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sabato 16 agosto 2008

Fidarsi e affidarsi a Dio

17 agosto 2008 – 20a domenica del Tempo ordinario (A)

Parola da vivere

Donna, grande è la tua fede! (Mt 15,28)


La vicenda narrata dal Vangelo di questa domenica tende ad offrire una catechesi sulla fede proposta ai discepoli. La protagonista del racconto è una donna pagana, che raggiunge però il vertice della fede nel Vangelo. La fede di una straniera mostra come il piano di salvezza di Dio si dilati e abbracci tutta l'umanità: "Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri". Questa donna prega Gesù con una audacia materna per la salute della figlia, convinta della bontà e della potenza del Maestro. Amore, fiducia, insistenza, logica materna sono caratteristiche di questa preghiera. La cananea dichiara con fierezza che anche lei può avere un posto nel cuore di Dio. Diventa così maestra di fede per gli apostoli e per tutte le generazioni di credenti successive. Ha capito che Dio è un cuore che ama appassionatamente. È questa la ragione per cui, se nella casa del Signore c'è cibo in abbondanza per i figli, vi è cibo abbondante anche per i cagnolini.
La fede: fidarsi e affidarsi a Dio, amante della vita. Siamo chiamati in questa domenica a vivere quella fede aperta, appassionata, entusiasta, quella fede che spinge ad osare nel rivolgersi a Dio e ad osare di fronte al mondo nel quale Dio è sempre più straniero.

Testimonianza di Parola vissuta

Antonio, rimasto orfano, si prese cura della casa e della sorella. Un giorno, mentre si recava a Messa, pensava agli Apostoli che seguivano Gesù dopo aver abbandonato ogni cosa. Entrò in chiesa proprio mentre si leggeva il Vangelo e sentì che il Signore diceva al ricco: "Se vuoi essere perfetto, va', vendi ciò che possiedi, dallo ai poveri; poi vieni e seguimi e avrai un tesoro nei cieli". Allora come se quelle parole fossero state lette proprio per lui, uscì subito di chiesa e diede in dono agli abitanti del paese le proprietà che aveva ereditato, riservandone solo una parte per la sorella.
Un'altra volta alla Messa, sentì le parole: "Non vi angustiate per il domani". Uscì e donò ciò che gli era ancora rimasto. Lavorava con le proprie mani perché aveva sentito: "Chi non vuol lavorare, neppure mangi". Con una parte del denaro guadagnato comperava il pane per sé, mentre il resto lo donava ai poveri. Trascorreva molto tempo in preghiera, perché aveva ascoltato: "Pregate incessantemente". Era così attento alla lettura che non gli sfuggiva nulla, ma come Maria conservava nel suo cuore ogni cosa al punto che la memoria finì per sostituire i libri.

(dalla "Vita di sant'Antonio abate" di sant'Atanasio)


(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)

giovedì 14 agosto 2008

Sintesi dell'umanità

15 agosto 2008 – Assunzione di Maria

Parola da vivere
Benedetta tu fra le donne,
e benedetto il frutto del tuo grembo!
(Lc 1,42)

