venerdì 26 febbraio 2010

Ascoltarlo e seguirlo

28 febbraio 2010 – 2a domenica di Quaresima (C)

Parola da vivere

È il Figlio mio, ascoltatelo! (Lc 9,35)


Gesù, in compagnia di Pietro, Giacomo e Giovanni, sale sul monte Tabor. Con la sua trasfigurazione rivela la sua identità; il Padre ne dà la conferma. "È il Figlio mio, l'eletto, ascoltatelo!".
I tre rimangono abbagliati e assaporano un pezzo di cielo: "È bello per noi stare qui". Vorrebbero definitivamente indossare questa luce evitando le tenebre angosciose del Calvario.
È molto bello stare con Gesù sul Tabor, immersi nella luce, occorre però scendere dal monte, dove la nostra fede incontra le piccole e grandi croci della vita quotidiana. Perché l'itinerario che porta Gesù alla risurrezione è la croce.
Il Padre anche oggi dice a noi: "Ascoltatelo!" e "seguitelo!".
Certo. Aspettiamo "cieli nuovi", tuttavia, nel frattempo, dobbiamo darci da fare per realizzare una "terra nuova" con la prova, dolorosa, della 'trasformazione', come dice Paolo: "Il Signore trasfigurerà il nostro corpo mortale e lo farà simile al suo corpo glorioso".



Testimonianza di Parola vissuta


Originario di Natal, nel nordest brasiliano, a 16 anni Tico da Costa, per gli amici Titìco, s'imbatte con la spiritualità del Movimento dei Focolari. Lui stesso dirà: "In quel momento mi sono detto: questo fa proprio per me, ho trovato!". E racconta; "Una notte, dopo quell'incontro, guardando il cielo carico di stelle, mi è parso che mi chiamassero... le stelle!... a portare la gioia e l'amore per il mondo".
Prende forma così la sua nuova "avventura" di vita: una scelta che qualche anno dopo lo porterà prima a Recife e poi a Roma, dove trascorre diversi anni ad approfondire e far propria la dirompente spiritualità di Chiara Lubich. Al tempo stesso compone canzoni e incide dischi, conosce e frequenta artisti e cineasti come il maestro Podestà, Trio de Paula e Lina Wertmüller, si esibisce in concerti in Brasile, Stati Uniti, Italia, ottenendo un'accoglienza insospettata.
Era in tournée in Italia, quando gli è stata annunciata la grave e fulminea malattia. La sua reazione: «Sono qui davanti a voi con la certezza che ogni momento presente è il più importante. E questo momento è arrivato sotto la melodia del dolore, una melodia che sostiene il mondo, più forte della stessa musica. Perché ha in sé un mistero salvifico. (...) Non credevo che questo male fosse cresciuto così tanto. È maligno. Ma siccome io sono "benigno", già l'ho vinto!».
Anche in questi momenti così estremi, "Titìco" non si smentiva, e ha continuato ad essere sé stesso: un amante della "Vita", capace di unificare in sé "amore" e "umore".
«Non sappiamo quello che Dio vuole da noi. Domani, con Sara, parto per il Brasile, tornerò dai nostri figli, a combattere questa malattia: con molto amore, molto umorismo (...). Segue la Vita: ci ritroveremo lì tutti quanti, sicuramente».
Titìco ci ha lasciato alla fine di agosto 2009. Del cantautore brasiliano ci resta la travolgente gioia di vivere, insieme alle sue numerose canzoni.
Il suo è stato veramente un canto alla "Vita"!

(da Città Nuova n. 20/2009)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, esperienza in parrocchia)

mercoledì 24 febbraio 2010

Diaconia, servizio della reciprocità


Servire, secondo l'esempio di Gesù, è un "discendere" ad un livello più basso per amore dell'altro, per prendersi cura di un'altra persona.
È spontaneo chiederci: per servire Dio, come possiamo "discendere" ad un livello più basso?

