lunedì 31 dicembre 2012

Madre dell'unica persona del Verbo di Dio, dono per il mondo


1° gennaio – Maria SS.ma Madre di Dio

Appunti per l'omelia

Nasce un nuovo anno con i suoi molteplici richiami: il tempo, che corre e non ritorna, è un grande dono che Dio ci offre, perché lo possiamo usare con riconoscenza e responsabilità. Se tutto viene inevitabilmente "divorato" dal tempo, rimane però intatto il bene che abbiamo compiuto. Tutto il tempo trascorso nell'amore vero diventa eterno come Dio, che è Amore.
L'anno che si apre col suo carico di incognite lo possiamo affrontare nella fiducia che Dio non ci abbandona, ma ci "benedice e ci protegge" con la sua presenza efficace d'amore: è Lui che "rivolge il suo volto su di noi" (cf Nm 6,22-27). In definitiva è Gesù la benedizione che Dio dà all'umanità. È Lui il volto luminoso di Dio rivolto verso di noi, la manifestazione concreta del suo amore che non ci sarà mai tolto.
Oggi, ottava di Natale, contempliamo ancora il mistero del "Figlio" di Dio, «nato da donna, perché ricevessimo l'adozione a figli» (cf Gal 4,4-7).
Il Vangelo (cf Lc 2,16-21) ci riporta nuovamente alla stalla di Betlemme consentendoci di rivivere l'esperienza dei pastori e soprattutto di Maria nell'incontri col Salvatore. I pastori hanno ricevuto la buona notizia e "senza indugio" sono andati e "hanno riferito ciò che del Bambino era stato detto loro", mentre "Maria, da parte sua, conservava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore".
Maria diventa così simbolo e modello della comunità cristiana che contempla e assimila interiormente il mistero inesauribile del Verbo Incarnato.
Se il protagonista assoluto rimane Lui, il Bambino Gesù, circonciso l'ottavo girono e inserito così ufficialmente nel popolo di Dio, segno e presenza del "Signore che salva", oggi però la Chiesa rivolge la sua attenzione in modo speciale a Maria, celebrandola come "Madre di Dio", titolo che, colto nel suo significato, dà veramente le vertigini. È la Madre di Dio! La maternità umana è relazione con una persona: colei che è madre è madre non di un corpo, ma di una persona. Ora il bimbo di Maria è il Figlio di Dio, è l'unica Persona del Verbo eterno, è Dio stesso. Maria è veramente "Madre di Dio"!
Ma il Figlio di Dio, incarnandosi nel grembo di Maria, ha legato a sé ogni uomo, divenendo il primogenito di una moltitudine di fratelli. Così, la madre di Gesù è anche la madre di tutti noi e di ciascuno in particolare.
Non c'è dubbio che la festa mariana di oggi è la più importante di tutte. Ogni aspetto del mistero di Maria, ogni suo privilegio trova la sua spiegazione e il suo fondamento nella sua relazione di madre con Gesù. Una relazione unica e indicibile! Ce lo richiama anche la raffigurazione, molto frequente, di Maria col Bambino; anzi, nella Chiesa d'Oriente, Maria non è mai sola, ha sempre in braccio il Bambino.
Maria esiste soltanto per Lui e lo mostra al mondo. Così anche la Chiesa: abbraccia Gesù e lo mostra al mondo, significando così la nostra vocazione di discepoli di Gesù: avere Gesù tra le braccia e mostrarlo, anzi donarlo, al mondo. Chi cerca Gesù dovrebbe poterlo ricevere da noi. Ciò sarà possibile se guarderemo a Maria come modello di fede e di carità.
Ed il dono che il mondo attende nella persona del Figlio di Dio, è "il Principe della pace… Lui stesso la nostra pace" e sua madre, la "Regina della pace".
Facciamo nostra così la promessa evangelica «Beati gli operatori di pace» che Benedetto XVI ha scelto per questa 46a Giornata Mondiale della Pace, per «incoraggiare tutti a sentirsi responsabili riguardo alla costruzione della pace».
Affidiamo a Maria il nostro desiderio ed il nostro impegno perché nel nuovo anno la pace possa "scoppiare" e dilagare.


-------------
Vedi anche:

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2012)
  di Claudio Arletti (VP 2009)
  di Enzo Bianchi

venerdì 28 dicembre 2012

Il segno visibile dell'amore del Padre

Santa Famiglia (C)

Appunti per l'omelia

Nella luce del Natale la Chiesa celebra la festa della Santa Famiglia. Il nostro sguardo, senza allontanarsi dal bambino di Betlemme, si allarga ad abbracciare la sua famiglia: Maria, la vergine madre, e Giuseppe, lo sposo di Maria; egli che amò con genuino amore di padre il Figlio di Dio.
Maria e Giuseppe sono una coppia profondamente credente, osservante della Legge. Se i genitori di Samuele (cf 1Sam 1,20-28: I lettura) sono consapevoli che il loro fanciullo è un dono grande di Dio, come lo è ogni figlio, Giusepe e Maria sanno bene che il loro ragazzo è il dono di Dio in modo assoluto e si sentono responsabili di educarlo religiosamente. Lo mostra in modo esemplare l'episodio gioioso ed insieme drammatico del pellegrinaggio a Gerusalemme. In quella occasione Gesù rivela alcuni aspetti della sua identità, manifestando una relazione esclusiva con Dio, che chiama "padre" suo ed il cui disegno ha priorità su tutto, anche sui legami familiari più stretti.
Al rimprovero dei suoi genitori («Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre (Giuseppe) ed io, angosciati, ti cercavamo»), Gesù restituisce il rimprovero, dichiarando di avere un altro "padre" («Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi della cose del Padre mio?»). In questo dialogo emerge chiara la sua coscienza di essere il Figlio di Dio. Il termine "padre", riferito a Dio, che risuona nelle prime parole di Gesù riportate nel vangelo di Luca, si ritroverà nelle ultime parole che egli pronuncerà sulla croce sul punto di morire: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46). "Padre" è la prima e l'ultima parola di Gesù, come a dire che tutta la sua esistenza è custodita e spiegata dal rapporto filiale con Dio. Un mistero che Maria e Giuseppe «non compresero» subito…
Dopo questi fatti Gesù «scese con loro e venne a Nazaret e stava loro sottomesso». Qui si svolge, nell'umile ritmo di una vita ordinaria, l'esistenza di una famiglia non benestante, che viveva del lavoro quotidiano ed alle prese con molteplici problemi. È l'esperienza di innumerevoli nuclei familiari, anche oggi, che con modalità diverse rivivono le condizioni della santa famiglia. Ma l'apparente grigiore è rischiarato da una luce vivissima: «Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini».
Ciò che caratterizza la vita di questa originale famiglia è la centralità di Gesù. È Lui che polarizza tutta l'attenzione e l'affetto di Maria e di Giuseppe. In questa famiglia uno dei tre è Dio stesso in mezzo a loro: Dio sotto il volto umano di un bambino che essi hanno accolto e custodiscono, di un ragazzo che sotto la loro guida («stava loro sottomesso») cresce e diventa adulto. L'affetto paterno di Giuseppe e la tenerezza materna di Maria per quel figlio si mescolano e confondono con lo stupore, la gratitudine e l'adorazione della creatura verso il proprio Creatore, che è arrivato al punto di convivere gomito a gomito con loro, al punto di aver bisogno di tutto, come ha bisogno un figlio dei suoi genitori. Tre persone unite dal legame profondissimo della fede e fuse insieme dall'amore.
La famiglia di Nazaret è lo specchio su cui ogni famiglia cristiana è chiamata a guardarsi, riscoprendo continuamente ciò che essa è e ciò che essa deve essere: un mistero d'amore.
Il Figlio di Dio, quando si è incarnato, si è circondato di una famiglia. Ha avuto bisogno di una famiglia dove essere nutrito, allevato, educato, aiutato a crescere in umanità. Questa famiglia l'ha trovata in Maria e Giuseppe.
Il Figlio di Dio, abituato al seno del Padre, divenuto uomo, anzi bambino, continua a sperimentare la tenerezza del Padre nell'attenzione amorevole di Maria e di Giuseppe. Essi sono stati per Gesù il sacramento, il segno visibile e toccabile dell'amore di suo Padre.



-------------
Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Questo è il suo comandamento: che ci amiamo gli uni gli altri (1Gv 3,23)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2012)
  di Claudio Arletti (VP 2009)
  di Enzo Bianchi



lunedì 24 dicembre 2012

Il mistero dell'umiltà di Dio


Natale del Signore (C)