Nell'incontro di Elisabetta con Maria avviene un riconoscimento. Mediante Maria, divenuta obbediente alla Parola, Dio visita il suo popolo e il suo popolo lo riconosce. Elisabetta riassume in sé l'attesa di tutta la storia; Maria porta in sé l'Atteso delle genti. Il loro incontro è l'abbraccio dell'Antico Testamento e il Nuovo, tra la promessa e il compimento. Due donne si salutano. Nella loro reciproca accoglienza è riconosciuto Colui che è Accoglienza. Per questo grande dono che le ha fatto Maria, Elisabetta grida a gran voce la sua gioia incontenibile, che si esprime in una duplice benedizione. Innanzitutto benedice Maria. E poi benedice il frutto del suo grembo.
In Gesù tutta la creazione torna ad essere benedizione e vita, perché è vinto colui che l'aveva fatta cadere nella maledizione. Benedire significa dire-bene. Dio, con la voce di Elisabetta, dice bene di Maria, l'arca della nuova alleanza; Dio dice-bene di noi, che accogliamo la sua Parola, fatta carne e come Maria la doniamo al mondo. Impariamo anche noi ad essere una benedizione per ogni fratello e sorella che incontriamo.
Testimonianza di Parola vissuta
C'è nella comunità una suora che ha il talento di dispiacermi in tutto: i suoi modi, le sue parole, il suo carattere. Non volendo cedere all'antipatia naturale che provavo, mi sono detta che il mio amore a Dio non doveva consistere solo in bei sentimenti, ma doveva tradursi in opere. Allora mi sono applicata a fare a questa suora ciò che avrei fatto per la persona che amo di più. Tutte le volte che la incontravo pregavo Gesù per lei e poi cercavo di farle tutti i piaceri possibili e, quando avevo la tentazione di risponderle male, le facevo il mio più amabile sorriso e la lasciavo del suo parere piuttosto che discutere. Siccome lei ignora assolutamente ciò che provo, è convinta che il suo carattere mi sia gradito. Un giorno mi ha detto con aria molto contenta: “Vuoi dirmi che cosa ti attira tanto in me, al punto che tutte le volte che mi guardi, ti vedo sorridere?”.
(s.Teresa di Gesù Bambino, da "Storia di un'anima")
(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)


Morire per un Ideale


Oggi, 14 agosto, mi vengono in mente due persone che in questo giorno di agosto hanno dato la vita per un Ideale: Massimiliano Kolbe, sacerdote cattolico, che si è offerto al bunker della morte ad Auschwitz al posto di un suo compagno di prigionia che aveva moglie e figli, e morì il 14 agosto 1941; Irma Bandiera, partigiana, catturata il 7 agosto 1944 dalle SS tedesche, fucilata il 14 agosto 1944, per non aver voluto rivelare i nomi dei suoi compagni.

Leggo di Massimilano Kolbe:
«In un'epoca in cui i totalitarismi delle ideologie stavano distruggendo la fede in Dio e instauravano la schiavitù tra gli uomini, il Kolbe con il sacrificio eroico della sua vita ricordava a tutti il valore della fraternità umana. (...)
Il 17 febbraio 1941 Kolbe e altri quattro dei suoi religiosi furono arrestati e imprigionati. All'inizio di aprile furono trasferiti ad Auschwitz.
Verso la fine di luglio fu trasferito al blocco 14, dove i detenuti erano adibiti ai lavori della mietitura dei campi. Approfittando di questa occasione uno di loro riuscì a fuggire, ma la legge del campo era terribile. Per ogni fuggiasco che non venisse rintracciato, ben 10 prigionieri venivano destinati al bunker della morte.
Quando i 10 condannati vennero selezionati, uno di loro supplicò, terrorizzato, di essere risparmiato perché aveva moglie e figli. Kolbe uscì dalla sua fila e si presentò al comandante: "Sono un sacerdote cattolico, sono anziano; voglio prendere il suo posto, perché lui ha moglie e figli". (...) Dopo un attimo di silenzio il comandante accettò lo scambio. I dieci furono mandati al blocco 11, quello della morte. (...)
Erano passate già due settimane. I prigionieri morivano uno dopo l'altro e ne rimanevano solo quattro, tra i quali padre Kolbe, ancora in stato di conoscenza. Le SS decisero che le cose stavano andando troppo per le lunghe... Un giorno inviarono il criminale tedesco Bock per fare un'iniezione di acido fenico ai prigionieri. (...)
Kolbe nel porgere il braccio aveva detto: "Ave Maria!". Furono le sue ultime parole. Un giorno si era augurato che le sue ceneri fossero disperse al vento, invece si mescolarono nel forno crematorio con quelle degli altri fratelli perseguitati, in maggioranza ebrei. Aveva 47 anni».(Enrico Pepe, Maestri e Santi).

