lunedì 28 giugno 2010

Diaconato, ministero di frontiera


Ieri, domenica, giornata di ritiro con la comunità del diaconato della diocesi di Velletri-Segni (RM), guidato dal vescovo mons. Vincenzo Apicella.
Il titolo: diaconato, ministero di frontiera. Argomento molto stimolante, del quale cercherò di trascrivere alcune delle linee di riflessione che ci sono state proposte.
Non è una novità che la restaurazione del diaconato nella chiesa latina non abbia ancora espresso tutte le sue potenzialità di espressione e faccia fatica a trovare una sua collocazione all'interno della struttura e della vita della chiesa. Anche perché il diaconato non è un recupero puro e semplice di un ministero antico, anche se è in quello che pone le sue radici e le sue motivazioni, ma è un rilancio di una realtà "nuova" che può accompagnare la chiesa nel suo rinnovamento: è una cosa nuova, per le sfide di oggi!
Quindi un elemento di speranza e di fiducia per il futuro, più che un "ripescaggio" di una cosa passata, anche se il suo manifestarsi è ancora agli inizi.
Per capire meglio come "inquadrare" l'identità del diacono – ha detto mons. Apicella - è bene rifarci a quell'icona per eccellenza della Chiesa che è l'Eucaristia: lì troviamo il modo di vivere oggi il nostro essere chiesa, lì troviamo l'antidoto al clericalismo.
L'Eucaristia, l'atto di un Dio che esce da sé, che rinuncia al suo essere Dio (cf Fil 2), ed andare incontro agli uomini, al mondo: tutta l'azione di Dio è un "uscire", un "sporcarsi le mani"… Questa è l'icona della Chiesa!
Ed è nell'Eucaristia che si delinea anche il ruolo del diacono, nel comune compito di "uscire da sé" ed incontrare l'altro, la "persona"…
Quello che lì è ritualizzato è espressione di un compito ed una missione specifica fuori dal tempio, nella comunità degli uomini.

Alcuni spunti per una pista di riflessione per l'identità e l'azione del diacono:

1) Il diacono proclama il vangelo. È suo compito specifico, l'annuncio della risurrezione di Cristo. Il Vangelo, in tutto ciò che narra, è proclamazione della risurrezione, della vita nuova che nasce dal Signore risorto. Il diacono è l'angelo della risurrezione… esprime quell'uscire da sé per andare ed annunciare a tutti, con slancio missionario rinnovato, questa straordinaria novità.

2) Il diacono è al servizio del calice e, come "co-liturco" del vescovo, partecipa all'offerta al Padre. Il calice, che esprime il dono della vita, il sangue versato… per tutti. Il diacono è segno sacramentale di quella carità di Cristo che ha dato la sua vita per l'umanità, perché tutta la comunità ne sia espressione viva per tutti gli uomini.

3) Il diacono, all'offertorio, accoglie quanto è presentato all'altare per il sacrificio e per i poveri. Raccoglie e porta ai poveri.

4) Il diacono propone le intenzioni di preghiera. Porta le gioie e le sofferenze dei fedeli, della chiesa e dell'umanità.

5) Il diacono invita allo scambio della pace. Gesto di frontiera, rimanda al suo essere in mezzo alla gente, ad essere costruttore di pace nella comunità, a mettersi frammezzo alle divisioni e trovare soluzioni alle conflittualità della società di oggi. Il diacono mette pace!

6) Il diacono congeda l'assemblea: "Andate in pace!", per quella missione che è propria della chiesa, nella quotidianità dell'esistenza.

