venerdì 29 ottobre 2010

Vita che Dio non spegne

31 ottobre 2010 – 31 a domenica del Tempo Ordinario (C)

Parola che si fa vita

Il Figlio è venuto a salvare ciò che era perduto (Lc 19,10)



Nel versetto dal Libro della Sapienza "Tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato", Dio si rivela amante della vita. Tutte le cose vivificate dal soffio di Dio recano il segno della sua tenerezza.
Bisogna amare la vita!
Nell'incontro di Gesù con Zaccheo, il peccatore, Dio manifesta il suo amore misericordioso, donandoci il Figlio suo venuto a cercare e salvare ciò che era perduto. Ci stupisce l'atteggiamento di Gesù nei confronti di Zaccheo, un uomo piccolo, miserabile, poco di buono, disprezzato. Gesù vede in Zaccheo non "il guasto", ma cerca e scopre quel frammento di bellezza che è nascosto in lui, peccatore, lo riscopre e lo salva.
Zaccheo si sente amato, fa breccia in lui l'amore, si spezzano le catene, spunta una voglia di liberazione, esplode la vita e la gioia: si apre all'amore a Dio e ai fratelli: "la metà dei miei beni la do ai poveri e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto".
E noi?
È bene non dimenticare mai che la vita si svolge al di sotto delle nuvole. Abbiamo anche noi l'opportunità di essere una piccola presenza di Gesù. La gioia dell'incontro con Gesù anche per noi diventa un'opportunità per contribuire e realizzare la fraternità universale.


Testimonianza di Parola vissuta



Stavo preparando tutto per la festa del mio compleanno che si sarebbe tenuta nel pomeriggio.
Andando a fare la spesa ho incontrato Emanuele, un ragazzo paraplegico che da quando aveva 10 anni è condizionato a vivere su una carrozzella. Lui abita in un casolare un po' isolato, insieme alla mamma e al nonno perché il papà l’ha lasciato. Questa situazione lo ha chiuso verso il mondo circostante, facendogli perdere l’uso della parola. I medici dicono che Emanuele ha perso la volontà di parlare e che se continua così gli rimarranno pochi anni di vita. Trovandomelo davanti mi è venuta l’idea che avrei potuto essere uno strumento dell’amore di Dio per lui e l’ho invitato alla festa del mio compleanno.
Il pomeriggio sono arrivati tutti gli invitati ed anche il mio “speciale” amico che mi ha portato come regalo una forchetta di legno con il mio nome inciso. Con la torta abbiamo cantato gli auguri. Al termine abbiamo udito una voce fioca fioca che diceva “Auguri!”.
Dapprima abbiamo pensato che fosse stato il vento, ma poi abbiamo visto le labbra di Emanuele muoversi. Allora sì che è scoppiata la vera festa! È stato un fatto fantastico che ci ha sconvolto tutti. Era come vedere una fiamma spenta riaccendersi improvvisamente.

(Simone)


(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, come proposto in parrocchia)
(vedi Commento alla Parola di Claudio Arletti)



venerdì 22 ottobre 2010

La preghiera del povero

24 ottobre 2010 – 30a domenica del Tempo Ordinario (C)

Parola che si fa vita

La preghiera del povero attraversa le nubi (Sir 35,21)


La preghiera non è qualcosa di statico, è un'amicizia che implica uno sviluppo e spinge a una trasformazione, a una somiglianza sempre più forte con l'amico, dice Santa Teresa D'Avila.
E chi più di Gesù può dirci cos'è la preghiera che arriva fino a Dio?
Nel Vangelo di oggi, Gesù conclude così la parabola del fariseo e del pubblicano: "Vi assicuro che il pubblicano tornò a casa perdonato; il fariseo invece no".
Il fariseo, pregando, non esprime l'azione di grazie, ma la soddisfazione di sé; più che fare l'esame di coscienza, fa l'esame di compiacenza. Il pubblicano, al contrario, non moltiplica le parole, si riconosce peccatore, è consapevole della propria indegnità, delle proprie miserie e si fida. La sua fede gli apre il cuore, vede il suo nulla e il tutto di Dio. La sua è la preghiera del povero che "attraversa le nubi" e quindi ottiene risposta: chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato.
Quale insegnamento per noi!
La preghiera non è questione di gesti, di segni esteriori, ma di atteggiamenti di fondo che investono la persona. Gesù ci fa capire che non basta obbedire, osservare, essere in regola, ma di amare nella semplicità e nella gratuità.


