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martedì 19 maggio 2015

La gioia, dono del Risorto, respiro della comunità


In questo tempo di Pasqua quasi quotidianamente il vangelo ci parla della gioia che il Signore Risorto ci dona; di quella gioia che Gesù vuole che sia "piena". Una gioia che scaccia ogni timore, ogni paura. Infatti, «chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio Dimora in lui… Nell'amore non c'è timore, al contrario l'amore perfetto scaccia il timore…» (1Gv 4,16.18).
La gioia quindi ha la sua radice nell'esperienza di Dio che è Amore: nell'amore che noi rivolgiamo a Lui, attraverso l'amore al fratello (cf 1Gv 4,19-20).
È la radice della nostra diaconia, del nostro concreto servizio verso chi il Signore ci mette accanto; la radice per una comunità viva, di figli e fratelli che sperimentano la gioia della presenza del Risorto.

Lo ha detto Gesù:
«Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena (Gv 15,9-11).

Ma è una gioia che nasce anche dall'aver superato i momenti di difficoltà, di solitudine, di tentazione:
«In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia. La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia. Quel giorno non mi domanderete più nulla. In verità, in verità io vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà. Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena» (Gv 16,20-24).

È quella gioia che Gesù ha chiesto al Padre prima di morire, prima del dono della sua vita: «Ma ora io vengo a te e dico questo mentre sono nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia» (Gv 17,13).

Anche Papa Francesco, nell'omelia del 15 maggio scorso, ha parlato di questa gioia, guardando a «comunità paurose e senza gioia», che quindi «sono malate, non sono comunità cristiane».
«Paura e tristezza fanno ammalare le persone e anche la Chiesa, perché paralizzano, rendono egocentrici e finiscono per viziare l'aria delle comunità che sulla porta espongono il cartello "vietato" perché hanno paura di tutto. È invece la gioia, che nel dolore arriva a essere pace, l'atteggiamento coraggioso del cristiano, sostenuto dal timor di Dio e dallo Spirito Santo».
«La paura è un atteggiamento che ci fa male, ci indebolisce, ci rimpiccolisce, ci paralizza anche».
La paura, infatti, «non è un atteggiamento cristiano», ma «è un atteggiamento, possiamo dire, di un'anima incarcerata, senza libertà, che non ha libertà di guardare avanti, di creare qualcosa, di fare del bene».
La paura, però, «va distinta dal timore di Dio, con la quale non ha nulla a che vedere». Il timore di Dio, ha affermato il Pontefice, «è santo, è il timore dell'adorazione davanti al Signore e il timore di Dio è una virtù». Esso, infatti, «non rimpiccolisce, non indebolisce, non paralizza»; al contrario, «porta avanti verso la missione che il Signore dà».

La gioia, invece, è il distintivo del cristiano, quella gioia che nessuno ci potrà togliere, come ci assicura Gesù.
Ma «la gioia cristiana - ha avvertito il Papa - non è un semplice divertimento, non è un'allegria passeggera». Piuttosto, «la gioia cristiana è un dono dello Spirito Santo: è avere il cuore sempre gioioso perché il Signore ha vinto, il Signore regna, il Signore è alla destra del Padre, il Signore ha guardato me e mi ha inviato e mi ha dato la sua grazia e mi ha fatto figlio del Padre». Ecco cosa è davvero «la gioia cristiana».
Un cristiano, perciò, «vive nella gioia». Quella gioia che nei momenti del dolore diventa "pace": «Pensiamo a Gesù sulla Croce: aveva gioia? Eh no! Ma sì, aveva pace!». Infatti, «la gioia, nel momento del dolore, della prova, diviene pace». Invece «un divertimento nel momento del dolore diviene oscurità, diviene buio».
Ecco perché «un cristiano senza gioia non è cristiano; un cristiano che vive continuamente nella tristezza non è cristiano». A «un cristiano che perde la pace, nel momento delle prove, delle malattie, di tante difficoltà, manca qualcosa».
È ciò che «accade nei cristiani, accade nelle comunità, nella Chiesa intera, nelle parrocchie, in tante comunità cristiane, … paurose, che vanno sempre sul sicuro: "No, no, non facciamo questo... No, no, questo non si può, questo non si può"». Ma «anche una comunità senza gioia è una comunità ammalata, perché quando non c'è la gioia c'è il vuoto». Dunque, «quando la Chiesa è paurosa e quando la Chiesa non riceve la gioia dello Spirito Santo, la Chiesa si ammala, le comunità si ammalano, i fedeli si ammalano».


