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lunedì 8 marzo 2010

L'unica meta


"Incontrare Cristo è l'unica meta", scrive Giuseppe Bellia nel suo intervento (Il diaconato: discernimento, formazione e stati di vita) al Convegno nazionale dell'agosto scorso e di cui sono stati pubblicati gli Atti nell'ultimo numero del 2009 della rivista Il diaconato in Italia.

I passi che riporto sono un semplice mettere a fuoco, in questi giorni, la dimensione più vera del nostro servizio diaconale. Si parla, nell'articolo, di come "un ministro della parola, restando ministro della parola, attraverso la liturgia eucaristica e la messa domenicale, diventa ministro della carità". "Allora, il discernimento (ha a che fare) con questi tre elementi: il primato della Parola, la centralità dell'eucaristia, la destinazione verso la missione e la fraternità".
E ci si chiede "Qual è il futuro di un orizzonte diaconale? …che cos'è il futuro che ci viene chiesto?... Riuscire ad indossare una dalmatica? Fare l'omelia? Fare tanto del bene?".
Sono domande serie, che (senza nasconderci dietro a un dito) ci interpellano direttamente.
"Il ministero cristiano – scrive Bellia - ci spinge a fare delle operazioni di discernimento. Si potrebbe dire con una domanda di immediata comprensione: sapete distinguere il quadro dalla cornice? Cosa è più importante il quadro o la cornice? (…) Spesso noi scambiamo la destinazione di un ministero con la sua cornice che è il luogo dove siamo messi, le cose che ci vengono chieste…
Il quadro, invece, è un altro.
Se il quadro è incontrare Cristo, ogni vocazione si decide proprio nell'incontro con Cristo. È così anche nel matrimonio cristiano. L'unità non è data dall'antropologia di base: siccome due stanno bene insieme allora c'è di mezzo il sacramento. Non è così. Per noi cristiani è al contrario: siccome i due cristiani hanno conosciuto Cristo, si uniscono in Lui: in Cristo l'uomo non può separare ciò che Dio ha congiunto. E nel caso in cui nel matrimonio solo uno dei due è radicato in Cristo, basta quel radicamento a reggere l'unione. Questo vale anche nei tre gradi dell'unico sacramento dell'ordine. La cosa più importante è incontrare Lui. (…)
Non si dà una cornice sproporzionata a un quadro grandioso ma se il quadro è meschino, se il quadro è l'autopromozione di qualcuno che umanamente aspira al diaconato perché è una rivincita, una rivalsa su sé stesso o sul proprio ambiente, a che vale la cornice? (parlo ai diaconi ma per noi preti è anche peggio, in uno degli ultimi, scritti il cardinal Martini metteva in evidenza quanto sia diventata imperante l'autocensura in vista di un'autopromozione). Il punto di riferimento nel quarto Vangelo è al capitolo 12,26: «Se uno mi vuoi servire mi segua». Il primato è dato alla sequela, non al fare qualcosa per lui, e Matteo sia alla fine del capitolo 7 delle Beatitudini, sia nel mirabile capitolo 25 presenta alcuni che hanno fatto, strafatto per Lui, che però risponde: «Andate via operatori di iniquità». Dunque c'è il rischio che si possa servire senza seguire. O che si possa servire senza avere più alcuna attesa".

Mi sono rimesso, in questo periodo di quaresima, a guardare, con occhi e cuore nuovi, a quel "Quadro" che altro non è se non la ragion d'essere del nostro essere e del nostro agire, il Signore Gesù.


sabato 6 marzo 2010

Ministro di quella carità che conduce all'unità


Ho ripreso alcuni pensieri pubblicati nel terzo volumetto Come il Padre… sull'anno sacerdotale (di cui ha parlato più volte) e che vengono raccolti sotto il titolo Icone dell'unitrinità. È quanto mai illuminante, per non lasciarsi prendere dalle "cose da fare", focalizzare la nostra vita, di sacerdoti o diaconi, su un aspetto fondamentale: la carità, non tanto e non solo fine a se stessa, ma come anima di quel moto che costruisce l'unità, fa vivere "a corpo" e fa della comunità un giardino fiorito.