Da questi spunti si possono scorgere quegli elementi che fanno del diacono un uomo di "frontiera", tutto proiettato fuori. Dall'Eucaristia al mondo… per rientrare e ripartire.
Per questo è detto anche che il diacono è l'uomo della "soglia", sorta di "cerniera" da quanto annunciato e quanto fatto.
La sua condizione di sposato e lavoratore facilita questo "incontro" col mondo in questo farsi carico della vita concreta delle persone. Perché le sue risposte non sono le risposte del potere, ma sono le risposte di Gesù, della testimonianza del vangelo.
Il suo compito però, nella sua specificità, non è esclusività: tutta la chiesa infatti e "diacona" dell'umanità. Egli è espressione "sacramentale" del servizio di tutta la chiesa e mette gli altri nella condizione di esercitare la propri diaconia, come il sacerdote mette in grado la comunità di esercitare il proprio sacerdozio battesimale.
Finché tutta la chiesa non diventerà "serva", difficilmente si comprenderà appieno il ruolo del diacono.


venerdì 25 giugno 2010

Seguire Gesù, liberamente

27 giugno 2010 – 13a domenica del Tempo Ordinario (C)

Parola da vivere

Ti seguirò dovunque tu vada (Lc 9,57)


Gesù si incammina decisamente verso il compimento della sua missione, sapendo che questa è la volontà del Padre. Con determinazione e coraggio, nonostante il prezzo della missione, compie liberamente e gioiosamente il suo disegno.
Lungo il cammino, incontra chi gli chiede di seguirlo: "Ti seguirò dovunque tu vada".
Gesù risponde: "Se uno vuol essere mio discepolo, deve essere libero da tutto, da qualsiasi appoggio, dagli attaccamenti alle cose, dagli stessi affetti famigliari - pur sacri - se sono di ostacolo".
Gesù non spegne l'entusiasmo di chi lo vuol seguire, ma le loro illusioni. Gesù infatti chiede disponibilità a vivere nell'insicurezza ("le volpi hanno le loro tane..."), rottura col passato ("lasciate che i morti seppelliscano i loro morti"), decisione irrevocabile ("chi mette mano all'aratro e poi si volta indietro...").
L'esigenza fondamentale, messa in evidenza da Paolo per coloro che Lo seguiranno, è quella dell'amore: "Cristo ci ha liberati per la libertà".
La libertà è molto più rischiosa ed esigente della sicurezza della legge. Perché l'amore è più esigente e trova la sua espressione più grande nel servizio.


Testimonianza di Parola vissuta


Conosco il Rinnovamento nello Spirito dal 1975.
Dovrei parlare al plurale perché è coinvolta anche la famiglia di mio fratello, tutti partecipi di questa esperienza. Avevamo sperimentato assieme l'amore di Dio: non è che il Signore ci risparmiasse prove, malattie, sofferenze; ma la sua presenza era palpabile e continua, sentivamo infatti tanta serenità e gioia.
Pregando e parlando assieme ci siamo accorti che avevamo spalancato il cuore e le porte della nostra casa al Signore, ma non lo avevamo fatto entrare nel nostro ufficio e nel nostro lavoro! Noi lavoriamo nell'edilizia (restauro conservativo di ville e chiese antiche) da cinque generazioni con passione e professionalità, e pensavamo anche con onestà. Ci siamo accorti però che molti aspetti dei nostri comportamenti verso il prossimo erano corretti agli occhi del mondo, ma non davanti a Dio.
Preso atto di tutto questo, rafforzati dallo Spirito Santo e dalla preghiera, abbiamo dato una sterzata a 180 gradi al percorso del nostro lavoro. Qui arriva il bello! È iniziato un forte combattimento con il sistema, stavamo andando controcorrente e incontravamo ogni ostacolo possibile, ma non potevamo più usare le armi che usa il mondo. Ci dicevano che eravamo integralisti, che dovevamo pensare per prima cosa alla sopravvivenza delle nostre famiglie e dei nostri operai. Il lavoro cominciava a scarseggiare perché non volevamo accettare i soliti compromessi. Noi avevamo scoperto che Cristo non è un Dio dei compromessi. Nella preghiera il Signore ci incoraggiava e ci spronava ad avere fiducia e credere nella sua Parola.
Quanti scoraggiamenti, quante sofferente e umiliazioni! Il lavoro continuava a diminuire, avevamo anche considerato di chiudere la nostra attività. Forse il Signore voleva condurci per un'altra strada. Tutto questo durò sette lunghi mesi, avevamo una settimana di lavoro e poi avremmo chiuso. Ma forse il Signore stava provando la nostra fede. All'improvviso, quando sembrava che il mondo ci crollasse addosso, le nubi furono spazzate via e il lavoro riprese. Possiamo confermare per esperienza vissuta che la verità vince il male e le tenebre. Sono passati molti anni e tutto questo lo sperimentiamo ancora ogni giorno.


