mercoledì 31 dicembre 2008

Grazie per il tempo che ci è stato concesso


Il 2008 è terminato!
Grazie, Signore, per l’anno di vita che ci hai donato, per gli eventi lieti e tristi che in esso abbiamo vissuto, per le nostre famiglie, per le persone che hai posto accanto a noi e sul nostro cammino; grazie per il loro amore, la loro amicizia; grazie per i doni di cui ci hai arricchito quest’anno e i momenti di gioia che ci hai donato perché la nostra vita fosse piena e felice.

Grazie per i poveri che ci interpellano nelle nostre scelte di vita; grazie per quanti hanno bussato alla nostra porta.

Grazie per tutto l'amore ricevuto e donato, anche se il nostro cuore di carne si è a volte appesantito per il caricarsi di dolori, non solo nostri; grazie per la sua continua rigenerazione per la comunione con Te e con quanti sono uniti a noi.




Chiudo questo anno con questo scritto di Chiara Lubich:


Il tempo mi sfugge veloce,
accetta la mia vita, Signore!
Nel cuore ti tengo, è il tesoro
che deve informar le mie mosse.
Tu seguimi, guardami, è tuo
l'amare: gioire e patire.
Nessuno raccolga un sospiro.
Nascosta nel tuo tabernacolo
vivo, lavoro per tutti.
Il tocco della mia mano sia tuo,
sol tuo l'accento della mia voce.
In questo mio cencio, il tuo amore
ritorni nel mondo riarso
con l'acqua, che sgorga abbondante
dalla tua piaga, Signore!
Rischiari, divina Sapienza,
l'oscura mestizia di tanti,
di tutti. Maria vi risplenda.

Combattere la povertà per costruire la pace

1 gennaio 2009 – Maria Madre di Dio

Giornata mondiale della pace

Parola da vivere

Combattere la povertà per costruire la pace


Dom Helder Camara, il vescovo dei poveri, poco prima di morire, ha voluto dedicare gli ultimi anni a un sogno, un mondo senza fame. Se sogneremo insieme, il sogno diventerà realtà.
Anche il Papa vuole sognare con noi, denunciando lo scandalo della povertà nel mondo. Come si può rimanere insensibili agli appelli di coloro che, nei diversi continenti, non riescono a nutrirsi a sufficienza per vivere? Non è mera fatalità, ma conseguenza dell'inadeguatezza degli attuali sistemi di convivenza umana nel promuovere il bene comune. Le radici della povertà e della fame nascono da un'altra povertà, la miseria spirituale che rende l'uomo indifferente alle sofferenze del prossimo.
Nel Sud del mondo la miseria porta al disfacimento della persona nei suoi bisogni, a pensare solo al mangiare, perdendo il senso della sua propria dignità. Nel Nord l'aridità del cuore è imponente, tanto che il cibo acquistato da una famiglia va per il 30% nella pattumiera, ancora in parte commestibile. La povertà va combattuta come un crimine non come una fatalità e va conosciuta, va provata nella propria carne. Va sconfitta nelle sue radici: chi ha il coraggio di dedicare le sue ferie a conoscere la povertà di tante persone in un Paese del Sud del mondo? Non risolverà quasi niente, ma con certezza avrà sconfitto la miseria spirituale che lo imprigiona.


Testimonianza di Parola vissuta


LA FORZA DELL'AMORE
Lavoro nel reparto recezione e contabilità di un ospedale in Libano. Bassam arrivò una mattina con un parente malato: Bassam non è libanese, ma palestinese e la sua nazionalità bastava a sconvolgermi nel più profondo, perché provengo da un villaggio cristiano che è stato interamente bruciato dai palestinesi e dal quale la maggior parte degli abitanti superstiti è sfollata, mentre tanti sono morti. Ho subito riconosciuto la sua nazionalità dal suo accento e dall'indirizzo. E dentro di me, ho detto: "Signore, ti prego, voglio testimoniare te, aiutami!". Mi sono ricordata di quelle parole del Vangelo: "Qualunque cosa hai fatto al minimo l'hai fatto a me". Dovevo riconoscere ed amare nel suo volto il volto di Gesù.
Ho guardato Bassam in faccia e mi sono accorta che era spaventato, che non voleva svelare la sua identità. Ho rispettato il suo desiderio e non ho chiesto documenti né a lui né al malato che aveva accompagnato. Era un caso grave. Bassam mi ha detto che non aveva un'assicurazione e che non poteva pagare in anticipo le spese dell'operazione, come richiede il regolamento dell'ospedale. Ho cercato di superare il riferimento per quella ferita ancora aperta e gli ho detto che potevo aiutarlo.
I giorni seguenti ho avuto modo di assisterlo in varie occasioni. Era meravigliato: "Sono straniero, perché mi aiuti così?". E mi ringraziava sinceramente, toccato dall'amore che avevo per lui. Il malato che aveva portato era in pericolo di vita e lo è stato per tutto il periodo della degenza in ospedale. Bassam era molto preoccupato per lui. Ho chiesto ai medici di curarlo il meglio possibile e di rasserenare i parenti in ansia. Gli ho dato una preghiera che avevo con me e che dice: "Credo in te, Signore, rafforza la mia fede, è su di te che conto, aiutami". Poi ho aggiunto: "Non temere, la preghiera arriverà a Dio e anch'io pregherò per il tuo parente ammalato".
L'ultimo giorno di ospedale, quando Bassam è venuto alla cassa per pagare, mi ha detto: "Devo confessarti qualcosa che non sai". "Non dirmi niente, so già tutto ", ho risposto. "Lo sai che non sono cristiano e nemmeno libanese?". "Lo so dal primo giorno e per questo non ti avevo chiesto la carta d'identità". Allora mi ha raccontato che aveva sempre avuto un'idea negativa dei cristiani. Poi ha chiesto di venirmi a trovare a casa, con sua moglie e sua madre. Abitava a più di un'ora e mezza dal mio paese. Ma sono venuti tutti e tre. Nel corso della conversazione, mi ha chiesto più volte il perché del mio comportamento. Ho risposto semplicemente che la nostra religione è fondata sull'amore e sul perdono.

