martedì 31 dicembre 2013

Un Anno di Fede


È un anno particolare quello che sta per chiudersi… È l'Anno della fede!
Un anno in cui abbiamo sperimentato sofferenze personali e comunitarie, sociali ed ecclesiali… Ma anche un anno di grazie tutte speciali… di gioie profonde…
Personalmente ho sperimentato la grazia e la luce che questo Anno della fede ci ha portato. Sì, mi sembra di aver sperimentato come nuova la gioia, la grazia del dono di poter credere in un Dio che mi ama in maniera infinita, da Dio. È un riscoprire con la semplicità di un bambino che la Fede è una luce che fa vedere anche nelle tenebre più nere. È aver sperimentato che Dio, che è Padre, che è Fratello, mi stringe nell'abbraccio del suo Amore. È riuscire, con coscienza rinnovata, a buttarmi nelle sue braccia, senza paura. È fidarsi di Dio! È gettare in Lui ogni preoccupazione! È sentirsi amato e poter amare con lo stesso suo amore… È essere figli e fratelli di Dio!
È vedere con gli occhi di Dio e scoprire meraviglie sempre nuove… scoprire che tutti siamo chiamati a contribuire alla realizzazione del sogno di Gesù: Che tutti siano una cosa sola… A vivere per una fraternità che sia di tutti, per tutti… universale!

È l'augurio per tutti i miei amici!


lunedì 30 dicembre 2013

La Vergine Madre


Maria SS. Madre di Dio (A)

Appunti per l'omelia

Nell'ottava di Natale, primo giorno dell'anno, la Chiesa celebra Maria, la Vergine che è Madre, la Madre di Dio. Questi "appunti", che mi sono permesso di riportare, sono tratti dal "Commento ai Vangeli festivi, anno A, Il Tesoro e la Perla, ed. EDB, di Claudio Arletti.
Maria è vergine e madre, due condizioni che si escludono a vicenda. Eppure, proprio dalla compresenza di entrambe le condizioni comprendiamo come Dio Padre visiti l'uomo e agisca in esso. Il Natale del Verbo è il paradigma di come la Trinità entri in comunione con ogni persona. Maria, allora, non è semplice oggetto della nostra devozione, ma racchiude tutto ciò che la persona umana può essere davanti al Padre, nello Spirito.
La verginità è spazio vuoto. È possibilità di vita, ma in quanto attesa e accoglienza. Se non viene visitata e fecondata rimane sterilità e buio. La verginità è apertura all'altro. L'uomo davanti a Dio è questo: ascolto, attesa, silenzio, attesa di quel seme divino che possa generare in lui Cristo. La verginità di Maria è allora la rinuncia a essere protagonisti nel dare la vita. La vita che fiorisce nella Vergine sarà la vita stessa di Dio, perché da Dio Maria si lascia fecondare.
La verginità di Maria è la coscienza che se Dio non agisce in noi, se non entra e feconda il nostro silenzio con la sua parola, non ci saranno frutti. Il Padre non vuole agire accanto all'uomo, non vuole agire senza l'uomo, ma vuole agire nell'uomo come il seme agisce nella donna.
Ogni persona è vergine davanti a Dio se nella fede accetta di aprirsi in silenzio per accogliere la Parola e il pane che la feconda, non perché l'uomo agisca in unità di intenti con Cristo, in semplice armonia, ma perché Cristo agisca in lui. Se questa è la verginità di Maria, fisicamente e spiritualmente, allora la sua maternità è la straordinaria facoltà di generare Dio stesso. Poiché lui e lui solo ha agito in lei.
La maternità che oggi celebriamo è realmente segno e simbolo dell'incontro tra il divino e l'umano, in modo che tutto venga dal Padre e, allo stesso tempo, tutto venga dall'uomo.
La verginità feconda della Madre di Dio è la composizione dell'umano con il divino, dove l'uno non schiaccia l'altro, il divino non soffoca l'umano, ma lo valorizza al di là delle sue apparenti possibilità.
In questo giorno in cui contempliamo il mistero del Natale dal basso, dal grembo di Maria, piuttosto che dall'alto, come il 25 dicembre, dal cielo che invia l'eterna Parola, comprendiamo l'essenza della vita spirituale, così come ce la presenta Paolo in Gal 2,20: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me». È nato dentro di me. Ho generato Cristo. Non perché io ne abbia le capacità, ma perché lo Spirito feconda il cuore del credente.



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Vedi anche questi Post:
Madre di Dio (30 dic. 2011)
Madre dell'unica persona del Verbo di Dio, dono per il mondo (31 dic. 2012)


Commenti alla Parola (Anno A):
  di Gianni Cavagnoli (VP 2013)
  di Marinella Perroni (VP 2010)
  di Enzo Bianchi


Commenti alla Parola altri Anni: vedi…


venerdì 27 dicembre 2013

La Famiglia che Dio si è scelto


Santa Famiglia (A)

Appunti per l'omelia

Il brano del Vangelo di questa domenica (Mt 2,13-15.19-23) ci offre alcuni squarci sulla vita della "santa Famiglia". Sono episodi piuttosto drammatici, che ci mostrano come il Figlio di Dio, divenuto membro di una famiglia umana, non è sfuggito alla condizione di estrema precarietà in cui questa famiglia è venuta a trovarsi: l'esperienza della fuga, la preoccupazione per la sopravvivenza del bambino, il disagio di un viaggio all'estero con i mezzi di allora, l'esperienza dell'emigrazione, dell'esilio, della vita da profughi; il ritorno, poi, in patria e un'esistenza nascosta nella routine quotidiana di un paese insignificante della Galilea, Nazaret. La vita di una famiglia povera. È l'esperienza di innumerevoli nuclei familiari, oggi, che con modalità diverse rivivono la condizione difficile di Maria, di Giuseppe e del Bambino.
Ma la famiglia di Nazaret brilla ai nostri occhi come sorgente di consolazione e modello di vita. È un capolavoro di famiglia: tre persone tutte proiettate su Dio, innamorate di Lui. Qui Dio è l'unica ragione del loro stare insieme, del loro soffrire insieme, del loro gioire insieme. Qui uno dei tre è Dio stesso in mezzo a loro: Dio sotto il volto umano di un bambino che essi hanno accolto e custodiscono, di un ragazzo che sotto la loro guida cresce e diventa adulto. Tre persone unite dal legame profondissimo della fede, dalla relazione, cioè, con Dio e fuse insieme dall'amore. Amore che viene loro partecipato in modo invisibile ma reale da quel bambino, da quel ragazzo che è Dio con loro.
È lo specchio su cui ogni famiglia cristiana è chiamata a guardarsi, a confrontarsi, riscoprendo continuamente ciò che essa è e ciò che deve essere: un "mistero d'amore".
La famiglia, "comunità d'amore"! Non un amore qualunque, ma un amore "trinitario": dove l'amore che circola al suo interno e lega i suoi membri deriva dall'amore che arde nel seno della Trinità e imita i rapporti tra le Persone divine. Sulla terra la famiglia di Nazaret ha realizzato questo modello divino in misura perfetta. La famiglia è veramente nata dal cuore di Dio e nasce continuamente dal cuore di Dio; Dio che è Famiglia. Si comprende allora perché il Figlio di Dio, quando si è incarnato, ha voluto circondarsi di una famiglia. Ha avuto bisogno di una famiglia dove essere nutrito, allevato, educato, aiutato a crescere in umanità. E questa famiglia l'ha trovata in Maria e Giuseppe.
La famiglia, allora, è il "luogo" dove tutti si lasciano evangelizzare e a loro volta evangelizzano. Dove ci si sostiene e ci si incoraggia a vicenda nel cammino della fede. Dove si impara a riconoscere il disegno d'amore che Dio realizza anche attraverso vicende dolorose. Dove si prega insieme e si vive il Vangelo, irradiandolo anche all'esterno e aprendosi alle altre famiglie. Dove i rapporti sono spiegati e permeati dall'amore.
Solo così la famiglia è veramente quella "piccola chiesa domestica" che diventa modello di vita per la famiglia più grande, la Chiesa.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
La Parola di Dio abiti tra voi nella sua ricchezza (Col 3,16)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Commenti alla Parola:
  di Gianni Cavagnoli (VP 2013)
  di Marinella Perroni (VP 2010)
  di Enzo Bianchi


giovedì 26 dicembre 2013

Celebrare la fede e servire nella carità [3]


La rivista Il Diaconato in Italia dedica il n° 180 al rapporto tra fede e carità (Celebrare la fede e servire nella carità).
Nel riportare i vari articoli nel mio sito di testi e documenti, segnalo questo intervento.






Ecco, manda me (Discernimento)
di Francesco Giglio
Nell'accogliere l'invito del Signore ad uscire dalla nostra terra ed andare dove Lui ci chiama, non dobbiamo chiederci dove dobbiamo andare, ma chiedere a Dio di mostrarci la via. È necessario quindi capire, che quando Egli chiama, noi dobbiamo rispondere «ecco manda me», e quando abbiamo capito che Egli ci chiama a lavorare nella Sua vigna, dobbiamo, prima di seminare, arare il terreno. Per questo siamo "chiamati"; per questo dobbiamo necessariamente riflettere e comprendere appieno il senso ed il significato di alcuni verbi.
Accogliere: significa credere nel Verbo incarnato e cioè in Gesù il Cristo e quindi proclamare che Egli è il «Verbo del Padre». (…) Per Giovanni accogliere-credere significa vedere ed accogliere la Persona del Verbo. (…)
Custodire: è l'atteggiamento di chi, avendo scoperto qualche cosa di prezioso, lo vuole proteggere vegliandolo: «si custodisce nel cuore ciò che è importante». (…)
Credere: nel linguaggio comune significa anzitutto "supporre-ritenere" (…) Per il cristiano "credere" significa "avere fiducia". Credere allora è un percorso, una storia. Un percorso di vita per entrare in un luogo; è la storia del rapporto con una persona dalla quale ci attendiamo vita, gioia e futuro. (…)
Celebrare: significa esaltare, lodare, glorificare. La celebrazione cristiana è sempre celebrazione del mistero di Dio. (…)
Servire: anche se oggi questa parola è poco usata e poco amata, perché ci ricorda altre parole come "servo o schiavo", riportata però nel suo significato evangelico, assume una dimensione particolare. Per comprendere tutta la grandezza della parola basta pensare a Gesù come il servo di Jahvè e a Maria come la serva del Signore. (…)
[…]
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Fare la verità nella carità. Per una maturità della fede oggi (Formazione)
di Luciano Manicardi
Adulta è una fede che non segue le onde della moda e l'ultima novità. Questa fede adulta dobbiamo maturare ed è questa fede «che crea unità e si realizza nella carità». (…)
Parlare di maturità della fede, di fede matura, implica il fatto che la fede diviene, cambia, cresce. La fede è una realtà che accompagna il divenire dell'uomo, la sua evoluzione e la sua maturazione anagrafica, psicologica, intellettuale, ecc. Dunque la fede è una realtà in divenire, in cammino, che si radica nell'umanità di un uomo, umanità anch'essa chiamata a divenire, maturare, essere integrata. La fede è una realtà che ha una storia. (…) Ognuno ha la sua storia da narrare, o meglio, la storia della sua fede.
[…]
(L. Manicardi è monaco di Bose, responsabile della formazione culturale dei novizi, collabora a diverse riviste)
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martedì 24 dicembre 2013

Dio si è fatto bambino!


