venerdì 26 settembre 2008

L'umiltà del servizio

28 settembre 2008 – 26a domenica del Tempo ordinario (A)

Parola da vivere

Ciascuno consideri gli altri
superiori a se stesso
(Fil 2,3)

Per Paolo l'obbedienza a Cristo è fondamento e modello della vita Cristiana. Egli esorta i cristiani all'umiltà, che si contrappone ad atteggiamenti egoistici che danneggiano e distruggono la vita comunitaria. L'umiltà del cristiano ha come esempio quella di Cristo. Paolo si rivolge alla comunità di Filippi raccomandando una vita nella carità resa possibile soltanto dalla presenza della virtù dell'umiltà. Questa, dice san Paolo, considera gli altri superiori a se stessi.
L'umiltà non ha a cuore l'interesse proprio, ma quello degli altri. L'umiltà richiesta deve avere come riferimento e fondamento l'esistenza di Gesù, che si sviluppa sostanzialmente in due movimenti: uno di abbassamento e svuotamento e uno di esaltazione e di proclamazione. Considerare l'altro superiore a se stesso significa fare proprio l'atteggiamento di Gesù, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita. Essere dono per l'altro. Ma non un dono qualsiasi.
La Beata Madre Teresa di Calcutta alle sue suore diceva: "Ricordatevi che voi non siete assistenti sociali o sanitarie. Siete religiose. Quel Gesù che avete incontrato e adorato nell'Eucaristia è lo stesso Gesù che servite nell'ammalato e nel povero, perché Gesù ritiene fatto a sé quello che noi facciamo al prossimo". In questo senso siamo chiamati a non essere un dono qualsiasi, ma dono di Gesù presente in me al Gesù presente nel fratello.

Testimonianza di Parola vissuta

Una delle cose che ci hanno colpito di più, quando siamo arrivati nel nostro condominio, è stato il regolamento incorniciato e appeso in bella vista accanto al portino d'ingresso: un lungo elenco di divieti, sicuramente giusti e condivisibili, ma che rischiavano di seminare discordia, perché non aiutano a sopportarci a vicenda e a perdonare gli inevitabili sgarri ora dell'uno, ora dell'altro.
Avremmo volentieri sostituito quel lungo regolamento con una variante più sintetica: "Fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te. Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te".
Abbiamo deciso di rispettare noi per primi i vari divieti per amore degli altri inquilini instaurando con ciascuno rapporti semplici, sinceri e rispettosi, cercando di scusare e di minimizzare se qualcuno lasciava l'auto parcheggiata nel posto sbagliato o aggiungeva un armadio di troppo nel terrazzo o stendeva la biancheria in bella vista... Ed anche chiedendo scusa per il disturbo che arrecavamo noi con i nostri figli, per niente amanti del buon sonno e del silenzio!!
Questo modo di comportarsi pian piano è diventato contagioso: i rapporti tra le famiglie si sono distesi e le tradizionali cene estive in giardino ormai coinvolgono tutti. Anche alle riunioni di condominio, la filosofia suggerita da uno dei condomini e subito condivisa è stata: "Cerchiamo di aiutarci: oggi va meglio a uno, domani andrà meglio a un altro!".

(M. e P., Padova)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)

domenica 21 settembre 2008

Il diacono, profezia di Cristo servo

Ho ripreso un articolo, apparso sul numero 149 della rivista "Il diaconato in Italia", di Luciano Meddi dal titolo"Il diacono è profezia di Cristo servo".
In esso ho trovato conferma su molte cose che sento riguardo alla figura del diacono in seno alla comunità cristiana. Figura che, anche se non compresa appieno o bistrattata, rimane pur sempre punto di riferimento profetico su un nuovo tipo di ministerialità e di approccio ecclesiale; figura presente nella comunità in maniera dinamica e dialogica, quale rappresentate del vescovo, assieme ed al servizio dei presbiteri.
In altre parole, la presenza del diacono è una presenza sacramentale qualificata per mezzo della quale la Parola di Dio può diventare realmente segno di salvezza nella storia concreta degli uomini, e contribuire così al progetto originario del Creatore alla fraternità universale.
La responsabilità di tale presenza sacramentale qualificata non è frutto solo di buona volontà personale, ma soprattutto di una coscienza ecclesiale matura, che trova nella comunità diocesana dei diaconi il suo luogo privilegiato di formazione.

Riporto alcuni passi dell'articolo (il "grassetto" è mio).

