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martedì 11 agosto 2015

Amare come Dio ci ama


Abbiamo bisogno di dilatare il cuore sulla misura del cuore di Gesù. Quanto lavoro! Ma è l'unico necessario. Fatto questo, tutto è fatto.
Si tratta di amare ognuno che ci viene accanto come Dio lo ama. E dato che siamo nel tempo, amiamo il prossimo uno alla volta, senza tener nel cuore rimasugli d'affetto per il fratello incontrato un minuto prima. Tanto, è lo stesso Gesù che amiamo in tutti.
Ma se rimane il rimasuglio vuol dire che il fratello precedente è stato amato per noi o per lui... non per Gesù.
E qui è il guaio.

La nostra opera più importante è mantenere la castità di Dio e cioè: mantenere l'amore in cuore come Gesù ama. Quindi per essere puri non bisogna privare il cuore e reprimervi l'amore. Bisogna dilatarlo sul cuore di Gesù e amare tutti.

E come basta un'ostia santa dei miliardi di ostie sulla terra per cibarsi di Dio, basta un fratello - quello che la volontà di Dio ci pone accanto - per comunicarci con l'umanità che è Gesù mistico.
E comunicarci con il fratello è il secondo comandamento, quello che viene subito dopo l'amore di Dio e come espressione di esso.


(Chiara Lubich, Amare tutti - Uno alla volta, in L'arte di amare)

lunedì 10 agosto 2015

Di ritorno dal Convegno di Campobasso


Ho partecipato con mia moglie al Convegno nazionale dei diaconi, promosso dalla Comunità del Diaconato in Italia, svoltosi dal 5 all'8 agosto a Campobasso.
Non siamo estranei ad esperienze di questo genere, ma questa volta il Convegno è stato coinvolgente in tutti i sensi, bello, che ci ha colmato l'anima di riconoscenza per il dono del diaconato.
Ospitati in modo eccellente dalla diocesi di Campobasso Bojano, abbiamo sperimentato la vicinanza del vescovo padre Giancarlo Bregantini, una vicinanza non solo fisica (era presente a tutto il Convegno, facendoci da guida alla visita alla città ed alle sue chiese), ma soprattutto spirituale: un padre che ha veramente a cuore tutti.
Erano presenti 250 i partecipanti da 70 diocesi d'Italia: oltre ai diaconi, 75 mogli ed una quindicina di delegati vescovili.
Il tema: La famiglia del diacono "scuola di umanità". Tema molto importante e di estrema attualità.

Ecco in sintesi alcuni temi:

 L'introduzione di don Giuseppe Bellia, direttore della rivista Il Diaconato in Italia, ha posto l'accento sulla Diaconia, volto umano di Dio. È Dio che si rivela! Un servizio che parte dalla "conoscenza" di Gesù Cristo: prima, infatti, viene Cristo, poi viene la diaconia. Perché, nel servizio, non è tanto quello che si fa o viene permesso di fare, ma quello che si è, nel nostro rapporto vitale, gioioso con Cristo. Così, la "casa" del diacono diventa il primo luogo della diaconia e scuola per ogni altra diaconia.
 La relazione del dott. Giancarlo Brunelli, direttore de Il Regno Attualità e Documenti, EDB, sul tema Dal Sinodo sulla Famiglia al Convegno ecclesiale di Firenze: cammino della Chiesa tra Sinodalità e Misericordia. Un commento dei cinque verbi, delle cinque vie, per il cammino della Chiesa (Uscire, Annunciare, Abitare, Educare, Trasfigurare), applicati alla diaconia del diacono e della sua famiglia.
 La relazione di mons. Arturo Aiello, vescovo di Teano e Membro della Commissione Episcopale per il Clero e la Vita consacrata, sul tema La famiglia del diacono scuola di umanità. La famiglia del diacono: una famiglia sì come tutte le altre, con le sue gioie e le sue sofferenze, ma con una "attenzione" in più nell'accoglienza (prima dentro e poi fuori), con una "tenerezza" che esprima un luogo di "guarigione" per la possibilità di accoglierci veramente come siamo, dove l'arte del dialogo si fa prossimità, è un vivere "accanto" e non "insieme": famiglia che si incontra…
 La relazione del card. Beniamino Stella, Prefetto della Congregazione del Clero, sul tema La visione e le aspettative sul diaconato nell'insegnamento pontificio. Dopo una mirabile sintesi storica del diaconato fino al suo ripristino nel Vaticano II, il cardinale ha focalizzato alcuni spunti attuativi per le diocesi, quali in primis l'atto di nomina, un atto non solo formale, ma identificante, sia del luogo che dell'incarico specifico, in analogia con i presbiteri, anche se per i diaconi non è ancora così evidente in molte diocesi. Si è messo l'accento sul rischio della supplenza per mancanza di presbiteri, perché può far perdere la specificità degli ambiti propri del diacono, soprattutto nel rapporto con il mondo (rapporto poco valorizzato ma specificatamente diaconale), quale presenza qualificata della Chiesa.
 La relazione, l'ultimo giorno, di padre Raniero Cantalamessa, sul tema Il diacono servitore di Cristo. Esposizione sapienziale della diaconia evangelica, quale premessa per ogni diaconia, anche ordinata, ("A cosa mi serve essere diacono, se non ho l'animo diaconale?"), sull'esempio di Gesù ("Vi ha dato l'esempio, perché anche voi facciate altrettanto…"): nell'essere servitore è riassunto tutto il senso della vita di Gesù. Nella Chiesa il carisma è in funzione della diaconia, perché un carisma senza servizio è un "talento sotterrato": la Chiesa è carismatica per essere diaconale, dove il servizio scaturisce non dal fare ma dalla Carità, dall'Agape… come Dio; dal "farsi piccolo per amore" di Dio, dal suo "discendere", perché Dio non può che "scendere". Una grandezza che si esprime nel servizio! È un servizio, quello del discepolo che ha per beneficiario il prossimo e per destinatario Dio, come Cristo, che "ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore".

Belle le testimonianze che sono state offerte, in particolare quelle dei tre fratelli Buccarella, diaconi della diocesi di Roma con le loro spose; quella di Giuseppe Colona, sempre della diocesi di Roma che ha raccontato dell'esperienza della missione dei diaconi romani in Perù; di Francesco Portes e di sua moglie, brasiliani: lui vicepresidente del Consiglio Nazionale per i diaconi del Brasile; ed altre.

Interessanti, infine, i vari gruppi di studio nei quali si è potuto approfondire quanto esposto nelle relazioni e, soprattutto, comunicarci esperienze personali e delle proprie diocesi. Di particolare importanza è stato lo spazio riservato alle mogli dei diaconi in un loro specifico incontro di scambio di esperienze e di una maggior presa di coscienza della propria identità accanto ai mariti diaconi.

Le relazioni in sala erano intercalate da momenti di preghiera: la veglia per la solennità della Trasfigurazione presso la Chiesa della Madonna dei Monti; la visita al Santuario dell'Addolorata di Castelpetroso; la santa Messa nella cattedrale di Campobasso…























La Regione Molise ha voluto offrire ai convegnisti una serata festosa nella piazza di Sepino, comune non distante da Campobasso.




venerdì 7 agosto 2015

Noi diventiamo Colui che ci abita


19a domenica del Tempo ordinario (B)
1 Re 19,4-8 • Sal 33 • Efesini 4,30-5,2 • Giovanni 6,41-51
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre
Non si diventa cristiani se non per questa "attrazione", non certo per indottrinamento o per coercizione. Io sono cristiano per attrazione: mi attira il Padre, come il pane, energia inesauribile che alimenta la vita, ogni vita. Si dà e scompare. Così anche i figli suoi faranno come Lui, si faranno pane buono.
Mangiare. Azione semplice, quotidiana, vitale, che indica cento cose, ma la prima è vivere. Mangiare è questione di vita o di morte. Dio è così: una questione di fondo. Ne va della mia vita. Il segreto, il senso ultimo nel tempo e nell'eterno è vivere di Dio. Non solo diventare più buono, ma avere Dio dentro, che mi trasforma nel cuore, nel corpo, nell'anima, mi trasforma in Lui.
Così san Leone Magno: Partecipare al corpo e al sangue di Cristo non tende ad altro che a trasformarci in quello che riceviamo.

