giovedì 26 aprile 2012

Diaconia della marginalità, diaconia della pace(2)


Del numero 172 della Rivista Il Diaconato in Italia (Diaconia della marginalità, diaconia della pace) segnalo un articolo (leggi l'articolo integrale), di Giuseppe Benvegnù Pasini, presidente della fondazione "E. Zancan" e già direttore della Caritas Nazionale, dal titolo Marginalità e pace, un binomio difficile.

L'articolo inizia con la definizione del significato dei termini:
"Diaconia è un termine tipicamente biblico ed ecclesiale; significa servizio e richiama istintivamente il gesto compiuto da Gesù nell'ultima cena, nella lavanda dei piedi agli Apostoli. Può riferirsi sia allo spirito di servizio, che dovrebbe caratterizzare la comunità cristiana e i singoli cristiani; sia ai vari tipi di servizi realizzati nella diffusione del Regno di Dio, attraverso l'annuncio della Parola, la celebrazione liturgica, la testimonianza della carità. Il legame della diaconia alla marginalità e alla pace, dato alla nostra riflessione, fa capire che, nel nostro caso specifico, la diaconia si riferisce particolarmente all'esercizio della carità, cioè al servizio ai fratelli fatto per amore, secondo l'indicazione di Paolo Apostolo: «Per amore, fatevi servi gli uni degli altri» (Gal 5,13).
Marginalità è un termine che richiama istintivamente il mondo dei poveri, ma allargato ad un'accezione molto più ampia della povertà economica. Tende ad evidenziare in particolare l'irrilevanza sociale delle persone povere, che le costringe a vivere ai margini della vita sociale.
Pace è un valore molto ampio. È sempre un dono di Dio, ma è anche frutto di una fatica umana, conclusione di una ricerca costante del bene comune, che «è il bene di tutti e di ciascuno, poiché tutti siamo responsabili di tutti» (Sollicitudo rei socialis, 38)".
Ecco alcuni brevi stralci:
"Se, come abbiamo detto, l'obiettivo finale della diaconia della marginalità, non è quello di fare qualcosa per i poveri - l'elemosina, un po' di assistenza, un servizio di volontariato ecc. - bensì quello di aiutare i poveri ad uscire dalla condizione di marginalità, e a ricuperare nella società una presenza dignitosa e attiva, accanto agli altri cittadini, sono necessarie tre condizioni: una conoscenza precisa e personalizzata dei poveri, l'impegno a rimuovere le cause della povertà e della marginalità, il coinvolgimento della comunità nella diaconia. […]
Per rimuovere i poveri dalla marginalità, è indispensabile rimuovere le cause della povertà, superando un certo costume assistenzialistico di attuare carità, per passare ad una impostazione che unisca strettamente la carità alla giustizia. Questo, d'altronde è l'orientamento culturale emerso dal Concilio Vaticano II, là dove raccomanda ai laici impegnati nel sociale a «non dare per carità quello che è già dovuto per giustizia e a non eliminare soltanto gli effetti, ma anche le cause dei mali» (Apostolicam Actuositatem, 8). […]
Tutto ciò implica l'individuazione e la rimozione delle cause, anch'esse molto complesse. Ci possono essere infatti cause personali, cause familiari, ambientali, culturali, sociopolitiche… Limitandoci alle ultime due, ricordiamo anzitutto che esiste una cultura diffusa, che considera la povertà in termini fatalistici, come una variante fisiologica del sistema capitalistico, nel quale siamo inseriti. La povertà sarebbe pertanto una componente assolutamente ineliminabile; si può al più attenuare il disagio dei poveri, affidandoli alla solidarietà libera e spontanea del volontariato e degli enti solidaristici della società civile. Secondo questa logica, lo Stato, nei limiti delle sue possibilità, può discrezionalmente contribuire, con interventi 'graziosi', utilizzando nell'assistenza eventuali resti marginali del bilancio statale.
Forse è in obbedienza a questa logica che lo Stato Italiano non ha mai presentato un serio piano di lotta alla povertà, ignorando così i principi fondamentali di uguaglianza dei cittadini e di solidarietà presenti nella nostra Costituzione e tollerando che il numero dei poveri giungesse a superare il 13% della popolazione.
Una diaconia seria della marginalità non dovrebbe mai disgiungere l'impegno di servizio diretto ai poveri, fatto in nome del Vangelo, da un impegno altrettanto forte di stimolo alla giustizia e di pungolo nei confronti delle autorità pubbliche, ai vari livelli…
La terza condizione di efficacia è la trasformazione della diaconia della marginalità e della pace, da problema di 'addetti ai lavori', a problema di tutta la comunità cristiana.
… È l'intera comunità cristiana chiamata a continuare la missione di Cristo… nella testimonianza della carità all'interno della missione evangelizzatrice della Chiesa. In passato la testimonianza di carità era colta, nei migliori casi, come conseguenza dell'essere evangelizzati. In altre parole si riteneva che una persona è veramente cristiana, doveva praticare la carità, ma l'esercizio della carità non era vissuto anche come una strada per evangelizzare. L'evangelizzazione era considerata un compito specifico del ministero della catechesi e della liturgia. In realtà si evangelizza non solo con l'annuncio verbale e con la liturgia sacramentale, ma anche con la testimonianza della vita, con l'esercizio della carità e con la promozione della pace. […]
Quanti credono al valore della diaconia possono collaborare concretamente a trasformare la crisi attuale in una opportunità di riscatto sociale, nella misura in cui sapranno coniugare il servizio diretto agli emarginati per una loro promozione integrale, con l'educazione della comunità cristiana e della società ad un costume diffuso di solidarietà, e inoltre con la stimolazione continua verso le istituzioni pubbliche affinché considerino la povertà non più un problema di ordine pubblico e tanto meno un problema di semplice assistenza, ma un dovere di garanzia di diritti e di attuazione della giustizia sociale, che è parte integrante di quel bene comune che esse, per loro missione, devono perseguire".


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