È opinione condivisa che il ruolo del diacono sia messo in ombra nelle comunità diocesane e parrocchiali. Questo deriva anche dalla separazione esistente tra Rivelazione e Storia. Se il desiderio di salvezza di Dio "termina" nella celebrazione liturgica, perché un altro ministero? Dare forza al "secondo braccio del Vescovo" sarà possibile solo riscoprendo il vero compito messianico della Chiesa. Per troppo tempo nella storia della Chiesa la Parola di Dio scritta, attestata, è stata compresa solamente come libro delle verità su Dio. Indubbiamente nell'insieme dei libri sacri che compongono la nostra Bibbia questo aspetto è sicuramente presente.
Tuttavia non si può fare della Scrittura il libro delle informazioni che riguardano il mistero di Dio, soprattutto se tale parola, mistero, indica principalmente il racconto delle grandi meraviglie che Dio ha voluto compiere per il suo popolo. Le azioni di salvezza pur avvenute nel passato vanno comprese come eventi cioè come azioni programmatiche. Dio ha fatto una volta per fare sempre. È in questa prospettiva che va letta la Scrittura. Essa descrive ciò che Dio vuoi compiere in noi. Essa descrive una storia. Una attenzione eccessivamente simbolica ha sviluppato nei secoli una interpretazione di questi segni solamente in senso morale o spirituale. Questo, poi, nella traduzione semplificata della pastorale è venuto a significare che l'azione di Dio riguarda solo la salvezza dopo la morte e che quindi si riferisce solo all'anima.

La Scrittura ci comunica la incrollabile volontà di Dio di costruire una storia di salvezza che va descritta in tutta la pienezza dei suoi significati. La salvezza è integrale: liberazione, alleanza, perdono, comunione con Dio, speranza negli eventi futuri… Proprio per questo siamo fermamente convinti che il futuro della missione passa anche attraverso il recupero della unità tra storia della salvezza e storia umana.

Il Cristo servo è contenuto e chiave interpretativa della Parola. Lui è il rivelatore definitivo del Padre, il Logos eterno, ma anche il contenuto di tale rivelazione. La sua storia, il suo cammino di fede e l'insieme delle scelte che ha realizzato, sono al tempo stesso contenuto di rivelazione ma anche o soprattutto chiave per comprendere il senso profondo della rivelazione divina.
La volontà del Padre non è più identificabile solo nella dimensione dell'agire morale. La preoccupazione di Dio è che si costituisca nel mondo la fraternità universale messa come orizzonte della storia degli uomini già all'inizio della creazione. Perché questo avvenga occorre che la comunità cristiana compren­da profondamente e abiti il proprio tempo e il proprio spazio profetizzando su di esso le risposte che derivano dall'insondabile ricchezza del mistero di Cristo.

Senza cadere nell'errore che l'esemplarità dei Vangeli possa tradursi immediatamente nella storia, senza cadere nel rischio del fondamentalismo e neppure nella tentazione della imposizione della fede attraverso gli strumenti della politica, la comunità cristiana ha bisogno di essere educata e guidata a fare profezia nel proprio contesto degli stessi eventi di salvezza realizzati da Cristo.

Questa riflessione sul ruolo e compito della Parola nella comunità cristiana può aiutare a comprendere anche l'identità del diacono. La sua azione nelle comunità è troppo spesso limitata alla liturgia. La sua stessa formazione è spesso affidata nelle diocesi ai centri liturgici. Il motivo di tale insufficiente collocazione di tale ministero è anche da ricollegare con il ruolo riduttivo che la Parola di Dio e l'azione profetica hanno nelle medesime comunità. Una profezia ridotta a dottrina-insegnamento non ha eccessivo bisogno della figura di diaconi soprattutto perché nelle medesime comunità la responsabilità di tale insegnamento è affidata al ministero sacerdotale che la svolge a nome del Vescovo.

…la responsabilità nella comprensione attualizzante della Parola spetta all'intero popolo di Dio e in modo particolare alle comunità locali. È in questo quadro teologico che emerge l'interrogativo come si possa garantire non solo l'ortodossia della comunità ma soprattutto la sua ortoprassi nel variare delle guide della comunità (i presbiteri).

Il diacono realizza un'attività di coordinamento…
Appartiene alla natura del servizio diaconale rappresentare il Vescovo nel coordinamento (moderazione) dell'attuazione nella concretezza della storia dell'insegnamento della Parola. La decisione del Vescovo ha bisogno di una figura ministeriale che se ne faccia carico nelle diverse realtà che compongono la realtà diocesana.
Le comunità parrocchiali possono trovare nella figura del diacono il coordinamento della responsabilità condivisa nella realizzazione del compito proprio della missione ecclesiale.

