domenica 30 novembre 2014

La bellezza della consacrazione


Inizia oggi, prima domenica di Avvento, l'anno dedicato alla Vita Consacrata, a cinquant'anni dalla promulgazione del Decreto conciliare Perfectae caritatis sul rinnovamento della vita religiosa.
Nel rileggere il messaggio che papa Francesco ha rivolto per questa occasione alle consacrate e ai consacrati, riporto le «tre parole programmatiche» che il papa ha sottolineato, considerandole di estrema attualità per ogni tipo di consacrazione, come può essere quella diaconale. E cioè:
«Essendo gioiosi! Mostrate a tutti che seguire Cristo e mettere in pratica il suo Vangelo riempie il vostro cuore di felicità. Contagiate di questa gioia chi vi avvicina, e allora tante persone ve ne chiederanno la ragione e sentiranno il desiderio di condividere con voi la vostra splendida ed entusiasmante avventura evangelica».
«Essendo coraggiosi! Chi si sente amato dal Signore sa di riporre in Lui piena fiducia. Così hanno fatto i vostri Fondatori e Fondatrici, aprendo vie nuove di servizio al Regno di Dio. Con la forza dello Spirito Santo che vi accompagna, andate per le strade del mondo e mostrate la potenza innovatrice del Vangelo che, se messo in pratica, opera anche oggi meraviglie e può dare risposta a tutti gli interrogativi dell’uomo».
«Essendo donne e uomini di comunione! Ben radicati nella comunione personale con Dio, che avete scelto come il porro unum (cfr Lc 10,42) della vostra esistenza, siate instancabili costruttori di fraternità, anzitutto praticando fra voi la legge evangelica dell’amore scambievole, e poi con tutti, specialmente i più poveri. Mostrate che la fraternità universale non è un’utopia, ma il sogno stesso di Gesù per l’umanità intera».

È un programma che entusiasma e dona quella gioia che viene dall'amore esclusivo per Dio e che si riversa su ogni donna e ogni uomo che incontriamo e siamo chiamati a servire, quale dono dello Spirito.
Il diacono, segno dell'amore di Cristo che è venuto per servire e dare la vita, incarna nella gioia del dono quella carità che coraggiosamente e decisamente costruisce la comunione e porta all'unità.


venerdì 28 novembre 2014

Mantenere il desiderio dell'incontro


1a domenica di Avvento (B)
• Isaia 63,16-17.19;64,1-7 • Sal 79 • 1 Corinzi 1,3-9 • Marco 13,33-37
(visualizza i brani)


Appunti per l'omelia

Ogni domenica proclamiamo nel Credo: «La risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà». Il momento che attendiamo è quello della seconda venuta di Gesù: una nuova dimensione, aldilà del tempo, quando tutto si riunificherà e ci saranno cieli nuovi e terre nuove. Per ciascuno l'ingresso in questa nuova dimensione coincide con la conclusione del cammino nella storia: l'ora della morte o, come dicevano i primi cristiani, l'ora della "rinascita".
Parlare di "quel momento" sembra terribilmente di cattivo gusto, come se si trattasse di profezia di sventura o di antiquate prediche sulla "buona morte". O forse si ha l'idea che pensare all'aldilà ci impedisca l'impegno umano nelle cose terrene. In realtà, "quel momento" è presente in ogni istante della nostra vita: non prenderne coscienza, significa falsare l'esistenza.
Ma c'è qualcosa di più: Gesù ci invita a mantenere il desiderio dell'incontro faccia a faccia con Lui. «Vegliate»: possiamo attendere quell'incontro come un'innamorata attende l'innamorato o una mamma il ritorno del figlio. Il rischio è di riempire la vita di mille cose da fare, privilegiando le cose sulla "persona" da incontrare.
«Ciascuno secondo il suo compito». Vegliare non è solo aspettare: è cominciare a vivere come vivremo in "paradiso" («come in cielo così in terra»), sullo stile del cammino storico di Gesù. Il confronto con il Vangelo, personale e comunitario, ci porta a scoprire il lavoro e gli impegni come volontà del Padre e amore al prossimo, a crescere nella comunione e nella condivisione dei beni con gli altri.
«Non sapete quando ritornerà». Proprio perché chiamati ad anticipare il "paradiso", proviamo a parlare come fosse l'ultimo discorso che teniamo, a lavorare come fosse l'ultima azione che facciamo, a soffrire come fosse l'ultima sofferenza che abbiamo da offrire, a pregare come fosse l'ultima occasione in terra di parlare con il Padre o con Gesù.
Vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo, allora, non diventa più una finzione, soprattutto perché, dato che "quel momento" ci sarà, poco importa se avverrà oggi o fra cinquant'anni. Il tempo che ci rimane è appunto un tempo "che rimane": un tempo finito, che ha l'impronta di preparazione, di attesa, di vigilanza, di desiderio, come detto sopra. Molte cose perdono valore e altre ne acquistano: ci rendiamo conto che rimane solo la carità, l'amore vero.