Ascolta il servizio della Radio Vaticana





venerdì 15 maggio 2015

Il Vangelo per ogni uomo


Ascensione del Signore (B)
Atti 1,1-11 • Sal 46 • Efesini 4,1-13 • Marco 16,15-20
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Gesù fu elevato in cielo
Gesù per primo ha attraversato il mondo degli uomini, ne ha condiviso la storia: il "cielo" è il compimento di questa storia. Tutto ciò che accade, successi e insuccessi, rapporti d'amore e ingiustizie, gioie e sofferenze, non è estraneo al "progetto" di Dio, trova un significato nuovo.
Gesù, lo "sconfitto" secondo la logica umana, è proclamato dal Padre "suo servo fedele". Non ha instaurato il tanto atteso dominio del popolo d'Israele, non ha sottomesso i nemici con la spada, ma ha dato inizio al "regno di Dio", a un mondo completamente nuovo. Per questa sua fedeltà il Padre lo ha esaltato (Fil 2,6-11), lo ha fatto ascendere al cielo (Ef 4,8-9), ha sottomesso a lui ogni creatura (1Cor 15,27), "lo ha fatto sedere alla sua destra" (1Pt 3,18-22).

Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura
A questa "buona notizia" (eu-anghelion) ha diritto "ogni creatura": l'umanità e, per essa, tutta la creazione. Tutto è "ricapitolato" nel destino di Gesù. Ogni uomo è un "candidato" all'incontro con Gesù e ad essere protagonista nel portare a compimento la Sua opera.
Per questo Paolo scrive: "La creazione attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio e nutre la speranza di essere liberata dalla schiavitù della corruzione" (Rm 8,19-21).
Per questo compito così importante e universale Gesù ha garantito la sua presenza: "… il Signore agiva insieme con loro".

Chi crederà e sarà battezzato
Il battesimo è una conseguenza e un segno della "fede": sentire che Gesù è essenziale per la mia vita, che il suo Vangelo è "parola che mi fa vivere".
Non è una "garanzia" di salvezza in sé: "chi crede ed è battezzato è salvato".
Per questo il battesimo dura tutta una vita!

Confermava la Parola con i segni
La Parola ascoltata e vissuta non può non produrre frutti:
scacceranno i demoni, le forze di male e di morte che si trovano nell'uomo: orgoglio, invidia, gelosia, ira, lussuria;
parleranno lingue nuove, non il linguaggio dell'insulto, della tracotanza, della violenza, del giudizio, ma quello del perdono, della stima reciproca, del servizio;
prenderanno in mano i serpenti: non si ha paura delle forze avverse, perché è sempre attuale l'invito che percorre tutto il Vangelo: "Non temete";
imporranno le mani ai malati: la comunità cristiana è portatrice di una forza divina capace di ricreare il mondo, a partire da quella comunione di vita in cui ciascuno si sente "vivo" e importante.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Essi partirono e predicarono dappertutto (Mc 16,20)
(vai al testo) - (---> pdf, formato A4, stampa a/r per A5)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata (20/05/2012)
Proclamate il Vangelo a ogni creatura (Mc 16,15)
(vai al testo)

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
In attesa di rivederlo (18/05/2012)

Commenti alla Parola:
  di Luigi Vari (VP 2015)
  di Marinella Perroni (VP 2012)
  di Claudio Arletti (VP 2009)
  di Enzo Bianchi

giovedì 14 maggio 2015

Accogliere Dio e accogliere l'altro, un unico gesto


In occasione della Santa Messa per l'apertura della 20a assemblea generale della Caritas Internationalis, papa Francesco, nella sua omelia il 12 maggio scorso, ha tratteggiato alcune linee essenziali della natura e dell'azione della Caritas.
"Accogliere", "servire", "provvedere", "andare incontro", "preparare la tavola". Sono queste le parole che scandiscono l'omelia di Papa.
Ogni diaconia, in modo particolare quella ordinata, ha nella Caritas il suo luogo speciale di testimonianza e di azione; ma anche in ogni nostro atto di carità in favore del prossimo nel quale ravvisiamo il volto di Cristo.