Appunti per l'omelia

Siamo giunto al momento tanto atteso: la luce ha squarciato la notte, Dio stesso ha preso dimora in mezzo a noi, un Bimbo ci è stato donato! «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse» (Is 9,1).
Il Natale del Signore è un evento di luce; luce che esplode nella notte e, squarciando le tenebre, la illumina a giorno. Ha illuminato il buio in cui avanza a tentoni colui che ha smarrito la via; il buio di chi non capisce il senso della sua vita ed è portato a dubitare di Dio; il buio di chi si sente prigioniero delle proprie paure, del proprio egoismo, del proprio peccato; il buio di chi non riesce più a sperare ed ha il nulla davanti a sé.
Ed ancora, il Natale del Signore è un evento di gioia: «Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia» (Is 9,2).
Luce e gioia che sono legate ad un bambino, che sono un bambino!
Così, i temi della luce, della gioia, del bambino ritornano anche nel racconto evangelico che l'evangelista Luca ci fa della nascita di Gesù: «La gloria del Signore li avvolse [i pastori] di luce… Ecco, vi annuncio una grande gioia… Oggi è nato per voi un Salvatore» (Lc 2,9.10.11).
Sì, anche noi abbiamo bisogno di ricevere una notizia come questa: ci è donata la salvezza, gratuitamente, per puro amore. Salvezza che non consiste nella soluzione di problemi che angustiano la nostra vita quotidiana, ma in definitiva non essenziali. È una salvezza che consiste nella soluzione del problema che è ciascuno di noi, con gli interrogativi inquietanti che ci portiamo dentro sul senso della vita, del nostro destino, della nostra identità.
«Io vi annuncio una grande gioia: oggi è nato per voi il Salvatore». Basta che io lo riconosca e lo accolga! Allora questa "grande gioia" diventa la mia esperienza quotidiana. Accoglierlo, che significa mettere da parte la mia logica, il mio buon senso, ed accettare la logica di Dio: la salvezza è un Bambino! È lo scandalo di Dio. È lo stile di Dio. Eppure questo Bambino è tutto, è Dio! In questo Bambino si manifesta la "gloria" di Dio, la sua pienezza traboccante di vita e di misericordia; e mai nulla e nessuno ha mai glorificato Dio come questa nascita. Da essa ci viene donata la Pace, che è la perfetta comunione con Dio e tra di noi; pace per gli uomini avvolti dall'infinito amore del Signore, «per gli uomini che Egli ama».
Questo Bambino, forma sublime dell'amore di Dio, è il modo di manifestarsi di Dio. Egli si manifesta in una creatura la più fragile, bisognosa di tutto e di tutti ed in balìa di tutti. Ma è anche la più dolce. È difficile resistere al fascino che emana dal volto di un bimbo. E se ogni bimbo è dono di Dio, questo lo è in modo unico e superlativo. Così, ognuno può contemplare con lo sguardo della fede il Padre mentre, in uno slancio incontenibile di tenerezza e di gioia, gli viene donato personalmente Gesù, donato attraverso Maria.
È un grande dono poter condividere lo stupore riconoscente e gioioso di questa giovane mamma. Stupore per un amore così inatteso e imprevedibile da parte di Dio. Stupore che porta Dio a nascondersi dietro il volto di un bambino, a rivelarsi nel volto di un bambino. È il mistero dell'umiltà di Dio!


-------------
Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Non temete: vi annuncio una grande gioia (Lc 2,10)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2012)
  di Claudio Arletti (messa della notte - VP 2009)
  di Claudio Arletti (messa del giorno - VP 2009)
  di Enzo Bianchi


venerdì 21 dicembre 2012

Lì, dove fiorisce la gioia


4a domenica di Avvento (C)

Appunti per l'omelia

Ormai il Natale è alle porte e la Parola di Dio ci svela alcuni tratti del grande Festeggiato che ci prepariamo ad incontrare.
Già il profeta Michea (5,1-4) annuncia il suo paese natale, Betlemme, un umile villaggio della Giudea, da dove uscirà «il dominatore di Israele», colui che assicurerà la pace, anzi, «egli stesso sarà la pace!», «fino agli estremi confini della terra». La promessa di Michea alimenta l'attesa del Messia e anche, sia pure in maniera oscura, di sua madre: «colei che deve partorire partorirà».
Il misterioso evento di colui che attendiamo e deve venire si realizza, primariamente, nell'eternità di Dio, dove in un vertiginoso dialogo d'amor il Figlio, prima di iniziare la sua avventura terrena, accetta di incarnarsi e di adempiere la sua missione fra gli uomini. Con un atto di perfetta ubbidienza al Padre, accetta di fare della sua vita un sacrificio esistenziale che culminerà con la sua morte-risurrezione: «Ecco io vengo per fare la tua volontà» (Eb 10, 7 e 9).
Questo infinito "sì" d'amore a Dio e agli uomini trova eco sul versante umano in un altro "sì" perfetto di ubbidienza e di amore: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me secondo la tua parola» (Lc 1,38). L'incontro di due "sì" ha reso possibile il miracolo del Natale. L'«Eccomi!» del Figlio, pronunciato dall'eternità accompagnerà Gesù in ogni momento della sua esistenza e raggiungerà il suo vertice nel sacrificio della Croce. Così pure l'«Eccomi!» di Maria, che esprime la sua fede ubbidiente, risuonerà senza sosta nel suo cuore durante tutta la sua vita e sarà perfetto quando essa si troverà associata intimamente al sacrificio del Figlio sul Calvario.
Nella cornice dello svelamento di questo mistero d'amore vediamo, nel racconto evangelico odierno (Lc 1,39-45), l'incontro di Maria con la cugina Elisabetta. Il vero protagonista è Gesù, dove Maria è presentata come inseparabilmente congiunta con Lui, limpida trasparenza di Cristo.
Le parole di Elisabetta proclamano ciò che Dio ha operato in Maria. Le promesse di Dio si stanno compiendo. Il Messia è ormai presente nel mondo, anche se nascosto nel grembo della madre. L'attesa del Salvatore che i profeti avevano tenuto accesa per tanti secoli, ora palpita nel cuore di una giovane donna. Così, il viaggio di Maria evoca il viaggio dell'arca dell'Alleanza: Maria è la nuova e vera "arca dell'Alleanza", il luogo, cioè, della presenza viva di Dio in mezzo al suo popolo. Giovanni Paolo II, nell'enciclica sull'Eucaristia, definiva Maria "donna eucaristica": «Quando, nella visitazione, porta in grembo il Verbo fatto carne, ella si fa, in qualche modo, tabernacolo, il primo tabernacolo della storia, dove il Figlio di Dio, ancora invisibile agli occhi degli uomini, si concede all'adorazione di Elisabetta, quasi irradiando la sua luce attraverso gli occhi e la voce di Maria» (EdE 55).
Colei che si è dichiarata "la serva del Signore" si mette in viaggio, «in fretta», perché chi ama non indugia. Elisabetta riconosce la realtà vera e profonda della giovane cugina: «A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?»; «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!»; «Beata colei che ha creduto».
Se Dio ha ricolmato di grazia Maria, rendendola "Madre del Signore", la risposta di Maria è la fede: "Beata colei che crede!". È la prima beatitudine che risuona nel Vangelo e sarà l'ultima, sulle labbra del Risorto (cf Gv 20,29). Il vero motivo della gioia, che risuona in questo incontro, è l'amore benevolo e fedele di Dio, sperimentato da Maria nella fede. Nel canto di giubilo incontenibile di Maria possiamo cogliere e fare nostra la sua esperienza di fede, che è frutto dello Spirito Santo disceso su di lei. È Gesù infatti la gioia inesauribile di Maria. Ella esulta davanti al Signore e lo loda per il dono che le ha concesso.
Tutto in questo incontro si compie in una atmosfera di gioia contagiosa, frutto della comunione nella fede e nella carità fra le due madri, ma prima ancora della presenza del Salvatore nel grembo di Maria.
Ecco il nostro "dover essere", la nostra realizzazione piena: dovunque arriva un cristiano, nel quale vive Gesù come in Maria, lì fiorisce la gioia!



-------------
Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Beata colei che ha creduto (Lc 1,45)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2012)
  di Claudio Arletti (VP 2009)
  di Enzo Bianchi


giovedì 20 dicembre 2012

Testimonianze di santità diaconale [2]



Segnalo alcuni articoli apparsi sulla rivista Il Diaconato in Italia, n° 175, numero monografico dal titolo Testimonianze di santità diaconale. Articoli che ho riportato nel mio sito di testi e documenti.





Testimoni di santità diaconale (Contributo)
di Enzo Petrolino

(Alcuni stralci)
[…] Se la santità è una, le forme per concretizzarla sono molteplici. Secondo i doni e gli uffici propri di ciascuno. […]
La santità non è però una qualità individuale. Ognuno è chiamato come membro di un corpo. Da qui l'esigenza della dimensione ecclesiale: tutti siamo nella chiesa per aiutarci reciprocamente ad essere santi. […]
Ma come diaconi ci siamo santificati? Non fuggendo di fronte alle difficoltà. Strumenti utili: preghiera profonda, meditazione. Siamo santi quando riusciamo ad amare come Gesù. Lo specifico della santità diaconale? Stabilità dell'impegno ministeriale, serietà, cura verso i poveri. Infine, l'attenzione prioritaria verso la Parola, sia per la maturazione interiore che per quella sociale. Continuità nella vita liturgica e di preghiera. Il diacono non è se stesso se non è servo. Non risponde in pienezza alla sua vocazione di santità se non mette in opera la grazia di servire che ha ricevuto. Il dono diventa impegno, la santità sforzo di santificazione.
Il diacono si santifica servendo «i misteri di Cristo e della Chiesa» (LG 41). […]
[…] La santità specifica del diacono è quella propria della sua vocazione, ma anch'essa, come quella di ogni chiamata, segue la "misura alta" della proposta ordinaria di vita cristiana. […]
[…]   Leggi tutto…


La diaconia martiriale di san Lorenzo (Approfondimento)
di Giovanni Chifari

[…]
La diaconia di san Lorenzo.
Può una figura o un modello illustrare più in profondità il senso teologico del ministero ordinato, in questo caso del diaconato? Proveremo a rispondere presentando la testimonianza del diacono Lorenzo, la cui vita ed opere lasciano trasparire l'azione stessa di Cristo nel suo discepolo e la novità di vita per la quale egli ha offerto la sua esistenza al progetto della divina provvidenza. […]
Quale modello di santità?
[…] Non dobbiamo intendere la diaconia martiriale di Lorenzo come la grande testimonianza di un eroe o l'esito di un attacco motivato dall'odium fidei, ma come il sigillo dell'opera della grazia divina che mediante lo Spirito Santo sanciva adesso una donazione che era iniziata tanto tempo prima, con la conversione, la fede e la sequela di Cristo per amore, forgiando gradualmente una disponibilità che era divenuta assimilazione e conformazione, costantemente alimentata dall'ascolto della Parola, dal servizio eucaristico e dall'attenzione verso i poveri e gli ultimi. […]
[…] Il modello di santità diaconale che emerge dalla testimonianza profetica del martire Lorenzo è allora da rintracciare nell'inevidente quotidianità del suo discepolato, nella costante conversione a Cristo secondo una disponibilità che ha consentito allo Spirito Santo di completare la sua opera, offrendo mediante il proprio umile servo "nuove energie" alla sua Chiesa. […]
[…]   Leggi tutto…