Sant'Ireneo scrive (nel trattato "Contro le eresie") che Gesù «ci comandò di seguirlo non perché avesse bisogno del nostro servizio, ma per dare a noi stessi la salvezza. Seguire il Salvatore, infatti, è partecipare della salvezza, come seguire la luce significa essere circonfusi di chiarore. (…) Così è anche del servizio verso Dio: non apporta nulla a Dio, e d'altra parte Dio non ha bisogno del servizio degli uomini, ma a quelli che lo servono dà la vita… Accorda i suoi benefici a coloro che lo servono per il fatto che lo servono… Dio ricerca il servizio degli uomini per avere la possibilità di riversare i suoi benefici… Mentre Dio non ha bisogno di nulla, l'uomo ha bisogno della comunione con Dio».

Dio, quindi, non ha bisogno del nostro servizio; noi però abbiamo bisogno di servire per essere discepoli di Gesù! Ma i beneficiari di questo servizio verso Dio siamo noi, coloro che servono.
Servire Dio significa però "servire" i propri fratelli. Non si può infatti amare Dio che non si vede, se non si ama il prossimo che si vede, secondo le parole di san Giovanni.
Se tutti, per essere discepoli di Gesù, devono servire il prossimo, chi sarà allora servito? Io penso che la risposta venga dal comprendere che noi dobbiamo attuare un servizio che sia vicendevole. Gesù stesso ci invita a "lavarci i piedi l'un l'altro". Allora si comprende come il servizio reciproco abbia il suo compimento nella comunione reciproca: la carità, per essere veramente tale, porta alla comunione, ha il suo culmine nell'unità. In essa abbiamo la pienezza della nostra vita: Dio viene a dimorare in mezzo a noi
Il diacono è servitore di questa reciprocità, sacramento di Cristo che porta tutti (e lui compreso) ad essere servi di Dio nel prossimo, perché Dio stesso abiti fra noi ed in noi.
Questo è il lievito che necessita nella nostra società, oggi.


domenica 21 febbraio 2010

La nudità della fede


La terza tentazione di Gesù ci fa capire cosa sia l'obbedienza di Gesù: "un salto nel buio". Claudio Arletti nel suo commento scrive: «… La terza tentazione mina la base stessa della posizione di Gesù. Il diavolo vuole che il Cristo verifichi la propria figliolanza a fronte della promessa di Dio di proteggerlo. (…) Eppure, che cos'è l'obbedienza di Gesù se non un salto nel buio? È la vertigine della fede: credere in Colui che è presenza, senza esigere una prova immediata e tangibile. Sarà la vertigine del Golgota: là il Figlio affiderà il proprio spirito nelle mani del Padre quando esse l'hanno apparentemente abbandonato… La terza tentazione esige come unica reazione la nudità della fede. (…) La fede è attesa, dilazione nella pretesa che il Padre agisca secondo tempi e modalità che potremmo anche pretendere come legittimi proprio in base alla sua Parola. Nella terza tentazione c'è tutto il dramma della Pasqua, delle nostre preghiere inascoltate, del nostro sconforto davanti al silenzio di Dio, del nostro non comprendere».

La spiritualità del diacono ha il suo modello nel Cristo servo, in Colui che "non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti". Il dramma della croce e dell'abbandono del Figlio di Dio sono l'icona del suo "essere per gli altri", la ragione del suo operare: essere quel "nulla d'amore" che è tramite per il dono della vita che viene da Dio. Gesù nel mistero del suo abbandono è quella «porta spalancata, pienamente aperta sulla Trinità. Là dove la porta del Cielo sembra chiudersi per lui, egli diviene la porta del Cielo per tutti noi. Gesù abbandonato è la porta attraverso la quale avviene lo scambio perfetto tra Dio e l'umanità: fattosi nulla, unisce i figli al Padre. È quel vuoto (il vano della porta) per cui l'uomo viene in contatto con Dio e Dio con l'uomo» (Chiara Lubich, da Città Nuova, 2/2010).

