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sabato 27 dicembre 2008

Rocco racconta (Novena di Natale)

Ecco come si è vissuta la preparazione al Natale, con la "Novena itinerante", nella Parrocchia dove opera l'amico diacono Rocco.
(Le altre esperienze sono raccolte nella rubrica "
Rocco racconta").


Abbiamo vissuto la Novena del Natale per le strade della Parrocchia, in mezzo alle case, fra gli anziani e gli ammalati e con tanti bambini e giovani che hanno desiderato partecipare. Ho preso come riflessione: "Morire fra la tua gente!". È quella che Gesù ha preferito: gli ultimi, i poveri, gli ammalati. È stata una splendida preparazione al Natale.
Ed ecco Natale! Sono pieno di stupore e meraviglia nel guardare quel Bambinello fattosi uomo come me! È vero, Dio si è fatto uomo come me, perché tutti gli uomini tornassero a Lui, fossero Lui. Ecco la novità del Natale: "Il Cielo si è unito alla terra e ci ha dato, in Gesù, l'Autore della nostra Speranza, Dio. Tutto questo è bello, è grande, è meraviglioso!
Tutta la Novena trascorsa non è stato un fare, ma realizzare un "Essere Lui", l'Amore! Così nelle piccole cose, andando a cercare i poveri, gli ultimi, i soli, le vedove, i lontani, gli anziani e cantare nelle strade, nelle case, accogliendo tutto il dolore incontrato.
Nelle persone incontrate mi ci rivedo un po' anch'io, che vivo in loro, in questa novità del Natale: Dio in mezzo a noi, Dio con noi! Ho visto bambini strafelici, canti di gioia, anziani, affacciati al balcone, pregare con noi, ammalati in festa… Il Cielo si è mosso ed ha mandato in mezzo a noi il Salvatore! Il più bel dono, il dono per eccellenza: Gesù Bambino! Sta a noi adesso custodirlo, tenerlo in braccio, accudirlo, farlo crescere, non fargli male. Lui è in mezzo a noi per sempre! Giorni di festa e di splendore questo che insieme ai tanti bambini e adulti - in un insieme di vita colorata con canti di gioia e preghiera di attesa - abbiamo vissuto! E alla fine tutti abbiamo esclamato: Questo è il più bel Natale della nostra vita!

Tutto vince l'amore!

28 dicembre 2008 – Santa Famiglia

Parola da vivere


I miei occhi hanno visto la tua salvezza (Lc 2,30)


Siamo ancora avvolti dalla mistica del Natale. Più che affannarci oggi a cercare nella famiglia di Nazaret soluzione agli infiniti problemi della famiglia propriamente detta, fonte e modello della famiglia umana, rimaniamo ancora un po' in contemplazione: Abramo e Sara sono vecchi, avvizziti come alberi stanchi di tante primavere: "Come è possibile generare un popolo?" Maria aveva esclamato: "Come è possibile? Non conosco uomo!". È così: l'umanità, da sola, non ha più forza di diventare famiglia, non conosce più le relazioni profonde che attingono all'amore e lo generano come un figlio.
Il vecchio Simeone cosa vede davanti a sé, per essere anche pronto a morire? In quei due poveri sposi vede il piccolo resto di Israele che ha creduto alle promesse di Dio. L'amore è una cosa fragile come quel bambino che portano in braccio, ma è anche una bomba esplosiva che rivoluziona tutto attorno. Questa è la Salvezza: Dio ci ama, vuole essere tra noi come in una famiglia, Padre e Figlio nello stesso tempo, accettando la nostra fragile collaborazione a rigenerare l'Umanità. Simeone muore sereno perché ha riconosciuto i cammini dell'amore nella contraddizione e nella spada di dolore, ma è certo: tutto può vincere l'amore.

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)

venerdì 26 dicembre 2008

Rocco racconta ("Farsi uno")

Riporto un'altra esperienza tratta dal "Foglio" dei giovani della Parrocchia dove presta il suo servizio l'amico diacono Rocco. Una perla che si aggiunge alle altre raccolte nella rubrica "Rocco racconta".