Santità diaconale? (Riflessioni)
di Andrea Spinelli

Il punto di domanda non vi tragga in inganno, poiché non esprime alcun dubbio circa il fatto che anche i diaconi, come tutti i battezzati, devono essere santi. «Siate santi, poiché io sono santo» (Lv 11,44-45): l'invito del Signore è forte e chiara la motivazione. Dunque la santità è una chiamata universale, che oggi, forse più di ieri, abbiamo compreso non avere sorta di eccezioni: è banale, ma lo diciamo, dall' "ultimo" (passi l'attributo) cristiano, sperduto sulla faccia della Terra, sconosciuto ai più, ma ben conosciuto a Dio, il Santo dei santi, al fedele più in vista, al papa se vogliamo, la santità è un imperativo, una realtà costitutiva, conditio sine qua non!
Allora come possiamo ipotizzare una santità particolare? […]
[…]   Leggi tutto…



mercoledì 19 dicembre 2012

Al servizio dell'Annuncio


Al servizio dell'Annuncio – Vocazione e un evento di grazia.
Con questo titolo il settimanale Vita Nuova, della diocesi di Trieste, diocesi dove sono stato ordinato diacono ed alla quale sono particolarmente legato, nel numero del 14 dicembre u.s. ha pubblicato la notizia dell'ordinazione di due nuovi diaconi permanenti, Giorgio Bortelli e Gabriele Marucelli.
L'augurio più bello a questi nostri fratelli ed il ricordo speciale nella preghiera!


Così l'articolo di Francesca Gadaleta:

Nel giorno della solennità dell'Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria nella Cattedrale di San Giusto l'Arcivescovo, mons. Giampaolo Crepaldi, ha ordinato due nuovi Diaconi: Giorgio Bortelli e Gabriele Marucelli. Inizialmente, il Vescovo ha parlato di cosa davvero festeggiamo in questo giorno: la Madonna fu preservata dal peccato originale, che a noi tutti viene cancellato per mezzo del Battesimo. «Anche Maria, come noi, arrivò in un mondo immerso nel male e contaminato; ma in Lei, l'azione redentrice di Gesù Cristo, ha mostrato il massimo della potenza. Fin dal primo istante questa creatura fu in comunione con Dio; nessun dissidio interiore ha lacerato l'armonia del suo animo. L'ha tutelata anticipatamente da ogni male. La redenzione è stata per lei la medicina che previene il deperimento ed evita la ferita» ha detto l'Arcivescovo.
È in questo contesto che si è celebrata l'ordinazione di due nuovi Diaconi con i quali, attraverso l'omelia, mons. Crepaldi ha voluto ripercorrere le tappe del cammino della vocazione cristiana da loro compiuto. La prima chiamata che è stata loro rivolta è stata quella del Battesimo che ha tolto il peccato originale. Poi, sicuramente non meno importante, ha ricordato le famiglie in cui sono nati che hanno trasmesso loro la fede. Inevitabile ricordare la mèta che si è chiamati a raggiungere: «In chiesa si entra uno ad uno, chiamati per nome. Su di voi il giorno del Battesimo sono stati invocati i Santi per ricordarvi che siete chiamati alla santità». Ha ricordato, poi, che così come diceva Sant'Agostino: «Per voi io sono Vescovo, con voi sono cristiano». Così anche Giorgio e Gabriele sono chiamati a dire: «Per voi sono Diacono, con voi sono cristiano». Una seconda chiamata di Dio a Giorgio e Gabriele è stata quella al Matrimonio: assieme alle loro spose sono stati chiamati a divenire testimoni autorevoli, prima di tutto verso i propri figli. Il Vescovo ha voluto ringraziare le mogli per aver dato il consenso al diaconato dei mariti, affinché essi possano compiere i loro impegni diaconali. Ha ricordato loro che è nella propria famiglia che si è prima di tutto chiamati a creare una Chiesa domestica Come Diaconi sono invitati ad andare incontro anche alle altre famiglie, a coltivare la vocazione alla comunità cristiana. Essendo la nostra chiesa missionaria, sono però chiamati a svolgere opera di catechesi anche al di fuori, andando verso i più bisognosi, nelle scuole o negli ambienti di lavoro.
Infine ha parlato della vocazione alla quale in questo giorno sono stati chiamati. Ricordando che proprio l'8 dicembre del 1965 il Concilio Vaticano II ripristinò il Diaconato Permanente, mons. Crepaldi ha spiegato che il Diaconato è una chiamata e un evento di grazia. Il Diacono ha vari compiti, tra cui poter annunciare il Vangelo, predicare la Parola di Dio, distribuire l'Eucaristia, assistere e benedire il Matrimonio: è un Ministro di Cristo a tutti gli effetti al quale serve una continua crescita spirituale. Il diacono - vista anche l'etimologia della parola greca diákonos che significa servitore - è perciò chiamato a porsi a beneficio del prossimo: «Il Cristianesimo è servizio». L'intera vita del Diacono è richiamo costante a servire e seguire l'esempio di Cristo: che si adopera per gli altri, che proclama la Parola di villaggio in villaggio, che offre la sua vita in sacrificio. Dopo averli benedetti, il Vescovo ha affidato a Maria questa loro dedizione alla Chiesa e li ha invitati ad essere solleciti nel portare a tutti il Vangelo.



venerdì 14 dicembre 2012

La gioia di incontralo nel migliore dei modi


3a domenica di Avvento (C)

Appunti per l'omelia

Nella liturgia di questa domenica domina il tema della gioia. Il profeta Sofonia (cf Sof 3,14-17) esorta la «figlia di Sion», il resto di Israele rimasto fedele, a dare libero sfogo alla propria felicità, una gioia intensa ed incontenibile, perché Dio ha liberato il suo popolo e stabilisce la sua presenza in mezzo ad esso, come «salvatore potente». Una presenza efficace che rende forti contro ogni paura e scoraggiamento: «Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia».
Abbiamo appena celebrato la festa dell'Immacolata ed abbiamo contemplato Maria come la "vera figlia di Sion", vera rappresentante del "resto di Israele" ed in definitiva dell'umanità. Anche a lei, con le parole dell'angelo, sono rivolte le parole: "Rallegrati", "Non temere", perché "il Signore è con te". Grazie al Figlio che porta in seno, la presenza di Dio in mezzo al suo popolo raggiunge la sua perfezione somma ed inaspettata.
A questo pressante invito alla gioia fanno eco anche le parole di san Paolo a "rallegrarsi": non è una gioia qualsiasi, ma è "nel Signore", cioè nel Cristo morto e risorto, nel rapporto vitale con lui. Il suo invito lo rivolge dal carcere! È una gioia, allora, che nessuna prova e dolore è in grado di spegnere, una gioia non a intermittenza, ma senza interruzione: «Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto, siate lieti» (Fil 4,4). Ed è una gioia che porta il nostro cuore ad un abbandono fiducioso in Dio, in una confidenza con Lui dove le nostre preoccupazioni sono unite alla riconoscenza per i favori ricevuti: «Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti» (Fil 4,6). È una gioia frutto dell'amore.
In questo contesto vediamo Giovanni Battista (cf Lc 3,10-18), annunciando la buona novella al popolo, chiamare tutti alla conversione. Sono le "folle", i "pubblicani", "i soldati", gente comune o invisa ai più a causa della professione o gente di provenienza pagana come i soldati, i più, forse, lontani da Dio.
Ma hanno capito che se la conversione è ritornare al Signore e volgere a Lui interamente il proprio cuore, ciò deve avvenire in modo molto concreto. Ecco allora la domanda: «Che cosa dobbiamo fare?».
Chi ascolta la Parola non può limitarsi a dire: "Che bello! Interessante!", ma si chiederà: "Come non essere più quello di prima? Come cambiare la mia vita?". A tutti è data la possibilità di convertirsi. E la risposta del Battista è chiara e concreta: nessuna professione esclude la salvezza. Non si tratta di cambiare mestiere, ma il modo di esercitarlo. Anzitutto convertirsi significa praticare la solidarietà e la condivisione: «Chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha…»; significa rispettare la giustizia evitando ogni forma di sopruso e di sopraffazione, così per gli esattori delle tasse o per i soldati.
Preparasi col cuore sincero all'incontro con il Signore che viene, significa lasciarsi battezzare da Lui, essere cioè "immersi" nello Spirito Santo che è l'infinita vitalità di Dio, nel suo amore che è fuoco che purifica, trasforma e rigenera e che ci unisce intimamente a Lui. Egli però ha in mano anche il "ventilabro", espressione del suo giudizio.
Così, se davanti a noi è l'attesa per l'incontro con Gesù che viene, la nostra vita si colora di gioiosa speranza e di grande responsabilità: si tratta infatti di vivere per incontralo nel migliore dei modi.



-------------
Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
E noi che cosa dobbiamo fare? (Lc 3,14)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2012)
  di Claudio Arletti (VP 2009)
  di Enzo Bianchi




giovedì 13 dicembre 2012

La preghiera di intercessione, via alla santità ministeriale


Dal numero 175 della rivista Il diaconato in Italia, numero monografico dal titolo Testimonianze di santità diaconale, segnalo l'Editoriale di Giuseppe Bellia, La preghiera di intercessione, via alla santità ministeriale.
Riporto alcuni stralci, rimandando per l'intero articolo al mio sito di testi e documenti.

«…mi sembra che nel nostro tempo si debba privilegiare come santità ciò che è più conforme a Cristo; santo è chi imita il Verbo che si è fatto carne per darsi al mondo in puro dono, secondo quella toccante parola del vangelo di Giovanni dove Gesù, nel suo discorso di addio, grida al Padre: "Per loro io consacro/santifico me stesso, perché siano anch'essi consacrati/santificati nella verità" (Gv 17,19)».

