Questo Blog continua nella nuova versione
venuto per servire
(clicca qui per entrare)


domenica 22 gennaio 2017

Mai incarcerare la dignità


Papa Francesco ha indirizzato una lettera ai detenuti della Casa di reclusione Due Palazzi di Padova, in occasione di un convegno sull'ergastolo, organizzato in questi giorni da "Ristretti orizzonti", il giornale realizzato dai reclusi di Padova.
La lettera che Papa Francesco ha consegnato a don Marco Pozza in Santa Marta il 17 gennaio scorso, è un incoraggiamento alla riflessione, perché si realizzino "sentieri di umanità" che possano attraversare "le porte blindate" e affinché i cuori non siano mai "blindati alla speranza di un avvenire migliore per ciascuno". È urgente una conversione culturale, si legge ancora, "dove non ci si rassegni a pensare che la pena possa scrivere la parola fine sulla vita; dove si respinga la via cieca di una ingiustizia punitiva e non ci si accontenti di una giustizia solo retributiva; dove ci si apra a una giustizia riconciliativa e a prospettive concrete di reinserimento; dove l'ergastolo non sia una soluzione ai problemi, ma un problema da risolvere". Se la dignità "viene definitivamente incarcerata", è l'avvertimento di Francesco, "non c'è più spazio, nella società, per ricominciare e per credere nella forza rinnovatrice del perdono". Ma è in Dio, è la conclusione, che c'è "sempre un posto per ricominciare, per essere consolati e riabilitati dalla misericordia che perdona".

Dal servizio di Francesca Sabatinelli di Radio Vaticana:



Ecco il testo completo della Lettera e la riproduzione della stessa:

Caro don Marco,
ho saputo che nella Casa di reclusione Due Palazzi di Padova avrà luogo un convegno per riflettere sulla pena, in particolare su quella dell'ergastolo. In questa occasione vorrei porgere il mio saluto cordiale ai partecipanti ed esprimere la mia vicinanza alle persone detenute.
A loro vorrei dire: io vi sono vicino e prego per voi. Immagino di guardarvi negli occhi e di cogliere nel vostro sguardo tante fatiche, pesi e delusioni, ma anche di intravedere la luce della speranza. Vorrei incoraggiarvi, quando vi guardate dentro, a non soffocare mai questa luce della speranza. Tenerla accesa è anche nostro dovere, un dovere di coloro che hanno la responsabilità e la possibilità di aiutarvi, perché il vostro essere persone prevalga sul trovarvi detenuti. Siete persone detenute: sempre il sostantivo deve prevalere sull'aggettivo, sempre la dignità umana deve precedere e illuminare le misure detentive.
Vorrei incoraggiare anche la vostra riflessione, perché indichi sentieri di umanità, vie realizzabili perché l'umanità passi attraverso le porte blindate e perché mai i cuori siano blindati alla speranza di un avvenire migliore per ciascuno.
In questo senso mi pare urgente una conversione culturale, dove non ci si rassegni a pensare che la pena possa scrivere la parola fine sulla vita; dove si respinga la via cieca di una giustizia punitiva e non ci si accontenti di una giustizia solo retributiva; dove ci si apra a una giustizia riconciliativa e a prospettive concrete di reinserimento; dove l'ergastolo non sia una soluzione ai problemi, ma un problema da risolvere. Perché se la dignità viene definitivamente incarcerata, non c'è più spazio, nella società, per ricominciare e per credere nella forza rinnovatrice del perdono.
In Dio c'è sempre un posto per ricominciare, per essere consolati e riabilitati dalla misericordia che perdona: a Lui affido i vostri cammini, la vostra riflessione e le vostre speranze, inviando a ciascuno di voi e alle persone a voi care la Benedizione Apostolica e chiedendovi, per favore, di pregare per me.
Francesco

Dal Vaticano, 17 gennaio 2017



(Fonte: http://www.ilsussidiario.net/)


venerdì 20 gennaio 2017

L'amore di Dio, la fonte della nostra felicità


3a domenica del Tempo ordinario (A)
Isaia 8,23b • Salmo 26 • 1 Corinzi 1,10-13.17 • Matteo 4,12-23
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, lasciò Nazaret…
Giovanni il Battista è stato appena arrestato, è accaduto qualcosa di minaccioso che, anziché impaurire e rendere prudente Gesù, lo fa uscire allo scoperto, a dare il cambio a Giovanni. Abbandona famiglia, casa, lavoro, lascia Nazaret per Cafarnao, non porta niente con sé, solo un annuncio. Che riparte da là dove Giovanni si era fermato: Convertitevi perché il regno dei cieli è vicino. Sono le parole inaugurali del Vangelo, generative di tutto il resto.