Leggo di Irma Bandiera:
«Irma, da piccola chiamata Mimma, era figlia di una famiglia benestante, allegra, generosa, mai un eccesso, sempre molto ubbidiente: Era cresciuta coltivando ideali democratici, studiava all'università. Quando l'Italia entrò in guerra poteva sfollare come fecero in tanti in attesa della fine del conflitto. Lei no, rimase e cominciò a frequentare gli ambienti antifascisti e dopo l'8 settembre '43, quando bisognava decidere da che parte stare, lei scelse quella della libertà, della giustizia sociale, di lottare contro i nazisti che occupavano l'Italia e contro i fascisti che li aiutavano a tenerla occupata. Andò con i partigiani entrando in un Gap di Bologna. Fu staffetta e combattente... Le aveva ordinato il comandante "...se ti catturano, non parlare mai e non rivelare i nomi dei compagni". È quello che fece Irma... Non parlò per sette giorni nonostante le sevizie e le violenze dei nazifascisti.
Poi il 14 agosto, ancora viva, fu portata sotto la casa dei genitori e quel fascista grande e grosso che non riusciva a farle aprire la bocca neanche per un gemito, guardandola per l'ultima volta negli occhi, quegli occhi che per sette giorni lo avevano sfidato con disprezzo, le chiese di fare i nomi dei partigiani in cambio della vita. In risposta ebbe il suo sorriso, quel sorriso che è in quella foto incorniciata dal filetto dorato sul Sacrario nella piazza di Bologna e che non sarà mai dimenticato. Una raffica di mitra ruppe il silenzio del Meloncello, quei colpi echeggiarono per i tre chilometri di portici che arrivano sino alla Basilica di San Luca, all'interno della quale è custodita la Madonna bizantina, quella che protegge Bologna e che ogni anno, quando a maggio viene trasportata in città è motivo di festa per tutti i credenti. Ma qual giorno, di fronte al sacrificio di Irma era solo un quadro dipinto tanti anni prima, senza pietà per l'agonia di quella ragazza.
Oggi in quel luogo c'è una lapide dedicata a Irma Bandiera. "Il tuo ideale seppe vincere le torture e la morte"». (Enzo Biagi, Quello che non si doveva dire).

Un giorno, indipendentemente dal nostro credo, saremo giudicati per quello che avremo fatto agli altri (cf. Mt 25, 31-46).


lunedì 11 agosto 2008

Una sola grande idea

11 agosto – santa Chiara d'Assisi

Chiara richiama il nome claritas, luce, che è anche sinonimo di Spirito Santo. Infatti quando Gesù dice: "La gloria (claritas) che tu hai dato a me, io l'ho data ad essi" (Gv 17,22), è la luce dello Spirito Santo, è lo Spirito stesso.
Santa Chiara ha lasciato una scia di luce, che brilla nei secoli.

Viene da chiedersi come la santa abbia raggiunto questa luce. La bolla di canonizzazione ci dice che l'ha raggiunta "abdicando a se stessa", usando lo strumento che Dio aveva scelto per lei, la povertà.
Abdicando a se stessa, Chiara ha tagliato tutto: se stessa, le cose, le persone…, e Dio l'ha riempita di luce.
Come posso, oggi, rivivere questa claritas, io che ho un'altra chiamata?
Sento che devo "abdicare a me stesso", non nella povertà, ma nella carità che porta all'unità, e porre le premesse perché il Risorto viva e risplenda oggi in mezzo a noi, e il mondo lo veda.
Ma occorre essere Lui… Santa Chiara ci dice che ci si fa santi con una sola grande idea, ben fissa in testa. Per lei era la povertà, per me la carità che porta all'unità.
Il Risorto in mezzo a noi lascia una scia di luce che illumina le tenebre di questo mondo, fa riaccendere la speranza, ricomponendo, là dove siamo, brani di fraternità, preludio all'unità chiesta da Gesù al Padre, "perché tutti siano una cosa sola" (Gv 17,21).

domenica 10 agosto 2008

Ministro del sangue di Cristo

10 agosto – san Lorenzo, diacono e martire

Riporto alcuni passi su san Lorenzo tratti dai "Discorsi" di sant'Agostino, soprattutto quelli che tratteggiano una fisionomia particolare del diacono, "ministro del sangue di Cristo".