Nel cammino della "Spiritualità di comunione", immergendoci a vivere il vangelo sempre più in profondità ci accorgiamo che la vita riscopre esperienze bellissime, tanto che uno di noi ha potuto esclamare: "Se continua così, succederà una vera rivoluzione" in questa parrocchia.
Così, Marco ha detto assistendo a un fatto che adesso vi racconto: Facevamo rientro in Parrocchia, quando due sorelle dell'apparente età di 30 anni ci hanno fermati. Tutto sembrava una facile domanda ed infatti ci veniva chiesto la benedizione della famiglia. Ma a una risposta del nostro diacono Rocco ("che era bello organizzare e pregare anche in questa circostanza") una delle due sorelle (ci è sembrato che stesse attraversando un periodo particolare) ha esclamato: "Ho fatto pace con Dio e di 'Lui' non voglio più sentirne parlare". "Come, ci siamo chiesti, (è una vera bomba!) da un lato ci chiede la benedizione e dall'altro non si vuole sentire più parlare di Dio?". Sono bastati pochi minuti, nei quali il diacono ha dato la sua esperienza di vita e di come cerchi continuamente di testimoniare l'immenso amore del "Padre" nonostante la sua malattia, che a quella sorella è spuntato il sereno. L'incontro avverrà e chissà che nel grigiore di una sofferenza non apparirà tutto l'Amore misericordioso di un Padre che da sempre ci vuole e continua a volerci bene? Noi pregheremo, per questa e per tutti i fratelli come questa che magari all'apparenza si dicono cristiani e dietro la prima difficoltà (magari dietro una malattia) non riconoscono Dio Amore. A tutti diciamo che questa è l'esperienza che facciamo: non ci può essere gioia vera se questa non passa dal crogiolo del dolore!
Che il Signore ci aiuti a scoprirlo sempre più nel dono grande della nostra Fede. (Marco S.)



mercoledì 24 dicembre 2008

Il prodigio dell'amore

25 dicembre 2008 – Natale del Signore

Parola da vivere


Gloria a Dio nel più alto dei cieli,
pace in terra agli uomini che egli ama
(Lc 2,14)


È l'invito a far festa per il nuovo re, colui che rinnova le speranze del popolo. Eppure quante volte il grido è stato soffocato dalle delusioni dei salvatori che si sono alternati nella storia!
In questa notte è il cielo stesso che canta con i suoi angeli il prodigio dell'amore che si è fatto uomo, minuscola creatura, miracolosa nascita che nella austerità dei segni della povertà contiene l'ultimo autentico annuncio di salvezza.
In questa notte santa non possiamo non riservare momenti alla contemplazione, al silenzio interiore, alla coscienza del buio che la vita e il mondo continuamente ci offrono come risposta alla nostra debolezza, ai nostri fallimenti e alla presunzione di costruire una salvezza con le nostre mani. Nella totale disponibilità di Maria e Giuseppe troviamo il segreto di ripristinare la culla a Dio che viene tra noi e vuole stare con noi: nascere, crescere e morire d'amore per ristabilirsi nella Trinità con tutti noi: "Padre, non si è perso nessuno di quelli che mi hai dato!" dirà Gesù sacrificandosi sull'altare della croce.
Ma non basta celebrare e contemplare. Bisogna che ognuno trovi la statura della crescita di Gesù in lui.
Prima di tutto credere all'amore, unico dono del Padre e sostanza del nostro dono, dei regali mutui in cui siamo gli uni degli altri dono. Il bambino Gesù non solo ci sorride, ma ci ha parlato dell'essenza del vivere: amatevi come io vi ho amato. L'amore di ognuno lo rende presente incontrandosi con l'amore dell'altro, come delle fiaccole che si accendono una ad una nella notte e la trasformano in luce e calore. La nostra festa non può escludere il coro del cielo dai nostri cori, dai nostri meravigliosi presepi. Gli alberghi di Betlemme devono fare posto a tutti, senza chiudere la porta ai poveri. I nostri granai siano svuotati dalle armi che li difendono, le armi diventino aratri, le nostre piazze mercati aperti a tutti: "Venite e comprate senza denaro!" dice il profeta.
Da questa notte deve rinnovarsi la nostra scelta di vita, la scelta amorosa di un Salvatore che temiamo come una utopia e si rivela sempre più unica certezza. Lasciamoci stringere nell'abbraccio del Cielo con la Terra, sognando il giorno che tutta la Terra diventi Cielo e il Cielo recuperi la Terra che un giorno ha creato.




