giovedì 31 ottobre 2013

Ciò che sta più a cuore a Dio: la nostra felicità!


Solennità di Tutti Santi

Appunti per l'omelia

La solennità di Tutti i Santi ci introduce nella contemplazione della pienezza del nostro essere figli di Dio. Ci ricorda l'Apostolo Giovanni: «Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! (…) Fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è» (Cf 1Gv 3,1-3).
Il nostro essere figli nel Figlio di Dio ci fa sperimentare la realtà delle beatitudine proclamate da Gesù nel vangelo (cf Mt 5,1-12).
Il "beati!", che Gesù ripete nove volte come un ritornello martellante, è un appello a dare libero sfogo alla propria felicità. La serie di "beati!", che sembra non volersi arrestare, dice una felicità completa a cui non manca nulla per essere piena e traboccante. Il "beati!" viene poi ripreso e spiegato nel duplice imperativo finale: è una gioia interiore e profonda, non superficiale, che si esprime anche esternamente in modo esplosivo e contagioso, in un grido di "esultanza": «Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
Per i Santi, la "ricompensa grande nei cieli" è già una realtà. Per noi invece, ancora in cammino, l'azione benevola di Dio in nostro favore è ancora oggetto di speranza; ma già possiamo sperimentarla, sia pure in modo iniziale e imperfetto.
Questo intervento di Dio, Gesù lo descrive con una ricca varietà di immagini:
«Saranno consolati» (da Dio). Dio cambierà il nostro destino di dolore in una esistenza di gioia: ci farà gustare la sua tenerezza paterna e materna insieme.
«Erediteranno la terra», vale a dire uno spazio di vita sicura, illimitata, ricca di ogni bene e di comunione con Dio e con gli altri. È la vita eterna.
«Saranno saziati» (da Dio). Dio appagherà al di là di ogni attesa e misura il nostro desiderio di felicità. Ci ammetterà al banchetto, alla festa finale del Regno.
«Troveranno misericordia». Faremo l'esperienza del perdono di Dio, dell'infinita sua misericordia.
«Vedranno Dio». Dio ci ammetterà all'incontro personale e immediato con Lui. È il culmine della felicità: l'incontro del Padre con i suoi figli.
«Saranno chiamati figli di Dio». Dio ci riconoscerà apertamente come i suoi figli. Ci accoglierà nella sua famiglia divina, nel seno della Santissima Trinità.
«Di essi è il Regno dei cieli». Il Regno, cioè, Dio stesso che interviene in nostro favore e si dona a noi. Questa beatitudine fa di noi i "proprietari" e gli eredi di diritto del Regno. Questa espressione apre e chiude la serie delle beatitudini e ne manifesta in sintesi il contenuto.

Veramente abbiamo qui il cuore del Vangelo: il nostro Dio ci vuole semplicemente felici, felici della sua stessa felicità.
Ciò che sta più a cuore a Dio è vederci felici. E Lui lo farà!



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Beati i puri di cuore perché vedranno Dio (Mt 5,8)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Vedi anche i post:
La gioia del Cielo (1° novembre 2012)
Le Beatitudini, unità con i Santi (1° novembre 2011)


Commento alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2013)
  di Claudio Arletti (VP 2010)
  di Enzo Bianchi


venerdì 25 ottobre 2013

La preghiera che piace a Dio


30a domenica del T.O. (C)