«[Cristo] non ha interpretato e realizzato la consacrazione come distacco dal mondo, ma come immolazione volontaria a vantaggio del mondo. Anzi, in questo consacrarsi in favore del mondo è racchiuso il senso più autentico della missione apostolica, come anche del servizio ministeriale. Infatti, proprio in quell'inarrivabile pericope giovannea si legge: "Consacrali nella verità ... Come tu hai mandato me nel mondo anch'io ho mandato loro nel mondo" (Gv 17,17-18)».

«Giovanni trova opportuno e coerente inserire queste parole del Signore: "Se uno mi vuoi servire mi segua" (12,26), definendo così in modo nuovo il senso della santità richiesta al ministro della Nuova Alleanza. Cogliere il movimento unitario che lo Spirito imprime all'obbedienza del Figlio che, a beneficio dei suoi e di tutti gli uomini, si consacra all'amore del Padre, consente di estendere lo sguardo anche sulla reale natura della invocazione conclusiva di Gesù nell'ultima cena; il brano rivela che la sua preghiera sacerdotale si configura come potente preghiera d'intercessione. Una modalità di preghiera che rivela la mediazione salvifica di Cristo che illumina anche la natura del ministero cristiano; eppure, spesso, è obliata e sottostimata. Intercedere significa stare tra le parti, mettersi di mezzo, intromettersi per evitare incomprensioni, divisioni e fratture insanabili; è un interporsi per fare pace, per riconciliare».

«…la santità dei ministri si realizza nell'esercizio ordinario del loro ministero (PO 5). Essere per il mondo senza essere del mondo è la santità richiesta al discepolo e, a maggior titolo, al ministro inviato in missione. Questi, sostenuto dalla preghiera di Gesù che intercede presso il Padre, non deve separarsi come i leviti dal mondo esterno, ma operare per la salvezza del mondo secondo la sapienza rivelata da Cristo: "non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno" (Gv 17,15)».

«Non c'è nell'esempio lasciatoci da Cristo, e non ci dovrebbe essere nella vita della Chiesa, una mediazione stratificata e gerarchica che prevede un relazionarsi tra livelli corrispondenti di valore mondano, com'è diventato di abitudine nella prassi ecclesiastica; si accetta come qualcosa di naturale, di ovvio che l'alto clero abbia relazione con i potenti di turno, mentre ai preti di periferia e ai diaconi resta da mediare con poveri ed emarginati. Gesù ha santificato se stesso accettando l'impotenza assoluta della croce perché ha creduto che la sua mediazione sacerdotale si compiva per la sua obbedienza per mezzo dell'opera misteriosa dello Spirito».

Conclude con "l'intercessione del card. Martini": «Intercedere vuoi dire mettersi là dove il conflitto ha luogo, mettersi tra le due parti in conflitto. Non si tratta di articolare un bisogno davanti a Dio... stando al riparo... Neppure semplicemente assumere la funzione di arbitro o di mediatore, cercando di convincere uno dei due che ha torto e che deve cedere... giungere a un compromesso. Intercedere è un atteggiamento molto più serio e coinvolgente: è stare là, senza muoversi, senza scampo, cercando di mettere la mano sulla spalla di entrambi e accettando il rischio di questa posizione» (Verso Gerusalemme, 139).



venerdì 7 dicembre 2012

In cammino… crescendo nell'amore


2a domenica di Avvento (C)

Appunti per l'omelia

«Deponi, o Gerusalemme, le vesti del lutto e dell'afflizione, rivestiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre» (Bar 5,1). Con immagini scintillanti il profeta Baruc (5,1-9), invita Gerusalemme ad aprire il cuore alla speranza ed alla gioia, perché il popolo sta per ritornare da tutti i luoghi in cui si trova disperso, perché il Signore lo radunerà; anzi, si incarica di «spianare ogni alta montagna, di colmare le valli livellando il terreno, perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio». È il viaggio di ritorno, nella gioia, verso la patria, che sarà custodito e avvolto dalla presenza operante di Dio, dalla sua "gloria".
Ma la promessa di Dio ha cominciato a compiersi in modo vero e pieno quando Egli «ha visitato e redento il suo popolo» (Lc 1,68) attraverso il Messia Gesù. Per questo i cristiani, liberati da Gesù, sanno di essere loro i destinatari dell'annuncio di Baruc.
Come non riconoscere, allora, negli esuli di Israele che ritornano, la Chiesa quale popolo di Dio in cammino verso la casa del Padre e in Gerusalemme, che vede i figli riuniti dal Signore, la santa madre Chiesa?
Il Signore, lo sappiamo, già opera nella Chiesa e nei singoli credenti; ma è nella logica del suo amore che quanto ci dona fin d'ora raggiunga poi, nel tempo stabilito da Lui, una misura completa e sovrabbondante. Ciò avverrà nel «giorno di Cristo Gesù» (Fil 1,6), cioè nel momento della sua ultima venuta sia al termine della storia sia alla fine della vita per ciascuno, come ci ricorda san Paolo: «Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest'opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù» (Fil 1,6).
Come possiamo allora capire se la nostra fede è autentica e cresce, se non sperimentando che il Vangelo che annunciamo non è un dono che ci illudiamo di poter "consumare" tra di noi, senza sentire il bisogno e la responsabilità di "diffonderlo"?
Il segreto di questo dinamismo della fede sta nell'amore. «Prego – scrive san Paolo ai cristiani di Filippi (cf Fil 1,9-11) – che la vostra carità cresca sempre più in conoscenza e in pieno discernimento»; una carità che non può accontentarsi della mediocrità, ma che tende a «distinguere ciò che è meglio» per attuarlo con prontezza. Questa carità ricercata e vissuta prima di qualunque altra cosa ci renderà «integri ed irreprensibili per il giorno di Cristo…, ricolmi di frutti».
È il cammino della conversione, quella conversione che Giovanni Battista propone nel preparare la venuta del Cristo. L'evangelista Luca (cf Lc 3,1-6) inquadra questo avvenimento in una cornice storica ben precisa, sottolineando così che quanto racconta non sono favole, ma una storia reale. Perché in Gesù, Dio si è realmente coinvolto nella storia dell'umanità operandone la salvezza. E Giovanni è il suo profeta, il suo battistrada che prepara il popolo ad accoglierlo.
È la parola di Dio che «venne su Giovanni nel deserto… per ogni uomo», senza escludere nessuno. Nel deserto: dove è più percepibile la ricerca dell'intimità con Dio e più reale l'essenzialità dell'ascolto della sua parola.
La parola di Dio mette in moto Giovanni che «percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati».
Seguire il Battista, accettare il suo battesimo ed essere immersi in quell'acqua, segno esterno di purificazione, comporta anche oggi, come allora, un riconoscere pubblicamente di essere peccatore, bisognoso del perdono di Dio e manifestare così la volontà di disporsi a ricevere tale perdono con una condotta di vita coerente.



-------------
Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio! (Lc 3,6)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2012)
  di Claudio Arletti (VP 2009)
  di Enzo Bianchi


giovedì 6 dicembre 2012

Il sogno di Dio


Immacolata Concezione della B. V. Maria (8 dicembre)

Appunti per l'omelia

Oggi la Chiesa, l'intera famiglia dei figli di Dio, si stringe attorno a Maria nel celebrare un privilegio eccelso che il Signore le ha concesso: l'Immacolata Concezione.
Come possiamo intendere questo straordinario dono di Dio a Maria?
L'umanità, all'inizio del suo cammino, ha fatto naufragio nel rapporto con Dio: i primi uomini, lasciandosi ingannare dal Maligno, hanno rifiutato il Signore rompendo l'alleanza con Lui. Con la loro colpa hanno trascinato nello stato di lontananza da Lui anche i loro discendenti, perdendo il bene supremo dell'amicizia con Dio per sé e per noi. Come in una famiglia, quando i genitori fanno una scelta sbagliata, le conseguenze ricadono anche sui figli. Così, ogni uomo nasce con questa tragica eredità. Dio, però, nel suo amore misericordioso ha promesso fin dall'inizio la vittoria dell'umanità sul male e ha poi inviato il Salvatore, figlio di una vergine: Gesù, che col suo sacrificio ha liberato gli uomini dal peccato che li teneva schiavi lontano da Dio e li ha riportati in braccio al Padre.
Tutto questo, però, si realizza per ognuno nella misura in cui si unisce a Gesù nella fede e nei Sacramenti. È la realtà della Redenzione.
Maria anche lei è stata redenta da Cristo. Ma in modo unico e specialissimo: è stata liberata dal peccato in modo "preventivo", preservata cioè dall'esperienza stessa del peccato.
Noi tutti siamo stati liberati e tratti fuori per pura grazia dallo stato di inimicizia e lontananza da Dio. Maria è stata trattenuta dal precipitarvi. Non fu tirata fuori dal fango come noi, ma fu preservata dal cadervi. In lei rifulge, così, maggiormente l'opera della grazia di Dio: Maria è la prima redenta, redenta in modo sublime e singolare.
È l'Immacolata, la "senza macchia", la "tutta bella", proprio perché è il contrario del peccato in tutte le sue espressioni. È la creatura che appartiene a Dio nella forma più intensa ed esclusiva. Ella esprime la relazione con Dio nella forma più alta e vertiginosa, oltre ogni nostra immaginazione.
È la "tutta santa", la "piena di Spirito Santo", limpida trasparenza di Dio. È la " piena di grazia", amata da Dio in modo superlativo e fuori ogni misura, trasformata dal suo amore gratuito e resa accetta a Lui, piena di Dio fino a traboccarlo.
Maria è la creatura perfettamente realizzata nella quale l'umanità raggiunge ed esprime il meglio di sé. È il "fiore dell'umanità" e di tutto il creato. L'umanità, nella sua storia di luci e di ombre, di miserie e di fallimenti, è come un immenso stelo che però fiorisce in Maria. Questo fiore con la sua umile bellezza affascina lo sguardo di Dio, che - come attratto e sedotto - si piega su di lui: questo fiore, che diventa poi frutto: "il frutto benedetto del tuo seno, Gesù".