"Fammi parlare sempre come fosse l'ultima parola che dico;
fammi agire sempre come fosse l'ultima azione che faccio:
fammi soffrire sempre come fosse l'ultima sofferenza che ho da offrirti;
fammi pregare sempre come fosse l'ultima possibilità
che ho qui in terra per parlare con Te"

(da un canto)



-------------
Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Vegliate, perché non sapete quando è il momento (Mc 13,33)
(vai al testo) - (---> pdf, formato A4, stampa a/r per A5)

Vedi anche analoga Parola-sintesi a suo tempo pubblicata (27/11/2011)
Aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo (1Cor 1,7)
(vai al testo)

Vedi anche il post Appunti per l'omelia:
L'attesa vigilante (25/11/2011)

Commenti alla Parola:
  di Luigi Vari (VP 2014)
  di Marinella Perroni (VP 2011)
  di Claudio Arletti (VP 2008)
  di Enzo Bianchi




mercoledì 26 novembre 2014

Testimoni credibili


Il tempo attuale ha bisogno, come ci ricorda il beato Paolo VI, di testimoni più che di maestri. O meglio: i maestri siano dei veri testimoni.
Durante l'ordinazione diaconale il vescovo, nel consegnare il libro dei Vangeli, dice: «Ricevi il Vangelo di Cristo del quale sei diventato l'annunciatore: credi sempre a ciò che proclami, insegna ciò che hai appreso nella fede, vivi ciò che insegni».
La nostra testimonianza evangelica, anima della nostra azione pastorale, non necessita di cose straordinarie, di atteggiamenti che suscitano ammirazione o stupore, né di miracoli eclatanti, ma della povertà della nostra fede, animata dalla grazia dello Spirito, e della sincera carità che è dono di sé. Già san Paolo ammoniva che «i segni sono per gli infedeli increduli» (cf 1Cor 14, 22).
E mi risuonano attuali le parole di sant'Agostino che leggo nelle sue Confessioni: «[Signore], i tuoi ministri operino in terra non più come nelle acque dell'incredulità quando annunciavano il messaggio con miracoli, simboli e parole misteriose che sono attrattiva per l'ignoranza, generatrice di stupore e di timore davanti a segni sconosciuti: tale è, per i figli di Adamo che si dimenticano di te, la strada che porta alla fede fintanto che si nascondono a te divenendo come l'abisso.
Operino invece come su terra asciutta separata dai gorghi dell'abisso, e siano nel vivere modello per i credenti, stimolandoli all'imitazione. Così questi ascolteranno il loro annuncio non soltanto per capire, ma anche per agire». (Sant'Agostino, Le Confessioni, Libro XIII, n. 21)

venerdì 21 novembre 2014

Il giudizio ultimo: l'amore verso i bisognosi


Cristo Re - 34a domenica del T.O. (A)

