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venerdì 31 gennaio 2014

L'offerta della sua e, con Lui, della nostra vita a Dio


Presentazione di Gesù al Tempio

Appunti per l'omelia

La quarta domenica del Tempo ordinario quest'anno coincide, a quaranta giorni dal Natale, con la festa della Presentazione al Tempio di Gesù. Con questo rito il Signore si assoggettava alle prescrizioni della legge antica, ma in realtà veniva incontro al suo popolo che lo attendeva nella fede. Con questa festa si chiudono le celebrazioni legate alla nascita di Cristo e si apre il cammino verso il mistero della morte e risurrezione del Signore, preannunciata da Simeone alla Vergine Maria.
In questi Appunti mi sono fatto guidare dalle parole che Benedetto XVI ha pronunciato all'omelia del 2 febbraio dello scorso anno.
«Nel suo racconto dell'infanzia di Gesù, san Luca sottolinea come Maria e Giuseppe fossero fedeli alla Legge del Signore. Con profonda devozione compiono tutto ciò che è prescritto dopo il parto di un primogenito maschio. Si tratta di due prescrizioni molto antiche: una riguarda la madre e l'altra il bambino neonato. Per la donna è prescritto che si astenga per quaranta giorni dalle pratiche rituali, dopo di che offra un duplice sacrificio: un agnello in olocausto e una tortora o un colombo per il peccato; ma se la donna è povera, può offrire due tortore o due colombi (cfr Lv 12,1-8). San Luca precisa che Maria e Giuseppe offrirono il sacrificio dei poveri (cfr 2,24), per evidenziare che Gesù è nato in una famiglia di gente semplice, umile ma molto credente: una famiglia appartenente a quei poveri di Israele che formano il vero popolo di Dio. Per il primogenito maschio, che secondo la Legge di Mosè è proprietà di Dio, era invece prescritto il riscatto, stabilito nell'offerta di cinque sicli, da pagare ad un sacerdote in qualunque luogo. Ciò a perenne memoria del fatto che, al tempo dell'Esodo, Dio risparmiò i primogeniti degli ebrei (cfr Es 13,11-16).
È importante osservare che per questi due atti - la purificazione della madre e il riscatto del figlio - non era necessario andare al Tempio. Invece Maria e Giuseppe vogliono compiere tutto a Gerusalemme, e san Luca fa vedere come l'intera scena converga verso il Tempio, e quindi si focalizzi su Gesù che vi entra. Ed ecco che, proprio attraverso le prescrizioni della Legge, l'avvenimento principale diventa un altro, cioè la "presentazione2 di Gesù al Tempio di Dio, che significa l'atto di offrire il Figlio dell'Altissimo al Padre che lo ha mandato (cfr Lc 1,32.35).
Questa narrazione dell'Evangelista trova riscontro nella parola del profeta Malachia che abbiamo ascoltato all'inizio della prima Lettura: "Così dice il Signore Dio: Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate; e l'angelo dell'alleanza, che voi sospirate, eccolo venire … Egli purificherà i figli di Levi … perché possano offrire al Signore un'offerta secondo giustizia (3,1.3). Chiaramente qui non si parla di un bambino, e tuttavia questa parola trova compimento in Gesù, perché "subito", grazie alla fede dei suoi genitori, Egli è stato portato al Tempio; e nell'atto della sua "presentazione", o della sua "offerta" personale a Dio Padre, traspare chiaramente il tema del sacrifico e del sacerdozio, come nel passo del profeta. Il bambino Gesù, che viene subito presentato al Tempio, è quello stesso che, una volta adulto, purificherà il Tempio (cfr Gv 2,13-22; Mc 11,15,19 e par.) e soprattutto farà di se stesso il sacrificio e il sommo sacerdote della nuova Alleanza.
Questa è anche la prospettiva della Lettera agli Ebrei, di cui è stato proclamato un passo nella seconda Lettura, così che il tema del nuovo sacerdozio viene rafforzato: un sacerdozio - quello inaugurato da Gesù - che è esistenziale: "Proprio per essere stato messo alla prova e avere sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova" (Eb 2,18). E così troviamo anche il tema della sofferenza, là dove Simeone pronuncia la sua profezia sul Bambino e sulla Madre: "Egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione - e anche a te [Maria] una spada trafiggerà l'anima" (Lc 2,34-35). La "salvezza" che Gesù porta al suo popolo, e che incarna in se stesso, passa attraverso la croce, attraverso la morte violenta che Egli vincerà e trasformerà con l'oblazione della vita per amore. Questa oblazione è già tutta preannunciata nel gesto della presentazione al Tempio, un gesto certamente mosso dalle tradizioni dell'antica Alleanza, ma intimamente animato dalla pienezza della fede e dell'amore che corrisponde alla pienezza dei tempi, alla presenza di Dio e del suo Santo Spirito in Gesù. Lo Spirito, in effetti, aleggia su tutta la scena della presentazione di Gesù al Tempio, in particolare sulla figura di Simeone, ma anche di Anna. È lo Spirito "Paraclito", che porta la "consolazione" di Israele e muove i passi e il cuore di coloro che la attendono. È lo Spirito che suggerisce le parole profetiche di Simeone e Anna, parole di benedizione, di lode a Dio, di fede nel suo Consacrato, di ringraziamento perché finalmente i nostri occhi possono vedere e le nostre braccia stringere "la sua salvezza" (cfr 2,30)».
Una consolazione che passa attraverso la sofferenza e la croce, con «una fede che sappia riconoscere la sapienza della debolezza. Nelle gioie e nelle afflizioni del tempo presente, quando la durezza e il peso della croce si fanno sentire, non dubitate - conclude Benedetto XVI - che la kenosi di Cristo è già vittoria pasquale. Proprio nel limite e nella debolezza umana siamo chiamati a vivere la conformazione a Cristo, in una tensione totalizzante che anticipa, nella misura possibile nel tempo, la perfezione escatologica», fino alla fine.


