giovedì 28 febbraio 2013

Credere e Amare (2)


Ritorno al messaggio di Benedetto XVI per questa Quaresima.
L'intima esperienza di essere amati da Dio mi spinge a ricambiare questo amore con tutto me stesso e credere con tutto il cuore al suo amore, con una fede che aderisce a Lui con tutta la mia persona.
Il Papa scrive che la prima risposta all'amore di Dio "è appunto la fede come accoglienza piena di stupore e gratitudine di un'inaudita iniziativa divina che ci precede e ci sollecita".
Mi riempie il cuore di gratitudine l'aver riscoperto con rinnovata coscienza il dono della fede e mi sollecita ad una risposta personale a Dio "che riempie e dà senso pieno a tutta la nostra esistenza". È l'inizio (ed anche la continuazione) di un rapporto rinnovato con il Signore. "Egli non si limita ad amarci. Ma vuole attirarci a Sé, trasformarci in modo così profondo da portarci a dire con san Paolo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Quando noi lasciamo spazio all'amore di Dio, siamo resi simili a Lui, partecipi della sua stessa carità".
Allora non posso non rendere viva questa fede se non con una "operosa carità", perché siamo diventati sua dimora.
La fede e la carità: binomio su cui è resa veramente feconda la nostra diaconia!
Scrive il Papa:
 La fede è conoscere la verità e aderirvi; la carità è «camminare» nella verità.
 Con la fede si entra nell'amicizia con il Signore; con la carità si vive e si coltiva questa amicizia.
 La fede ci fa accogliere il comandamento del Signore e Maestro; la carità ci dona la beatitudine di metterlo in pratica.
 Nella fede siamo generati come figli di Dio; la carità ci fa perseverare concretamente nella figliolanza divina portando il frutto dello Spirito Santo.
 La fede ci fa riconoscere i doni che il Dio buono e generoso ci affida; la carità li fa fruttificare.

Credere e amare: binomio che ci conduce alla pienezza della Vita che il Signore continuamente ci dona.


mercoledì 27 febbraio 2013

Una giornata memorabile


Questa mattina, in mezzo alla folla che gremiva piazza san Pietro per l'ultima udienza generale di Benedetto XVI.
Giornata memorabile, commozione intensa, certezza di essere amati da Dio…
Un abbraccio planetario del Papa e di tutti…
Dal profondo del cuore un sincero e forte ringraziamento per quanto il Signore mi e ci fa vivere…
È proprio un "affidarci come bambini nelle braccia di Dio, certi che quelle braccia ci sostengono sempre e sono ciò che ci permette di camminare ogni giorno, anche nella fatica".
È stupendo ed allo stesso tempo rivoluzionario questo vivere "sempre" e "per sempre" del Papa; non più "l'esercizio attivo del ministero", "non più un ritornare nel privato": "non abbandono la Croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell'officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro".
"Io continuerò ad accompagnare il cammino della Chiesa con la preghiera e la riflessione, con quella decisione al Signore e alla sua Sposa che ho cercato di vivere fino ad ora ogni giorno e che vorrei vivere sempre".
Il "sempre" ed il "per sempre", con modalità nuove… quasi che il ministero petrino, nella sua essenza, si dovesse vivere da ora in poi con una coscienza e consapevolezza comunionale mai sperimentate nel cuore della Chiesa: due cuori che amano e sono uno nel Signore.
È affascinante questo Papa, dà una dimensione veramente soprannaturale del ministero: ogni funzionalità è assunta dalla contemplazione. L'essere vero è l'amore che si dona: non essere per essere, anima di ogni vero servizio: "uno riceve la vita proprio quando la dona".
Il nuovo Papa potrà veramente contare sulla sua anima gemella, totalmente immersa nella preghiera e nell'intimo colloquio con il Signore.
È sperimentare che "la Chiesa è viva", "non un'organizzazione, un'associazione per fini religiosi o umanitari, ma un corpo vivo, una comunione di fratelli e sorelle nel Corpo di Gesù Cristo, che ci unisce tutti": tanti "fratelli e sorelle, figli e figlie, con il senso di un legame familiare molto affettuoso".
Sì, questo Papa è e rimarrà sempre vivo e presente nel nostro cuore!

