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martedì 15 aprile 2014

Il Servo di Jahwè






«Dall'identità teologica del diacono, scaturiscono con chiarezza i lineamenti della sua specifica spiritualità che si presenta essenzialmente come spiritualità del servizio. Il modello per eccellenza è il Cristo Servo, vissuto totalmente al servizio di Dio, per il bene degli uomini. Egli si è riconosciuto annunciato nel servo del primo carme del Libro di Isaia» (Norme per la formazione dei diaconi permanenti, 11).




«Ecco il mio servo che io sostengo,
il mio eletto di cui mi compiaccio.
Ho posto il mio spirito su di lui;
egli porterà il diritto alle nazioni.
Non griderà né alzerà il tono,
non farà udire in piazza la sua voce,
non spezzerà una canna incrinata,
non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta;
proclamerà il diritto con verità.
Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia
e ti ho preso per mano;
ti ho formato e ti ho stabilito
come alleanza del popolo
e luce delle nazioni,
perché tu apra gli occhi ai ciechi
e faccia uscire dal carcere i prigionieri,
dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre» (Is 42,1-3.6-7).



domenica 13 aprile 2014

Chi sono io?


Domenica delle Palme, inizio della Settimana Santa…
Chi sono io davanti a Gesù che inizia il suo cammino verso il Calvario? A quali persone, che hanno a che fare con Gesù, io rassomiglio?
Domande inquietanti… Domande che nell'omelia papa Francesco oggi ci pone…

«A quale di queste persone io rassomiglio?».
«Chi sono io? Chi sono io, davanti al mio Signore? Chi sono io, davanti a Gesù che entra di festa in Gerusalemme? Sono capace di esprimere la mia gioia, di lodarlo? O prendo distanza? Chi sono io, davanti a Gesù che soffre?».
«Abbiamo sentito tanti nomi, tanti nomi. Il gruppo dei dirigenti, alcuni sacerdoti, alcuni farisei, alcuni maestri della legge, che avevano deciso di ucciderlo. Aspettavano l'opportunità di prenderlo. Sono io come uno di loro?».
«Abbiamo sentito anche un altro nome: Giuda. 30 monete. Sono io come Giuda?».
«O sono come i discepoli che non capivano niente, che si addormentavano mentre il Signore soffriva. La mia vita è addormentata? O sono come i discepoli, che non capivano cosa fosse tradire Gesù? Come quell'altro discepolo che voleva risolvere tutto con la spada: sono io come loro? Sono io come Giuda, che fa finta di amare e bacia il Maestro per consegnarlo, per tradirlo? Sono io, traditore? Sono io come quei dirigenti che di fretta fanno il tribunale e cercano falsi testimoni: sono io come loro?».
«Sono io come Pilato che quando vedo che la situazione è difficile, mi lavo le mani e non so assumere la mia responsabilità e lascio condannare – o condanno io – le persone?».
«Sono io come quella folla che non sapeva bene se era in una riunione religiosa, in un giudizio o in un circo, e sceglie Barabba? Per loro è lo stesso: era più divertente, per umiliare Gesù. Sono io come i soldati che colpiscono il Signore, sputano addosso a Lui, lo insultano, si divertono con l’umiliazione del Signore?».

«Sono io come il Cireneo che tornava dal lavoro, affaticato, ma ha avuto la buona volontà di aiutare il Signore a portare la croce?».
«Sono io come quelle donne coraggiose, e come la mamma di Gesù, che erano lì, soffrivano in silenzio? Sono io come Giuseppe, il discepolo nascosto, che porta il corpo di Gesù con amore, per dargli sepoltura? Sono io come queste due Marie che rimangono alla porta del Sepolcro, piangendo, pregando?».