(Renato, VR)


(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, come proposto in parrocchia)
(vedi Commento alla Parola di Claudio Arletti)



mercoledì 23 giugno 2010

Quale stile nella sequela di Cristo


Alla luce delle caratteristiche di chi vuol mettersi alla sequela di Gesù (rinnegare se stessi, prendere la propria croce ogni giorno, saper perdere la propria vita per Lui), ho riletto nelle Norme fondamentali per la formazione dei diaconi permanenti alcuni requisiti che si richiedono a chi vuol essere diacono.
Il profilo tracciato da san Paolo: "non doppi nel parlare, … non avidi di guadagno disonesto, conservino il mistero della fede in una coscienza pura… sappiano dirigere bene i propri figli e le proprie famiglie" (n. 30).
Le indicazioni dei Padri della Chiesa: "…uomini mansueti, non amanti del denaro, veritieri e provati …senza macchia al cospetto della giustizia (di Dio), non calunniatori, non doppi di parola… tolleranti in ogni cosa, misericordiosi, attivi; camminino nella verità del Signore il quale si fece servo di tutti" (n. 30).
Il documento citato continua, elencando "alcune specifiche qualità umane e virtù evangeliche": "…capacità di dialogo e di comunicazione, senso di responsabilità, laboriosità, equilibrio, prudenza… un senso della Chiesa umile e spiccato, spirito di povertà, capacità di obbedienza e di comunione fraterna, zelo apostolico, disponibilità al servizio, carità verso i fratelli" (n. 32).
Per coloro che sono coniugati, "vivere l'amore significa offrire se stessi alle proprie spose, in un'appartenenza reciproca, con un legame totale, fedele e indissolubile, ad immagine dell'amore di Cristo per la sua Chiesa; …irradiare la comunione familiare a tutta la Chiesa e la società. (…) Per essere vissuta nella sua pienezza, la vocazione alla vita familiare esige di essere alimentata dalla preghiera, dalla liturgia e da una quotidiana offerta di sé" (n. 68).
Scoperta e condivisione dell'amore di Cristo servo: "L'elemento maggiormente caratterizzante la spiritualità diaconale è la scoperta e la condivisione dell'amore di Cristo servo, che venne non per essere servito, ma per servire. …dovrà acquisire quegli atteggiamenti che, pur non essendo esclusivamente, sono specificatamente diaconali, quali la semplicità di cuore, il dono totale e disinteressato di sé, l'amore umile e servizievole verso i fratelli, soprattutto i più poveri, sofferenti e bisognosi, la scelta di uno stile di condivisione e di povertà" (n. 72).

Di fronte alla radicalità di questo stile di vita mi sorge spontaneo il desiderio di affidarmi unicamente alla misericordia di Dio e lasciarmi portare dal suo amore. Reputo una grazia speciale il riuscire a comprendere senza doppiezza che avanzare pretese dettate da un puro, sia pur nobile, interesse personale o lasciarsi influenzare da persone che stimano più il prestigio del ruolo ministeriale che il senso del servizio evangelico disinteressato, sono atteggiamenti ben lontani da quel servizio e da quella santità che si richiedono ad un diacono.


venerdì 18 giugno 2010

Saper perdere, segreto di una vita donata

20 giugno 2010 – 12a domenica del Tempo Ordinario (C)

Parola da vivere

Chi perderà la vita per causa mia la salverà (Lc 9,24)