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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
I miei occhi hanno visto la tua salvezza (Lc 2,30)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)


Commenti alla Parola:
•  di Gianni Cavagnoli (VP 2014)
•  di Enzo Bianchi


giovedì 30 gennaio 2014

Il diacono e le sfide del nostro tempo [1]


La rivista Il Diaconato in Italia dedica il n° 181 al diaconato dentro le sfide del nostro tempo.
Nel riportare i vari articoli nel mio sito di testi e documenti, segnalo questi interventi.







Sfide del tempo o sfide del Vangelo? (Editoriale)
di Giuseppe Bellia
Il termine "sfida", soprattutto se associato a "il nostro tempo", è diventato una sorta di tormentone pastorale che ha finito per contagiare anche altri ambiti come la società, la politica, l'economia e la scuola, per citarne solo alcuni. In realtà tensioni, nemmeno tanto sotterranee e nascoste, traversano e inquietano credenti e chiese perché si ha la sensazione che qualcosa si è inceppato o peggio che qualcosa sta scricchiolando dall'interno della «casa di Dio che è la Chiesa del Dio vivente, colonna e sostegno della verità» (1Tm 3,15), È a servizio di questa verità che non è teorema, slogan o dottrina che si vuole prendere sul serio quanto lo Spirito Santo non cessa di dire alle chiese anche attraverso il grido e le domande sincere degli uomini del nostro tempo, nostri compagni di viaggio verso quel senso ultimo dell'esistere umano che noi cristiani diciamo di conoscere e di perseguire.
[…]
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Le grandi trasformazioni del nostro tempo (Contributo)
di Luca Bassetti
Saper interrogare le Scritture è ciò che nel nostro tempo non abbiamo imparato a fare. Sono mancati i maestri? Si sono spenti gli animi? Le luci devono essere riaccese.

Il tessuto sociale
Viviamo un tempo di forti trasformazioni sociali, politiche culturali, economiche di carattere sempre più globale e di natura talmente complessiva e pervasiva da essere praticamente ingovernabili non solo dai singoli o dalle comunità locali, ma anche dagli stati nazionali. Tali cambiamenti hanno un carattere congiunturale ed epoca le talmente profondo da comportare decisive ripercussioni in ogni aspetto della vita, dalla quotidianità della gente comune, alle scelte dei governi, alle politiche della comunità internazionale. […]