Natale del Signore (A)


Appunti per l'omelia

La Gloria a Dio e la Pace sulla terra sono legate ad un Bambino.
In questo Bambino si manifesta supremamente la "gloria" di Dio, la sua pienezza traboccante di vita e di misericordia e mai nulla e nessuno ha tanto glorificato Dio come questa nascita.
Da questa nascita scaturisce la "pace sulla terra agli uomini che Egli ama". Pace, cioè la perfetta comunione con Dio e tra fratelli, per gli uomini avvolti dall'amore infinito del Signore. Di tale amore il Bambino di Betlemme è la prova e il segno più concreto e tangibile. Una "pace" radicalmente diversa dalla "pace romana" che l'imperatore si vantava di mantenere con la minaccia e la forza delle armi.
Questa nascita è un evento non relegato in un passato lontano e di cui si fa un ricordo sfocato. Ma, quando la Chiesa lo celebra, questo evento è reso misteriosamente attuale e noi vi siamo coinvolti: "Oggi è nato per voi il Salvatore".
Allora la fede ci consente di rivivere e condividere in qualche modo l'esperienza stessa dei pastori e soprattutto di Giuseppe e di Maria. Possiamo cioè restare incantati davanti al mistero di questo Bambino: un neonato è appena un batuffolo di carne che si muove o strilla o dorme. Eppure questo Bambino è tutto, è Dio. Dio che le ha tentate tutte per "catturare" le sue creature e ora si presenta sotto la forma di un bambino. Un essere che di per sé è la creatura più fragile e ha bisogno di tutto e di tutti, è in balia di tutti. Un bimbo, però, che attrae: è difficile resistere al fascino che emana dal volto di un bimbo. Se ogni bimbo è un dono di Dio, questo lo è in modo unico e superlativo. Ognuno può contemplare con lo sguardo della fede il Padre mentre, in uno slancio incontenibile di tenerezza e di gioia, gli regala personalmente Gesù. Lo regala attraverso Maria.
È un grande dono poter condividere lo stupore riconoscente e gioioso di questa giovane mamma. Stupore per un amore così inatteso e imprevedibile da parte di Dio: Dio ama a tal punto da divenire uomo lui stesso. Stupore per un amore che porta Dio a nascondersi dietro il volto di un bambino e a rivelarsi nel volto di un bambino. È il mistero dell'umiltà di Dio. Egli si rivela attraverso il segno della povertà, dell'umiltà. Contesta la nostra boria, la nostra autosufficienza, il nostro consumismo sfrenato, il nostro lusso e ci richiama a ciò che è essenziale. Ci richiama la condivisione con chi è povero.
Questa è la logica divina di umiltà che porterà Dio a nascondersi e a rivelarsi nel Crocifisso. Ma questo culmine d'amore noi lo troviamo ora nell'Eucaristia, dove l'umiltà di Dio si esprime in forma suprema. Qui non si vede neanche l'umanità: un pezzo di pane racchiude tutto il mistero. Se Dio nell'incarnazione del suo Figlio condivide in modo integrale l'esperienza umana, nell'Eucaristia l'assimilazione di Dio a noi e di noi a Lui raggiunge il vertice: si lascia mangiare per farci Lui.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Oggi è nato per voi un Salvatore (Lc 2,11)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Vedi anche:
Un bimbo è nato per noi, Is 9,5 (25 dicembre 2010)

Commenti alla Parola:
  di Gianni Cavagnoli (VP 2013)
  di Marinella Perroni (VP 2010, notte)
  di Marinella Perroni (VP 2010, giorno)
  di Enzo Bianchi

venerdì 20 dicembre 2013

Attesa e disponibilità del cuore


4a domenica di Avvento (A)


Appunti per l'omelia

I brani biblici di questa domenica ci invitano a immergerci in un clima di attesa, l'attesa trepida di un lieto evento. Attesa che si protraeva da secoli in Israele e, inconsciamente, nell'umanità. Attesa che le promesse dei profeti (cf Is 7,10-14) alimentavano senza tregua e che si faceva sempre più ardente. Ora questa attesa è come tutta concentrata e palpita nel cuore di una giovane donna che aspetta il suo bambino. E sa che questo bimbo è unico, perché è l'Atteso, è il Dono che Dio nel suo amore ha preparato da sempre per tutti gli uomini.
Nel testo evangelico (cf Mt 1,18-24) Matteo non si limita a narrare un fatto di cronaca, ma intende soprattutto mostrare alcuni aspetti dell'identità di Gesù. Chi è colui che Maria ci ha donato, colui che attendiamo nel Natale, colui che è già venuto, continua a venire e verrà?
Egli è il discendente di Davide in modo straordinario. Matteo ha fatto precedere il nostro brano da una lunga genealogia di Gesù: una lunga storia di salvezza che ha in Lui il suo punto di arrivo. Di questa storia Gesù è l'ultimo anello, ma non un anello "normale". Ne è il culmine. E viene da Dio. Non è un "prodotto" della storia. E attraverso Giuseppe è inserito legalmente nella discendenza di Davide.
Gesù è il Messia. La promessa di Dio, però, non si realizza mai alla lettera. Viene "compiuta", viene cioè attuata con una pienezza che nessuno poteva sospettare: Gesù è l'atteso, ma nello stesso tempo è imprevedibile, assolutamente nuovo.
Il concepimento verginale è segno che il figlio di Maria è puro dono di Dio, un dono gratuito, solo dono, totalmente dono. Il fatto, appunto, che Gesù sia figlio soltanto di Maria e non abbia un padre terreno è segno visibile che ha Dio solo per padre.
Gesù, nato dalla Vergine, che equivale a dire: Gesù è Figlio di Dio!
«… e tu lo chiamerai Gesù», cioè "Il Signore salva". "Jahvé salva": questo verbo specifica e sottolinea con nuova forza quello che è già il contenuto del nome stesso di Dio. Il figlio di Maria è, quindi, la fedeltà incarnata di Dio, è l'espressione suprema dell'intervento di Dio nella storia.
"Sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio-con-noi". "Dio con noi", non perché ci rappresenta Dio e ce lo annunzia, ma perché lo esprime in se stesso, essendo Dio e uomo nella stesso tempo. Questa presenza è definitiva e non ci sarà più tolta!
"Io sono con voi tutti i giorni" (Mt 28,20) dirà Gesù prima di salire al cielo. Che è come dire: in Gesù Dio è vicino, è presente per sempre e noi non saremo più soli. In Gesù, Dio continua ad assicurare a ciascuno di noi: "Io sono con te!".
C'è però la risposta umana all'iniziativa di Dio: Maria, con il suo "Sì", e Giuseppe, uomo "giusto", attento cioè alla volontà di Dio. Appena Giuseppe ha compreso che il Signore è intervenuto su Maria e se l'è "appropriata", pensa di non aver più diritti su di lei e si ritira in disparte, la "cede" a Dio.
Giuseppe aderisce prontamente al piano di Dio. La salvezza che Dio opera esige la risposta accogliente dell'uomo, che è appunto la fede. Di questa fede Maria e Giuseppe sono i primi e inseparabili protagonisti. Se Maria è proclamata "Beata la credente!" (cf Lc 1,45), Giuseppe più di chiunque altro condivide con lei tale beatitudine.
Il Figlio di Dio, Gesù, è un valore così totalizzante da polarizzare e impegnare l'esistenza intera di una persona: quella di Giuseppe, di Maria e di infinite altre persone, anche la mia, la tua... Sono queste persone che fanno la gioia di Dio e di cui Egli ha bisogno e si serve per portare avanti il suo disegno d'amore.
Anche ciascuno di noi può essere, anzi è chiamato a diventare una di queste persone.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo (Mt 1,24)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Vedi anche:
La Vergine concepirà e partorirà un Figlio, Is 7,14 (19 dicembre 2010)

Commenti alla Parola:
  di Gianni Cavagnoli (VP 2013)
  di Marinella Perroni (VP 2010)
  di Enzo Bianchi


martedì 17 dicembre 2013

Un annuncio oltre i nostri schemi


Nello slancio di rinnovamento a cui Papa Francesco ci spinge, mi sono chiesto se il mio modo di pormi in merito all'annuncio del vangelo sia veramente in linea con quanto lo Spirito oggi ci chiede. Riesco a rompere con gli schemi di una pastorale statica di conservazione (forse anche di potenziamento) dell'esistente o mi so lanciare, magari rischiando, verso forme nuove più adatte ai nostri interlocutori?
Francesco nella Evangelii gaudium scrive: «Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiastica diventino un canale adeguato per l'evangelizzazione del mondo attuale, più che per l'autopreservazione (n. 27).
La pastorale in chiave missionaria esige di abbandonare il comodo criterio pastorale del "si è fatto sempre così". Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità (n. 33)».