Il sogno di Dio nel creare l'uomo a sua immagine finalmente si realizza. Dio ricomincia da Maria, inizio della nuova umanità. Concedendo a Maria questo privilegio singolare, il Signore non ha voluto soltanto prepararla a essere "degna Madre del suo Figlio", ma ci assicura che quanto ha fatto per lei vuol farlo anche per noi, per la Chiesa, per tutti gli uomini.
Maria è veramente il sogno di Dio!



-------------
Vedi anche:

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2012)
  di Claudio Arletti (VP 2009)
  di Enzo Bianchi


mercoledì 5 dicembre 2012

Una "via" speciale


Siamo ai primi giorni di questo nuovo Avvento. Un anno liturgico si è concluso, accompagnati dal Vangelo di Marco, dove abbiamo potuto accostarci sempre più alla persona di Gesù e vederlo tutto proteso verso i poveri, gli ammalati, gli esclusi. E vederli guariti e riscattati. Iniziando il nuovo anno della Chiesa, dove mediteremo il Vangelo di Luca ed incontreremo le parabole della misericordia, mi sento richiamare all'essenziale della mia vocazione, ad approfondire sempre più il mio "essere per gli altri", in una diaconia che esprima, prima ancora le cose da fare o le opere da compiere, il modo di essere di Dio, che è amore, sull'esempio di Gesù. Un amore che faccia incontrare Dio, che mi porti all'unione con Lui.
Essere continuamente proiettato fuori, a contatto con tante persone, sul lavoro, nel servizio al prossimo… e desiderare sempre più l'intimità col Signore.
Ed è Gesù, che è maestro, a farmi sperimentare che proprio il mio prossimo, proprio lui che un tempo poteva essere visto come un ostacolo all'unione con Dio, diventa un'apertura, una porta per aprire un varco ed incontralo.
Certo, solo l'amore, quello che ha in Dio la sua radice, può operare il miracolo di non lasciarmi influenzare da tutto quel negativo che incontro nel mio stare con gli altri e non perdere la pace. È una ginnastica continua. È amare ogni persona che incontro, una ad una, tutta la giornata, con quell'arte di amare che è divina, perché possibile solo con l'amore infuso nel cuore dallo Spirito Santo.
Alla fin della giornata, nel momento di raccogliermi interiormente, posso sperimentare ed avvertire in fondo al cuore la presenza di Dio. E ringraziarlo con tutto me stesso, perché Egli è venuto in noi, perché noi siamo andati a Lui nei fratelli.
Il fratello, amato così, è veramente una "via" speciale per arrivare a Dio ed entrare nel suo Cuore.
Via nuova, moderna, che non mi costringe ad isolarmi per incontrare Dio, ma diventa una particolare strada per arrivare a Lui. È proprio vero, come ebbe a dire Giovanni Paolo II, che la via della Chiesa oggi è l'uomo.


venerdì 30 novembre 2012

Nell'attesa di quel Giorno


1a domenica di Avvento (C)

Appunti per l'omelia

Il nuovo anno liturgico si apre con un periodo di quattro settimane, in cui la Chiesa si prepara a celebrare nel prossimo Natale la venuta storica di Gesù tra gli uomini. Al tempo stesso essa ravviva un atteggiamento, una dimensione che l'accompagna costantemente nel suo cammino dentro la storia: la dimensione dell'attesa. La Chiesa aspetta, non con paura ma con desiderio ardente e viva fiducia, un futuro che Dio nel suo amore ha promesso e prepara. Questo futuro, che ci sta davanti, verso cui stiamo avanzando, la Chiesa lo chiama "avvento" cioè venuta: la venuta del Signore Gesù.
Il futuro che la Chiesa attende, prima ancora che essere un avvenimento che accade, è una persona che viene, la Persona del nostro Salvatore.
Il brano del vangelo di Luca che ci viene proposto (Lc 21,25-28.34-36) riprende le immagini strane e terrificanti già incontrate in Marco due domeniche fa: non annunciano una catastrofe cosmica, ma intendono presentare un evento straordinario e irripetibile che avrà luogo al termine della storia, la venuta ultima di Cristo gloriosa e visibile a tutti. «Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire su una nube con grande potenza e gloria» (Lc 21,27). E sarà la fine del mondo attuale, dove trionfano il male e la morte, e sarà la venuta di un mondo nuovo, riempito dalla "gloria", dalla presenza splendente di Dio e di Cristo.
Ma la venuta finale di Gesù viene anticipata in un certo senso per ogni uomo nel momento della sua morte. È in questo momento che si decide la nostra sorte eterna: la comunione definitiva e beatificante col Signore o la lontananza definitiva da Lui. Si vive e si muore una volta sola e nel momento della morte la scelta per Dio o contro Dio diventa irreversibile e immutabile. È il "giudizio", a cui nessuno può sfuggire. Il futuro oltre la morte sarà, per chi avrà vissuto nell'amore l'appartenenza al Signore, "la vita eterna", cioè l'essere per sempre con Gesù nel seno del Padre, immersi in Lui, nel vortice della sua tenerezza, partecipando alla vita della Trinità. Ma se la morte dovesse cogliere l'uomo in una condizione di rifiuto totale nei confronti di Dio, allora la separazione da Lui e dai beati, che godono con Lui, sarebbe lacerante e definitiva.
Ciò spiega l'avvertimento forte e accorato di Gesù: «State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano...» (Lc 21,34). Egli ci mette in guardia contro il pericolo di adagiarci nel torpore e nelle false sicurezze della vita presente, dimenticando che le realtà essenziali sono altrove.
«Vegliate in ogni momento pregando» (Lc 21,36). È l'invito a tenere desta l'attenzione d'amore a Colui che verrà, ma che già viene e ci incontra già misteriosamente nella sua Parola, nei Sacramenti, nei fratelli. È una vigilanza che esprimiamo nel dialogo della preghiera e nell'operosità dell'amore. Più cresciamo nell'intimità filiale con Dio e nella gioia della comunione fraterna, più siamo in grado di intuire e sperare ardentemente le realtà della vita eterna. Ma se viviamo così, aumenta in noi il bisogno di anticipare nell'oggi e quaggiù la vita di carità che sarà perfetta in Paradiso.
Allora l'invito di Gesù a vegliare pregando è l'invito ad amare. E questo senza tregua: "in ogni momento". Se uno veglia è segno che ama. Ama Dio e quindi prega, in un dialogo con Colui che nel suo amore veglia rivolto incessantemente verso ciascuno di noi. Veglia anche chi è attento al fratello in un amore che non dice mai "basta!" ed è sommamente generoso.
«Il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare fra voi e verso tutti» (1Ts 3,12). Parole queste di Paolo che esprimono il contenuto della vigilanza e richiamano alcune proprietà dell'amore: la reciprocità e l'universalità. Un amore, poi, che punta senza sosta a migliorare la sua qualità e intensità in una continua ed abbondante crescita e dono di sé.



-------------
Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Vegliate in ogni momento (Lc 21,36)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2012)
  di Claudio Arletti (VP 2009)
  di Enzo Bianchi



venerdì 23 novembre 2012

Il vero Re, colui che serve e muore per amore


34a domenica del T. O. (B) – Cristo Re

Appunti per l'omelia

La Chiesa conclude il suo percorso annuale, l'anno liturgico, celebrando, col cuore colmo di riconoscenza e di giubilo, il Signore Gesù, Re dell'universo. I brani biblici illustrano alcuni aspetti di questa regalità.
Così il profeta Daniele. Ci mostra l'apparire di «uno, simile ad un figlio d'uomo», un uomo quindi, che avanza «sulle nubi del cielo», cioè sullo stesso piano di Dio. Ed «il Vegliardo (Dio) gli diede potere, gloria e regno… un regno che non finirà mai… che non sarà mai distrutto» (cf Dn 7,13-14).
Gesù applicherà abitualmente a sé questo titolo di "figlio dell'uomo", soprattutto quando parlerà della sua venuta ultima nella gloria (cf Mc 13,26). E, prima ancora, l'angelo Gabriele, annunciando a Maria la nascita del Salvatore, le dirà che «il suo regno non avrà fine» (Lc 1,33).
Anche il brano dell'Apocalisse (cf Ap 1,5-8), richiamando la visione di Daniele, esprime l'attesa del Regno finale: «Ecco, viene con le nubi e ogni occhio lo vedrà», delineando i connotati del nostro Re e la nostra relazione con Lui. «Gesù Cristo è il testimone fedele», Colui che con la sua parola, con la sua vita, ma soprattutto con la sua morte ha testimoniato e rivelato Dio come Padre, come Amore. «Il Primogenito dei morti», il Risorto, Colui che ha vinto la morte, rendendoci partecipi del suo destino. «Il Sovrano dei re della terra», Colui che detiene in assoluto il primato regale, «Re dei re e Signore dei signori» (Ap 19,16).
Egli è «Colui che ci ama», l'amante, Colui che ci ama di un amore attuale e continuo. «E ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue», che ci ha liberati da ogni forma di schiavitù con un incredibile gesto d'amore, versando il suo sangue.
Il nostro Re ci ha liberati dal peccato e dalla morte riconciliandoci con Dio ed «ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre», abilitandoci ad una relazione privilegiata con Dio e, associandoci alla sua regalità, ci ha resi capaci di operare al servizio del Regno di Dio ed alla sua diffusione nella storia.
Ma lo sappiamo bene: è attraverso la croce che Gesù diventa il Re messianico. Alle domande di Pilato (cf Gv 18,33-37), Egli dichiara che il suo regno non è di questo mondo, che non trae origine dal mondo né è un regno con scopi politici. Anzi, si affretta a precisare la natura di questo regno, il fine e il senso della sua esistenza e della sua attività: «rendere testimonianza alla verità».
La Verità!... Che nel vangelo di Giovanni è la rivelazione definitiva dell'amore di Dio per gli uomini e che Gesù porta e che si identifica con Lui stesso: «Io sono la Verità» (Gv 6,14).
Gesù esiste ed opera solo per questo: rivelare a tutti il cuore di Dio che è Padre, consentire a ognuno di incontrarlo e lasciarsi abbracciare da Lui. In tutto quello che dice, che fa e che è, Egli rende testimonianza alla "Verità". A questa missione rimane fedele fino alla morte. Ed è così che esercita il suo potere regale, il suo servizio di Re. Così, «chiunque è dalla verità», colui che nel proprio cuore è in consonanza con la Parola di Dio, ci dice Gesù, «ascolta la mia voce».
Ma seguire Gesù ed aderire alla "sua Verità" significa riconoscerlo nel momento cruciale della sua vita, sulla croce.
È la croce il suo trono regale, il luogo dove la rivelazione di Dio, che è Amore, risplende in modo pieno e compiuto, perché è nel massimo del dolore che si manifesta il massimo dell'amore.
Il vero Re è Colui che serve e muore per amore!