Testimonianza di Parola vissuta


Questa mattina ero al Pronto Soccorso per una radiografia; dopo una lunga attesa, l'infermiere mi accompagna davanti ad una porta e mi invita ad attendere la chiamata al mio turno. Nell'attesa, adagiato sulla carrozzina, tiro fuori il Rosario e incomincio a pregare. Per chi? Tra le tante necessità ho scelto di pregare per il mio prossimo più vicino: ho iniziato recitando un'Ave Maria per quell'ammalato che mi passava vicino, per quel dottore che usciva ed entrava tutto indaffarato, per l'infermiere che correva e imprecava un po' per lo stress... Sono riuscito a pregare i misteri gloriosi e metà di quelli gaudiosi.
Ad un certo momento un infermiere e mi fa entrare per la radiografia; il medico fa una battuta provocatoria alla quale rispondo sorridendo, solo per volergli bene. Lui si accorge che cerco di infilare nella tasca il rosario e mi chiede cosa sia. Rispondendo, gli dico che ho pregato anche per lui. Davanti al suo stupore, gli dico che, prima di essere prete, avevo scelto Dio e non la "carriera", come lui precedentemente aveva insinuato nella sua battuta, un Dio che non delude. Ringraziandomi mi chiede il numero di telefono per continuare un dialogo con me e per affidarmi le intenzioni di preghiera! Anche così Maria è entrata in Ospedale.

(don Fabrizio)


(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, come proposto in parrocchia)
(vedi anche Commento alla Parola di Claudio Arletti)



venerdì 15 ottobre 2010

Annuncio e preghiera

17 ottobre 2010 – 29a domenica del Tempo Ordinario (C)

Parola che si fa vita

Annuncia la Parola (2Tm 4,2)


L'ammonimento di Paolo a Timoteo si inquadra nell'ambito specifico della fede: rimani saldo. Ossia, sforzati di diventare uno che resiste, puntando sulla Parola che si trasforma - se vissuta in un annuncio coraggioso di nuove iniziative - in gioioso conforto. Gesù, nel Vangelo di Luca, dice di "pregare sempre senza stancarsi mai".
Poi continua: "Ma il Figlio dell'uomo quando verrà, troverà la fede sulla terra?". Occorre chiederla insistentemente e con fiducia come ha fatto Lui. Pertanto è bene sintonizzare il nostro cuore sull'onda di quello di Dio: non arrendersi mai. Significa saper pregare anche nell'aridità, nel vuoto, nel buio, nell'angoscia, nella non risposta, nell'abbandono.
Pregare anche quando la preghiera sembra impossibile: Dio amore, Padre che non delude mai, attende la fedeltà di un amore disposto ad accettare qualsiasi prova, e continua a rispondere: non aver paura, io ti amo immensamente.


Testimonianza di Parola vissuta


La piccola Cetti, di 11 anni, ha visto la sua amichetta e compagna Giorgina, della stessa età, molto triste. Vuole tranquillizzarla, ma non ci riesce. Vuole allora andare fino in fondo e sapere il perché della sua angoscia. Le è morto il papà e la mamma l'ha lasciata sola presso la nonna, andando a vivere con un altro uomo. Cetti intuisce la tragedia e si muove. Chiede, pur piccola, alla compagna di poter parlare con la sua mamma, ma Giorgina la prega di accompagnarla prima sulla tomba del suo papà. Cetti la segue con grande amore e sente Giorgina implorare nel pianto il babbo perché venga a prenderla.
A Cetti il cuore si spezza. C'è lì una piccola chiesa diroccata, entrano. Sono rimasti soltanto un piccolo tabernacolo ed un crocifisso. Cetti dice: "Guarda, in questo mondo tutto verrà distrutto, ma quel crocifisso e quel tabernacolo resteranno!". Giorgina, asciugandosi le lacrime, risponde: "Sì, hai ragione tu!". Poi, con garbo, Cetti prende Giorgina per mano e l'accompagna dalla mamma. Arrivata, con decisione le rivolge queste parole: "Guardi, signora, non sono cose che riguardano me; ma io le dico che lei ha lasciato la sua figlia senza un affetto materno di cui ha bisogno. E le dico ancora una cosa: che lei non sarà mai in pace finché non l'avrà presa con sé e non si sarà pentita".
Il giorno dopo Cetti sostiene con amore Giorgina che ritrova a scuola. Ma ecco il fatto nuovo: una macchina viene a prendere Giorgina: la guida la mamma. E da quel giorno la macchina ritorna, perché Giorgina ormai vive con lei, che ha abbandonato decisamente l'amicizia con quell'uomo. Dalla piccola e grande azione di Cetti, si può dire "tutto è compiuto". Ha fatto bene ogni cosa. Fino in fondo. E c 'è riuscita.