martedì 26 febbraio 2013

Credere e Amare (1)


Ho preso come vademecum per questa Quaresima il messaggio di Benedetto XVI, che mi accompagna e dà luce per una sempre maggior comprensione di cosa significhi servire con quella carità che ha il suo centro nel cuore di Dio, nella fede in Lui, nella adesione totale al suo Amore. Infatti, «la fede - scrive il Papa - costituisce quella personale adesione alla rivelazione dell'amore gratuito e appassionato che Dio ha per noi e che si manifesta pienamente in Gesù Cristo».
È proprio vero che tutto dipende da lì, dal nostro rapporto col Padre, dell'esperienza quotidiana del suo Amore. È dal nostro incontro con Lui che tutto prende senso e forza. Dice il Papa: «All'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva... Siccome Dio ci ha amati per primo l'amore adesso non è più solo un "comandamento", ma è la risposta al dono dell'amore, col quale Dio ci viene incontro».
È bello poter dire che ora «l'amore del prossimo non è più un comandamento imposto per così dire dall'esterno, ma una conseguenza derivante dalla fede che diventa operante nell'amore».
Al cuore di questo nostro cammino di fede è il sentire nel profondo che «il cristiano è una persona conquistata dall'amore di Cristo e perciò, mosso da questo amore, è aperto in modo profondo e concreto all'amore per il prossimo... dalla coscienza di essere amati, perdonati, addirittura serviti dal Signore, che si china a lavare i piedi degli Apostoli e offre Se stesso sulla croce per attirare l'umanità nell'amore di Dio».


venerdì 22 febbraio 2013

Una fede consolidata


2a domenica di Quaresima (C)