(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)



lunedì 22 dicembre 2008

Verginità feconda

Riporto un passo del commento di Claudio Arletti sulla Parola di ieri, quarta domenica di Avvento (cf Vita Pastorale, n. 11/2008): Maria, invitata a gioire, è colei che è stata "graziata".

L'angelo si rivolge a una vergine di nome Maria (v. 27). Elisabetta, invece, è sterile, come tutte le matriarche dell'AT. La persona umana è sterile, perché non può produrre da sé il proprio futuro. Noi possediamo la vita, ma non siamo la vita. Noi abbiamo futuro se accogliamo Dio, vita eterna. Vergine è la persona umana che accoglie il futuro da Dio invece di cercare di fabbricarselo, rimanendo sterile. Questo separa l'irreprensibile Elisabetta dalla Vergine Maria.
La verginità allude simbolicamente anche all'attitudine per il vero ascolto. Se ci pensiamo, ogni rapporto vero nella comunicazione è un rapporto "vergine". C'è ascolto autentico quando accogliamo l'altro senza sovrapporre le nostre idee o le nostre impressioni, in maniera appunto "vergine". Così giungiamo ad avvicinarci alla sua realtà e ad accoglierla. Quando ascoltiamo davvero "concepiamo" l'altro. Ci entra nell'intelligenza e nel cuore. La vera concezione è quella dell'orecchio. Una persona esiste solo se la ascoltiamo. Colui che è ignorato è come se non esistesse.


Il "vergine" è colui che genera per davvero la VITA, perché partecipe della verginità di Dio, di cui Maria ne è il Segno meraviglioso.
Il "farsi uno" col prossimo, con l'altro che mi passa accanto, con chi condivide la mia vita quotidiana e di ministero – in una parola "essere l'altro" (che comporta il mio "non-essere") – è il genuino atteggiamento di chi accoglie Dio in sé e lo ridona non adulterato, affinché la Vita possa sgorgare in pienezza in tutti.
L'amore vero, genuino, fecondo è vergine!


sabato 20 dicembre 2008

Una comunità viva

Cara Luisa, riporto con gioia grande ed una intensa commozione l'articolo apparso su Vita Nuova del 5 dicembre u.s., la rivista della diocesi di Trieste (la mia chiesa madre).
Ho letto anche il mio nome nei tuoi ricordi… Mi ha commosso, perché è sempre vivo in me e nella mia famiglia l'esperienza bellissima e profonda vissuta insieme (in una comunità che era veramente come una famiglia), quando il nostro vescovo Lorenzo, mi mandò ad Altura. Quella fu l'ultima parrocchia prima della mia partenza da Trieste… ed ogni volta che ritorno nella mia città, lì trovo la mia "famiglia".
…e non finirei di raccontare quello che è impresso in maniera indelebile nel mio cuore. Dio sa… a Lui la lode perenne!
Ho ripescato alcune foto del saluto dopo la Messa prima della mia partenza e che pubblico con una gioia grande!
Un abbraccio di cuore a te e a "tutta" la tua famiglia!
Luigi



I 25 anni della chiesa di Altura nei ricordi di una parrocchiana
Giovane comunità in festa
Dagli inizi nel prefabbricato allo splendore di oggi

La parrocchia di Altura, dedicata a Nostra Signora di Lourdes, ha festeggiato ieri, 4 dicembre, il 25° anniversario dalla sua fondazione. Domenica 14 dicembre, in occasione dell'ottavo anniversario della consacrazione della nuova chiesa, la Santa Messa delle ore 11.10 sarà presieduta dal nostro vescovo, mons. Eugenio Ravignani. Per l'occasione sono in cantiere varie iniziative. Ecco il ricordo di una parrocchiana che ha visto nascere e crescere la nuova comunità.

