mercoledì 30 settembre 2009

Accanto ai "lontani"


Il vangelo di domenica scorsa (Mc 9,38 e seg), con l'episodio di una certa intolleranza verso chi non è "dei nostri", ci ha fatto fare un esame di coscienza sul nostro personale e comunitario rapportarci con quelli che non sono "istituzionalmente" controllabili, eppure agiscono nel nome di Gesù o perseguono valori prettamente evangelici. Sono quelli che normalmente vengono chiamati "lontani". Vivono accanto a noi, li abbiamo in casa…
Come si colloca il mio essere a servizio della comunità, come diacono?
Sono animazione di quella diaconia che è accoglienza di ogni essere umano, che è segno ed immagine del Cristo presente in mezzo a noi, anche di chi non la pensa come noi o appartiene ad altra religione o non ha un riferimento specificatamente religioso?

Claudio Arletti nel suo commento a questo vangelo ci ricorda il "lontano" che ci interpella. «Chiamiamo "lontani" (parola usata abbastanza di frequente nel gergo ecclesiale) coloro che non si riconoscono nella comunità parrocchiale o nelle associazioni e movimenti cattolici. Chiamiamo "lontani" coloro che, in qualche modo, avvertiamo essere su una linea differente dalla nostra, quanto alla fede e alla sua prassi. Il vangelo di oggi mette profondamente in questione questa categoria e noi che l'abbiamo creata. I non appartenenti, infatti, da chi sono "lontani"? O da dove sono "lontani"? La lontananza da un certo modello di comunità ecclesiale è sempre identificabile con la lontananza da Cristo?
La pagina di Marco che abbiamo letto sembra distinguere nettamente il modo in cui Giovanni e il Maestro percepiscono questa categoria. E se i lontani li creassimo noi? Se fossimo noi a creare dei confini rigidi, in base ai quali c'è chi è dentro e chi è fuori?
L'obiezione mossa dall'apostolo all'esorcista non autorizzato si muove su due registri: il verbo "seguire" e il pronome "noi". Il verbo utilizzato è quello tecnico della sequela. Se il discepolo non si mette in atteggiamento di sequela, non è tale. Il problema è il complemento che fa da oggetto al verbo. Mai Gesù, anche quando già un piccolo gruppo si è costituito, chiama a sé nuovi discepoli usando il "noi". La sequela cristiana non consiste nell'aggregarsi a un gruppo, ma nel mettersi sulla strada di Cristo, lungo la quale incontro altri fratelli che la percorrono con me e per il mio stesso motivo.
È importante notare come i confini del Regno ospitino chi si prende cura dell'uomo e dei suoi mali. L'amore di Dio opera per riscattare gli ultimi, per cambiarne in meglio le condizioni di vita. La via della Chiesa non è la comunità ecclesiale intesa come tramite e fine di tutto. Il "lontano" allora ci interpella e ci provoca. La sua opera al servizio dell'uomo interroga la nostra pigrizia e il nostro culto, a volte così sterile e incapace di produrre solidarietà. Diversamente, la sequela di Cristo può anche produrre scandalo. L'intolleranza dei credenti ha un qualcosa di scandaloso, che ostacola il cammino dei piccoli».

Questa riflessione mi riporta al mio più genuino "essere per gli altri", presenza di quella chiesa che vuole essere accoglienza e segno dell'amore di Dio per tutti.
Il Direttorio mi ricorda: «I diaconi cerchino di servire tutti senza discriminazioni, prestando particolare attenzione ai più sofferenti e ai peccatori. La diaconia, infatti, deve far sperimentare all'uomo l'amore di Dio…» (nr. 38).

domenica 27 settembre 2009

Come il Padre ha amato me… (2)


È uscito il secondo (2. autunno: l'agire) dei quattro volumetti, pubblicati dall'editrice Città Nuova, dal titolo Come il Padre ha amato me…, 365 pensieri per l'anno sacerdotale, per accompagnare giorno per giorno il cammino di questo anno.

Gli argomenti riguardano l'agire, che deve seguire l'essere, perché «a differenza di altri mestieri - si legge nella prefazione - non si può "fare" il sacerdote. Si tratta di esserlo e di agire di conseguenza.
(…) testimoni prima che maestri; servi per amore; fratelli tra i fratelli nel loro pur singolare servizio all'insieme del popolo sacerdotale.
Se l'agire sgorga dall'essere e ad esso rimane sempre ancorato, allora facciamo la salutare esperienza che la vita si unifica e diventa feconda. E si diffonde fra le persone ciò che unicamente conta: l'Amore. Quell'Amore che discende dall'intimo della vita del Dio uno e trino e riannoda tutti i rapporti spezzati e perciò salva».

Quanto detto per il sacerdote vale anche per il diacono, chiamato anche lui a servire la medesima comunità cristiana.