"San Lorenzo era diacono della chiesa di Roma. Ivi era ministro del sangue di Cristo e là, per il nome di Cristo, verso il suo sangue.
Il beato apostolo Giovanni espose chiaramente il mistero della Cena del Signore, dicendo: «Come Cristo ha dato la sua vita per noi, così anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1 Gv 3, 16). Lorenzo ha compreso tutto questo. L'ha compreso e messo in pratica. E davvero contraccambiò quanto aveva ricevuto in tale mensa. Amò Cristo nella sua vita, lo imitò nella sua morte.
Anche noi se davvero amiamo, imitiamo. Non potremmo, infatti, dare in cambio un frutto più squisito del nostro amore di quello consistente nell'imitazione del Cristo, che «patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme» (1 Pt 2, 21).
(…) Il bel giardino del Signore possiede non solo le rose dei martiri, ma anche i gigli dei vergini, l'edera di quelli che vivono nel matrimonio, le viole delle vedove. Nessuna categoria di persone deve dubitare della propria chiamata: Cristo ha sofferto per tutti. Dunque cerchiamo di capire in che modo, oltre all'effusione del sangue, oltre alla prova della passione, il cristiano debba seguire il Maestro. L'Apostolo, parlando di Cristo Signore, dice: «Egli, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio. Ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso» (Fil 2, 7-8). Cristo si è umiliato: eccoti l'esempio da imitare".

La diaconia dell'amore esige un "nulla d'amore", nella misura di Gesù… ed essere degni ministri del sangue di Cristo!
Nella notte della cultura contemporanea e della società di oggi, in cui a fatica si riesce a trovare il "bandolo della matassa", sono di una attualità sorprendente le parole del diacono Lorenzo: "La mia notte non conosce tenebre; tutto risplende di luce".
L'amore illumina ogni oscurità!

venerdì 8 agosto 2008

La certezza della Parola

10 agosto 2008 – 19 a domenica del Tempo ordinario (A)

Parola da vivere

Coraggio, sono io, non abbiate paura (Mt 14,27)


Gesù calma il vento e placa le acque agitate sul lago: egli è il Signore, per il quale tutte le cose sono state create. Infonde così serenità agli animi impauriti e scossi.
Anche noi talvolta ci troviamo nella notte, col vento contrario, sospesi sulle difficoltà, sui turbamenti che sembrano inghiottirci; fatichiamo inutilmente per raggiungere l'«altra riva». È condizione nostra ed è condizione della Chiesa, chiamata ad affrontare lo stesso cammino di Gesù. Perché la barca è simbolo della comunità, luogo della fede. Non ci sono scappatoie sulla barca: o si arriva a terra o si va a fondo. Però possiamo trovare un punto di forza: è la Parola. Essa ci dà la certezza della presenza di Dio accanto a noi; è la parola che alimenta e rafforza la nostra fede; è la Parola che dà il coraggio di affrontare le difficoltà e di osare l'impossibile.
Talvolta anche noi possiamo essere come Pietro che si lascia prendere dalla paura, anziché camminare contando sulla parola di Gesù. Dice Madeleine Delbrel: "Una volta che abbiamo conosciuto la Parola di Dio non abbiamo il diritto di non riceverla; una volta che l'abbiamo ricevuta non abbiamo il diritto di non lasciarla incarnare in noi; una volta che si è incarnata in noi, non abbiamo il diritto di conservarla per noi: noi apparteniamo, da quel momento, a coloro che l'attendono".