L'esperienza che Gesù fa della morte è l'«atto ultimo di fede nell'amore del Padre, che non può abbandonarlo, (…) è l'atto più alto di conoscenza che un uomo possa fare… Atto fondamentale della nostra vita: credere che la fede è conoscenza, ed è conoscenza là dove non può arrivare la conoscenza; è fidarsi dell'altro che amiamo. L'altro non può dirmi perché mi vuol vene, e io gli voglio bene. Ecco, questo atto di amore, portato alle ultime conseguenze è l'atto di fede. "Beati quelli che credono senza vedere!"… È l'esperienza di Gesù che, abbandonato da Dio, crede in Dio, abbandonato dal Padre, si rimette al Padre…» (dagli appunti ad una conversazione di don Silvano Cola, amico e maestro, scomparso tre anni fa).


venerdì 19 febbraio 2010

La preghiera, respiro dell'anima

21 febbraio 2010 – 1a domenica di Quaresima (C)

Parola da vivere

Il Signore, Dio tuo, adorerai (Lc 4,8)


Quaresima: tempo della nostra esperienza con Dio.
Un po' di deserto, quindi, un po' di silenzio fa bene. È l'occasione per riscoprire la bellezza di un rapporto filiale, come ha fatto Gesù con il Padre, coltivando e migliorando la preghiera, respiro dell'anima.
È pure utile, in questo tempo, per vincere le incredibili e assurde richieste del tentatore, vivere la Parola: "Il Signore, Dio tuo, adorerai!".
Il demonio, si accosta anche a noi con le sue allettanti proposte, cercando di farci deviare dal realizzare il progetto di Dio: fare la sua volontà.
Paolo nella Lettera ai Romani ci illumina e ci incoraggia a non mollare, perché "Chi crede in lui non sarà deluso".
"Inquieto è il nostro cuore, finché non riposa in te" dice sant'Agostino, che aveva fatto nella sua vita l'amara esperienza di vivere lontano da Dio.
In concreto, non perdiamo l'occasione di pregare meglio, di confrontarci con la parola di Dio, vivendo uno stile di vita sobrio, per alleviare le sofferenze di molti, provvedendo alle necessità dei bisognosi.
Dio allora dimorerà in noi e – con Gesù – insieme cammineremo verso la Pasqua.


Testimonianza di Parola vissuta


Sono nato e cresciuto in una famiglia che si è sempre impegnata a trasmettermi i valori cristiani basati sul rispetto e sull'amore al prossimo, senza discriminazioni.
Da ragazzo mi sono fatto il proposito di vivere seguendo questi valori: con la squadra di calcio, a scuola, con i miei amici, mi sono sempre sforzato di andare controcorrente, cioè, di non lasciarmi trascinare da tutto ciò che la società del consumo propone; infatti, in Europa predomina il materialismo, contano di più l'avere e l'apparire che l'essere.
Ma ad un certo momento della mia vita, i piaceri e la felicità passeggeri mi hanno fatto perdere la strada. In pratica mi sono venduto al mondo. Volevo conoscere tutto ciò che fino ad allora avevo considerato la via più facile e, allo stesso tempo, più vuota. Così iniziava una nuova fase della mia vita, dove il rispetto verso le persone e verso Dio non aveva più valore.
Ho incominciato a sperimentare cose che mi soddisfacevano per un momento, e subito dopo provavo un grande vuoto nell'anima, un'immensa solitudine che mi faceva stare male.
Dopo essere sprofondato a terra più di una volta, ho deciso di ricominciare e tornare alle mie origini. A ritrovarmi con quei valori che sempre erano presenti dentro di me, anche se sepolti sotto tante cose vane.
Adesso, in questa cittadella dove vivo con giovani di tutto il mondo, sto facendo un'esperienza molto bella. Vado scoprendo tante cose che non conoscevo, grazie alle persone che mi sono attorno. Scopro nel fratello una via per crescere, uno specchio in cui riflettermi. Sto cercando e trovando l'amore puro, senza interessi. Un amore che nasce dall'anima, senza pregiudizi.
Questo amore, che ha le radici nel Vangelo vissuto, mi porta a staccarmi dalle cose passeggere ed è una strada verso la libertà, una strada che mi porta a Dio insieme ai fratelli.