Il vangelo di domenica scorsa (cf Mt 11,2-11), III di Avvento, con i dubbi di Giovanni Battista riguardo a "colui che deve venire" ed il nostro modo di raffigurarcelo, mi hanno fatto riflettere se ciò che annunciamo è veramente secondo lo Spirito o secondo i miei schemi.
Scrive Claudio Arletti a commento di questo passo evangelico: «Ogni qualvolta ripetiamo di attendere Cristo, è importante verificare che la sua venuta si incroci con le nostre più intime e personali aspettative. Coincidono, o forse i beni promessi sono lontani dai nostri desideri? Giovanni correva il rischio dei Dodici, delle folle e di molti personaggi del vangelo: attendere un Messia ben definito, dai lineamenti chiari e netti che avrebbero semplicemente dovuto eseguire un programma già stampato nella mente del popolo e delle sue autorità. Il Cristo non aveva alternative: percorrere una strada differente significava il non riconoscimento da parte della gente. […]
L'attesa, se è davvero tale, deve permettere a Dio di essere Dio, in piena libertà, senza che egli debba adeguarsi ai nostri parametri».

venerdì 13 dicembre 2013

Il tempo della misericordia


3a domenica di Avvento (A)

Appunti per l'omelia

La pagina del Vangelo di questa domenica (cf Mt 11,2-11) ci presenta Giovanni in carcere, dove gli giungono notizie sull'attività di Gesù. E Giovanni ha la netta sensazione che Gesù, nel compiere la sua missione, non corrisponde ai connotati del Messia che aveva annunziato: colui, cioè, che esercita il terribile giudizio di Dio, colui che tiene in mano la "scure" e il "ventilabro" per fare piazza pulita di quanti operano il male (cf Mt 3,1-12). Egli infatti impiega il suo tempo nell'accogliere i peccatori e nel soccorrere gli ultimi, i malati, i poveri. Non è facile misurare il contraccolpo di questa constatazione su Giovanni, che forse si chiede con inquietudine se non si è ingannato su Gesù. Forse per il Battista è un momento di vera crisi o comunque di dubbio profondo. Decide allora di interpellare Gesù stesso attraverso i suoi discepoli: «Sei tu... o dobbiamo aspettare un altro?».
E Gesù: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano…». Gesù si richiama al profeta Isaia che descrive l'era messianica come caratterizzata da opere prodigiose in favore degli infelici. Il testo proposto per questa domenica (cf Is 35,1-10), con immagini fantastiche, annuncia appunto un futuro caratterizzato da una indicibile novità: il deserto fiorisce ed esulta, la steppa arida si copre di vegetazione al passaggio dei figli d'Israele che tornano dall'esilio. E nel loro cammino li accompagneranno "gioia e felicità" come due amiche inseparabili e premurose, mentre l'altra coppia funesta, "tristezza e pianto", fuggirà lontano. Questo è il futuro che attendiamo, che in qualche modo è già anticipato grazie alla presenza di Gesù. È Lui, come scrive sant'Ireneo, che "portò ogni novità portando se stesso". E nella misura in cui noi lo incontriamo, cominciamo a fare l'esperienza della gioia e della libertà.
Il tempo della salvezza annunziato da Isaia è arrivato: il Messia è qui! È lui, Gesù, anche se è un Messia diverso da come Giovanni si attendeva. Per questo Gesù invita discretamente Giovanni a rileggere in modo più corretto le Scritture che annunciano proprio quei "segni" messianici che Lui sta compiendo. «E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!»; non trova, cioè, nel comportamento di Gesù un ostacolo a credere. Perché, appunto, Gesù non si presenta come il "forte" che scatena contro i peccatori la collera di Dio, ma è invece la rivelazione della sua misericordia verso i poveri, i sofferenti, i lontani. Giovanni allora sarà beato se accetta Gesù così come si presenta, anche se non risponde alle sue attese e sconvolge i suoi schemi.
Ed il messaggio che Gesù invia a Giovanni è chiaro: il Precursore non si è sbagliato nell'attribuire al Messia il compito di attuare il giudizio definitivo di Dio. Gesù lo farà. Ma non ora. Ora è il tempo della misericordia di Dio verso i perduti: è questo un connotato essenziale del Messia. Il giudizio è rimandato al termine della storia. Allora tutti gli uomini saranno giudicati da Gesù, e proprio sulla misericordia che avranno praticato imitando il suo comportamento misericordioso.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Beato è colui che non trova in me motivo di scandalo! (Mt 11,6)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Vedi anche:
Siate costanti fino alla venuta del Signore , Gc 5,7 (12 dicembre 2010)

Commenti alla Parola:
  di Gianni Cavagnoli (VP 2013)
  di Marinella Perroni (VP 2010)
  di Enzo Bianchi


venerdì 6 dicembre 2013

Maria, il nostro "dover essere"


Immacolata Concezione della B.V. Maria
(2a domenica di Avvento - A)



Appunti per l'omelia

Celebrare nel cuore dell'Avvento la Solennità dell'Immacolata Concezione di Maria, ci porta a contemplare il disegno originario di Dio sull'umanità. Tutti, donne e uomini, guardiamo a Maria come al sogno realizzato di Dio. Egli, infatti, avendoci creato a sua immagine, dopo il disastro del peccato, ricomincia da Maria l'inizio della nuova creazione, non più compromessa dalla disubbidienza. Concedendo a Maria questo privilegio singolare, il Signore non ha voluto soltanto prepararla ad essere "degna Madre del suo Figlio", ma ci assicura che quanto ha fatto per lei vuol farlo anche per noi, per la Chiesa, per tutti.
In Maria, "santa e immacolata", primizia e figura della Chiesa, Dio ha attuato in anticipo questo suo progetto di salvezza riguardante l'intera umanità.
Il nostro Battesimo è in qualche modo la nostra "Immacolata Concezione". Lo è pure quel "nuovo Battesimo" che è il sacramento della Riconciliazione, perché, con questi due sacramenti, Dio ci rinnova e ci rende simili a Maria.
"Abbiamo contemplato, o Dio, le meraviglie del tuo amore", meraviglie compiute in Maria, e anche in noi. Lei è come la "forma", lo "stampo" di cui il Signore si serve per plasmare anche noi in modo da renderci "altri lei", copie vive della Madre sua e nostra.
Nel contemplarla così, ci sentiremo nascere nel cuore la nostalgia di una bellezza intatta, non torbida, ma insieme anche la fiducia, sebbene ci vediamo tanto distanti da lei, perché è proprio vero che Dio può prendere uno straccio da una pozzanghera e farne un abito da sposa.
Contemplare Maria, invocarla ed imitarla nell'amore!
Maria, infatti, è bella perché ama. È solo amore, è tutta amore. Prendendo lei come modello e guida, realizzeremo il programma di vita che l'Avvento ci richiama: nell'attendere il Natale, generare Gesù in noi ed in mezzo a noi, essere altra Maria, figli con il profilo unico della Madre.



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Vedi anche:

I post:
Il sogno di Dio (dic. 2012)
Madre di Dio (dic. 2010)
Maria, fiore dell'umanità (dic. 2009)
Immacolati nella carità (dic. 2008)


Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Rallegrati, piena di grazia (Lc 1,28)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)


Commenti alla Parola:
  di Gianni Cavagnoli (VP 2013)
  di Marinella Perroni (VP 2010)
  di Enzo Bianchi


lunedì 2 dicembre 2013

Servizio e non servitù


Riporto questa intervista, apparsa sul Corriere della Sera di sabato 30/11/2013, di Gian Guido Vecchi a Maria Voce, Presidente del Movimento dei Focolari, sulla figura della donna nella Chiesa, perché significativa per chi svolge un servizio nella Chiesa.


«Le donne nella Chiesa devono avere pari dignità»

Rocca di Papa (Roma) – A chiederle se le dispiace non poter essere un sacerdote, lei che è una delle donne più influenti nella Chiesa, si fa una risata sommessa: «Guardi, conosco pastore evangeliche legate al movimento, amiche e donne eccezionali che fanno molto bene nelle loro chiese, però io non ho mai pensato che la possibilità di diventare sacerdote aumentasse la dignità della donna: Sarebbe solo un servizio in più. Perché il punto è un altro: come donne, quello cui dobbiamo tendere, mi sembra, è vedere riconosciuta la pari dignità, la pari opportunità nella Chiesa cattolica. Servizio e non servitù, come dice lo stesso Papa Francesco…».
Maria Voce guida dal 2008 i Focolari, due milioni e mezzo di aderenti in 182 Paesi, l'unico movimento guidato per statuto da una donna. È succeduta alla fondatrice, Chiara Lubich, che la chiamava «Emmaus» ed sepolta poco distante, nella piccola cappella del centro mondiale di Rocca di Papa, con la vetrata che guarda tra i poni la sua casa e, di fronte, alla lapide, un mosaico a rappresentare Maria come Madre della Chiesa. Il 7 dicembre saranno passati 70 anni dalla «consacrazione a Dio» di Chiara. Una donna laica che anticipò diversi temi del Concilio. «La Chiesa come aperture, comunione, amore reciproco…».

Quale è oggi il ruolo delle donne nella Chiesa, e quanto sono ascoltate?
«Il ruolo è quello di ogni essere umano, uomo o donna, che appartiene alla Chiesa come corpo mistico di Cristo. Come venga considerato da altri, invece, è una cosa un po' diversa. Mi pare che le donne non abbiano ancora molta voce in capitolo. Tante volte si riconoscono loro i valori di umiltà, docilità, flessibilità, però un po' ci si approfitta di questo. Il Santo Padre, del resto, ha detto che gli fa pena vedere la donna in servitù, non la donna a servizio: il servizio è una parola chiave del suo pontificato, ma in quanto servizio d'amore. Non nel senso di servizio perché sei considerata inferiore e quindi sottomessa. In questo credo ci sia ancora da fare».

Il Papa ha detto che bisogna pensare una «teologia della donna». Che significa, per lei?
«Io non sono una teologa. Ma il Papa ha dato il titolo: "Maria è più grande degli apostoli". È bello che lo dica, è molto forte. Però da questo deve venire fuori la complementarietà. La partecipazione anche al magistero, in un certo senso…».

In che senso?
«Chiara pensava Maria come il cielo azzurro che contiene il sole, la luna e le stelle. In questa visione, se il sole è Dio e le stelle i santi, Maria è il cielo che li contiene, che contiene anche Dio che si è incarnato nel suo seno. La donna nella Chiesa è questo, deve avere questa funzione, che può esistere solo nella complementarietà con il carisma petrino. Non può esserci soltanto Pietro a guidare la Chiesa, ma ci deve essere Pietro con gli apostoli e sostenuto e circondato dall'abbraccio di questa donna-madre che è Maria».

