Questo Blog continua nella nuova versione
venuto per servire
(clicca qui per entrare)


sabato 26 marzo 2016

L'amore che non può essere annullato dalla morte


Pasqua di Risurrezione
Atti 10,34a.37-43 • Sal 117 • Colossesi 3,1-4 [1Corinzi 5,6-8] • Giovanni 20,1-9
(Visualizza i brani delle Letture)


Appunti per l'omelia

Maria di Magdala si recò al sepolcro, quando era ancora buio
Maria di Magdala esce di casa quando è ancora notte, buio in cielo, buio nel cuore.
Non ha niente tra le mani, ha soltanto la sua vita risorta: da lei Gesù aveva cacciato sette demoni, cioè la totalità del male.
È ancora buio e le donne si recano al sepolcro di Gesù. Sono quelle donne che l'avevano seguito dalla Galilea, sostenendolo con i loro beni in ciò che era necessario. Sono quelle che stavano sotto la croce. Ora vanno al sepolcro: ciò che le muove non è un atto di fede nella divinità di Gesù, non una speranza segreta, ma un atto d'amore. Lo amano ancora, semplicemente, ma è ciò che rimette in marcia la vita.
Maria di Magdala si ribella all'assenza di Gesù, perché amare è dire "tu non morirai!". Non a caso chi si reca alla tomba in quell'alba è chi ha avuto più forte esperienza dell'amore di Gesù: le donne, Maddalena, il discepolo amato.

Vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro
Vede il sepolcro spalancato, vuoto e risplendente nel fresco dell'alba, aperto come il guscio di un seme. E fuori è primavera. Qualcosa si muove in Maria, un'ansia, un fremito, un'urgenza...

Corse allora da Simon Pietro… Correvano insieme tutti e due…
Corre da Pietro e dal discepolo amato…
Correvano insieme tutti e due...
Perché tutti corrono nel mattino di Pasqua? Corrono, sospinti da un cuore in tumulto, perché l'amore ha sempre fretta, non sopporta indugi, la vita ha fretta di rotolare via i macigni che la bloccano. Chi ama è sempre in ritardo sulla fame di abbracci.
L'altro discepolo, quello che Gesù amava, corse più veloce. Giovanni arriva per primo al sepolcro, arriva per primo a capire il significato della risurrezione, e a credere in essa.

Chi ama o è amato capisce di più, capisce prima, capisce più a fondo.
Il discepolo amato ha intelletto d'amore, ha l'intelligenza del cuore. Intuisce che un amore come quello di Gesù non può essere annullato dalla morte, che tutto ciò che anche noi vivremo e faremo nell'amore non andrà perduto, non sarà vinto da nulla.

(spunti da Ermes Ronchi)

-------------
Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Non è qui, è risorto (Lc 24,6)
(vai al testo) - (---> pdf, formato A4, stampa f/r per A5)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata (31/03/2013)
Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù (Col 3,1)
(vai al testo)

Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
  "Doveva" risorgere (04/04/2015)
  La gioia piena che il Risorto ci dona (19/04/2014)
  È vivo, Lui la nostra speranza! (30/03/2013)
  È risorto! (07/04/2012)

Commenti alla Parola:
  di Luigi Vari (VP 2.2016)
  di Marinella Perroni (VP 2.2013)
  di Claudio Arletti (VP 3.2010)
  di Enzo Bianchi

mercoledì 23 marzo 2016

Il dolore e la sofferenza
 sono "solo" germogli di rinascita


All'inizio di questo Triduo Santo leggo (anzi, rileggo con profonda e sincera "simpatia") questo scritto dell'amica Luisa, che riprendo dal suo Libro Con gli occhi di Rezarta.
Mi ricorda che tutto è per la Vita, che tutto è Vita… pure la morte, che è la "porta" per la Vita, per la Risurrezione.


DOLORE

Ci sono situazioni e accadimenti, cui la vita ci pone di fronte, che ci lasciano ghiacciati, impietriti e ci tolgono il respiro. Sono come macigni che schiacciano i fiori colorati cresciuti con fatica sul prato della nostra esistenza: fiori rari, unici, il cui profumo aveva riempito delicatamente ed intensamente le nostre giornate; magari primizie appena sbocciate, attese con trepidazione e sognate nel cuore per tanto tempo, misteriosamente emerse alla vita da terreni che crudeli sentenze umane avevano definito sterili.