(Hoda N.)


(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)


martedì 30 dicembre 2008

Lo statuto dell’amore

Al termine di questo anno che sta per finire, faccio mio un pensiero di Chiara Lubich dell'8 giugno 1989, dal titolo "Nient’altro che l’amore scambievole", perché "il mondo passa con la sua concupiscenza, ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno" (1Gv 2,17).


C'è un prefazio, nella Messa, che dice: "E hai donato il tuo Spirito per far di tutte le nazioni un popolo nuovo, che ha come statuto il precetto dell'amore": è entusiasmante sapere che "la regola del popolo di Dio sia il comandamento dell'amore… di tutta la Chiesa: dai laici ai sacerdoti, ai religiosi, ai vescovi…".
"È la norma sulla quale tutte le altre norme hanno valore e senza la quale nulla ha senso (né la preghiera, né l'apostolato, né il donare i beni, né il dare la vita…)".
Tutto questo è la "specifica via, il nostro tipico modo di essere", di noi cristiani di questo tempo. Essere questo amore reciproco in atto (il cui "effetto" è la presenza di Gesù tra noi) "come se non avessimo nient'altro da fare. Perché il resto viene da sé: l'amore illumina e illumina bene su ogni nostro dovere".
"È un'esperienza che va fatta… a sera ci troveremo cambiati; magari stanchi, ma con un nuovo entusiasmo per la meravigliosa divina vita che Dio ci ha dato".

sabato 27 dicembre 2008

Rocco racconta (Novena di Natale)

Ecco come si è vissuta la preparazione al Natale, con la "Novena itinerante", nella Parrocchia dove opera l'amico diacono Rocco.
(Le altre esperienze sono raccolte nella rubrica "
Rocco racconta").


Abbiamo vissuto la Novena del Natale per le strade della Parrocchia, in mezzo alle case, fra gli anziani e gli ammalati e con tanti bambini e giovani che hanno desiderato partecipare. Ho preso come riflessione: "Morire fra la tua gente!". È quella che Gesù ha preferito: gli ultimi, i poveri, gli ammalati. È stata una splendida preparazione al Natale.
Ed ecco Natale! Sono pieno di stupore e meraviglia nel guardare quel Bambinello fattosi uomo come me! È vero, Dio si è fatto uomo come me, perché tutti gli uomini tornassero a Lui, fossero Lui. Ecco la novità del Natale: "Il Cielo si è unito alla terra e ci ha dato, in Gesù, l'Autore della nostra Speranza, Dio. Tutto questo è bello, è grande, è meraviglioso!
Tutta la Novena trascorsa non è stato un fare, ma realizzare un "Essere Lui", l'Amore! Così nelle piccole cose, andando a cercare i poveri, gli ultimi, i soli, le vedove, i lontani, gli anziani e cantare nelle strade, nelle case, accogliendo tutto il dolore incontrato.
Nelle persone incontrate mi ci rivedo un po' anch'io, che vivo in loro, in questa novità del Natale: Dio in mezzo a noi, Dio con noi! Ho visto bambini strafelici, canti di gioia, anziani, affacciati al balcone, pregare con noi, ammalati in festa… Il Cielo si è mosso ed ha mandato in mezzo a noi il Salvatore! Il più bel dono, il dono per eccellenza: Gesù Bambino! Sta a noi adesso custodirlo, tenerlo in braccio, accudirlo, farlo crescere, non fargli male. Lui è in mezzo a noi per sempre! Giorni di festa e di splendore questo che insieme ai tanti bambini e adulti - in un insieme di vita colorata con canti di gioia e preghiera di attesa - abbiamo vissuto! E alla fine tutti abbiamo esclamato: Questo è il più bel Natale della nostra vita!