Come per il primo volumetto (1. estate: l'essere) riporterò i pensieri sul mio sito di testi e documenti.


venerdì 25 settembre 2009

Dire Dio con la vita

27 settembre 2009 – 26a domenica del Tempo ordinario (B)

Parola da vivere


Fossero tutti profeti nel popolo del Signore (Nm 11,29)



Il popolo di Israele sta attraversando il deserto, dove incontra tante difficoltà. Ma Dio non abbandona i suoi eletti e rivolgendosi a Mosè lo invita a scegliere settanta anziani. Su di loro avrebbe inviato lo Spirito, che già è presente in Mosè stesso. Essi lo avrebbero aiutato nel suo compito di guida. Dio mantiene la sua promessa, come al solito in maniera sovrabbondante. Infatti troviamo un caso di profezia non controllato istituzionalmente e rispetto al quale Mosè, contrariamente all'invito di Giosuè a impedirlo, si comporta con tolleranza e apertura. Anzi augura che lo Spirito di profezia si diffonda sull'intero popolo. Mosè, uomo di Dio dal cuore grande, accoglie il bene anche quando questo si manifesta in forme non pienamente controllate dall'istituzione.
Questo augurio di Mosè si è realizzato in noi cristiani. A partire dal Battesimo, come Gesù siamo sacerdoti, re e profeti. La profezia non è la proprietà di chi sa predire il futuro, ma è il dono di chi sa parlare al posto e in nome di un Altro. Per noi cristiani essere profeti significa far sì che la nostra vita esprima Dio. E poi questa parola ci invita ad avere un cuore magnanimo che sa cogliere il bene dovunque è presente: anche questo fa parte dell'essere profeta.


Testimonianza di Parola vissuta




Vicino a noi abitava Assan e trovandomi un giorno a consegnare i bollettini parrocchiali ai suoi vicini, ho pensato di suonare il campanello della sua abitazione. Mi sono presentata offrendo anche a lui il foglietto parrocchiale spiegandogli di cosa si trattava. Lui lo ha accettato perché sapeva leggere l'italiano e ho visto in lui una apertura al dialogo. Abbiamo iniziato una breve conversazione venendo così a sapere che era in attesa che arrivasse la moglie e la figlioletta dal Marocco.
Fu così, che qualche tempo dopo, ho conosciuto Aisha, e piano piano è nata tra noi una stima e un'amicizia reciproca fatta di piccoli gesti di amore concreto e di grande ospitalità da parte loro.
Spesso, conversando tra noi, si finiva per parlare di Dio. Sentendo in lei questo grande amore e devozione per Dio, ho iniziato piano piano a leggerle qualche frase del Vangelo che mi sembrava universale, tratta dal foglio della Parola.
Da qualche anno mi chiede di portarselo a casa per sottolinearsi quelle frasi che, come dice lei: "le fanno tanto bene al cuore".

(Francesca M., VI)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, esperienza in parrocchia)

mercoledì 23 settembre 2009

Donati a Dio, in ascolto di Lui


Riporto alcuni passi della terza parte, "Donati a Dio, in ascolto di Lui", dei pensieri del libretto "Come il Padre…" sull'Anno sacerdotale (primo volume), come ho fatto con le precedenti due parti, cercando di applicarlo alla vita del diacono, confortato da quanto leggo nel Direttorio per il ministero e la vita dei diaconi.
«Aiutare i diaconi a superare qualsiasi dualismo o rottura fra spiritualità e ministerialità, …fra la proria eventuale professione civile e la spiritualità diaconale, (portando queste prospettive) all'unità interiore della persona» (nr. 66).
«I diaconi vanno sostenuti a coltivare responsabilmente la propria vita spirituale, dalla quale sorge con abbondanza la carità che sostiene e rende fecondo il loro ministero, evitando il pericolo di cadere nell'attivismo o in una mentalità "burocratica" nell'esercizio del ministero» (nr. 70).

I testi completi di quanto riporto si possono trovare nel mio sito di documenti:

«La misura di amare Dio è amarlo senza misura. (…)
Non esiterò a proclamare beato e santo colui al quale sarà stata concessa una simile esperienza in questa vita mortale magari di rado o anche una volta sola, e questo stesso addirittura di sfuggita, appena nello spazio di un solo istante». (20 agosto)

«Tutti i santi e i grandi testimoni concordano sull'importanza del presente.
… E Teresa di Lisieux afferma: "La mia vita è un baleno, un'ora che passa, è un momento che presto mi sfugge e se ne va. Tu lo sai, mio Dio, che per amarti sulla terra non ho altro che l'oggi"». (21 agosto)

«È necessario, con l'aiuto divino, realizzare l'unità nella propria vita. Lottare ogni giorno per salvarla, approfondirla o ricomporla.
(…) unire la propria vita alla Vita divina della Santissima Trinità che abita in noi; essere una cosa sola con Cristo, nel cui Corpo Mistico siamo inseriti fin dal battesimo». (24 agosto)

«La sequela di Gesù Cristo significa che noi dobbiamo e possiamo intraprendere un cammino diretto contro la forza di gravità naturale, contro la forza di gravità dell'egoismo… e noi lo possiamo percorrere solo se ci troviamo nel campo gravitazionale dell'amore di Gesù Cristo, con lo sguardo rivolto a lui e sorretti dalla nuova forza di gravità della grazia». (27 agosto)

«Chi segue Gesù, non lo segue per andare a vivere in un'abitazione (in una canonica per esempio), o al riparo di un recinto: chi segue Gesù segue Dio - e non ha, allora, un posto se non Dio stesso.
… noi non seguiamo Gesù per un luogo determinato, per un'abitazione particolare, seguiamo Gesù per essere con lui figli suoi e fratelli suoi in tutto l'universo». (29 agosto)

