recessione del nostro paese. Per me è stata una vera prova del fuoco. Vedevo diminuire il lavoro e le entrate diventare sempre più esigue. Cominciammo a chiamare i nostri clienti, a presentare nuovi progetti con preventivi convenienti, ma non arrivavano più ordini. Che fare? In casa abbiamo ridotto sempre più le spese, cercando di vivere con meno. Imparai ad addormentarmi nonostante i debiti, a stare più con i bambini perché non pesasse loro la situazione. Ripresi a pregare, a chiedere con fede aiuto al cielo. L'economia di Dio è diversa dalla nostra. Nel vangelo dice: "Date e vi sarà dato" e noi questo l'abbiamo verificato sulla nostra pelle ogni giorno, dalle cose più piccole fino alle cose grandi. Intanto facevamo tutto il possibile, raccogliere giornali, cartoni, lattine e bottiglie di vetro da vendere; i bambini andavano a vendere sacchetti di dolci e così via. Nel nostro quartiere molte persone bussano chiedendo qualcosa e a volte abbiamo dato l'unica cosa che rimaneva. Una volta mia moglie regalò un chilo di riso e la stessa sera abbiamo ricevuto 2 chili di lenticchie… Anche i bambini hanno ricevuto vestiti e giochi. Poi un giorno ci è arrivata un'auto, lasciata davanti alla porta della nostra casa da una vicina che ci ha detto: "Disponetene, ce la pagherete quando potrete". Così, in macchina, abbiamo potuto portare la nostra terza figlia, nata con la sindrome di Down, a fare le cure necessarie.

(M.T., Cile)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, come proposto in parrocchia)
(vedi Commento alla Parola di Claudio Arletti)