Appunti per l'omelia

L'anno liturgico si conclude con la grandiosa visione del Signore Gesù che "verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti e il suo regno non avrà fine". Questo articolo del Credo dice in sintesi ciò che esprimono i brani della Liturgia odierna.
Dio, pastore del suo popolo, ricerca le pecore perdute, se ne prende cura personalmente, le raduna e anche le giudica (cf Ez 34,11-12.15-17). Non un re che domina, ma che serve il suo gregge. È una regalità d'amore. Gesù, presentandosi come il "buon pastore" che arriva a "offrire la vita" per le sue pecore (cf Gv 10,15-18; Mt 18,12-14), realizzerà al massimo grado questo ruolo regale. Ma Egli eserciterà anche il giudizio definitivo degli uomini: «...separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre». È Gesù risorto, intronizzato come re, che vince tutte le potenze del male e della morte (cf 1Cor 15,20-26.28).
Il brano evangelico di Matteo (cf Mt 25,31-46), che riporta l'ultimo discorso di Gesù in prossimità della morte, è la visione grandiosa e impressionante del Giudizio Universale. Il protagonista è Lui, Gesù, che si attribuisce due titoli: «il Figlio dell'uomo» e «il Re». Col primo titolo Egli dichiara di essere il giudice futuro, annunziato dal profeta Daniele, al quale Dio avrebbe dato un regno universale ed eterno (cf Dn 7,13ss), che però dovrà prima patire e risorgere (cf Mt 17,22-23; 20,18-19). L'altro titolo di "Re" viene visualizzato con l'immagine del "trono della sua gloria" su cui "siederà". Come sovrano universale lo riconoscono sia i giusti che i reprobi di tutte le nazioni, quando nelle loro domande si rivolgono a Lui con l'appellativo di "Signore".
È davvero impressionante il fatto che Gesù, mentre si accinge ad affrontare la suprema umiliazione della morte, annuncia con sicurezza questo futuro di gloria e fissa un appuntamento non solo ai suoi discepoli, ma a tutti i popoli della storia: tutti dovranno comparire davanti al suo tribunale di sovrano e giudice glorioso: «Davanti a Lui verranno radunati tutti i popoli». Tutti i popoli, tutti gli uomini, senza alcuna eccezione, devono rispondere di sé davanti a Lui. E ciascuno viene giudicato secondo il criterio stabilito da Cristo stesso. Un criterio uguale per tutti: chi lo ha soccorso in una situazione di bisogno sarà approvato nel giudizio. Chi invece gli ha negato l'aiuto sarà escluso dal Regno, perché «tutto quello che avete fatto – o non avete fatto - a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto – o non lo avete fatto - a me».
Il grande e definitivo esame che attende tutti e ciascuno al termine della vita personale e della storia, e da cui dipende il nostro destino eterno, verterà su un'unica materia: l'amore concreto a Cristo, che si è presentato a noi in incognito, nascosto nei suoi fratelli indigenti. Dietro ogni uomo, in particolare dietro ogni uomo piccolo, debole, provato sta proprio Gesù. Lui che nella sua esistenza terrena si è fatto solidale con tutti, e specialmente con i sofferenti fino a condividere l'esperienza del dolore e della morte, ora nella sua condizione di risorto non si è allontanato da loro, ma vive questa vicinanza e solidarietà in modo perfetto. Ecco perché è Lui che riceve direttamente il mio atto di accoglienza o di rifiuto nei confronti del fratello bisognoso.
Veramente in ogni uomo noi abbiamo sempre a che fare con Gesù. L'attenzione, costantemente rinnovata, a trattare ogni persona come tratterei Cristo stesso se lo vedessi, cambia la mia vita e quella degli altri.
Ciò che do al fratello lo do realmente a Gesù!



-------------
Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Venite, benedetti del Padre mio, ricevete il regno preparato per voi (Mt 25,34)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2011)
  di Enzo Bianchi


venerdì 14 novembre 2014

Entrare nella gioia del Signore


33a domenica del T.O. (A)