Appunti per l'omelia

La Quaresima è un cammino di fede. Tale fede brilla in modo esemplare nel comportamento di Abramo (cf Gen 15,5-18). È avanti negli anni e sua moglie è sterile. Dio però ha promesso di dargli una numerosa discendenza. Una promessa che ora gli rinnova. Abramo non dubita, si fida incondizionatamente. Il Signore è felice di lui e con lui si lega in un patto, a cui rimane fedele per sempre. L'alleanza che Dio rinnova con noi in ogni Eucaristia esige la stessa fede di Abramo.
L'episodio evangelico di questa domenica (cf Lc 9,28-36) intende consolidare questa fede nei discepoli in vista della terribile prova che sarà la Passione di Gesù. La Trasfigurazione, infatti, è fuor di dubbio un'esperienza straordinaria, unica, per Gesù anzitutto, e per i suoi tre discepoli. «Salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d'aspetto». Il dialogo prolungato col Padre, la sua "immersione" in Lui, opera una trasformazione di tutto il suo essere. E questo vale anche per noi: nel dialogo con Dio, ci si riempie di Lui e si diventa trasparenti, luminosi.
Sul monte vediamo un Gesù incredibilmente nuovo. L'evangelista sottolinea la sua luminosità: «La sua veste divenne candida e sfolgorante» ed i suoi discepoli «videro la sua gloria». È la "gloria" di Dio, la pienezza traboccante della vita di Dio, che rifulge su tutta la persona di Gesù. È la "gloria" segreta di Gesù, quella vitalità infinita, quello splendore divino, che abitualmente si nascondeva sotto una umanità comune.
Questa esperienza vuole infondere in Gesù e nei discepoli coraggio e fiducia di fronte alla prospettiva della sofferenza e della morte.
A noi cristiani, impegnati nell'itinerario quaresimale di conversione, impegnati ogni giorno a seguire Cristo con fedeltà tenace, anche se sofferta, la trasfigurazione di Gesù ricorda che questo cammino ci porta a gioire nella Pasqua del Signore risorto, ma ci conduce pure immancabilmente alla nostra futura "trasfigurazione" (cf Fil 3,20-21).
Tale attesa, però, non può distogliere dal cammino concreto nella storia, non può distogliere dall'impegno di servizio all'uomo, che è la via percorsa da Gesù. Pietro, vorrebbe "fissare" quel momento di beatitudine. Perché salire a Gerusalemme, dove un tragico destino attende Gesù?
Allo stesso modo i cristiani non possono dimorare stabilmente su nessun "Tabor". Il Signore ogni tanto può regalarci nelle forme più diverse momenti di particolare luce o gioia. Tuttavia il cammino ordinario è quello di una fede che va avanti, spesso con fatica, nella quotidianità, nella ferialità, in compagnia di un Gesù che non ci incanta col suo fascino. Questa fede, che ha un modello stupendo in Abramo, ci consente di riconoscere nel Gesù che ci parla nella Scrittura e nella Chiesa, nel Gesù che si nasconde nei fratelli ed è presente soprattutto nell'Eucaristia, il Gesù "trasfigurato", il Signore risorto, che ci catturerebbe irresistibilmente se si mostrasse nella sua realtà visibile. Non lo fa, perché è geloso della nostra libertà.
Questa fede ci aiuta a riconoscere la voce del Padre, mentre avvolge i discepoli con la sua presenza, nella "nube". «Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo!». Cioè accogliete la sua parola. Fate quello che vi dice. Accettate Gesù così com'è e non come vorreste voi. Accettatelo come il Messia sofferente, che arriva alla gloria attraverso il servizio ostinato agli uomini fino alla morte. Seguitelo sulla stessa strada.
La "trasfigurazione" allora non è soltanto un avvenimento futuro che il credente aspetta nella speranza. Ma nella sua vita è già in corso una misteriosa "trasfigurazione" del suo essere, un rapporto di progressiva assimilazione a Cristo attraverso l'amore. Una "trasfigurazione" che in certi cristiani più maturi non di rado traspare anche all'esterno.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Mentre Gesù pregava il suo volto cambiò di aspetto (Lc 9,29)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2013)
  di Claudio Arletti (VP 2010)
  di Enzo Bianchi



giovedì 21 febbraio 2013

Il sangue sugli stipiti


Meditando sul passo dell'Esodo relativo alla Pasqua ed alla notte in cui veniva consumato l'agnello prima dell'uscita dall'Egitto (cf Es 12,1-20), mi sono soffermato sul racconto del sangue sugli stipiti della case.
«Il sangue sulle vostre case sarà il segno che voi siete dentro: io vedrò il sangue e passerò oltre, non vi sarà per voi flagello di sterminio…».
In quella casa viene consumato l'agnello, «senza difetti…», che la comunità «immolerà al tramonto»… «Preso un po' del suo sangue, lo porranno sui due stipiti e sull'architrave delle case, in cui lo dovranno mangiare… con azzimi ed erbe amare… È la Pasqua del Signore!».
Il sangue sulle nostre case è il segno della presenza dell'agnello immolato, è il segno di Cristo, l'Agnello senza macchia, che "era morto, ma ora vive!".
Noi siamo i suoi testimoni. La nostra casa è la casa di chi testimonia l'amore di Cristo per la sua Chiesa, per l'umanità…
Il sangue… segno di una vita donata per amore…
Il diacono, ministro del Calice, è testimone con la sua vita che il Sangue di Cristo ha "riscattato" l'umanità.
Non posso non pensare che gli "stipiti e l'architrave" della porta della famiglia del diacono non siano segnati dal sangue di Cristo che in essa vi regna.
L'essere testimoni dell'Amore di Cristo per la Chiesa è compito di ogni coppia cristiana, unita nel sacramento del matrimonio. Ma penso che lo sia ancora di più ed in modo speciale la coppia diaconale, la famiglia del diacono. La sua diaconia domestica è caratterizzata da una carità speciale, quale segno distintivo, anche se non esclusivo, della Carità di Cristo per la sua comunità. È una famiglia che lo Spirito ha reso partecipe del carisma del ministero ordinato per il bene della Chiesa, rendendola capace di quella carità pastorale che contraddistingue la carità del pastore.
La sua è testimonianza della presenza del Sangue di Cristo, di cui "sono segnati gli stipiti delle sue porte", con le caratteristiche della sobrietà e della totale disponibilità, dove "si consuma l'agnello", si vive cioè la propria diaconia, «con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano…», sempre pronti verso quella carità che l'amore di Cristo ci spinge, verso gli ultimi nei quali il Signore Gesù ama essere servito con predilezione, affinché ognuno che ci incontra possa partecipare alla "liberazione" della Pasqua del Signore.