Io sono il pane della vita
Dio in me: il mio cuore Lo assorbe, Lui assorbe il mio cuore, e diventiamo una cosa sola. Ed è il senso di tutta la storia: portare il cielo sulla terra, Dio nell'uomo, la Vita immensa in questa nostra piccola vita. Molto più del perdono dei peccati è venuto a portare: è venuto a dare se stesso!

Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo
Mangiare la carne di Cristo non si riduce al rito della Messa. Il corpo di Cristo non sta solo sull'altare: del suo Spirito è piena la terra! Dio si è vestito di umanità al punto che l'umanità intera è la carne di Dio. Infatti: quello che avete fatto a uno di questi l'avete fatto a me.
Mangiare il pane di Dio è nutrirsi di Cristo e di Vangelo, respirare quell'aria pulita, mangiare quel pane buono, continuamente.
E noi di che cosa ci nutriamo? Di che cosa alimentiamo cuore e pensieri? Stiamo mangiando generosità, bellezza, profondità? O stiamo nutrendoci di superficialità, miopie, egoismi, intolleranze, insensatezze?
Se accogliamo in noi pensieri degradati, questi ci riducono come loro; se accogliamo pensieri di vangelo, di bontà e di bellezza, essi ci fanno uomini e donne della bellezza.
Se ci nutriamo di Vangelo, il Vangelo darà forma al nostro pensare, al nostro sentire, al nostro amare. E diventiamo ciò che ci abita.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Io sono il pane vivo (Gv 6,51)
(vai al testo) - (---> pdf, formato A4, stampa a/r per A5)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata (12/08/2012)
Io sono il pane della vita (Gv 6,26)
(vai al testo)

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
La Parola e il Pane della vita (10/08/2012)

Commenti alla Parola:
  di Luigi Vari (VP 2015)
  di Marinella Perroni (VP 2012)
  di Claudio Arletti (VP 2009)
  di Enzo Bianchi

martedì 4 agosto 2015

Vivendo la Parola


Sfogliando il blog (In… visibile) dell'amico Tanino Minuta, ho ritrovato una sua esperienza - dal titolo Vivendo la Parola -, una sua esperienza di quando doveva passare il controllo alla frontiera con l'Ungheria ai tempi della "cortina di ferro".
Mi sono venuti così alla mente alcuni nostri incontri, parecchi anni fa: ci incontravamo alla stazione ferroviaria di Trieste (io abitavo in quella città) e Tanino era in attesa della coincidenza del treno che lo avrebbe portato "oltre".

Quanto scrive nel suo blog è sempre un balsamo per lo spirito.


Questa è l'esperienza che trascrivo:

«Quando in Ungheria vigeva il regime comunista, uno dei pericoli era l'Occidente con il suo sfrenato consumismo, con la sua pornografia, con le sue idee sovvertitrici. Così per entrare nel Paese il controllo era molto meticoloso.
Ogni volta che viaggiavo il passaggio della dogana era un'operazione chirurgica: Per chi questi regali? Come mai nella sua rubrica ci sono tutti questi ungheresi? Come mai li conosce? Quanti litri di alcol? Quanto caffè?...
Ogni volta uno stillicidio di domande e le risposte erano sempre prese con sospetto.
Tutti potevano essere nemici, soprattutto gli stranieri portatori del virus capitalista.
Mi son chiesto se il Vangelo avesse un suggerimento. L'ho trovato proprio nel comportamento di Gesù con la samaritana.
Gesù le chiede da bere, la mette nelle condizioni di amare per prima e da lì inizia il dialogo che porterà la donna a capire con chi stava trattando. Gesù suggerisce, per qualsiasi rapporto vogliamo avere, che ci sia innanzitutto la carità. Soltanto così le parole potranno essere veicolo di verità.
Alla prima occasione che ebbi di passare la dogana, con il carico che avevo nella macchina di regali vari, il controllo sarebbe andato per le lunghe. Per mettere il poliziotto nella condizione di amare per primo gli dissi che avevo un terribile mal di testa. Lui è corso a prendermi una medicina e un bicchiere d'acqua. Mi assicurò che tutto sarebbe andato per il meglio nel giro di qualche minuto perché quella medicina anche lui la usava. Mi salutò cordialmente senza fare nessun controllo.
Grande fu la lezione. Non tanto per il facile controllo ma perché ho sperimentato che con qualsiasi uomo, qualsiasi maschera gli abbiamo dato o si è messa da solo, l'unica via per guardarsi negli occhi è stabilire un rapporto di carità.
Da quella volta è diventato per me piacevole attraversare la dogana.
Ora certe frontiere non esistono più ma, come mi è capitato recentemente, ogni volta che attraverso quelle costruzioni che sono stati simbolo di terrore e paura, il ricordo più forte è che l'arte della "samaritana" è sempre valida».

domenica 2 agosto 2015

L'ultima creatura. L'idea divina del femminile


Durante il periodo di vacanze tra le montagne della Carnia (Udine) ho visitato (cosa che faccio ogni qualvolta mi è possibile ed ho la possibilità di trascorrere in po' del periodo estivo "dalle mie parti"), ho visitato la mostra di Illegio, piccolo centro montano del comune di Tolmezzo, Udine.
Illegio ospita ogni anno, nella Casa delle Esposizioni, una prestigiosa mostra d'arte.
Il tema di quest'anno: L'ultima creatura. L'idea divina del femminile.
È un tema affascinante: la donna, ultima creatura uscita dalle mani di Dio!

Si legge nel dépliant:

L'Ultima Creatura. L'Idea Divina del Femminile
Da Caravaggio a Rubens, da Veronese a Ricci, da Hayez a Messina: grandi donne bibliche nell'arte cristiana.

Alcune donne stanno nella storia biblica. Confondono gli uomini, avvincono Dio, sono piene di una grazia che diventa forza di combattimento, virtù indomabile. Nel percorso da Eva a Maria, le donne non vacillano mai. Le Scritture rendono omaggio alla loro bellezza che esse portano senza Vanto, concentrate su una missione da perseguire, a tracciare una via per la quale Dio stesso dovrà incamminarsi se vorrà arrivare a noi.
La mostra «L'ultima creatura. L'idea divina del femminile» ripercorre l'Antico Testamento e attinge a trenta musei - dagli Uffizi ai Vaticani, dalle Gallerie dell'Accademia di Venezia alla quadreria del Quirinale -, per raccontare con colpi di scena d'arte la storia sacra al femminile.
Il cuore è il massimo capolavoro di Caravaggio, "Giuditta e Oloferne" - evento eccezionale, la sua presenza alla mostra di Illegio -: c'è tutto, nel fascino del viso perfetto e contratto della paladina di Israele, nei solchi del volto della vecchia sua serva, nel volteggio misterioso del tendaggio di sfondo, nel sangue che zampilla dal collo del nemico sconfitto.
Accanto a quell'opera, quaranta capolavori dal Quattrocento al Novecento evocano dalla storia dell'arte una produzione immensa di bellezza su tela, che rispecchia il fascino spirituale e l'avvenenza corporea delle donne di Dio. E ripropone il femminile come un simbolo che accende il pensiero e strugge i sensi: non a caso, il corpo della donna, velato o svelato, è il simbolo - la mostra lo illustra - con cui si rappresenta nei secoli la missione dell'arte.
Dio, giocando la partita della rivelazione mossa dopo mossa, plasma la donna come ultimo atto della creazione: con l'idea divina del femminile ci manifesta il suo intento sublime. Perché dunque il Creatore volle la donna davanti a sé e davanti al maschile? La mostra di Illegio conduce a ritrovare la risposta, a ritrovare le madri della madre del Messia, i loro nomi e i loro amori necessari a comprendere il senso segreto del mondo.