Appunti per l'omelia

Anche in questa domenica la Parola di Dio ritorna sul tema della preghiera, mettendo in luce una caratteristica necessaria: l'umiltà. Dio ha un debole per gli ultimi e li ascolta quando gridano a Lui. Infatti, «la preghiera dell'umile attraversa le nubi» (cf Sir 35,12,22).
Nella storia che narra (cf Lc 18,9-14), Gesù presenta due tipi di preghiera, due modi di mettersi davanti a Dio e in colloquio con Lui, che sono agli antipodi l'uno dell'altro.
Da una parte un "fariseo", un osservante scrupoloso della Legge, ritenuto dalla pubblica opinione modello di pietà e di santità. Dall'altra parte un "pubblicano", appartenente alla categoria di uomini considerati sfruttatori e strozzini, odiati da tutti e ritenuti pubblici peccatori. Gesù descrive il loro modo di pregare.
La preghiera del fariseo è esternamente ineccepibile. Ma in realtà, sotto l'apparente devozione, è una preghiera... "atea", se così si può dire. Egli strumentalizza quel momento di dialogo con Dio per la propria autoglorificazione. Il suo centro di interesse non è Dio, ma lui stesso. Da Dio non si aspetta nulla. Non ha bisogno di Dio. È consapevole di essere perfettamente a posto con tutte le norme della Legge. Anzi fa molto più dello stretto dovuto. A Dio non chiede niente.
E l'altro, il famigerato pubblicano, ha osato presentarsi al cospetto di Dio. È entrato nel Tempio con discrezione, quasi furtivamente. Si ferma a distanza per non farsi notare da nessuno. Non rispetta le regole della preghiera, non sa pregare secondo i canoni comuni. Infatti, col capo chino per la vergogna, si batte il petto come una persona senza dignità e in preda alla confusione. È capace di ripetere soltanto: «O Dio, abbi pietà di me peccatore».
Profondamente consapevole della sua situazione immorale, sinceramente pentito di quanto ha fatto finora e deciso a cambiare vita, non osa nemmeno alzare gli occhi al cielo. Non ha nulla di buono da presentare a Dio e neppure pensa a confrontarsi con altri, come fa invece il fariseo.
Il suo cuore è veramente lacerato dal dolore per aver offeso Dio e defraudato tantissime persone. Prende allora la sua vita, piena di infedeltà e di fallimenti, e la presenta a Dio, affidandola alla sua misericordia.
Gesù, che ha descritto con velata simpatia la preghiera del pubblicano, conclude con un'affermazione che è sconcertante per il suo uditorio: l'odiato esattore, proprio lui, ha ricevuto il perdono e la compiacenza divina: «Tornò a casa sua giustificato».
Dio è così. Chi nella preghiera si apre a Lui dando libero sfogo alla sua pena interiore, fosse anche l'uomo più perduto, scopre che la sua supplica incontra l'amore di un padre che si china su di lui; scopre la sua realtà di persona amata, qualunque sia la sua situazione di peccato. Il peccatore pentito è più caro agli occhi di Dio di colui che, sicuro di sé come il fariseo, ritiene di non aver bisogno della misericordia del Signore.
Gesù in tal modo ci ha descritto la preghiera come l'incontro tra l'uomo che sentendosi schiacciato dalla sua povertà di creatura e dal carico pesante dei suoi peccati si abbandona umilmente alla misericordia divina e Dio che nella sua tenerezza senza limiti lo ascolta, lo accoglie, lo salva. Il pubblicano diventa, allora, il prototipo del vero credente, che non confida in sé e nelle proprie opere, anche buone, ma in Dio soltanto.
La conclusione «Chiunque si esalta sarà umiliato (= da Dio) e chi si umilia sarà esaltato (= da Dio)» riprende l'affermazione, più volte ripetuta nel Vangelo, che l'umiltà tocca il cuore di Dio e attira il suo intervento.
È proprio vero che il nostro modo di pregare rivela il nostro modo di pensare, di agire, di essere: "Dimmi come preghi e ti dirò come vivi e chi sei" e viceversa.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Tornò a casa sua giustificato (Lc 18,14)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Vedi anche il post:
La preghiera del povero (24 ottobre 2010)


Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2013)
  di Claudio Arletti (VP 2010)
  di Enzo Bianchi


giovedì 24 ottobre 2013

Il Diaconato in Italia

Il diaconato in Italia n° 180 (maggio/giugno 2013)





Celebrare la fede e servire nella carità


Sommario


EDITORIALE
Il corpo sponsale di Cristo (Giuseppe Bellia)

EMERGENZE
Celebrò la fede e servì nella carità (Giuseppe Bellia)

CONTRIBUTO
Come una sinfonia. Ripensare l'ascolto a partire dal Verbo (II) (Domenico Concolino)

TESTIMOINIANZA
Cuauhtemalan, il Paese dei tanti santi (Enzo Petrolino)

LITURGIA
Celebrare la fede, vivere la diaconia (Enzo Petrolino)

RIFLESSIONI
Per servire nella carità (Andrea Spinelli)

SERVIZIO
Fede, amore e diaconia (Giovanni Chifari)

STUDIO
Dalla Scrittura la liturgia e dalla liturgia la Scrittura (Pietro Sorci)

DISCERNIMENTO
Ecco, manda me (Francesco Giglio)

FORMAZIONE
Fare la verità nella carità. Per una maturità della fede oggi (Luciano Manicardi)


Rubriche

TESTIMOINIANZE
La mia esperienza con i giovani tossicodipendenti (Diacono Pippo)
Non c'è fede senza carità (Vincenzo Alampi)

PAROLA
Il viaggio e la preghiera (Luca Bassetti)

APPENDICE
Diaconesse e diaconia (Luigia Jenny Di Napoli)


Riquadri
La preghiera di ordinazione



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(Vai ai testi…)



mercoledì 23 ottobre 2013

Pregare sempre: essere Gesù!