«I consigli evangelici non sono affatto una pia pratica o un'invenzione ascetica riservata a qualcuno, bensì punti di passaggio obbligatori e vitali per autenticare con la vita l'invito ad essere, come cristiani, seguaci di Gesù.
Per Gesù non è mai stata una questione teoretica questa. Diceva: "Chi vuol venire dietro a me e non lascia padre, madre, fratelli, sorelle, moglie, figli, campi...; chi non rinunzia a se stesso, alla propria vita, non può essere mio discepolo". (...) È la condizione base che pone per iniziare l'avventura della sua sequela. Se vogliamo essere veri discepoli di Gesù, non possiamo percorrere un cammino che ignori i consigli evangelici». (30 agosto)

«È vero: il sacerdote, per il suo celibato, è un uomo solo; ma la sua solitudine non è il vuoto, perché è riempita da Dio e dall'esuberante ricchezza del suo regno». (2 settembre)

«Ci sono due aspetti riguardanti la verginità: l'integrità del corpo e dello spirito, e la libertà che ne deriva e l'accompagna. Com'è evidente, non si tratta soltanto di valori spirituali: esse hanno una in discutibile rilevanza antropologica e psicologica». (3 settembre)

«Per vivere nel celibato in modo maturo e sereno, sembra essere particolarmente importante che il sacerdote sviluppi profondamente in sé l'immagine della donna come sorella (...).
Senza dubbio "la sorella" rappresenta una specifica manifestazione della bellezza spirituale della donna; ma essa è, al tempo stesso, rivelazione di una sua "intangibilità"». (4 settembre)

«Ti sei convinto che la castità è una virtù e che, come tale, deve crescere e perfezionarsi? Non basta, ripeto, essere continenti ciascuno secondo il suo stato: dobbiamo vivere castamente, con virtù eroica». (5 settembre)

«I vergini dell'uno e dell'altro sesso offrono un esempio mirabile di virtù ai fedeli presenti e futuri. Tuttavia il solo nome di vergine, se mancano le buone opere, non fa entrare nel regno dei cieli, perché può salvarsi colui che è veramente fedele, mentre non lo può affatto chi è fedele soltanto di nome, mentre in realtà, sulla testimonianza delle sue opere, è infedele». (9 settembre)

«Il mondo non si rinnova quando le persone concepiscono la santità come qualcosa di diverso dal compiere i doveri del proprio stato.
L'operaio si santificherà sul posto di lavoro, (…) il paziente si santificherà nell'ospedale, (…) il sacerdote attraverso il suo ministero… Ogni passo in più sulla strada della santità è un passo nel sacrificio del compimento del proprio dovere». (12 settembre)

«Anche i presbiteri (i diaconi), immersi e agitati da un gran numero di impegni derivanti dalla loro missione, possono domandarsi con vera angoscia come fare ad armonizzare la vita interiore con le esigenze dell'azione esterna.
L'unità di vita può essere raggiunta seguendo nello svolgimento del loro ministero l'esempio di Cristo Signore, il cui cibo era il compimento della volontà di colui che lo aveva inviato a realizzare la sua opera (...). E per poter anche concretizzare nella pratica l'unità di vita, considerino ogni loro iniziativa alla luce della volontà di Dio». (13 settembre)

«Molte anime … si lasciano trascinare dalla corrente dell'attivismo, con il pretesto di ritenere doveri quelli che a volte non lo sono… È necessario che i sacerdoti (i diaconi) non omettano la preghiera nella quale troveranno sempre luce e dalla quale attingeranno il rimedio per molti mali.
È bello, sì, donarsi agli altri senza misura, ma dopo aver rafforzato l'anima con l'azione dello Spirito Santo e aver ricevuto da Lui la sua purezza, la sua forza, la sua luce e il suo amore». (16 settembre)


domenica 20 settembre 2009

Amati e chiamati


Nel rileggere i pensieri del libretto "Come il Padre…" sull'Anno sacerdotale (primo volume) – con una rilettura applicata al diacono e molto appropriata – riporto una breve sintesi di alcune frasi prese dal secondo capito "Amati e chiamati".

Si legge nel Direttorio per il ministero e la vita dei diaconi: "La sequela di Cristo nel ministero diaconale è impresa affascinante ma ardua, piena di soddisfazioni e di frutti, ma anche esposta, talvolta, alle difficoltà e alle fatiche dei veri seguaci del Signore Gesù Cristo. Per realizzarla, il diacono ha bisogno di stare con Cristo affinché sia Lui a portare la responsabilità del ministero, di riservare il primato alla vita spirituale, di vivere con generosità la diaconia, in modo da progredire nell'adesione alla persona e alla missione di Cristo Servo" (n. 50).

