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domenica 17 marzo 2019

Formare i diaconi alla spiritualità e alla sinodalità





Il diaconato in Italia n° 213
(novembre/dicembre 2018)

Formare i diaconi alla spiritualità e alla sinodalità
«…non servono discorsi e prassi sociali e pastorali senza una spiritualità che trasformi il cuore» (EG 262)





ARTICOLI
Conversione e, quindi, sinodia (Giuseppe Bellia)
Percorso sinodale e riforma liturgica (Gislain Lafont)
La fatica dell'essere chiesa (Massimo Nardello)
Quale cammino della Chiesa nel terzo millennio? (Piero Coda)
La comunione che viene dall'alto (Giuseppe Bellia)
Preti e diaconi insieme per una diaconia sinodale (I) (Enzo Petrolino)
Giovani in cammino verso Gerusalemme (Mario Delpini)
Giovani e sinodo (Giovanni Chifari)
Non lasciamoli soli (Francesca Maria Forgetta e Vincenzo Testa)
Il bene grande della fraternità (Emilio Rocchi)
Dimensione trinitaria del ministero ordinato (Luigi Vidoni)
Formare i diaconi alla spiritualità sinodale (Andrea Spinelli)
Percorsi spirituali dei diaconi (Gaetano Marino)
Perché parlare ancora di spiritualità (Francesco Giglio)
Diaconia sinodale (Roberto Massimo)

RASSEGNE E TESTIMONIANZE

Per obbedire alla verità (G.B.)
A servizio dei confratelli
Parlando ai giovani (Pasquale Violante)


(Vai ai testi…)

venerdì 15 marzo 2019

L'esperienza fondamentale della preghiera


2a domenica di Quaresima (C)
Genesi 15,5-12.17-18 • Salmo 26 • Filippesi 3,17-4,1 • Luca 9,28b-36
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Gesù salì sul monte a pregare
Il Signore ascende sul monte: non un'altura qualunque, ma il luogo della rivelazione di Dio, dove già Mosè ed Elia avevano fatto esperienza dell'Altissimo, dopo un digiuno di quaranta giorni. Gesù ha un intento chiaro in questa ascesa: la preghiera. Ed è la preghiera a cambiarlo, a mostrare di lui un volto nuovo, a metterlo in contatto non solo con il Padre, ma anche con la Legge e i Profeti, con lo svolgersi della storia della salvezza, con Mosè ed Elia.

Mentre pregava, il suo volto cambiò d'aspetto...
La preghiera di Gesù è esperienza particolare, un'esperienza unica e straordinaria nella quale egli ricomprende la propria vita nella continuità della storia e davanti al Padre. La preghiera appare in questo brano come esperienza del tempo e fuori dal tempo. E l'istante della preghiera è trasfigurazione. Gesù muta d'aspetto, davanti ad alcuni testimoni prescelti, proprio nell'atto di pregare. Ciò ci permette di considerare la trasfigurazione non solo un "anticipo" della gloria futura, ma anche come esperienza accessibile nella vita presente, quando l'uomo invoca il Padre e ne riconosce il mistero del suo amore.
Troppo spesso intendiamo la preghiera come un'occupazione di chi vive fuori dal mondo. È vero che Gesù, in questo momento di preghiera, diventa "altro"… ma solo per qualche momento, fino a quando l'effetto della preghiera non svanisce. Anche noi conosciamo circostanze in cui diventiamo "altri", come ad esempio nel riposo o in vacanza… Poi ritorniamo nel nostro vero io, fatto di impazienza e di stanchezza. Ma per Gesù non è così. Il suo vero volto è molto più quello mostrato sul Tabor rispetto a quello visibile nelle strade di Galilea. Gesù è l'eletto del Padre e mai lo comprendiamo così bene come quando il suo volto riflette la luce di Dio, luce che gli appartiene e che rappresenta la sua condizione autentica.
Così per noi la preghiera non è fuga dal mondo, ma assunzione di una luce in cui tutto si mostra come è realmente ed eternamente.

Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno
È la stessa scena che si presenterà nel Getsemani, dove nonostante la drammaticità degli eventi essi perdono coscienza, oppressi dal sonno. Dormire è sottrarsi dalla realtà, come anche uno svenimento per una situazione insopportabile. Così i discepoli, davanti all'esperienza incredibile, preferiscono chiudersi in un mondo di sogni, allontanandosi dalla realtà: «È bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne…».
La preghiera viene soppiantata dalle attività, che portano alla soluzione dei problemi, ma difficilmente permettono di ricomprendere la propria vita.
Non si rendono conto di quello che sta per accadere. Luca a questo proposito è lapidario: «Non sapeva quel che diceva»! È ancora grande la loro ignoranza ma la voce che presto udranno toglierà ogni residuo di oscurità su questo evento.

«Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo!»
Quando facciamo esperienza dell'incomprensibile, la risposta è quella dell'ascolto. Ascoltare è diverso dal vedere: è lavoro interiore, di accoglienza e attenzione nei confronti dell'altro. Sembra così difficile ascoltare, in un tempo nel quale molti gridano per affermare la propria visione a dispetto dell'altro. Invece per ascoltare l'altro occorre silenzio.
La preghiera è per il cristiano come un'opera fondamentale. La presenza di Dio non è solo luce. Dio ci avvolge come una nube. Ed è la stessa nube che è discesa su Maria dopo l'annuncio dell'angelo. La grazia divina scenderà dentro di noi, ma senza che tutto sia trasparenza chiara e distinta. Il mistero rimane. E tra luce ed ombra compiamo il cammino della Quaresima.

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo (Lc 9,35)
(vai al testo…)

PDF formato A4, stampa f/r per A5:


Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata
• Maestro, è bello per noi essere qui (Lc 9,33) - (21/02/2016)
(vai al testo)
• Mentre Gesù pregava il suo volto cambiò di aspetto (Lc 9,29) - (24/02/2013)
( vai al testo…)
• È il Figlio mio, ascoltatelo! (Lc 4,8) - (26/02/2010)
(vai al post "Ascoltarlo e seguirlo")

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
•  Ascoltare e scoprirci "figli" (19/02/2016)
•  Una fede consolidata (22/02/2013)

Commenti alla Parola:
•  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 3.2019)
•  di Luigi Vari (VP 1.2016)
•  di Marinella Perroni (VP 1.2013)
•  di Claudio Arletti (VP 1.2010)
•  di Enzo Bianchi
•  di Lectio divina: Abbazia Santa Maria di Pulsano

(Icona: La Trasfigurazione, Lisbona – Chiesa ortodossa romena)

mercoledì 13 marzo 2019

Il miglior digiuno




Ti proponi di digiunare in questa quaresima?

• Digiuna di parole offensive e trasmetti parole squisite
• Digiuna di scontenti e riempiti di gratitudine
• Digiuna di rabbia e riempiti di mitezza e di pazienza
• Digiuna di pessimismo e riempiti di speranza e di ottimismo
• Digiuna di preoccupazioni e riempiti di fiducia in Dio
• Digiuna di lamenti

Riempiti di cose semplici della vita

• Digiuna di pressioni e riempiti di preghiera
• Digiuna di tristezza e amarezza e riempiti il cuore di gioia
• Digiuna di egoismo e riempiti di compassione per gli altri
• Digiuna di mancanza di perdono e riempiti di atteggiamenti di riconciliazione
• Digiuna di parole e riempiti di silenzio e di ascolto degli altri


venerdì 8 marzo 2019

«Sta scritto»


1a domenica di Quaresima (C)
Deuteronomio 26,4-10 • Salmo 90 • Romani 10,8-13 • Luca 4,1-13
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Gesù gli rispose: «Sta scritto…»
Per salvare il mondo, Gesù non sceglie le strategie che sembrano avere più successo, neppure quelle che sembrano nascere da un "potere divino", ma fa proprio il metodo del Padre espresso nella Parola. Per diffondere l'amore fraterno, per attirare le persone al Vangelo, siamo chiamati ad essere come Lui, a scartare la tentazione di ogni forma di "potere", anche quello religioso.
Al tempo stesso, comunicare il Vangelo, come ha fatto Gesù, attuare il suo invito alla conversione («Convertitevi e credete al Vangelo») è un dono che dà senso nuovo alla vita. Convertirsi, infatti, significa orientarsi nella direzione giusta.
Non possiamo tenere il vangelo, la "buona notizia", per noi. I più poveri tra i poveri sono proprio coloro che non hanno la "gioia" della fede.
La conversione, che è un cambiamento della mentalità, ci pone nella condizione di cambiare anche le "strutture", le presunzioni e situazioni di potere: soltanto una struttura illuminata dall'amore può portare un soffio di vita nuova nella società.
Allora è opportuno chiederci: anche per noi il dono del Vangelo è la "suprema carità", il più bel servizio che possiamo fare all'umanità? e chi sono i cosiddetti "lontani" nel mio ambiente?