Convertitevi perché il regno dei cieli è vicino
Convertitevi! Noi interpretiamo come «pentitevi», mentre è l'invito a rivoluzionare la vita, a cambiate logica, a guardare oltre…
È l'offerta di un'opportunità: seguire Gesù è andare dove la vita è più vera.
Gesù subito aggiunge il motivo, il perché della conversione: il regno si è fatto vicino.
Che cos'è il regno dei cieli, o di Dio? È la vita che fiorisce in tutte le sue forme, un'offerta di solarità. Il regno è di Dio, ma è per gli uomini, per una nuova architettura del mondo e dei rapporti umani, per una terra come Dio la sogna.
Questo regno si è fatto vicino. È come se Gesù dicesse: tenete gli occhi bene aperti perché è successo qualcosa di molto importante: Giratevi verso la luce, perché la luce è già qui. Dio è qui, come una forza che circola ormai, che non sta ferma, come un lievito, un seme, un fermento.

Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli… Andando oltre, vide altri due fratelli… Ed essi subito lo seguirono…
Il vangelo continua con la chiamata dei quattro pescatori e la promessa: vi farò pescatori di uomini. Con che cosa, con quale rete pescheranno gli uomini?
Ecco, Qualcuno ha una cosa bellissima da dirti, così bella che appare incredibile, così affascinante che i pescatori ne sono sedotti, abbandonano tutto, come chi trova un tesoro. La notizia bellissima è questa: la felicità è possibile e vicina. E il Vangelo ne possiede la chiave. E la chiave è questa: la nostra tristezza infinita si cura soltanto con un infinito amore.
Il Vangelo è la chiave: è possibile vivere meglio, per tutti, perché la sua parola risponde alle necessità più profonde delle persone, risponde ai bisogni più profondi dei cuori e mette a disposizione un tesoro di vita e di amore, che non inganna, che non delude.

Gesù percorreva tutta la Galilea… annunciando il vangelo, guarendo ogni sorta di malattie…
La conclusione del brano di oggi è una sintesi affascinante della vita di Gesù. Camminava e annunciava la buona novella, camminava e guariva la vita.
Gesù cammina verso di noi, gente delle strade, incontro a noi, gente dalla vita ordinaria e mostra con ogni suo gesto che Dio è qui, con amore.
E questa è l'unica cosa che guarisce la vita. Questo sarà anche il mio annuncio, a ciascuno: Dio è con te, con amore. Dio ti ama!

(spunti da Ermes Ronchi)

-------------
Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Convertitevi, il regno dei cieli è vicino (Mt 4,17)
(vai al testo…)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata:
• Convertitevi perché il regno dei cieli è vicino (Mt 4,17) - (26/01/2014)
(vai al testo…)
• Non vi siano divisioni tra voi (1Cor 1,10) - (23/01/2011)
(vai al testo…)

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
La gioia di seguire Gesù (24/01/2014)

Commenti alla Parola:
•  di Cettina Militello (VP 11.2016)
•  di Gianni Cavagnoli (VP 1.2014)
•  di Marinella Perroni (VP 1.2011)
•  di Enzo Bianchi

(Illustrazione di Stefano Pachì)



martedì 17 gennaio 2017

Testimone dell'amore del Padre


Ricordando Andrea Magri, diacono permanente della diocesi di Alba


Mi giunge in questi giorni la notizia della morte dell'amico Andrea Magri, avvenuta il 27 novembre scorso. Alcuni anni fa, in un incontro per diaconi, mi confidò una sua Parola del vangelo quale programma di vita personale e di ministero: "Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine" (Gv 13,1).