Appunti per l'omelia

Nell'attesa dell'ultima venuta del loro Signore, i discepoli devono "non dormire, ma vigilare" (cf 1Ts 5,1-6). Una vigilanza operosa, come quella della "donna forte" di cui parla il libro dei Proverbi (cf Pro 31,10-31).
Questa vigilanza operosa è espressa dalla parabola evangelica (cf Mt 25,14-30), dove il padrone, che parte per un lungo viaggio e poi ritorna, rappresenta Gesù che alla fine verrà come giudice a cui rendere conto di noi stessi e del nostro operato. Il padrone, in procinto di partire, affida personalmente ai servi una somma notevole, in base alle rispettive capacità, riponendo in loro una grande fiducia. La risposta dei servi non è uguale. I primi due, durante l'assenza del padrone, trafficano il capitale ricevuto in consegna e lo raddoppiano. Sanno di non esserne i proprietari, ma gli amministratori, e svolgono questo compito con fedeltà e intraprendenza. Invece il terzo servo si preoccupa esclusivamente di custodire il deposito per restituirlo integro.
Tutto il racconto converge nella scena finale, in cui il padrone, ritornato, regola i conti con i servi. Nettissimo il contrasto fra i primi due e il terzo. Nelle parole, che quest'ultimo rivolge al padrone, si coglie la ragione profonda del suo comportamento: «So che sei un uomo duro… Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra». Non ha voluto correre rischi per paura del padrone, che considera troppo esigente e al quale contesta il diritto di reclamare più di quanto gli ha consegnato. Restituendogli il talento ricevuto, si sente sdebitato e a posto con lui.
Gesù ha di mira, senz'altro, i farisei che osservano meticolosamente la Legge e si sentono in regola con Dio, convinti di rendergli ciò che gli è dovuto. Ma non accolgono la sua volontà che si manifesta in Gesù. Non hanno capito che, in quanto servi del Signore, dipendono da Lui e devono servirlo, compiendo ciò che chiede, anche se tale richiesta è imprevista e non piacevole. Nessun alibi possono portare per giustificare il loro disimpegno. Il loro rapporto religioso con Dio è come ridotto a una semplice relazione commerciale di prestazione e di servizio, in un clima di diffidenza e di paura.
Alla negligenza di questo servo, che il padrone qualifica come «malvagio e pigro», si contrappone lo zelo attivo dei primi due. Essi, superando ogni forma di paura, si sono lasciati coinvolgere nel rapporto di fiducia amicale che il padrone offriva. Hanno capito che li stimava e contava su di loro, si fidava di loro. Ed essi si sono fidati di lui. Per questo, hanno rischiato… con creatività. Hanno "osato" nella libertà che è data dall'amore. E così non hanno deluso il padrone, che, contento e fiero di loro, ha elogiato ciascuno come «servo buono e fedele».
Con questa parabola Gesù voleva provocare il suo uditorio - e noi oggi - a riflettere per decidere.
I servi siamo noi. I talenti, che ci sono stati affidati, simboleggiano soprattutto il dono del Vangelo, il tesoro della Parola di Dio e quindi l'essere cristiani, l'appartenenza a Cristo nella Chiesa a partire dal Battesimo, il dinamismo delle virtù teologali della fede, della carità e della speranza. Il talento per eccellenza è Lui, Gesù, vivo e operante in molti modi e forme nella Chiesa. Tutti questi beni sono un capitale enorme e favoloso, che Dio ci affida con immenso amore e fiducia.
Coloro a cui è stato affidato il Vangelo non hanno il diritto di lasciarlo improduttivo. Questo capitale deve essere impiegato. In altre parole dobbiamo lasciare che la nostra intera esistenza venga trasformata dal Vangelo.
Il "servo malvagio" e disimpegnato, quindi "inutile", è "gettato fuori nelle tenebre", destinato alla rovina e disperazione eterna. Invece i servi operosi sono premiati al di là di ogni attesa. Il padrone affida loro compiti più grandi e più prestigiosi. E, ciò che vale immensamente di più, li invita: «prendi parte alla gioia del tuo padrone», "entra" nella gioia del tuo signore. È un "entrare" che ci rimanda ad altre "entrate" evangeliche, come "entrare nel regno dei Cieli" (cf Mt 5,20; 7,21, 18,3), "entrare nella vita" (cf Mt 18,8ss; 19,16). Ora, in maniera eguale, si parla di "entrare nella gioia". Non una gioia qualunque, ma la "gioia del Signore". Si tratta di condividere la gioia stessa di Dio, quasi immergendosi in questa gioia e nuotandovi dentro.
Il Regno è pienezza di vita e felicità senza fine!