La carità di Dio infatti colma ogni divisione:
«È Gesù crocifisso che, nel suo grido d'abbandono, ha voluto assumere tutte le divisioni del mondo, tutte le eredità del nostro peccato. …ha pagato ogni divisione del mondo e la nostra fra cristiani» (Chiara Lubich).

È la vita di Dio che discende fra gli uomini:
«La legge immacolata del Signore è la carità, che ricerca non il proprio interesse, ma quello dei più. Ed è chiamata legge del Signore, sia perché egli vive di essa, sia perché nessuno la possiede se non per dono suo... La carità stringe la Trinità e la rinserra in un legame di pace... Ed è la sostanza stessa di Dio» (San Bernardo).
«Come si chiama questa forza coesiva, atta a tenere insieme il corpo parrocchiale, l'umanità desiderosa d'essere unita in Cristo? Lo sanno tutti: si chiama la carità. Scende dal Cielo, quale fiume regale e benefico… È la grande legge costitutiva della Chiesa… il grande distintivo, idoneo ad indicare il grado della vita ecclesiastica» (Paolo VI).

Questa carità porta all'unità, alla comunione nelle varie componenti della chiesa:
«Affinché questa desiderabile collaborazione diventi e rimanga una realtà, si richiede che sacerdoti e laici siano centrati su Cristo e non su se stessi. Sono chiamati a promuovere il regno di Cristo, non il proprio interesse o quello del loro gruppo. Non devono sentirsi ingaggiati in una battaglia per il potere» (Card. F. Arinze).

Siamo infatti tutti "collegati" in un sol corpo:
«Tutti siamo in Cristo una cosa sola, per cui nessuno è staccato dalla funzione assegnata all'altro e non c'è parte, per quanto piccola, che non sia in diretto collegamento con il capo» (San Leone Magno).

In questa unità del corpo, il sacerdote e il diacono hanno una forma particolare, rappresentano sacramentalmente Cristo:
«"Agite in mia persona, agite in modo che io stesso agisca in voi". Il sacerdote (il diacono) potrà essere sacerdote (diacono) soltanto se abita nell'intimo di Cristo, unito totalmente alla sua vita e al suo amore… Quando il sacerdote (il diacono) dice "io", deve immedesimarsi con l'io di Cristo, perché Cristo stesso vuol dire "io" in lui» (Klaus Hemmerle).

Cristo, che è presente ed operante nella persona del suo ministro, ha una risonanza speciale se chi lo rappresenta non è "solo", ma vive "a corpo":
«Nel Vangelo di Giovanni si trovano molto spesso queste parole di Gesù: "Quello che io vi dico non viene da me ma dal Padre..., le opere che io faccio non sono mie ma del Padre...". Gesù sembra rinunciare ad ogni autonomia nei confronti del Padre; perde ogni autonomia, ma è Gesù, quella persona umano-divina, incarnata nella storia, apparentemente condizionata dalla cultura e dalle strutture del tempo, ma in realtà totalmente libera, tanto da essere capace di offrire la propria vita e morire "per" l'umanità. E nessuno ha amore più grande, cioè nessuno è così vicino alla perfezione di Dio, come chi dà la vita per gli altri. Ora, il dar la vita implica il distacco da se stessi e dalle persone, rinunciare ai propri beni e alle proprie idee, alla propria cultura…» (Silvano Cola).
«Il ministero ordinato ha una radicale "forma comunitaria" e può essere assolto solo come "un'opera collettiva"» (Giovanni Paolo II).
«Nessun presbitero è quindi in condizione di realizzare a fondo la propria missione se agisce da solo e per proprio conto, senza unire le proprie forze a quelle degli altri presbiteri... Ciascuno dei presbiteri è dunque legato ai confratelli col vincolo della carità, della preghiera e della collaborazione nelle forme più diverse, manifestando così quella unità con cui Cristo volle che i suoi fossero una sola cosa, affinché il mondo sappia che il Figlio è stato inviato dal Padre» (Concilio ec. Vaticano II).