Un comune amico sacerdote mi ha inviato il suo profilo, che qui riporto, pubblicato peraltro nel sito della diocesi di Alba).






DIACONO ANDREA MAGRI
1 marzo 1943 – 27 novembre 2016


"Andiamo con gioia incontro al Signore"; con queste parole abbiamo pregato nell'Eucarestia di domenica scorsa, 27 novembre, prima Domenica di Avvento. E mentre noi celebravamo l'Eucarestia nelle nostre comunità parrocchiali, il diacono Andrea Magri andava incontro al Signore Gesù, che poneva fine alle sofferenze della malattia e lo chiamava ad entrare nel suo Regno.
Al Signore Gesù, alla testimonianza del suo Vangelo, all'amore ai fratelli, il diacono Andrea ha consacrato la sua vita, prima come laico, poi come ministro straordinario della Santa Comunione e infine come diacono permanente.
Andrea era di origine emiliana, nato a Migliarino il 1° marzo 1943. Rimasto orfano di padre in giovane età, era stato accolto nel Collegio degli Artigianelli di Torino, dove ha ricevuto un'educazione umana, cristiana e professionale, che lo ha avviato al mondo del lavoro.
Andrea ha vissuto da giovane gli anni del Concilio Vaticano II. I Padri Conciliari avevano scritto che "I laici sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall'interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo, esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro fede, della loro speranza e carità" (cfr. Lumen Gentium 31). Andrea ha incarnato queste parole nel matrimonio, nella famiglia, nel lavoro, nelle attività pastorali delle parrocchie in cui è vissuto.
Anzitutto nella vocazione al matrimonio e alla famiglia. Il 21 novembre del 1965 ha celebrato il matrimonio con Maria Rizzin, e dalla loro unione sono nati due figli, Viscardo e Daniele.

Sempre nello spirito del Concilio, Andrea ha testimoniato il Vangelo e i valori cristiani nella sua professione, come vigile nella Polizia Municipale di Torino, svolgendo il suo lavoro con dedizione e amore per la sua città.
Oltre alla famiglia e al lavoro, Andrea e la moglie Maria sono stati molto partecipi della vita parrocchiale e in questo clima è maturata per Andrea, già ministro straordinario della Santa Comunione, la vocazione al diaconato. Con molti sacrifici, tra gli impegni di famiglia e di lavoro, ha seguito i corsi di teologia e di formazione spirituale, ed è stato ordinato diacono permanente il 20 novembre 1983, dal cardinale Ballestrero, Ha svolto il suo servizio diaconale occupandosi in particolare della pastorale delle famiglie, dei gruppi del Vangelo, della cura per gli anziani e i malati.

Nel 1998 la famiglia Magri si è trasferita qui a Treiso (Cuneo). Dopo alcuni mesi trascorsi ad organizzare questa nuova fase dell'esistenza ed a conoscere la nostra realtà diocesana, Andrea iniziava il suo servizio nella nostra Chiesa di Alba; era il primo diacono permanente nella nostra diocesi.
Dal vescovo Dho ha ricevuto l'incarico prima di collaboratore e poi di vicedirettore della Caritas diocesana; per alcuni anni fu anche responsabile della comunità dei giovani che facevano servizio civile presso la Caritas. Alla Caritas è ricordato come una persona molto paziente verso i bisognosi che bussavano alla porta del Centro di Ascolto e disponibile ad accettare tutti i servizi che gli venivano richiesti.
Aveva iniziato anche a prestare servizio nella parrocchia di Treiso e in quella di San Cassiano in Alba. In queste parrocchie, il diacono Andrea ha collaborato con i parroci nel servizio liturgico, nell'animazione della preghiera, nella catechesi ai ragazzi e agli adulti, nella cura spirituale degli anziani e dei malati.