(J., Italia)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, esperienza in parrocchia)

mercoledì 17 febbraio 2010

Quaresima, essere poveri di spirito


È un periodo "serio" questo della Quaresima appena iniziato.
Si fanno propositi particolari, si vorrebbe recuperare il tempo perduto a "non vivere" e così potersi incontrare con cuore riconciliato e rinnovato con la "Vita".
Come allora vivere al meglio questo periodo speciale?
Ho imparato, attraverso cadute ed insuccessi e quei momenti di grazia in cui sperimenti l'amore di Dio che ti invade e dà sapore a tutto e senso all'esistenza, a non andare in cerca di cose particolari. Vivrò questa Quaresima nel modo migliore, se sarò me stesso in quello che la vocazione alla diaconia richiede: essere per gli altri segno dell'amore di Dio per ogni uomo e ogni donna che incontro.
Mi sono di luce alcuni pensieri di Chiara Lubich sull'arte di amare, in particolare su una "tecnica" originale: "farsi uno".
Ne riporto alcuni pensieri, sia a lato, periodicamente, nel riquadro "Zoom…", sia nel mio sito di documenti.
Sono di una sapienza e di una semplicità straordinaria, questi pensieri:

«Non si può entrare nell'animo di un fratello per comprenderlo, per capirlo, per condividere il suo dolore, se il nostro spirito è ricco di un'apprensione, di un giudizio, di un pensiero... di qualunque cosa. Il «farsi uno» esige spiriti poveri, poveri in spirito. Solo con essi è possibile l'unità.
E a chi si guarda, allora, per imparare questa grande arte d'esser poveri di spirito, arte che porta - lo dice il Vangelo - il Regno di Dio con sé, il regno dell'amore, l'amore nell'anima? Si guarda a Gesù Abbandonato. Nessuno è più povero di Lui: Egli, dopo aver perso quasi tutti i discepoli, dopo aver donato la madre, dà anche la vita per noi e prova la terribile sensazione che il Padre stesso lo abbandoni.
Guardando Lui, si comprende come tutto va dato o posposto per amore dei fratelli: vanno donate o posposte le cose della terra e anche - se occorre - in certo modo, i beni del Cielo. (…)».

È un'arte, una ginnastica che ti affina l'anima e ti rende strumento vero dell'amore di Dio. Diversamente, se non amo così, sperimento aridità e fallimento… Ma nel dolore che procura questa "non povertà di spirito" scopro la possibilità della grazia della "guarigione" del cuore, che solo Gesù può dare.
Basta credere che Lui mi può guarire!

domenica 14 febbraio 2010

Ai poveri appartiene il Regno


L'impatto con la prima beatitudine riportata dall'evangelista Luca (cf Lc 6,20) ci spiazza tutti, dato che è dei poveri il regno di Dio, quasi che chi non è tale debba ritenersi escluso.
Lo dice bene Claudio Arletti nel suo commento, di cui riporto alcune frasi significative:

«Il povero non è beato in virtù della sua condizione di penuria… Il povero è beato perché il regno di Dio gli appartiene, lo include e lo abbraccia. (…) La "compagnia" del povero sono ciechi, zoppi, lebbrosi, sordi… Il povero, così come il sofferente e l'ammalato sono esclusi da inviti e banchetti perché non hanno nulla da dare… Il povero è colui al quale non possiamo guardare come a una potenziale e futura risorsa, ma come a chi vede in noi una risorsa cui attingere continuamente, senza speranza di restituzione. (…) Il Regno è di coloro che la società tende e tenderà sempre a emarginare. (…) Il Cristo è venuto per chi non può dargli nulla, né può corrispondere in alcun modo. Si tratta di una chiara scelta di campo, non certo di una falsa e sdolcinata mistica della povertà. Dio è schierato. Non è imparziale. (…) Oggi chi ha il potere lo condivide con chi può rafforzare l'idea di grandezza del donatore. Senza riconoscimento che cosa è il potere di questo mondo? È solo il consenso degli uomini che attribuisce peso a un altro uomo. La regalità divina, invece, non nasce così. Allora, il povero che oggi ha fame domani sarà saziato da Dio, senza appello. Il povero che oggi piange, domani riderà perché il Regno è suo. (…)».

L'esperienza di guardare a chi mi sta accanto con gli occhi di Dio, se da un lato mi fa ricordare quanto fragile è il nostro cristianesimo e quanto infruttuosa la nostra testimonianza, dall'altra mi fa scoprire che, se apro il mio cuore al "povero" con quell'amore che sa accogliere senza pretendere e sa "scendere" da ogni piedestallo di presunta sapienza, l'incontro è veramente con quel Dio che si è fatto uno di noi e ci riempie della sua vita.

Mi danno luce quanto leggo nelle Norme per la formazione del diacono, di chi è chiamato in modo speciale ad esprimere la "diaconìa" di Cristo: «Il leitmotiv della sua vita spirituale sarà dunque il servizio; la sua santità consisterà nel farsi servitore generoso e fedele di Dio e degli uomini, specie dei più poveri e sofferenti» (nr.11).
«L'elemento maggiormente caratterizzante la spiritualità diaconale è la scoperta e la condivisione dell'amore di Cristo servo, che venne non per essere servito, ma per servire. Il candidato dovrà acquisire quegli atteggiamenti che, pur non esclusivamente, sono tuttavia specificamente diaconali, quali la semplicità di cuore, il dono totale e disinteressato di sé, l'amore umile e servizievole verso i fratelli, soprattutto i più poveri, sofferenti e bisognosi, la scelta di uno stile di condivisione e di povertà» (nr. 72).
«La fonte di questa nuova capacità di amore è l'Eucaristia, che non a caso caratterizza il ministero del diacono. Il servizio ai poveri infatti è la logica prosecuzione del servizio all'altare…» (nr. 73).

venerdì 12 febbraio 2010

Il paradiso, la gioia di vivere

14 febbraio 2010 – 6a domenica del Tempo ordinario (C)

Parola da vivere

La vostra ricompensa è grande nel cielo (Lc 6,23)


Secondo il linguaggio biblico, nessuno è realmente "ateo". Sia il credente che "l'ateo" hanno la fede. La differenza fra credente e non-credente è una scelta esistenziale, l'impostazione fondamentale della propria vita: il credente si appoggia su Dio e pone la sua fiducia in lui, il non-credente crede unicamente in se stesso o nel denaro, o nelle proprie capacità.
Male per costoro: "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo, il cui cuore si allontana dal Signore" dice Geremia. Bene per i credenti: "Beati voi, perché vostro è il regno di Dio" dice Luca.
Pertanto, o ci si fida di Dio, o ci si attacca agli idoli.
Gesù, dopo aver vissuto per primo l'adesione a Dio Padre compiendo la sua volontà, - fatta l'esperienza di povero, mite, umile, sofferente, - si fa maestro, degno di fede, per tutti noi: "Beati voi, poveri", perché Dio è stanco di vedervi soffrire e ha deciso di mostrarvi che vi ama.
La ricompensa di una vita vissuta così è il paradiso, di cui già fin d'ora, possiamo gustarne un anticipo: la libertà da ogni forma di idolatria, l'armonia dei rapporti, la gioia di vivere.
Allora? Fidiamoci di Gesù Maestro: viviamo già qui in terra, come vivremo là in cielo.