Per Francesco bisogna riflettere sul posto della donna «anche dove si esercita l'autorità». Come si potrebbe fare?
«Le donne potrebbero guidare dei dicasteri di Curia, per dire, non vedo difficoltà. Io non capisco perché, ad esempio, a capo di un dicastero sulla famiglia ci debba essere necessariamente un cardinale. Potrebbe benissimo esserci una coppia di laici che vivono cristianamente il loro matrimonio e, con tutto il rispetto, sono di sicuro più al corrente di un cardinale dei problemi della famiglia. Lo stesso potrebbe valere per altri dicasteri. Mi pare normale».

Che altro?
«Penso alle Congregazioni generali prima del conclave. Potrebbero parteciparvi le madri superiore delle grandi congregazioni, magari rappresentanti elettivi delle diocesi. Se l'assise fosse più ampia, aiuterebbe anche il futuro Papa. Del resto, perché deve consultarsi solo con gli altri cardinali? È una limitazione».

Può valere anche per il gruppo cardinalizio di Consiglio voluto da Francesco?
«Certo. Non vedo un gruppo di sole donne che si aggiunge. Sarebbe più utile un organismo misto, con le donne e altri laici che assieme ai cardinali possono dare le informazioni necessarie e delle prospettive. Questo mi entusiasmerebbe».

E le donne cardinale? Si parlò di Madre Teresa, come l'avrebbe vista?
«Vorrei capire come si sarebbe vista lei! Una donna cardinale potrebbe essere un segno per l'umanità, ma non per me né per le donne in genere, credo. Sarebbe una persona eccezionale che è stata fatta cardinale. Va bene, ma poi? Grandi figure, sante e dottori della Chiesa, sono state valorizzate. Ma è la donna in quanto tale che non trova il suo posto. Ciò che va riconosciuto è il genio femminile nel quotidiano».

La famosa complementarietà…
«Certo. Parlavo di carisma petrino e carisma mariano. Ma in genere direi fra uomo e donna, la complementarietà iscritta nel disegno divino. L'uomo a immagine di Dio, "maschio e femmina li creò", non si realizza altrimenti. Vale pure per i consacrati: anche se uno rinuncia al rapporto sessuale non può rinunciare al rapporto, alla relazione con l'altro».


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Leggi pure l'intervista rilasciata da Maria Voce alla Rivista Città Nuova (n. 21/2013).


venerdì 29 novembre 2013

Il nostro vegliare operoso


1a domenica di Avvento (A)


Appunti per l'omelia

Con questa domenica ha nuovamente inizio l'Anno della Chiesa e la sua prima stagione è l'Avvento (venuta). Questo è un tempo di preparazione al Natale, in cui si celebra la prima venuta del Figlio di Dio tra gli uomini, ma è anche il tempo in cui si ravviva l'attesa della seconda venuta di Cristo al termine della storia.
Il brano evangelico di oggi (cf Mt 24,37-44) fa parte di un più ampio discorso di Gesù, dove l'annuncio centrale riguarda la sua venuta ultima e visibile: «Vedranno il Figlio dell'uomo venire sopra le nubi del cielo con grande potenza e gloria. Egli manderà i suoi angeli, con una grande tromba, ed essi raduneranno tutti i suoi eletti dai quattro venti, da un estremo all'altro dei cieli» (Mt 24,30-31). È un avvenimento splendido e gioioso: Gesù risorto, nella pienezza del suo potere regale, verrà a raccogliere attorno a sé tutta la famiglia e darà inizio alla festa eterna del Regno di Dio. Chi accoglie questo annuncio di Gesù vive nell'attesa, colma di speranza, di un lieto evento. La sua venuta segnerà, appunto, la fine di questo vecchio mondo dove dominano l'egoismo, la sopraffazione, l'odio, la morte, e inaugurerà un mondo radicalmente nuovo, fraterno, dove l'unità degli uomini con Dio e tra loro sarà perfetta, la vita piena e la gioia straripante, senza fine. Si realizzerà la visione stupenda del profeta Isaia (cf Is 2,1-5), dove gli strumenti di guerra saranno trasformati in strumenti di lavoro e di servizio all'uomo, frutto della conversione a Dio: nell'incontro con Lui si scopriranno fratelli è quanto Dio ha promesso per "la fine dei giorni".
Ecco la responsabilità dei cristiani: con le nostre lentezze e incoerenze, con i nostri peccati, rischiamo di ostacolare il compiersi del sogno di Dio. È rivolto a noi l'appello vibrante con cui termina il brano di Isaia: «Casa di Giacobbe, vieni, camminiamo nella luce del Signore».
Nel brano del Vangelo Gesù sottolinea un aspetto irrinunciabile nell'attesa della sua venuta: la vigilanza responsabile e operosa. Il "Signore che viene" bisogna essere pronti ad accoglierlo. Gesù mette in guardia i discepoli contro il pericolo di addormentarsi o di stancarsi nell'attesa, «come fu ai giorni di Noè… non si accorsero di nulla». È l'adagiarsi in una falsa sicurezza, senza rendersi conto che una "Venuta" incombe e sarà un evento di salvezza per chi opera il bene, ma un evento di rovina per chi avrà agito male. «Allora due uomini saranno nel campo: uno sarà preso e l'altro lasciato...». Una selezione che non avverrà per caso o per capriccio, ma secondo il giusto giudizio di Dio: alcuni saranno trovati pronti per l'appuntamento decisivo, altri invece impreparati. «Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà». "Vegliate, state pronti", è la parola d'ordine dell'Avvento e anche di quel lungo avvento che è il corso della nostra vita. La cosa più saggia è attenderlo sempre: «Anche voi tenetevi pronti perché, nell'ora che non immaginate, viene il Figlio dell'uomo».
Questo appello di Gesù è ripreso in modo accorato da Paolo (cf Rm 13,11-14): «È ormai tempo di svegliarvi dal sonno… Comportatevi onestamente come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, non in litigi e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo».

La vigilanza è attenzione d'amore a colui che verrà, ma già viene. "Vegliare" è saper riconoscere Gesù in queste molteplici venute e donargli amore concreto.
Veglia bene chi ama, perché è proprio dell'amore vegliare!



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Anche voi tenetevi pronti (Mt 24,44)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Vedi anche:
La nostra salvezza è più vicina, Rm 13,11 (28 novembre 2010)

Commenti alla Parola:
  di Gianni Cavagnoli (VP 2013)
  di Marinella Perroni (VP 2010)
  di Enzo Bianchi



venerdì 22 novembre 2013

Il Re che offre la sua vita


Cristo Re - 34a domenica del T.O. (C)


Appunti per l'omelia

Oggi la Chiesa conclude l'anno liturgico celebrando solennemente Cristo Re dell'universo. Questa festa esprime in sintesi tutto il mistero cristiano: "Gesù Cristo è centro del cosmo e della storia. Lui, solo Lui, è il Redentore dell'uomo" (Giovanni Paolo II).
San Paolo, nell'inno di Colossesi 1,12-20, celebra la suprema regalità di Cristo, la sua posizione centrale nella storia della creazione e della redenzione. In Lui si è reso visibile e accessibile il volto di Dio. In Lui tutta l'umanità è riconciliata e ricondotta al Padre. In Lui trova senso e unità l'universo intero. Egli è il "cuore" del mondo e della Chiesa.
Nella scena drammatica che il Vangelo di oggi riporta (cf Lc 23,35-43), all'interno del racconto della passione, possiamo cogliere il significato vero della regalità di Gesù. «Sopra di lui c'era anche una scritta: "Costui è il re dei Giudei"». È la motivazione della condanna: Gesù è un ribelle che ha attentato alla sovranità unica dell'imperatore romano. Il discepolo, però, che legge queste parole vi scopre la dichiarazione di un mistero profondo: Gesù è veramente re, ma solamente agli occhi della fede e in un modo che è diametralmente opposto alla concezione umana della regalità. Un re che ha come trono la croce.
Il discepolo, che contempla con amore e gratitudine sconfinata il suo Maestro e Signore fra i tormenti della passione, riconosce la sua solidarietà estrema con gli uomini peccatori che lo porta a soffrire per loro e con loro. Questi è il Re che offre la sua vita per i suoi!
I nemici di Gesù sfogano il loro odio, lanciano l'ultima sfida: «Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l'eletto». Così l'incapacità di Gesù di salvare se stesso e gli altri dimostra all'evidenza che Lui non è re, non è il Messia. Ma Gesù non raccoglie la sfida. Sulla croce Egli non salva se stesso, ma dona se stesso per salvare noi. Proprio con la sua morte è venuto a salvare coloro che si convertono e credono in Lui. Li salva perdonandoli e promettendo di portare con sé nella gloria del Padre quanti lo riconoscono come Messia, come re.
Così, il malfattore pentito non si associa agli insulti proferiti dall'altro malfattore, ma lo rimprovera. Confessa la propria colpevolezza, riconosce la perfetta innocenza di Gesù e si rivolge a Lui con una domanda che esprime pentimento e fede messianica: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Una fede straordinaria! Il ladrone, crede che Gesù introdurrà il Regno di Dio, che comporta la risurrezione dei morti. Lo crede nonostante la situazione tragica e irreparabile del Messia, crocifisso e morente come lui. Che cosa ha potuto provocare e motivare tale fede? La preghiera di Gesù per i suoi uccisori: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno!». Il ladrone si converte perché ha ascoltato questa preghiera di Gesù. Ha percepito la profondità inaudita del rapporto filiale che Gesù vive con Dio e ha capito fino a che punto arriva il suo amore. E la risposta di Gesù supera ogni attesa: «In verità ti dico: oggi sarai con me nel paradiso».

Ecco il nostro Re! Non colui che domina e umilia con l'arroganza del potere. Ma colui che serve fino a dare la vita. Colui che si "perde" tra i "perduti". Colui che proprio morendo salva. La qualità e la misura della sua regalità è l'amore, l'amore che si fa servizio fino alla morte. Riconoscerlo come Re significa convertirsi, accogliere il suo perdono e imparare a servire col suo stile e la sua dedizione.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Oggi con me sarai nel paradiso (Lc 23,43)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Vedi anche il post:
Il nostro Re, lo riconosce chi ama (21 novembre 2010)


Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2013)
  di Claudio Arletti (VP 2010)
  di Enzo Bianchi

sabato 16 novembre 2013

Celebrare la fede e servire nella carità [2]


La rivista Il Diaconato in Italia dedica il n° 180 al rapporto tra fede e carità (Celebrare la fede e servire nella carità).
Nel riportare i vari articoli nel mio sito di testi e documenti, segnalo questi altri interventi.






