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venerdì 9 ottobre 2009

Il segreto della felicità

11 ottobre 2009 – 28 a domenica del Tempo ordinario (B)

Parola da vivere


Va', vendi quello che hai e dallo ai poveri;
e vieni! Seguimi!
(Mc 10,21)


Il vangelo ci presenta l'incontro di Gesù con un giovane insoddisfatto delle regole e delle pratiche religiose. Questi chiede a Gesù: "Cosa devo fare per essere felice?".
Gesù lo guarda con particolare amore e gli fa la sua proposta: "Vendi ciò che hai, dallo ai poveri e poi vieni e seguimi". Quell'uomo se ne andò triste, perché aveva molti beni.
Questa parola non è solo per chi ha fatto la scelta di rinunciare alle ricchezze, ma vale per tutti. Tutti infatti corriamo il pericolo di attaccarci alle cose e alle persone. E così il cuore non è libero di seguire Gesù. Tutto ci è stato dato in dono, nulla ci appartiene, ci è dato solo in uso.
E come hanno fatto i primi cristiani, anche noi possiamo mettere in comune i nostri beni, affinché si realizzi quella comunione che caratterizzava le prime comunità cristiane.
Questo richiede un superamento che libera l'anima e dona la pace. E così, animati dalla Sapienza, ci apriamo alla Parola di vita per correre nella via dell'amore.

Testimonianza di Parola vissuta


Insieme ai nostri due figli, abbiamo sentito fortemente l'esigenza di fare qualcosa di più per il nostro piccolo paese, schiacciato da tanti problemi sociali: coppie smembrate, ragazze madri, immigrati clandestini, povertà e miseria morale.
E così il grazioso appartamentino, ereditato dai nonni, è diventato un centro d'ascolto a servizio del territorio. In paese sono stati felicissimi di questa iniziativa: i parenti, gli amici e tanti altri sono stati coinvolti nel volontariato.
In questo modo ci sono state date nuove possibilità per aiutare concretamente tante persone in difficoltà: l'accoglienza di Sonia, una ragazza madre slava, sostenuta prima e dopo la nascita del piccolo Piero, le cene per le donne ucraine che lavorano nel paese, una mini-scuola per genitori e la collaborazione con vari giovani per la realizzazione di alcuni progetti in Africa... Abbiamo l'impressione che in quell'appartamento abiti ormai "un piccolo mondo unito".

(T.P.)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, esperienza in parrocchia)