Per poter "evangelizzare" occorre "evangelizzarsi": lo «Sta scritto» che vale per Gesù (e in certo senso anche Lui si evangelizza!) vale per noi. La "nuova evangelizzazione", di cui oggi si parla e di cui è espressione anche l'Anno santo della Misericordia celebrato tre anni fa, non è lo studio o il parlare del Vangelo: è vivere il Vangelo… prima di organizzare opere di carità, prima di organizzare il culto e i gruppi di preghiera, prima di organizzare la catechesi e la teologia. Evangelizziamo nella misura in cui traduciamo il Vangelo in vita, nella vita di tutti i giorni. Il Vangelo ci porta a scoprire un' "arte" di amare: un amore per tutti, un amore che parte per primo, che si "fa uno" con chiunque, perché vede in ogni prossimo un Gesù che vive o vuole vivere.
In questo senso possiamo riscoprire le opere di misericordia, corporali e spirituali, riscoperta a cui ci ha invitati Papa Francesco con l'Anno della Misericordia tre anni fa:
«È mio vivo desiderio che il popolo cristiano rifletta durante il Giubileo sulle opere di misericordia corporale e spirituale. Sarà un modo per risvegliare la nostra coscienza spesso assopita davanti al dramma della povertà e per entrare sempre di più nel cuore del Vangelo, dove i poveri sono i privilegiati della misericordia divina. La predicazione di Gesù ci presenta queste opere di misericordia perché possiamo capire se viviamo o no come suoi discepoli. […] Non dimentichiamo le parole di san Giovanni della Croce: « Alla sera della vita, saremo giudicati sull'amore» (dalla Misecordiae vultus, Bolla d'indizione dell'Anno della Misericordia).

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Gesù era guidato dallo Spirito nel deserto (Lc 4,1)
(vai al testo…)

PDF formato A4, stampa f/r per A5:


Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata
• Non di solo pane vivrà l'uomo (Lc 4,4) - (14/02/2016)
(vai al testo)
• Gesù era guidato dallo Spirito nel deserto (Lc 4,1) - (17/02/2013)
( vai al testo…)
• Il Signore, Dio tuo, adorerai (Lc 4,8) - (19/02/2010)
(vai al post "La preghiera, respiro dell'anima")

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
•  La vera forza viene dalla fiducia in Dio (12/02/2016)
•  Un profondo atto di fede (15/02/2013)

Commenti alla Parola:
•  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 3.2019)
•  di Luigi Vari (VP 1.2016)
•  di Marinella Perroni (VP 1.2013)
•  di Claudio Arletti (VP 1.2010)
•  di Enzo Bianchi
•  di Lectio divina: Abbazia Santa Maria di Pulsano
•  di Letture Patristiche della Domenica

(Illustrazione di Stefano Pachì)

mercoledì 6 marzo 2019

Quaresima: concreti atti di carità


Mercoledì delle Ceneri
Inizio questo cammino verso la Pasqua facendo miei questi consigli che papa Francesco a suo tempo ha proposto sul come vivere la Quaresima: 15 concreti atti di carità.


1. Sorridere. Un cristiano è sempre allegro!
Non ce ne rendiamo conto, ma quando sorridiamo alleggeriamo il carico a chi ci circonda. Quando camminiamo per strada, al lavoro, a casa, all'università… La felicità del cristiano è una benedizione per gli altri e per se stessi. Chi ha Cristo nella vita non può essere triste!

2. Ringraziare sempre (anche se non si è tenuti a farlo)
Non abituiamoci mai a ricevere perché abbiamo bisogno di una cosa o perché "abbiamo diritto a". Tutto viene ricevuto come un dono, nessuno "ce lo deve", anche se abbiamo pagato per averlo. Ringrazia sempre. Chi è grato è più felice.