Pertanto la carità è la caratteristica dei discepoli di Cristo:
«Il fiore all'occhiello che caratterizza la mia Chiesa è l'unità: quell'unità da molti sconosciuta e da altri poco apprezzata, che costituisce invece il riflesso della Divinità… è l'essenza stessa di Dio, l'Unità! … Pertanto, se i sacerdoti vogliono essere coerenti con il loro fine, con la loro vocazione divina, devono divinizzarsi nell'unità» (Conchita Cabrera De Armida).
«La missione (della Chiesa) è l'attuazione del disegno grandioso di Dio di riunire in Cristo l'umanità intera in un'unica famiglia» (Benedetto XVI).
«Un parroco che maldestramente vedesse solo la propria parrocchia e la sua attività sacerdotale orientata unicamente ad essa, sminuirebbe la misura del servizio che presta nel presbiterio della sua diocesi… La competenza del sacerdote deve essere presa in considerazione nell'essere assieme agli altri che svolgono lo stesso ministero» (Klaus Hemmerle).
«… la legge della vita è proprio negarsi per affermare l'altro. Cos'è in definitiva l'obbedienza? È totale carità. Quando sei totalmente amore, non fai più la tua volontà, ma quella dell'altro, non scegli più la tua iniziativa personale ma cerchi di promuovere l'iniziativa dell'altro. E se per caso l'altro prossimo che ti sta accanto o che vive con te fa la stessa cosa nei tuoi confronti, in questo scambio di amore c'è l'Amore. Allora non è più la tua iniziativa o l'iniziativa dell'altro, la tua volontà o la volontà dell'altro che vengono in evidenza, ma la volontà di Dio» (Silvano Cola).

venerdì 5 marzo 2010

I nostri frutti

7 marzo 2010 – 3a domenica di Quaresima (C)

Parola da vivere


Venne nella sua vigna a cercarvi frutti (Lc 13,6)


"Convertitevi e credete all'amore" è la parola che oggi Dio ci chiede di vivere.
"Credo all'amore" è la risposta che Dio aspetta da tutti noi.
L'esperienza dell'Esodo è il racconto di una storia d'amore. Inizia con Mosè, al quale Dio si rivela e lo invita a liberare il suo popolo, e continua con i prodigi che ha compiuto per loro.
Nel Vangelo viene raccontata la parabola del fico piantato nella vigna: rivela un Dio paziente, tenero e amoroso... "paziente e misericordioso è il Signore, lento all'ira e ricco di grazia" (Sal 144, 8).
Nella parabola Gesù rivela un Dio forte ed esigente e invita ad una risposta.
"Venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò" dice l'evangelista Luca. La delusione e l'amarezza di Gesù è logica, ma il suo amore - grande e misericordioso - vince la nostra ostinazione e indifferenza e rende possibile la nostra risposta con la capacità di portare frutti di vera conversione: "dobbiamo passare dalla morte alla vita amando i fratelli".
Pertanto la Quaresima - tempo favorevole di salvezza - è una opportunità per scoprire e valorizzare l'amore alla croce, l'unico Albero che non tradisce attese e dà speranza.


Testimonianza di Parola vissuta


L'esperienza vissuta da un gruppo di ragazze, lascia intuire come si può vivere la Parola del Vangelo, soprattutto la carità, la pazienza, la mitezza. Specie agli inizi non era sempre facile vivere la radicalità dell'amore.
Anche fra noi, sui nostri rapporti, poteva posarsi della polvere, e l'unità poteva illanguidire. Ciò accadeva, ad esempio, quando ci si accorgeva dei difetti, delle imperfezioni degli altri e li si giudicava, per cui la corrente d'amore scambievole si raffreddava. Per reagire a questa situazione abbiamo pensato un giorno di stringere un patto fra noi e lo abbiamo chiamato "patto di misericordia".
Si decise di vedere ogni mattina il prossimo che incontravamo - a casa, a scuola, al lavoro, ecc. -, nuovo, nuovissimo, non ricordandoci affatto dei suoi difetti, ma tutto coprendo con l'amore. Era avvicinare tutti con questa amnistia completa nel nostro cuore, con questo perdono universale. Era un impegno forte, preso da tutte noi insieme, che aiutava a essere il più possibile sempre prime nell'amore, a imitazione di Dio misericordioso, il quale perdona e dimentica.