«Dov’è il mio cuore? A quale di queste persone io assomiglio? Che questa domanda ci accompagni durante tutta la settimana».



venerdì 11 aprile 2014

Vegliare e soffrire con Lui


Domenica delle Palme (A)

Appunti per l'omelia

Dopo l'entusiasmo osannante dell'entrata di Gesù a Gerusalemme, la liturgia di questa domenica ci introduce nella contemplazione della passione del Signore secondo Matteo. L'evangelista è particolarmente attento a sottolineare che nella passione di Gesù si compie il disegno di Dio annunciato dalle Scritture (cf Is 50,4-7), che possiamo pure contemplare nel grandioso inno paolino (cf Fil 2,6-11), dove troviamo presentata la passione inseparabile con la glorificazione di Gesù da parte del Padre.
Guardando al racconto di Matteo possiamo soffermarci su due momenti estremamente significativi, che si corrispondono: la preghiera di Gesù nell'orto degli Ulivi ed il suo grido desolato sulla croce.
Matteo descrive anzitutto la "passione interiore" di Gesù. Schiacciato dall'angoscia e da una tristezza mortale, Gesù la confida al Padre nel suo dialogo solitario con Lui, mentre i discepoli dormono: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice!...»; manifestando la consapevolezza del proprio rapporto filiale con Lui. Se Dio è suo padre, perché non lo sottrae alla prova? Ma subito scatta la fiducia e l'abbandono senza riserve:«Però non come voglio io, ma come vuoi tu!».
Nella preghiera Gesù trova la forza per superare la tentazione, rimanendo fedele a Dio e accettando la Passione. Si rivela, così, veramente Figlio di Dio, a Lui perfettamente unito nell'amore.
Anche a me Gesù chiede di ripetere con Lui al Padre, in ogni circostanza fosse pure drammatica: "Si compia la tua volontà... ciò che tu vuoi anch'io lo voglio!".
L'agonia di Gesù continua nella storia della Chiesa, nella storia dell'umanità sofferente, nella storia di milioni di uomini terribilmente provati nel corpo e nello spirito. In ciascuno di essi Gesù continua a implorare la nostra attenzione, continua a ripeterci nel tentativo di scuoterci dal sonno: «Restate qui e vegliate con me... Non siete capaci di vegliare con me una sola ora?».
«Vegliate con me». Vegliare è essere in comunione con Cristo, è condividere la sua stessa esperienza di vita. È difficile cancellare dal nostro animo la scena di Gesù che, in preda a indicibile angoscia, va mendicando un po' di compagnia per la sua solitudine. E gli amici gli hanno negato la loro presenza… non lo hanno capito, non hanno capito il dramma che stava vivendo. Gli amici dormivano...
Quante volte Gesù ci passa accanto implorando un gesto di attenzione, di solidarietà, di amicizia!. È un nostro fratello povero, bisognoso soprattutto di affetto... È sempre Lui, Gesù, e noi... restiamo insensibili, continuiamo a dormire?
«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Queste parole, le uniche che Matteo pone sulle labbra di Gesù morente, esprimono una desolazione estrema: l'isolamento di Gesù è totale, la sua solitudine è senza misura. Anche il Padre tace e pare abbandonarlo completamente, ritirando la sua presenza. Di più, Gesù vive il dramma unico del "figlio" che si sente abbandonato da colui che egli considerava e chiamava il suo "Abba", papà: la sua morte è vista, allora, come la rovina e il fallimento della "causa" stessa di Dio. Ma la ragione ultima espressa nel grido di Gesù è da ricercarsi nella sua scelta di spingere la sua solidarietà con gli uomini peccatori fino alle estreme conseguenze. Fino al punto, cioè, di sperimentare, di assaporare l'abisso della lontananza da Dio in cui si trovano gli uomini che sono preda del peccato.
Ma, come ha scritto Giovanni Paolo II nella Novo millennio ineunte, «mentre si identifica col nostro peccato, "abbandonato" dal Padre, Egli "si abbandona" nelle mani del Padre» (NMI 26). Così Gesù, gridando sulla croce, fa suo il grido di tutti i poveri, sofferenti, oppressi della storia. Fa suo il grido dell'umanità infelice e lo lancia verso Dio. Non un grido di disperazione, ma di sconfinata fiducia. «Il grido di Gesù sulla croce non tradisce l'angoscia di un disperato, ma la preghiera del Figlio che offre la sua vita al Padre nell'amore, per la salvezza di tutti» (NMI 26).
Gesù in croce appare come il Povero per eccellenza, il quale riassume in sé tutto il dolore che, dall'ingresso del peccato nel mondo, ha travagliato l'umanità.
Sulla croce c'è il Dolore, ma guardando il Crocifisso, vi scopriamo paradossalmente l'altra faccia della stessa realtà, l'estremo dell'Amore.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Padre, si compia la tua volontà (Mt 26,42)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Commenti alla Parola:
•  di Gianni Cavagnoli (VP 2014)
•  di Marinella Perroni (VP 2011)
•  di Enzo Bianchi