(C.L.)


(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, come proposto in parrocchia)
(vedi anche Commento alla Parola di Claudio Arletti)



lunedì 11 ottobre 2010

Una nuova pagina


Penso proprio che si stia aprendo una nuova pagina della mia vita di ministero diaconale. Ho infatti appena iniziato un nuovo servizio, secondo le indicazioni del vescovo, presso una casa soggiorno di anziani. Gli ospiti, essendo tutti autosufficienti, hanno possibilità di muoversi e di organizzare come meglio credono la loro giornata. Ieri la presenta ufficiale del nuovo cappellano e del diacono.
Non ci saranno tante attività da organizzare (almeno nell'immediato), quanto piuttosto una opportunità unica di instaurare rapporti sinceri e profondi con gli ospiti. Un signore mi diceva: "Non abbiamo tanto bisogno di sentir parlare, quanto di essere ascoltati". Ed un altro: "Ad una certa età capita di affrontare problemi esistenziali non indifferenti: occorre avere una persona di fiducia con cui dialogare"…
Uno dei problemi più seri è appunto la solitudine e la tendenza a chiudersi agli altri. Sarà veramente un servizio non da poco, quello che mi aspetta: fare in modo che questi rapporti non siano solo a senso unico, personali, ma che si sviluppino anche tra gli ospiti, in modo da creare tra tutti un clima di famiglia.
A tutto questo, che ritengo la parte più importante, farà da supporto tutta l'azione più prettamente religiosa, nella preparazione alla messa o alle varie celebrazioni, alla catechesi per chi lo desideri, ecc.
Ho affidato tutto a Maria, sapendo che avrò una cosa sola importante da fare: amare quelle persone, così come sono, senza pretendere niente… con la preghiera a che nessuno mi sfiori accanto invano.


venerdì 8 ottobre 2010

Gratitudine

10 ottobre 2010 – 28a domenica del Tempo Ordinario (C)

Parola che si fa vita

Si prostrò davanti a Gesù per ringraziarlo (Lc 17,16)



Il Libro dei Re e il Vangelo ci presentano due miracoli di guarigione dalla lebbra. Due fatti che ci sorprendono, perché le due persone "miracolate" non sono né religiose né credenti, ma squisitamente riconoscenti.
Dei dieci lebbrosi guariti del Vangelo, solo il samaritano, considerato un eretico, tornò indietro per ringraziare.
"La tua fede ti ha salvato" dice Gesù. Sì, perché la comunione con Dio passa attraverso la fede. Il nostro grazie sia ora espresso con coerenza: l'amore di riconoscenza a Dio e fatti concreti di amore al prossimo.
L'uomo della riconoscenza è l'opposto dell'individuo che rivendica, pretende, reclama. Sperimentiamo quindi la vita come un ricevere e non un pretendere.
Quale lezione!
Purtroppo ai tanti doni ricevuti, forse ritenuti un diritto, è mancato l'amore di riconoscenza a Dio, ai fratelli e alle sorelle. Tutti abbiamo un compito "eucaristico": fare memoria dei doni e meraviglie regalatici e dire con gioia: grazie!