(C. N. G. V. e altre)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, come proposto in parrocchia)

mercoledì 3 marzo 2010

La giustizia che viene da Dio (2)


Riprendo il discorso sul messaggio del Papa sulla Quaresima.
Dio è giusto perché dà a ciascuno il suo, quello che gli spetta, cioè Se stesso! E lo fa in Gesù…

La giustizia ("sedaqah") per l'israelita è "da una parte, accettazione piena della volontà del Dio di Israele; dall'altra, equità nei confronti del prossimo, in modo speciale del povero, del forestiero, dell'orfano e della vedova... Dare al povero, per l'israelita, non è altro che il contraccambio dovuto a Dio, che ha avuto pietà della miseria del suo popolo… Dio, attento al grido del misero e in risposta chiede di essere ascoltato, chiede giustizia verso il povero, il forestiero, lo schiavo. Per entrare nella giustizia è pertanto necessario uscire da quell'illusione di auto-sufficienza, da quello stato profondo di chiusura, che è l'origine stessa dell'ingiustizia".

Il cammino di conversione, di questo mutamento del cuore, è un aprirsi a Dio, è un affidarsi a Lui, con la certezza che senza di Lui l'uomo, in balìa di se stesso, è alla deriva. Non riconoscendo se stesso, non riconosce il proprio simile, dove tutti abbiamo bisogno di sperimentare che è Dio che ci ha riscattati, in Gesù, dalla nostra condizione di ingiustizia individuale e sociale. "È lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue".
La giustizia dunque che viene da Cristo "è anzitutto la giustizia che viene dalla grazia, dove non è l'uomo che ripara, guarisce se stesso e gli altri... ma il gesto dell'amore di Dio che si apre fino all'estremo, fino a far passare in sé la maledizione che spetta all'uomo, per trasmettergli in cambio la benedizione che spetta a Dio".

Il fatto che questo avvenga nel "sangue" di Gesù, mette a fuoco l'identità più intima di colui che è chiamato ad esercitare una diaconia particolare nella chiesa, come è quella del diacono, ministro del calice e quindi del sangue di Cristo.
Il questo gesto estremo di amore di Gesù riconosco il mio dover essere e la strada da percorrere, che si concretizza in quel farsi uno col prossimo fino ad assumere in me tutto dell'altro, in quel nulla d'amore che ha in Gesù abbandonato il modello di ogni carità.
Ma occorre uscire da una logica solamente umana ed aprirsi ad una "giustizia divina, dove il giusto muore per il colpevole e il colpevole riceve in cambio la benedizione che spetta al giusto".
"Convertirsi a Cristo, credere al Vangelo, significa in fondo proprio questo: uscire dall'illusione dell'autosufficienza per scoprire e accettare la propria indigenza - indigenza degli altri e di Dio"… ed "entrare nella giustizia più grande, che è quella dell'amore".
Solo così "il cristiano è spinto a contribuire a formare società giuste, dove tutti ricevono il necessario per vivere secondo la propria dignità di uomini e dove la giustizia è vivificata dall'amore", ed essere così nella società fermento di vita, perché impastato totalmente nell'esistenza dei miei fratelli.


lunedì 1 marzo 2010

La giustizia che viene da Dio (1)


In questo periodo sto meditando sul messaggio che il Papa ha fatto quest'anno per la Quaresima. Il titolo è: La giustizia di Dio si è manifestata per mezzo della fede in Cristo (cfr Rm 3,21-22).