Ma con l'avanzare degli anni, è giunta la stagione della sofferenza. Prima i problemi agli occhi e al cuore e infine il grave male che ha affrontato con pazienza, sottoponendosi alle cure mediche, sempre sostenuto da una grande fede e dall'amore solidale di sua moglie e della sua famiglia.
Per la nostra Chiesa di Alba, il diacono Andrea rimane il testimone della vocazione al diaconato, che ha suscitato altre vocazioni a questo servizio, e con la sua vita di sposo, di padre, di nonno, di cristiano, che ha vissuto i valori del Vangelo, ha lasciato una bella testimonianza di fede per tutti.

Preghiamo il Signore Gesù perché accolga nel suo Regno questo buon servitore della Chiesa e anche a lui rivolga l'invito "Vieni, servo buono e fedele, prendi parte alla gioia del tuo Signore" (cfr. Matteo 25,21).

venerdì 13 gennaio 2017

L'Agnello che offre la sua vita, che mostra il volto di Dio


2a domenica del Tempo ordinario (A)
Isaia 49,3.5-6 • Salmo 39 • 1 Corinzi 1,1-3 • Giovanni 1,29-34
(Visualizza i brani delle Letture)

Appunti per l'omelia

Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: Ecco l'agnello di Dio...
Ecco l'Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo. Parole diventate così consuete nelle nostre liturgie che quasi non sentiamo più il loro significato.
Un agnello non può fare paura, non ha nessun potere, è inerme, rappresenta il Dio mite e umile. E se ti incute paura, stai sicuro che non è il Dio vero.
Ecco l'agnello che toglie il peccato del mondo, che rende più vera la vita di tutti attraverso lo scandalo della mitezza.
Gesù-agnello, identificato con l'animale dei sacrifici, introduce qualcosa che capovolge e rivoluziona il volto di Dio: il Signore non chiede più sacrifici all'uomo, ma sacrifica se stesso; non pretende la tua vita, offre la sua vita; non spezza nessuno, spezza se stesso; non prende niente, dona tutto.

Io non lo conoscevo…
Qual è il volto di Dio che ci portiamo nel cuore? È come uno specchio e guardandolo capiamo qual è il nostro volto. Questo specchio va ripulito ogni giorno, alla luce della vita di Gesù. Perché se ci sbagliamo su Dio, poi ci sbagliamo su tutto, sulla vita e sulla morte, sul bene e sul male, sulla storia e su noi stessi.

Ecco l'agnello che toglie il peccato del mondo
Non «i peccati», al plurale, ma «il peccato» al singolare; non i singoli atti sbagliati che continueranno a ferirci, ma una condizione, una struttura profonda della cultura umana, fatta di violenza e di accecamento, una logica distruttiva, di morte.
In una parola, il disamore: che ci minaccia tutti, che è assenza di amore, incapacità di amare bene, chiusure, fratture, vite spente. Gesù, che sapeva amare come nessuno, è il guaritore del disamore. Egli conclude la parabola del Buon Samaritano con parole di luce: fai questo e avrai la vita. Vuoi vivere davvero? Produci amore. Immettilo nel mondo, fallo scorrere... E diventerai anche tu un guaritore del disamore.

Noi, i discepoli, siamo coloro che seguono l'agnello, che viene immolato. Così il cristianesimo diventa immolazione, diminuzione, sofferenza.
Se capiamo che la vera imitazione di Gesù è amare quelli che lui amava, desiderare ciò che lui desiderava, rifiutare ciò che lui rifiutava, toccare quelli che lui toccava e come lui li toccava, con la sua delicatezza, concretezza, amorevolezza, e non avere paura, e non fare paura, e liberare dalla paura, allora sì lo seguiamo davvero, impegnati con lui a togliere via il peccato del mondo, a togliere respiro e terreno al male, ad opporci alla logica sbagliata del mondo, a guarirlo dal disamore che lo intristisce.
Ecco vi mando come agnelli... vi mando a togliere, con mitezza, il male: braccia aperte donate da Dio al mondo, braccia di un Dio agnello, inerme eppure più forte di ogni Erode.