"Ma voi, chi dite che io sia?".
Si ha l'impressione di un silenzio imbarazzante tra gli Apostoli, rotto alla fine dalla dichiarazione di Pietro: "il Cristo di Dio", l'atteso: il Messia.
Dopo questa risposta, Gesù impone il silenzio. La vera identità "messianica", l'immagine di Gesù, non è trionfale, ma la seguente: "Il Figlio dell'uomo deve soffrire molto, venire ucciso...".
Questo suo stile "perdente" è il segreto di una vita donata e del suo amore per la gente.
È così pure per tutti noi. Le condizioni per seguire Gesù sono: "Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua": una scelta precisa, coraggiosa, lucida, libera.
L'unica strada per il discepolo di Gesù è quella della croce. Non è quella che passa per un tunnel buio senza uscita, ma è la strada che si apre alla luce di una vita nuova.
La croce portata con amore è la prova determinante che Dio può fidarsi di noi. È la croce quotidiana: fastidi, dispiaceri, incomprensioni, insicurezze, paure, sospensioni, perdite e altro. Queste croci, portate con amore, sono la nostra professione di fede in Gesù Crocifisso e Abbandonato, la nostra fedeltà sofferta e gioiosa a Lui, la certezza di veri frutti pasquali: gioia e pace.

Testimonianza di Parola vissuta


"Andiamo al cinema?" Era questa la proposta dei miei amici per quella sera.
Sono arrivata a casa ed ho chiesto il permesso ai miei genitori che però non erano affatto d'accordo, perché in quel mese ero già uscita altre volte.
Questo divieto non mi andava giù e ho iniziato ad innervosirmi con chiunque mi rivolgeva la parola. Alla delusione sempre più forte per il mancato permesso si aggiungeva anche un po' di invidia; però capivo che essere triste non aveva nessun senso, anzi, avrebbe solo peggiorato la situazione.
Sentivo che Gesù mi suggeriva di accogliere la sua volontà, anche se questa volta mi sembrava uno sforzo veramente pesante. Ho pensato a quello che voglio vivere con gli altri Ragazzi del gruppo e solo allora mi sono resa conto che, anche se tutti i miei amici partecipavano alla serata e io no, andare controcorrente significava "cambiare direzione" e fare ciò che Gesù, attraverso i miei genitori, mi consigliava. Sentivo che Lui era tornato nel mio cuore, l'ho ringraziato e subito dopo ho chiesto scusa ai miei genitori. Il giorno seguente, con tutto l'amore che Gesù la sera prima mi aveva dato, mi sono avvicinata ai miei amici. Non essere andata al cinema non era un ostacolo per amarli, anzi anche con loro ho sperimentato la regola d'oro del Vangelo: "Fai agli altri quello che vorresti sia fatto a te"!

(Marta - Italia)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, come proposto in parrocchia)
(vedi Commento alla Parola di Claudio Arletti)



giovedì 17 giugno 2010

Sulla vicenda di Pomigliano


Ho letto l'intervista rilasciata da don Giuseppe Gambardella, parroco a Pomigliano, dal titolo Per chi suona la campana?, sulla vicenda dello stabilimento della Fiat, che "segna profondamente il volto della città e la vicenda personale di tante famiglie".
Si nota tutta la sofferenza di quelle persone costrette ad affrontare una situazione più pesante delle loro forze; "si nota l’allentamento del patto operai-collettività. La lunga attesa di una soluzione logora il senso della solidarietà".
"La chiesa locale non sembra indifferente…: Abbiamo preso posizione nobili e di forte spessore intellettuale, ma manca come un corpo capace di sostenere con forza quanto si afferma. Il lavoro che si svolge nella comunità parrocchiale, dove vivono tante famiglie coinvolte dalla questione, genera un senso di appartenenza e di consapevolezza ma si è in pochi e senza momenti aggregativi continuativi. È come uno che chiama nel deserto".
Guardando a questa vicenda ed alla constatazione di come manchi "un corpo capace di sostenere con forza quanto si afferma", mi fa riemergere sempre più pressante nell'animo l'urgenza di una azione educativa nelle comunità ecclesiali, in cui si sperimenti la presenza di quella "diaconia di Cristo" che si manifesta nella costruzione e nel rafforzamento di quella fraternità che fa di ogni comunità cristiana un luogo speciale per lo sviluppo di una nuova umanità.
Luogo dove la speranza non viene meno e la carità si fa condivisione; scuola dove si impara ad essere uomini nuovi per una società rinnovata dal vangelo, oltre ogni impegno politico particolare.
In essa il diacono è segno speciale di questa carità di Cristo, che si è fatto uno di noi.