"Dare a ciascuno il suo.
Ciò di cui l'uomo ha più bisogno – dice il Papa - non può essergli garantito per legge. Per godere di un'esistenza in pienezza, gli è necessario qualcosa di più intimo che può essergli accordato solo gratuitamente".
È appunto nella gratuità del dono che si adempie ogni giustizia: questo garantisce equità, rispetto.
Si sa che "la giustizia distributiva non rende all'essere umano tutto il suo che gli è dovuto. Come e più del pane, egli ha infatti bisogno di Dio.
L'uomo vive di quell'amore che solo Dio può comunicargli avendolo creato a sua immagine e somiglianza": non è giustizia vera "quella che sottrae Dio all'uomo".
Ora non si dà Dio all'uomo con la forza , né per legge!
Se c'è un'azione che l'uomo può compiere in questo senso è cercare di creare le condizioni per una vita degna di essere dimora del Dio-tra-noi. Questo presuppone che strutture nuove, nascano da uomini nuovi. Dal di dentro dell'uomo infatti nascono le cose buone e quelle cattive: una "tentazione permanente dell'uomo è quella di individuare l'origine del male in una causa esteriore". Così "molte delle moderne ideologie" individuano "l'origine del male in una causa esteriore": "affinché regni la giustizia è sufficiente rimuovere le cause esteriori che ne impediscono l'attuazione. Questo modo di pensare - ammonisce Gesù - è ingenuo e miope. L'ingiustizia ha origine nel cuore umano, dove si trovano i germi di una misteriosa connivenza col male".
Di fronte a questo mistero del cuore umano mi sembra percorribile una sola strada: uscire da sé, dal proprio egoismo, dalla propria sicurezza di un presunto possesso della verità, ed essere nel mondo fermento nuovo per rapporti rinnovati, sale che dà sapore e gusto per la vita, luce che mostra possibilità di orizzonti nuovi oltre il proprio limite, senza lasciarci ingoiare dalla paura di intessere un dialogo anche con chi non la pensa come me, con la certezza che una umanità rinnovata nasce proprio dall'incontro sincero e dal contributo fattivo di tutti.
L'altro è sempre e comunque mio fratello!


venerdì 26 febbraio 2010

Ascoltarlo e seguirlo

28 febbraio 2010 – 2a domenica di Quaresima (C)

Parola da vivere

È il Figlio mio, ascoltatelo! (Lc 9,35)


Gesù, in compagnia di Pietro, Giacomo e Giovanni, sale sul monte Tabor. Con la sua trasfigurazione rivela la sua identità; il Padre ne dà la conferma. "È il Figlio mio, l'eletto, ascoltatelo!".
I tre rimangono abbagliati e assaporano un pezzo di cielo: "È bello per noi stare qui". Vorrebbero definitivamente indossare questa luce evitando le tenebre angosciose del Calvario.
È molto bello stare con Gesù sul Tabor, immersi nella luce, occorre però scendere dal monte, dove la nostra fede incontra le piccole e grandi croci della vita quotidiana. Perché l'itinerario che porta Gesù alla risurrezione è la croce.
Il Padre anche oggi dice a noi: "Ascoltatelo!" e "seguitelo!".
Certo. Aspettiamo "cieli nuovi", tuttavia, nel frattempo, dobbiamo darci da fare per realizzare una "terra nuova" con la prova, dolorosa, della 'trasformazione', come dice Paolo: "Il Signore trasfigurerà il nostro corpo mortale e lo farà simile al suo corpo glorioso".