3. Ascoltare la storia dell'altro, senza pregiudizi, con amore
Cosa può renderci più umani del saper ascoltare? Ogni storia che ti viene raccontata ti unisce di più all'altro: i figli, il partner, il capo, il professore, le loro preoccupazioni e le loro gioie… sai che non sono solo parole, ma parti della loro vita che devono essere condivise.

4. Sollevare il morale di qualcuno
Sai che non le cose non gli vanno bene o che non vanno affatto bene e non sai cosa fare. Decidi di strappargli un sorriso per fargli sapere che non va tutto a rotoli. È sempre bello sapere che c'è qualcuno che ti vuole bene e che ci sarà sempre malgrado le difficoltà.

5. Fermarti ad aiutare. Essere attento a chi ha bisogno di te
Cos'altro possiamo dire? Non importa se è un problema di matematica, una semplice domanda o qualcuno che ha fame, l'aiuto non è mai troppo! Tutti abbiamo bisogno degli altri. Anche se in genere aiuti, ricorda che anche tu hai bisogno di aiuto.

6. Ricordare agli altri quanto li ami
Tu sai che li ami… e loro? Le carezze, gli abbracci e le parole non sono mai troppi. Se Gesù non si fosse fatto carne, non avremmo mai capito che Dio è Amore.

7. Celebrare le qualità o i successi altrui
In genere tacciamo su ciò che ci piace e ci rallegra degli altri: i loro successi, le loro qualità, i loro atteggiamenti positivi. Espressioni semplici come "Auguri!", "Sono molto felice per te" o "Questo colore ti sta molto bene" rallegrano l'altro e ci aiutano a vederci tra noi come Dio ci vede.

8. Salutare con gioia le persone che si incontrano quotidianamente
Parliamo di chi apre la porta, di chi pulisce, di chi risponde alle telefonate. Li vedi ogni giorno e salutandoli ricordi loro che ciò che fanno è importantissimo. Sia il tuo lavoro che il loro si svolgono più volentieri se fai vedere loro che sono preziosi per gli altri, che la loro presenza cambia le cose.

9. Correggere con amore, non tacere per paura
Correggere è un'arte. Spesso ci troviamo in situazioni che non sappiamo gestire. Il metodo migliore è l'amore. L'amore non solo sa correggere, ma sa perdonare, accettare e andare avanti. Non avere paura di correggere e di essere corretto, è una dimostrazione del fatto che gli altri puntano su di te e vogliono che tu sia migliore.

10. Aiutare quando è necessario perché l'altro riposi
Accade in famiglia: quando uno riposa un altro lavora. Non c'è niente di più bello che sapere che qualcun altro ha già iniziato a fare qualcosa di cui avevi bisogno o che puoi sempre chiedere aiuto. Quando ci aiutiamo a farci carico delle responsabilità quotidiane, la vita è più leggera.

11. Selezionare ciò che non usi e regalarlo a chi ne ha bisogno
Hai mai pensato che la maglietta preferita di quando avevi 17 anni ora è la maglietta preferita di un'adolescente che non ha molti vestiti? Se sei un fratello maggiore lo sai. Per questo è bene abituarci a valorizzare ciò che abbiamo, e se abbiamo più di quello che ci serve donarlo ci riempie il cuore e protegge un altro dal freddo.

12. Avere piccole accortezze nei confronti di chi ci sta accanto
Sai ciò che gli piace più di chiunque altro, perché non approfittarne? Niente fa più piacere di quello che viene donato con amore. L'altro guadagna qualche minuto di riposo e tu un sorriso autentico. Uscire da sé e pensare agli altri è sempre meglio e rallegra il cuore

13. Pulire quello che usi in casa
Se vivi con la tua famiglia o già vivi fuori casa, sai quanto sia importante raccogliere e pulire quello che usi. C'è una voce dentro di te che ti dice che dovresti aiutare un po' di più… E sorprendentemente ti senti molto bene a farlo.

14. Aiutare gli altri a superare gli ostacoli
Da piccoli lo facevamo, perché non farlo anche ora? Aiutare a raggiungere l'autobus, a caricare le valigie, ad attraversare la strada o regalare qualche moneta per poter pagare. Questi dettagli non si dimenticano mai. Sei la persona strana che crede ancora nell'umanità.