-------------
Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Consegnò loro i suoi beni (Mt 25,14)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2011)
  di Enzo Bianchi

giovedì 13 novembre 2014

L'alfabeto, la grammatica di base di ogni ministero


All'Udienza generale di ieri, 12 novembre, papa Francesco ha parlato delle qualità che devono avere coloro che sono chiamati ad un ministero nella Chiesa, vescovi, presbiteri e diaconi: «che cosa viene richiesto a questi ministri della Chiesa, perché possano vivere in modo autentico e fecondo il proprio servizio».
Il papa si rifà alle Lettere pastorali che l'apostolo Paolo ha inviato a Timoteo e a Tito, dove viene evidenziato il modo di essere dei vescovi, dei presbiteri e dei diaconi. San Paolo - continua il papa - «si sofferma in una descrizione di ogni cristiano nella Chiesa, delineando per i vescovi, i presbiteri e i diaconi, ciò a cui essi sono chiamati e le prerogative che devono essere riconosciute in coloro che vengono scelti e investiti di questi ministeri. Ora, è emblematico come, insieme alle doti inerenti la fede e la vita spirituale - che non possono essere trascurate, perché sono la vita stessa -, vengano elencate alcune qualità squisitamente umane: l'accoglienza, la sobrietà, la pazienza, la mitezza, l'affidabilità, la bontà di cuore. È questo l'alfabeto, la grammatica di base di ogni ministero! Deve essere la grammatica di base di ogni vescovo, di ogni prete, di ogni diacono. Sì, perché senza questa predisposizione bella e genuina a incontrare, a conoscere, a dialogare, ad apprezzare e a relazionarsi con i fratelli in modo rispettoso e sincero, non è possibile offrire un servizio e una testimonianza davvero gioiosi e credibili».
«C'è poi un atteggiamento di fondo che Paolo raccomanda ai suoi discepoli e, di conseguenza, a tutti coloro che vengono investiti del ministero pastorale, siano essi vescovi, sacerdoti, presbiteri o diaconi. L'apostolo esorta a ravvivare continuamente il dono che è stato ricevuto (cfr 1Tm 4,14; 2Tm 1,6). Questo significa che deve essere sempre viva la consapevolezza che non si è vescovi, sacerdoti o diaconi perché si è più intelligenti, più bravi e migliori degli altri, ma solo in forza di un dono, un dono d'amore elargito da Dio, nella potenza del suo Spirito, per il bene del suo popolo. Questa consapevolezza è davvero importante e costituisce una grazia da chiedere ogni giorno! Infatti, un Pastore che è cosciente che il proprio ministero scaturisce unicamente dalla misericordia e dal cuore di Dio non potrà mai assumere un atteggiamento autoritario, come se tutti fossero ai suoi piedi e la comunità fosse la sua proprietà, il suo regno personale».

E papa Francesco conclude con un invito a mettersi in continuo ascolto per imparare da tutti, anche da chi non ha il dono della fede, perché non possiamo pretendere di «sapere tutto, di avere sempre la risposta giusta per ogni cosa». Questo atteggiamento di umile ascolto ci mette inoltre nella condizione di vivere, assieme ai propri confratelli, quella fraternità sacramentale improntata «alla condivisione, alla corresponsabilità e alla comunione»:
«La consapevolezza che tutto è dono, tutto è grazia, aiuta un Pastore anche a non cadere nella tentazione di porsi al centro dell'attenzione e di confidare soltanto in se stesso. Sono le tentazioni della vanità, dell'orgoglio, della sufficienza, della superbia. Guai se un vescovo, un sacerdote o un diacono pensassero di sapere tutto, di avere sempre la risposta giusta per ogni cosa e di non avere bisogno di nessuno. Al contrario, la coscienza di essere lui per primo oggetto della misericordia e della compassione di Dio deve portare un ministro della Chiesa ad essere sempre umile e comprensivo nei confronti degli altri. Pur nella consapevolezza di essere chiamato a custodire con coraggio il deposito della fede (cfr 1Tm 6,20), egli si metterà in ascolto della gente. È cosciente, infatti, di avere sempre qualcosa da imparare, anche da coloro che possono essere ancora lontani dalla fede e dalla Chiesa. Con i propri confratelli, poi, tutto questo deve portare ad assumere un atteggiamento nuovo, improntato alla condivisione, alla corresponsabilità e alla comunione».