sabato 12 giugno 2010

Far posto a Dio

13 giugno 2010 – 11a domenica del Tempo Ordinario (C)

Parola da vivere

Sono perdonati i suoi molti peccati
perché ha molto amato
(Lc 7,47)


Chi è questo uomo che perdona i peccati? È Gesù.
Il fariseo, personaggio "per bene", non ammette che la grandezza dell'uomo sta nel riconoscersi bisognoso di riconciliazione e perdono: nel suo cuore non alberga l'amore.
La donna peccatrice bisognosa invece di amare e di essere amata, "bagna di lacrime i piedi di Gesù, li asciuga, li bacia, li cosparge di profumi". Fa dei piccoli gesti di amore verso Gesù, dopo tanti peccati commessi, la risposta di Gesù è: "Ti sono perdonati i tuoi molti peccati, perché hai amato molto".
Quali i frutti, gli effetti?
Per il fariseo, la morte di Gesù non dà frutto: sicuro di sé vive nelle tenebre.
Per la donna peccatrice, liberata dal peso del passato, colma il vuoto, fa posto all'amore, cambia la vita: vive nella Luce.
Siamo venuti anche noi da Gesù con il nostro bagaglio di peccati. Vorremo sentire da Gesù le parole rivolte alla peccatrice: "Ti sono perdonati i molti peccati, perché hai amato". Le occasioni per amare non mancano: un'attenzione, un aiuto, un interessamento...
Sta a noi, quindi, far posto a Dio al centro della nostra misera.


Testimonianza di Parola vissuta


Fino a qualche tempo fa, a causa del mio carattere, ero una persona molto difficile. Avevo tanti difetti e non volevo cambiare, così tutti mi evitavano. Facevo quello che volevo ed i miei genitori erano preoccupati, perché disubbidivo continuamente.
Quando ho conosciuto il Vangelo, le cose sono cambiate. Ho imparato ad amare ed ho trovato un rapporto profondo con Gesù.
Prima pensavo che alcuni lavori come, per esempio, lavare i piatti, fossero solo per le donne. Amando ho capito invece che non è così ed ho iniziato a farlo anch'io Le persone intorno a me, soprattutto i miei genitori, hanno iniziato ad accorgersi del mio cambiamento. Ho capito che, se amavo, ogni attimo facevo quello che l'Amore di Dio aveva pensato per me.
Quando mia sorella di un anno e mezzo è stata ricoverata in ospedale per una malattia e la mamma è andata con lei, io, che sono il più grande, sono rimasto a casa per prendermi cura dei miei tre fratelli. Era l'occasione per ripetere a Gesù: «Sia fatta la Tua Volontà».
Dovevo alzarmi molto presto per prepararli per la scuola. Poi c'erano gli altri lavori di casa: lavare, cucinare per tutti e curare gli animali che abbiamo.
Mi sembrava una cosa difficile, ma con l'aiuto di Gesù ce l'ho fatta. I nostri vicini di casa erano colpiti e commentavano che nessuno dei ragazzi attorno faceva quello che facevo io.
Quando mia sorella è tornata a casa, è stato un momento molto bello di unità tra tutti. La mamma era contenta di quanto avevo fatto. Anche il mio papà era felice e mi ha comprato un regalo, perché aveva trovato tutto in ordine.
«È proprio vero - mi sono detto - che, se amiamo qualcuno, questa persona ama a sua volta e l'amore diventa reciproco».

(C.S.)