Fede, amore e diaconia (Servizio)
di Giovanni Chifari
Celebrare la fede in un anno ad essa dedicato non può limitarsi ad una presentazione di attività ed iniziative, seppur utili e lodevoli, ma deve poter essere occasione per ritornare alle sorgenti della nostra stessa esperienza di fede. Realtà quest'ultima mai definitiva e sempre da riscoprire come Chiesa sia come membra di questo corpo. Un cammino nel quale può essere fruttuosa l'analisi della categoria esperienziale dell'incontro, della azione che, arricchita da un forte ancoramento biblico teologico, può offrire la possibilità di discernere e comprendere la differenza tra il prima e il dopo, mostrando gli esiti della conversione, e con docilità all'azione dello Spirito, rivelare quella novità profetica che oggi fa rima con speranza che i discepoli Cristo sono chiamati a seminare nella faticosa esperienza della quotidianità. Riscoprire e rinnovare, senza mai smettere di cercare e discernere, osservare, analizzare e interpretare, sono tutte azioni che investono l'atto di fede di una unità cristiana e di ogni credente, ma anche operazioni che invocano la partecipazione dello Spirito Santo, perché serve una sapienza alta ma anche pratica, ma soprattutto richiedono amore, gioia e pace.
[…]
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Dalla Scrittura la liturgia e dalla liturgia la Scrittura (Studio)
di Pietro Sorci

«Per questo è nata la Bibbia: non per restare scritta ad utilità dei singoli o a diletto degli studiosi, ma per essere proclamata, soprattutto nella liturgia». È così che P. Sorci ci introduce nell'amore per le Scritture, da cui viene ogni carità.

Sottotitoli:
- Il legame tra la Bibbia e la liturgia
- Dalla sinagoga alla chiesa
- Dalla Parola scritta alla Parola celebrata
- Liturgia ed esegesi
- Lo Spirito Santo

[…]
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venerdì 15 novembre 2013

Nell'attesa di quel giorno…


33a domenica del T.O. (C)

Appunti per l'omelia

L'anno liturgico volge al suo termine. I brani biblici di questa domenica orientano la nostra attenzione verso gli avvenimenti finali della storia sia dell'umanità sia personale.
Il Vangelo (cf Lc 21,5-19) riporta la prima parte di un lungo discorso dove Gesù, ricorrendo anche a un linguaggio ricco di immagini forti e paradossali, annuncia la conclusione della vicenda dell'uomo e del mondo, che coinciderà con la sua ultima venuta. Questo discorso, che l'evangelista colloca immediatamente prima del racconto della passione, assume il valore di un testamento: il Maestro, in procinto di essere sottratto ai suoi discepoli dalla morte ormai imminente, solleva in qualche modo il velo sul futuro che li attende fino al termine della storia, quando Egli verrà nella gloria, radunerà i dispersi e ricomporrà la famiglia.
Gesù, mentre fissa ai discepoli di tutti i tempi un appuntamento finale con Lui, è soprattutto interessato al loro modo di comportarsi durante il cammino della storia e della vita. È l'ultimo discorso pubblico di Gesù. È il suo addio a Gerusalemme, di cui annuncia la rovina.
Ogni grandezza artificiale, ogni simbolo e roccaforte del potere, fosse anche potere religioso, ma in cui gli uomini ripongono una falsa sicurezza, sono destinati a crollare.
Un pericolo poi contro cui Gesù mette in guardia i discepoli è rappresentato dai falsi profeti che annunciano prossima la sua venuta. La fede dei discepoli fin dagli inizi sarà sempre minacciata da sedicenti liberatori dell'umanità, da presunti rappresentanti di Dio: bisogna vigilare per non lasciarsi ingannare.
Il corso della storia è segnato da violenze, guerre… Gesù ci chiede, perciò, di accettare con coraggio il tempo che viviamo. Vuole che sappiamo guardare in faccia alla realtà, che sappiamo affrontarla senza paura, anche se è dolorosa e carica di incognite. La forza d'animo è richiesta soprattutto di fronte all'odio e alla persecuzione che accompagnano sempre i discepoli. Gesù vuole che, quando si troveranno nella morsa della persecuzione, non perdano la fiducia e non si lascino soffocare dalla paura e dalle preoccupazioni.
«Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita»: perseveranza, cioè, pazienza, costanza, coraggio, fiducia, soprattutto resistenza di fronte a tutte le prove fino alla fine. Si tratta di rimanere fedeli alla parola di Gesù, alla volontà di Dio che ci chiede di vivere quotidianamente nella carità.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita (Lc 21,19)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Vedi anche il post:
Oltre ogni paura (14 novembre 2010)


Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2013)
  di Claudio Arletti (VP 2010)
  di Enzo Bianchi


domenica 10 novembre 2013

Celebrare la fede e servire nella carità [1]


La rivista Il Diaconato in Italia dedica il n° 180 al rapporto tra fede e carità (Celebrare la fede e servire nella carità).
Nel riportare i vari articoli nel mio sito di testi e documenti, segnalo questi interventi.






Celebrò la fede e servì nella carità (Emergenze)
di Giuseppe Bellia
"Il percorso storico-spirituale di un martire della speranza" (don Pino Puglisi)
Quotidianità, inevidenza e gloria, caratterizzano sia il servizio dei ministri di Cristo sia la testimonianza dei discepoli, congiunti in questo nella fedele imitazione della missione di Cristo. Saper cogliere nell'insignificanza della fedeltà quotidiana, nello spreco di una vita donata in martyría a causa di Cristo e del Vangelo (Mc 8,35), i segni gloriosi delle grandi opere di Dio, si deve ancora ribadirlo, non è alla portata della vanità della carne, ma solo opera dello Spirito Santo, perché «la carne non giova a nulla» (Gv 6,63).
Proprio la difficoltà di questo percorso ci spinge a ricercare quali sono state le stazioni o le svolte principali del cammino storico-spirituale di don Pino Puglisi, piccolo parroco siciliano. Quali gli elementi basilari della sua diaconia di martire della speranza in terra di mafia? Quali i tratti costitutivi della sua esistenza teologica? Guardando al suo tracciato interiore più solido e costante, mi pare che emergono tre punti di forza: il primato della Parola di Dio, la centralità dell'eucaristia domenicale e la forte tensione caritativa che lo sospingeva a ricercare il bene della comunità fraterna.
[…]
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Celebrare la fede, vivere la diaconia (Liturgia)
di Enzo Petrolino
Se la liturgia è l'azione più efficace della Chiesa essa è anche l'azione più efficace per trasmettere ancora oggi la fede della Chiesa. Allora il diacono cerca la carità sincera che viene dalla comunione al Corpo di Cristo. Il Concilio ci insegna che nel dono, l'eucaristia, ritroviamo il senso più profondo della liturgia cristiana e della vita della Chiesa (culmen et fons ricorda la costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium, n.10). Nella Sacrosanctum Concilium - che ha aperto il rinnovamento conciliare - ritroviamo alcuni aspetti che sottolineano un legame stretto tra liturgia e carità.
Già al n. 2 la costituzione conciliare afferma che «la liturgia infatti, mediante la quale specialmente nel divino Sacrificio dell'eucaristia "si attua l'opera della nostra Redenzione", contribuisce in sommo grado a che i fedeli esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il mistero di Cristo e la genuina natura della vera Chiesa, che ha la caratteristica di essere nello stesso tempo umana e divina, visibile ma dotata di realtà invisibili, fervente nell'azione e dedita alla contemplazione, presente nel mondo e, tuttavia, pellegrina».
[…]
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Per servire nella carità (Riflessioni)
di Andrea Spinelli
Se chiediamo a qualcuno, oltre naturalmente che a noi stessi, che cosa sia la fede, la prima risposta sarà quasi certamente: la fede è credere, credere che esiste Dio, l'Essere supremo, che sta al di sopra di noi, è onnipotente, onnisciente e onniveggente. Una simile risposta pare che soddisfi molti, la conferma spesso presbiteri e diaconi l'hanno durante le benedizioni delle famiglie in occasione del Natale (rito ambrosiano).
Talvolta, anche senza una domanda specifica (che non facciamo per rispetto della libertà individuale), qualche parrocchiano si sente in dovere di spiegarci perché non lo vediamo a Messa la domenica (se non nelle solennità "indispensabili"): «Vede, padre, la domenica non riesco a venire in chiesa per la messa, poiché, dopo una settimana di lavoro, ho tanto da fare in casa e proprio il tempo non me lo permette. Comunque le preghiere le dico ogni giorno, mattino e sera, perché io ci credo, so che Dio c'è e Lui senz'altro sa che non vengo perché non posso, non perché non voglio».
[…]
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venerdì 8 novembre 2013

Figli della risurrezione


32a domenica del T.O. (C)