Volendo declinare nel concreto questa responsabilità nei confronti della Parola che genera una rete di salvezza e di servizio si possono individuare alcuni passaggi strutturali e strutturanti. Tenendo presenti la difficoltà che le comunità parrocchiali hanno a definire se stesse come strumento dell'agire di Dio, il compito prioritario di un diacono potrebbe essere proprio quello di collaborare con il Vescovo a far sì che nelle comunità si ricostruisca l'unità originaria tra annuncio, celebrazione e testimonianza.
Avendo come compito quello di rendere presente il servizio di Cristo-servo e avendo ben chiaro come tale servizio non è che il concreto della Parola egli potrà essere spinta continua perché nelle comunità il momento dell'ascolto e della celebrazione non siano vissute come realtà a sé stanti. Esse sono realtà sacramentali che hanno come scopo la trasformazione della storia.
Responsabilità del diacono sarà quella di collaborare con il Vescovo e con il presbitero alla costruzione e realizzazione di quei segni salvezza necessari per il territorio.
Poiché il compito fondamentale dei battezzati è continuare la costruzione del regno inaugurato da Cristo la comunità ha bisogno di mediatori e animatori con lo scopo di rendere abili ciascuno e tutti in questo impegno (Ef 4,11-13).
Nel variare della guida di comunità il diacono è chiamato a rappresentare la comunità nel suo compito di testimonianza. Il presbitero inviato dal Vescovo svolge il suo compito per un tempo invece la comunità lo precede e lo segue. Per realizzare la continuità in tale missione si rende sempre più necessario lo sviluppo di tale servizio specifico.
Ponte tra comunità e territorio. Come il Vescovo ha bisogno di una guida (il presbitero) che lo rappresenti nell'orientare la comunità e nella presidenza eucaristica così ha anche bisogno di un suo rappresentante nel momento in cui si stabiliscono legami profondi con le diverse agenzie che dirigono la vita del territorio.


venerdì 19 settembre 2008

Anche noi chiamati

21 settembre 2008 - 25a domenica del Tempo ordinario (A)

Parola da vivere

Andate anche voi nella vigna! (Mt 20,7)

La parabola dei lavoratori chiamati alla vigna a diverse ore del giorno, assume nel Vangelo di questa domenica, un preciso orientamento: intende far capire quali siano i criteri del Regno di Dio. La logica di Dio inverte i criteri di valori del mondo, i pensieri e le vie di Dio non coincidono con i nostri. Questa parabola ci mostra che la ricompensa del lavoro nella vigna è dono gratuito accordato a tutti, cominciando dagli ultimi arrivati. La ricompensa più grande è quella di poter far parte della "squadra" di lavoro: "Andate anche voi nella mia vigna".
In ogni momento della vita personale, come in ogni epoca storica, c'è una chiamata del Signore. Ogni momento è l' "oggi" dell'ascolto di Dio, che ci invita a lavorare nella vigna. Chi è invitato deve essere grato per essere stato chiamato al servizio di Dio ed è esortato a gioire della totale gratuità con cui Dio chiama misteriosamente a lavorare per Lui. Dio non fa niente senza di noi, chiede a noi di lavorare insieme a Lui. E noi siamo fortunati perché chiamati a lavorare nella vigna fin dall'inizio. Questo ci consegna il volto di un Dio premuroso e pieno di cura per la sua vigna, un Dio mosso da un desiderio vivissimo di inviare il numero più vasto possibile di lavoratori per la sua vigna. Per far sì che tutti abbiano di che provvedere alla propria famiglia e che nessuno si senta inutile. È un Dio misericordioso e dall'ostinato desiderio di comunicare il suo amore agli uomini, anche ai più lontani ed esitanti.

Testimonianza di Parola vissuta

Sono stata a Roma per la Giornata Mondiale della Gioventù. La mia insegnante di lettere mi ha chiesto di scrivere una relazione di quel viaggio. Le parole che ho scritto erano piene di entusiasmo e di felicità: è stata per me una esperienza straordinaria, ho conosciuto tanti giovani sicuri nella fede, sono tornata più decisa a seguire Gesù, con la voglia di portare il Vangelo a tutti... Però quando ho visto l'insegnante attaccare la mia relazione alla bacheca della classe perché tutti la leggessero, mi tremavano le gambe. Cosa avrebbero pensato di me i miei compagni che parlano solo di discoteca, di anticoncezionali, di "fumo"? Così, con una scusa, alla fine della mattinata sono uscita per ultima dalla classe: ho staccato il foglio e l'ho portato via. Sull'autobus però mi sono ricordata che Gesù dice beato chi non si vergogna di Lui e del Vangelo. Quella era la gioia che volevo, che cercavo! La mattina dopo sono entrata in classe prima degli altri e ho riattaccato il foglio alla bacheca. Mi sentivo libera dalla vergogna e dal giudizio degli altri.

(E.F.)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)

mercoledì 17 settembre 2008

Diaconato permanente in crescita

A seguito delle ordinazioni diaconali avvenute recentemente a Livorno (vedi post dell'8/9), anche il settimanale regionale "Toscana oggi" ha riportato la notizia dei due fratelli diaconi con un articolo "Diaconato permanente in forte crescita", portando il discorso su un piano più generale. Riporto alcuni passi significativi:

"Quella del diacono permanente è una figura che diventa sempre più importante nella vita della comunità cristiana".
"A chiedere di diventare diaconi oggi sono soprattutto adulti che hanno già una famiglia e una professione".