Il Papa prende spunto dall'episodio degli Atti (16,22-34), dove si racconta della figura del carceriere del carcere di Filippi dove Paolo e Sila erano imprigionati, della miracolosa liberazione e del processo di conversione del carceriere e della sua famiglia.
«Il racconto ci dice che quell'uomo fece subito i passi essenziali del cammino di fede e di salvezza: ascolta la parola del Signore, insieme ai suoi familiari; lava le piaghe di Paolo e Sila; riceve il Battesimo con tutti i suoi; e infine accoglie Paolo e Sila a casa sua, prepara la tavola e offre loro da mangiare, pieno di gioia. Tutto il percorso della fede».
«Il Vangelo, annunciato e creduto, spinge a lavare i piedi e le piaghe dei sofferenti e a preparare per loro la mensa. Semplicità dei gesti, dove l'accoglienza della Parola e del sacramento del Battesimo si accompagna all'accoglienza del fratello, quasi si trattasse di un unico gesto: accogliere Dio e accogliere l'altro; accogliere l'altro con la grazia di Dio; accogliere Dio e manifestarlo nel servizio al fratello. Parola, Sacramenti e servizio si richiamano a vicenda e si alimentano a vicenda, come si vede già in queste testimonianze della Chiesa delle origini».
«Possiamo vedere in questo gesto – prosegue il papa - tutta la chiamata di Caritas».
«Caritas è Chiesa in moltissime parti del mondo, e deve trovare ancora più diffusione anche nelle diverse parrocchie e comunità, per rinnovare quanto è avvenuto nei primi tempi della Chiesa. Infatti la radice di tutto il vostro servizio sta proprio nell'accoglienza, semplice e obbediente, di Dio e del prossimo. Questa è la radice. Se si toglie questa radice, Caritas muore».
«E questa accoglienza si compie in voi personalmente, perché poi andiate nel mondo, e lì serviate nel nome di Cristo che avete incontrato e che incontrate in ogni fratello e sorella a cui vi fate vicini; e proprio per questo si evita di ridursi ad una semplice organizzazione umanitaria. E Caritas di ciascuna Chiesa particolare, anche la più piccola, è la stessa: non ci sono Caritas grandi e Caritas piccole, tutte sono uguali».
«Chi vive la missione di Caritas non è un semplice operatore, ma appunto un testimone di Cristo. Una persona che cerca Cristo e si lascia cercare da Cristo; una persona che ama con lo spirito di Cristo, lo spirito della gratuità, lo spirito del dono. Tutte le nostre strategie e pianificazioni restano vuote se non portiamo in noi questo amore. Non il nostro amore, ma il suo. O meglio ancora, il nostro purificato e rafforzato dal suo».

«Preparare la tavola per tutti, e chiedere che ci sia una tavola per tutti. Fare quello che possiamo perché tutti abbiano da mangiare, ma anche ricordare ai potenti della terra che Dio li chiamerà a giudizio un giorno, e si manifesterà se davvero hanno cercato di provvedere il cibo per Lui in ogni persona (cf Mt 25,35) e se hanno operato perché l'ambiente non sia distrutto, ma possa produrre questo cibo».
«E pensando alla tavola dell'Eucaristia, non possiamo dimenticare quei nostri fratelli cristiani che sono stati privati con la violenza sia del cibo per il corpo sia di quello per l'anima: sono stati cacciati dalle loro case e dalle loro chiese, a volte distrutte».
«Insieme a tanti altri organismi di carità della Chiesa, Caritas rivela dunque la forza dell'amore cristiano e il desiderio della Chiesa di andare incontro a Gesù in ogni persona, soprattutto quando è povera e soffre».

Ascolta il servizio della Radio Vaticana



sabato 9 maggio 2015

Un "come" sconvolgente


6a domenica di Pasqua (B)
Atti 10,25-27.34-35.44-48 • Sal 97 • 1Giovanni 4,7-10 • Giovanni 15,9-17
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

COME il Padre ha amato me, COSÌ io ho amato voi…
…COME io ho amato voi, COSÌ amatevi gli uni gli altri

È sconvolgente questa "cascata" di "come": nel legame d'amore che ci unisce fra noi si manifesta (si può manifestare) lo stesso legame d'amore che unisce il Padre a Gesù.
Basterebbe forse questa osservazione per dare senso al brano di oggi (cf Gv 15,9-17) e, direi, a tutto il Vangelo: che proprio per questo acquista tutto il senso di "bella notizia"!

Questo è il MIO comandamento…
In questa luce possiamo capire perché Gesù definisca "suo" il comandamento dell'amore reciproco. Non solo perché lui l'ha vissuto per primo, fino alle estreme conseguenze, ma perché in esso si rispecchia ciò che lo unisce al Padre, che costituisce la sua stessa vita.
Il termine "comandamento" non può essere quindi inteso come "legge", ma come orientamento e stile di vita che si realizza in ogni momento. E poiché la vita di Gesù sta a cuore al Padre più di ogni altra cosa e poiché la vita nostra sta a cuore a Gesù più di ogni altra cosa, così dovrebbe avvenire nel rapporto fra noi.

