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lunedì 30 aprile 2018

Maria, donna dei nostri giorni



Propongo, come lo scorso anno, per il mese di Maggio una raccolta giornaliera di testi mariani, tratti da Maria, donna dei nostri giorni, come riportati nel mio sito di Testi e Documenti.
(Vai ai testi giornalieri…)

«Santa Maria, donna feriale, aiutaci a comprendere che il capitolo più fecondo della teologia non è quello che ti pone all’interno della Bibbia o della patristica, della spiritualità o della liturgia, dei dogmi o dell’arte. Ma è quello che ti colloca all’interno della casa di Nazaret, dove tra pentole e telai, tra lacrime e preghiere, tra gomitoli di lana e rotoli della Scrittura, hai sperimentato, in tutto lo spessore della tua antieroica femminilità, gioie senza malizia, amarezze senza disperazioni, partenze senza ritorni.»
(don Tonino Bello)

Ascolta anche una breve conversazione di don Tonino Bello, pochi giorni prima della pubblicazione del libro.
(Clicca qui per ascoltare…)


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Vedi anche:
Il Mese di Maggio con papa Francesco (raccolta giornaliera di testi mariani tratti dagli interventi di papa Francesco sulla Vergine Maria).
Vai ai testi giornalieri…

domenica 29 aprile 2018

Chi crede ha la vita eterna


"Rilettura", alla fine del mese, della Parola di Vita di aprile.

"Chi crede ha la vita eterna" (Gv 6,47). "Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto" (Gv 20,29).
Gesù, camminando sulle strade della Palestina, si fa vicino a quanti incontra…, condivide ogni necessità e ridà speranza. Anche a me, a ciascuno, è chiesto di fare l'esperienza di essere luce per le persone che incontriamo nella giornata: non di luce propria, ma di quella di Gesù che vive dentro di noi e in mezzo a noi.
L'amore è luce nel cammino di fede e di testimonianza del Signore Risorto. Questo comporta una attenzione costante alle aspettative (anche minime… ma accolte con discrezione e delicatezza) di chi mi viene incontro. Ogni persona infatti merita di essere amata con quell'amore che è stato seminato dallo Spirito nel nostro cuore.
Chi crede ha la Vita… Quella Vita che il Signore Risorto ci dona. Gesù solo può saziare la fame dell'uomo, soltanto Lui può darci la vita che non muore, perché Lui è la Vita.
In questa dinamica spirituale l'essenziale è fidarsi totalmente di Dio, perché l'amore di Dio, in Gesù crocifisso e risorto, non conosce ostacoli e cancella tutte le nostre miserie. La fede cristiana infatti è prima di tutto il frutto di un incontro personale con Dio, con Gesù, che non desidera altro che farci partecipare alla sua stessa vita.
Per lasciarmi avvolgere dall'abbraccio del Padre, occorre che mi "lasci andare", che mi abbandoni nelle su braccia, alla sua misericordia… E Lui mi dona la Vita! So di vivere! E ogni paura si attutisce, scompare… e dal profondo, come una piantina sospinta dal di sotto verso la luce, riaffiora la pace; ed il cuore si cheta e sa di poter riposare nel cuore del Padre…, in Gesù. Lo Spirito è la forza creatrice di questa nuova rinascita, una continua rinascita, che ci spinge a donare gioia agli altri.
"Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!".
"Chi crede è generato da Dio... E chiunque è generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che vince il mondo: la nostra fede" (1Gv 5,1-6).
Sappiamo che "nulla è impossibile a Dio". Questa è la certezza da coltivare senza tentennamenti. Essa ci farà sperimentare una pace mai provata, che ci farà sperimentare la forza del perdono che sconfigge ogni violenza. Ma occorre credere alla bontà (che è il seme che Dio ha seminato in ciascuno) delle persone, con un cuore sempre aperto.
È credere che Gesù opera in me, lasciandolo agire e non frapponendo ostacoli egoistici o egocentrici. È avere quella fiducia che opera il miracolo, quello della mia e altrui conversione. È raffinare la sensibilità soprannaturale, quell'istinto evangelico, dono dello Spirito, che si sviluppa esercitandolo. In altre parole: raffinare l'amore nell'attimo presente. Infatti, la fede in Gesù è aderire al suo esempio di non vivere ripiegati su se stessi, sulle nostre paure, ma piuttosto di riversare la nostra attenzione sulle necessità degli altri. È avere quella misericordia che vede ognuno come fosse nuovo, avendo in cuore, al posto del giudizio, l'amore e la misericordia: le parole di Gesù si illumineranno e Lui entrerà in noi con la sua verità, la sua forza e il suo amore. E cammineremo sicuri superando gli ostacoli… Sperimenteremo che si cammina sicuri se siamo uniti… Scopriremo, al di là delle diversità, la possibilità concreta di una sincera fraternità.