venerdì 31 luglio 2015

Il pane "vero" che sazia la nostra fame di felicità


18a domenica del Tempo ordinario (B)
Esodo 16,2-4.12-15 • Sal 77 • Efesini 4,17.20-24 • Giovanni 6,24-35
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Datevi da fare per il cibo che rimane per la vita eterna…
Nel Vangelo di domenica scorsa Gesù distribuiva il pane (Gv 6,1-15); nel brano evangelico di questa domenica (Gv 6,24-35) Gesù stesso si distribuisce come pane, come un pane che si lascia consumare per dare vita: chi mangia di me non avrà fame, chi crede in me non avrà sete, mai! L'uomo nasce affamato, ed è la sua fortuna. Il bambino ha fame di sua madre che lo nutre di latte, di carezze e di sogni. Il giovane ha fame di amare e di essere amato. Gli sposi hanno fame l'uno dell'altra e poi di un frutto in cui si incarni il loro amore. E quando abbiamo raggiunto tutto questo e dovremmo sentirci appagati, risuonano piene di verità al nostro cuore le parole di sant'Agostino: ci hai fatti per te e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te.
C'è una fame più grande… è fame di cielo, fame di Dio! Fame di amare e di essere amati, fame di felicità e di pace, fame di vita più grande, più intensa: eterna!

Il Padre mio vi dà il pane del cielo, quello vero
Dio dà. Due parole semplicissime eppure chiave di volta del Vangelo: Dio dà. Dio non chiede, Dio dà. Dio non pretende, Dio offre. Dio non esige nulla, dona tutto. Un verbo così semplice: dare, che racchiude il cuore di Dio. Dare, senza condizioni, senza un perché che non sia l'intimo bisogno di fecondare, far fiorire, fruttificare la vita.
Il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo.
Ciò che dà pienezza alla vita del mondo è un pane dal cielo. La pienezza, un pezzo di Dio in noi.

Signore, dacci sempre questo pane
Dio è nella vita datore di vita. Dalle sue mani la vita fluisce illimitata e inarrestabile. E la folla capisce e insieme a noi dice: Dacci sempre di questo pane. La domanda diventa supplica, comando: Dacci! Sempre!
Gesù risponde con le parole decisive: sono io il pane della vita. Annuncia la sua pretesa assoluta: io posso colmare tutta la vostra vita. Io sono il divino che fa fiorire l'umano! Io sono un pane che contiene tutto ciò che serve a mantenere la vita: amore, senso, libertà, coraggio, pace, bellezza.

Quale il segno… Credere in Colui che il Padre ha mandato…
Chi crede in me... Credere è come mangiare un pane, lo assaporo in bocca, lo faccio scendere nell'intimo, lo assimilo e si dirama per tutto l'essere. Gesù in me si trasforma in cuore, calore, energia, pensieri, sentimenti, canto.
La nostra religione non è un insieme di dottrine, ma una vita divina da assimilare, una calda corrente d'amore da far entrare… perché giunga a maturazione l'uomo celeste che è in noi, affinché sboccino amore e libertà, nel tempo e nell'eterno.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
È il Padre mio che vi dà il pane dal cielo (Gv 6,32)
(vai al testo) - (---> pdf, formato A4, stampa a/r per A5)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata (5/08/2012)
Voi mi cercate perché avete mangiato di quei pani (Gv 6,26)
(vai al testo)