Testimonianza di Parola vissuta


Originario di Natal, nel nordest brasiliano, a 16 anni Tico da Costa, per gli amici Titìco, s'imbatte con la spiritualità del Movimento dei Focolari. Lui stesso dirà: "In quel momento mi sono detto: questo fa proprio per me, ho trovato!". E racconta; "Una notte, dopo quell'incontro, guardando il cielo carico di stelle, mi è parso che mi chiamassero... le stelle!... a portare la gioia e l'amore per il mondo".
Prende forma così la sua nuova "avventura" di vita: una scelta che qualche anno dopo lo porterà prima a Recife e poi a Roma, dove trascorre diversi anni ad approfondire e far propria la dirompente spiritualità di Chiara Lubich. Al tempo stesso compone canzoni e incide dischi, conosce e frequenta artisti e cineasti come il maestro Podestà, Trio de Paula e Lina Wertmüller, si esibisce in concerti in Brasile, Stati Uniti, Italia, ottenendo un'accoglienza insospettata.
Era in tournée in Italia, quando gli è stata annunciata la grave e fulminea malattia. La sua reazione: «Sono qui davanti a voi con la certezza che ogni momento presente è il più importante. E questo momento è arrivato sotto la melodia del dolore, una melodia che sostiene il mondo, più forte della stessa musica. Perché ha in sé un mistero salvifico. (...) Non credevo che questo male fosse cresciuto così tanto. È maligno. Ma siccome io sono "benigno", già l'ho vinto!».
Anche in questi momenti così estremi, "Titìco" non si smentiva, e ha continuato ad essere sé stesso: un amante della "Vita", capace di unificare in sé "amore" e "umore".
«Non sappiamo quello che Dio vuole da noi. Domani, con Sara, parto per il Brasile, tornerò dai nostri figli, a combattere questa malattia: con molto amore, molto umorismo (...). Segue la Vita: ci ritroveremo lì tutti quanti, sicuramente».
Titìco ci ha lasciato alla fine di agosto 2009. Del cantautore brasiliano ci resta la travolgente gioia di vivere, insieme alle sue numerose canzoni.
Il suo è stato veramente un canto alla "Vita"!

(da Città Nuova n. 20/2009)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, esperienza in parrocchia)

mercoledì 24 febbraio 2010

Diaconia, servizio della reciprocità


Servire, secondo l'esempio di Gesù, è un "discendere" ad un livello più basso per amore dell'altro, per prendersi cura di un'altra persona.
È spontaneo chiederci: per servire Dio, come possiamo "discendere" ad un livello più basso?

Sant'Ireneo scrive (nel trattato "Contro le eresie") che Gesù «ci comandò di seguirlo non perché avesse bisogno del nostro servizio, ma per dare a noi stessi la salvezza. Seguire il Salvatore, infatti, è partecipare della salvezza, come seguire la luce significa essere circonfusi di chiarore. (…) Così è anche del servizio verso Dio: non apporta nulla a Dio, e d'altra parte Dio non ha bisogno del servizio degli uomini, ma a quelli che lo servono dà la vita… Accorda i suoi benefici a coloro che lo servono per il fatto che lo servono… Dio ricerca il servizio degli uomini per avere la possibilità di riversare i suoi benefici… Mentre Dio non ha bisogno di nulla, l'uomo ha bisogno della comunione con Dio».

Dio, quindi, non ha bisogno del nostro servizio; noi però abbiamo bisogno di servire per essere discepoli di Gesù! Ma i beneficiari di questo servizio verso Dio siamo noi, coloro che servono.
Servire Dio significa però "servire" i propri fratelli. Non si può infatti amare Dio che non si vede, se non si ama il prossimo che si vede, secondo le parole di san Giovanni.
Se tutti, per essere discepoli di Gesù, devono servire il prossimo, chi sarà allora servito? Io penso che la risposta venga dal comprendere che noi dobbiamo attuare un servizio che sia vicendevole. Gesù stesso ci invita a "lavarci i piedi l'un l'altro". Allora si comprende come il servizio reciproco abbia il suo compimento nella comunione reciproca: la carità, per essere veramente tale, porta alla comunione, ha il suo culmine nell'unità. In essa abbiamo la pienezza della nostra vita: Dio viene a dimorare in mezzo a noi
Il diacono è servitore di questa reciprocità, sacramento di Cristo che porta tutti (e lui compreso) ad essere servi di Dio nel prossimo, perché Dio stesso abiti fra noi ed in noi.
Questo è il lievito che necessita nella nostra società, oggi.