Questo comporta maturità umana e capacità di rapportarsi con il mondo secolarizzato con il quale dobbiamo dialogare.

"Riguardo al ruolo del diacono, secondo don Walter Lazzarini, incaricato regionale per il diaconato permanente, in passato ci sono stati due estremi: da un lato un servizio dedicato quasi unicamente alla liturgia, dall’altro un impegno rivolto soltanto al campo sociale e caritativo. Oggi si cerca di trovare, nel diacono, una sintesi di questi due aspetti.
Un altro aspetto su cui, ultimamente, si sta riflettendo è il ruolo della moglie del diacono: «Non basta che firmi, come vuole la prassi, la lettera di consenso: è importante che anche lei partecipi attivamente alla formazione, e supporti il marito nel suo servizio pastorale»".

Sarebbe molto interessante poter approfondire questo aspetto, della moglie del diacono appunto, che penso non sia ancora messo a fuoco come dovrebbe: una figura tutta da scoprire, un ruolo, all'interno della dimensione della diaconia ordinata, per nulla secondario.
A questo proposito, leggo al n° 61 del "Direttorio per il ministero e la vita dei diaconi permanenti": «L'arricchimento e l'approfondimento dell'amore sacrificale e reciproco tra marito e moglie costituisce forse il più significativo coinvolgimento della moglie del diacono nel ministero pubblico del proprio marito nella Chiesa».

È bene ritornare su questo argomento…


sabato 13 settembre 2008

A Trieste cinque nuovi diaconi


A Trieste, che è la mia diocesi di origine, domenica 7 settembre sono stati ordinati cinque diaconi permanenti. Non ero presente, ma – come ho già detto – mi sono fatto sentire telefonicamente, perché desideravo in qualche maniera partecipare a questo evento così importante.

Raccolgo alcune notizie su di loro e sull'evento dal settimanale diocesano Vita Nuova: Ordinati cinque nuovi diaconi.

I nuovi ordinati sono:

Piero Pesce. È nato nel 1960. Vive a Muggia con la moglie Fiorella e le figlie Federica e Sofia e lavora in banca. È impegnato nell’Azione cattolica. Prima di intraprendere la strada del diaconato, ha avuto un lungo periodo di riflessione ed è stato aiutato dal diacono Paolo Longo. La sua scelta è stata discussa e condivisa in famiglia. Ma in sostanza - dice Piero - è lo Spirito Santo lo sponsor di questa scelta!
Pierluigi Paluzzano, nato a Trieste nel 1959, è sposato dal 1982 con Adriana e hanno una figlia, Samantha. Insieme alla moglie, tramite il Cammino Neocatecumenale, seguito nella parrocchia di Gretta (dove abitavano da giovani sposi), ha riscoperto la fede. Lavorava con una cooperativa di pulizie quando ricevette la proposta del parroco di San Giacomo di prendere il posto del sacrestano che andava in pensione. Piano piano è maturata in lui la decisione di percorrere la strada che porta al diaconato permanente e, d’accordo con la moglie e con la figlia, ha intrapreso questa strada.
Il cammino di Salvatore D’Angelo, invece, passa attraverso l’incontro con il “Rinnovamento Carismatico Gesù Risorto” avvenuto nel 1989 al Divino Amore a Roma. Ha 44 anni; è sposato con Gianna, hanno avuto tre figli maschi: Stefano, Lorenzo ed Emanuele. È impiegato presso la Provincia di Trieste e opera nella parrocchia dei Santi Pietro e Paolo. Ha sentito otto anni fa la chiamata al diaconato e ha risposto subito, senza rimandare al dopo-pensionamento, pensando che a Dio vanno offerte le primizie, non i frutti tardivi.
Vinicio Centi ha 58 anni, è sposato da 35 con Vera e ha 5 figli. Ha prestato servizio per 36 anni all’ospedale, ma prima ancora di andare in pensione ha avvertito la chiamata a farsi diacono permanente con il desiderio di poter esercitare un ministero di servizio in nome della Chiesa. Ci racconta che ha sentito la chiamata un giorno di 8 anni fa mentre aspettava di avere un colloquio con il suo padre spirituale.
Giorgio Tamplenizza ha 53 anni, è sposato da 28 anni, ha 4 figli, di professione è bancario. Vive nel rione di Chiarbola e presta servizio nella parrocchia di San Gerolamo. Tramite il Cammino neocatecumenale intrapreso a Gretta insieme a sua moglie ha potuto fare un’esperienza di fede. Quando sua mamma si è ammalata, ha pensato di poterle portare la Comunione. Diventato ministro straordinario della Comunione, da sua mamma agli altri ammalati della parrocchia il passo è stato breve.