15. Telefonare ai tuoi genitori
Ora vivi solo, ti muovi da solo e forse hai la tua famiglia. I tuoi genitori, tuttavia, ancora si commuovono quando fai sapere loro che li pensi. Essere attento a ciò di cui hanno bisogno o semplicemente sapere come stanno è qualcosa che non ti costa molto ed è un enorme gesto di gratitudine.

sabato 2 marzo 2019

"Vedere" il fratello come lo vede il Padre


8a domenica del Tempo ordinario (C)
Siracide 27,4-7 • Salmo 91 • 1 Corinzi 15,54-58 • Luca 6,39-45
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Domenica scorsa Gesù ci ha fatto delle proposte umanamente sconvolgenti: «Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano».
Per Gesù il centro di gravità non è l'io, ma l'altro con me, l'altro scoperto uguale a me, creati in dono l'uno per l'altro. Tutti si è "figli dell'Altissimo", dello stesso Padre che "è benevolo verso gli ingrati e i malvagi". Un Padre che è tale non perché "chiude un occhio" sull'ingratitudine e sulla malvagità, ma che continua a vedere in ogni persona l'immagine di un "figlio" suo, creato ad immagine e somiglianza sua. E se chiede di non essere ingrati e malvagi, non lo fa perché si sente "offeso", ma perché vede che in questo modo i suoi figli offendono se stessi, non riconoscendo più in se stessi la dignità più vera e profonda.

Perché guardi la paglizza…?
La "trave" che Gesù chiede di togliere dal proprio occhio è l'incapacità di cogliere questa dignità originaria e unica in se stessi e negli altri. Solo quando ho questo "occhio" che mi fa vedere nell'altro un "figlio" dello stesso Padre, allora l'amore mi spinge ad aiutare il fratello a togliere la "pagliuzza", non perché questo mi offende o mi dà fastidio, ma perché desidero il fratello o la sorella "belli" come li vede il Padre!
Con i paragoni che fa (il cieco che guida un altro cieco, la pagliuzza e la trave nell'occhio, l'albero buono e l'albero cattivo) Gesù dà l'impressione immediata di richiamare l'attenzione sulle opere da compiere, come se dicesse: sarete giudicati in base ai segni che saprete costruire,e non prima di tutto sulla base del messaggio che saprete offrire.

L'uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene
Gesù vuole richiamare la nostra attenzione sulla "sorgente" delle nostre azioni buone o cattive. Il vero problema è di cambiare l'interno, il cuore, la "sorgente". Per questo Luca ricorda che "l'uomo buono dal suo cuore trae fuori il bene".
Nel linguaggio di Gesù il cuore, che qui è paragonato ad un deposito, è il nocciolo della personalità, il punto centrale che colora di sé pensieri, atteggiamenti e azioni.
Allora Gesù ci propone per prima cosa di coltivare un cuore buono. Perché non si tratta solo di fare cose "di cuore"; sappiamo infatti per esperienza che si possono fare di cuore anche cose sbagliate. Occorre far partire le nostre azioni e i nostri atteggiamenti da un "cuore buono", retto, capace di discernere il giusto e l'ingiusto, soprattutto capace di guardare ogni persona con l' "occhio" del Padre.

Dice un proverbio tibetano: «Un giorno, camminando in montagna, ho visto da lontano una bestia. Avvicinatomi, mi sono accorto che era un uomo. Giungendo di fronte a lui, ho visto che era mio fratello!».

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
L'uomo buono dal suo cuore trae fuori il bene (Lc 6,45)
(vai al testo…)

PDF formato A4, stampa f/r per A5:


Commenti alla Parola:
•  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 2.2019)
•  di Enzo Bianchi
•  di Lectio divina: Abbazia Santa Maria di Pulsano
•  di Letture Patristiche della Domenica

(Illustrazione di Stefano Pachì)

venerdì 1 marzo 2019

L'amore che risana


Parola di vita – Marzo 2019
(Clicca qui per il Video del Commento)

«Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 34,36).