Tutto vince l'amore!

28 dicembre 2008 – Santa Famiglia

Parola da vivere


I miei occhi hanno visto la tua salvezza (Lc 2,30)


Siamo ancora avvolti dalla mistica del Natale. Più che affannarci oggi a cercare nella famiglia di Nazaret soluzione agli infiniti problemi della famiglia propriamente detta, fonte e modello della famiglia umana, rimaniamo ancora un po' in contemplazione: Abramo e Sara sono vecchi, avvizziti come alberi stanchi di tante primavere: "Come è possibile generare un popolo?" Maria aveva esclamato: "Come è possibile? Non conosco uomo!". È così: l'umanità, da sola, non ha più forza di diventare famiglia, non conosce più le relazioni profonde che attingono all'amore e lo generano come un figlio.
Il vecchio Simeone cosa vede davanti a sé, per essere anche pronto a morire? In quei due poveri sposi vede il piccolo resto di Israele che ha creduto alle promesse di Dio. L'amore è una cosa fragile come quel bambino che portano in braccio, ma è anche una bomba esplosiva che rivoluziona tutto attorno. Questa è la Salvezza: Dio ci ama, vuole essere tra noi come in una famiglia, Padre e Figlio nello stesso tempo, accettando la nostra fragile collaborazione a rigenerare l'Umanità. Simeone muore sereno perché ha riconosciuto i cammini dell'amore nella contraddizione e nella spada di dolore, ma è certo: tutto può vincere l'amore.

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)

venerdì 26 dicembre 2008

Rocco racconta ("Farsi uno")

Riporto un'altra esperienza tratta dal "Foglio" dei giovani della Parrocchia dove presta il suo servizio l'amico diacono Rocco. Una perla che si aggiunge alle altre raccolte nella rubrica "Rocco racconta".


Nel cammino della "Spiritualità di comunione", immergendoci a vivere il vangelo sempre più in profondità ci accorgiamo che la vita riscopre esperienze bellissime, tanto che uno di noi ha potuto esclamare: "Se continua così, succederà una vera rivoluzione" in questa parrocchia.
Così, Marco ha detto assistendo a un fatto che adesso vi racconto: Facevamo rientro in Parrocchia, quando due sorelle dell'apparente età di 30 anni ci hanno fermati. Tutto sembrava una facile domanda ed infatti ci veniva chiesto la benedizione della famiglia. Ma a una risposta del nostro diacono Rocco ("che era bello organizzare e pregare anche in questa circostanza") una delle due sorelle (ci è sembrato che stesse attraversando un periodo particolare) ha esclamato: "Ho fatto pace con Dio e di 'Lui' non voglio più sentirne parlare". "Come, ci siamo chiesti, (è una vera bomba!) da un lato ci chiede la benedizione e dall'altro non si vuole sentire più parlare di Dio?". Sono bastati pochi minuti, nei quali il diacono ha dato la sua esperienza di vita e di come cerchi continuamente di testimoniare l'immenso amore del "Padre" nonostante la sua malattia, che a quella sorella è spuntato il sereno. L'incontro avverrà e chissà che nel grigiore di una sofferenza non apparirà tutto l'Amore misericordioso di un Padre che da sempre ci vuole e continua a volerci bene? Noi pregheremo, per questa e per tutti i fratelli come questa che magari all'apparenza si dicono cristiani e dietro la prima difficoltà (magari dietro una malattia) non riconoscono Dio Amore. A tutti diciamo che questa è l'esperienza che facciamo: non ci può essere gioia vera se questa non passa dal crogiolo del dolore!
Che il Signore ci aiuti a scoprirlo sempre più nel dono grande della nostra Fede. (Marco S.)



mercoledì 24 dicembre 2008

Il prodigio dell'amore

25 dicembre 2008 – Natale del Signore

Parola da vivere


Gloria a Dio nel più alto dei cieli,
pace in terra agli uomini che egli ama
(Lc 2,14)