Mi sono soffermato sul quel richiamo di Gesù a «pregare sempre, senza stancarsi mai» (Lc 18,1).
A questo proposito riporto alcuni passi di sant'Agostino, tratti dalla Lettera a Proba. Essi dicono:
«Manteniamo sempre vivo il desiderio della vita beata, che ci viene dal Signore Dio e non cessiamo mai di pregare. Ma, a questo fine, è necessario che stabiliamo certi tempi fissi per richiamare alla nostra mente il dovere della preghiera, distogliendola da altre occupazioni o affari, che in qualche modo raffreddano il nostro desiderio, ed eccitandoci con le parole dell'orazione a concentrarci in ciò che desideriamo. Facendo così, eviteremo che il desiderio, tendente a intiepidirsi, si raffreddi del tutto o si estingua per mancanza di un frequente stimolo.
La raccomandazione dell'Apostolo: "In ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste" (Fil 4,6) non si deve intendere nel senso che dobbiamo portarle a conoscenza di Dio. Egli infatti le conosceva già prima che fossero formulate. Esse devono divenire piuttosto maggiormente vive nell'ambito della nostra coscienza. Esse, poi, devono contare su un atteggiamento fatto di fiduciosa attesa dinanzi a Dio, più che ambire la manifestazione reclamistica dinanzi agli uomini.
Stando così le cose, non è certo male o inutile pregare a lungo, quando si è liberi, cioè quando non si è impediti dal dovere di occupazioni buone o necessarie. Però anche in questo caso, come ho detto, si deve sempre pregare con quel desiderio. Infatti il pregare a lungo non è, come qualcuno crede, lo stesso che pregare con molte parole. Altro è un lungo discorso, altro uno stato d'animo prolungato.
Sappiamo che gli eremiti d'Egitto fanno preghiere frequenti, ma tutte brevissime. Esse sono come rapidi messaggi che partono all'indirizzo di Dio. Così l'attenzione dello spirito, tanto necessaria a chi prega, rimane sempre desta e fervida e non si assopisce per la durata eccessiva dell'orazione.
Lungi dunque dalla preghiera ogni verbosità, ma non si tralasci la supplica insistente, se perdura il fervore e l'attenzione. Il servirsi di molte parole nella preghiera equivale a trattare una cosa necessaria con parole superflue.
Il pregare consiste nel bussare alla porta di Dio e invocarlo con insistente e devoto ardore del cuore».

Ma per noi, la cui vita è scandita dalle molteplici attività, dagli impegni di lavoro, di famiglia, come è possibile «pregare sempre», ed essere in Dio come dovremmo?

Mi sono state di luce queste parole di Chiara Lubich, che parlano della nostra preghiera: «Come fare a pregare sempre? Era chiaro che ciò non poteva verificarsi moltiplicando gli atti di preghiera…
Si poteva pregare sempre, essendo Gesù. Gesù, infatti, prega sempre. Se in qualsiasi nostra azione non fossimo stati noi a vivere, ma Cristo in noi, la giornata sarebbe stata una preghiera continua. E ciò era possibile se avessimo impostata la vita sull'amore, se fossimo stati una viva espressione della parola "amore", sintesi di tutta la Legge e i Profeti».

Così la nostra vita diventa una vita donata all'amore del prossimo ed il nostro servizio un'icona della diaconia di Cristo: siamo nel modo, come Gesù, manifestazione dell'amore di Dio, perché pieni di Lui e tutti e sempre "rivolti" verso di Lui.
Il nostro amore, non è filantropia, ma amore soprannaturale, "carità", vita di Dio, alimentata da quel continuo colloquio del cuore che dà senso e spessore a tutta la nostra esistenza.

venerdì 18 ottobre 2013

La perseveranza nella preghiera


29a domenica del T.O. (C)