Secondo il racconto di Luca, Gesù, dopo aver annunciato ai suoi discepoli le beatitudini, lancia il suo rivoluzionario invito ad amare ogni uomo come un fratello, persino se si dimostra nemico.
Gesù lo sa bene e ce lo spiega: siamo fratelli perché abbiamo un unico Padre, che è sempre alla ricerca dei suoi figli. Egli vuole entrare in rapporto con noi, ci chiama alle nostre responsabilità, ma allo stesso tempo il suo è un amore che si prende cura, che risana, che nutre. Un atteggiamento materno di compassione e tenerezza.
Questa è la misericordia di Dio, che si rivolge personalmente ad ogni creatura umana, con tutte le sue fragilità; anzi, Egli predilige chi rimane al margine della strada, escluso e rifiutato.
La misericordia è un amore che riempie il cuore e poi si riversa sugli altri, sui vicini di casa come sugli estranei, sulla società intorno. Perché figli di questo Dio, possiamo somigliargli in quello che lo caratterizza: l'amore, l'accoglienza, il saper aspettare i tempi dell'altro.

«Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso»

Purtroppo nella nostra vita personale e sociale respiriamo un'atmosfera di crescente ostilità e competizione, di sospetto reciproco, di giudizio senza appello, di paura dell'altro; i rancori si accumulano e portano ai conflitti e alle guerre.
Come cristiani possiamo dare una decisa testimonianza controcorrente: facciamo un atto di libertà da noi stessi e dai condizionamenti, e cominciamo a ricostruire i legami incrinati o spezzati in famiglia, sul luogo di lavoro, nella comunità parrocchiale, nel partito politico.
Se abbiamo fatto del male a qualcuno, chiediamo coraggiosamente perdono e riprendiamo la strada. È un atto di grande dignità. E se qualcuno avesse veramente offeso noi, proviamo a perdonarlo, a fargli nuovo spazio nel cuore, così da permettergli di risanare la ferita.
Ma cosa è il perdono?
«Il perdono non è dimenticanza […] non è debolezza, […] non consiste nell'affermare senza importanza ciò che è grave, o bene ciò che è male, […] non è indifferenza. Il perdono è un atto di volontà e di lucidità, quindi di libertà che consiste nell'accogliere il fratello così come è, nonostante il male che ci ha fatto, come Dio accoglie noi peccatori, nonostante i nostri difetti. Il perdono consiste nel non rispondere all'offesa con l'offesa, ma nel fare quanto Paolo dice: "Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene" [1]» [2].
Questa apertura del cuore non s'improvvisa. È una conquista quotidiana, una crescita costante nella nostra identità di figli di Dio. È soprattutto un dono del Padre, che possiamo e dobbiamo chiedere a Lui stesso.

«Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso»

Racconta M., giovane filippina: «Avevo solo undici anni quando mio padre è stato ucciso, ma non è stata fatta giustizia perché eravamo poveri. Quando sono cresciuta, ho studiato giurisprudenza nel desiderio di ottenere giustizia per la morte di mio padre. Dio però aveva un altro piano per me: una collega mi ha invitato ad un incontro di persone impegnate seriamente a vivere il Vangelo. Così ho iniziato anch'io. Un giorno ho chiesto a Gesù di insegnarmi a vivere concretamente la Sua parola: "Amate i vostri nemici" [3] perché sentivo che l'odio per le persone che avevano ucciso mio padre mi avvolgeva ancora. Il giorno dopo, al lavoro, ho incontrato il capo del gruppo. L'ho salutato con un sorriso e gli ho chiesto come stava la sua famiglia. Questo saluto l'ha lasciato sconcertato, ed io lo ero ancora di più per quello che avevo fatto. L'odio dentro di me si stava sciogliendo, trasformandosi in amore. Quello però era soltanto il primo passo: l'amore è creativo! Ho pensato che ogni membro del gruppo doveva ricevere il nostro perdono. Con mio fratello siamo andati a trovarli, per ristabilire il nostro rapporto e testimoniare loro che Dio li ama! Uno di loro ci ha chiesto perdono per quello che aveva fatto e preghiere per sé e la sua famiglia».

Letizia Magri

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[1] Cf. Rm 12,21.
[2] Cf. C. Lubich, Costruire sulla roccia, Città Nuova, Roma 19934, p.56.
[3] Cf. Mt 5,44; Lc 6,27.


Fonte: Città Nuova n. 2/Febbraio 2019