-------------
Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Il mio regno non è di questo mondo (Gv 18,36)
(vai al testo) - (pdf, formato A5)

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2012)
  di Claudio Arletti (VP 2009)
  di Enzo Bianchi


venerdì 16 novembre 2012

L'incontro definitivo, il futuro che ci attende


33a domenica del T. O. (B)

Appunti per l'omelia

L'anno liturgico sta per concludersi e la Parola di Dio vuole orientare la nostra attenzione agli eventi futuri verso i quali è in camminata la storia del mondo e dell'umanità. Lo fa anzitutto attraverso il messaggio di Daniele (12,1-3), dove assistiamo alla lotta tremenda fra il bene e il male. Ma sarà di Dio la vittoria finale, vittoria che culminerà nella risurrezione, dove «i saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento… come le stelle per sempre» (Dn 12,3).
«Molti si risveglieranno…». Gesù sarà il primo a "risvegliarsi" per la "vita eterna", dopo aver fatto l'esperienza amara della morte, aprendo la via della risurrezione a tutti noi: «Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra» (Sal 15,11).
La speranza e l'attesa di questo futuro viene alimentata dal racconto evangelico (Mc 13,24-32), dove Gesù annuncia che cosa avverrà nel mondo, cosa accadrà ai suoi discepoli, cosa accadrà a Gerusalemme e come si concluderà la storia del mondo.
Con un linguaggio fortemente immaginoso, Gesù intende significare che sarà un avvenimento unico e irripetibile, dove l'intervento di Dio scuoterà la stessa natura e coinvolgerà tutto il creato, dove il vecchio mondo, inquinato dal peccato, scomparirà per lasciare spazio al nuovo.
«Il Figlio dell'uomo verrà sulle nubi con grande potenza e gloria»; sulle nubi, simbolo della presenza di Dio, come Dio; e «manderà gli angeli», che dipendono solo da Dio, quale segno del poter divino. «E radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall'estremità della terra fino all'estremità del cielo». Sarà un evento di salvezza!
Più che sull'aspetto punitivo dei malvagi, tutta l'attenzione è concentrata sulla venuta di Cristo e sul raduno degli eletti. Questo è il cuore dell'annuncio: un evento molto lieto, non da temere come un pericolo, ma da desiderare.
Attorno al Cristo glorioso saranno raccolti tutti i suoi per ricomporre la famiglia e celebrare la festa eterna. Anche se la storia dell'umanità è solcata di lacrime, il disegno di Dio però le riserva un finale non di fallimento definitivo, ma di sorprendente e totale positività. Non l'aspetto minaccioso di un nemico, ma il volto di una persona, la più cara ed amata. Avrà il volto di Gesù risorto e di una famiglia universale riunita attorno a Lui per la vita e la beatitudine eterna.
Nell'attesa, però, la tentazione di lasciarsi ingannare da ciò che è estremamente precario, è sempre in agguato. È la tentazione di vivere come se non dovessimo aspettare più nulla o nessuno, dimenticando che ogni giorno, ogni attimo ci viene donato perché ci prepariamo responsabilmente all'Incontro.
«Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» (Mc 13,31).



-------------
Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno (Mc 13,31)
(vai al testo) - (pdf, formato A5)

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2012)
  di Claudio Arletti (VP 2009)
  di Enzo Bianchi



giovedì 15 novembre 2012

A tempo pieno


Nel settimanale Luce e Vita della diocesi di Molfetta è stata riportata la lettera del vescovo Tonino Bello, A Sergio Loiacono: nella nostra diocesi, primo diacono permanente.
È una lettera del 27 settembre1989.
La signora Rosa, della parrocchia dove presto servizio, mi ha fatto avere il ritaglio dell'articolo della rivista. Voleva essere un dono per me, con la gioia di comunicarmi di aver colto di più la preziosità della presenza del diacono nella nostra comunità.
Per me, una maggior presa di coscienza della bellezza della mia chiamata ed un sentimento profondo di gratitudine per questo dono.
Questa è la lettera, che riporto integralmente.


Carissimo Sergio,
te l'ho detto a voce, ma voglio ripetermi. Tecnicamente, l'appellativo diacono permanente si dà a colui che, una volta salito sul primo dei gradini dell'ordine sacro, il diaconato appunto, si ferma in modo stabile lì, senza la prospettiva di ascendere, in seguito, agli altri due livelli: del presbiterato, cioè, e dell'episcopato.
La spiegazione non mi piace. Mi sa malinconicamente di negativo. Mi dà troppo il sapore di binario morto. Allude in modo molto scoperto ai galloni di quei soldati scelti che, non dovendo fare carriera, rimangono appuntati per tutta la vita.
Sembra, insomma, più il traguardo ultimo che recide le illusioni dell'«oltre», che lo «status» di chi annuncia con gioia che tutta la vita deve essere messa al servizio di Dio e dei fratelli.
Ti voglio dire, allora, qual è la disposizione d'animo con la quale tra giorni ti imporrò le mani sul capo.
Vedi, Sergio, desidero che tu sia per la nostra Chiesa locale il segno luminoso della sua diaconia permanente. L'icona del suo radicale rifiuto per ogni mentalità da «part-time». Il simbolo dell'antiprovvisorietà del suo servizio. Il richiamo contro tutte le tentazioni di interpretare con moduli di dopolavoro l'impegno per i poveri. La negazione di ogni precariato che voglia includere, non solo nella diaconia della carità, ma anche in quella della Parola e della lode liturgica, la banalità aziendale del «turn-over».
Auguri, Sergio.
I laici, vedendoti, si sentano messi in crisi per l'incapacità di dare al loro servizio ecclesiale lo spessore del tempo pieno e, forse, neppure quello del tempo prolungato.
I religiosi ti sperimentino come provocazione alla totalità di una scelta, che è permanente non tanto perché impedita di far passi in avanti quanto perché esorcizzata dal pericolo di far passi all'indietro, con quelle quotidiane ritrattazioni di fedeltà che a poco a poco si rimangiano la bellezza del dono.
I presbiteri ti accompagnino per leggere nella tua vita il filo rosso che deve attraversare tutto l'arco della loro esperienza sacerdotale: la completezza dell'offertorio, la stabilità della consacrazione, il servizio della comunione.
E anche il tuo vescovo, invocando lo Spirito su di te, comprenda che il diaconato permanente, se è il gradino più basso nella gerarchia dell'ordine sacro, è, però, la soglia più alta che l'avvicina a Cristo, «diacono di Jahvè».
Dai, Sergio.
Con me ti benedice tutto il popolo di Dio.
+ Don Tonino, vescovo



martedì 13 novembre 2012

Un servizio che non fa sfoggio di sé


"Guardatevi da quelli scribi che vogliono i primi posti e divorano le case delle vedove" (cf Mc 12,38-40). Un esame di coscienza è necessario per chiunque ricopra un ministero a servizio della comunità, «un monito per tutti i credenti e, in particolare, per gli uomini "religiosi"», così Enzo Bianchi nel suo commento a questo passo evangelico.
E continua: «Spesso infatti gli uomini "religiosi", animati dalla loro pretesa giustizia, si ergono a esempio da imitare ma finiscono per esibire le proprie virtù solo per suscitare l'ammirazione degli altri: quali veri "sepolcri imbiancati", ostentano le loro opere buone sforzandosi ogni giorno di edificare la propria reputazione santa. Invece di servire Dio facendosi servi dei fratelli, essi si servono del loro ruolo per essere onorati: il loro peccato è l'ipocrisia, cioè il "fare scena", l'apparire piuttosto che l'essere, il vivere per conseguire l'applauso degli uomini, non per piacere a Dio... Di costoro Gesù altrove dice che "hanno già ricevuto la loro ricompensa", sia che facciano l'elemosina, sia che preghino, sia che digiunino: tutte azioni giuste in sé, le quali però, se esibite, non inducono a riconoscere l'azione di Dio nei credenti, ma indirizzano la gloria su chi le compie».