Testimonianza di Parola vissuta


Ho conosciuto Paola sei mesi fa quando è stata ricoverata nel mio reparto per una grave malattia. Era come me, sui 40 anni, infermiera, con tre figli; mi avevano colpito la sua bellezza e il suo sorriso (è sempre attraverso la bellezza che il Signore ci attira, è un fascino cui non si può resistere) e la raffica di domande su quello che le capitava. La mattina dopo non vedevo l'ora di rientrare in quella stanza. Anche lei era contenta e ha ricominciato con le domande. Io e la fisioterapista evitavamo le risposte dirette, pensavamo soltanto a tirarla su. Ma erano domande profonde, radicali, di una persona che vuole vivere intensamente la realtà e io non potevo stare davanti a lei facendo finta di niente o aggirandola. Le ho detto che avrei pregato. Paola mi ha ringraziato, e da lì è cambiato tutto.
Dopo qualche giorno ho conosciuto suo marito e i suoi figli. Ci siamo riviste, io l'ho invitata ad alcuni incontri sull'educazione e lei mi ha voluto a cena: mi ha accolto come un'ospite speciale anche se allora non eravamo in grande confidenza. Quando ci telefonavamo lei andava subito al sodo con le sue drammatiche domande di senso: capiva verso dove stava andando e non si sentiva preparata, ma chi è pronto a morire? Io non sapevo bene che cosa dirle, ma ci facevamo compagnia.
In quei giorni è cominciata l'amicizia con suo marito. Andavo qualche volta a trovarli in ospedale (non era la clinica dove lavoro io); lui le stava accanto tutto il giorno, si è fatto insegnare come assisterla e lo faceva meglio di un infermiere. In questa condivisione ormai quotidiana si è riavvicinato alla fede. Abbiamo cominciato a pregare insieme chiedendo il miracolo. Ha fatto spazio a poco a poco fino ad abbandonarsi. In questa amicizia vedeva qualcosa che gli sfuggiva totalmente, una Presenza misteriosa, e le dava credito ritrovandosi a fare cose mai fatte. Diceva che non capiva cosa gli succedeva. Anch'io ho fatto cose impensabili, ma mio marito, i figli e gli amici sono una compagnia che è un abbraccio per tutti.
Paola è morta serena, e attraverso la sua morte Dio ha fatto il miracolo di chiamare tutti noi a Lui. L'amicizia cristiana è davvero una compagnia verso il destino.

(Maria, VR)


(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, esperienza in parrocchia)

domenica 7 febbraio 2010

Dalla sua pienezza…


"Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia" (Gv 1,16)

Questo il titolo dell'incontro a cui ho partecipato oggi. Ho trascorso, infatti, tutta la giornata con gli amici di "Nuovi Orizzonti", vivendo intensamente la giornata di spiritualità con Chiara Amirante, a Roma.
Era la prima volta…
Nell'invito si legge: «…potrai partecipare ad un evento di festa, con meditazioni, preghiere, canti, testimonianze, e, in un clima di fraternità semplice e spontanea, tanta e tanta gioia. Se verrai con il cuore aperto, ti caricherà umanamente e spiritualmente per tutto il mese!… La meditazione iniziale è guidata da Chiara Amirante, la quale propone a tutti un tema particolare da meditare e da vivere…».
È stato proprio così! Non ripeterò concetti o temi particolari, ma voglio comunicare semplicemente quello che ho provato, quello che ho vissuto.
L'esperienza di essere avvolti in maniera sovrabbondante, "grazia su grazia", oltre ogni misura, da quella "pienezza" che viene dall'amore di Dio per noi è una "grazia" per la quale non ringrazieremo mai abbastanza. Quel "Grazie" a Gesù per il suo amore personale per ciascuno, preso così com'è, è stato come un inno ininterrotto che si è elevato per tutto l'incontro, un canto di gioia perenne.
Sono stato affascinato dalla radicalità con la quale Chiara propone come seguire Gesù, in qualunque stato di vita o situazione particolare uno si trovi. È Gesù che chiama! E noi, con la semplicità dei bambini del vangelo, rispondiamo, credendo a quell'invito, andando oltre ad ogni paura, non fidandoci di noi stessi, ma solo di Lui.
Coll'entusiasmo giovanile, sperimentato anche da chi non è più giovane, dici di sì a quell'Amore che ha dato senso alla tua vita.
Riscopri con immensa gratitudine che il Re ha invaso il tuo cuore; e Lo contempli vivo ed operante dentro di te. E guardi ai fratelli che ti stanno accanto con un amore purificato dalla Sua presenza, pronto ad abbracciare, con quella gioia che non "violenta", anche il dolore delle anime accanto.
Grazie per questa giornata piena e meravigliosa!

