venerdì 27 aprile 2018

Le "potature", opportunità che ci orientano a Dio, producendo frutto


5a domenica di Pasqua (B)
Atti 9,26-31 • Salmo 21 • 1 Giovanni 3,18-24 • Giovanni 15,1-8
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Gesù è la vera vite, il Padre è l'agricoltore, noi siamo i tralci.
Gesù (la vite) si definisce in relazione con il Padre (l'agricoltore) e con noi (i tralci). La nostra identità - come quella di ogni uomo - è legata alle relazioni. Nessuno di noi vive da solo e nessuno può farlo.
Gesù ci dice che la natura dell'uomo è un'identità che si relaziona, che si nutre dei legami e dei rapporti della vita e fa di essi il centro dell'esistenza. Anzi - sottolinea Gesù -, noi, i tralci uniti alla vite, siamo già puri per la Parola che abbiamo ricevuto e viviamo l'esperienza della potatura. Il Vangelo mette in evidenza come la potatura sia la condizione indispensabile per la fecondità. L'alternativa è essere ramo secco e per questo essere tagliato via e bruciato. La potatura è quell'azione dolorosa che si fa sulle piante per fare in modo che esse non mettano tutte le energie nel produrre foglie, ma le orientino a produrre frutti. Un'azione molto dolorosa, tanto che quando avviene nella vigna, si dice che essa "piange", perché esce la linfa: vere e proprie gocce.
Vivere come tralci uniti alla vite vuol dire sapere riconoscere come le potature siano quelle esperienze di fatica, di umiliazione, di insuccesso, di delusione... non tanto mandate da Dio, bensì che ci permettono di orientarci più decisamente verso di lui. Non è il Signore che manda le potature, ma esse possono essere delle opportunità per liberarci da ciò che non ci aiuta a orientarci verso di lui, portando maggior frutto.
I frutti, poi, non hanno tanto la caratteristica di essere dei prodotti, ma sono un dono inaspettato. Il frutto, infatti, non è qualcosa di calcolabile e prevedibile, ma è qualcosa per cui si è grati, perché non è completamente prevedibile. E Gesù sottolinea: «In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».
Il frutto non è una cosa, un prodotto, un numero... ma è semplicemente l'essere discepoli del Signore. Si tratta di fare una rivoluzione nel considerare e valutare i nostri cammini. La vera domanda è: siamo discepoli del Signore, mentre viviamo quell'esperienza, quell'attività, quella scelta? L'immagine della vigna ci ricorda come il Signore si ponga costantemente in relazione con noi e ci chieda di fare altrettanto, di sentirci tralci uniti a lui, che è la vite, per portare frutto, cioè per vivere da suoi discepoli.