lunedì 5 ottobre 2009

Una famiglia come le altre, ma…


Ripensando al vangelo di domenica scorsa (Mc 10,2-16) sul progetto di Dio sulla famiglia, mi viene spontaneo guardare alla mia, che, pur essendo una famiglia come tutte le altre con tutti i suoi limiti, le difficoltà che tutti incontrano e con tutte le sue gioie, ha ricevuto anche il dono del ministero diaconale; un dono di cui non ringrazieremo mai abbastanza.
Ho avuto modo di parlarne in questo blog: vedi per esempio gli interventi raggruppati in "famiglia diaconale" ed il primo (per conoscerci, la nostra esperienza) con cui ho aperto questo "lavoro" ed abbiamo raccontato l'inizio di questa nostra "avventura".
Il segreto è la preziosità dell'esperienza di essere, nella nostra naturale e spirituale diversità, una "cosa sola". La "stessa carne", di cui parla il vangelo, è una realtà oggettiva, ma di cui si prende progressivamente coscienza col "viverla" giorno per giorno.
Alle volte mi viene chiesto come faccio a conciliare il mio essere sposo e padre con il mio essere diacono: non è una questione di tempo da suddividere tra famiglia e chiesa, quanto piuttosto un essere, nel momento presente, la stessa realtà, sia nel pubblico che nel privato: essere me stesso, con la medesima disponibilità e il medesimo stile di servizio e di attenzione verso gli altri, sia che siano figli o moglie o persone della parrocchia o colleghi di lavoro.
Fin da quando ci siamo conosciuti, mia moglie ed io, abbiamo sentito la necessità di comunicarci sempre tutto quello che ci veniva in cuore, con molta libertà in modo da aiutarci reciprocamente anche a limare certe nostre “spigolature” che ciascuno ha. Però questo venirci incontro l’un l’altro non era uno scendere a compromessi, ma un aiutarci a scegliere meglio e prima di tutto Dio, che sentiamo avere il primo posto nella nostra vita: abbiamo avuto la fortuna di capire da subito che il nostro "essere insieme" nasceva e si sviluppava a partire dal nostro personale rapporto con Dio.
Per questo dialogo che c’era tra noi è stato spontaneo, da parte mia, comunicare a mia moglie Chiara quanto sentivo in cuore riguardo alla chiamata al diaconato. È stata una progressiva scoperta e conoscenza reciproca.
Insieme ci confrontiamo quotidianamente, sforzandoci di andare al di là dei nostri limiti, perché la forza della nostra unità nasce dalla comunione con la Parola vissuta e comunicata, con semplicità, nella gioia e nel dolore che ogni famiglia sperimenta, nelle delusioni che la nostra vocazione ecclesiale comporta e nella gratitudine per aver ricevuto un dono così grande, sperimentando così che l'essere "una sola carne" è essere "uno" in Gesù che ci ha uniti e come tali ci vede.
Solo in questo contesto si può comprendere nella sua pienezza il consenso che viene richiesto alla moglie per l'ordinazione diaconale del marito.
È straordinario costatare come le persone si accorgano se nella mia vita di diacono, nelle parole che dico, nelle omelie che faccio, è presente la persona di mia moglie; se la mia vita evangelica che cerco di trasmettere non è solo mia, ma è frutto della nostra unità.
Sperimentiamo così la bellezza della famiglia diaconale, che sentiamo speciale, perché, famiglia come tutte le altre, è però al servizio non solo della comunità in cui si è presenti, ma anche al servizio del mondo sacerdotale, per il legame profondo che attraverso il marito diacono ha con il sacramento dell'ordine.


venerdì 2 ottobre 2009

Una comunione d'amore, una sola esistenza

4 ottobre 2009 – 27a domenica del Tempo ordinario (B)

Parola da vivere


Lascerà suo padre e sua madre,
e i due diventeranno una carne sola
(Mc 10,7)


A Gesù sta a cuore la bellezza e il valore del rapporto: Il nostro rapporto con Dio e con i fratelli. Questo vale in modo particolare nella relazione d'amore fra l'uomo e la donna nel matrimonio.
È una visione stupenda quella che Gesù propone del matrimonio: "i due saranno una carne sola". Una comunione d'amore da renderli una sola esistenza. Una comunione d'amore che non si spegnerà neppure con la morte. Perché l'amore, se è autentico, dice "per sempre". E sulla terra è un segno del rapporto d'amore di Dio Trinità.
Di conseguenza l'amore fra un uomo e una donna è frutto di una vocazione: "Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi". È una chiamata stupenda a una donazione reciproca, fino a dare la vita uno per l'altro. Non un amore chiuso in se stesso, ma aperto alla vita di nuove creature e aperto alla comunità.
Un amore impegnativo dunque, che deve essere continuamente rinnovato reciprocamente e alimentato da un rapporto personale e comunitario con Dio e con i fratelli.