Il vescovo nell’omelia - tenuta a braccio con un tono semplice e confidenziale come sempre in occasione delle ordinazioni - si è rivolto dapprima alle famiglie dei novelli diaconi, soprattutto alle mogli e ai figli, per dire il suo grazie e quello della Chiesa triestina per il dono che hanno saputo fare dei loro mariti e padri. Un dono non da poco… che richiede una generosità considerevole. Solo chi ha compreso fino in fondo il valore della vocazione matrimoniale può essere pronto ad un dono così grande senza temere di perdere nulla, acconsentendo alla vocazione del loro sposo e padre.
Potremmo essere tentati dal non comprendere fino in fondo l’originalità di questa vocazione, sminuendola. È una tentazione cui dobbiamo resistere per dare nelle nostre comunità e nel nostro presbiterio piena dignità a questa figura ministeriale che per molti può essere nuova. In effetti il diacono - tanto più se sposato - porta una notevole ricchezza nell’insieme del clero di una Chiesa locale, perché accanto alla propria vocazione ministeriale offre il prezioso tesoro della sua vocazione matrimoniale, paterna e lavorativa, a stretto contatto con il variegato e complesso panorama di questa nostra società, che pur considerata nella sua “fluidità” è e rimane il campo in cui Dio ci chiama oggi ad annunciare il Vangelo.

Interessante quanto dice don Franco Tanasco, che è il delegato vescovile, riguardo a questo cammino di 25 anni di diaconato nella chiesa di Trieste.

"L'ordinazione dei cinque diaconi di domenica 7 settembre si può considerare conclusiva dei primi 25 anni di storia del diaconato permanente nella nostra diocesi.
Dopo un biennio di seria riflessione a diversi livelli il vescovo mons. Lorenzo Bellomi ne ha approvato l’istituzione in data 15 gennaio 1984 secondo le indicazioni del Concilio Vaticano II nella Costituzione “Lumen gentium” fatte proprie dalla Chiesa Italiana fin dal 1967.
I primi due diaconi permanenti sono stati ordinati nel 1987; in tutto, in questi primi 25 anni, gli uomini ordinati sono stati 13. A questi si uniranno i cinque (…) ordinati domenica. (…)
A distanza di 25 anni mi sembra di poter riconoscere che non ci sono state particolari difficoltà. Si è notato come i diaconi potevano inserirsi molto bene nei servizi pastorali, in particolare in compiti di relazione con il mondo secolare. (…)
Nella nostra diocesi, mentre viviamo con gioia e nella riconoscenza al Signore per il dono dei nuovi diaconi, è doveroso segnalare la nota negativa che il cammino di preparazione e di formazione per il momento si ferma".

L'articolo termina con una nota, che ritengo importante, relativa alla scarsa sensibilità riscontrata al problema vocazionale, problema che mette in rilievo le difficoltà nel cammino di maturazione delle nostre comunità ecclesiali. E mi chiedo: bisogna sì pregare per le vocazioni, ma anche e soprattutto perché le nostre comunità siano aperte ed attente al soffio dello Spirito e non si accontentino di quanto raggiunto, ma sappiano assaporare "il vino nuovo" che ci viene offerto.

"A mio parere - conclude don Franco - in questi anni, oltre alla testimonianza che i diaconi davano con la loro presenza e con il loro servizio, è venuta a mancare una precisa sensibilizzazione della comunità diocesana riguardo alla vocazione al ministero del diaconato.
Sappiamo che il Signore non fa mancare alla sua Chiesa le vocazioni necessarie. Ma sappiamo anche che chiama tutti almeno alla preghiera per le vocazioni, in particolare ai ministeri ordinati".


venerdì 12 settembre 2008

La condizione di servo

14 settembre 2008 – Esaltazione della Santa Croce

Parola da vivere

Obbediente fino alla morte
e a una morte di croce
(Fil 2,8)


Di natura divina eppure in condizione umana di servo: ecco lo spogliamento di Gesù, del Figlio di Dio che appare tra noi nell'umiliazione giunta fino all'abbassamento della croce. Gesù assume la condizione di servo: visse nella totale rinuncia agli onori, al potere, alla ricchezza; Gesù si fece uguale a tutti gli uomini e si fece obbediente al Padre. Egli aveva già detto nell'incontro con la Samaritana di avere un cibo di cui si nutriva in continuità: era il fare la volontà di Colui che l'ha mandato. Non ha progetti né pensieri suoi, ma quelli del Padre. La piena adesione alla volontà del Padre caratterizza tutta la sua vita, fino alla morte di croce. Gesù sceglie, come Figlio, l'obbedienza, la volontà del Padre, l'essere con Lui fino in fondo.
Così, ogni nostra scelta va interpretata in questa prospettiva. Quando il cristiano sceglie di dare la propria vita, di metterla al servizio degli altri, di prendere la croce, di lavare i piedi ai fratelli, di accogliere le esigenze della vita trasformata dal Vangelo in famiglia, nella società, a scuola, nel lavoro, di accogliere anche le sofferenze che ciò comporta, lo fa perché ha scoperto il volto del Padre e ha capito che la sorgente della vita sta nella volontà del Padre, anche quando essa indica un cammino di sacrificio e di dedizione fino alla morte.