Cosa dicono le Scritture
Uno scritto breve, di epoca tarda, in apparenza disorganizzato e letterariamente affatto strutturato, dal tenore scarsamente teologico e dal tono piuttosto pratico, quasi moralistico, tanto da apparire addirittura ovvio e banale nel suo argomentare, la Lettera di Giacomo, per molto tempo trascurata nella considerazione delle Chiese, è oggi da più parti alquanto rivalutata. Testo probabilmente della terza generazione cristiana, che tenta di ricapitolare l'essenziale della fede nel Signore Gesù e dell'esistenza da essa ispirata, in un tempo in cui le chiese, forse ormai consolidate nella loro articolazione istituzionale e nel loro concreto vissuto, rischiavano tuttavia di esprimere una fede vuota, spiritualizzata e distante dai problemi reali, ispirata ad un sentire gnosticheggiante, che finisce col vanificare l'incarnazione in tutte le sue implicazioni non solo teologico-ecclesiali, ma anche etico-sociali. […]
[…]
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Chiesa e diaconi: tra routine e profezia? (Presentazione)
di Giovanni Chifari
Saper discernere la dimensione spirituale del tempo in cui si vive è un'operazione necessaria per comprendere quale diaconia suggerisce lo Spirito per il bene della sua Chiesa e per questo mondo tormentato e assetato di speranza. Si tratta cioè di leggere in che modo lo Spirito partecipa a questo tempo, quali moti e sussulti, provocazioni e stimoli, aperture e spinte, in modo da poter conoscere quali sono le reali odierne sfide distinguendole dai falsi allarmi o dalle presunte minacce. Una sfida così intesa diviene ricerca delle vie mediante le quali lo Spirito intende superare l'elemento di criticità, che possiamo anche chiamare peccato personale o anche strutturale, che le ha originate e che ancora attende di essere trasceso: una situazione di vulnerabilità, una ferita che invoca conversione e profezia.

Le intuizioni profonde
Scorrendo la storia del secolo scorso, così hanno fatto don Sturzo, La Pira e Dossetti con intuizioni che si sono rivelate prodighe e feconde, che hanno reso attuale il Vangelo nella società. […]

L'enciclica Lumen Fidei
Presentazione dell'Enciclica […]

Nel segno del servizio
La fede si esprime nel servizio, nel quotidiano costante e silenzioso martirio spirituale di chi si dona agli altri perché ha riconosciuto che è questa la via che ha tracciato il Maestro e Signore, che come annuncia l'Evangelo, è venuto per servire e non per essere servito (cf. Mc 10,43). L'enciclica non trascura questo ineludibile passaggio, insistendo spesso sul legame tra fede e servizio. […]
[…]
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lunedì 27 gennaio 2014

Sull'esempio di Cristo


È sempre bene richiamare alla mente, per rinfrancare il cuore e la volontà, sulla propria identità, come può essere quella di chi è chiamato alla diaconia ordinata, come, peraltro, per ogni discepolo di Gesù che vive la propria diaconia.
Durante la Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani, papa Francesco ci ha ricordato che è importante, se non indispensabile, per poter giungere all'unità (dono di Dio e non opera umana!) camminare insieme, pregare insieme, nonostante le nostre diversità, anzi, credendo che proprio queste diversità sono un dono che ognuno deve saper cogliere per sé.
Questo vale per il dialogo con i cristiani di diverse confessioni, ma vale (ed è qui che si gioca la mia credibilità e testimonianza!) anche e soprattutto all'interno delle nostre comunità, parrocchiali od altro.
Mi sono chiesto allora quale fosse la via più appropriata per fare questo tratto di cammino di fede "insieme". Non c'è altro modo: il discepolo sarà come il suo Maestro. Da Lui imparerà la via da percorrere, la verità da annunciale, la vita piena che nasce dalla gioia dell'incontro con Lui. La strada? Quella da Lui percorsa: si è fatto uno di noi!
Scrive san Fulgenzio di Ruspe: «… nel mistero dell'Incarnazione del Signore, … il Figlio di Dio "pur essendo di natura divina, spogliò se stesso assumendo la condizione di servi", cioè "si umiliò facendosi obbediente fino alla morte" (Fil 2,6-8) e si abbassò rendendosi "inferiore agli angeli" (Eb 2,7), senza perdere tuttavia l'uguaglianza della divinità con il Padre… Il Figlio, pur restando uguale al Padre, si è reso inferiore, perché si degnò di diventare simile all'uomo. Egli poi si rese inferiore, quando spogliò se stesso prendendo la condizione di servo».
È bello costatare in Gesù che il suo farsi uno di noi, non gli fa perdere il suo essere Dio: esempio inconfutabile che nell'amore, che tutto dà, noi raggiungiamo la pienezza del nostro essere, la nostra vera identità.
E continua san Fulgenzio: «L'umiliazione di Cristo dunque è il suo stesso annientamento; e tuttavia il suo annientamento null'altro è se non il rivestirsi della condizione di servo. Cristo dunque, pur rimando Dio, Unigenito di Dio, al quale offriamo sacrifici come al Padre, diventando servo si è fatto sacerdote e così per mezzo suo possiamo offrire una vittima viva, santa, gradita a Dio. Tuttavia Cristo non avrebbe potuto essere offerto da noi come vittima, se non fosse diventato vittima per noi. In lui la nostra stessa natura umana è vera vittima di salvezza».
Non c' è altro modo perché il nostro "essere per gli altri" porti quei frutti che possono generare la vita nella comunità degli uomini e la nostra diaconia essere presenza di quella di Cristo.