È l'invito a far festa per il nuovo re, colui che rinnova le speranze del popolo. Eppure quante volte il grido è stato soffocato dalle delusioni dei salvatori che si sono alternati nella storia!
In questa notte è il cielo stesso che canta con i suoi angeli il prodigio dell'amore che si è fatto uomo, minuscola creatura, miracolosa nascita che nella austerità dei segni della povertà contiene l'ultimo autentico annuncio di salvezza.
In questa notte santa non possiamo non riservare momenti alla contemplazione, al silenzio interiore, alla coscienza del buio che la vita e il mondo continuamente ci offrono come risposta alla nostra debolezza, ai nostri fallimenti e alla presunzione di costruire una salvezza con le nostre mani. Nella totale disponibilità di Maria e Giuseppe troviamo il segreto di ripristinare la culla a Dio che viene tra noi e vuole stare con noi: nascere, crescere e morire d'amore per ristabilirsi nella Trinità con tutti noi: "Padre, non si è perso nessuno di quelli che mi hai dato!" dirà Gesù sacrificandosi sull'altare della croce.
Ma non basta celebrare e contemplare. Bisogna che ognuno trovi la statura della crescita di Gesù in lui.
Prima di tutto credere all'amore, unico dono del Padre e sostanza del nostro dono, dei regali mutui in cui siamo gli uni degli altri dono. Il bambino Gesù non solo ci sorride, ma ci ha parlato dell'essenza del vivere: amatevi come io vi ho amato. L'amore di ognuno lo rende presente incontrandosi con l'amore dell'altro, come delle fiaccole che si accendono una ad una nella notte e la trasformano in luce e calore. La nostra festa non può escludere il coro del cielo dai nostri cori, dai nostri meravigliosi presepi. Gli alberghi di Betlemme devono fare posto a tutti, senza chiudere la porta ai poveri. I nostri granai siano svuotati dalle armi che li difendono, le armi diventino aratri, le nostre piazze mercati aperti a tutti: "Venite e comprate senza denaro!" dice il profeta.
Da questa notte deve rinnovarsi la nostra scelta di vita, la scelta amorosa di un Salvatore che temiamo come una utopia e si rivela sempre più unica certezza. Lasciamoci stringere nell'abbraccio del Cielo con la Terra, sognando il giorno che tutta la Terra diventi Cielo e il Cielo recuperi la Terra che un giorno ha creato.




(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)



lunedì 22 dicembre 2008

Verginità feconda

Riporto un passo del commento di Claudio Arletti sulla Parola di ieri, quarta domenica di Avvento (cf Vita Pastorale, n. 11/2008): Maria, invitata a gioire, è colei che è stata "graziata".

L'angelo si rivolge a una vergine di nome Maria (v. 27). Elisabetta, invece, è sterile, come tutte le matriarche dell'AT. La persona umana è sterile, perché non può produrre da sé il proprio futuro. Noi possediamo la vita, ma non siamo la vita. Noi abbiamo futuro se accogliamo Dio, vita eterna. Vergine è la persona umana che accoglie il futuro da Dio invece di cercare di fabbricarselo, rimanendo sterile. Questo separa l'irreprensibile Elisabetta dalla Vergine Maria.
La verginità allude simbolicamente anche all'attitudine per il vero ascolto. Se ci pensiamo, ogni rapporto vero nella comunicazione è un rapporto "vergine". C'è ascolto autentico quando accogliamo l'altro senza sovrapporre le nostre idee o le nostre impressioni, in maniera appunto "vergine". Così giungiamo ad avvicinarci alla sua realtà e ad accoglierla. Quando ascoltiamo davvero "concepiamo" l'altro. Ci entra nell'intelligenza e nel cuore. La vera concezione è quella dell'orecchio. Una persona esiste solo se la ascoltiamo. Colui che è ignorato è come se non esistesse.


Il "vergine" è colui che genera per davvero la VITA, perché partecipe della verginità di Dio, di cui Maria ne è il Segno meraviglioso.
Il "farsi uno" col prossimo, con l'altro che mi passa accanto, con chi condivide la mia vita quotidiana e di ministero – in una parola "essere l'altro" (che comporta il mio "non-essere") – è il genuino atteggiamento di chi accoglie Dio in sé e lo ridona non adulterato, affinché la Vita possa sgorgare in pienezza in tutti.
L'amore vero, genuino, fecondo è vergine!


sabato 20 dicembre 2008

Una comunità viva

Cara Luisa, riporto con gioia grande ed una intensa commozione l'articolo apparso su Vita Nuova del 5 dicembre u.s., la rivista della diocesi di Trieste (la mia chiesa madre).
Ho letto anche il mio nome nei tuoi ricordi… Mi ha commosso, perché è sempre vivo in me e nella mia famiglia l'esperienza bellissima e profonda vissuta insieme (in una comunità che era veramente come una famiglia), quando il nostro vescovo Lorenzo, mi mandò ad Altura. Quella fu l'ultima parrocchia prima della mia partenza da Trieste… ed ogni volta che ritorno nella mia città, lì trovo la mia "famiglia".
…e non finirei di raccontare quello che è impresso in maniera indelebile nel mio cuore. Dio sa… a Lui la lode perenne!
Ho ripescato alcune foto del saluto dopo la Messa prima della mia partenza e che pubblico con una gioia grande!
Un abbraccio di cuore a te e a "tutta" la tua famiglia!
Luigi



I 25 anni della chiesa di Altura nei ricordi di una parrocchiana
Giovane comunità in festa
Dagli inizi nel prefabbricato allo splendore di oggi

La parrocchia di Altura, dedicata a Nostra Signora di Lourdes, ha festeggiato ieri, 4 dicembre, il 25° anniversario dalla sua fondazione. Domenica 14 dicembre, in occasione dell'ottavo anniversario della consacrazione della nuova chiesa, la Santa Messa delle ore 11.10 sarà presieduta dal nostro vescovo, mons. Eugenio Ravignani. Per l'occasione sono in cantiere varie iniziative. Ecco il ricordo di una parrocchiana che ha visto nascere e crescere la nuova comunità.