Appunti per l'omelia

Tra le domande più inquietanti che gli uomini portano nel cuore c'è la domanda sull'aldilà, sul dopo la morte, con gli interrogativi strettamente connessi: che senso ha la nostra esistenza sulla terra? La nostra vita avrà un futuro? Vale la pena fare il bene?
Al tempo di Gesù i farisei, seguiti dalla maggioranza del popolo, insegnavano che i morti risorgeranno. Concepivano, però, tale risurrezione in modo piuttosto grossolano come la ripresa e la continuazione della vita presente, con l'appagamento di ogni desiderio anche sul piano fisico. Ai farisei si opponevano accanitamente i sadducei, che negavano la risurrezione perché la Legge non ne parla, dato che accettavano solo i primi cinque libri della Bibbia. Partendo, appunto, da una prescrizione della Legge, che obbligava il fratello non sposato a prendere in moglie la cognata, qualora il primo marito fosse morto senza averle dato figli, questi sadducei propongono a Gesù il caso di una donna che ha avuto successivamente sette mariti... A chi di loro apparterrà nel mondo della risurrezione? Prospettando una situazione grottesca, mettono in ridicolo la fede nella risurrezione (cf Lc 20,27-38).
Gesù anzitutto smaschera e rifiuta la raffigurazione dell'aldilà quasi fosse un prolungamento, sia pure in meglio, dell'attuale condizione terrena, perché il futuro che Dio prepara al di là della morte sarà una realtà radicalmente nuova, una sorpresa assoluta del suo amore. Gesù infatti distingue «questo mondo» dall'«altro mondo». Sono due mondi successivi, l'uno diverso dall'altro. I «figli di questo mondo», cioè coloro che vivono nella situazione concreta e con tutti i condizionamenti di questa vita terrena, «prendono moglie e prendono marito», perché sanno di dover morire e quindi devono assicurarsi una discendenza. «Ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dei morti non prendono né moglie né marito», perché «non possono più morire».
I risorti «sono uguali agli angeli», i quali vivono al cospetto di Dio, totalmente persi in Lui, immersi nella sua felicità, e quindi liberi da ogni preoccupazione di vincere la morte. Così sarà dei risorti: parteciperanno pienamente alla vita di Dio, nella perfetta comunione fraterna. «Poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio»: con la risurrezione saremo manifestati pienamente quali figli di Dio, figli che partecipano della sua stessa vita con tutto il proprio essere anche corporeo.
La nostra realtà filiale, che ha la sua origine nel Battesimo, raggiungerà la sua perfezione con la risurrezione, in una vita di "risorti" già iniziata e poi proseguita lungo l'esistenza terrena. Solo chi ha incominciato a fare esperienza di "vita nuova in Cristo" può credere e aspirare alla risurrezione finale, che è essere con Lui e con Dio, nella famiglia di Dio, la Trinità. È questa una delle ragioni per cui oggi ci sono cristiani i quali, come i sadducei, non credono o dubitano che dopo la morte ci sia ancora la vita e vita piena. La risurrezione, infatti, come puro fatto "fisico" non ha senso. Solo intesa come esperienza di rapporto con Cristo e con Dio che, già vissuta ora imperfettamente, raggiungerà un giorno la sua perfezione beatificante, diventa immensamente desiderabile e fonte di speranza gioiosa per il credente.
Inoltre, se Dio si presenta a Mosè come il «Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe», è segno che mentre parla si sente in rapporto vitale con i padri morti ormai da centinaia di anni. Ciò significa che essi devono continuare a vivere misteriosamente in comunione con Lui. E sarebbe davvero strano che il Dio di Israele, "l'eterno Vivente", si associ a dei morti, quando Egli è la sorgente di ogni vita: «Dio non è dei morti, ma dei viventi»!
La risurrezione appare così non tanto come semplice fatto fisico e biologico, ma come la "vita di comunione" con Dio, al di là della nostra breve esistenza storica, che già ci ha permesso di incontrarci con Lui. Nella misura in cui ora viviamo una relazione profonda col Padre e tra fratelli, siamo in grado di intuire che cosa intende dirci Gesù quando ci parla della vita futura.
Inoltre, interpretando falsamente la frase di Gesù "Non prendono moglie né marito", c'è la tentazione di credere che nell'aldilà tutti i rapporti saranno livellati e appiattiti, come se le relazioni profonde che abbiamo intrecciato e consolidato tra amici e persone care fossero destinate a scomparire. In realtà nel Paradiso tutti i legami affettivi autentici, che hanno segnato l'esistenza in questo mondo, non soltanto rimarranno, ma saranno liberati da ogni condizionamento e limite: saranno vissuti nel massimo grado di perfezione e godimento. Se così non fosse, allora neppure Maria, la Madre del Salvatore, potrebbe avere quel rapporto tutto speciale che invece conserva ancora col proprio Figlio. Anche chi è morto, infatti, continua ad amare i suoi molto più di quanto li amasse durante la vita terrena.
È tonificante sapere che Gesù, durante la sua esistenza terrena, vedeva e sperava così il futuro suo e nostro. Ora che è risorto, ci assicura che il futuro, verso il quale camminiamo, porta il suo volto, è Lui nella sua gloria di risorto. Lui vivo in mezzo a noi, perché nel rapporto vissuto con Lui attraverso l'amore ci prepariamo a condividere con Lui la vita eterna.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Dio non è dei morti, ma dei viventi (Lc 20,38)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Vedi anche il post:
Dio dei vivi (7 novembre 2010)


Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2013)
  di Claudio Arletti (VP 2010)
  di Enzo Bianchi


sabato 2 novembre 2013

L'incontro sorprendente con Gesù


31a domenica del T.O. (C)

Appunti per l'omelia

«Tu ami tutte le cose che sussistono… Hai compassione di tutti, perché tutto puoi…» (cf Sap 11,22ss).
Il suo infinito potere, Dio lo mette al servizio dell'amore che vuole la vita. Nessuno come Lui conosce il valore della vita, soprattutto della vita umana. I peccati distruggono la relazione con Dio e quindi lo splendore della vita vera del credente. Per questo Egli desidera perdonarli. Anzi, sembra che Dio chiuda gli occhi e li volga altrove per non vedere la gravità delle colpe: così non sarà costretto a punire il peccatore e gli darà ancora tempo per pentirsi.
Così Gesù ha fatto con Zaccheo (cf Lc 19,1-10). Non gli rinfaccia i suoi peccati, ma gli propone l'incontro con Lui. Da questo incontro scaturiscono la conversione e la vita nuova per il pubblicano. Non prima il pentimento perché sia reso possibile l'incontro, ma prima l'incontro e così scatterà il pentimento.
Zaccheo è un uomo benestante e affermato negli affari; ma, per la sua professione di esattore delle tasse, appartiene alla categoria di coloro che sono socialmente disprezzati e ai margini della comunità, anzi ritenuti impuri e peccatori.
Egli però quel giorno fa una scelta contraria alla sua cultura. Trascura i propri interessi e, seguendo un impulso interiore, si mette alla ricerca di Gesù. È pura curiosità la sua? Forse è un'inquietudine sottile, una segreta nostalgia che lo muove, sia pure a livello inconscio. Sembra che l'iniziativa parta esclusivamente da lui. In realtà c'è qualcuno che lo sta chiamando ed egli, senza saperlo, va dietro a questo richiamo. In ogni modo è sincero e determinato nel suo intento di vedere Gesù: «Corse avanti... salì su un sicomoro».
«Gesù alzò lo sguardo», incrociando quello di Zaccheo. Pronuncia il suo nome, come se si conoscessero da tempo. La sorpresa del pubblicano è grande: come fa Gesù a conoscerlo? Ma la sorpresa di Zaccheo raggiunge il colmo quando si sente dire: «Scendi in fretta, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Gesù si autoinvita!
Come non riconoscere nel gesto di Gesù la misericordia del Padre che insegue i perduti, li cerca, non vede l'ora di raggiungerli e li ricupera attraverso il proprio Figlio? Zaccheo non si lascia sfuggire il dono che gli viene offerto e prontamente aderisce alla parola di Gesù e «lo accolse pieno di gioia».
Zaccheo non delude Gesù. Attraverso il banchetto in comune con Lui è chiamato e ammesso alla comunione con Dio. Nell'incontro personale con Gesù diventa un uomo nuovo. E l'impegno che pubblicamente dichiara a Gesù rivela un uomo irrevocabilmente deciso a percorrere la via della giustizia e della gratuità. E per questo è un uomo felice. Felice, cioè salvato. La conferma gli viene da Gesù stesso: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza».
La conversione di Zaccheo è frutto dell'incontro con Gesù. Con la conversione il denaro, che prima schiavizzava il cuore e la vita, diventa, nelle mani dell'uomo ormai libero, servo utile e strumento prezioso per fare il bene. Anche l'uomo più perduto e impermeabile, se incontra Gesù e si lascia toccare il cuore da Lui, trova la forza di risorgere e sperimenta la salvezza.


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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Oggi devo fermarmi a casa tua (Lc 19,5)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Vedi anche il post:
Vita che Dio non spegne (31 ottobre 2010)


Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2013)
  di Claudio Arletti (VP 2010)
  di Enzo Bianchi


giovedì 31 ottobre 2013

Ciò che sta più a cuore a Dio: la nostra felicità!


Solennità di Tutti Santi

Appunti per l'omelia

La solennità di Tutti i Santi ci introduce nella contemplazione della pienezza del nostro essere figli di Dio. Ci ricorda l'Apostolo Giovanni: «Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! (…) Fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è» (Cf 1Gv 3,1-3).
Il nostro essere figli nel Figlio di Dio ci fa sperimentare la realtà delle beatitudine proclamate da Gesù nel vangelo (cf Mt 5,1-12).
Il "beati!", che Gesù ripete nove volte come un ritornello martellante, è un appello a dare libero sfogo alla propria felicità. La serie di "beati!", che sembra non volersi arrestare, dice una felicità completa a cui non manca nulla per essere piena e traboccante. Il "beati!" viene poi ripreso e spiegato nel duplice imperativo finale: è una gioia interiore e profonda, non superficiale, che si esprime anche esternamente in modo esplosivo e contagioso, in un grido di "esultanza": «Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
Per i Santi, la "ricompensa grande nei cieli" è già una realtà. Per noi invece, ancora in cammino, l'azione benevola di Dio in nostro favore è ancora oggetto di speranza; ma già possiamo sperimentarla, sia pure in modo iniziale e imperfetto.
Questo intervento di Dio, Gesù lo descrive con una ricca varietà di immagini:
«Saranno consolati» (da Dio). Dio cambierà il nostro destino di dolore in una esistenza di gioia: ci farà gustare la sua tenerezza paterna e materna insieme.
«Erediteranno la terra», vale a dire uno spazio di vita sicura, illimitata, ricca di ogni bene e di comunione con Dio e con gli altri. È la vita eterna.
«Saranno saziati» (da Dio). Dio appagherà al di là di ogni attesa e misura il nostro desiderio di felicità. Ci ammetterà al banchetto, alla festa finale del Regno.
«Troveranno misericordia». Faremo l'esperienza del perdono di Dio, dell'infinita sua misericordia.
«Vedranno Dio». Dio ci ammetterà all'incontro personale e immediato con Lui. È il culmine della felicità: l'incontro del Padre con i suoi figli.
«Saranno chiamati figli di Dio». Dio ci riconoscerà apertamente come i suoi figli. Ci accoglierà nella sua famiglia divina, nel seno della Santissima Trinità.
«Di essi è il Regno dei cieli». Il Regno, cioè, Dio stesso che interviene in nostro favore e si dona a noi. Questa beatitudine fa di noi i "proprietari" e gli eredi di diritto del Regno. Questa espressione apre e chiude la serie delle beatitudini e ne manifesta in sintesi il contenuto.