Nessuno ha un AMORE PIÙ GRANDE di questo: dare la vita…
Non è solo Gesù che dà la sua vita per noi, ma è il Padre che dà la vita per Gesù: non abbiamo ancora scoperto quanto il Padre abbia "sofferto" nel momento della croce di Gesù.
Ma è l'amore che arriva fino in fondo: la vita del Padre è intrecciata a quella di Gesù, la vita di Gesù è intrecciata alla nostra, la vita nostra è intrecciata a quella dei fratelli.
Dovrebbe essere "logico" che, se la mia vita dipende da quella degli altri, la vita degli altri dipenda dalla mia … il "dono" è la cultura nuova che può e deve permeare qualsiasi rapporto.

Vi ho detto queste cose perché la MIA gioia sia in voi e la VOSTRA gioia sia piena
Anche questo è un passaggio per certi versi sconvolgente. La "gioia" di Gesù è per la nostra gioia.
Solo nell'amore c'è la pienezza della gioia: per questo Gesù ci chiede di rimanere in Lui.
La sua gioia è nel rapporto col Padre, la nostra gioia è dentro questo rapporto … solo facendolo nostro nella sua logica di dono pieno, troviamo "pienezza" di gioia.

Dentro questa realtà riscopriamo il senso dell'Eucaristia: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me e io in lui" (Gv 6,56).
Non per nulla l'invocazione più importante della preghiera eucaristica è: "… per la comunione al corpo e sangue del Cristo, lo Spirito Santo ci riunisca in un solo corpo (= ci faccia vivere quell'amore che rende possibile sentirci ed essere un solo corpo)".
Il "vero" corpo di Gesù è la chiesa, la comunità, al cui servizio si pone il corpo "eucaristico": questo non ha senso se non per costruire quel "popolo" che oggi manifesta all'umanità la presenza di Gesù.

"Guarda come si amano" si diceva dei primi cristiani. Possiamo dire che sia così per le nostre comunità, per le nostre famiglie?



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Io ho scelto voi (Gv 15,16)
(vai al testo) - (---> pdf, formato A4, stampa a/r per A5)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata (13/05/2012)
Amiamoci gli uni gli altri (1Gv 4,7)
(vai al testo)

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
L'amore che è da Dio (12/05/2012)

Commenti alla Parola:
  di Luigi Vari (VP 2015)
  di Marinella Perroni (VP 2012)
  di Claudio Arletti (VP 2009)
  di Enzo Bianchi

lunedì 4 maggio 2015

Imitatori di Gesù nel "popolo sacerdotale"


Domenica 26 aprile scorso, IV di Pasqua, papa Francesco ha ordinato 19 sacerdoti.
Nell'omelia ha ricordato alcune caratteristiche del sacerdote, che voglio riportare e fare mie, perché ben si addicono anche a chi esercita il ministero diaconale.

Ecco alcuni passaggi:


«Leggete e meditate assiduamente la Parola del Signore per credere ciò che avete letto, insegnare ciò che avete appreso nella fede, vivere ciò che avete insegnato.
E questo sia il nutrimento del Popolo di Dio; che le vostre omelie non siano noiose; che le vostre omelie arrivino proprio al cuore della gente perché escono dal vostro cuore, perché quello che voi dite a loro è quello che voi avete nel cuore. Così si dà la Parola di Dio e così la vostra dottrina sarà gioia e sostegno ai fedeli di Cristo; il profumo della vostra vita sarà la testimonianza, perché l'esempio edifica, ma le parole senza esempio sono parole vuote, sono idee e non arrivano mai al cuore e addirittura fanno male: non fanno bene!».

«Quando celebrate la Messa… Non farlo di fretta! Imitate ciò che celebrate - non è un rito artificiale, un rituale artificiale - perché così, partecipando al mistero della morte e risurrezione del Signore, portiate la morte di Cristo nelle vostre membra e camminiate con Lui in novità di vita».

«…in comunione filiale con il vostro Vescovo, impegnatevi a unire i fedeli in un'unica famiglia - siate ministri dell'unità nella Chiesa, nella famiglia -, per condurli a Dio Padre per mezzo di Cristo nello Spirito Santo. E abbiate sempre davanti agli occhi l'esempio del Buon Pastore, che non è venuto per essere servito, ma per servire; non per rimanere nelle sue comodità, ma per uscire e cercare e salvare ciò che era perduto».