(da L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio")

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto (Gv 15,5)
(vai al testo…)

Parola-sintesi proposta a suo tempo pubblicata:
 Io sono la vite, voi i tralci (Gv 15,5) - (03/05/2015)
(vai al testo…)
 Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto ( Gv 15,5) - (06/05/2012)
(vai al testo…)
 Senza di me non potete far nulla (Gv 15,5) - (08/05/2009)
(vai al post "Nella potatura, la vita")

Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
  L'intima nostra linfa divina (02/05/2015)
  Rimanere in Lui, garanzia di fecondità (04/05/2012)

Commenti alla Parola:
  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 4.2018)
  di Luigi Vari (VP 4.2015)
  di Marinella Perroni (VP4.2012)
  di Claudio Arletti (VP 4.2009)
  di Enzo Bianchi
  di Lectio divina: Abbazia Santa Maria di Pulsano
  di Letture Patristiche della Domenica

(Illustrazione di Stefano Pachì)

lunedì 23 aprile 2018

Diaconato e mondo del lavoro.
 Per un ministero creativo e solidale




Il diaconato in Italia n° 208
(gennaio/febbraio 2018)


Diaconato e mondo del lavoro.
Per un ministero creativo e solidale

«… nel lavoro creativo, partecipativo e solidale l'essere umano esprime e accresce la dignità della propria vita» (EG 192)





ARTICOLI
Appunti su lavoro e diaconia oggi (Giuseppe Bellia)
Il lavoro e il riposo (Giovanni Chifari)
L'idolatria del lavoro nelle Scritture (Giuseppe Bellia)
Il diacono e il "suo" lavoro (Luigi Vidoni)
Diaconi e formazione al mondo del lavoro (Graziano Culpo e Luca Garbinetto)
La scomoda coerenza dell'essere diacono (Gaetano Di Laura)
Dalla 48a Settimana Sociale dei Cattolici Italiani (Filippo Santoro)
Diaconato e mondo del lavoro (Giovanni Momigli)
Occasione di testimonianza (Alessandro Cuzzola)
Non lasciamoci rubare la speranza (EG 86) (Mario Delpini)
Per una diaconia del lavoro alla luce dell'Evangelii Gaudium (Enzo Petrolino)
La quaestio dei "viri probati" (Giovanni Chifari)
Strumenti di lavoro (Francesco Giglio)
Nel mondo del lavoro (Gaetano Marino)

TESTIMONIANZE
Lavorando con i giovani (Piero Meroni)
Servizio empatico alle persone ricoverate (Gino Cintolo)

GIORNATA DI STUDIO
Dalla Facoltà Teologica dell'Italia settentrionale

(Vai ai testi…)

sabato 21 aprile 2018

La vita di Gesù …e del discepolo: un dono d'amore


4a domenica di Pasqua (B)
Atti 4,8-12 • Salmo 117 • 1 Giovanni 3,1-2 • Giovanni 10, 11-18
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

«Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Io do la mia vita… Io la do da me stesso» (Gv 10,11.17.18).
Al centro del Vangelo di questa domenica - detta del Buon Pastore - c'è ancora il messaggio pasquale della vita di Gesù donata per amore, un messaggio che insiste sul fatto che il Signore dona la sua vita: «Io do la mia vita ... io la do da me stesso». In questo consiste il "potere" di Gesù: donare la sua vita per amore. La sua forza è la consapevolezza di fare della sua vita un dono d'amore. E così anche il suo discepolo è chiamato a porre al centro della sua esistenza la stessa logica. La vita trova la sua bellezza/bontà se noi sappiamo fare di essa un dono per gli altri, se non la tratteniamo, o peggio ancora, la riduciamo a una corsa frenetica nella ricerca del proprio interesse e tornaconto.
«Ho altre pecore che non appartengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare» (Gv 10,16).
Il Vangelo, oltre a fare notare che Gesù vive una relazione con le sue pecore, mette in evidenza il fatto che il Signore viva anche la consapevolezza di avere altre pecore: «Ho altre pecore che non provengono da questo recinto…». Egli sente di essere il pastore di tutti e nel gesto di deporre la sua vita esprime davvero la consapevolezza di abbracciare tutti, anche coloro che non appartengono a "questo recinto". In quest'affermazione c'è un messaggio evangelico che consiste nella consapevolezza di vivere la propria vita e la propria missione per tutti, non perché si deve arrivare a tutti - cosa impossibile - bensì perché si è guidati dalla certezza che ciò che si fa per alcuni, in realtà ha dei confini molto più grandi.
Occorre rovesciare un modo di pensare, molto frequente, che si lamenta dei pochi che vengono ed essere consapevoli che il segno che si pone, lo si pone per tutti. Un esempio: spesso ci si lamenta che pochi vivono un cammino di fede e si comincia a brontolare perché uno non si impegna, un altro non c'è mai... La logica del buon pastore è quella di essere consapevoli della logica della fratellanza, che afferma: "Quello che sto facendo è per tutti". Gesù nella sua vita ha sentito la fatica di essere solo, ma non ha accusato gli altri di averlo lasciato solo, perché era consapevole di ciò che aveva scelto: donare la sua vita per gli altri. L'obiettivo della sua vita non è mai stato quello di costruire un unico recinto entro il quale tutti dovevano stare, ma di costituire un unico gregge, i cui confini sono molto larghi, di cui lui è il pastore. La sua logica non è esclusiva, bensì inclusiva.