I testi completi si possono trovare nel mio sito di documenti:

«Quel Dio, del quale il mondo odierno si interessa così disperatamente poco, mi ha chiamato. Forse vale la pena, in questo contesto, richiamare brevemente alla memoria la storia della nostra personale vocazione...
Dio mi ha chiamato… È questo che voglio ripetermi, quando la mia vocazione comporta difficoltà, quando di tanto in tanto gusterò e attraverserò forti delusioni.
Non sono stato io a chiamarmi, Dio mi ha chiamato!
Dio che mi ha chiamato, rimarrà sempre con me». (25 luglio)

«Il momento più bello non è quando l'anima scopre la chiamata di Dio, ma quando dice il suo sì, quando attua la chiamata di Dio, quando la sua volontà aderisce a quella di Dio». (26 luglio)

«La sequela di Gesù significa: lasciarsi cadere nelle sue braccia, lasciarsi portare da lui, confidare in lui.
La via per lasciarsi trasformare e redimere è indubbiamente la via della comunione con Gesù, del fidarsi di lui e del vivere con lui. Ciò significa, in ultima analisi, che la via della vocazione è la via della croce». (28 luglio)

«Un'esistenza contemplativa significa: scorgere in ogni cosa la presenza di Dio, farsi toccare e muovere da lui, farsi possedere e riempire dal Dio presente, dal Dio in Dio, dal Dio nel mondo, dal Dio nella Chiesa, nella comunità». (1° agosto)

«La preghiera, o dialogo con Dio, è un bene sommo. …una preghiera non fatta per abitudine, ma che proceda dal cuore. Non circoscritta a determinati tempi od ore, ma fiorire continuamente notte e giorno. …anche quando siamo occupati in altre faccende…, perché insaporito dall'amore divino, come da sale, tutto diventi cibo gustosissimo al Signore». (2 agosto)

«Se sapessimo quanto Nostro Signore ci ama, moriremmo di gioia! …
Essere amato da Dio, essere unito a Dio... Tutto sotto lo sguardo di Dio, tutto con Dio, tutto per piacere a Dio...
Ecco la felicità dell'uomo sulla terra». (4 agosto)

«La preghiera personale è insostituibile, perché viene il tempo in cui ciascuno è chiamato a incontrare Dio a tu per tu, in un incontro spirituale.
Deve sgorgare dal cuore… a parole o senza». (5 agosto)

«Dio ha in noi il suo vivo strumento, il suo ministro, perciò il suo interprete, l'eco della sua voce.
Questo fatto prodigioso comporta un dovere, il primo e il più dolce…: quello dell'intimità con Cristo, nello Spirito Santo; quello cioè di una autentica e personale vita interiore, custodita nel pieno stato di grazia, volontariamente espressa in un continuo atto riflesso di consapevolezza, di colloquio, di amorosa, contemplativa sospensione». (6 agosto)

«Non sottolineeremo mai abbastanza quanto la nostra personale risposta alla chiamata alla santità sia fondamentale e decisiva… perché il nostro personale apostolato sia fruttuoso… perché il volto della Chiesa rifletta la luce di Cristo». (7 agosto)

«La preghiera sorge dalla santità di Dio e nello stesso tempo è la risposta a questa santità». (8 agosto)

«Gesù non ha solo partecipato al culto divino ufficiale. Forse anche più di frequente gli Evangeli parlano della sua preghiera solitaria nella tranquillità della notte, sulla cima dei monti, nel deserto, lontano dagli uomini». (9 agosto)

«Il cristiano conta per tutto su Dio solo, e niente su se stesso. Sì, è per mezzo della preghiera che tutti i giusti hanno perseverato...». (13 agosto)

«Il successo della vostra azione sarà assicurato a misura che aumenteranno le riserve del vostro spirito. È infatti la vita interiore che darà forza all'apostolato…
Dio vuole che Gesù dia la vita alle opere... Egli solo, Gesù, è la vita; di conseguenza, per partecipare a tale Vita e comunicarla agli altri, essi debbono essere innestati sull'Uomo-Dio». (16 agosto)

«La preghiera dà una particolare sensibilità verso questi "altri", rendendo (il sacerdote o il diacono) attento ai loro bisogni, alla loro vita ed al loro destino. La preghiera permette al sacerdote (al diacono) anche di riconoscere coloro "che il Padre gli ha dato". Come essere "per" tutti costoro - e "per" ciascuno di essi - sul modello di Cristo? come essere "per" coloro, che "il Padre dà a noi", affidandoceli come un impegno? La nostra sarà sempre una "prova d'amore", - una prova che dobbiamo accettare, prima di tutto, sul terreno della preghiera». (17 agosto)


venerdì 18 settembre 2009

La vicinanza di Dio

20 settembre 2009 – 25a domenica del Tempo ordinario (B)

Parola da vivere


Il Signore sostiene la mia vita (Sal 53,6)