(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, come proposto in parrocchia)
(vedi Commento alla Parola di Claudio Arletti)



venerdì 11 giugno 2010

In quel Cuore, la nostra vita


«Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova?
Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: "Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta".
Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione» (Lc 15,4-7).

Questo passo del vangelo della messa di oggi, solennità del Sacro Cuore di Gesù, mi porta dentro a quella dimensione dell'amore di Dio per l'umanità che si è fatta Carne, Cuore che batte per noi, ed essere poi proiettato fuori, per trovarmi lì, tra la gente, presenza di quell'Amore.
È la presenza del Buon Pastore che non esita a lasciare le pecore già al sicuro per cercare quella smarrita, l'unica; è quel richiamo a non temere di uscire dal sacro recinto e percorrere le vie del mondo, come ho spesso scritto.
Si celebra oggi la giornata di santificazione sacerdotale e si chiude l'anno dedicato ai sacerdoti.
Anche il diacono, nel suo modo proprio, partecipa alla sollecitudine del Pastore.
Già vive di per sé in mezzo al mondo, nella dimensione familiare e lavorativa, dove è presenza viva dell'amore misericordioso di Dio.
La forza della sua presenza nel modo però sarà veramente fruttuosa, se sarà espressione piena dell'unità col sacerdote, col quale forma un'unica realtà sacramentale, e non di una semplice individuale azione pastorale; ché già da lì esprimerà la dimensione comunionale della chiesa.
Da parte sua «il diacono approfondirà quotidianamente il dono totale di sé, come ha fatto il Signore "fino alla morte di croce"( Fil 2,8)» (Direttorio Diac. Perm. 7).


giovedì 10 giugno 2010

In mezzo alla gente


Ho letto un'interessante intervista a don Ciotti, dal titolo Un prete tra le case.
Mi ha richiamato all'urgenza di stare in mezzo alla gente e lì fare e far fare l'esperienza dell'amore di Dio.
"Ritengo – dice don Ciotti - che il servizio più completo che un prete possa svolgere – a livello umano e di fede cristiana – resta la vita parrocchiale, nel significato stesso della parola parrocchia: "tra le case". Per questo mi è così caro padre Michele Pellegrino, che nel 1972, quando mi ordinò sacerdote, mi assegnò come parrocchia la "strada". Con un preciso mandato: che ci sarei andato a imparare, non a insegnare".
Una chiesa capace "di stare in mezzo alle persone": "per andare incontro agli altri non occorrono che poche cose essenziali: la disponibilità a mettersi nei loro panni, a condividere le loro fragilità e le loro speranze, a vivere la solidarietà come un dono ricevuto".
Perché "l’impegno e la responsabilità di un prete sono chiari: annunciare la Parola di Dio, presiedere l’Eucarestia e animare la comunità cristiana affinché testimoni che Gesù vive in mezzo a noi per proporci fame e sete di giustizia, fraternità, comunità e perdono".

Anche questo è uscire la quel recinto sacro che spesso ci separa dalla gente. Se ciò vale per il prete, a maggior ragione vale per il diacono, definito "legame tra altare e assemblea", eucaristia che si perde nel tessuto della comunità, come ho spesso scritto in questo blog.