(spunti da Ermes Ronchi)

-------------
Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Ecco l'agnello di Dio (Gv 1,29)
(vai al testo…)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata:
• Ecco colui che toglie il peccato del mondo (Gv 1,29) - (19/01/2014)
(vai al testo…)
• Ecco colui che toglie il peccato del mondo ( Gv 1,29) - (16/01/2011)
(vai al testo…)

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
Colui che toglie il peccato del mondo (17/01/2014)

Commenti alla Parola:
•  di Cettina Militello (VP 11.2016)
•  di Gianni Cavagnoli (VP 1.2014)
•  di Marinella Perroni (VP 1.2011)
•  di Enzo Bianchi

(Illustrazione di Stefano Pachì)

sabato 7 gennaio 2017

Per il Padre io come Gesù: Figlio amato


Battesimo del Signore (A)
Isaia 40,1-5.9-11 • Salmo 103 • Tito 2,11-14;3,4-7 • Luca 3,15-16.21-22
(Visualizza i brani delle Letture)


Appunti per l'omelia

Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui
Gesù si mette in fila con i peccatori, lui che era il puro di Dio, in fila, come l'ultimo di tutti. Ed entra nel mondo dal punto più basso, perché nessuno lo senta lontano, nessuno si senta escluso.
Gesù tra i peccatori appare fuori posto, come se fosse saltato l'ordine normale delle cose. Giovanni non capisce e si ritrae.

"Lascia fare per ora…"
Gesù risponde a Giovanni che proprio questo è l'ordine giusto: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». La nuova giustizia consiste in questo ribaltamento che annulla la distanza tra il Puro e gli impuri, tra Dio e l'uomo.

Ed ecco si aprirono i cieli… Ed ecco una voce dal cielo…
Si aprirono i cieli e lo Spirito di Dio - che è la pienezza dell'amore, dell'energia, della vita di Dio - scende come una colomba sopra Gesù. E una voce diceva: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento».
Questo fatto eccezionale, che avviene in un luogo qualsiasi e non nei recinti del sacro, lo strapparsi dei cieli con la dichiarazione d'amore di Dio e il volo ad ali aperte dello Spirito, è avvenuto anche per noi, ciò che il Padre dà a Gesù è dato ad ognuno. Lo garantisce un'espressione emozionante di Gesù: Sappiano, Padre, che li hai amati come hai amato me (Gv 17,23).
Dio ama noi come ha amato Gesù, con la stessa intensità, la stessa passione, lo stesso slancio. Dio preferisce ciascuno, ognuno è figlio suo prediletto.

Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento
Per il Padre io come Gesù, la stessa dichiarazione d'amore, le stesse tre parole: Figlio, amato, mio compiacimento.

Figlio è la prima parola. Un termine tecnico nel linguaggio biblico, dal significato preciso: «figlio» è colui che compie le stesse opere del Padre, che fa ciò che il padre fa', che gli assomiglia in tutto.
Amato. Prima che tu agisca, prima di ogni merito, che tu lo sappia o no, ad ogni risveglio il tuo nome per Dio è «amato». Immeritato, pregiudiziale, immotivato amore.
Mio compiacimento. Termine inusuale ma bellissimo, che deriva dal verbo «piacere»: tu mi piaci, mi fai felice, è bello stare con te. Ma quale gioia, quale soddisfazione può venire al Padre da questa canna fragile sempre sul punto di rompersi che sono io, da questo stoppino fumigante? Eppure «la sua delizia è stare con i figli dell'uomo» (Prov. 8,31), stare con me.

Al nostro Battesimo, esattamente come al Giordano, una voce ha ripetuto: Figlio, tu mi assomigli, io ti amo, tu mi dai gioia. Hai dentro il respiro del cielo, il soffio di Dio che ti avvolge, ti modella, trasforma pensieri, affetti, speranze, ti fa simile a me.
Ad ogni mattino, anche i più oscuri, inizia la tua giornata ascoltando per prima la Voce del Padre: Figlio, amore mio, mia gioia. E sentirai il buio che si squarcia e l'amore che spiega le sue ali dentro di te.