(da L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio")

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Io sono il buon pastore (Gv 10,14)
(vai al testo…)

Parola-sintesi proposta a suo tempo pubblicata:
 Ascolteranno la mia voce (Gv 10,16) - (26/04/2015)
(vai al testo…)
 Io sono il buon pastore ( Gv 10,11) - (29/04/2012)
(vai al testo…)
 Il buon pastore dà la sua vita per le pecore (Gv 10,11) - (01/05/2009)
(vai al post "Dare la vita")

Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
  Gesù ci "conosce" come il padre "conosce" lui (24/04/2015)
  Conosciuti da Lui (27/04/2012)

Commenti alla Parola:
  di L'Amicizia presbiterale "Santi Basilio e Gregorio" (VP 4.2018)
  di Luigi Vari (VP 4.2015)
  di Marinella Perroni (VP4.2012)
  di Claudio Arletti (VP 4.2009)
  di Enzo Bianchi
  di Lectio divina: Abbazia Santa Maria di Pulsano
  di Letture Patristiche della Domenica

(Illustrazione di Stefano Pachì)


venerdì 20 aprile 2018

Il dono di un servizio a "tempo pieno"


Ricorre oggi l'anniversario della mia ordinazione diaconale.
Contemporaneamente ricorre anche il venticinquesimo anniversario della morte di don Tonino Bello, vescovo di Molfetta. Papa Francesco recandosi oggi presso la tomba di don Tonino ha evidenziato del vescovo di Molfetta "il desiderio di una Chiesa per il mondo: non mondana, ma per il mondo. Una Chiesa monda di autoreferenzialità ed estroversa, protesa, non avviluppata dentro sé".
Uno stimolo per una diaconia che si rivolge "fuori", che esca dal "recinto del sacro" ed incontri l'uomo, ogni uomo e donna, nei posti lì dove si trova e vive.

Oggi, nel ringraziare il Padre per il dono del diaconato, ringrazio anche tutti quei "fratelli" che mi hanno accompagnato in questo servizio alla Chiesa per il mondo. Uno di questi è don Tonino.
Voglio riportare la lettera che il vescovo di Molfetta indirizzò a Sergio, il primo diacono permanete ordinato della diocesi di Molfetta il 4 ottobre 1989.