Il Salmo 53, di cui fa parte questo versetto, è una preghiera piena di commozione: Davide, che si era rifugiato tra i dirupi del deserto per sfuggire all'ira di Saul, è stato liberato da ogni angoscia. Il Signore ha ascoltato la preghiera del suo servo e si è mostrato salvatore. Davide è la figura di Gesù tradito e crocifisso.
Anche la Chiesa continua a vivere questo mistero di sofferenza nella fiducia in Dio Padre, che ha risuscitato il suo Figlio morto per noi. Dio, nel quale crediamo e che amiamo, è il salvatore in quanto ci libera, ci protegge e sostiene la nostra vita. Gesù ha portato a compimento questa salvezza e ci ha fatto sperimentare la vicinanza di Dio. Anzi è diventato il Dio con noi, quel Dio che cammina al nostro fianco e condivide con noi la vita quotidiana. Per questo può nascere in noi il sentimento della confidenza in Lui e dell'abbandono. Con la sua grazia ci sostiene in ogni momento, soprattutto nelle difficoltà e sofferenze.
Scrive san Gregorio Magno, commentando la figura della Maddalena: "Riconosci colui dal quale sei riconosciuta. lo ti conosco non come una persona qualunque, ma in modo del tutto speciale". Così è Dio: davanti a Lui siamo importanti perché egli ci ama di un amore particolare. E questo amore di Dio ci invia al prossimo: "va dai miei fratelli", dice Gesù alla Maddalena. Il Signore fa sempre così: dà il suo amore perché lo sappiamo distribuire a chi ci è accanto.

Testimonianza di Parola vissuta


Ho assistito una signora anziana per dieci anni. Quando sono andata da lei aveva 88 anni e sembrava dovesse morire da un momento all'altro. Ricordo che, salutandola per la prima volta, le ho detto che volevo aiutarla a star meglio.
Però non è stato facile. Aveva vissuto da sola per 40 anni dopo la morte del marito.
Ho cominciato a vivere insieme a lei le piccole cose quotidiane, a dare importanza alla sua partecipazione. Anche lei, a poco a poco, iniziava ad interessarsi alle mie vicende condividendo quello che vivevo io, dimostrandomi via via sempre più, una grande riconoscenza.
Con la testimonianza del rapporto che c'era tra noi abbiamo potuto risollevare e dare speranza a varie persone anziane che incontravamo ogni giorno alla messa o che venivano a visitarci. Alcune famiglie che volevano mandare i genitori in ospizio, hanno preferito assisterli a casa. Avevo l'impressione che tutti avevamo bisogno di lei.

(S.A., Italia)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, esperienza in parrocchia)

lunedì 14 settembre 2009

Uomini di Dio per il tempo d'oggi


Ho ripreso in mano i primi pensieri del libretto "Come il Padre…" (primo volume) ed ho fatto una rilettura che ho applicato al diacono, anche se si riferiscono al sacerdote, nel contesto di questo Anno sacerdotale.
La sostanza non cambia.
Si legge nel Direttorio: "Il diacono assume come modello Gesù, l'uomo obbediente per eccellenza… Si impegna anzitutto con Dio ad agire in piena conformità alla volontà del Padre… Il diacono approfondirà quotidianamente il dono totale di sé, come ha fatto il Signore «fino alla morte e alla morte di croce»" (n. 8).

Vorrei trascrivere alcune frasi, prese dal primo capitolo "Uomini di Dio per il tempo d'oggi". I testi completi si possono trovare nel mio sito di documenti:

"Il sacerdote (il diacono) è uomo che vive non per sé, ma per gli altri. È l'uomo della comunità". (20 giugno)

"Essere consegnati a Dio significa essere posti a rappresentare gli altri". Il sacerdote (il diacono) viene "donato a Dio e, proprio così, a partire da Dio, deve essere disponibile per gli altri, per tutti". (21 giugno)

"Se il prete (il diacono) non è Cristo, è ben poco. Le sue prediche sono vuote e le chiese deserte. Perché la parola che Cristo dava era lui stesso". Se il prete (il diacono) "prima vive ciò che predica e poi parla, la sua parola sarà Cristo e sarà, anche lui, altro Cristo. I suoi discorsi trascineranno allora le folle e le chiese diverranno strabocchevoli. Perché non è tanto la scienza che fa il prete (o il diacono), quanto il carisma vivificato dall' amore". (24 giugno)

"Il presbitero (il diacono) è un uomo di Dio. Può essere profeta solo nella misura in cui abbia fatto l'esperienza del Dio vivo. Solo questa esperienza lo farà portatore di una Parola che ha il potere di trasformare la vita personale e sociale degli uomini in accordo col disegno del Padre". (25 giugno)

"Noi sacerdoti (diaconi), nella misura in cui siamo chiamati a vivere la vita e la missione di Gesù, dobbiamo essere a servizio di una Chiesa sempre più modellata secondo la vita della Trinità.
Il sacerdote (il diacono) è un uomo trinitario, come Gesù, e come lui è chiamato ad annunciare e promuovere una vita nuova, che non è solo rivelazione del Dio Uno e Trino, ma comunicazione della vita divina, di una esistenza agapica che sia criterio della convivenza umana.
Come potremmo farlo senza esserne esperti, senza sperimentare la comunione trinitaria fra noi, come membri del Corpo sacerdotale (diaconale)?
Non dobbiamo permettere che questa "fraternità sacramentale" rimanga solo una bella formula che non significhi niente di concreto per la vita". (30 giugno)

"Questo stile spirituale di vita comporta forme di comunione e di reciproca vicinanza fraterna. Gesù ha sì chiamato i suoi discepoli personalmente, ma non come singoli isolati; la forma gesuana di vita è una forma comunitaria e fonda un'esistenza comunionale.
I sacerdoti (i diaconi) devono radunarsi, farsi visita a vicenda, scambiarsi le loro esperienze pastorali buone e cattive, consolarsi e sostenersi gli uni gli altri e assistersi fra di loro solidariamente. Tra i sacerdoti (tra i diaconi) ci dovrebbero essere delle vere amicizie". (1° luglio)

venerdì 11 settembre 2009

Gesù, il centro e il cuore

13 settembre 2009 – 24a domenica del Tempo ordinario (B)