(spunti da Ermes Ronchi)


-------------
Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Gesù venne da Giovanni per farsi battezzare (Mt 3,13) – (08/01/2017)
(vai al testo)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata
• In lui ho posto il mio compiacimento (Mt 3,17) - (12/01/2014)
(vai al testo)
• In lui ho posto il mio compiacimento (Mt 3,17) - (09/01/2011)
(vai al testo)

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
Siamo diventati Cristo (10/01/2014)

Commenti alla Parola:
•  di Cettina Militello (VP 11.2016)
•  di Gianni Cavagnoli (VP 11.2013)
•  di Marinella Perroni (VP 11.2010)
•  di Enzo Bianchi

(Illustrazione di Stefano Pachì)

giovedì 5 gennaio 2017

Le preferenze di Dio: gli ultimi, i lontani



Epifania del Signore
Isaia 60,1-6 • Salmo 71 • Efesini 3,2-3a.5-6 • Matteo 2,1-12
(Visualizza i brani delle Letture)


Appunti per l'omelia

Oggi la Chiesa celebra la solennità dell'Epifania, cioè della Manifestazione del Figlio di Dio a tutte le genti, rappresentate dai Magi, che non appartenevano al popolo di Israele.

Risuonano ancora come un monito per noi cristiani che abbiamo molto spesso (se non del tutto…) perso il senso del mistero del Natale, l'augurio che papa Francesco ha rivolto in occasione di una sua telefonata ad una trasmissione televisiva: "Io vi auguro un Natale cristiano, come è stato il primo, quando Dio ha voluto capovolgere i valori del mondo, si è fatto piccolo in una stalla, con i piccoli, con i poveri, con gli emarginati…".
Oggi è solennità dell'Epifania, non è la festa della Befana! (Come d'altronde il Natale non è la festa di "Babbo Natale"!).
È vero che le varie tradizioni fanno breccia nel cuore e negli atteggiamenti della gente, formando consuetudini che diventano, alla ricorrenza, prioritarie in sé. Sembra quasi che queste siano una sorta di "cartina di tornasole" che misurano la nostra capacità di incarnare nella nostra esistenza quotidiana il mistero di un Dio che per amore si fa uno di noi per farci poi simili a Sé.
La scristianizzazione del nostro mondo occidentale è sotto i nostri occhi.
Scrive il papa emerito, Benedetto XVI, nelle "Ultime conversazioni": «È chiaro che la scristianizzazione dell'Europa progredisce, che l'elemento cristiano scompare sempre più dal tessuto della società.
È palese che i nostri principi non coincidono più con quelli della cultura moderna, che la struttura fondamentalmente cristiana non è più determinante…
La società occidentale non sarà più una società cristiana e, a maggior ragione, i credenti dovranno sforzarsi di continuare a plasmare e sostenere la coscienza dei valori e della vita. Sarà importante una testimonianza di fede più decisa delle singole comunità e Chiese locali».

Premessa per interrogarci sulla solidità della nostra fede…

I "Magi", di cui il Vangelo ci parla, non sono ebrei e rappresentano tutte le genti, chiamate ad incontrare il Cristo. Rappresentano noi. Noi, che oggi lo possiamo incontrare nella Chiesa, la nuova Gerusalemme: «Le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo» (Ef 3,6).
I Magi, all'apparire della stella, si mettono in cammino attirati da Qualcuno che li attendeva a Betlemme. Quel Bambino è la manifestazione vivente di un Dio, che non fa preferenze di persone, ma è punto di convergenza dell'anelito di tutti i popoli, che rende possibile la fratellanza universale.
Gerusalemme, - come la contempliamo nella visione di Isaia (cf Is 60,1-6) - avvolta dallo splendore della gloria di Dio, è punto di incontro di "popoli lontani", attratti dalla luce che in essa brilla: giungono a lei popoli di tutta la terra, in un clima di grandissima gioia, in un reciproco scambio di doni.