Testimonianza di Parola vissuta


Siamo sposati da 10 anni - dice Clara - ed abbiamo un bambino di 5 anni, Riccardo, e una bambina di 3 mesi, Laura. Già da fidanzati le distinzioni fra noi erano particolarmente marcate e, come sempre accade, con il matrimonio i confronti sono diventati più accesi. Alla base però c'era sempre un forte amore che ci faceva ricominciare con tanta gioia ed entusiasmo e spesso quelle stesse diversità (ad esempio, troppo organizzato Roberto, troppo improvvisatrice io) servivano proprio a dare un giusto equilibrio al nostro vivere quotidiano.
Oggi siamo davvero contenti e soddisfatti di questi 10 anni trascorsi insieme. I contrasti non mancano neanche adesso, tuttavia, diversamente da quanto ci accadeva nei primi anni di matrimonio, siamo convinti che la ricerca e la conquista dell'armonia passa attraverso il rispetto dell'altro, soprattutto accettandolo nelle diversità che lo caratterizzano. In particolare siamo più consapevoli che nel momento del contrasto, più che rimarcare le divisioni, occorre cercare e valorizzare ciò che ci unisce.
A tal proposito - continua Roberto - una domenica dello scorso carnevale è accaduto un episodio significativo. lo ero in poltrona a seguire le partite di calcio (da sempre motivo di scontro) mentre Clara, considerata la bella giornata, gradiva andare a vedere una sfilata di carri insieme a me e a Riccardo. La cosa non mi trovava particolarmente (per non dire affatto) concorde, visto che preferivo gustarmi il pomeriggio sportivo alla tv. Tuttavia ho assecondato il desiderio di Clara con grande sacrificio e il mio umore era davvero nero: sentivo di aver rinunciato a qualcosa a cui tenevo molto. Immaginate quale potesse essere l'atmosfera!
Poi però tutto è diventato occasione in cui la nostra famiglia trovava un momento di forte unione e alla fine della giornata abbiamo scoperto di aver trascorso un pomeriggio veramente importante con amici e con le persone più care. Il cattivo umore iniziale aveva lasciato il posto a una grande serenità e gioia perché, nonostante fossimo partiti da due posizioni totalmente diverse, siamo riusciti a far emergere ciò che in quel momento ci univa: il desiderio di agire concretamente nell'amore l'uno per l'altro. Il risultato è stato un pomeriggio di gioia per tutta la famiglia.

(Clara e Roberto)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, esperienza in parrocchia)

giovedì 1 ottobre 2009

Carità, dono e arte da apprendere


Oggi si fa memoria di santa Teresa di Liseux.
Penso spesso a lei, perché è stata una delle persone che più hanno inciso, soprattutto nella mia giovinezza, sulla mia vita spirituale.
Mi ricordo il mio primo incontro con lei, quando ai primi anni del liceo, lessi la Storia di un'anima. Pur vivendo in un ambiente cattolico e molto impegnato ed evangelicamente motivato, l'incontro con l'esperienza spirituale di quest'anima mi ha dato un impulso determinante nella mia vita e nella mia "scelta di Dio": maturo un rapporto più personale e intimo con Gesù e dedico molto tempo alla preghiera. Ma quello che ha dato un'impennata alla mia anima è stata la "scoperta" di Gesù presente nel mio prossimo, guardando alla vita di Teresa. Dico questo, perché il fatto di "vedere Gesù nel prossimo" era una novità negli ambienti cristiani di quel tempo. Il fatto di averlo comunicato ai miei "amici" provocava una certa incomprensione ed alle volte derisione.
Ora, dopo tanti anni, rivedo la "vocazione di Teresa" ad essere "l'amore nella chiesa" come un qualcosa che mi appartiene intimamente, anche per quello che Dio adesso chiede a me.
"La carità – scriveva santa Teresa – mi offrì il cardine della mia vocazione".
La carità, di cui anche il diacono ne è testimonianza speciale nella comunità, è un dono ed al tempo stesso "un'arte" che si apprende.
Nel riquadro a lato (Zoom…) ho riporto alcuni passi del libro L'arte di amare di Chiara Lubich.
Scrive Chiara (in Le esigenze dell'amore vero):
«Arte impegnativa, con forti esigenze...
È un'arte che vuole si superi il ristretto orizzonte dell'amore semplicemente naturale diretto spesso quasi unicamente alla famiglia, agli amici… Qui l'amore va indirizzato a tutti…
È un amore che spinge ad amare per primi, sempre, senza attendere d'essere amati...
È un amore che considera l'altro come se stesso, che vede nell'altro se stesso...
Quest'amore non è fatto solo di parole o di sentimento, è concreto. Esige che ci si faccia "uno" con gli altri, che "si viva" in certo modo l'altro nelle sue sofferenze, nelle sue gioie, nelle sue necessità, per capirlo e poterlo aiutare efficacemente.
Quest'arte vuole che si ami Gesù nella persona amata… Cristo ritiene fatto a sé quanto di bene e di male si fa loro...
Quest'arte di amare vissuta da più persone porta poi all'amore reciproco: in famiglia, sul lavoro, nei gruppi, nel sociale…
Queste sono le caratteristiche dell'amore vero. Le esigenze che lo rendono speciale…».