Testimonianza di Parola vissuta


Domenica sono andata a Messa. Il parroco ha spiegato che bisogna amare fino in fondo, fino a dare la vita come Gesù; che il ricco che non entra nel regno dei cieli non è solo chi è attaccato a molti beni, ma anche chi è attaccato al poco che ha. Ho deciso dentro di me di amare come Gesù. Tornando a casa però ho visto che mia sorella aveva messo il mio maglione preferito: mi sono arrabbiata, l'ho sgridata e insultata. Mi è venuto in mente il proposito fatto alla Messa: "Ma come, dico di essere pronta a dare la vita come Gesù, e poi non so cedere un maglione?". Mi sono vergognata e sono uscita di casa a fare un giro. Ma non mi sentivo tranquilla: sono andata a cercare mia sorella e le ho detto: "Sai, ho pensato di farti un regalo: tieni per te il maglione!".

(A.N.)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)

lunedì 8 settembre 2008

Nuovi diaconi a Livorno

A Livorno, ieri domenica, per l'ordinazione diaconale dell'amico Antonio Domenici. Una visita veloce, lo stretto indispensabile, ma sufficiente per rinsaldare quell'amicizia che ora ha un volto nuovo.
Assieme a lui sono stati ordinati anche il fratello Riccardo e Mauro Giolli. Tutti e tre sposati. Anche il quotidiano Avvenire ne ha parlato ieri (Tre nuovi diaconi permanenti a Livorno. Stasera l’ordinazione: due sono fratelli).
Con Antonio ci si conosce da tempo e condividiamo ideali ed impegni ecclesiali: ora ci lega una nuova identità, più intensa, che trova la sua concretezza in questa "fraternità diaconale", che coinvolge necessariamente anche le nostre famiglie.
È sempre sorprendente costatare la bellezza di sentirsi parte di una "famiglia", quella che nasce dall'essere comunità diaconale! Ho potuto conoscere i diaconi di Livorno e sentirmi subito "a casa": potersi scambiare impressioni ed esperienze, guardarsi negli occhi e sentirsi realmente fratelli. Questi accade a qualsiasi latitudine!
Mi ha impressionato e piacevolmente colpito, durante la celebrazione di ordinazione, come il delegato abbia presentato i tre ordinandi al vescovo (e di conseguenza a tutta la comunità ecclesiale): ha tracciato per ciascuno un profilo, breve ma completo, sia dal lato spirituale che umano, evidenziando in ciascuno la storia che li ha portati a questo passo importante.
Poi, dopo la cerimonia, praticamente dopo le 20,30, ci siamo trovati tutti nei locali della parrocchia per festeggiare insieme.
Anche qui, rapporti nuovi o consolidati, anche con i parenti (alcuni anche da Gaeta) e con gli amici, alcuni venuti per l'occasione anche da Pisa e da Firenze.

Festa di famiglia fino a tardi!












Avrei desiderato essere anche a Trieste, la mia diocesi di origine, dove proprio ieri sono stati ordinati cinque diaconi. Mi sono fatto sentire telefonicamente: spero di dire qualcosa in seguito anche di questo evento speciale.

sabato 6 settembre 2008

Vino nuovo in otri nuovi


Il vangelo di ieri (Lc 5,33-39; ven. XXII sett.) parlava della novità che Gesù porta. Tra l'altro dice: «Il vino nuovo bisogna metterlo in otri nuovi». Questa affermazione l'ho sentita molto attinente al "nuovo" che il diaconato porta nella Chiesa.
La grazia del diaconato, ripristinato come forma permanente di ministero dopo parecchi secoli di oblìo, è una delle "novità" che lo Spirito ha elargito alla Chiesa del nostro tempo.
È un "vino nuovo" che ci è stato offerto!
Alle volte mi chiedo perché questo "nuovo" stenta ad essere non solo accolto, ma anche ad essere compreso. Mi ritorna sempre in mente la verità del vangelo: "Vino nuovo in otri nuovi!". È anche detto che «nessuno mette vino nuovo in otri vecchi», ed anche che «nessuno strappa un pezzo da un vestito nuovo per attaccarlo a un vestito vecchio». Le conseguenze sono certe: «il nuovo non si adatta al vecchio», «il vino nuovo spacca gli otri» e tutto si disperde. Purtroppo però i diaconi esercitano molto spesso il loro ministero con modalità e mentalità in cui non sempre viene in luce quel "nuovo" che il Concilio Vaticano II (ancora troppo ignorato!) ha portato nella Chiesa.
È un fatto (e penso che ognuno di noi ne faccia concreta esperienza): «Nessuno che beve il vino vecchio desidera il nuovo, perché dice: Il vecchio è buono!».
È più facile restare ben saldi nell'esistente già ben sperimentato, nelle pratiche religiose consolidate (la scena potrebbe essere quella dei farisei che rimproverano Gesù di non osservare la disciplina dei padri), che non affidarsi a quella novità dello Spirito che ci spinge ad "uscire" dal nostro recinto per andare incontro all'umanità che ci circonda e non desidera altro che sperimentare nei cristiani, o meglio nella comunità dei discepoli, l'amore di Dio per noi.
È vero che i tempi possono essere lunghi e le mentalità non si cambiano dall'oggi al domani, ma quello che sento urgente dentro è non perdere mai quella dimensione profetica di cui il diaconato è oggi portatore.