25 anni: una vita!... chiudo gli occhi e ascolto i miei ricordi di bambina. Rivedo una saletta umile e fredda che, riempita di persone per la Santa Messa, diventa una casa accogliente per la comunità in preghiera. Rivedo don Carlo, giovane sacerdote all'inizio della sua esperienza pastorale, che con un sorriso e una battuta faceva breccia nel cuore di tutti. Penso ai corsi di ricamo, alle gite in montagna ... Ricordo il catechismo - finalmente in un prefabbricato - i miei sacramenti. Ricordo il vescovo Lorenzo, che per la comunità di "Altura e Bassura", come la chiamava lui, aveva sempre il cuore aperto.
E poi il gruppo, l'Acr, il coro, suor Angioletta, suor Piera, suor Graziella, il diacono Luigi, le amicizie, i campi-scuola estivi...
Tutti questi ricordi abitano in me, anche adesso che la vita mi ha portata lontano con la mia famiglia... ma ogni esperienza, ogni emozione sono come un tesoro prezioso racchiuso in uno scrigno: nei momenti difficili vado a cogliere qualcuna di queste "gemme" e le offro a chi mi sta accanto e ai miei bambini, perché il loro splendore si rinnovi e siano segno di gratitudine al Signore per averle messe con amore sul mio cammino.

Luisa Pozzar












venerdì 19 dicembre 2008

Una sola famiglia

21 dicembre 2008 – 4a domenica di Avvento (B)

Parola da vivere

Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio (2Sam 7,14)

Povero Re Davide! Il successo gli ha dato alla testa, tanto che si offre per dare una casa al suo Signore, quasi rinchiuderlo in un tempio maestoso.
Con dolce ironia il Signore, come risposta, promette di fare del popolo di Davide e dei suoi discen-denti una unica grande casa, una sola famiglia in cui lui sarà padre e tutti saranno suoi figli. Storicamente questo è avvenuto quando l'amore di Dio ha cercato un'umile casa a Nazaret e per il "sì" incondizionato di Maria ha concepito in lei l'uomo che è Dio.
Oggi Dio continua a farsi mendicante di amore del nostro "sÌ". Ha bisogno di entrare in noi per dirci tutto il suo amore, per fare risuonare con intensità divina sulle nostre labbra il dolce nome di padre e dirci la sua tenerezza come a figli.
Il Natale di Maria è la vera casa per Dio: in lei e per il suo "sì" tutta l'umanità può diventare una grande casa, un paradiso in terra, ovunque, anche quando possiamo offrire solo una povera stalla, nei luoghi più remoti e oscuri, tra gli emarginati come i pastori.
L'ultima tappa dell'Avvento è lasciare che sia Maria a portarci tra le sue braccia come se ciascuno fosse il suo Gesù.

Testimonianza di Parola vissuta

Sono le 12,45 dei primi di dicembre e dopo qualche commissione rientravo a casa per il pranzo. Un signore che conoscevo vagamente mi saluta e mi avvicina chiedendomi di aiutarlo per una emergenza: convincere un barbone polacco che da tempo vive sulla strada, ad andare in una struttura coperta.
Al mattino avevo meditato e riflettuto sull'amore al fratello, ma inizialmente chiedo di rinviare a quando avrei avuto più tempo. "Ma è un'emergenza", replica. Mi lascio coinvolgere e mi conduce subito dal barbone, anche in senso letterale. Siede su una panchina vicina ad un androne dove dorme da tempo la notte; ha diverse buste dove tiene le sue cose e una radio a cui è tanto affezionato regalatagli dall'amico. Faccio subito conoscenza e gli prometto un orologio se accetta di andare in una struttura coperta. Sembra convinto.
Con l'amico decidiamo di tornare alla carica alle 14,15 per non dargli il tempo di lasciarsi vincere dall'eventuale tentazione dell'alcool. A casa sono atteso per il pranzo nonostante il ritardo. Alle 14,10 sono di nuovo dal barbone e stringo amicizia: si chiama come me, parliamo dei nostri missionari in Polonia e Ucraina, di Giovanni Paolo II, della sua famiglia, che ora lo ha abbandonato e gli mostro l'orologio promesso.
Arriva l'amico, telefoniamo al Centro di Accoglienza e prepariamo la macchina; pur un po' incerto e traballante si avvia con le sue gambe senza bisogno del nostro appoggio. Mi siedo accanto a lui. Lungo la strada riconosce il quartiere attraverso cui passiamo. Arrivati viene accolto con gentilezza e si predispone subito per una buona doccia e vestiti puliti. Gli regalo l'orologio promesso. Lasciamo i nostri recapiti. A casa telefono ad un sacerdote più competente per una accoglienza in un Centro permanente. Nel mio cuore è già Natale!