mercoledì 30 settembre 2009

Accanto ai "lontani"


Il vangelo di domenica scorsa (Mc 9,38 e seg), con l'episodio di una certa intolleranza verso chi non è "dei nostri", ci ha fatto fare un esame di coscienza sul nostro personale e comunitario rapportarci con quelli che non sono "istituzionalmente" controllabili, eppure agiscono nel nome di Gesù o perseguono valori prettamente evangelici. Sono quelli che normalmente vengono chiamati "lontani". Vivono accanto a noi, li abbiamo in casa…
Come si colloca il mio essere a servizio della comunità, come diacono?
Sono animazione di quella diaconia che è accoglienza di ogni essere umano, che è segno ed immagine del Cristo presente in mezzo a noi, anche di chi non la pensa come noi o appartiene ad altra religione o non ha un riferimento specificatamente religioso?

Claudio Arletti nel suo commento a questo vangelo ci ricorda il "lontano" che ci interpella. «Chiamiamo "lontani" (parola usata abbastanza di frequente nel gergo ecclesiale) coloro che non si riconoscono nella comunità parrocchiale o nelle associazioni e movimenti cattolici. Chiamiamo "lontani" coloro che, in qualche modo, avvertiamo essere su una linea differente dalla nostra, quanto alla fede e alla sua prassi. Il vangelo di oggi mette profondamente in questione questa categoria e noi che l'abbiamo creata. I non appartenenti, infatti, da chi sono "lontani"? O da dove sono "lontani"? La lontananza da un certo modello di comunità ecclesiale è sempre identificabile con la lontananza da Cristo?
La pagina di Marco che abbiamo letto sembra distinguere nettamente il modo in cui Giovanni e il Maestro percepiscono questa categoria. E se i lontani li creassimo noi? Se fossimo noi a creare dei confini rigidi, in base ai quali c'è chi è dentro e chi è fuori?
L'obiezione mossa dall'apostolo all'esorcista non autorizzato si muove su due registri: il verbo "seguire" e il pronome "noi". Il verbo utilizzato è quello tecnico della sequela. Se il discepolo non si mette in atteggiamento di sequela, non è tale. Il problema è il complemento che fa da oggetto al verbo. Mai Gesù, anche quando già un piccolo gruppo si è costituito, chiama a sé nuovi discepoli usando il "noi". La sequela cristiana non consiste nell'aggregarsi a un gruppo, ma nel mettersi sulla strada di Cristo, lungo la quale incontro altri fratelli che la percorrono con me e per il mio stesso motivo.
È importante notare come i confini del Regno ospitino chi si prende cura dell'uomo e dei suoi mali. L'amore di Dio opera per riscattare gli ultimi, per cambiarne in meglio le condizioni di vita. La via della Chiesa non è la comunità ecclesiale intesa come tramite e fine di tutto. Il "lontano" allora ci interpella e ci provoca. La sua opera al servizio dell'uomo interroga la nostra pigrizia e il nostro culto, a volte così sterile e incapace di produrre solidarietà. Diversamente, la sequela di Cristo può anche produrre scandalo. L'intolleranza dei credenti ha un qualcosa di scandaloso, che ostacola il cammino dei piccoli».

Questa riflessione mi riporta al mio più genuino "essere per gli altri", presenza di quella chiesa che vuole essere accoglienza e segno dell'amore di Dio per tutti.
Il Direttorio mi ricorda: «I diaconi cerchino di servire tutti senza discriminazioni, prestando particolare attenzione ai più sofferenti e ai peccatori. La diaconia, infatti, deve far sperimentare all'uomo l'amore di Dio…» (nr. 38).

domenica 27 settembre 2009

Come il Padre ha amato me… (2)


È uscito il secondo (2. autunno: l'agire) dei quattro volumetti, pubblicati dall'editrice Città Nuova, dal titolo Come il Padre ha amato me…, 365 pensieri per l'anno sacerdotale, per accompagnare giorno per giorno il cammino di questo anno.