Sento che l'invito è rivolto a me direttamente, come cristiano e come diacono. Ed è d'obbligo un esame di coscienza per vedere se il nostro comportamento, di prete o diacono, lascia trasparire, nel nostro modo di esercitare il servizio ecclesiale affidatoci, quell'essere per gli altri sull'esempio di Gesù.
È vero che questa presenza ministeriale è così "essenziale" da essere insostituibile nella sua azione ecclesiale, ma allo stesso tempo la vedo così "nascosta" e "immersa" nella vita della comunità da non dare adito a plausi fuori luogo per la propria persona. Ma essere piuttosto "anima", e quindi "sorgente di vita", di quel "Corpo", porzione di Chiesa ma allo stesso tempo Cristo intero, che siamo chiamati a servire.
Ed essere così, insieme, comunità viva e credibile in mezzo al mondo.


venerdì 9 novembre 2012

La "vedova" ci insegna…

32a domenica del T. O. (B)

Appunti per l'omelia

«Questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri» (Mc 12,43).
Il messaggio della Parola di Dio di questa domenica vuol farci cogliere la generosità del cuore con la quale diamo a Dio tutto quello che abbiamo.
La figura della vedova, di cui si parla nelle letture, è il simbolo di una categoria socialmente debole, che appartiene alla classe dei più poveri, facile preda di profittatori e sfruttatori. Figura in stridente contrasto con l'ipocrisia degli scribi (gli intellettuali e le guide morali del popolo), affetti da arroganza e vanità, che nella loro avidità sfruttano le vedove che nella loro precarietà sociale ricorrono alla loro consulenza. Da queste persone, Gesù ci dice di guardarci (cf Mc 12,38-40).
La vedova di Sarepta poi (cf 1Re 17,10-16), la donna pagana alla quale Elia si rivolge, viene descritta come colei che, nonostante la sua estrema necessità, si fida delle parole del profeta. Anzi, si fida delle parole che Dio le rivolge attraverso il suo profeta, compiendo così un gesto di estrema generosità.
Essa appare come la figura dei pagani chiamati alla fede. Gesù stesso vedrà in questo episodio l'annuncio dell'evangelizzazione dei pagani (cf Lc 4,25-26).
Così non dissimile è la figura della vedova protagonista dell'episodio evangelico odierno.
Nello stato di povertà estrema essa, nel tesoro del tempio, «vi gettò due monetine, che fanno un soldo… tutto quanto aveva per vivere» (Mc 12,42.44). Avrebbe potuto dare una monetina per il tempio e l'altra tenerla per sé. Ma non lo fece. E nessuno riesce a cogliere, esternamente, la portata di tale gesto. Solo Gesù lo legge col giudizio di Dio e vuole che i discepoli condividano la sua interpretazione.
Se poco prima (cf. il vangelo di domenica scorsa) aveva sottolineato la centralità dell'amore, ora semplicemente vuole che i discepoli guardino un esempio, quale traduzione concreta di quel comandamento: un gesto di amore, non vistoso, anzi materialmente irrilevante. Ma è il dono è totale! In amore non conta la quantità di quanto si dà, ma il cuore e la sua capacità di dare tutto, di darsi interamente.
La vedova, nella sua generosità totale e senza risparmio, diventa immagine e presagio di Gesù stesso nel dono totale ed imminente della propria vita.
È Gesù stesso che, invitando i discepoli a guardare a quella vedova, ci insegna che Dio registra con cura ogni gesto, anche il più nascosto: ai suoi occhi esso assume un valore ed una bellezza capaci di affascinarlo nella misura dell'amore con cui è compiuto.
E la vedova ci insegna:
- a non giudicare le persone ed i loro gesti dalle apparenze, sapendo che Dio vede nel segreto e conosce il cuore, perché da esso si qualificano le azioni dell'uomo;
- che i piccoli, quelli che non figurano nelle prime pagine, sono capaci di gesti d'amore che non avranno l'onore della cronaca, ma che costruiranno la storia, quella vera;
- ci insegna che nessuno è così povero da non aver nulla da dare, e più il dono è totale e impregnato d'amore, più è prezioso;
- ci insegna che, quando si tratta di Dio, è saggezza grande non riservarsi nulla ma dargli tutto, aspettandosi che Lui provveda da pari suo alla nostra indigenza.



-------------
Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Questa vedova, povera, ha dato più di tutti gli altri (Mc 12,43)
(vai al testo) - (pdf, formato A5)

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2012)
  di Claudio Arletti (VP 2009)
  di Enzo Bianchi



venerdì 2 novembre 2012

Il culto più vero e gradito a Dio

31a domenica del T. O. (B)

Appunti per l'omelia

«Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore» (Dt 6,4). Queste parole, con quelle che seguono, sono il cuore della fede espressa nella Bibbia, costituiscono la professione di fede che gli Ebrei fedeli, in tutti i secoli e ancora oggi, recitano più volte al giorno. Proclamano la relazione stretta del popolo col suo Signore, la sua appartenenza a Lui, anzi l'appartenenza reciproca: Il Signore è il nostro Dio: siamo del Signore e il Signore è nostro.
Da questa affermazione di fede, della nostra appartenenza al Signore e l'unicità assoluta di Lui, scaturisce quel rapporto totalizzante con Dio che il testo definisce come "amore": «Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze» (Dt 6,5).
È noto come i rabbini avessero raccolto la Legge di Mosè in 613 comandamenti ed anche che i maestri ebrei cercassero, nella serie interminabile dei precetti, di individuarne uno che avesse chiaramente il primato sugli altri. In questo senso si coglie la domanda che lo scriba, sinceramente interessato all'insegnamento di Gesù, gli pone: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?» (Mc 12,28).
Gesù risponde facendo sua la professione monoteista del Deuteronomio, che sulle sue labbra esprime un'adesione a Dio così intensa e ardente, quale mai fu vissuta prima di Lui né mai in seguito. La risposta di Gesù a questo punto sembrerebbe conclusa: al primo posto nella vita del credente c'è l'amore di Dio. Ma si affretta ad aggiungere: «E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Mc 12,31).
Il comandamento dell'amore a Dio, che è indiscutibilmente il primo, non può esistere da solo. Pur rimanendo distinti, i due comandamenti si intrecciano e si richiamano a vicenda. Non posso amare Dio, se non amo quelli che Egli ama. Se mi impegnassi ad amare soltanto Dio escludendo il mio prossimo, la mia relazione con Dio sarebbe semplicemente falsa, inesistente e quindi illusoria. Se investissi ogni mia energia nell'amare gli uomini, escludendo espressamente Dio dal mio orizzonte, il mio rapporto col prossimo sarebbe semplicemente idolatria e amore non genuino. Ogni gesto è autentico se è insieme amore di Dio e del prossimo.
Sei sicuro di amare Dio con tutto il cuore, se ami il prossimo come te stesso. Il credente non è più diviso fra i doveri verso Dio (culto, preghiera, osservanza del sabato...) e il suo comportamento nella vita familiare e sociale. Se vivo nell'amore le molteplici forme della relazione col prossimo, in uguale misura cresce la mia relazione con Dio. L'altro, che è semplicemente e sempre un fratello, non è un muro o una porta chiusa fra me e Dio. Ma una porta aperta, una via direttissima a Dio.
Amare il prossimo come se stesso è attenzione costante a fare agli altri ciò che vorremmo fosse fatto a noi (cf Mt 7,12). È la "regola d'oro", espressa in vario modo in tutte le religioni. Nella tradizione musulmana, per esempio, si trova formulata così: "Nessuno di voi è vero credente, se non desidera per il fratello ciò che desidera per se stesso".
Lo scriba cercava di sapere quale fosse il primo comandamento. Gesù gliene indica praticamente uno solo: amare. E lo scriba conferma e sottoscrive la risposta di Gesù: il duplice amore «vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici» (Mc 12,33). Non viene solo condannato il culto sterile e lontano dalla vita, ma si afferma che amando Dio e il prossimo si celebra il culto più vero e gradito a Dio.



-------------
Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Amerai il prossimo tuo come te stesso (Mc 12,31)
(vai al testo) - (pdf, formato A5)

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2012)
  di Enzo Bianchi




mercoledì 31 ottobre 2012

La gioia del Cielo

Tutti i Santi

Appunti per l'omelia

La solennità di Tutti i Santi ci apre uno spiraglio sulla città del Cielo, la patria comune verso cui siamo incamminati e che tanti nostri fratelli hanno già raggiunto, la casa paterna dove si celebra in eterno la festa di Dio con i suoi amici.
I Santi. Sì, coloro che hanno raggiunto la comunione perfetta con Dio (già su questa terra o attraverso la purificazione che il suo amore ha donato loro dopo la morte) e ora godono in cielo un rapporto vivo e beatificante con il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo. Non soltanto coloro che, cominciando da Maria Santissima, la Chiesa venera pubblicamente e la cui lista ufficiale si allunga di anno in anno. Ma tantissimi, cristiani e non, che nella loro vita hanno cercato Dio e hanno amato fino alla perfezione. Sono «una moltitudine immensa, che non si può contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua» (Ap 7,9).
Essi popolano il Cielo! Certo, non un luogo al di là delle nubi, ma quel vortice infinito di tenerezza, di bellezza, di vita, di libertà, di felicità che è la realtà di Dio, la realtà delle Tre Divine Persone congiunte tra loro in un perfetto intreccio d'amore.
È l'essere immersi in questo oceano di pace e di beatitudine: «Questa vita perfetta, questa comunione di vita e di amore con la Santissima Trinità, con la Vergine Maria, gli angeli e tutti i beati, è chiamata "il cielo". Il cielo è il fine ultimo dell'uomo e la realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di felicità suprema e definitiva» (CCC 1024).
I Santi, la realizzazione perfetta delle beatitudini proclamate da Gesù nel Vangelo…
Così, anche noi «uniti all'immensa schiera degli angeli e dei santi, cantiamo con gioiosa esultanza la gloria di Dio» (dal Prefazio). E la nostra liturgia terrena si associa misticamente a quella celeste. La Chiesa del cielo e quella ancora pellegrina sulla terra formano insieme un coro a due voci, che con diverse tonalità compongono un'unica mirabile armonia.