Appunti per l'omelia

La comunità cristiana, e in essa ogni fedele, quando sperimenta la lotta contro le forze del male sempre operanti lungo il suo cammino, può ritrovare ogni volta sicurezza e serenità solo in Colui che è il suo "custode", la "protegge da ogni male" e "veglia" su di essa.
Il segreto del successo di Mosè durante la battaglia contro Amalek (cf Es 17,8-13), è la sua ostinazione nel tenere le mani alzate fino a sera: gesto profetico che invita a conservare la fede nel Signore, a fidarsi di Lui, il solo che può proteggere il suo popolo.
Analogamente si fa pressante il richiamo di Paolo al discepolo Tomoteo (cf 2Tm 3,14-4,2) alla fiducia che sostiene e consolida la fedeltà a Dio nel tempo della fatica e della prova. Fedeltà che poggia sull'insegnamento "appreso" e sulla Scrittura da vivere e da annunciare, in tutte le forme e con insistenza.
Ma nel cammino della fede è veramente essenziale la preghiera perseverante. Gesù ne sottolinea la necessità e l'efficacia: «pregare sempre, senza stancarsi mai» (cf Lc 18,1-8); cioè senza scoraggiarsi, superando la tentazione di pensare che non serva, perseverando con tenacia ed insistenza.
Gesù trae lo spunto dall'episodio della vedova, che chiede giustizia ad un giudice che viveva nella sua città, per esortare i discepoli a rivolgersi a Dio con fiducia incrollabile e con perseveranza. Dio infatti non è un giudice ingiusto e disonesto, ma è il nostro Padre giusto e tenerissimo. Smettere di pregarlo è rifiutargli la nostra fiducia, non riconoscere più che è il nostro Padre e considerarlo come impotente o indifferente. Così viene meno la nostra fede, perché assieme alla nostra preghiera è sempre in gioco la nostra fede in Dio, che è e rimane nostro Padre.
Di Lui ci si può, ci si deve fidare: il suo aiuto è sicuro, perché la sua potenza e il suo amore sono realtà assolutamente sicure.
Non è però altrettanto sicura la capacità degli uomini di mantenere in tutte le prove la fede in Dio come Padre: «Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?». Questa domanda finale di Gesù provoca una certa inquietudine ed è un invito a vigilare perché quando verrà (e non si sa quando) ci trovi saldi nella fedeltà a Dio e vivi nella fede, cioè perseveranti nella preghiera.


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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
L'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona (2Tm 3,17)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Vedi anche il post:
Annuncio e preghiera (17 ottobre 2010)


Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2013)
  di Claudio Arletti (VP 2010)
  di Enzo Bianchi


giovedì 17 ottobre 2013

Il prossimo, via all'unione con Dio


C'è un pensiero che mi ha colpito della "Lettera ai Romani" di san'Ignazio di Antiochia, di cui oggi facciamo memoria. È questo suo desiderio di morire per essere in Dio: «Ogni mio desiderio terreno è crocifisso e non c'è più in me nessun'aspirazione per le realtà materiali, ma un'acqua viva mormora dentro di me e mi dice: "Vieni al Padre"».
Ma come, ora, posso essere anch'io in questa "tensione" per Dio? Come progredire, nella esperienza quotidiana al servizio di Dio e dei fratelli, nell'unione con Dio?
La risposta mi è sembrata di scorgerla nel seguito di quella Lettera: «Voglio il pane di Dio, che è la carne di Gesù Cristo, della stirpe di David; voglio per bevanda il suo sangue che è la carità incorruttibile».
Ogni giorno posso essere messo a contatto con la "carne di Cristo" che è l'Eucaristia, resa tangibile, come ci dice papa Francesco, nell'incontro con la "carne di Cristo" dei nostri fratelli poveri, bisognosi, malati. "Toccando" loro, tocchiamo la carne di Cristo, della "stirpe di Davide": non una carne spirituale, ma una realtà concreta.
Noi diaconi, quali "ministri del Calice", sperimentiamo quanto essenziale è per la nostra vita questa "bevanda, il suo sangue, che è la carità incorruttibile".
Sperimentiamo così, nella morte continua di noi stessi per essere sempre nell'amore, che il prossimo, nostro fratello, è la via maestra per l'unione con Dio!

sabato 12 ottobre 2013

Convegno Diaconi del Lazio


Si è svolta oggi a Roma la Giornata Regionale del Diaconato Permanente del Lazio, promosso dal Coordinamento del Diaconato della Conferenza Episcopale del Lazio.
Ha presieduto l'incontro mons. Lino Fumagalli, vescovo di Viterbo e vescovo incaricato per il clero della Conferenza Episcopale del Lazio.
Importante e significativo è stato l'inizio di questa giornata sulla Tomba di san Pietro, dove abbiamo celebrato l'Eucaristia.
Poi, presso la Casa "Pastor Bonus" del Vicariato di Roma, abbiamo proseguito l'incontro.
Tema principale: Come aiutare i pastori a portare l'odore del gregge? Il diacono un ministero di mediazione.