venerdì 24 gennaio 2014

La gioia di seguire Gesù


3a domenica del T.O. (A)

Appunti per l'omelia

Gesù inizia il suo ministero non in Giudea e nella capitale Gerusalemme, che sono il centro della vita religiosa di Israele, ma in Galilea, regione di periferia, dove abitano anche molti pagani e che è circondata da territori pagani: Gesù è il Messia anche dei pagani (cf Mt 4,12-23). Nella presenza e attività di Gesù in Galilea Matteo vede compiersi la stupenda visione profetica di Isaia (cf Is 8,23-9,3). È come l'esplodere della luce nelle tenebre e della vita in un luogo di morte. Dove arriva Gesù arriva la luce e la vita per tutti, anche per i pagani. È Lui, Gesù, "la luce" e "la vita". Lo è con la sua persona, la sua parola, la sua opera.
«Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: "Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino"». Sono le prime parole che Gesù rivolge alla gente che incontra ed esprimono in sintesi il suo intero messaggio.
Innanzitutto, l'annuncio di una "buona notizia" che riempie di gioia chi la riceve: il regno dei cieli, di Dio, è vicino. Il regno di Dio non è qualcosa di diverso o di separato da Dio, ma indica Dio stesso che, Signore e Re del suo popolo, interviene e si manifesta come Signore e Re impegnandosi in favore degli uomini. Se potessimo capire chi è Dio, nella sua infinita bontà e misericordia, felicità e bellezza, capiremmo qualcosa del "regno di Dio": Dio, che è Padre e Amore, si fa incredibilmente vicino per eliminare ogni situazione di ingiustizia e di dolore. Dio è qui e dona tutto ciò che ha e tutto ciò che è. Il Regno non è ancora completamente presente nella sua pienezza. Gesù, infatti, ci insegna a pregare: "Venga il tuo Regno!". Ma è già una realtà, che attende di diventare perfetta.
A questo lieto annuncio Gesù premette l'appello "convertitevi", volgetevi a Dio, volgete a Lui la faccia e il cuore, ascoltatelo attentamente con fiducia: non voltargli le spalle cercando la salvezza e la felicità lontano da Lui.
Ma il muoversi di Dio verso gli uomini esige come risposta il muoversi degli uomini verso di Lui.
L'imperativo «Convertitevi!» viene subito ripreso e precisato da un altro imperativo: «Venite dietro a me!». La conversione infatti, nel cogliere la presenza del Regno di Dio, consiste nel seguire una persona, nel legarsi a Gesù, nel diventare suoi discepoli.
Segue poi il racconto di una vocazione, di una chiamata. Parole semplici e scarne: Gesù passa, vede qualcuno (di cui si fa menzione del mestiere) e lo chiama a seguirlo. Non domanda altro. Il chiamato lascia tutto, aderisce a Gesù, lo segue. Ecco le componenti essenziali della vocazione! Da una parte c'è l'iniziativa di Gesù: Gesù passa. Gesù vede, sceglie. Non è uno sguardo distratto e gettato a caso, ma uno sguardo di intensissimo amore. Attraverso lo sguardo di Gesù è tutta la Trinità che mette gli occhi addosso a una persona.
Dall'altra parte l'iniziativa di Gesù provoca la risposta dei chiamati. Risposta che è caratterizzata da prontezza e gioia senza rimpianto. Risposta che è rottura con la situazione anteriore di professione e di famiglia. Risposta che è dono totale a chi chiama per condurre una nuova esistenza caratterizzata dalla comunione con Lui e da una missione: «Vi farò pescatori di uomini», non catturando più pesci uccidendoli, ma uomini salvandoli dalla morte. Questa risposta esprime la fede con cui il discepolo, senza chiedere spiegazioni, si affida interamente a chi lo chiama.
Gesù, chiamando i discepoli, li lega ciascuno alla sua persona e nello stesso tempo li inserisce in una comunità dove Lui è il centro. Non li stacca dagli altri uomini, ma vuole che la comunione con Lui e tra loro si espanda nella missione: è la realtà della Chiesa.
Anche oggi Gesù continua a passare accanto a me, mi vede col suo sguardo carico d'amore, mi chiama a fare quel passo concreto di fedeltà a Lui e io in ogni gesto decido se seguirlo o meno.
Ogni volta che ascolto il suo «Vieni dietro a me!», rispondo subito: «Sì, Gesù, io vengo dietro a te!».