Veramente abbiamo qui il cuore del Vangelo: il nostro Dio ci vuole semplicemente felici, felici della sua stessa felicità.
Ciò che sta più a cuore a Dio è vederci felici. E Lui lo farà!



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Beati i puri di cuore perché vedranno Dio (Mt 5,8)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Vedi anche i post:
La gioia del Cielo (1° novembre 2012)
Le Beatitudini, unità con i Santi (1° novembre 2011)


Commento alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2013)
  di Claudio Arletti (VP 2010)
  di Enzo Bianchi


venerdì 25 ottobre 2013

La preghiera che piace a Dio


30a domenica del T.O. (C)

Appunti per l'omelia

Anche in questa domenica la Parola di Dio ritorna sul tema della preghiera, mettendo in luce una caratteristica necessaria: l'umiltà. Dio ha un debole per gli ultimi e li ascolta quando gridano a Lui. Infatti, «la preghiera dell'umile attraversa le nubi» (cf Sir 35,12,22).
Nella storia che narra (cf Lc 18,9-14), Gesù presenta due tipi di preghiera, due modi di mettersi davanti a Dio e in colloquio con Lui, che sono agli antipodi l'uno dell'altro.
Da una parte un "fariseo", un osservante scrupoloso della Legge, ritenuto dalla pubblica opinione modello di pietà e di santità. Dall'altra parte un "pubblicano", appartenente alla categoria di uomini considerati sfruttatori e strozzini, odiati da tutti e ritenuti pubblici peccatori. Gesù descrive il loro modo di pregare.
La preghiera del fariseo è esternamente ineccepibile. Ma in realtà, sotto l'apparente devozione, è una preghiera... "atea", se così si può dire. Egli strumentalizza quel momento di dialogo con Dio per la propria autoglorificazione. Il suo centro di interesse non è Dio, ma lui stesso. Da Dio non si aspetta nulla. Non ha bisogno di Dio. È consapevole di essere perfettamente a posto con tutte le norme della Legge. Anzi fa molto più dello stretto dovuto. A Dio non chiede niente.
E l'altro, il famigerato pubblicano, ha osato presentarsi al cospetto di Dio. È entrato nel Tempio con discrezione, quasi furtivamente. Si ferma a distanza per non farsi notare da nessuno. Non rispetta le regole della preghiera, non sa pregare secondo i canoni comuni. Infatti, col capo chino per la vergogna, si batte il petto come una persona senza dignità e in preda alla confusione. È capace di ripetere soltanto: «O Dio, abbi pietà di me peccatore».
Profondamente consapevole della sua situazione immorale, sinceramente pentito di quanto ha fatto finora e deciso a cambiare vita, non osa nemmeno alzare gli occhi al cielo. Non ha nulla di buono da presentare a Dio e neppure pensa a confrontarsi con altri, come fa invece il fariseo.
Il suo cuore è veramente lacerato dal dolore per aver offeso Dio e defraudato tantissime persone. Prende allora la sua vita, piena di infedeltà e di fallimenti, e la presenta a Dio, affidandola alla sua misericordia.
Gesù, che ha descritto con velata simpatia la preghiera del pubblicano, conclude con un'affermazione che è sconcertante per il suo uditorio: l'odiato esattore, proprio lui, ha ricevuto il perdono e la compiacenza divina: «Tornò a casa sua giustificato».
Dio è così. Chi nella preghiera si apre a Lui dando libero sfogo alla sua pena interiore, fosse anche l'uomo più perduto, scopre che la sua supplica incontra l'amore di un padre che si china su di lui; scopre la sua realtà di persona amata, qualunque sia la sua situazione di peccato. Il peccatore pentito è più caro agli occhi di Dio di colui che, sicuro di sé come il fariseo, ritiene di non aver bisogno della misericordia del Signore.
Gesù in tal modo ci ha descritto la preghiera come l'incontro tra l'uomo che sentendosi schiacciato dalla sua povertà di creatura e dal carico pesante dei suoi peccati si abbandona umilmente alla misericordia divina e Dio che nella sua tenerezza senza limiti lo ascolta, lo accoglie, lo salva. Il pubblicano diventa, allora, il prototipo del vero credente, che non confida in sé e nelle proprie opere, anche buone, ma in Dio soltanto.
La conclusione «Chiunque si esalta sarà umiliato (= da Dio) e chi si umilia sarà esaltato (= da Dio)» riprende l'affermazione, più volte ripetuta nel Vangelo, che l'umiltà tocca il cuore di Dio e attira il suo intervento.
È proprio vero che il nostro modo di pregare rivela il nostro modo di pensare, di agire, di essere: "Dimmi come preghi e ti dirò come vivi e chi sei" e viceversa.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Tornò a casa sua giustificato (Lc 18,14)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Vedi anche il post:
La preghiera del povero (24 ottobre 2010)


Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2013)
  di Claudio Arletti (VP 2010)
  di Enzo Bianchi


giovedì 24 ottobre 2013

Il Diaconato in Italia

Il diaconato in Italia n° 180 (maggio/giugno 2013)





Celebrare la fede e servire nella carità


Sommario


EDITORIALE
Il corpo sponsale di Cristo (Giuseppe Bellia)

EMERGENZE
Celebrò la fede e servì nella carità (Giuseppe Bellia)

CONTRIBUTO
Come una sinfonia. Ripensare l'ascolto a partire dal Verbo (II) (Domenico Concolino)

TESTIMOINIANZA
Cuauhtemalan, il Paese dei tanti santi (Enzo Petrolino)

LITURGIA
Celebrare la fede, vivere la diaconia (Enzo Petrolino)

RIFLESSIONI
Per servire nella carità (Andrea Spinelli)

SERVIZIO
Fede, amore e diaconia (Giovanni Chifari)

STUDIO
Dalla Scrittura la liturgia e dalla liturgia la Scrittura (Pietro Sorci)

DISCERNIMENTO
Ecco, manda me (Francesco Giglio)

FORMAZIONE
Fare la verità nella carità. Per una maturità della fede oggi (Luciano Manicardi)


Rubriche

TESTIMOINIANZE
La mia esperienza con i giovani tossicodipendenti (Diacono Pippo)
Non c'è fede senza carità (Vincenzo Alampi)

PAROLA
Il viaggio e la preghiera (Luca Bassetti)

APPENDICE
Diaconesse e diaconia (Luigia Jenny Di Napoli)


Riquadri
La preghiera di ordinazione



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(Vai ai testi…)



mercoledì 23 ottobre 2013

Pregare sempre: essere Gesù!


Mi sono soffermato sul quel richiamo di Gesù a «pregare sempre, senza stancarsi mai» (Lc 18,1).
A questo proposito riporto alcuni passi di sant'Agostino, tratti dalla Lettera a Proba. Essi dicono:
«Manteniamo sempre vivo il desiderio della vita beata, che ci viene dal Signore Dio e non cessiamo mai di pregare. Ma, a questo fine, è necessario che stabiliamo certi tempi fissi per richiamare alla nostra mente il dovere della preghiera, distogliendola da altre occupazioni o affari, che in qualche modo raffreddano il nostro desiderio, ed eccitandoci con le parole dell'orazione a concentrarci in ciò che desideriamo. Facendo così, eviteremo che il desiderio, tendente a intiepidirsi, si raffreddi del tutto o si estingua per mancanza di un frequente stimolo.
La raccomandazione dell'Apostolo: "In ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste" (Fil 4,6) non si deve intendere nel senso che dobbiamo portarle a conoscenza di Dio. Egli infatti le conosceva già prima che fossero formulate. Esse devono divenire piuttosto maggiormente vive nell'ambito della nostra coscienza. Esse, poi, devono contare su un atteggiamento fatto di fiduciosa attesa dinanzi a Dio, più che ambire la manifestazione reclamistica dinanzi agli uomini.
Stando così le cose, non è certo male o inutile pregare a lungo, quando si è liberi, cioè quando non si è impediti dal dovere di occupazioni buone o necessarie. Però anche in questo caso, come ho detto, si deve sempre pregare con quel desiderio. Infatti il pregare a lungo non è, come qualcuno crede, lo stesso che pregare con molte parole. Altro è un lungo discorso, altro uno stato d'animo prolungato.
Sappiamo che gli eremiti d'Egitto fanno preghiere frequenti, ma tutte brevissime. Esse sono come rapidi messaggi che partono all'indirizzo di Dio. Così l'attenzione dello spirito, tanto necessaria a chi prega, rimane sempre desta e fervida e non si assopisce per la durata eccessiva dell'orazione.
Lungi dunque dalla preghiera ogni verbosità, ma non si tralasci la supplica insistente, se perdura il fervore e l'attenzione. Il servirsi di molte parole nella preghiera equivale a trattare una cosa necessaria con parole superflue.
Il pregare consiste nel bussare alla porta di Dio e invocarlo con insistente e devoto ardore del cuore».

Ma per noi, la cui vita è scandita dalle molteplici attività, dagli impegni di lavoro, di famiglia, come è possibile «pregare sempre», ed essere in Dio come dovremmo?

Mi sono state di luce queste parole di Chiara Lubich, che parlano della nostra preghiera: «Come fare a pregare sempre? Era chiaro che ciò non poteva verificarsi moltiplicando gli atti di preghiera…
Si poteva pregare sempre, essendo Gesù. Gesù, infatti, prega sempre. Se in qualsiasi nostra azione non fossimo stati noi a vivere, ma Cristo in noi, la giornata sarebbe stata una preghiera continua. E ciò era possibile se avessimo impostata la vita sull'amore, se fossimo stati una viva espressione della parola "amore", sintesi di tutta la Legge e i Profeti».