Grandi «perché» affollano cuore e mente; rabbia, dolore e vuoto incolmabile si susseguono in un andirivieni infinito ed estenuante. Ci sentiamo piccoli ed impotenti di fronte a questo peso enorme, che nessuno può comprendere fino in fondo. Attorno a noi solo parole che lasciano ancora più vuoto, che affondano come coltello affilato nel nostro cuore già sanguinante. Ci chiediamo dove trovare un po' di autentica pace… in chi o in che cosa trovare forza. Nulla di esterno a noi sembra darci ristoro, perché ad ogni passo la sete si fa più intensa. Eppure quando, magari solo per un attimo, riusciamo ad incontrare profondamente noi stessi, guardare negli occhi il nostro dolore e la nostra devastazione che questo ha provocato, ecco che scopriamo la nostra forza. È come se permettessimo a Qualcuno di accendere il lume della nostra anima. E questo lume ci facesse scorgere, in fondo al buio che ci avvolge, le prime luce dell'alba di un nuovo giorno.

C'è stato un Uomo che – immergendosi totalmente nel dolore, paure ed angosce comprese – ha offerto al mondo una nuova visione delle cose: il dolore e la sofferenza sono "solo" germogli di vita, di cambiamento, di rinascita. Anche quando non riusciamo a comprenderlo. Ecco che il buio si trasforma in prospettiva. Ecco che la debolezza diviene forza. Ecco che il respiro torna ad essere meno affannoso. Non ci sentiamo più schiacciati, ma sostenuti. E diveniamo capaci di scelte coraggiose che mai avremmo immaginato di poter fare.

Il dolore, se proviamo ad incontralo senza paura, può essere per noi una grande opportunità.

(da Luisa Pozzar, Con gli occhi di Rezarta. Illustrazione di Valentina Bott)

domenica 20 marzo 2016

Vestire quelli che sono nudi


Riprendo l'approfondimento delle Opere di Misericordia attraverso le riflessioni di Enzo Bianchi, Priore di Bose, pubblicate su Vita Pastorale, cercando di "recuperare l'elementare grammatica dell'amore misericordioso di Dio".

Le opere di misericordia/4
Vestire quelli che sono nudi


La vita è un duro mestiere, e in essa sovente gli umani sono spogliati.
Oggi vestire quelli che sono nudi, terza opera di misericordia corporale, è diventato difficile da praticare. Ma chi è nudo? È nudo colui che è povero, che spende ciò che ha per mangiare e deve accontentarsi di vestirsi con stracci.

Un tempo la gente povera e semplice per esprimere la propria felicità ripeteva queste parole: «Abbiamo pane, casa e vestiti», ossia ciò che è necessario per vivere come umani, ciò che può assicurare l'umanizzazione delle nostre vite. Era anche un'eco, forse inconsapevole, di un'esortazione apostolica: «Quando abbiamo di che mangiare e di che coprirei, accontentiamoci» (1Tm 6,8). Oggi però vestire quelli che sono nudi, la terza nella lista delle azioni di misericordia verso i corpi, è diventato difficile da discernere e da praticare. Cosa significa, infatti, vestire ed essere vestiti? E il vestito stesso che significato porta in sé?

La nudità e il vestito
La verità è che noi umani nasciamo nudi e non abbiamo, come gli altri mammiferi, pelli e peli che ci siano di protezione. La nudità esprime la nostra fragilità, ma permette anche la bellezza unica del corpo. La nudità, che dice la nostra natura, è come una vocazione alla cultura, chiamata a dare ai nostri corpi un linguaggio, un'eloquenza. Sì, noi siamo parola, non solo con la nostra bocca e i nostri gesti, ma innanzi tutto attraverso ciò che scegliamo di mettere sul nostro corpo nudo: un mantello, un vestito, una collana, un bracciale o semplicemente un tatuaggio... Abbiamo bisogno che la nudità ricevuta dalla natura sia letta dagli altri, diventi cultura, perché solo così esprimiamo veramente la nostra soggettività. […]
Leggi tutto…

venerdì 18 marzo 2016

La vita ci viene dal cuore trafitto di Dio


Domenica delle Palme (C)
Isaia 50,4-7 • Salmo 21 • Filippesi 2,6-11 • Luca 22,14 - 23,56
(Visualizza i brani delle Letture)


Appunti per l'omelia

Deve compiersi in me questa parola della Scrittura: E fu annoverato tra gli empi…
Quando giunsero sul luogo chiamato Cranio, vi crocifissero lui e i malfattori