venerdì 5 settembre 2008

L'unico debito

7 settembre 2008 – 23a domenica del Tempo ordinario (A)

Parola da vivere

Pienezza della legge è la carità (Rm 13,10)

Paolo ha appena finito di invitare i fedeli della comunità di Roma a non lasciare nulla di inevaso rispetto al loro rapporto con la società civile e le sue autorità (Rm 13,1-7). Ora li esorta ad avere, quale unico debito, l'amore vicendevole, che egli definisce come il pieno compimento della legge. Il cristiano non può sottrarsi ai suoi impegni verso il prossimo. Perché, nell'amore per l'altro, l'apostolo individua un portare a compimento la legge, quale espressione della volontà di Dio.
L'amore come compimento ci ricorda che amare è un "obbligo" permanente, dal quale non ci si può mai sdebitare. Il cristiano sa di restare sempre debitore nei confronti dell'altro (qualsiasi altro) e si muove sempre verso il compimento dato dalla carità, che ha come suo punto di riferimento Cristo stesso e la sua croce, segno di un amore "fino alla fine". L'amore tanto più è autentico quanto più si misura sulla situazione concreta del prossimo. Questa domenica la parola di Dio ci sollecita ad una presa di posizione vera e completa nei confronti dell'amore, "compimento di tutta la legge". Amore che diventa dedizione, gioia per il bene altrui, testimonianza appassionata, amore sincero per chi incontro nel cammino quotidiano.

Testimonianza di Parola vissuta

Mio marito, dopo il lavoro, si fermava con gli amici al bar e rincasava molto tardi. Per questo c'era sempre motivo di bisticciare con lui, perché volevo che fosse diverso. Preparavo la cena solo per me e mangiavo da sola. Un giorno un'amica mi ha detto che Dio ama ogni uomo: l'aveva capito dopo un grande dolore. "Dio ama me, ma anche Carlo, lo ama e accetta così com'è!", mi ripetevo: ero inquieta, sentivo che dovevo cambiare. Una notte lui non arrivava: ho preparato la cena e l'ho aspettato. Quando è giunto, senza brontolare gli ho servito il pasto e ho mangiato con lui. Mi guardava meravigliato: io in silenzio ringraziavo Dio per essere riuscita a farlo. Tempo dopo Carlo mi ha confidato che quella sera pensava: "Ma che le è successo? Non avrà mica messo il veleno nella minestra...". Per un po' ha continuato ad arrivare ancora tardi a casa, ma trovava sempre la cena pronta: e io aspettavo per cenare con lui. Ora ha incominciato ad arrivare presto a casa e mi aiuta a preparare la cena: ora tutto è cambiato tra noi.

(A.F.)
(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)

giovedì 4 settembre 2008

Anche in alto mare il Signore ti trova

Nel numero del 20 agosto 2008 del settimanale diocesano di Trieste, "Vita Nuova", nell'inserto speciale "Senza sosta corre la nave" (dove si raccontano le testimonianze dei marittimi per mesi lontani da casa) ho letto anche la testimonianza dell'amico diacono Liberio Derossi, ora macchinista in pensione.
Abbiamo vissuto insieme il periodo della nostra preparazione al diaconato; il ricordo è sempre vivo, quando fra uno sbarco e l'altro, frequentava i corsi e dava gli esami. Abbiamo percorso insieme un tratto significativo della nostra vita…
Riporto uno stralcio dell'articolo sulla sua testimonianza.