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
Diventare "pane" (03/08/2012)

Commenti alla Parola:
  di Luigi Vari (VP 2015)
  di Marinella Perroni (VP 2012)
  di Claudio Arletti (VP 2009)
  di Enzo Bianchi

venerdì 24 luglio 2015

Il "vero pane" sta nella condivisione


17a domenica del Tempo ordinario (B)
2 Re 4,42-44 • Sal 144 • Efesini 4,1-6 • Giovanni 6,1-15
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Dove potremo comprare il pane tutti costoro?
La moltiplicazione dei pani è un evento che si è impresso in modo indelebile nei discepoli, l'unico miracolo raccontato in tutti i vangeli. Ma più ancora che un miracolo, è un segno, evento decisivo per comprendere Gesù. Lui ha pane per tutti, è come se dicesse: io faccio vivere, io moltiplico la vita! Lui fa vivere: con le sue mani che risanano i malati, con le parole che guariscono il cuore, con il pane che significa tutto ciò che alimenta la vita dell'uomo.

C'è qui un ragazzo… ma cos'è questo per tanta gente?
Cinquemila uomini… sul monte, luogo dove Dio è più vicino, hanno fame, fame di Dio! Qualcuno ha pani d'orzo; l'orzo che è il primo dei cereali che matura, simbolo di freschezza e di novità; piccola ricchezza di un ragazzo, anche lui una primizia d'uomo. A Gesù nessuno chiede nulla, è lui che per primo si accorge e si preoccupa: Dove potremo comprare il pane per loro?
Alla sua generosità corrisponde quella del ragazzo: nessuno gli chiede nulla, ma lui mette tutto a disposizione. Primo miracolo! Invece di pensare: che cosa sono cinque pani per cinquemila persone? Sono meno di niente, inutile sprecarli. E la mia fame? Ma dà tutto quello che ha, senza pensare se sia molto o se sia poco. È tutto!

Li diede a quelli che erano seduti… quanto ne volevano
Per una misteriosa alchimia divina, quando il mio pane diventa il nostro pane accade il miracolo. La fame finisce non quando mangi a sazietà, ma quando condividi fosse pure il poco che hai. C'è tanto di quel pane sulla terra che a condividerlo basterebbe per tutti. Il Vangelo neppure parla di moltiplicazione ma di distribuzione, di un pane che non finisce. E mentre lo distribuivano il pane non veniva a mancare, e mentre passava di mano in mano restava in ogni mano. Come avvengono certi miracoli non lo sapremo mai. Neanche per questo di oggi riusciamo a vedere il «come». Ci sono e basta. Quando a vincere è la generosità.

Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie… li diede…
Giovanni riassume l'agire di Gesù in tre verbi "Prese il pane, rese grazie e distribuì", che richiamano subito l'Eucaristia, ma che possono fare dell'intera mia vita un sacramento: prendere, rendere grazie, donare. Noi non siamo i padroni delle cose. Se ci consideriamo tali, profaniamo le cose. L'aria, l'acqua, la terra, il pane, tutto quello che incontriamo, non è nostro, è vita che viene in dono da altrove e va oltre noi.

Raccolsero e riempirono dodici canestri
Ciò che riceviamo in dono, richiede cura, come il pane del miracolo (i dodici canestri di pezzi); le cose hanno una sacralità; c'è una santità perfino nella materia, perfino nelle briciole: niente deve andare perduto.
Accogliere e benedire: Dio, gli uomini, il pane, la vita… nella condivisione saranno dentro di noi sorgenti di Vangelo e di felicità.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo (Gv 6,9)
(vai al testo) - (---> pdf, formato A4, stampa a/r per A5)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata (29/07/2012)
Prese i pani e li diede loro (Gv 6,11)
(vai al testo)

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
Un pane condiviso (27/07/2012)

Commenti alla Parola:
  di Luigi Vari (VP 2015)
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