Al cuore del Vangelo c'è questo lungo patire: un Dio che muore per amore.
È qualcosa che si stenta a capire, eppure ci chiama, ci disarma, ci ferisce... Uno spettacolo davanti al quale siamo impotenti. Perché la croce non ci è stata data per capirla, ma per aggrapparci e farci portare in alto.
Ma Gesù perché è venuto? Perché la terra intera risuona di un grido, un grido di dolore e di nostalgia per il paradiso perduto, per il Dio perduto, per l'amore e la pace perduti. La terra è un immenso pianto. E un giorno Dio non ha più sopportato, non ha più potuto trattenersi. E allora è venuto, ha raggiunto i suoi figli, si è incarnato e si è messo a gridare insieme a loro lo stesso grido radicato nell'angoscia e nella speranza.
E perché Gesù è salito sulla croce? Per essere con me e come me. Perché io possa essere con lui e come lui.
Essere in croce è ciò che Dio, nel suo amore, deve all'uomo che è in croce. L'amore conosce molti doveri, ma il primo di questi doveri è di essere insieme con l'amato, vicino, unito, come una madre che vuole prendere su di sé il male del suo bambino, ammalarsi lei per guarire suo figlio. La croce è l'abisso dove Dio diviene l'amante. Entra nella morte perché là va ogni suo figlio.

Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è il Cristo di Dio
Nel corpo del crocifisso l'amore ha scritto il suo racconto con l'alfabeto delle ferite: Tu che hai salvato gli altri, salva te stesso. Lo dicono tutti, capi, soldati, il ladro: Se sei Dio, fai un miracolo, conquistaci, imponiti, scendi dalla croce, allora crederemo. Chiunque, uomo o re, potendolo, scenderebbe dalla croce. Lui, no. Solo un Dio non scende dalla croce, solo il nostro Dio. Perché i suoi figli non ne possono scendere. Solo la croce toglie ogni dubbio, perché sulla croce non c'è inganno.

Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno
Ricordati di me, prega il ladro. Oggi sarai con me in paradiso, risponde Gesù. Per questo sono qui, per poterti avere sempre con me. Non c'è nulla che possa separarci, né male, né tradimenti, né morte. Io vengo a prenderti anche nelle profondità dell'inferno, se tu mi vuoi. Solo se tu mi vuoi. Ma io continuerò a morire d'amore per te, anche se tu non mi vorrai, e appena girerai lo sguardo troverai uno, eternamente inchiodato in un abbraccio, che grida: ti amo!

Sono i giorni del nostro destino: l'uomo uscito dalle mani di Dio, rinasce ora dal cuore trafitto del suo creatore.

(spunti da Ermes Ronchi)


-------------
Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi (Lc 22,15)
(vai al testo) - (---> pdf, formato A4, stampa f/r per A5)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata (17/03/2013)
Veramente quest'uomo era giusto (Lc 23,47)
(vai al testo)

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
Gioia e dolore! (22/03/2013)

Commenti alla Parola:
  di Luigi Vari (VP 2.2016)
  di Marinella Perroni (VP 2.2013)
  di Claudio Arletti (VP 2.2010)
  di Enzo Bianchi

giovedì 17 marzo 2016

Intervista sul diaconato a
 Mons. Giampaolo Crepaldi, Vescovo di Trieste


Riprendo le interviste ai vescovi delle diocesi italiane sul diaconato permanente e i diaconi delle loro diocesi, pubblicate nella rivista L'Amico del Clero della F.A.C.I. (Federazione tra le Associazioni del Clero in Italia).
Le interviste sono curate da Michele Bennardo.

Michele Bennardo, diacono permanente della diocesi di Susa, ha conseguito il Dottorato in Teologia presso la Pontificia Università Lateranense. È professore di religione cattolica nella scuola pubblica e docente di Didattica delle competenze e di Didattica dell'Insegnamento della Religione Cattolica e Legislazione scolastica all'ISSR della Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale, Sezione parallela di Torino. È autore di numerosi testi e articoli e dal 2005 collabora con L'Amico del Clero.

Ho riportato le varie interviste nel mio sito di testi e documenti.

Nel numero 2 (febbraio 2016) de L'Amico del Clero è pubblicata l'intervista a Mons. Giampaolo Crepaldi, Vescovo di Trieste.