Così la nostra vita diventa una vita donata all'amore del prossimo ed il nostro servizio un'icona della diaconia di Cristo: siamo nel modo, come Gesù, manifestazione dell'amore di Dio, perché pieni di Lui e tutti e sempre "rivolti" verso di Lui.
Il nostro amore, non è filantropia, ma amore soprannaturale, "carità", vita di Dio, alimentata da quel continuo colloquio del cuore che dà senso e spessore a tutta la nostra esistenza.

venerdì 18 ottobre 2013

La perseveranza nella preghiera


29a domenica del T.O. (C)

Appunti per l'omelia

La comunità cristiana, e in essa ogni fedele, quando sperimenta la lotta contro le forze del male sempre operanti lungo il suo cammino, può ritrovare ogni volta sicurezza e serenità solo in Colui che è il suo "custode", la "protegge da ogni male" e "veglia" su di essa.
Il segreto del successo di Mosè durante la battaglia contro Amalek (cf Es 17,8-13), è la sua ostinazione nel tenere le mani alzate fino a sera: gesto profetico che invita a conservare la fede nel Signore, a fidarsi di Lui, il solo che può proteggere il suo popolo.
Analogamente si fa pressante il richiamo di Paolo al discepolo Tomoteo (cf 2Tm 3,14-4,2) alla fiducia che sostiene e consolida la fedeltà a Dio nel tempo della fatica e della prova. Fedeltà che poggia sull'insegnamento "appreso" e sulla Scrittura da vivere e da annunciare, in tutte le forme e con insistenza.
Ma nel cammino della fede è veramente essenziale la preghiera perseverante. Gesù ne sottolinea la necessità e l'efficacia: «pregare sempre, senza stancarsi mai» (cf Lc 18,1-8); cioè senza scoraggiarsi, superando la tentazione di pensare che non serva, perseverando con tenacia ed insistenza.
Gesù trae lo spunto dall'episodio della vedova, che chiede giustizia ad un giudice che viveva nella sua città, per esortare i discepoli a rivolgersi a Dio con fiducia incrollabile e con perseveranza. Dio infatti non è un giudice ingiusto e disonesto, ma è il nostro Padre giusto e tenerissimo. Smettere di pregarlo è rifiutargli la nostra fiducia, non riconoscere più che è il nostro Padre e considerarlo come impotente o indifferente. Così viene meno la nostra fede, perché assieme alla nostra preghiera è sempre in gioco la nostra fede in Dio, che è e rimane nostro Padre.
Di Lui ci si può, ci si deve fidare: il suo aiuto è sicuro, perché la sua potenza e il suo amore sono realtà assolutamente sicure.
Non è però altrettanto sicura la capacità degli uomini di mantenere in tutte le prove la fede in Dio come Padre: «Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?». Questa domanda finale di Gesù provoca una certa inquietudine ed è un invito a vigilare perché quando verrà (e non si sa quando) ci trovi saldi nella fedeltà a Dio e vivi nella fede, cioè perseveranti nella preghiera.


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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
L'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona (2Tm 3,17)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Vedi anche il post:
Annuncio e preghiera (17 ottobre 2010)


Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2013)
  di Claudio Arletti (VP 2010)
  di Enzo Bianchi


giovedì 17 ottobre 2013

Il prossimo, via all'unione con Dio


C'è un pensiero che mi ha colpito della "Lettera ai Romani" di san'Ignazio di Antiochia, di cui oggi facciamo memoria. È questo suo desiderio di morire per essere in Dio: «Ogni mio desiderio terreno è crocifisso e non c'è più in me nessun'aspirazione per le realtà materiali, ma un'acqua viva mormora dentro di me e mi dice: "Vieni al Padre"».
Ma come, ora, posso essere anch'io in questa "tensione" per Dio? Come progredire, nella esperienza quotidiana al servizio di Dio e dei fratelli, nell'unione con Dio?
La risposta mi è sembrata di scorgerla nel seguito di quella Lettera: «Voglio il pane di Dio, che è la carne di Gesù Cristo, della stirpe di David; voglio per bevanda il suo sangue che è la carità incorruttibile».
Ogni giorno posso essere messo a contatto con la "carne di Cristo" che è l'Eucaristia, resa tangibile, come ci dice papa Francesco, nell'incontro con la "carne di Cristo" dei nostri fratelli poveri, bisognosi, malati. "Toccando" loro, tocchiamo la carne di Cristo, della "stirpe di Davide": non una carne spirituale, ma una realtà concreta.
Noi diaconi, quali "ministri del Calice", sperimentiamo quanto essenziale è per la nostra vita questa "bevanda, il suo sangue, che è la carità incorruttibile".
Sperimentiamo così, nella morte continua di noi stessi per essere sempre nell'amore, che il prossimo, nostro fratello, è la via maestra per l'unione con Dio!

sabato 12 ottobre 2013

Convegno Diaconi del Lazio


Si è svolta oggi a Roma la Giornata Regionale del Diaconato Permanente del Lazio, promosso dal Coordinamento del Diaconato della Conferenza Episcopale del Lazio.
Ha presieduto l'incontro mons. Lino Fumagalli, vescovo di Viterbo e vescovo incaricato per il clero della Conferenza Episcopale del Lazio.
Importante e significativo è stato l'inizio di questa giornata sulla Tomba di san Pietro, dove abbiamo celebrato l'Eucaristia.
Poi, presso la Casa "Pastor Bonus" del Vicariato di Roma, abbiamo proseguito l'incontro.
Tema principale: Come aiutare i pastori a portare l'odore del gregge? Il diacono un ministero di mediazione.

Alcuni appunti.
L'intervento, tenuta da don Nicola Filippi, delegato per il Diaconato Permanente della Diocesi di Roma, si è incentrato sul pensiero di Papa Francesco riguardo al nostro rapportarci con il "gregge" che ci è affidato e l'apporto che i diaconi possono essere in questa opera di evangelizzazione, nella ricerca del superamento di due tipici pericoli: l'autoreferenzialità e il clericalismo.
Siamo chiamati a rispondere alle sfide attuali che derivano dal confronto con culture diverse, dalla modalità di dialogo e di annuncio del "vangelo della misericordia" senza compromessi. La risposta? Spesso con una quasi assenza di risultati positivi, ci si ritrova ad aver prodotto la chiusura su se stessi, nell'impossibilità di saper cosa fare… se non quello di "pettinare le pecore" che sono rimaste nell'ovile (per usare l'espressione di Papa Francesco).
L'autoreferenzialità, sia del presbitero che del diacono, è il segno di un clericalismo che si coniuga con una chiesa che ha smarrito di essere un popolo e si nega come una chiesa "plurale", appoggiandoci su una visione settoriale secondo ruoli prestabiliti (prete-fedeli).
Come allora portare l'odore delle pecore?
Il clericalismo impedisce di prendere l'odore delle pecore e, autoreferenziandosi, ci si dimentica l'odore delle pecore che sono malate, lontane… Ma per il pastore vale la parola di Gesù: "Ho anche altre pecore che non sono di questo ovile…".
Come il diacono può aiutare un vescovo o un sacerdote ad essere "davanti", "in mezzo", "dietro" al gregge …e prendere su di sé l'odore delle pecore?
I sacerdoti hanno bisogno di diaconi che li facciano essere pastori!

Pastore "davanti al gregge", nell'esercizio del governo, nella riscoperta del ministero della presidenza della comunità, quale guida spirituale attraverso l'annuncio della Parola, la Preghiera e la Direzione spirituale.
La complessità della vita rischia di far perdere di vista al presbitero la sua identità, perché egli è effettivamente troppo oberato di compiti non necessariamente sacerdotali, in una vita quasi manageriale… Occorre quindi saper delegare ad altri queste mansioni. Il servizio diaconale, espressione del coordinamento della pastorale parrocchiale, deve essere in grado di prendere su di sé tutte queste incombenze, con umiltà, per far sì che il sacerdote sia preoccupato di fare quello che è suo proprio. Il diacono, quasi una cinghia di trasmissione tra il sacerdote e la comunità.
Una comunità che ha un ministero così strutturato è una comunità viva, dove i vari carismi in essa presenti sanno sussistere in armonia.
C'è un presupposto essenziale per questi tipo di ministerialità: una profonda comunione del presbitero con il diacono, dove ambedue, radicati nel medesimo sacramento, sono coscienti della propria diversità.

Pastore "in mezzo al gregge". È un condividere totalmente la vita del gregge, è prendersi effettivamente "l'odore del gregge". Comporta una condivisione con tutte le persone affidate e non solo quelle che ci frequentano; con quelle che vivono ai margini o sono lontane. Anch'esse fanno parte del gregge…: "E ho altre pecore che sono lontane da questo gregge…".
Il Pastore "conosce per nome" tutte le sue pecore… Purtroppo, allo stato attuale, soprattutto in una grande città o in parrocchie molto numerose, è quasi impossibile essere presenti nella individualità e nella reale condizione delle pecore, "conoscendole per nome"…
Questa situazione può diventare una prospettiva molto feconda per il diacono: essere "l'occhio e l'orecchio" del vescovo, del presbitero… Il diacono infatti vive immerso nel mondo, con una molteplicità di relazioni; si incontra spesso con persone che il sacerdote non ha la possibilità di incontrare… Il diacono è "occhio che vede" e "orecchio che scolta"; sa ascoltare il grido di aiuto che sale dalle "pecore" che si trovane disperse… e tutto riconduce al pastore…

Pastore "dietro al gregge"... per assicurarsi che nessuno resti indietro e perché il popolo possa trovare pure lui altre strade di incontro.
Il diacono aiuta il pastore quando aiuta i più deboli a non restare indietro e questi sono facilitati nel loro inserimento nella comunità… Ci sono persone, come gli anziani, i poveri, delle quali nessuno si cura di loro e "rimangono indietro". Il diacono ricorda come eliminare le "periferie" e condurre tutti al centro, ad abitare il centro. Così la comunità diventa veramente di tutti, "cattolica"; e non di pochi eletti…
Il diacono, per l'inserimento nel mondo del lavoro, per l'esperienza della famiglia, ha un "fiuto" più raffinato del presbitero, per una azione pastorale più efficace.
Anche qui, se non c'è una profonda comunione tra presbitero e diacono, è fatica sprecata!

Solo così possiamo essere una chiesa "estroversa", più aperta al mondo, dialogante con tutti. In questa visione di ministero, il diacono ha veramente la possibilità di essere questo "aiuto" per il sacerdote ed essere quel continuo richiamo nell'andare alla ricerca di tutte le pecore per condurle all'unico ovile di Gesù.