mercoledì 12 novembre 2014

Rispettarsi nella diversità


Da una rubrica di corrispondenza con i lettori, apparsa sulla rivista Città Nuova (nr. 9/2009), riporto questo breve stralcio, che mi aiuta a vivere bene, in positivo, il mio rapporto con gli altri, nonostante le diversità che frenano o cercano di allontanarmi. È un prendere con sempre maggior coscienza che la diaconia che siamo chiamati a vivere e animare è una carità che fa comunione.

«Per far spazio all'altro occorre dimenticare noi stessi: l'accettare senza sentirne il peso (cioè sopportare) le differenze dell'altro è un primo passo per non restare in noi stessi. In concreto sopportare sarà, quindi: non giudicare le intenzioni dell'altro da quanto lui fa o dice e che possiamo non comprendere; non ingigantire quanto vediamo ma cercare di osservarlo per quello che è nel presente; riuscire a guardare ogni giorno l'altro come lo vedessimo la prima volta senza sommare al fastidio attuale quello dei giorni precedenti... Fatto questo primo passo, sarà più facile saper leggere quello che l'altro ha in cuore e che spesso è oscurato da quel modo di fare che ci dà fastidio e riuscire a capirlo, a capirsi, e anche ad aiutarsi a migliorare» (Francesco Châtel).

(Scarica l'articolo completo)


martedì 11 novembre 2014

Diaconi testimoni di solidarietà


Riporto l'ultima parte dell'articolo di Giancamillo Trani, vicedirettore della Caritas di Napoli, che rileggo dagli Atti del Convegno dei diaconi italiani (Napoli, Agosto 2013), dove descrive la presenza del diacono in una società dominata dagli interessi finanziari e sorda alle necessità dei più deboli.

«[…] Certo vivere non è semplice, la tendenza è di prendere, pretendere per sé e non. vedere quello che ci viene anche da chi soffre la malattia, l'oppressione, la discriminazione, la povertà o semplicemente il rifiuto e la più comune non-accettazione: il mestiere dell'umano è proprio di riconoscere la nostra vulnerabilità che è forse la qualità più importante che abbiamo e che ci rende davvero umani! Ed allora, diaconi non sentinelle di solidarietà: la sentinella è vigile ma relativamente statica; si limita a dare l'allarme oppure a custodire. Direi meglio diaconi alfieri e fanti di carità e solidarietà: Gesù è diacono permanente, è servo a tempo pieno. Voglio ora ricordare uno scritto di Don Tonino Bello: Anche tu per evangelizzare il mondo.
"Il Signore ce l'ha anche con te. La sua mano tesa ti ha individuato nella folla. È inutile che tu finga di non sentire, o ti nasconda per non farti vedere. Quell'indice ti raggiunge e ti inchioda a responsabilità precise che non puoi scaricare su nessuno. Anche tu. Perché il mondo è la vigna del Signore, dove egli ci manda tutti a lavorare. A qualsiasi ora del giorno. Non preoccuparti: non ti si chiede nulla di straordinario. Neppure il tuo denaro: forse non ne hai. E quand'anche ne avessi, e lo donassi tutto, non avresti ancora obbedito all'intimo comando del Signore. Si chiede da te soltanto che, ovunque tu vada, in qualsiasi angolo tu consumi l'esistenza, possa diffondere attorno a te il buon profumo di Cristo. Che ti lasci scavare l'anima dalle lacrime della gente. Che ti impegni a vivere la vita come un dono e non come un peso. Che ti decida, finalmente, a camminare sulle vie del Vangelo, missionario di giustizia e di pace. Esprimi in mezzo alla gente una presenza gioiosa, audace, intelligente e propositiva. Ricordati che l'assiduità liturgica nel tempio non ti riscatterà dalla latitanza missionaria sulla strada. Ma fermati anche a fare il pieno perché in un'eccessiva frenesia pastorale c'è la convinzione che Dio non possa fare a meno di noi. [...] Se vi dicono che afferrate le nuvole, che battete l'aria, che non siete pratici, prendetelo come un complimento. Non fate riduzioni sui sogni. Non praticate sconti sull'utopia. Se dentro vi canta un grande amore per Gesù Cristo e vi date da fare per vivere il Vangelo, la gente si chiederà: Ma cosa si cela negli occhi così pieni di stupore di costoro?" (don Tonino Bello)».