Alla domanda "Quali requisiti ritiene siano indispensabili per un candidato al diaconato permanente?", mons. Crepaldi ha risposto: «Ritengo che innanzitutto devono essere persone ricche di umanità, consapevoli del dono inestimabile della chiamata al ministero ordinato, persone innamorate della loro storia, riflesso del progetto di Dio su di loro, innamorati della Parola di Dio quale "lampada" che essi sono chiamati a far risplendere nei luoghi della loro vita incominciando dalla famiglia, dall'ambiente di lavoro, dai servizi loro proposti in seno alla Chiesa. Persone che hanno una forte spiritualità che condividono con i fratelli specie nella preghiera e nell'ascolto fraterno».

E alla domanda "Come fare per superare eventuali resistenze da parte degli altri membri del clero nei confronti del diaconato permanente?", ha risposto: «Occorre continuamente aiutare i presbiteri a riscoprire la ricchezza rappresentata dal diacono permanente che non è un vice-parroco, né un ministrante cresciuto. Questo implica la necessità di educare alla Diaconia il clero ripartendo dalle origini della Chiesa e facendo leva sui documenti che la Chiesta stessa ha prodotto nell'ultimo cinquantennio riguardanti proprio il diaconato».
Vai all'intervista…

martedì 15 marzo 2016

Dio ha scelto…


La Lettura breve dei Vespri di oggi (martedì della V settimana di Quaresima), presa da 1Cor 1,27b-30, recita:

«Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio. Ed è per lui che voi siete in Cristo Gesù, il quale per opera di Dio è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione».

Oggi, chi è debole, ignobile e disprezzato?
Oggi, chi Dio sceglie per confondere i forti?
Mi passano davanti le immagini dei profughi che scappano dalla guerra… e sono poveri, disprezzati, ignobili
È attraverso quella povertà che Dio ridurrà a nulla le cose che sono?
Chi potrà gloriarsi davanti a Dio per aver costruito muri e barriere di filo spinato?

Ma solo in Gesù, che si è caricato di tutte le nostre ignominie per trasfigurarle, troveremo riscatto, senso della vita, dignità ritrovata…, se in Lui e con Lui scenderemo nei bassifondi di questa umanità per abbracciarla, servirla… amarla.






lunedì 14 marzo 2016

Intervista sul diaconato a
 Mons. Beniamino Pizziol, Vescovo di Vicenza


Nella rivista della F.A.C.I. (Federazione tra le Associazioni del Clero in Italia), L'Amico del Clero da alcuni anni vengono pubblicate delle interviste ai vescovi delle diocesi italiane sul diaconato permanente e i diaconi delle loro diocesi.
Le interviste sono curate da Michele Bennardo.


Michele Bennardo, diacono permanente della diocesi di Susa, ha conseguito il Dottorato in Teologia presso la Pontificia Università Lateranense. È professore di religione cattolica nella scuola pubblica e docente di Didattica delle competenze e di Didattica dell'Insegnamento della Religione Cattolica e Legislazione scolastica all'ISSR della Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale, Sezione parallela di Torino. È autore di numerosi testi e articoli e dal 2005 collabora con L'Amico del Clero.


Ho riportato le varie interviste nel mio sito di testi e documenti.

Nel numero 1 (gennaio 2016) de L'Amico del Clero è riportata l'intervista a Mons. Beniamino Pizziol, Vescovo di Vicenza.

Alla domanda "Quali requisiti ritiene siano indispensabili per un candidato al diaconato permanente?", mons. Pizziol ha risposto: «Il rito di ordinazione, subito dopo l'invocazione dello Spirito, augura loro alcune qualità: "sinceri nella carità, premurosi verso i poveri e i deboli, umili nel loro servizio, retti e puri di cuore, vigilanti e fedeli nello spirito". Credo questi siano i requisiti di base per far crescere ogni sequela autenticamente cristiana e il ministero diaconale in particolare. La premura per i deboli e gli ultimi, in tutta sincerità e umiltà, lontani dalla tentazione di ogni potere, rendono fruttuosa una autentica passione per la comunità cristiana concreta, quella della quotidianità. Accanto a questo va valutata la serenità e l'equilibrio della vita familiare, sia per chi è celibe e che per questo più di qualche volta è chiamato a farsi carico di genitori anziani, e così pure per chi è sposato. Per quest'ultimo poi sarà importante verificare la disponibilità della sposa a confrontarsi con lo sposo sul cammino che lui intende iniziare, per evitare che un marito faccia un percorso e una esperienza di vita cristiana alla quale è estranea proprio la moglie che ha sposato nel Signore».
Vai all'intervista…