mercoledì 9 aprile 2014

Per il sì pieno e definitivo…


Ho trovato in questo scritto che riporto, tratto dal blog di Fabio Ciardi, dal titolo "La risposta ultima di apa Pafnunzio", una ulteriore spinta a portare a termine con frutto questo cammino quaresimale, nella preziosità del tempo che Dio mi concede.


Il tempo rallenta nel deserto. I minuti si fanno lunghi come ore, dilatati dal silenzio e dalla solitudine, misurati dall'ampiezza dell'orizzonte. Il cammino interiore di apa Pafnunzio in questo spazio d'immensità, procedeva con ritmo calmo e perseverante come quello delle carovane dei cammellieri.
È arido e secco il deserto. Apa Pafnunzio sentiva prosciugarsi l'intimo dell'anima, fino all'essenziale, come le rocce attorno alla sua cella.
Aveva dunque eliminato l'inutile zavorra? Le maschere dell'io, nel lungo e fedele avanzare, si erano sciolte per lasciare emergere il suo vero volto? Aveva finalmente raggiunto l'identità con se stesso?
Gli sembrava lineare il percorso intrapreso, guidato dalla speranza verso una meta certa. Oppure, senza accorgersene, stava vagando in percorsi circolari, come nei quarant'anni di deserto del popolo di Dio in cerca della terra promessa?
Gli spazi del deserto gli si aprirono e gli mostrarono il villaggio d'origine, le grandi città di Alessandra, di Antiochia, di Ninive abitate da uomini e donne che non sapevano distinguere la destra dalla sinistra. Loro, che non conoscevano né il silenzio, né la distensione del tempo, né l'essenzialità e la leggerezza del deserto, sarebbero mai giunti a cogliere la verità del loro io, avrebbero mai scoperto e raggiunto il progetto di Dio su di loro? Perché questo è il vero io di ognuno.
A notte si addormentò lasciando la domanda in sospeso. Il deserto, con la sua lunga estensione del tempo, avrebbe provveduto alla risposta.
La risposta arrivò proprio durante la notte. Gli fu donata in sogno.
Sognò d'essere al termine dell'interminabile tempo del deserto. Perché anche l'interminabile tempo del deserto, ha un tempo segnato. Era finalmente giunto alla fine del lungo pellegrinaggio. Così lungo da sembrare profezia ed esperienza d'eternità, mentre ora s'accorgeva di quanto quell'interminabile tempo fosse stato breve, un soffio appena. Soltanto adesso sarebbe iniziata la vera eternità, eterno presente.
Iddio gli mostrò come da sempre l'aveva pensato, a cosa veramente l'avesse chiamato. I momenti della vita, di successo o di fallimento, le scelte compiute fino ad allora, quelle sbagliate e quelle riuscite, gli parvero soltanto delle tappe, profili provvisori e incompleti della sua vera identità. Ora capiva finalmente chi era chiamato ad essere, quale fosse la sua vera identità. Per ogni uomo, per ogni donna sarebbe dunque giunto il momento della verità.
Era il momento più importante, il più solenne, determinante per il passaggio nell'eternità. Era l'estrema possibilità per la risposta alla chiamata, per il sì pieno e definitivo, ed essere se stesso.
Apa Pafnunzio si svegliò ebbro di gioia, e disse il suo sì.