domenica 17 febbraio 2013

Il diaconato in Italia


Il diaconato in Italia n° 176/177 (settembre/dicembre 2012)


Il diacono sposato:
formazione e spiritualità della coppia

Sommario

EDITORIALE
Il compiacersi divino fonte di ogni diaconia (Giuseppe Bellia)

CONFRONTI
Ordine e matrimonio (Andrea Spinelli)

CONTRIBUTO
Diacono e sposo: intreccio di risorse (Pier Luigi Gusmitta)

TESTIMONIANZA
Io, moglie di un diacono (Ornella Di Simone)
Benedicimi, o padre (Marco Ricci)
Un diacono in ospedale (Pippo D'Antona)

SERVIZIO
Il diacono sposato nella Chiesa (Gaetano Marino)

RIFLESSIONI
Questo mistero è grande (Giovanni Chifari)

INCONTRI
La rete di incontri delle mogli dei diaconi (Redazione)

IL PUNTO
Formazione e spiritualità del diacono e della sposa (Montserrat Martinez)

APPROFONDIMENTO
Diaconato e matrimonio (Enzo Petrolino)

FOCUS
Da Bogotà, la formazione della sposa del diacono

PICTURES
Una chiamata molto diretta (Bruno Zanini)

ANALISI
Il diacono ministro del portico (Luca Garbinetto)

ANNO DELLA FEDE
Ministero diaconale e nuova evangelizzazione (Giuseppe Colona)
Porta fidei, una lettura per la comunità (Paolo Giusto)

PASTORALE
Sulla Christifideles laici (Francesco Giglio)

EMERGENZE
Lettera delle famiglie migranti ambrosiane

PAROLA
Prima Lettera di Pietro (II) (Luca Bassetti)


Riquadri

I diaconi ambrosiani a Roma (Redazione)
La diaconia gentile delle donne (M.P. Rizzi)
Nella Sua scia (R. Cefalo)



(Vai ai testi...)

venerdì 15 febbraio 2013

Un profondo atto di fede


1a domenica di Quaresima (C)