venerdì 7 novembre 2014

Il nuovo Tempio


Dedicazione della Basilica Lateranense
[32a domenica del T.O. (A) - (9 nov. 2014)]

Appunti per l'omelia

La coincidenza della festa della Dedicazione della Basilica Lateranense con la domenica odierna ci fa guardare alla realtà vera del Tempio quale "luogo" della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. È Gesù stesso, come descritto nel brano evangelico (cf Gv 2,13-22), che definisce se stesso, il suo corpo, il "nuovo tempio", presenza definitiva di Dio in mezzo agli uomini, Lui l'Emmanuele, il Dio-con noi.
La risurrezione di Gesù ne svelerà il mistero, non solo della sua Persona, ma anche del significato della sua presenza nella storia, attraverso la comunità dei credenti, nella Chiesa radunata nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
L'apostolo Paolo ci ricorda questa verità: «Voi siete edificio di Dio… Siete tempio di Dio e lo Spirito di Dio abita in voi» (cf 1Cor 3,9c-11.16-17).
Siamo, pertanto, invitati a prendere, oggi, coscienza sempre di più della nostra vera identità e della conseguente nostra responsabilità.
Essere noi discepoli del Signore Gesù che formiamo la sua Chiesa, segno e sacramento della sua presenza in mezzo agli uomini, significa sperimentare che Dio realmente ci ha conquistati e ha fatto di noi la sua dimora.
L'apostolo Giovanni scrive: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23).
Gesù, con queste parole, sta rivolgendo agli apostoli i suoi grandi ed intensi discorsi di addio e li assicura, fra il resto, che essi lo avrebbero visto di nuovo, perché egli si sarebbe manifestato a coloro che lo amano. La sua manifestazione non sarebbe avvenuta in modo spettacolare ed esterno. Essa sarebbe stata una semplice, straordinaria "venuta" della Trinità nel cuore del fedele, che si attua là dove vi è fede ed amore. Con queste parole Gesù precisa in quale modo egli rimarrà presente in mezzo ai suoi dopo la sua morte e spiega come sarà possibile avere contatto con lui.
La sua presenza dunque si può realizzare fin d'ora nei cristiani ed in mezzo alla comunità: non è un evento che riguarda il futuro. Il tempio che lo accoglie non è tanto quello fatto di muri, ma il cuore stesso del cristiano, che diventa così il nuovo tabernacolo, la viva dimora della Trinità.
Ma come può il cristiano arrivare a tanto? Come portare in sé Dio stesso? Quale la via per entrare in questa profonda comunione con lui?
È l'amore verso Gesù. Un amore che non è mero sentimentalismo, ma si traduce in vita concreta e, precisamente, nell'osservare la sua Parola.
È a quest'amore del cristiano, verificato dai fatti, che Dio risponde col suo amore: la Trinità viene ad abitare in lui.
L'«osservare la sua parola» è la garanzia di questa divina dimora nel nostro cuore. Le parole di Gesù, il suo vangelo! Non tanto un catalogo di leggi, quanto piuttosto le sue parole tutte sintetizzati in quello che lui ha illustrato con la lavanda dei piedi: il comandamento dell'amore reciproco. Dio comanda ad ogni cristiano di amare l'altro fino al dono completo di sé, come Gesù ha insegnato ed ha fatto.
Questa è la garanzia del nostro essere "tempio di Dio".