25 anni: una vita!... chiudo gli occhi e ascolto i miei ricordi di bambina. Rivedo una saletta umile e fredda che, riempita di persone per la Santa Messa, diventa una casa accogliente per la comunità in preghiera. Rivedo don Carlo, giovane sacerdote all'inizio della sua esperienza pastorale, che con un sorriso e una battuta faceva breccia nel cuore di tutti. Penso ai corsi di ricamo, alle gite in montagna ... Ricordo il catechismo - finalmente in un prefabbricato - i miei sacramenti. Ricordo il vescovo Lorenzo, che per la comunità di "Altura e Bassura", come la chiamava lui, aveva sempre il cuore aperto.
E poi il gruppo, l'Acr, il coro, suor Angioletta, suor Piera, suor Graziella, il diacono Luigi, le amicizie, i campi-scuola estivi...
Tutti questi ricordi abitano in me, anche adesso che la vita mi ha portata lontano con la mia famiglia... ma ogni esperienza, ogni emozione sono come un tesoro prezioso racchiuso in uno scrigno: nei momenti difficili vado a cogliere qualcuna di queste "gemme" e le offro a chi mi sta accanto e ai miei bambini, perché il loro splendore si rinnovi e siano segno di gratitudine al Signore per averle messe con amore sul mio cammino.

Luisa Pozzar












venerdì 19 dicembre 2008

Una sola famiglia

21 dicembre 2008 – 4a domenica di Avvento (B)

Parola da vivere

Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio (2Sam 7,14)


Povero Re Davide! Il successo gli ha dato alla testa, tanto che si offre per dare una casa al suo Signore, quasi rinchiuderlo in un tempio maestoso.
Con dolce ironia il Signore, come risposta, promette di fare del popolo di Davide e dei suoi discen-denti una unica grande casa, una sola famiglia in cui lui sarà padre e tutti saranno suoi figli. Storicamente questo è avvenuto quando l'amore di Dio ha cercato un'umile casa a Nazaret e per il "sì" incondizionato di Maria ha concepito in lei l'uomo che è Dio.
Oggi Dio continua a farsi mendicante di amore del nostro "sÌ". Ha bisogno di entrare in noi per dirci tutto il suo amore, per fare risuonare con intensità divina sulle nostre labbra il dolce nome di padre e dirci la sua tenerezza come a figli.
Il Natale di Maria è la vera casa per Dio: in lei e per il suo "sì" tutta l'umanità può diventare una grande casa, un paradiso in terra, ovunque, anche quando possiamo offrire solo una povera stalla, nei luoghi più remoti e oscuri, tra gli emarginati come i pastori.
L'ultima tappa dell'Avvento è lasciare che sia Maria a portarci tra le sue braccia come se ciascuno fosse il suo Gesù.

Testimonianza di Parola vissuta

Sono le 12,45 dei primi di dicembre e dopo qualche commissione rientravo a casa per il pranzo. Un signore che conoscevo vagamente mi saluta e mi avvicina chiedendomi di aiutarlo per una emergenza: convincere un barbone polacco che da tempo vive sulla strada, ad andare in una struttura coperta.
Al mattino avevo meditato e riflettuto sull'amore al fratello, ma inizialmente chiedo di rinviare a quando avrei avuto più tempo. "Ma è un'emergenza", replica. Mi lascio coinvolgere e mi conduce subito dal barbone, anche in senso letterale. Siede su una panchina vicina ad un androne dove dorme da tempo la notte; ha diverse buste dove tiene le sue cose e una radio a cui è tanto affezionato regalatagli dall'amico. Faccio subito conoscenza e gli prometto un orologio se accetta di andare in una struttura coperta. Sembra convinto.
Con l'amico decidiamo di tornare alla carica alle 14,15 per non dargli il tempo di lasciarsi vincere dall'eventuale tentazione dell'alcool. A casa sono atteso per il pranzo nonostante il ritardo. Alle 14,10 sono di nuovo dal barbone e stringo amicizia: si chiama come me, parliamo dei nostri missionari in Polonia e Ucraina, di Giovanni Paolo II, della sua famiglia, che ora lo ha abbandonato e gli mostro l'orologio promesso.
Arriva l'amico, telefoniamo al Centro di Accoglienza e prepariamo la macchina; pur un po' incerto e traballante si avvia con le sue gambe senza bisogno del nostro appoggio. Mi siedo accanto a lui. Lungo la strada riconosce il quartiere attraverso cui passiamo. Arrivati viene accolto con gentilezza e si predispone subito per una buona doccia e vestiti puliti. Gli regalo l'orologio promesso. Lasciamo i nostri recapiti. A casa telefono ad un sacerdote più competente per una accoglienza in un Centro permanente. Nel mio cuore è già Natale!

(G.F.)

(da "Camminare insieme" - vedi Testimoniare la Parola)