Appunti per l'omelia

La liturgia di questa prima domenica di Quaresima ci presenta il deserto come luogo dell'incontro con Dio. Sull'esempio di Gesù, che vince le tentazioni, siamo invitati a lasciarci guidare dallo Spirito di Dio che ci indicherà il vero cibo della nostra esistenza: nutrirci della Parola di Dio, fino a portare frutti di conversione, di pace e di condivisione.
Il brano del Deuteronomio (26,4-10) della prima lettura riporta l'antica professione di fede che il fedele ebreo recitava durante il rito in cui offriva le primizie della terra, ricevute in dono dal Signore. Abbiamo qui il "Credo" di Israele, il cui contenuto è la salvezza operata da Dio in favore del suo popolo: Dio lo ha liberato e lo ha condotto nella Terra Promessa. Il nostro "Credo" prolunga quello del popolo eletto: anche noi professiamo con gratitudine la fede nel Dio che ci ha liberati attraverso la Pasqua di Gesù, attraverso la sua morte e risurrezione. Così, san Paolo, nella seconda lettura (Rm 10,8-13), presenta il centro del Credo cristiano che è la confessione di fede nel Cristo Risorto. È un atto interiore, dove si crede "con il cuore", ma è altresì un impegno pubblico che si prende di fronte alla comunità cristiana ed insieme ad essa, dove "con la bocca si fa la professione di fede".
Gesù, a cui non è risparmiata la tentazione dopo l'esperienza del deserto (cf Lc 4,1-1-23), esperienza fatta sotto l'impulso dello Spirito Santo, ci offre l'esempio di fede e di abbandono alla volontà del Padre, nel superamento di ogni tentazione.
Il Figlio di Dio non è risparmiato dalla tentazione, che riguarda proprio il suo rapporto col Padre. Satana, nel cercare di allontanare Gesù da Dio, di metterlo in contrasto con Lui, cerca di persuaderlo a non comportarsi da figlio. "Se sei Figlio di Dio", usa il potere di cui disponi per soddisfare ora le tue necessità vitali… Lo puoi fare senza dipendere da tuo Padre… Ma Gesù si abbandona al Padre e respinge la tentazione riferendosi ad un alimento che per lui è più importante: la Parola di Dio.
Così è nella tentazione dove gli viene offerto il dominio politico ed economico e quella in cui usare del proprio potere per compiere miracoli clamorosi e gesti spettacolari con cui conquistarsi la gente: non è vera fiducia in Dio, ma è un tentare Dio…
Gesù, invece, si manifesta vero Figlio di Dio, scegliendo di vivere nell'umiltà e nel nascondimento. Non ha bisogno di forzare Dio a dimostragli che lo ama. Si fida semplicemente di Lui, così come continuerà a fare sulla croce, non rispondendo alla sfida ed alla provocazione dei presenti.
Egli è il nostro modello di fede. Da Lui, che si è fatto uno di noi, impariamo ad abbandonarci totalmente a Dio, a credere all'amore che il Padre ci ha dimostrato e ci dimostra continuamente.
Gesù rimane accanto a noi e ci insegna a pregare il Padre: "Non ci indurre in tentazione", fa' che non soccombiamo alla tentazione di tradirti, di perdere la fede.
Da Gesù impariamo anche con quale strategia possiamo vincere ogni forma di tentazione. Il segreto? Un rapporto vivo con la Parola di Dio, accolta con tutto il cuore ed attuata in ogni circostanza della nostra vita.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Gesù fu guidato dallo Spirito nel deserto (Lc 4,1)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2013)
  di Claudio Arletti (VP 2010)
  di Enzo Bianchi





mercoledì 13 febbraio 2013

Passare dalla morte alla vita


Mercoledì delle Ceneri. Invito ed impegno per un cammino di conversione. Abbiamo davanti agli occhi e nel profondo del cuore il volto di Benedetto XVI. Guardando a lui, al suo coraggio, alla sua fede, ho compreso meglio come vivere questo "momento presente" carico di dolore, ma anche di gioiosa speranza.
All'inizio di questa Quaresima è sempre la Parola di Dio che illumina. È la testimonianza dell'apostolo Giovanni: «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli» (1Gv 3,14).
«Noi sappiamo…». È la quotidiana esperienza che mi mette e rimette "in vocazione", a vivere, cioè, in quella disposizione di donazione che è l'anima e la ragion d'essere della mia diaconia.
Mi è di luce uno scritto di Chiara Lubich a commento di questa Parola, pubblicato nella rivista Città Nuova 2/2013:
«Giovanni scrive alle comunità cristiane da lui fondate in un momento di grave difficoltà… Volendo aiutare i suoi, l'apostolo indica loro il rimedio radicale: amare i fratelli, vivere il comandamento dell'amore… Così facendo essi conosceranno cos'è la "vita", saranno cioè introdotti nell'unione con Dio, facendo l'esperienza di Dio-Amore. E facendo questa esperienza, saranno confermati nella fede e potranno far fronte a tutti gli attacchi, soprattutto in tempo di crisi...
E l'amore fraterno perché ci procura l'unione con Dio è una sorgente inesauribile di luce interiore, è fonte di vita, di fecondità spirituale, di rinnovamento continuo…
La fede si ravviverà, i dubbi spariranno, non sapremo più cos'è la noia. La vita sarà piena, piena».