Parola da vivere


Io camminerò alla presenza del Signore (Sal 114,9)


Il salmista ricorda i suoi momenti difficili quando, preso dalla paura della morte, il Signore gli era particolarmente vicino. Le sue parole sono quelle della gratitudine e dell'amore: Dio "ascolta il grido della preghiera" e di quanti sono "nella tristezza e nell'angoscia". Quando il salmista si rende conto che il Signore lo "ha salvato", allora la sua anima ritorna serena e promette di vivere davanti al Signore: "camminerò alla presenza del Signore".
Gesù, Figlio di Dio, Dio egli stesso, è il centro e il cuore di ogni realtà. Gesù risorto è in mezzo a noi come centro vivo del nostro essere Chiesa. È in noi con una continua presenza invisibile e misteriosa, propria del mistero di Dio, che chi è nato da Dio sa cogliere. Gesù è presente nella sua Parola, proclamata nella Scrittura e nella voce della Chiesa. Ascoltando quindi questa Parola noi camminiamo alla sua presenza e in comunione con Lui. Gesù è in noi ogni volta che celebriamo i Sacramenti, ogni volta che compiamo questi gesti e queste parole nelle quali si fa sentire vivo e risorto. Gesù è nel cuore di ogni uomo che crede e spera, è nel cuore dell'Umanità che è sua, nel cuore della Chiesa. Gesù è là dove si celebra e si ama; è là dove due o tre sono riuniti nel suo amore; è nei piccoli, nei malati, nei carcerati, negli emarginati, nello straniero solo e privo di mezzi. Gesù entra in ogni sofferenza. Per questo noi possiamo camminare sempre alla sua presenza.

Testimonianza di Parola vissuta



Sono algerina musulmana. Mio padre, uomo colto e religioso, ci ha educati nell'amore di Dio, nella tolleranza e disponibilità verso gli altri. Nel tempo della colonizzazione francese c'erano nella mia città molti ebrei e cristiani: si viveva tutti insieme in armonia. Io ero bambina, e spesso mi chiedevo: queste altre religioni adorano veramente il mio stesso Dio? Volevo farne l'esperienza e così ho deciso un giorno di verificare nei loro luoghi di culto se sentivo la presenza di Dio. Sono andata nella chiesa e nella sinagoga. Ricordo la sensazione fortissima che ho provato e che in quel momento mi spiegavo solo così: anche qui c'è Dio.
Avevo otto anni e la cosa mi ha rassicurata e fatta felice: le mie compagne migliori, che erano cattoliche o ebree, mi sono sembrate più vicine e potevo amarle di più, perché ciò che consideravo una barriera alla nostra amicizia, la differenza di religione, non esisteva più.
Da allora ho sempre apprezzato un sogno: che gli uomini di tutte le religioni possano vivere in comunione, portando un profondo mutuo rispetto anche per ciò che li separa.

(R.B., Algeria)


(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, esperienza in parrocchia)

mercoledì 9 settembre 2009

Far casa, fare famiglia


Ho letto sul libretto "Come il Padre.." (pensieri quotidiani sull'Anno sacerdotale) la pagina (7 settembre) dal titolo La nuova "famiglia" dei preti (di Toni Weber) dove è scritto, tra l'altro: «Come si può esigere dal sacerdote che lasci tutto: padre, madre, fratelli, campi... se non gli si offre una nuova famiglia, la vita di comunione fra i sacerdoti? Gesù non ha agito così!
Sì, ha chiesto ai suoi di lasciare tutto per seguirlo... ma contemporaneamente ha offerto e assicurato loro una vita a corpo, una nuova famiglia che arrivava fino alla comunione dei beni e che si attuava nella convivenza quotidiana con Lui. (...)
Urge far crescere questa comunione fraterna tra i sacerdoti…
Venendo a contatto con tanti sacerdoti, sentivo un'esigenza fortissima di aiutarli a trovare una casa, un posto dove vivere in famiglia».


Mi colpisce sempre quando viene ricordata l'importanza, per la vita di un ministro ordinato, prete o diacono, l'insistenza di uno stile di vita che manifesti l'essere comunitario del ministero.

Uno dei compiti della famiglia diaconale è proprio questo: essere punto di riferimento, anche umano, per i sacerdoti: quasi un calice che sappia accogliere con estrema delicatezza il sacerdote, come Maria…

Far casa con i sacerdoti… far casa ai sacerdoti…

Mi sembra un aspetto importantissimo della nostra vita di diaconi: sviluppare questa fraternità umana e soprannaturale che ci lega con vincoli, non di sangue, ma che nascono dall'amore di Dio.