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Convertitevi perché il regno dei cieli è vicino (Mt 4,17)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)


Commenti alla Parola:
•  di Gianni Cavagnoli (VP 2014)
•  di Marinella Perroni (VP 2011)
•  di Enzo Bianchi


giovedì 23 gennaio 2014

Amare la chiesa altrui come la propria


Papa Francesco, alla catechesi di ieri mercoledì 22, ha invitato tutti «a riconoscere con gioia i doni di Dio presenti in altre comunità». È bello poter guardare a tutti i discepoli di Gesù, a qualsiasi tradizione appartengano, con quell'occhio puro che sa cogliere la presenza dello Spirito ed apre ad un dialogo sincero, non su conquiste da fare o da vantare, ma sul comune desiderio di servire l'unico Signore e dare quella testimonianza di comunione «perché questo scandalo venga meno e non sia più tra noi».
Questo dialogo e questa apertura del cuore e della mente rappresenta una diaconia essenziale ed insostituibile affinché le nostre comunità siano e crescano secondo il Cuore di Dio. E questo a partire dalla "nostra" comunità, quella in cui siamo inseriti ed operiamo; a riconoscere in seno alla propria chiesa di appartenenza i doni che lo Spirito elargisce per l'utilità comune, senza gelosia o presunta superiorità.
«Paolo rimprovera i corinzi - dice papa Francesco - per le loro dispute, ma anche rende grazie al Signore "a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù, perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della conoscenza" (1,4-5). Queste parole di Paolo non sono una semplice formalità, ma il segno che egli vede prima di tutto (e di questo si rallegra sinceramente) i doni fatti da Dio alla comunità. Questo atteggiamento dell'Apostolo è un incoraggiamento per noi e per ogni comunità cristiana a riconoscere con gioia i doni di Dio presenti in altre comunità. Malgrado la sofferenza delle divisioni, che purtroppo ancora permangono, accogliamo le parole di Paolo come un invito a rallegrarci sinceramente delle grazie concesse da Dio ad altri cristiani. Abbiamo lo stesso Battesimo, lo stesso Spirito Santo che ci ha dato la Grazia: riconosciamolo e rallegriamoci».
«È bello – conclude il papa - riconoscere la grazia con cui Dio ci benedice e, ancora di più, trovare in altri cristiani qualcosa di cui abbiamo bisogno, qualcosa che potremmo ricevere come un dono dai nostri fratelli e dalle nostre sorelle».
Se il Vangelo ci comanda di amare il nostro prossimo come noi stessi, è altrettanto vero: "amare la chiesa altrui come la propria", presupposto per una reciprocità che dà testimonianza di quell'amore vicendevole che ci fa riconoscere come discepoli di Gesù (cf Gv 13,35).


martedì 21 gennaio 2014

Il Diaconato in Italia

Il diaconato in Italia n° 181 (luglio/agosto 2013)


Il diacono e le sfide del nostro tempo


Sommario


EDITORIALE
Sfide del tempo o sfide del Vangelo? (Giuseppe Bellia)