lunedì 11 febbraio 2013

Una stretta al cuore


Quando a mezzogiorno di oggi ho appreso la notizia della rinuncia di Benedetto XVI ho provato una stretta al cuore. Non mi pareva vero… Sono andato col pensiero e con l'emozione a quando, alcuni mesi fa (post del 15 luglio 2012), ho potuto incontrarlo personalmente… Ho pensato ai momenti della sua elezione quando ad alcuni amici dissi della sensazione, che sentivo dentro, che sarebbe stato lui il nuovo pontefice… Ho pensato a lui come a colui che mi ha confermato e mi ha fatto crescere nella fede… Ho accolto la sua decisione come la testimonianza di un profondo atto di fede nel Signore Gesù che lui rappresenta… A Lui rimetteva il suo mandato… Una fede nello Spirito Santo che illumina e conduce la Chiesa, al di là di ogni apparenza o calcolo umano… La testimonianza di una libertà interiore senza pari… La testimonianza di un abbandono totale e mite, nella pace, alla misericordia del Padre che tutto sa e tutto accoglie…
Mi stringe il cuore… Eppure sento che Maria, la sposa dello Spirito Santo, la Madre di Dio che accoglie nel suo grembo la Chiesa, veglia su tutti i suoi figli… E sentiamo il suo materno abbraccio...
La pace accheta ogni emozione e mi introduce in un intimo colloquio col Padre…

venerdì 8 febbraio 2013

Al seguito di Gesù, mandati "al largo"


5a domenica del T.O. (C)

Appunti per l'omelia

Il filo conduttore della Parola di Dio che la liturgia di questa domenica ci propone è quello della "vocazione", della chiamata per una missione che è percepita ed accolta nell'esperienza di un incontro personale con Dio, con Gesù.
È l'esperienza dell'incontro con Colui che è il "tre volte Santo", Colui che è il "totalmente altro", il totalmente diverso da ciò che è creatura. Di fronte a Lui si sperimenta tutta la propria condizione di peccatori. Così è per Isaia (cf Is 6,1-8) che nel contatto con Dio "santo" avverte con indescrivibile angoscia la propria indegnità. Ma Dio lo purifica e lo rende idoneo alla missione di parlare a suo nome, anzi gli dà la forza di proporsi: «Chi manderò…? … Eccomi, manda me!».
È anche l'esperienza di Simon Pietro (cf Lc 5,1-11) che, nonostante una notte di inutile fatica per una pesca inconcludente, si è fidato più della parola del Maestro che della propria professionalità. Dopo il miracolo strepitosi della pesca così abbondante che le reti minacciavano di rompersi, mentre scopre la potenza divina presente e operante in Gesù, avverte la propria realtà di peccatore che non può reggere alla vicinanza di Dio: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore».
Al contatto con il Signore, Simone si vede impuro ed indegno di stare alla sua presenza. Gesù però è "l'amico dei peccatori" e non si allontana né lo allontana, anzi lo prende con sé, al suo servizio: «Non temere; d'ora in poi sarai pescatore di uomini». Sarai mio apostolo, sarai "uno che prende gli uomini vivi", che li prende "per la vita", affrancato ed assicurato dalla mia parola, chiamato a salvare gli uomini dal naufragio e dalla morte e accoglierli nella tua barca che è la Chiesa, dove Cristo è presente.
È un servizio, quello del Vangelo, dove non bastano le capacità e le qualità umane, né la bravura professionale, ma che poggia e trova fondamento sulla parola del "Signore".
La risposta di Pietro e di tutti gli apostoli, come anche quella di Paolo (cf 1Cor 15,1-11) è immediata e totalitaria: «lasciarono tutto e lo seguirono».
Mandati, perché divenuti discepoli autentici, ed invitati a "prendere il largo", ad avventurarsi nel mare della storia, contando sulla presenza del Signore e sulla forza della sua Parola.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Sulla tua parola getterò le reti (Lc 5,5)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2013)
  di Claudio Arletti (VP 2010)
  di Enzo Bianchi



sabato 2 febbraio 2013

Essere profeti, oggi


4a domenica del T.O. (C)