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sabato 2 maggio 2015

L'intima nostra linfa divina


5a domenica di Pasqua (B)
Atti 9,26-31 • Sal 21 • 1Giovanni 3,18-24 • Giovanni 15,1-8
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Io sono la vite vera e il Padre mio è l'agricoltore…
Cristo vite, io tralcio: io e lui la stessa cosa! Stessa pianta, stessa vita, unica radice, una sola linfa. Lui in me e io in lui, come figlio nella madre. E il mio padre è il vignaiolo: Dio raccontato con le parole semplici della vita e del lavoro. Un Dio che mi lavora, si dà da fare attorno a me, non impugna lo scettro ma le cesoie… per farmi portare sempre più frutto.
E poi una novità assoluta: mentre nei profeti e nei salmi del Primo Testamento, Dio era descritto come il padrone della vigna, contadino operoso, vendemmiatore attento, tutt'altra cosa rispetto alle viti, ora Gesù afferma qualcosa di rivoluzionario: "Io sono la vite, voi siete i tralci". Facciamo parte della stessa pianta, come le scintille nel fuoco, come una goccia nell'acqua, come il respiro nell'aria.

Io sono la vite, voi i tralci … Rimanete in me e io in voi
Con l'Incarnazione di Gesù, Dio che si innesta nell'umanità e in me, è accaduta una cosa straordinaria: il vignaiolo si è fatto vite, il seminatore seme, il vasaio si è fatto argilla, il Creatore creatura. La vite-Gesù spinge la linfa in tutti i miei tralci e fa circolare forza divina per ogni mia fibra.
Dio che mi sei intimo, che mi scorri dentro, tu mi vuoi sempre più vivo e più fecondo di gesti d'amore... Quale tralcio desidererebbe staccarsi dalla pianta? Perché mai vorrebbe desiderare la morte?

Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto… Ogni tralcio che porta frutto lo pota perché porti più frutto
Potare la vite non significa amputare, inviare mali o sofferenze, bensì dare forza, qualsiasi contadino lo sa: la potatura è un dono per la pianta. Dio opera per l'incremento, per l'intensificazione di tutto ciò che di più bello e promettente abita in noi.
Tra il ceppo e i tralci della vite, la comunione è data dalla linfa che sale e si diffonde fino all'ultima gemma. Noi portiamo un tesoro nei nostri vasi d'argilla, un tesoro divino: c'è un amore che sale lungo i ceppi di tutte le vigne, di tutte le esistenze, un amore che sale in me e irrora ogni fibra.

Se noi sapessimo quale energia c'è nella creatura umana! Abbiamo dentro una vita che viene da prima di noi e va oltre noi. Viene da Dio, radice del vivere, che ripete a ogni piccolo tralcio: Ho bisogno di te per grappoli profumati e dolci; di te per una vendemmia di sole e di miele.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Io sono la vite, voi i tralci (Gv 15,5)
(vai al testo) - (---> pdf, formato A4, stampa a/r per A5)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata (6/05/2012)
Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto (Gv 15,5)
(vai al testo)

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
Rimanere in Lui, garanzia di fecondità (4/05/2012)

Commenti alla Parola:
  di Luigi Vari (VP 2015)
  di Marinella Perroni (VP 2012)
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  di Enzo Bianchi


venerdì 1 maggio 2015

Il Diaconato in Italia



Il diaconato in Italia n° 190
(gennaio/febbraio 2015)

L'umanità di Cristo fonte della diaconia





ARTICOLI
Umanità di Dio e diaconia cristiana (Giuseppe Bellia)
Imparare Cristo (Armando Matteo)
L'umano alla prova dell'era tecnologica (Luca Bassetti)
La commozione del Figlio dell'Uomo (Andrea Spinelli)
Il volto del sofferente (Luciano Manicardi)
Humanitas Jesu (Giovanni Chifari)
La fede che umanizza (Franco Annicchiarico)
Prossimo fino alla condivisione (Gaetano Marino)
Fonte della diaconia (Francesco Giglio)
Il diaconato nel pensiero di papa Francesco (Enzo Petrolino)
«Non c'è altra strada che…» (Jorge Mario Bergoglio)
Diacono per sempre (Joseph Ratzinger)
Un pastore alla sua diocesi (Edoardo Tincani)
IL dono del diaconato permanente (Massimo Camisasca)
La circolarità dei gradi dell'ordine (Luca Gabbi)

TESTIMONIANZE
Luce e tenebre (Piero Gabbi)

NOTIZIARIO
Giornata regionale dei diaconi a Salerno

RIQUADRI
La vera mediazione (Benedetto XVI)
Gesù l'uomo di Nazareth (Giuseppe Bellia)


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