domenica 6 aprile 2014

Il tempo della misericordia


"Qual è il posto dove Gesù era più spesso, dove lo si poteva trovare con più facilità?" si chiede papa Francesco, parlando ai preti di Roma il 6 marzo 2014. E risponde: "Sulle strade. La vita di Gesù era nella strada". Con questo suo stile di vita, Gesù "ci invita a cogliere la profondità del suo cuore, ciò che Lui prova per le folle, per la gente che incontra… persone stanche e sfinite… e ne sentì compassione".
"Un po' come tante persone che voi incontrate oggi per le strade dei vostri quartieri".
Oggi, nella Chiesa tutta "è il tempo della misericordia"!
Il papa, parlando ai preti (e tra questi c'erano anche i diaconi), è come se parlasse a ciascun seguace di Gesù, seguace che è presenza di Lui che serve.
"A immagine del Buon Pastore, il prete (e non solo…) è uomo di misericordia e di compassione, vicino alla sua gente e servitore di tutti".
"La Chiesa oggi possiamo pensarla come un ospedale da campo… C'è bisogno di curare le ferite... Misericordia significa prima di tutto curare le ferite… (Prima curare) la ferita, e poi vediamo le analisi…".
Prima curare le "ferite aperte", dice il papa, poi vedere come guarirle… Forse non ci sarà rimedio, ma sicuramente l'amore di misericordia, non abbandona, dà sollievo, accompagna, non lascia soli…
E questo "per me - dice il papa – in questo momento è più importante".
"E ci sono anche ferite nascoste, perché c'è gente che si allontana per non far vedere le ferite…". Ferite anche, forse, causate dai nostri scandali, dalla nostra durezza di cuore…
Non si trovano soluzioni oggettive, soddisfacenti, per casi particolari? Allora, queste persone, sono lasciate sole o peggio giudicate dai benpensanti come non degne? Non degne, soprattutto, di stare in mezzo alla comunità dei credenti, che si raduna magari per incontrare Cristo e per testimoniarlo? Oppure l'amore sa trovare soluzioni che non emarginano e non escludono?
È in gioco la nostra credibilità di discepoli di Gesù! E il papa ci incoraggia: "Non aver vergogna della carne di tuo fratello…". Come il buon Samaritano aprire il cuore: ognuno "si lasci commuovere nelle viscere, e questo movimento interiore si traduce in una azione pratica, in un intervento concreto ed efficace per aiutare quella persona".

Colgo allora tre atteggiamenti «essenziali, nella prospettiva della vita eterna di ogni uomo: il fermarsi, come fece il buon Samaritano, accanto alla sofferenza del suo prossimo, l'aver compassione di essa, ed infine il dare aiuto» (cf Salvifici doloris, 30).

venerdì 4 aprile 2014

Colui che possiede la pienezza della Vita


5a domenica di Quaresima (A)