Alcuni appunti.
L'intervento, tenuta da don Nicola Filippi, delegato per il Diaconato Permanente della Diocesi di Roma, si è incentrato sul pensiero di Papa Francesco riguardo al nostro rapportarci con il "gregge" che ci è affidato e l'apporto che i diaconi possono essere in questa opera di evangelizzazione, nella ricerca del superamento di due tipici pericoli: l'autoreferenzialità e il clericalismo.
Siamo chiamati a rispondere alle sfide attuali che derivano dal confronto con culture diverse, dalla modalità di dialogo e di annuncio del "vangelo della misericordia" senza compromessi. La risposta? Spesso con una quasi assenza di risultati positivi, ci si ritrova ad aver prodotto la chiusura su se stessi, nell'impossibilità di saper cosa fare… se non quello di "pettinare le pecore" che sono rimaste nell'ovile (per usare l'espressione di Papa Francesco).
L'autoreferenzialità, sia del presbitero che del diacono, è il segno di un clericalismo che si coniuga con una chiesa che ha smarrito di essere un popolo e si nega come una chiesa "plurale", appoggiandoci su una visione settoriale secondo ruoli prestabiliti (prete-fedeli).
Come allora portare l'odore delle pecore?
Il clericalismo impedisce di prendere l'odore delle pecore e, autoreferenziandosi, ci si dimentica l'odore delle pecore che sono malate, lontane… Ma per il pastore vale la parola di Gesù: "Ho anche altre pecore che non sono di questo ovile…".
Come il diacono può aiutare un vescovo o un sacerdote ad essere "davanti", "in mezzo", "dietro" al gregge …e prendere su di sé l'odore delle pecore?
I sacerdoti hanno bisogno di diaconi che li facciano essere pastori!

Pastore "davanti al gregge", nell'esercizio del governo, nella riscoperta del ministero della presidenza della comunità, quale guida spirituale attraverso l'annuncio della Parola, la Preghiera e la Direzione spirituale.
La complessità della vita rischia di far perdere di vista al presbitero la sua identità, perché egli è effettivamente troppo oberato di compiti non necessariamente sacerdotali, in una vita quasi manageriale… Occorre quindi saper delegare ad altri queste mansioni. Il servizio diaconale, espressione del coordinamento della pastorale parrocchiale, deve essere in grado di prendere su di sé tutte queste incombenze, con umiltà, per far sì che il sacerdote sia preoccupato di fare quello che è suo proprio. Il diacono, quasi una cinghia di trasmissione tra il sacerdote e la comunità.
Una comunità che ha un ministero così strutturato è una comunità viva, dove i vari carismi in essa presenti sanno sussistere in armonia.
C'è un presupposto essenziale per questi tipo di ministerialità: una profonda comunione del presbitero con il diacono, dove ambedue, radicati nel medesimo sacramento, sono coscienti della propria diversità.

Pastore "in mezzo al gregge". È un condividere totalmente la vita del gregge, è prendersi effettivamente "l'odore del gregge". Comporta una condivisione con tutte le persone affidate e non solo quelle che ci frequentano; con quelle che vivono ai margini o sono lontane. Anch'esse fanno parte del gregge…: "E ho altre pecore che sono lontane da questo gregge…".
Il Pastore "conosce per nome" tutte le sue pecore… Purtroppo, allo stato attuale, soprattutto in una grande città o in parrocchie molto numerose, è quasi impossibile essere presenti nella individualità e nella reale condizione delle pecore, "conoscendole per nome"…
Questa situazione può diventare una prospettiva molto feconda per il diacono: essere "l'occhio e l'orecchio" del vescovo, del presbitero… Il diacono infatti vive immerso nel mondo, con una molteplicità di relazioni; si incontra spesso con persone che il sacerdote non ha la possibilità di incontrare… Il diacono è "occhio che vede" e "orecchio che scolta"; sa ascoltare il grido di aiuto che sale dalle "pecore" che si trovane disperse… e tutto riconduce al pastore…