Per i diaconi si insiste, nei documenti della Chiesa, sul fatto che essi sono «chiamati ad essere uomini di comunione e di servizio», dove è di «particolare importanza» «la capacità di relazione con gli altri» (Norme 67). Inoltre ai diaconi viene chiesto di «vivere nel vincolo della fraternità e della preghiera, impegnandosi nella collaborazione (reciproca), conducendo uno stile di vita che favorisca una generosa condivisione fraterna» (Direttorio 9). Ed ancora: «La comunione con i confratelli ordinati, presbiteri e diaconi, è un balsamo che sostiene e stimola la generosità del ministero»; con il dovere «alla collaborazione fraterna e alla condivisione spirituale» (Norme 76).
«Il diacono ricordi, pure, che la diaconia della carità conduce necessariamente a promuovere la comunione all'interno della Chiesa particolare… Favorisca, quindi, con impegno la fraternità, la cooperazione con i presbiteri e la sincera comunione con il Vescovo» (Direttorio 55).

Per i diaconi coniugati significa, tra l'altro, «irradiare la comunione familiare a tutta la Chiesa e la società» (Norme 68).


domenica 6 settembre 2009

Meditando col Papa sul sacerdozio


Ho letto l'articolo (riportato nel mio sito di testi e documenti), dal titolo "Meditando col Papa sul sacerdozio", di Enrico Pepe su Gen's, rivista di vita ecclesiale.
È una riflessione, semplice ma densa di significato, sull'Anno sacerdotale, sulla "Lettera del Santo Padre", con l'attenzione a non sopravvalutare o inquadrare la figura del sacerdote in un contesto poco consono ai tempi attuali, col pericolo da un lato di "oscurare un po' il cammino fatto dal Concilio Vaticano II riguardo alla concezione di Chiesa e quindi del ministero sacerdotale" e dall'altro di "esaltare il sacerdozio ministeriale al di fuori e al di sopra del sacerdozio battesimale, indebolendo l'impegno della comunione ecclesiale e della visione conciliare dell'unico popolo di Dio".

Viene messo in risalto proprio l'aspetto del "servizio" che il ministro ordinato fa all'interno della comunità: "Benedetto XVI sin dal primo annuncio in marzo ha avuto cura di inquadrare il sacerdozio ministeriale nel più ampio contesto della missione di tutta la Chiesa. (…) Il Papa ha ben chiaro quale posto il sacerdote occupa in mezzo al Popolo dì Dio: egli non è un gerarca al di sopra degli altri, ma un battezzato con il delicato e gravoso compito di "rappresentare" Gesù buon Pastore e quindi a servizio di tutti".
Viene riportato poi quanto il papa stesso ha detto nel Convegno annuale del clero di Roma lo scorso mese di maggio: "«È necessario migliorare l'impostazione pastorale, così che, nel rispetto delle vocazioni e dei ruoli dei consacrati e dei laici, si promuova gradualmente la corresponsabilità dell'insieme di tutti i membri del Popolo di Dio. Ciò esige un cambiamento di mentalità riguardante particolarmente i laici, passando dal considerarli "collaboratori" del clero al riconoscerli realmente "corresponsabili" dell'essere e dell'agire della Chiesa, favorendo il consolidarsi di un laicato maturo ed impegnato»".
Inoltre viene accennato a quella che è definita la "primavera" della Chiesa, i Movimenti e le nuove Comunità: "È da ricordare un'altra sottolineatura del Papa: «Nel contesto della spiritualità alimentata dalla pratica dei consigli evangelici, mi è caro rivolgere ai sacerdoti … un particolare invito a saper cogliere la nuova primavera che lo Spirito sta suscitando ai giorni nostri nella Chiesa, non per ultimo attraverso i Movimenti ecclesiali e le nuove Comunità. "Lo Spirito nei suoi doni è multiforme… soffia dove vuole. Lo fa in modo inaspettato, in luoghi inaspettati e in forme prima non immaginate... ma ci dimostra anche che Egli opera in vista dell'unico Corpo e nell'unità dell'unico Corpo". (…)
Tali doni che spingono non pochi a una vita spirituale più elevata, possono giovare non solo per i fedeli laici ma per gli stessi ministri. Dalla comunione tra ministri ordinati e carismi, infatti, può scaturire "un valido impulso per un rinnovato impegno della Chiesa nell'annuncio e nella testimonianza del Vangelo della speranza e della carità in ogni angolo del mondo"».

Per ultimo si fa riferimento alla "radicale forma comunitaria", "propria del ministero ordinato", da tradursi "nelle diverse forme concrete di una fraternità sacerdotale effettiva ed affettiva".

Questo modo di vedere le cose fa luce anche sul nostro essere diaconi, sul nostro modo di porci all'interno del ministero ordinato, sul nostro rapporto di "corresponsabilità pastorale" con i presbiteri, nel nostro essere animatori di quella diaconia che è la caratteristica di una chiesa tutta e solo al servizio dell'umanità in cui è immersa.
È un invito, inoltre, a prendere sul serio la ricchezza della nostra vita, personale e familiare, inserita vitalmente nella comunità diaconale, secondo il pensiero della Chiesa.


venerdì 4 settembre 2009

I poveri, predilezione di Dio

6 settembre 2009 – 23a domenica del Tempo ordinario (B)

Parola da vivere


Dio non ha forse scelto quelli che sono
poveri secondo il mondo?
(Gc 2,5)



