venerdì 29 novembre 2013

Il nostro vegliare operoso


1a domenica di Avvento (A)


Appunti per l'omelia

Con questa domenica ha nuovamente inizio l'Anno della Chiesa e la sua prima stagione è l'Avvento (venuta). Questo è un tempo di preparazione al Natale, in cui si celebra la prima venuta del Figlio di Dio tra gli uomini, ma è anche il tempo in cui si ravviva l'attesa della seconda venuta di Cristo al termine della storia.
Il brano evangelico di oggi (cf Mt 24,37-44) fa parte di un più ampio discorso di Gesù, dove l'annuncio centrale riguarda la sua venuta ultima e visibile: «Vedranno il Figlio dell'uomo venire sopra le nubi del cielo con grande potenza e gloria. Egli manderà i suoi angeli, con una grande tromba, ed essi raduneranno tutti i suoi eletti dai quattro venti, da un estremo all'altro dei cieli» (Mt 24,30-31). È un avvenimento splendido e gioioso: Gesù risorto, nella pienezza del suo potere regale, verrà a raccogliere attorno a sé tutta la famiglia e darà inizio alla festa eterna del Regno di Dio. Chi accoglie questo annuncio di Gesù vive nell'attesa, colma di speranza, di un lieto evento. La sua venuta segnerà, appunto, la fine di questo vecchio mondo dove dominano l'egoismo, la sopraffazione, l'odio, la morte, e inaugurerà un mondo radicalmente nuovo, fraterno, dove l'unità degli uomini con Dio e tra loro sarà perfetta, la vita piena e la gioia straripante, senza fine. Si realizzerà la visione stupenda del profeta Isaia (cf Is 2,1-5), dove gli strumenti di guerra saranno trasformati in strumenti di lavoro e di servizio all'uomo, frutto della conversione a Dio: nell'incontro con Lui si scopriranno fratelli è quanto Dio ha promesso per "la fine dei giorni".
Ecco la responsabilità dei cristiani: con le nostre lentezze e incoerenze, con i nostri peccati, rischiamo di ostacolare il compiersi del sogno di Dio. È rivolto a noi l'appello vibrante con cui termina il brano di Isaia: «Casa di Giacobbe, vieni, camminiamo nella luce del Signore».
Nel brano del Vangelo Gesù sottolinea un aspetto irrinunciabile nell'attesa della sua venuta: la vigilanza responsabile e operosa. Il "Signore che viene" bisogna essere pronti ad accoglierlo. Gesù mette in guardia i discepoli contro il pericolo di addormentarsi o di stancarsi nell'attesa, «come fu ai giorni di Noè… non si accorsero di nulla». È l'adagiarsi in una falsa sicurezza, senza rendersi conto che una "Venuta" incombe e sarà un evento di salvezza per chi opera il bene, ma un evento di rovina per chi avrà agito male. «Allora due uomini saranno nel campo: uno sarà preso e l'altro lasciato...». Una selezione che non avverrà per caso o per capriccio, ma secondo il giusto giudizio di Dio: alcuni saranno trovati pronti per l'appuntamento decisivo, altri invece impreparati. «Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà». "Vegliate, state pronti", è la parola d'ordine dell'Avvento e anche di quel lungo avvento che è il corso della nostra vita. La cosa più saggia è attenderlo sempre: «Anche voi tenetevi pronti perché, nell'ora che non immaginate, viene il Figlio dell'uomo».
Questo appello di Gesù è ripreso in modo accorato da Paolo (cf Rm 13,11-14): «È ormai tempo di svegliarvi dal sonno… Comportatevi onestamente come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, non in litigi e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo».

La vigilanza è attenzione d'amore a colui che verrà, ma già viene. "Vegliare" è saper riconoscere Gesù in queste molteplici venute e donargli amore concreto.
Veglia bene chi ama, perché è proprio dell'amore vegliare!



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Anche voi tenetevi pronti (Mt 24,44)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Vedi anche:
La nostra salvezza è più vicina, Rm 13,11 (28 novembre 2010)

Commenti alla Parola:
  di Gianni Cavagnoli (VP 2013)
  di Marinella Perroni (VP 2010)
  di Enzo Bianchi



venerdì 22 novembre 2013

Il Re che offre la sua vita


Cristo Re - 34a domenica del T.O. (C)