Dio si manifesta. In questo suo "originale" modo di rendersi presente a noi scorgiamo la sua preferenza: a Natale abbiamo contemplato questo manifestarsi di Dio nei pastori, in coloro che la società del tempo ha emarginato; all'Epifania contempliamo questo Dio-Bambino (quindi inerme, povero, piccolo…, indifeso) che si manifesta a gente non del popolo eletto, a quelli che noi potremmo chiamare "i lontani", "persone di buona volontà", che sono alla ricerca del vero senso della vita. E compiono un lungo cammino, serio e faticoso.
Ecco le preferenze di Dio: gli ultimi, i lontani…
Certo "i vicini", il popolo che Lui si è scelto per condurre l'umanità alla fratellanza universale, non ha saputo vedere i segni di Dio, non trasalì di gioia, anzi "si turbò": Erode e con lui tutta Gerusalemme.
Un Dio che si umilia fa guerra alla superbia dell'uomo, che sotto la spinta dell'antico serpente vuol diventare, con le sue mani, simile a Dio.
Invece, il "Nulla d'amore" di Dio, rivelatosi in Gesù, può essere accolto, con la mente e il cuore, soltanto da un nostro "nulla d'amore".
È in questo atteggiamento di adorazione che possiamo ridare a Colui che è il Dono i nostri doni, la nostra umanità, che Lui stesso ha preso su di sé per riscattarla e redimerla.
I Magi offrirono oro, incenso e mirra, volendo significare con questi doni la vera realtà del Messia, nella sua regalità, nella sua divinità, nella sua umanità.
Offrendo questi doni, anche a noi viene chiesto di professare la Regalità del Verbo di Dio con il nostro farsi prossimo ad ogni uomo e ad ogni donna in un servizio che è dono reciproco; di riconoscere in Gesù il nostro Dio che amiamo in maniera esclusiva sopra ogni cosa, ogni persona, ogni affetto sia pur caro; di contribuire, con l'offerta della nostra vita, della nostra sofferenza, unita alle sofferenze dell'Uomo-Dio, alla salvezza del mondo, a quella fraternità universale che è il disegno di Dio sull'umanità.

È in questo nostro "uscire", con gli stessi sentimenti del cuore di Dio, verso ogni periferia che possiamo dar vita a quella evangelizzazione che porta in sé la speranza di un mondo nuovo rinnovato dall'amore.
«Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla su di te» (Is 60,1). Così, come lo è stato per i Magi, proveremo una gioia grandissima al vedere la stella che ci precede e si posa sulla casa dove abita Gesù.


-------------
Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Gli offrirono in dono oro, incenso e mirra (Mt 3,13)
(vai al testo…)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata:
• Videro il bambino… si prostrarono e lo adorarono (Mt 2,11) - (6/01/2016)
(vai al testo…)
• Siamo venuti ad adorarlo (Mt 2,2) - (6/01/2015)
(vai al testo…)
• Siamo venuti ad adorare il Signore (Mt 2,2) - (6/01/2013)
(vai al testo…)
• Gli offrirono in dono oro, incenso e mirra (Mt 2,10) - (6/01/2012)
(vai al testo…)
• Videro il Bambino con Maria sua madre (Mt 2,11) - (6/01/2011)
(vai al testo…)

Vedi anche i post Appunti per l'omelia:
Il cammino per l'incontro don Dio (5/1/2016)
Nel "Nulla d'amore" di Dio (5/1/2015)
Essere "epifania" di Dio (4/1/2014)
L'incontro con Gesù, nella "casa", con Maria (4/1/2013)
Guardare oltre, con nel cuore il mondo (5/1/2012)

Vedi anche i post:
La Stella, il dono che porta (6/1/2011)
Lo scambio dei doni (5/1/2010)

Commenti alla Parola:
•  di Cettina Militello (VP 11.2016)
•  di Luigi Vari (VP 11.2015)
•  di Luigi Vari (VP 1.2015)
•  di Gianni Cavagnoli (VP 2013)
•  di Marinella Perroni (VP 2012)
•  di Marinella Perroni (VP 2011)
•  di Marinella Perroni (VP 2010)
•  di Claudio Arletti (VP 2009)
•  di Claudio Arletti (VP 2008)
•  di Enzo Bianchi (vol. A)
•  di Enzo Bianchi (vol. B)
•  di Enzo Bianchi (vol. C)

(Illustrazione di Stefano Pachì)


domenica 1 gennaio 2017

La Parola cambia la vita, ci pone a servizio degli altri


Parola di Vita – Gennaio 2017
(Clicca qui per il Video del Commento)