(G.F.)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)


martedì 16 dicembre 2008

Rocco racconta (evangelizzare insieme)

Dal "Foglio" dei giovani della Parrocchia dove presta il suo servizio l'amico diacono Rocco, riporto questa esperienza di evangelizzazione fatta "insieme". Una perla che si aggiunge alle altre raccolte nella rubrica"Rocco racconta".



«Ci rechiamo a casa di una parrocchiana eccezionale per benedire la famiglia.
È Bello! La nostra vita in Parrocchia assume contorni a volte eccezionali pur vivendo nella normalità: gesti, fatti, ed emozioni. Eccezionale è l'Amore che circonda tutta la nostra esperienza. Il vivere "in comunione" ci fa sperimentare cose che a noi sono state, per così dire, nascoste e che oggi viviamo "insieme". Così che una persona si avvicini in Parrocchia e chieda che venga benedetta la sua famiglia in una casa di nuova abitazione, è nella prassi ecclesiale una normalità. Cosa, invece, noi giovani abbiamo colto di eccezionale?
Diciamo subito che la famiglia che ci ospita è di nazionalità russa; secondo che ad andare a benedire questo nucleo familiare è tutto il gruppo giovanile con il diacono Rocco. Un fatto "ecclesiale" che riveste la sua eccezionalità dalla presenza di una comunità che accoglie una intera famiglia e la benedice nel nome del Signore Gesù. Non avveniva così anche tra i primi cristiani? Ritornare, quindi, alle origini ci sorprende, ci incuriosisce, ma ci fa vivere la radicalità del Vangelo. E bello è stato l'incontro con questa famiglia che con il parlare un po' in italiano, un po' russo ci ha detto tutta la gioia di questo gesto molto significativo per tutti ì presenti. E alla fine, all'invito fatto di trovarci in parrocchia, hanno dato la loro disponibilità e già nei prossimi momenti formativi tra noi giovani avremo tra noi, che fin adesso accogliamo di vero cuore, la figlia tredicenne che frequenta con noi la terza media. Gloria a Dio! I "miracoli", le "meraviglie" si ripetono, occorre amare e credere sempre più che solo l'Amore trasforma i cuori degli uomini. Non c'è né giudeo, né greco; né giallo, né negro, né diversità di lingue o di cultura, tutti siamo di Cristo. È Lui che ci fa tutti uno e ci porta nel "Seno del Padre". Ecco l'Amore! Ecco la bellezza di Dio fra noi! Avere "Lui" in mezzo a noi è la vera risposta alla credibilità che Dio ci ama ancora nonostante il nostro peccato». (Marco S.)




venerdì 12 dicembre 2008

Lo sconosciuto

14 dicembre 2008 – 3a domenica di Avvento (B)

Parola da vivere


In mezzo a voi sta uno
che voi non conoscete
(Gv 1,26)


Isaia ci ha definiti foglie portate dal vento. Il vento ci scuote, ci spoglia, ci purifica esternamente. Ma il vento dello Spirito soffia nel più intimo di noi stessi e ci contagia d'amore.
Nell'avvicinarsi del Natale siamo coinvolti nel desiderio di fare del bene, anche se le iniziative umanitarie e di carità si mescolano con la febbre del consumo, con le gioie comprate sui mercati, con le illusioni di pace e di fraternità mediate dai mass-media.
Nello Spirito ci sentiamo privilegiati perché siamo poveri, sentiamo che le nostre piaghe sono sanate, il nostro cuore ha un' anima nuova, avvertiamo il gusto della vera libertà.
Con Giovanni Battista vogliamo raccontare la nostra esperienza perché tutti incontrino Colui che è ancora sconosciuto in mezzo a noi, Colui che ci ha amato fin dalla eternità e vuole farci partecipi alla nascita tra gli uomini di Gesù, il Dio fatto uomo.
Nell'esercizio dell'amore parteciperemo alla esperienza di Paolo: "Non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me!".

Testimonianza di Parola vissuta

Quando il nostro primo figlio ha iniziato ad andare a scuola, lo portavo, lo andavo a prendere, lo accompagnavo a giocare a calcio. Lì mi ritrovavo seduta sui gradini del campo aspettando che passasse il tempo. Questa situazione mi pesava, mi sentivo isolata e inutile. Mi chiedevo: "Perché non riesco ad uscire da me stessa?". Volevo riuscire a voler bene a chi mi stava intorno.
Sui gradini, disperse qua e là mamme e baby sitter aspettavano che il tempo passasse. "Ma un passo lo posso fare!", ho pensato e mi sono avvicinata ad una delle mamme che stava ricamando. La conversazione è cominciata attorno al ricamo. Nei giorni seguenti il rapporto è continuato e ha coinvolto altre mamme. Abbiamo costituito un "piccolo gruppo del ricamo": io ho portato la macchina da cucire, una signora si è offerta per insegnare, le altre hanno portato stoffa e filo... Le lezioni sono continuate, l'amicizia è cresciuta, dentro di me le barriere sono cadute. Da quel breve e timido saluto siamo passate ad una intensa condivisione della nostra vita, all'interesse reciproco, all'amicizia.
Se si fa un passo col cuore, tante barriere possono crollare.