Testimonianza di Parola vissuta

Rientro dopo una giornata di intenso lavoro: sono stanca e sogno l'intimità della casa. Apro la porta: mio figlio è in casa, aveva da studiare molto. Invece lo trovo con un amico: la TV accesa a tutto volume, la sua camera, la cucina e perfino il bagno con la porta spalancata in gran disordine. L'amico appena mi vede si congeda e fila via. Mio figlio mi saluta, ma vedo che non è sereno. C'è un certo disagio fra noi perché avverto che la giornata non è stata costruttiva per lui, anzi... Sento una spinta irresistibile a dire il mio malcontento e il mio rimprovero. Sto per incominciare la predica. Ma la figura di Gesù, che mi sforzo di imitare, mi si presenta con la sua pazienza: non posso pensare a Gesù che si lascia andare al nervosismo. Decido di aspettare, di tacere: se mai più tardi. A cena siamo soli, mio marito è fuori per lavoro. Si parla: posso dire a mio figlio tante cose e, proprio perché mi vede calma e serena, mi confida alcune sue difficoltà con gli amici e con lo studio. E io posso dargli dei consigli che lui accoglie.

(M.N.)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)

venerdì 1 agosto 2008

Povertà che diventa dono

3 agosto 2008 – 18adomenica del Tempo ordinario (A)

Parola da vivere


Non abbiamo che cinque pani e due pesci!
(Mt 14,17)


Gesù ha di fronte una grande folla, desiderosa di ascoltare la sua parola, e ne sente compassione.
Egli pieno di misericordia si china sui malati e li guarisce. Sul far della sera i discepoli suggeriscono a Gesù di congedare la folla: poteva andare nei villaggi vicini a comprarsi da mangiare. Ma Gesù non è dello stesso parere: "date loro voi stessi da mangiare". E gli apostoli: "qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci". I discepoli sperimentano la loro povertà e incapacità a dar da magiare alle folle, ma si fidano di Gesù. La loro povertà diventa dono e quando è vissuta come dono diventa sazietà piena per tutti.
La nostra insufficienza va portata da Gesù; ciò che ho, ciò che sono, poco o tanto che sia, quando diventa dono, è sempre sovrabbondante. Tutti noi l'abbiamo sperimentato. Nello stesso tempo possiamo cogliere che Gesù è il pane vero che soddisfa tutte le necessità umane. Gesù è il tutto e questo tutto ha bisogno del mio poco perché diventi abbondanza per molti. Sono chiamato a diventare dono. E divento dono vero quando Gesù diventa il tutto della mia vita.

Testimonianza di Parola vissuta

Insegno in una scuola elementare. Un giorno ho detto ai bambini: "Perché Dio avrà permesso che ci sia chi ha più capacità e chi meno? Perché così abbiamo occasione di aiutarci. Se ciascuno avesse tutto e non avesse bisogno di nulla, come potrebbe circolare l'amore?". Insieme abbiamo scoperto che tutti hanno qualcosa da dare: dona chi ha di più, ma dona anche chi ha meno, perché accettando di essere aiutato, dà agli altri la possibilità di amare. Con aria di novità ho cambiato i posti e ho messo i più bravi vicino a uno meno dotato. E abbiamo deciso che non solo ci si aiutasse tra compagni di banco, ma che tutta la classe progredisse e la riuscita di uno fosse sentita come propria da tutti.
Ho visto che i bambini poco a poco cambiavano mentalità e sentivano di essere un corpo solo dove tutto deve circolare: mettevano a disposizione i loro quaderni, le matite colorate, la merenda, i giochi. Così ho risolto il problema dei voti. Non servivano più alla soddisfazione personale, ma erano per tutti la misura del dislivello da colmare. Erano l'indice di quanto uno poteva dare e del bisogno degli altri. Non temevo di dare anche voti scadenti: avvertivano che non ci eravamo ancora amati e aiutati abbastanza.

(S.L.)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)