Appunti per l'omelia

Nei brani evangelici delle ultime domeniche Gesù si è rivelato progressivamente: come "l'acqua viva" che disseta il nostro bisogno di felicità e di infinito (l'incontro con la samaritana); come "la luce" che rischiara le nostre tenebre donandoci la fede (la guarigione del cieco nato). Nel brano di questa domenica (cf Gv 11,1-45) Gesù, risuscitando Lazzaro da quattro giorni nel sepolcro, si rivela come Colui che possiede la pienezza della vita e la comunica.
La storia narrata in questo capitolo evidenzia, con accenti toccanti, non solo il rapporto tenero e profondo che legava Gesù alla famiglia di Lazzaro, ma il miracolo strepitoso operato da Gesù contiene un messaggio immensamente più profondo. Gesù, richiamando Lazzaro dalla tomba, rivela se stesso, chi è Lui per l'uomo, per ogni uomo:«Io sono la risurrezione e la vita». Questa dichiarazione solenne di Gesù a Marta rappresenta il culmine del racconto. Quando Gesù giunge a Betania, la situazione è irreparabile: Lazzaro è nel sepolcro già da quattro giorni. Ma Gesù, pur incontrandolo ormai prigioniero della morte, la sconfigge con la sua parola e libera il proprio amico.
Il grido che chiama «Lazzaro, vieni fuori!» è la voce di Colui che nell'ultimo giorno chiamerà i morti dai loro sepolcri. Gesù risusciterà i morti e sarà il contenuto della loro vita di risorti. Essi parteciperanno, cioè, alla sua vita gloriosa, saranno con Lui realizzati supremamente come uomini. Questo futuro che Gesù apre ai credenti non può essere un miraggio, frutto della fantasia degli uomini, inventato dalla loro disperazione davanti alla morte; ma semplicemente ciò che Dio ha promesso e che ha già cominciato ad attuare proprio in Lui, Gesù, il primo dei risorti. Se davanti alla tomba di Lazzaro Gesù pensa che presto un'altra tomba si aprirà per accogliere anche Lui, Egli però sa vedere nella morte dell'amico, nella propria morte, nella morte di noi tutti un significato nuovo, per cui la morte diventa un sonno in attesa del risveglio. Al di là, perciò, dell'esperienza lacerante della morte, il credente è invitato a vedere l'unica realtà che sembra vera e definitiva per gli uomini, la vittoria di Cristo, il suo amore che salva l'uomo. Gesù è l'unico che davanti alla morte dell'amico continua a sperare. La tomba non può essere l'abitazione definitiva dei suoi amici.
La risurrezione di Lazzaro, però, non è soltanto simbolo della risurrezione futura, ma è anche segno di un dono che il Signore Gesù già ora fa a chi crede. La "vita eterna" il credente la possieda già fin d'ora in attesa dell'esplosione e maturazione finale di tale vita. Già adesso, nel presente, Gesù è per tutti i credenti quella vita divina, ineffabile, eterna che non morirà mai. Se Gesù è in te, in me, non moriremo: «Io sono la risurrezione e la vita».
Ma occorre credere. Come già nell'incontro con la samaritana e col cieco guarito, così Gesù vuole condurre alla fede vera Marta e i discepoli: «Chi crede in me, anche se muore, vivrà. Credi questo?». Credere significa non solo accettare le verità annunciate da Gesù, ma dire un sì totale a Lui, consegnarsi a Lui accogliendo e vivendo le sue parole, i suoi insegnamenti, che sono riassunti nell'amore. In tal modo si apre la porta a Lui, che è la Vita, perché dimori permanentemente in noi.


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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Io sono la risurrazione e la vita (Gv 11,25)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Commenti alla Parola:
•  di Gianni Cavagnoli (VP 2014)
•  di Marinella Perroni (VP 2011)
•  di Enzo Bianchi


mercoledì 2 aprile 2014

La sofferenza, via di salvezza


Nono anniversario della "partenza" per il Cielo dell'amatissimo Giovanni Paolo II, fra pochi giorni proclamato santo.
Pensando a lui, in questo giorno, nell'affidarmi alla sua intercessione, ho fatto mio un suo pensiero, che ho preso dalla Lettera apostolica Salvifici doloris, e mi accompagni nella mia diaconia, nel mio "essere per gli altri", nell'incontrare Gesù nell'incontro con le persone che Dio mi pone accanto o per le quali prego ed ho in cuore, pur non incontrandole direttamente.
L'uomo, infatti, è la "via della Chiesa", è la via dell'incontro con Dio.
Giovanni Paolo II ha scritto che «in Cristo ogni uomo diventa la via della Chiesa. Si può dire che l'uomo diventa in modo speciale la via della Chiesa, quando nella sua vita entra la sofferenza. … La sofferenza sembra essere, ed è, quasi inseparabile dall'esistenza terrena dell'uomo.
Dato dunque che l'uomo, attraverso la sua vita terrena, cammina in un modo o nell'altro sulla via della sofferenza, la Chiesa in ogni tempo dovrebbe incontrarsi con l'uomo proprio su questa via. La Chiesa, che nasce dal mistero della redenzione nella Croce di Cristo, è tenuta a cercare l'incontro con l'uomo in modo particolare sulla via della sua sofferenza. In un tale incontro l'uomo diventa la via della Chiesa, ed è, questa, una delle vie più importanti» (Salvifici doloris, 3).
Questo anche, e soprattutto, perché Gesù stesso ha preso su di sé tutta la nostra sofferenza, redimendola, illuminandola, facendola diventare fonte e strumento di salvezza.
Così anche noi, soffrendo con Cristo, partecipiamo «alla redenzione dell'uomo»; ed «ogni uomo, nella sua sofferenza, può diventare partecipe della sofferenza redentiva di Cristo» (Salvifici doloris, 19)