mercoledì 14 aprile 2010

La moglie del diacono, quale cammino


Sto rileggendo alcune testimonianze ed esperienze del Convegno sul diaconato del giugno scorso (di cui ho già parlato), anche riportate negli Atti. Mi soffermo su quelle relative alla figura della sposa del diacono, riportando alcuni stralci che mi sembrano significativi nel periodo di formazione e di discernimento.

- Incontrando le spose, di Silvana Castagneri: «Dagli interventi delle partecipanti al gruppo è emerso un punto fermo condiviso da tutte: la nostra vita personale, che è poi la storia della salvezza nostra, di lui e di lei, viene temporalmente prima il matrimonio e dopo il diaconato dello sposo. Entrambi doni di Dio che non sentiamo, non sono e non possono essere in opposizione. (…)
Forte e unanime è la richiesta di fare il cammino di formazione assieme... Tutte, ma proprio tutte, hanno richiesto questo e hanno insistito su questo tema. È importante e fondamentale per camminare assieme prima e continuare a camminare assieme poi senza che le strade si dividano. Questo cammino di formazione e di discernimento potrebbe anche essere un modo per capire se il "sì" che la moglie dice all'inizio e alla fine dell'iter di formazione sia espresso in piena libertà e non per compiacere il marito o per mancanza di coraggio nel dire no».

- Testimonianza dalla Francia, di Marie-Francoise Maincent-Hanquez: «(…) Nello svolgersi del percorso e della formazione, è importante che la moglie possa esplorare le proprie motivazioni, le proprie riserve e persino il proprio rifiuto a rispondere alla chiamata in tutta libertà, senza sperimentare il peso del senso di colpa, del ricatto o del condizionamento. Col tempo, la sposa deve poter maturare la sua risposta che diverrà un adeguamento dinamico e non subìto, ancor meno costretto ("accetto per fargli piacere"). Il cammino e la maturazione porteranno quindi la sposa a ricomporre parecchi fronti, essenzialmente in 4 ambiti: l'ambito personale, coniugale, familiare e spirituale. La sposa si impegnerà in un lavoro personale, interiore, provocato da una chiamata e attorno ad una chiamata che riguarda soltanto suo marito. Ella è portata a riflettere sul proprio posto, sulla giusta distanza rispetto al diaconato. È portata a ridefinire il proprio io intimo: quello a cui io, sposa, mi sento chiamata nel più profondo di me stessa. La sposa si interroga sulla percezione che essa ha di se stessa, sulla stima di sé e sulle immagini stabilite in un ruolo particolare di sposa il cui marito potrebbe diventare diacono. Il discernimento deve aiutarla a comprendere che anche lei deve realizzarsi pienamente. Il diaconato deve far vivere l'uno e l'altra dentro la coppia. La questione dello sguardo agli altri è anch'essa spesso fonte di inquietudine, specie oggi che le spose hanno in maggioranza una vita professionale e sociale. È quindi perfettamente normale interrogarsi, chiarirsi in merito a questa percezione esterna del mio sposo che diventerà "uomo pubblico". Qual è la percezione sociale della moglie di un diacono? Quella di una coppia nella quale il marito è diacono?
(...)
Quale espressione di Chiesa si legge attraverso il diaconato di un uomo sposato? È una domanda interessante da esplorare. (…) Le spose dei diaconi ritengono che vivere il cammino verso il diaconato in coppia e seguire i percorsi che la coppia si traccia dopo l'ordinazione è una opportunità e una gioia, anche se non tutto è semplice da vivere nel quotidiano: "Il Signore è venuto a cercare mio marito, Egli provvederà, la sua grazia sovrabbonderà rispetto alle mie difficoltà"».

Interessante a questo proposito la relazione di Andrea Grillo (docente di Sacramentaria al Pontificio Ateneo S. Anselmo) sulla Ministerialità matrimoniale e ministero diaconale, nella quale si analizza lo stato di vita di un uomo sposato all'interno del ministero ordinato e la constatazione che «introdurre nel contesto ecclesiale ufficiale una teologia del diaconato come sacramento modifica la comprensione dello sviluppo del sacramento del matrimonio». Il matrimonio, almeno nella chiesa latina, visto come oggetto della cura pastorale da parte di persone "ordinate", ora entra esso stesso nell'ambito del sacramento dell'ordine, come soggetto. «Questo mutamento disciplinare comporta dottrinalmente un cambiamento di identità».

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