-------------
Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Parlava del tempio del suo corpo (Gv 1,21)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Commenti alla Parola:
  di Gianni Cavagnoli (VP 2014)
  di Enzo Bianchi


martedì 4 novembre 2014

Ogni uomo è mio fratello


«[…] Se vogliamo la pace, dobbiamo riconoscere la necessità di fondarla su basi più solide che non sia quella o della mancanza di rapporti (ora i rapporti fra gli uomini sono inevitabili, crescono e s'impongono), ovvero quella dell'esistenza di rapporti d'interesse egoistico (sono precari e spesso fallaci), ovvero quella del tessuto di rapporti puramente culturali o accidentali (possono essere a doppio taglio, per la pace o per la lotta). La pace vera deve essere fondata sulla giustizia, sul senso dell'intangibile dignità umana, sul riconoscimento d'una incancellabile e felice eguaglianza fra gli uomini, sul dogma basilare della fraternità umana. Cioè del rispetto, dell'amore dovuto ad ogni uomo, perché uomo. Erompe la parola vittoriosa: perché fratello. Fratello mio, fratello nostro.
Anche questa coscienza della fraternità umana universale procede felicemente nel nostro mondo, almeno in linea di principio. Chi fa opera per educare le nuove generazioni alla convinzione che ogni uomo è nostro fratello costruisce dalle fondamenta l'edificio della pace. Chi inserisce nell'opinione pubblica il sentimento della fratellanza umana senza confine prepara al mondo giorni migliori. Chi concepisce la tutela degli interessi politici senza la spinta dell'odio e della lotta fra gli uomini, come necessità dialettica e organica del vivere sociale, apre alla convivenza umana il progresso sempre attivo del bene comune. Chi aiuta a scoprire in ogni uomo, al di là dei caratteri somatici, etnici, razziali, l'esistenza d'un essere eguale al proprio, trasforma la terra da un epicentro di divisioni, di antagonismi, d'insidie e di vendette in un campo di lavoro organico di civile collaborazione. Perché dove la fratellanza fra gli uomini è in radice misconosciuta è in radice rovinata la pace. E la pace è invece lo specchio dell'umanità vera, autentica, moderna, vittoriosa d'ogni anacronistico autolesionismo. È la pace la grande idea celebrativa dell'amore fra gli uomini, che si scoprono fratelli e si decidono a vivere tali.
Questo è il nostro messaggio per l'anno 71. Esso fa eco, come voce che scaturisca nuova dalla coscienza civile, alla dichiarazione dei Diritti dell'uomo: "Tutti gli uomini nascono liberi ed eguali nella dignità e nei diritti; essi sono dotati di ragione e di coscienza, e devono comportarsi gli uni verso gli altri come fratelli". Fino a questa vetta è salita la dottrina della civiltà. Non torniamo indietro. Non perdiamo i tesori di questa conquista assiomatica. Diamo piuttosto applicazione logica e coraggiosa a questa formula, traguardo dell'umano progresso: "ogni uomo è mio fratello". Questa è la pace, in essere e in fieri. E vale per tutti! […]».

(Paolo VIMessaggio per la celebrazione della IV Giornata della Pace, 1/1/1971)

sabato 1 novembre 2014

Avere un amore misericordioso


«[...] Il tipo di amore che siamo chiamati a portare al mondo - noi che abbiamo ricevuto il dono di una fede religiosa - è un amore speciale, forte come la morte. Non è sufficiente la tolleranza o la non-violenza, non basta l'amicizia o la benevolenza verso gli altri. È un amore che va verso tutti indistintamente: piccoli e grandi, poveri e ricchi, della propria patria o di un'altra, amici e nemici. Esige misericordia e perdono. Dobbiamo amare poi per primi, prendendo l'iniziativa, senza aspettare d'essere amati. E amare non solo a parole, ma concretamente, a fatti, dimenticando noi stessi per metterci a servizio degli altri.
E ciò comporta sacrificio e fatica.
La pace vera e l'unità giungono quando questo modo di vivere è praticato non solo da singole persone, ma insieme, nella reciprocità. [...]».


(Chiara Lubich - "Il mondo sia invaso d'amore", Messaggio all'Assemblea dei giovani – Hiroshima, 21-25 agosto 2006)