(A.O., Venezuela)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)


domenica 7 dicembre 2008

Immacolati nella carità

8 dicembre 2008 – Immacolata Concezione
Parola da vivere
Dio ci ha scelti per essere santi
e immacolati nella carità
(Ef 1,4)




Un'esperienza di Chiara Lubich, recentemente scomparsa, ci aiuta a capire che dobbiamo essere un'altra Maria, immacolati nell'amore.








Sono entrata in chiesa un giorno
e con il cuore pieno di confidenza
chiesi a Gesù Eucaristia:
Perché volesti rimanere sulla terra,
su tutti i punti della terra,
nella dolcissima Eucaristia,
e non hai trovato, Tu che sei Dio,
una forma per portarvi e lasciarvi anche Maria,
la Mamma di tutti noi che viaggiamo?
Nel silenzio sembrava rispondesse:
Non l'ho portata perché la voglio rivedere in te.
Anche se non siete immacolati,
il mio amore vi verginizzerà e tu, voi,
aprirete braccia e cuori di madri all'umanità,
che, come allora, ha sete del suo Dio
e della Madre di Lui.
A voi ora lenire i dolori, le piaghe,
asciugare le lacrime.
Canta le litanie e cerca di rispecchiarti in quelle.




(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)

venerdì 5 dicembre 2008

Cammino di conversione

7 dicembre 2008 – 2 a domenica di Avvento (B)

Parola da vivere

Si facevano battezzare
confessando i loro peccati
(Mc 1,5)


Ci siamo messi in cammino nel deserto, dove c'è strada, dove la steppa è accidentata.
Abbiamo bisogno di essere guidati da qualcuno che ci rinnovi nella speranza, al di là degli inganni dei falsi profeti. Riprendiamo l'avventura con le prime parole del lieto annuncio di Marco che puntano senza indugi su Gesù Cristo, figlio di Dio.
Giovanni Battista ci svelerà Gesù come il vero buon pastore che porta in braccio gli agnellini e segue con amore il lento procedere delle pecore madri. Giovanni con la sua rudezza e austerità ha la forza del testimone non solo insegna, ma esige la conversione, riconoscendo i nostri peccati.
La penitenza sacramentale è una tappa obbligatoria dell'Avvento, se vissuta con novità. Stacchiamoci dall'immagine del giudice e del tribunale, andiamo oltre il rito dell'accusa e della assoluzione. Confessiamoci a Gesù e a chi lo rappresenta con il gesto interiore di piegarci umilmente a terra, supplicando di poter almeno accedere ai legacci dei suoi sandali.
Viviamo in un mondo di peccato, ma pochi si riconoscono peccatori, perché si è perso il senso dell'amore.

Testimonianza di Parola vissuta

Un giorno con mio marito, si era creata una forte tensione.
"C'è qualcosa che non va?" gli ho chiesto. E lui: "Non ci vuole mica il mago per capirlo".
Secondo lui io non capivo le sue esigenze. Era vero, perché mi dicevo: "Ma è possibile che con tante cose belle della nostra vita, lui si ferma alla sola cosa che non va?". Siamo andati a dormire con il broncio.
L'indomani pensavo: "Siamo una squadra, per risollevare lui devo lavorare su di me, addolcire il mio cuore, chiedere scusa". Non ci riuscivo. Per fare il passo, ho pensato ad un atto d'amore concreto per lui, che è appassionato di calcio; per farlo felice, ho rinviato un appuntamento fissato per quella sera perché potesse vedere la partita di coppa.
Ma per ricominciare davvero dovevamo chiarirci.
Così, nonostante la stanchezza e gli impegni, siamo usciti una sera e, prima uno e poi l'altro, ci siamo aperti in una confidenza profonda, come non capitava da un po'.
Ci siamo visti diversi e ci siamo capiti. Direi ri-innamorati.

(G.S.)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)



Essere fecondi

"Chi ascolta queste mie parole e le mette in pratica è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia" (Mt 7,24-25). Diversamente si costruisce, da stolti, sulla sabbia (cf Mt 7,26-27).
Chi ascolta "costruisce" comunque, ma a seconda di dove si costruisce si sperimenta l'esito della nostra opera.
E' certo: non mettere in pratica la Parola, significa essere sterili.
Chi ascolta "costruisce", ma chi mette in pratica "costruisce sulla roccia", cioè le sue opere sono solide, hanno un futuro, sono feconde: sta proprio qui la fecondità e la stabilità del nostro ascoltare la Parola.
Sono convinto che è cosa ottima (anzi necessaria) ascoltare, imparare, leggere, meditare: costruisce... e gratifica; ma se non metto in pratica, rimango sterile.
Spero di non essermene accorto troppo tardi...