Giacomo, l'autore della lettera, è attento a ribadire l'impegno nei confronti dei poveri. La fede è attiva quando si traduce nell'impegno per i poveri. La fede esclude ogni accezione di persone. Come Dio che non ha preferenze personali e non giudica secondo criteri umani. Dio anzi predilige coloro che sono poveri "agli occhi del mondo". Così la comunità cristiana non deve cedere alla logica del mondo favorendo i ricchi e i potenti. L'apostolo Giacomo propone a noi come modello di comportamento Dio. Quel Dio che noi conosciamo in Gesù. È la sua vita che diventa per noi criterio di discernimento per il nostro agire, la sua dignitosa austerità e semplicità nel ministero pubblico e la sua disponibilità di fronte ad ogni uomo. È Lui il nostro modello: "Egli pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo e diventando simile agli uomini" (Fil 2,6-7).
Allora il vero valore non è la condizione povera di per sé, né la lotta per venirne fuori, ma quel potenziale di amore che si può sviluppare nel viverla personalmente o quando si accosta chi è povero. Quando è l'amore a guidare il nostro comportamento nella relazione con gli altri, in particolare con chi è nell'indigenza, allora assomigliamo di più a Dio che guarda a noi come ai suoi figli, come a componenti la sua unica famiglia.


Testimonianza di Parola vissuta



Ci arriva una notizia: una coppia di bosniaci con due figli, fuggiti a causa della guerra, si trova al confine con l'Italia e aspetta che qualcuno li accolga perché possano rimanere. Ci offriamo di ospitarli nella nostra casa, anche se siamo già in cinque e l'ambiente è piccolo. L'arrivo di Susan e Mirko (lei ortodossa, lui cattolico) mette in moto la generosità di tanti, che dopo aver provveduto alle prime necessità, si mettono alla ricerca di una casa più adatta, cominciando a contattare parenti e amici.
La comunità mette a disposizione i locali per le attività parrocchiali. Manca il riscaldamento e l'arredamento. Ben presto arrivano i mobili e il denaro necessario per coprire le prime spese.
Le famiglie del posto coinvolgono tante persone Una mette a disposizione il telefono perché possano comunicare con i parenti rimasti in patria; altri nel tempo libero hanno sistemato gli ambienti e qualcuno ha cominciato a insegnare loro l'italiano. Un figlio ha bisogno di una visita specialistica; un medico si offre gratuitamente; e il cerchio si allarga coinvolgendo sempre nuove persone. L'amore fa superare anche le diversità di lingua, di cultura, di chiesa. Riusciamo perfino a trovare il lavoro per Mirko.
L'esperienza continua, allargando il cerchio della generosità. Ora loro stessi cominciano a mettere a disposizione di altri, quanto ricevono di non necessario.


(B.M., Italia)


(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, esperienza in parrocchia)

mercoledì 2 settembre 2009

Quel Dio che si è umiliato


Dio si è umiliato, abbassato, per indicarci la via da seguire.
Scrive sant'Agostino: «Ci ha mostrato la via dell'umiltà quella per la quale si è incamminato lui stesso. Infatti ci ha tracciato la via dell'umiltà con il suo insegnamento e l'ha percorsa fino in fondo soffrendo per noi…
"Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi" (Gv 1,14). L'immortale assunse la mortalità, per poter morire per noi e distruggere in tal modo con la sua morte la nostra morte…
Lui che è grande si è umiliato, umiliato fu ucciso, ucciso risuscitò e fu esaltato per non lasciare noi nell'inferno, ma per esaltare in sé, nella risurrezione dai morti, coloro che in questa terra aveva esaltati soltanto nella fede e nella confessione dei giusti. Dunque ci ha chiesto di seguire la via dell'umiltà: se lo faremo daremo gloria al Signore» (dai Discorsi – Disc. 23 A).
Dio dunque si è abbassato… Il Figlio di Dio si è fatto "diacono" per noi…
Dio rivelandosi, manifestandosi, non può che abbassarsi: l'esperienza che possiamo avere di Dio è fondata sul fatto che Lui si è abbassato fino a noi: "Vi ho dato l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi" (Gv 13,15).
Questa è l'icona del mio essere diacono! …sapendo che bisogna morire per dare frutto (cf Gv 12,24).
Si risorge, non solo per sé, ma, come Gesù, perché tutti quelli che "ci sono stati affidati" risorgano con noi. Gesù non risorge e non ascende al cielo semplicemente perché ha vinto la morte ed ha dato senso alla nostra esistenza, ma per portare tutti noi con Sé, nella Vita.
Nell'esperienza del "già e non ancora" ogni piccola o grande morte porta con sé nella vita, nella "risurrezione", tutti noi che insieme abbiamo vinto la morte, perché abbiamo dato la vita uno per l'altro.
Il mio essere diacono nella comunità, il mio andare incontro a chi è nel dolore e nella povertà, il mio "chinarmi" verso il fratello che Dio mi ha messo accanto, ha un unico scopo: non rimanere nel dolore, nella morte, ma risorgere ed entrare nella vita, che è l'amore, assieme a quelli abbiamo amato e vicendevolmente ci siamo lasciati amare.
Se l'identità del mio essere diacono si esprime in questo "nulla" vissuto nell'amore, allora il mio risorgere, e quindi il mio "essere", si rende manifesto nella "vita" che la comunità esprime.