-------------
Vedi anche:

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2012)
  di Claudio Arletti (VP 2009)
  di Enzo Bianchi


venerdì 26 ottobre 2012

Credere è "vedere", ma soprattutto "seguire"


30a domenica del T. O. (B)

Appunti per l'omelia

Il brano evangelico proposto dalla liturgia per questa domenica (cf Mc 10,46-52) riporta l'ultimo miracolo che Gesù compie nell'ultima tappa del suo viaggio verso Gerusalemme, dove lo attende la morte: il suo incontro con il cieco Bartimeo e la guarigione di quest'ultimo. È sorprendente notare il contrasto fra ciò che Bartimeo era e ciò che diventa in seguito all'intervento di Gesù. Prima, un escluso dalla società, incapace di provvedere con le sue forze al proprio sostentamento. Ora, uno che ci vede, che è in perfetta salute e segue Gesù come discepolo, sulla stessa strada che porta a Gerusalemme. Anzi, si può dire che di tutti i malati guariti da Gesù è l'unico che lo segua…
La notizia che sta passando Gesù lo risveglia nel profondo e gli accende in cuore la speranza... e «cominciò a gridare…». Ha capito che Lui e Lui solo può risolvere il problema della sua cecità; ed insiste contro la resistenza di molti della folla presente, che giudicano una stonatura inopportuna la sua insistenza. Ma in realtà l'invocazione del cieco è già una professione di fede, perché riconosce Gesù come «Figlio di Davide»; invocazione che esprime un rapporto personale, di familiarità, ed anche di venerazione e fiducia nella potenza dell'Inviato di Dio e nella forza del suo nome, Gesù, il Signore salva, l'unico nome che salva.
Così si può constatare che Bartimeo ha più fede della folla: lui cieco vede in Gesù ciò che gli altri, i vedenti, non sanno vedere. E Gesù lo fa chiamare, «Coraggio! Alzati, ti chiama!».
E quando Gesù chiama (e lo fa sempre per liberare e rendere felici) non si può indugiare, si "balza in piedi" come il cieco, non ci si lascia bloccare dalla massa indifferente o mossa soltanto da interesse superficiale e non disposta a seguire Gesù.
Così il cieco, «Maestro mio, che io veda di nuovo!». E Gesù, «Va', la tua fede ti ha salvato».
Gesù vede nelle parole e nel comportamento del cieco la condizione perché si compia il miracolo: la fede. In questa risposta di Gesù si coglie la sua gioia nel constatare in una persona questa presenza della fede, che è così essenziale che Gesù quasi la personifica attribuendole la forza di guarire, anche se è Lui solo che lo può fare. E salva nel senso che non guarisce soltanto gli occhi spenti del cieco, ma l'uomo intero; e gli dona una salvezza che supera immensamente la riacquistata efficienza fisica: gli dona un rapporto profondo di comunione con Dio. Ed il segno appunto di questa "trasformazione", di questa "salvezza" è il recupero della vista, ma soprattutto il fatto che il cieco guarito «prese a seguire Gesù per la strada», decidendo di legarsi a Lui, condividendo il suo cammino e quindi il suo destino come un vero discepolo.
Così, la vista ricuperata è il segno del dono della fede.
Perché credere è "vedere" chi è Gesù, ma soprattutto è "seguire" il Maestro fino a Gerusalemme, fino al dono della vita. Questa è la fisionomia del vero discepolo.



-------------
Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Che cosa vuoi che io faccia per te? (Mc 10,51)
(vai al testo) - (pdf, formato A5)

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2012)
  di Claudio Arletti (VP 2009)
  di Enzo Bianchi


sabato 20 ottobre 2012

Il diaconato in Italia

Il diaconato in Italia n° 175 (luglio/agosto 2012)


Testimonianze di santità diaconale


Sommario

EDITORIALE
La preghiera di intercessione, via alla santità ministeriale (Giuseppe Bellia)

CONTRIBUTO
Testimoni di santità diaconale (Enzo Petrolino)

MEMORIA
In ricordo di Gian Paolo Cigarini (Luciano Pirondini)

REGGIO EMILIA
Testimoni del Vangelo (Gian Paolo Cigarini)

FOCUS
Don Altana: la sua profezia all'origine della mia vocazione diaconale (Enzo Petrolino)

APPROFONDIMENTO
La diaconia martiriale di san Lorenzo (Giovanni Chifari)

TORINO
Don Pignata e i primi testimoni: intervista a un diacono torinese (Giorgio Agagliati)

FORMAZIONE
"Quale diacono per quale chiesa?" (Gianfranco Girola)

RIFLESSIONI
Santità diaconale? (Andrea Spinelli)

VENEZIA
Un umile amore (Gino Cintolo)
Servi inutili (Gino Cintolo)

BRASILE
Il primo diacono "fidei donum" (Franco e Loredana Scaglia)

ROMA
Un'eredità preziosa (Giuseppe Colona)

NAPOLI
La credibilità della Chiesa (Gaetano Marino)
Tappe di luce (Giuseppe Daniele)

IL PUNTO
Tra l'imposizione delle mani e la preghiera consacratoria (Vincenzo Testa)

MESSINA
Lettera di un diacono (Tanino Cavallaro)
Un'orma indelebile (Nino Garofalo)
Ricordo di un diacono (Egidio Bellanti)


Rubriche

TESTIMONIANZA
Il cammino sponsale (Laurino Circeo)

PELLEGRINAGGIO
Diaconi con Cristo Servo in Terra Santa (Maria Pina Rizzi)



(Vai ai testi...)

venerdì 19 ottobre 2012

Un servizio secondo lo stile di Gesù

29a domenica del T. O. (B)

Appunti per l'omelia

Durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù aveva annunciato per la terza volta la sua prossima passione e morte, a cui avrebbe fatto seguito però la risurrezione (cf Mc 10,32-34). Ma i suoi discepoli, in particolare i due fratelli Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, reagiscono nel modo più deludente. Non comprendono la logica del servizio che le parole del Maestro esprimono, manifestando invece una mentalità, un modo di pensare, che è agli antipodi del suo: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra» (Mc 10,37). Così, Gesù, senza mezzi termini, bolla la loro richiesta come insensata: «Voi non sapete quello che chiedete» (Mc 10,38).
Segue allora un insegnamento a tutto il gruppo dei discepoli. Mentre esprime un giudizio pesante e senza attenuanti sul modo di governare e di esercitare il potere nella società, dichiara: «Tra voi però non è così» (Mc 10,43). Non si tratta di una esortazione, ma semplicemente afferma che nella sua comunità il modo di gestire i rapporti è totalmente diverso da quello praticato nella società contemporanea, anzi è alternativo ad esso. L'autorità nella Chiesa deve essere svuotata del carattere di dominio sugli altri. Non dev'essere assolutamente un duplicato di quella civile: i rapporti sono semplicemente capovolti e rovesciati.
Gesù non mortifica l'aspirazione naturale a "primeggiare", a "essere grandi"; ne cambia però il contenuto, affermando che la vera grandezza, il vero primato, sta nell'amore che serve. «Chi vuol diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti» (Mc 10,44).
Il servo, il diacono, colui che opera in favore degli altri!
Lo schiavo (doulos), colui che non ha diritti, di cui tutti possono disporre, che non si appartiene, che è in balia degli altri, un uomo "mangiato" dagli altri!
Come «il Figlio dell'uomo, venuto non per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10,45).

Servire e dare la vita!
Così, qualunque gesto, piccolo o grande, che posso compiere in favore di qualcuno, qualunque cosa io possa dare agli altri, se non esprime un dare la vita, se non è un dono di me stesso, non è un "servizio" secondo lo stile di Gesù, secondo il Vangelo.



-------------
Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
È venuto per servire e dare la propria vita (Mc 10,45)
(vai al testo) - (pdf, formato A5)

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2012)
  di Claudio Arletti (VP 2009)
  di Enzo Bianchi




mercoledì 17 ottobre 2012

Un ministero "collettivo"


Nel fare memoria, oggi, di sant'Ignazio di Antiochia, mi sono soffermato a considerare la sua visione del ministero ordinato, ministero che è per sua natura "collettivo", con l'urgenza di una concreta testimonianza di comunione "affettiva ed effettiva".

Riporto un passo tratto dalla Lettera ai cristiani di Tralle.


«Siete sottomessi al vescovo come a Gesù Cristo, e perciò non vivete secondo gli uomini, ma secondo Gesù Cristo che è morto per noi. Credendo nella morte di lui, sfuggite alla morte. È necessario che, come già fate, nulla facciate senza il vescovo e che siate sottomessi anche al collegio presbiterale come agli apostoli di Gesù Cristo, nostra speranza, per essere trovati in comunione con lui.
È necessario che anche i diaconi, quali ministri dei misteri di Gesù Cristo, siano accetti a tutti in ogni cosa: non sono infatti ministri di cibi o di bevande, ma della Chiesa di Dio, e devono perciò tenersi lontani da qualsiasi colpa come dal fuoco. Da parte loro, tutti rispettino i diaconi come Gesù Cristo, onorino particolarmente il vescovo, che è immagine del Padre, e i presbiteri quale senato di Dio e assemblea degli apostoli. Senza di essi non si può parlare di chiesa».



martedì 16 ottobre 2012

La pazienza di un ministero


Il 4 settembre scorso ho pubblicato in questo blog un intervento dal titolo La figura del diacono nelle omelie del card. Martini, a margine dell'articolo apparso sul numero 174 della Rivista Il diaconato in Italia.
Riporto ora nel mio sito di testi e documenti le cinque Omelie che il card. Martini ha pronunciato per le Ordinazioni dei diaconi permanenti della diocesi ambrosiana, dal 1990 al 1999.

Accolgo con cuore una "raccomandazione" che il Cardinale ha fatto nell'omelia del 4/11/1992, perché mi tocca profondamente (e penso anche molti diaconi), e che riguarda la "presenza" di questo ministero nelle nostre chiese e la responsabilità di accoglierlo e di testimoniarlo adeguatamente.

Ecco il passo dell'omelia:
«Ricordando quanto ho detto, nel 1990, ai primi cinque diaconi, vorrei fare pure a voi una raccomandazione. Sarete ministri consacrati, ministri della Parola, dell'altare, della carità; avete dunque il diritto di essere accolti come tali dalle comunità cristiane. A voi però raccomando pazienza, comprensione delle varie sensibilità, proprio perché il vostro è ancora un ministero recente, pur se antichissimo, e solo a poco a poco il popolo di Dio scoprirà la fondamentale importanza della vostra presenza. Voi siete quindi ambasciatori di un ministero antico, ma anche di un ministero in qualche modo nuovo; in voi il popolo cristiano comprenderà la provvidenzialità di tale ministero se saprete rendervi come Gesù, disponibili a tutti e, in particolare, se saprete rispettare l'ufficio del sacerdote, cooperando generosamente con lui per il bene di tutta la parrocchia».