INTERVISTA
Cercare e trovare Dio in tutte le cose (papa Francesco, Civiltà Cattolica)

CONTRIBUTO
Le trasformazioni del nostro tempo (Luca Bassetti)

IL PUNTO
Il diacono con l'occhio rivolto al mondo (Andrea Spinelli)

ANALISI
La sfida della politica (Bartolomeo Sorge)

APPROFONDIMENTO
La famiglia oggi: inquietudini e risorse (Carlo Maria Martini)

FOCUS
Diaconi e migrantes (Raffaele Iaria)

SERVIZIO
Linee di speranza per il nostro tempo (Enzo Petrolino)

ANNUNCIO
La conferenza internazionale di Velehràd (Redazione)

CONFRONTI
Le gioie e le attese di questi uomini (Francesco Giglio)

PRESENTAZIONE
Chiesa e diaconi; tra routine e profezia? (Giovanni Chifari)

ATTUALITÀ
«Pregiatissimo dottor Scalfari» (papa Francesco)

PICTURES
Babele o Pentecoste? (Paola Castorina)


Rubriche

RIFLESSIONI
A servizio dell'uomo (Maria Concetta Bottino)


Riquadri

Cristiani e politica (T. Bello)
Meraviglia e intelligente stupore (Rassegna stampa)



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venerdì 17 gennaio 2014

Colui che toglie il peccato del mondo


2a domenica del T.O. (A)

Appunti per l'omelia

Il Vangelo di questa domenica (cf Gv 1,29-34), ancora sulla lunghezza d'onda dell'Epifania, della manifestazione cioè di Gesù, riporta la testimonianza di Giovanni Battista: «Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui disse: "Ecco l'anello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!"». La realtà più vera di Gesù, la sua identità e missione, nascosta alla percezione comune, viene rivelata dal profeta.
«Ecco l'agnello di Dio…». Un titolo notissimo, quasi logorato dall'uso, che rimanda all'agnello pasquale, sacrificato nel tempio e poi consumato nella cena pasquale. Evento che evoca la liberazione di Israele dalla schiavitù d'Egitto e soprattutto la redenzione messianica, di cui quella dell'Esodo era una figura.
Gesù è l'Agnello pasquale, che col suo sacrificio ha operato la liberazione definitiva dell'umanità. L'opera di questo "agnello", figura di per sé quanto mai inerme e fragile, è poderosa: «toglie il peccato del mondo». La forza del male, che è ribellione a Dio, inimicizia contro di Lui, rifiuto egoistico di Dio e del prossimo, si esprime in un cumulo crescente di colpe personali e collettive, come un fiume in piena che si ingrossa sempre più e che nulla sembra poter arginare: è il "peccato del mondo", soprattutto la sua incredulità di fronte alla rivelazione di Gesù.
"L'agnello di Dio" (che appartiene cioè a Dio, non un agnello che l'umanità offre a Lui, ma che Dio stesso dona all'umanità) elimina, distrugge, fa scomparire, caricandolo su di sé, il peccato del mondo con tutta la malizia dell'umanità che separa da Dio.
Gesù è l'unica persona che toglie il peccato e può quindi riconciliaci con Dio, riportandoci alla perfetta comunione con Lui e donandoci l'energia per non peccare più. Non esiste nessuna situazione di così tragica lontananza da Dio, nessun peccato così grave, che Gesù non possa cancellare e trasformare. Egli è infatti la rivelazione della misericordia di Dio che è più forte di ogni peccato e rigenera l'uomo col perdono.
E questa opera di Gesù è legata al dono dello Spirito: è Lui che "battezza nello Spirito Santo", dona lo Spirito, effonde l'abbondanza dello Spirito Santo, ci "immerge" nello Spirito Santo, che è la pienezza infinita della vita, dell'amore e della gioia di Dio.
Non c'è esperienza del perdono senza l'esperienza dello Spirito Santo! È lo Spirito che dopo il battesimo di Gesù, "discende e rimane su di Lui", quello Spirito che Gesù, possedendolo in pienezza, può a sua volta pienamente comunicare.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Ecco colui che toglie il peccato del mondo (Gv 1,29)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)


Commenti alla Parola:
•  di Gianni Cavagnoli (VP 2014)
•  di Marinella Perroni (VP 2011)
•  di Enzo Bianchi