Appunti per l'omelia

Nel passo autobiografico proposto dalla I lettura (Ger 1, 4-19), il profeta Geremia ricorda il momento in cui, in un'esperienza profonda di incontro con Dio, ha percepito la sua vocazione: «Prima di formarti nel grembo materno ti ho conosciuto...». Prima ancora che i genitori abbiano deciso la nascita del loro figlio, Dio è presente a lui. E Geremia scopre con immenso stupore con quanto amore è stato voluto e quale disegno Dio da sempre ha pensato per lui. «Ti ho stabilito profeta delle nazioni», portavoce di Dio non solo presso il suo popolo, ma anche presso i pagani. Missione scomoda, quella del profeta, che gli procurerà resistenze e persecuzioni.
Geremia è figura di Cristo e, in un certo senso, anche dei cristiani chiamati ad annunciare il Vangelo con la parola e con la vita in un ambiente spesso refrattario e ostile. Testimoni coraggiosi e fedeli che, anche se non di rado soli e in minoranza, sanno contestare il male e riaffermare oggi valori irrinunciabili, quali il diritto alla vita, la sacralità del matrimonio, il valore dell'essere genitori, la giustizia, la fraternità…
Gesù, nel brano del vangelo odierno (Lc 4,21-30) in continuazione con quello di domenica scorsa, applica alla sua persona e alla sua missione il testo di Isaia (62,1-2): «Oggi si è compiuta questa Scrittura…». La reazione dell'uditorio, dapprima favorevole degenera in un deciso rifiuto. Gli abitanti di Nazaret si meravigliano che "parole di grazia" come quelle udite potessero uscire dalla bocca di un loro compaesano, di cui conoscevano la vita e sapevano di chi era figlio…
Come può Dio manifestarsi in un uomo che ha origini così umili? È lo scandalo dell'Incarnazione! Quanto è difficile dare credito ad un futuro nuovo, diverso…
«Nessun profeta è bene accetto nella sua patria...»! Con questa affermazione Gesù delinea il suo destino di profeta inascoltato e rifiutato dai suoi. È l'annuncio dell'indurimento del suo popolo nei confronti del Vangelo. È la missione di Gesù che va oltre al suo popolo, perché è universale, come è stato anche per i profeti Elia ed Eliseo che fecero del bene alla vedova fenicia e a Naamàn, il Siro. Gesù, compiendo i miracoli a Cafarnao, dove abitavano moltissimi pagani, mostra che la salvezza di Dio è destinata a tutti i popoli. La sua missione non privilegia un dato territorio, ma si rivolge alle persone. Non è un diritto che gli abitanti di Nazaret possono accampare, ma è un dono di Dio, il quale esprime tale gratuità scegliendo come destinatari dei suoi miracoli i lontani e gli esclusi.
La strada dell'evangelizzazione universale passa necessariamente attraverso la sofferenza, o meglio attraverso la fedeltà fino alla morte di Gesù e dei suoi inviati. «Egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino». È Gesù che viaggia senza sosta per portare dovunque il Vangelo. Come anche i cristiani oggi, impegnati come già Geremia nell'attività profetica dell'evangelizzazione, non possono non riferirsi a questa scena. Neppure possono trascurare il fatto che Gesù, iniziando il suo ministero pubblico, appare come un evangelizzatore mancato, fallito. Proprio Lui, che è l'evangelizzatore per eccellenza, comincia con un insuccesso notevole.
Anche questo fa parte del disegno di Dio per Lui e per tutti gli altri missionari.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Tutti gli davano testimonianza (Lc 4,22)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2013)
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