Pastore "dietro al gregge"... per assicurarsi che nessuno resti indietro e perché il popolo possa trovare pure lui altre strade di incontro.
Il diacono aiuta il pastore quando aiuta i più deboli a non restare indietro e questi sono facilitati nel loro inserimento nella comunità… Ci sono persone, come gli anziani, i poveri, delle quali nessuno si cura di loro e "rimangono indietro". Il diacono ricorda come eliminare le "periferie" e condurre tutti al centro, ad abitare il centro. Così la comunità diventa veramente di tutti, "cattolica"; e non di pochi eletti…
Il diacono, per l'inserimento nel mondo del lavoro, per l'esperienza della famiglia, ha un "fiuto" più raffinato del presbitero, per una azione pastorale più efficace.
Anche qui, se non c'è una profonda comunione tra presbitero e diacono, è fatica sprecata!

Solo così possiamo essere una chiesa "estroversa", più aperta al mondo, dialogante con tutti. In questa visione di ministero, il diacono ha veramente la possibilità di essere questo "aiuto" per il sacerdote ed essere quel continuo richiamo nell'andare alla ricerca di tutte le pecore per condurle all'unico ovile di Gesù.


venerdì 11 ottobre 2013

La fede che salva


28a domenica del T.O. (C)

Appunti per l'omelia

Uno straniero, lebbroso, è il protagonista, dopo Gesù, della pagina evangelica (cf Lc 17,11-19).
I lebbrosi, segregati da tutti, oggetto di pubblico disprezzo, considerati impuri e fonte di contaminazione per quanti venivano in contatto con loro, richiamano la massa crescente di uomini e donne che oggi si trovano relegati al margine della vita sociale.
I lebbrosi del brano evangelico vivevano insieme per affrontare la loro penosa condizione e sostenersi a vicenda. Non sono tutti giudei: con loro c'è anche un samaritano. Ma la comune sofferenza e miseria abbatte ogni barriera razziale. Questi uomini intuiscono che viene loro offerta un'opportunità inattesa, capiscono che l'unico che potrebbe soccorrerli nella loro condizione disperata è Gesù: «Gesù maestro, abbi pietà di noi!».
Lo sguardo di Gesù è sempre uno sguardo colmo di misericordia. In questo caso Gesù non si avvicina, ma li manda dai sacerdoti, senza aver fatto in apparenza nulla per la loro guarigione. Gesù, implicitamente, assicura la loro guarigione, ma chiede loro la fede e la fiducia in Lui. I lebbrosi vanno, obbediscono cioè alla parola di Gesù, si fidano di Lui. È già il miracolo della fede, che sta maturando in loro. Lungo il cammino si realizza effettivamente la guarigione. Diventano puri. La loro gioia è indescrivibile. Finora il gruppo era compatto. Ma a un dato momento uno si distacca e torna indietro da Gesù. Gli altri, tutti presi dall'esperienza della salute ricuperata, corrono dai sacerdoti: non vedono l'ora di essere dichiarati puri per rientrare più presto possibile nella comunità umana come membri a pieno diritto e pienamente accettati. Però badano solo al vantaggio che la guarigione comporta e non pensano a Colui che li ha liberati dal loro miserevole destino.
Quando si sperimenta un aiuto, presto ci si dimentica di colui che lo ha dato! E di uno solo si dice: «Vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce».
«E gli altri nove dove sono?». C'è tanta delusione e amarezza in questa domanda di Gesù!
Uno solo ha capito. E a lui, sorpreso che proprio lui sia stato graziato, Gesù svela la realtà profonda di quanto è accaduto nel suo cuore, qual è cioè il miracolo più vero che ha ricevuto: «Alzati e va'; la tua fede ti ha salvato!». Dieci sono stati "guariti" fisicamente, ma uno solo è stato "salvato"!
La riconoscenza è una dimensione essenziale della fede. È la gratitudine della creatura "sorpresa di esistere" e traboccante di meraviglia per essere stata scelta e chiamata a essere.
Ogni credente fa l'esperienza di essere stato guarito dalla "lebbra" del peccato in tutte le sue forme. Non può non sentirsi un "miracolato", oggetto di un gesto prodigioso d'amore da parte di Cristo. Tale esperienza si traduce nel dirgli ogni giorno, con stupore e con gioia, tutta la nostra riconoscenza.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Gesù, Maestro, abbi pietà di noi (Lc 17,13)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Vedi anche il post:
Gratitudine (10 ottobre 2010)


Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2013)
  di Claudio Arletti (VP 2010)
  di Enzo Bianchi



venerdì 4 ottobre 2013

La potenza inaudita della fede


27a domenica del T.O. (C)

Appunti per l'omelia

«Accresci in noi la fede!» (Lc 17,6). Che cosa spinge gli Apostoli a rivolgere questa supplica a Gesù? Hanno colto la radicalità delle sue esigenze; l'impegno di metterlo avanti a chiunque altro e a qualunque altra cosa nella propria vita; il distacco totale dalla ricchezza e la condivisione dei beni con i poveri. Comprendono la sublimità di questo ideale di vita, ma sanno che con le forze umane non sono in grado di realizzarlo. Intuiscono che il segreto sarebbe la fede in Dio. Ma si rendono conto di quanto questa loro fede sia fragile. E si rivolgono al Signore nella preghiera e chiedono una fede più grande.
Nella sua risposta Gesù mette in risalto nel modo più forte possibile l'importanza e anzi la necessità della fede, ma soprattutto la potenza inaudita della fede. E se avessero tanta fede quanto un granellino di senapa (grande appena quanto una capocchia di spillo), avrebbero la forza con la semplice parola di far sradicare un albero di gelso e trapiantarlo nel mare. Un gelso palestinese che ha radici profonde, tale da resistere a qualsiasi vento o tempesta: tanto da ritenere questo trapianto assurdo ed incredibile. Ma se c'è un'autentica e reale fiducia in Dio, avviene ciò che secondo la valutazione umana è impossibile, perché, lo sappiamo, non esistono limiti alla potenza di Dio. Così, se Lui ci affida compiti apparentemente impossibili, può renderci capaci di assolverli. Anche se promette ciò che per noi uomini è assolutamente impensabile, Lui può compierlo. La condizione perché di fatto operi la potenza di Dio è, da parte nostra, la fede, la fiducia in Lui.
Con la fede l'uomo si unisce a Dio e si appropria, quindi, della sua stessa potenza infinita.
«Il mio giusto vivrà per la sua fede» (Ab 2,4): Una fede che fa vivere non solo in senso fisico ma e soprattutto in senso spirituale perché dona la forza di restare fedeli a Dio pur nella tentazione di abbandonarlo.
La fede trasforma completamente il cuore umano, provocando un modo nuovo di pensare, di capire, di amare, di vivere. È una scelta totalizzante di Dio.
"Credere" (nella radice ebraica "amen", indica anzitutto l'appoggiarsi esclusivamente su Dio, l'affidarsi interamente a Lui, il preferirlo a ogni realtà di questo mondo. E nella lingua latina "credere" significa propriamente "cor-dare", fare dono del proprio cuore a Dio.
È una fede che rende capaci di accettare serenamente i ritardi di Dio, il suo silenzio, la sua apparente assenza e indifferenza nei nostri confronti.
È una fede che fa scoprire l'immensa fecondità di ogni sofferenza, se unita alla passione di Gesù.
È una fede che si traduce nel prendere pubblicamente posizione nei confronti di Gesù e nel difendere con coraggio i valori umani e cristiani, così da "non vergognarci della testimonianza da rendere al Signore nostro" (cf 2Tm 1,8).
È una fede che, se genuina, ci comunica e ci alimenta dentro un desiderio vivo che ogni uomo la possa condividere con noi.
Questo nostro abbandonarci fiduciosi a Dio ci fa essere "veri" servi. «Siamo servi inutili!» (Lc 17,10): siamo servi e basta, soltanto servi. Servi che lavorano, servono senza pausa e senza pretese. Gesù vuole escludere ogni rapporto di tipo contrattuale con Dio, come se per ogni prestazione Lui ci dovesse una ricompensa. Questo perché noi, per Gesù, viviamo in regime di famiglia con Dio. Siamo figli. E Lui è un padre tenerissimo che non si lascia superare in bontà e generosità. È il Signore che fa sedere a mensa i suoi servi fedeli e li serve, rendendoci così capaci di un servizio da svolgere con amore, in un clima di fiducia.




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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Accresci in noi la fede! (Lc 17,6)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Vedi anche il post:
Una fede autentica (3 ottobre 2010)


Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2013)
  di Claudio Arletti (VP 2010)
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