Gli argomenti riguardano l'agire, che deve seguire l'essere, perché «a differenza di altri mestieri - si legge nella prefazione - non si può "fare" il sacerdote. Si tratta di esserlo e di agire di conseguenza.
(…) testimoni prima che maestri; servi per amore; fratelli tra i fratelli nel loro pur singolare servizio all'insieme del popolo sacerdotale.
Se l'agire sgorga dall'essere e ad esso rimane sempre ancorato, allora facciamo la salutare esperienza che la vita si unifica e diventa feconda. E si diffonde fra le persone ciò che unicamente conta: l'Amore. Quell'Amore che discende dall'intimo della vita del Dio uno e trino e riannoda tutti i rapporti spezzati e perciò salva».

Quanto detto per il sacerdote vale anche per il diacono, chiamato anche lui a servire la medesima comunità cristiana.

Come per il primo volumetto (1. estate: l'essere) riporterò i pensieri sul mio sito di testi e documenti.


venerdì 25 settembre 2009

Dire Dio con la vita

27 settembre 2009 – 26a domenica del Tempo ordinario (B)

Parola da vivere


Fossero tutti profeti nel popolo del Signore (Nm 11,29)


Il popolo di Israele sta attraversando il deserto, dove incontra tante difficoltà. Ma Dio non abbandona i suoi eletti e rivolgendosi a Mosè lo invita a scegliere settanta anziani. Su di loro avrebbe inviato lo Spirito, che già è presente in Mosè stesso. Essi lo avrebbero aiutato nel suo compito di guida. Dio mantiene la sua promessa, come al solito in maniera sovrabbondante. Infatti troviamo un caso di profezia non controllato istituzionalmente e rispetto al quale Mosè, contrariamente all'invito di Giosuè a impedirlo, si comporta con tolleranza e apertura. Anzi augura che lo Spirito di profezia si diffonda sull'intero popolo. Mosè, uomo di Dio dal cuore grande, accoglie il bene anche quando questo si manifesta in forme non pienamente controllate dall'istituzione.
Questo augurio di Mosè si è realizzato in noi cristiani. A partire dal Battesimo, come Gesù siamo sacerdoti, re e profeti. La profezia non è la proprietà di chi sa predire il futuro, ma è il dono di chi sa parlare al posto e in nome di un Altro. Per noi cristiani essere profeti significa far sì che la nostra vita esprima Dio. E poi questa parola ci invita ad avere un cuore magnanimo che sa cogliere il bene dovunque è presente: anche questo fa parte dell'essere profeta.


Testimonianza di Parola vissuta


Vicino a noi abitava Assan e trovandomi un giorno a consegnare i bollettini parrocchiali ai suoi vicini, ho pensato di suonare il campanello della sua abitazione. Mi sono presentata offrendo anche a lui il foglietto parrocchiale spiegandogli di cosa si trattava. Lui lo ha accettato perché sapeva leggere l'italiano e ho visto in lui una apertura al dialogo. Abbiamo iniziato una breve conversazione venendo così a sapere che era in attesa che arrivasse la moglie e la figlioletta dal Marocco.
Fu così, che qualche tempo dopo, ho conosciuto Aisha, e piano piano è nata tra noi una stima e un'amicizia reciproca fatta di piccoli gesti di amore concreto e di grande ospitalità da parte loro.
Spesso, conversando tra noi, si finiva per parlare di Dio. Sentendo in lei questo grande amore e devozione per Dio, ho iniziato piano piano a leggerle qualche frase del Vangelo che mi sembrava universale, tratta dal foglio della Parola.
Da qualche anno mi chiede di portarselo a casa per sottolinearsi quelle frasi che, come dice lei: "le fanno tanto bene al cuore".

(Francesca M., VI)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, esperienza in parrocchia)