Carissimo Sergio,
te l'ho detto a voce, ma voglio ripetermi. Tecnicamente, l'appellativo diacono permanente si dà a colui che, una volta salito sul primo dei gradini dell'ordine sacro, il diaconato appunto, si ferma in modo stabile lì, senza la prospettiva di ascendere, in seguito, agli altri due livelli: del presbiterato, cioè, e dell'episcopato.
La spiegazione non mi piace. Mi sa malinconicamente di negativo. Mi dà troppo il sapore di binario morto. Allude in modo molto scoperto ai galloni di quei soldati scelti che, non dovendo fare carriera, rimangono appuntati per tutta la vita.
Sembra, insomma, più il traguardo ultimo che recide le illusioni dell'«oltre», che lo «status» di chi annuncia con gioia che tutta la vita deve essere messa al servizio di Dio e dei fratelli.
Ti voglio dire, allora, qual è la disposizione d'animo con la quale tra giorni ti imporrò le mani sul capo.
Vedi, Sergio, desidero che tu sia per la nostra Chiesa locale il segno luminoso della sua diaconia permanente. L'icona del suo radicale rifiuto per ogni mentalità da «part-time». Il simbolo dell'antiprovvisorietà del suo servizio. Il richiamo contro tutte le tentazioni di interpretare con moduli di dopolavoro l'impegno per i poveri. La negazione di ogni precariato che voglia includere, non solo nella diaconia della carità, ma anche in quella della Parola e della lode liturgica, la banalità aziendale del «turn-over».
Auguri, Sergio.
I laici, vedendoti, si sentano messi in crisi per l'incapacità di dare al loro servizio ecclesiale lo spessore del tempo pieno e, forse, neppure quello del tempo prolungato.
I religiosi ti sperimentino come provocazione alla totalità di una scelta, che è permanente non tanto perché impedita di far passi in avanti quanto perché esorcizzata dal pericolo di far passi all'indietro, con quelle quotidiane ritrattazioni di fedeltà che a poco a poco si rimangiano la bellezza del dono.
I presbiteri ti accompagnino per leggere nella tua vita il filo rosso che deve attraversare tutto l'arco della loro esperienza sacerdotale: la completezza dell'offertorio, la stabilità della consacrazione, il servizio della comunione.
E anche il tuo vescovo, invocando lo Spirito su di te, comprenda che il diaconato permanente, se è il gradino più basso nella gerarchia dell'ordine sacro, è, però, la soglia più alta che l'avvicina a Cristo, «diacono di Jahvè».
Dai, Sergio.
Con me ti benedice tutto il popolo di Dio.
+ Don Tonino, vescovo


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Rimando ad altri post relativi alla mia ordinazione diaconale.

Seguimi! (20/04/2017)
Gratitudine! (20/04/2016)
Stare nella tua casa (20/04/2015)
Chiara, mia moglie (26/04/2011)
Il diacono e il suo vescovo (20/04/2011)
Modello di ogni diaconia (19/04/2011)
Il mio sì (20/04/2010)
Ricordando quel giorno (19/04/2009)
Eccomi (19/04/2008)
Per conoscerci… (la nostra esperienza) (24/02/2008)




lunedì 16 aprile 2018

Il Diaconato in Italia – Indice 2018



Il Diaconato in Italia
Periodico bimestrale di animazione per le chiese locali

Indice 2018 (anno 50°)







Titolo dell'annata:
DIACONI ANNUNCIATORI DELLA GIOIA DEL VANGELO


Temi monografici:

n° 208 – gennaio/febbraio 2018
Diaconato e mondo del lavoro. Per un ministero creativo e solidale
«… nel lavoro creativo, partecipativo e solidale l’essere umano esprime e accresce la dignità della propria vita» (EG 192)

n° 209 – marzo/aprile 2018
Chiamati alla diaconia: la vocazione al ministero diaconale
«La gioia del Vangelo che riempie la vita dei discepoli è una gioia missionaria» (EG 21)

n° 210/211 – maggio/agosto 2018
I diaconi e i giovani: prendersi cura ed accompagnare
«I giovani spesso non trovano risposte alle loro inquietudini» (EG 105)

n° 212 – settembre/ottobre 2018
Diaconi profeti a servizio della bellezza del creato, della pace e di ogni persona
«Cercare la bellezza per una convivenza pacifica tra i popoli e nella custodia del creato» (EG 257)

n° 213 – novembre/dicembre 2018
Formare i diaconi alla spiritualità e alla sinodalità
«… non servono discorsi e prassi sociali e pastorali senza una spiritualità che trasformi il cuore» (EG 262)

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