venerdì 5 febbraio 2010

Disponibilità totale

7 febbraio 2010 – 5a domenica del Tempo ordinario (C)

Parola da vivere

Lasciarono tutto e lo seguirono (Lc 5,11)


L'evangelista Luca e il profeta Isaia ci parlano della chiamata di Dio, della risposta e della missione dell'uomo.
Udii la voce del Signore: "Chi manderò…?". Io risposi: "Eccomi, manda me!", dice Isaia.
Pietro, manifestata la sua povertà e inadeguatezza, si fida di Gesù e pronuncia quella frase stupenda: "Sulla tua parola getterò le reti"; e Gesù fa di Pietro un annunciatore del vangelo: "Non temere, sarai pescatore di uomini".
Il Signore, quando intende "chiamare", "inviare" qualcuno, non fa l'esame delle sue virtù, ma guarda alla disponibilità: il peccato pensa lui a cancellarlo.
La chiamata a seguire Gesù è per tutti i cristiani: è una questione d'amore.
Fondamentale però è fare l'esperienza del suo amore misericordioso. Solo allora parte il cuore, ci si fida di lui e si è disposti, con fatica ma nella pace, perché innamorati di lui, a vivere anche il "crudo del vangelo", senza rimpianti e calcoli. Diventiamo così partecipi e corresponsabili della missione di Gesù: realizzare un mondo nuovo fondato sull'amore.
Nella GIORNATA PER LA VITA impareremo così ad amare, difendere e aiutare chi si sente solo, chi soffre e ad avere occhi di misericordia e accoglienza per chi ha sbagliato.

Testimonianza di Parola vissuta


Una vicina mi ha chiamato. Aveva un figlio ammalato, era incinta e il marito non voleva un altro figlio. Il medico le aveva detto che era probabile che questo bambino nascesse più ammalato del primo, per questo le consigliava l'aborto.
Il marito appena saputo della gravidanza l'aveva lasciata. "Non ho lavoro, resterò senza casa, non mi resta che abortire…" concludeva. Le abbiamo offerto il nostro aiuto. Rassicurata, ha deciso di continuare la gravidanza.
L'abbiamo aiutata a portare i suoi pochi mobili in casa di una amica, vicina alla nostra. L'abbiamo seguita durante tutta la gestazione e, anche grazie all'aiuto di altre famiglie, siamo riusciti a non farle mancare nulla. È nata una bambina molto bella e sana. L'abbiamo fatto sapere al padre, che è andato subito in ospedale. Quando ha visto la figlia, che tra l'altro gli somiglia, ha pianto di gioia, ha chiesto perdono alla moglie chiedendo di tornare a casa.
Ancora una volta il nostro camion ha trasportato mobili e cose. Dopo un anno son tornati da noi con la figlia. L'hanno chiamata Victoria, perché la vita aveva vinto.

(Z.H., Brasile)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola, esperienza in parrocchia)