Testimonianza di Parola vissuta


«Era l'inizio di giugno quando, in seguito all'asportazione di un neo, la "strana cosa" asportata risultò un melanoma maligno, un tumore per il quale purtroppo si muore con incidenza molto elevata. Sono sempre stata consapevole del fatto che la salute è un dono preziosissimo. Però talvolta, presi dalle attività quotidiane, si perde di vista ciò che è importante davvero e si va avanti... fino a che non arriva un annuncio e i problemi di ogni giorno tornano come per magia al loro posto, ad avere la loro relativa importanza».
E la battaglia di Serena ha inizio, appena dopo la sorpresa mozzafiato e il primo senso di vertigine.
«Nonostante tutto, mi scoprivo fortunata: una famiglia bellissima mi aveva trasmesso una fede che mi insegnava a cogliere il positivo in ogni cosa e mi permetteva di affrontare ogni ostacolo; non solo, ma avevo un vero "esercito" a disposizione: tante persone che erano vicine ai miei e pregavano per me intensamente, pur magari conoscendomi appena».
Nella sua lotta quotidiana con la malattia, Serena, guardando oltre la propria soglia, si sente spinta a pregare per altri che riconosce ancora più sofferenti e abbandonati. La giovane età fa il resto, la famiglia l'accompagna e il dolore cede ad una gioia composta e lieve, assolutamente incomprensibile per chi non sa. «È stato quando sono riuscita ad accettare quello che mi stava accadendo e qualsiasi cosa Dio avesse in serbo per me».
Nel bussare a molte porte, Serena fa tesoro della testimonianza di persone speciali. Poi l'incontro con l'amore di Andrea: quanti doni ancora! Manca però un tassello del mosaico: dopo altri approfondimenti in vari ospedali si giunge ad una nuova diagnosi. Il tumore è invece un "neo benigno". Sollievo, gratitudine immensa e un pensiero: «Questi mesi mi hanno insegnato tanto e mi hanno anche dato tanto. Anche se può sembrare strano a dirlo, sarei disposta a riviverli per sentirmi così amata e così vicina a Dio, così vicina a quel mistero che dà un senso alla nostra vita».



(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, come proposto in parrocchia)
(vedi anche Commento alla Parola di Claudio Arletti)



venerdì 1 ottobre 2010

Una fede autentica

3 ottobre 2010 – 27a domenica del Tempo Ordinario (C)

Parola che si fa vita

Accresci in noi la fede! (Lc 17,6)


Gesù in vista dell'annuncio del Regno di Dio, richiede un'autentica fede, anche se piccola quanto un granellino di senapa.
Come agli apostoli di fronte alle difficoltà: delusioni, imprevisti, perdite dolorose, preoccupazioni..., pure noi ci sentiamo impreparati e inadeguati e ci perdiamo d'animo: "Fino a quando, Signore?"...
Gesù ci incoraggia e ci esorta a respingere ogni tipo di paura aprendoci alla fiducia, ravvivando in noi la fede, credendo nell'azione dello Spirito che abita in noi.
Quale docilità allo Spirito?
Occorre vivere un tipo di fede che lasci un piccolo segno dove agisco: mettermi, con umiltà e gratuità, al servizio della gente: è con l'amore che la mia fede cresce e diventa credibile e lascia il segno.


Testimonianza di Parola vissuta


Sto rientrando a casa dopo aver girato tutto il giorno per Roma a fare spese. Ho freschi nell'anima gli incontri fatti e i posti visitati... ma una cosa soprattutto mi viene da dire come bilancio della giornata: quanto sia vero che «una volta assaggiata una buona torta, non può avere buon gusto una carota cruda». Dopo essermi abituato a stabilire con alcune persone un rapporto vero, trasparente, «creativo», di reciproca accettazione - cristiano insomma -, non posso non soffrire vedendo i rapporti «normali» tra le persone: l'indifferenza per strada, l'interesse e i «sorrisi commerciali» in bottega, l'impazienza, il giudizio, l'egoismo, il menefreghismo... Al punto che vorrei rifiutare quel mondo lì...
Ma proprio a questo punto mi accorgo che qualcosa in me non va, che sono io fuori strada e che sto rischiando di soffocare, spento nella mia libertà, sotto quel mondo sbagliato. Avverto allora di essermi posto fuori dell'amore, di essermi dimenticato di vedere Cristo in ognuna delle persone incontrate. E capisco ora, con una forza nuova, che veramente non c'è «né greco né giudeo, né uomo, né donna» (né antipatico, né ripugnante, né...) ma uno solo, Cristo, da servire in tutti: quel Dio che si è fatto uomo per fare «una» l'umanità, ma prima di tutto per darci quell'unità e libertà interiori, senza le quali l'unità dell'umanità è una utopia.

(Enrique)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, come proposto in parrocchia)
(vedi anche Commento alla Parola di Claudio Arletti)