«Amavo moltissimo la mia professione» racconta senza rimpianti, «cercavo sempre di dare il meglio. Ho navigato dai diciotto ai cinquantacinque anni. Eppure, il giorno in cui sono andato in pensione, ho promesso di smettere completamente». Sulle navi si è svolta la gran parte della sua vita. Anche sua moglie l’ha conosciuta su una nave: era una studentessa cilena che veniva in Italia con una borsa di studio. Dopo poco più di un anno, nel 1965, si sposarono, potendosi vedere pochissimo. Tutti dubitavano, eppure stanno ancora insieme, dopo aver avuto anche tante difficoltà. La famiglia è un punto saldo nella vita d’un marittimo: era raro passasse un giorno senza che sentisse l’esigenza di scrivere alla moglie. E quanta era l’ansia di arrivare in un porto per vedere se c’era posta! Il primo regalo fatto a sua moglie fu una borsa da viaggio.
«La nostra è una vita aneddotica», commenta ricordando capitani, cappellani ed equipaggi; gli sfuggono le date, perché in mare le stagioni sono una cosa relativa, specie sulle tratte transatlantiche, a basse latitudini, come faceva lui, verso il Sud America. Ricorda certe animosità tra personale di coperta e macchinisti. Ma saliti a bordo è impossibile — afferma — non percepire la solidarietà che affratella gli uomini di mare: «Tutti per uno ed uno per tutti». È così quando si è consapevoli di quanto si è piccoli nella vastità dell’oceano. «La più grande cattedrale in cui sono stato è la notte nell’Atlantico». Il cielo stellato, immenso. Lo sciabordio delle onde, il respiro ritmato dei motori, la brezza. Si svegliava presto per vedere le albe. Poi ricorda i tramonti tropicali: dalla sommità del sole morente si alza misteriosamente un raggio verde. Una volta ha visto un iceberg, in viaggio verso gli Stati Uniti: «Non è bianco. È celeste intenso e brilla in mille fosforescenze come un grosso diamante».
Un uomo di mare non può essere ateo: «Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate...», sussurra assorto recitando il salmo 8. Maturò così la sua vocazione al diaconato: una volta, sotto Natale — non c’era il cappellano —, preparò un foglietto con le letture del giorno ed un commento, che infilò sotto le porte delle cuccette dell’equipaggio. La cosa piacque e divenne un impegno fisso. La Parola va seminata ovunque, darà frutto. «Non ci si può nascondere, anche in alto mare il Signore ti trova».

mercoledì 3 settembre 2008

Rocco racconta (nel silenzio la vita)

Ho ricevuto dall'amico diacono Rocco questa esperienza personale, una perla preziosa della sua anima. Con un po' di titubanza la pubblico, ma col rispetto che vorrei dare all'amicizia e alle cose di Dio… sapendo che questa comunione ci fa crescere nell'unità.
(Le altre testimonianze sono raccolte nella rubrica "
Rocco racconta").



In questo periodo la mia vita è tracciata tutta al silenzio, allo scomparire. Tutto gira intorno e mi sembra per un momento tutto pace, gaudio, silenzio, amore. A volte di tutto questo che mi circonda ho perfino paura! Perché? Il rumore, le circostanze, i bisogni, la gente che va e che viene… Non è che non ci siano più, ma il mio vivere ora è tutto proteso a "non essere" per essere solo amore.
Questo mio voler "non essere" mi costa fatica, dolore: significa concretamente "scomparire" per fare posto in me a Maria… A Lei ho affidato tutto, tutto, tutto... E mi sembra un gioco, un voler continuare a giocare, anche se a volte, penso, "ma non ho tutto sempre sulle spalle?". No! Continuare a vivere come se tu non esistessi, perché ciò che esiste veramente è solo Lui e tu devi metterti da parte!
A volte penso che non sia facile… ma ci debbo riuscire! Infondo non sono io a salvare la patria, non sarò io a colmare tutti i vuoti esistenti! Io sono solo una piccola parte e debbo esistere solo se amo, se continuo a sperare che solo Lui può veramente guarire, trovare lavoro, asciugare le lacrime, coprire i bisogni, dare speranza ai prigionieri, ai carcerati, aiutare gli affamati, i poveri, i soli, i delusi, le prostitute, insomma tutto ciò che è scartato, buttato nell'immondizia, tutto ciò che non serve più. Lì in ognuno di questi "poveri" ci sono io, io che spero che solo Lui possa passare ancora una volta e redimermi e donarmi l'Amore!
Caro Gesù, ti ho scoperto così straccione e mi dai ancora il coraggio di insistere, di continuare a lottare… E quel bambino che ho rivisto da tre settimane che mi perseguita, e quella donna che chiede aiuto per il proprio bambino, e quella lì che vuole il latte, e quell'altro che non può pagare la bolletta dell'Enel… a tutti tu dai amore dall'alto della Croce e io sono ai tuoi piedi che continuo a sperare in Te. Non lasciarmi solo, mio Dio, non lasciarmi solo! E dovunque io passo, Ti vedo, e dovunque io vado, Tu sei lì! E continuo a sperare, contro ogni speranza perché Tu sei dove non sono più io… Dammi, Signore, di esserti fedele, di non barattarti mai… perché Tu sei l'unico, il solo, il tutto. Grazie, Gesù, del mio non essere, perché tu Sei!