martedì 8 giugno 2010

Essere luce


"Voi siete la luce del mondo…".
Questa parola del vangelo, che mi sento ripetere dentro ogni giorno, mi fa riflettere sul senso del nostro operare in seno alle comunità cristiane.
Soprattutto in questo periodo in cui si concentrano molte delle attività pastorali (prime comunioni, cresime…) e la stragrande maggioranza delle forze viene concentrata su queste attività a conclusione di un anno di impegni. Viene allora spontaneo chiederci come abbiamo operato, se abbiamo sperperato la grazia ricevuta, se il nostro agire ha portato frutti…
Guardandomi attorno, noto purtroppo un senso di stanchezza e di rassegnazione al pensiero che tanta fatica non ha prodotto risultati esaltanti.
È vero, le cerimonie sono riuscite bene, le famiglie sono state coinvolte al meglio, i catechisti hanno fatto egregiamente la loro parte… Ma io continuo a chiedermi se è sufficiente tutto questo, se il nostro essere testimoni della diaconia di Cristo ha lasciato trasparire almeno un barlume di speranza nelle persone che abbiamo incontrato… E ci chiediamo in coscienza: Siamo veramente "luce del mondo"?… Chi guarda noi, incontra l'Amore di Dio e si sente accolto da Lui, quasi preso per mano?
O ci sentiamo solamente degli impegnati di una chiesa, paragonata ad una "associazione benefica", che fa del bene, ma che vive chiusa nei suoi membri e che, pur dispensando tesori di grazia, dice ben poco a quelli che "stanno fuori", i quali, guardandoci, si allontanano sempre più da noi (vale a dire da coloro che hanno ricevuto un incarico esplicito ad essere "luce" per gli altri)?
La posta in gioco è alta e siamo sospinti dall'urgenza di arrivare al cuore di questa umanità assetata di divino che ci vive accanto.
Non posso accontentarmi di stare chiuso nel mio "recinto sacro" ed attendere… ma occorre che vada incontro alla gente, cercarla lì dove si trova, dove vive, dove soffre…
Questo lo può fare una persona singola, questo lo può fare una comunità unita, quale segno perenne del tenero amore del Padre.
Ed il mondo, perché si sarà sentito amato, continuerà a sperare…


venerdì 4 giugno 2010

Vivere l'Eucaristia

6 giugno 2010 – Corpus Domini (C)

Parola da vivere


Fate questo in memoria di me (1Cor 11,24)


Dio s'è fatto uomo: ecco Gesù abitante della terra.
Ma, miracolo dei miracoli, trovò pure il modo di rimanervi e, nella fantasia del suo amore, inventa l'Eucaristia.
Il Vangelo di oggi può essere letto come racconto dell'istituzione dell'Eucaristia e anche come stile di vita di coloro che vi partecipano e si nutrono di quel "pane spezzato".
Le parole dell'istituzione eucaristica sono sorprendenti: "Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi". Prese il pane, lo diede agli apostoli dicendo: "Questo è il mio corpo che è per voi. Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue".
È inconcepibile, è straordinario: c'è solo da adorare, da ringraziare. Possiamo cogliere il frutto della comunione solo se fra noi c'è l'amore e la volontà decisa di volerci bene.
Vivere l'Eucaristia, quindi, significa partecipare, condividere, solidarizzare. Un'Eucaristia che non ci lega all'amore e al servizio degli altri non ci lega neppure alla vita e all'amore di Gesù Cristo.


Testimonianza di Parola vissuta


Come far sperimentare anche ai nostri amici che la chiave per la felicità si trova nel dare, nel donarsi agli altri? È da qui che siamo partiti per lanciare la nostra nuova azione intitolata appunto: 'Un'ora di felicità'.
L'idea è molto semplice: si tratta di far felice un'altra persona, almeno per un'ora al mese. Abbiamo iniziato con chi ci sembrava avesse più bisogno di amore e, dovunque abbiamo offerto la nostra disponibilità, ci siamo visti spalancare le porte! E così, eccoci in un parco per portare a spasso alcuni anziani su sedie a rotelle, o in ospedale, dove abbiamo giocato con i bambini ricoverati o fatto sport con portatori di handicap. Loro erano felicissimi, ma come promette l'azione: noi lo eravamo ancora di più! Ed i nostri amici invitati a partecipare? Dapprima incuriositi, ora che hanno provato a dare felicità, sono d'accordo con noi: la felicità si dona e, detto fatto, si sperimenta!
L'azione è già partita in alcune città della Germania, ma vogliamo diffonderla in modo che scuole, gruppi ed associazioni gareggino con noi per aumentare la gioia ovunque.

("Ragazzi per l'unità", Heidelberg, Germania)


(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, come proposto in parrocchia)
(vedi Commento alla Parola di Claudio Arletti)