"Infatti, l'amore di Cristo ci spinge" (2Cor 5,14-20)

"Ieri sera sono andata a cena fuori con un'amica di mia mamma. Ho ordinato come contorno un piatto di piselli, per poi mangiarmi il dolce che mi piaceva di più. Ma mamma ha detto di no. Stavo per tirare fuori il broncio, ma mi sono ricordata che Gesù era proprio accanto a mamma e così mi sono messa a sorridere". "Oggi, dopo una giornata faticosa, sono tornato a casa. Mentre guardavo la TV, mio fratello mi ha preso il telecomando dalle mani. Mi sono arrabbiato molto, ma poi mi sono calmato e ho lasciato che vedesse la televisione". "Oggi mio padre mi ha detto una cosa ed io gli ho risposto male. L'ho guardato ed ho visto che non era felice. Allora gli ho chiesto scusa e lui mi ha perdonato".
Sono esperienze sulla Parola di vita raccontate da bambini di quinta elementare di una scuola di Roma. Forse non vi è un legame immediato tra tali esperienze e la Parola che vivevano in quel momento, ma è proprio questo il frutto del Vangelo vissuto: lo sprone ad amare. Qualsiasi Parola ci proponiamo di vivere, gli effetti sono sempre gli stessi: essa ci cambia la vita, ci mette in cuore la spinta ad essere attenti ai bisogni dell'altro, fa sì che ci poniamo a servizio dei fratelli e delle sorelle. Non può essere diversamente: accogliere e vivere la Parola fa nascere in noi Gesù e ci porta ad agire come Lui. È ciò che lascia intendere Paolo quando scrive qui ai Corinti.
Ciò che spingeva l'apostolo ad annunciare il Vangelo e ad adoperarsi per l'unità delle sue comunità, era la profonda esperienza che aveva fatto di Gesù. Si era da lui sentito amato, salvato; era penetrato nella sua vita al punto che niente e nessuno avrebbe mai potuto separarlo da lui: non era più Paolo a vivere, perché Gesù viveva in lui. Il pensiero che il Signore l'avesse amato al punto da dare la vita lo faceva impazzire, non gli dava pace e lo spingeva con forza irresistibile a fare altrettanto con altrettanto amore.
L'amore di Cristo spinge anche noi con la medesima veemenza?
Se davvero abbiamo sperimentato il suo amore, non possiamo non amare a nostra volta ed entrare, con coraggio, là dove c'è divisione, conflitto, odio, per portarvi concordia, pace, unità. L'amore ci permette di gettare il cuore al di là dell'ostacolo, per giungere a un contatto diretto con le persone, nella comprensione, nella condivisione, per cercare insieme la soluzione. Non si tratta di un'azione opzionale. L'unità va perseguita ad ogni costo, senza lasciarci bloccare da false prudenze, da difficoltà o possibili scontri.
Ciò appare urgente soprattutto nel campo ecumenico. Questa parola è stata scelta in questo mese, nel quale si celebra la Settimana di preghiera per l'unità, proprio per essere vissuta insieme dai cristiani delle diverse Chiese e comunità, perché ci si senta tutti spinti, dall'amore di Cristo, ad andare gli uni verso gli altri, così da ricomporre l'unità.
«Sarà autentico cristiano della riconciliazione - affermava Chiara Lubich all'apertura della II Assemblea Ecumenica Europea a Graz, Austria, il 23 giugno 1997 - solo chi sa amare gli altri con la carità stessa di Dio, quella carità che fa vedere Cristo in ognuno, che è destinata a tutti - Gesù è morto per tutto il genere umano -, che prende sempre l'iniziativa, che ama per prima; quella carità che fa amare ognuno come sé, che ci fa uno con i fratelli e le sorelle: nei dolori e nelle gioie. E occorre che anche le Chiese amino con questo amore».
Viviamo anche noi la radicalità dell'amore con la semplicità e la serietà dei bambini della scuola di Roma.

Fabio Ciardi

Fonte: Città Nuova n. 12/Dicembre 2016