Un altro aspetto, poi, di come la Parola possa produrre tutti i suoi frutti in maniera abbondante è quando viene vissuta in comunione con altri. Ho provato a vivere così, insieme ad altri: si viene a creare una "circolazione" spirituale che produce i suoi frutti, che fa crescere la comunità. I frutti della Parola vissuta vengono comunicati, donati, per la crescita dell'intero "corpo", per la costruzione della casa su un fondamento stabile, sulla roccia.
Molte volte mi sono chiesto quale fosse il mio compito in seno alla comunità che sono chiamato a servire, nella diaconia della Parola. E' fuor di dubbio: vivere e comunicare: suscitare nelle persone questa "comunione" nella Parola, nelle esperienze della Parola, in modo che la comunità prenda coscienza di essere luogo della presenza della Parola, Chiesa, Verbo incarnato.

martedì 2 dicembre 2008

Oltre la notte

Ogni tempo ha la sua notte!

E ogni notte è vinta solo da chi vi si sottrae nella vigilanza. Il nostro tempo anzitutto vive la notte della verità, per cui tutto è vero e, allo stesso tempo, tutto è falso, una notte in cui ognuno baratta e vende la sua opinione e il proprio interesse per certezze granitiche. Il nostro tempo vive poi la notte del cuore e dei sentimenti: la crisi che attraversa le nostre famiglie lo testimonia, la fatica della fedeltà coniugale lo testimonia, i gelidi silenzi che calano nelle nostre tavole lo testimoniano. Il nostro tempo vive infine anche la notte dei valori, offuscati da sostanze che uccidono, confusi con il proprio piacere, ordinati secondo il proprio arbitrio. È la notte della vita, quando l'uomo perde Cristo e l'amore del Padre.
Vegliare significa reagire operosamente…
La storia è attesa, ma non è una sala d'aspetto in cui incrociare le braccia. La nostra operosità non nasce dalla convinzione di abbreviare la notte, ma dalla speranza certa che essa ha una fine. La sua fine coincide con il fine della nostra operosità.
(dal commento di Claudio Arletti sulla Parola della prima domenica di Avvento. Cf Vita Pastorale, n. 10/2008)

È dell'amore vigilare!
Quando incontro qualcuno lungo il corso della mia giornata, ho un'unica occasione per "essere": accogliere chi mi passa accanto e non mi sfiori invano.
Se in me c'è la Vita, posso trasmetterla, magari solo con lo sguardo o con un sorriso, allontanando, anche con fatica, ogni giudizio, ché solo a Dio compete giudicare.
Sperimento così la beatitudine di chi ha ricevuto dal Padre cose nascoste ai dotti e ai sapienti, perché così è piaciuto a Lui (cf Lc 10,21-24).
Così vivo la mia diaconia e contribuisco per la mia parte alla pace e alla fraternità, dove gli opposti si riconciliano, "il lupo dimora con l'agnello, il vitello e il leoncello pascolano insieme, e la saggezza del Signore riempie il paese, come le acque ricoprono il mare" (cf Is 11,1-10).

lunedì 1 dicembre 2008

Vegliare con il cuore

Riporto un passo del commento di Claudio Arletti sulla Parola di ieri, prima domenica di Avvento (cf Vita Pastorale, n. 10/2008): "Mai smettere di attendere colui che squarcerà i cieli".
Forse non ce accorgiamo, ma il frastuono del mondo in cui siamo immersi ci fa perdere di vista il senso profondo della nostra esistenza ed appesantisce il cuore.

Vegliare con il cuore significa non dimenticare mai che viviamo la notte dell'assenza e dell'attesa.
Vegliare significa vivere con il cuore proteso. Chi vive ogni istante come un passo in più compiuto verso la fine dei tempi, è sempre con colui che attende. È già con Cristo. I nostri fratelli monaci da sempre esprimono con il loro vegliare notturno anche l'attesa di tutto il creato e del cosmo. Noi sentiamo che tutta la natura e la storia attendono. Attendono un compimento, una redenzione, una liberazione.
(…)
Mentre fuori il mondo dorme, il credente ritarda il proprio sonno anche solo di pochissimi minuti per consacrare al Signore quell'istante, quella frazione della notte. L'ultima preghiera della giornata, piccola veglia gravida di significati, risponde all'intuizione di orientare il riposo, chiudendo gli occhi ma non assopendo il cuore.


Il cuore non dome mai, sa cogliere ogni istante e lo offre come un inno alla vita ed alla luce. E chi ti incontra riprende a sorridere ed a sperare.