Appunti per l'omelia

Oggi la Chiesa conclude l'anno liturgico celebrando solennemente Cristo Re dell'universo. Questa festa esprime in sintesi tutto il mistero cristiano: "Gesù Cristo è centro del cosmo e della storia. Lui, solo Lui, è il Redentore dell'uomo" (Giovanni Paolo II).
San Paolo, nell'inno di Colossesi 1,12-20, celebra la suprema regalità di Cristo, la sua posizione centrale nella storia della creazione e della redenzione. In Lui si è reso visibile e accessibile il volto di Dio. In Lui tutta l'umanità è riconciliata e ricondotta al Padre. In Lui trova senso e unità l'universo intero. Egli è il "cuore" del mondo e della Chiesa.
Nella scena drammatica che il Vangelo di oggi riporta (cf Lc 23,35-43), all'interno del racconto della passione, possiamo cogliere il significato vero della regalità di Gesù. «Sopra di lui c'era anche una scritta: "Costui è il re dei Giudei"». È la motivazione della condanna: Gesù è un ribelle che ha attentato alla sovranità unica dell'imperatore romano. Il discepolo, però, che legge queste parole vi scopre la dichiarazione di un mistero profondo: Gesù è veramente re, ma solamente agli occhi della fede e in un modo che è diametralmente opposto alla concezione umana della regalità. Un re che ha come trono la croce.
Il discepolo, che contempla con amore e gratitudine sconfinata il suo Maestro e Signore fra i tormenti della passione, riconosce la sua solidarietà estrema con gli uomini peccatori che lo porta a soffrire per loro e con loro. Questi è il Re che offre la sua vita per i suoi!
I nemici di Gesù sfogano il loro odio, lanciano l'ultima sfida: «Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l'eletto». Così l'incapacità di Gesù di salvare se stesso e gli altri dimostra all'evidenza che Lui non è re, non è il Messia. Ma Gesù non raccoglie la sfida. Sulla croce Egli non salva se stesso, ma dona se stesso per salvare noi. Proprio con la sua morte è venuto a salvare coloro che si convertono e credono in Lui. Li salva perdonandoli e promettendo di portare con sé nella gloria del Padre quanti lo riconoscono come Messia, come re.
Così, il malfattore pentito non si associa agli insulti proferiti dall'altro malfattore, ma lo rimprovera. Confessa la propria colpevolezza, riconosce la perfetta innocenza di Gesù e si rivolge a Lui con una domanda che esprime pentimento e fede messianica: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Una fede straordinaria! Il ladrone, crede che Gesù introdurrà il Regno di Dio, che comporta la risurrezione dei morti. Lo crede nonostante la situazione tragica e irreparabile del Messia, crocifisso e morente come lui. Che cosa ha potuto provocare e motivare tale fede? La preghiera di Gesù per i suoi uccisori: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno!». Il ladrone si converte perché ha ascoltato questa preghiera di Gesù. Ha percepito la profondità inaudita del rapporto filiale che Gesù vive con Dio e ha capito fino a che punto arriva il suo amore. E la risposta di Gesù supera ogni attesa: «In verità ti dico: oggi sarai con me nel paradiso».

Ecco il nostro Re! Non colui che domina e umilia con l'arroganza del potere. Ma colui che serve fino a dare la vita. Colui che si "perde" tra i "perduti". Colui che proprio morendo salva. La qualità e la misura della sua regalità è l'amore, l'amore che si fa servizio fino alla morte. Riconoscerlo come Re significa convertirsi, accogliere il suo perdono e imparare a servire col suo stile e la sua dedizione.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Oggi con me sarai nel paradiso (Lc 23,43)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Vedi anche il post:
Il nostro Re, lo riconosce chi ama (21 novembre 2010)


Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2013)
  di Claudio Arletti (VP 2010)
  di Enzo Bianchi

sabato 16 novembre 2013

Celebrare la fede e servire nella carità [2]


La rivista Il Diaconato in Italia dedica il n° 180 al rapporto tra fede e carità (Celebrare la fede e servire nella carità).
Nel riportare i vari articoli nel mio sito di testi e documenti, segnalo questi altri interventi.






Fede, amore e diaconia (Servizio)
di Giovanni Chifari
Celebrare la fede in un anno ad essa dedicato non può limitarsi ad una presentazione di attività ed iniziative, seppur utili e lodevoli, ma deve poter essere occasione per ritornare alle sorgenti della nostra stessa esperienza di fede. Realtà quest'ultima mai definitiva e sempre da riscoprire come Chiesa sia come membra di questo corpo. Un cammino nel quale può essere fruttuosa l'analisi della categoria esperienziale dell'incontro, della azione che, arricchita da un forte ancoramento biblico teologico, può offrire la possibilità di discernere e comprendere la differenza tra il prima e il dopo, mostrando gli esiti della conversione, e con docilità all'azione dello Spirito, rivelare quella novità profetica che oggi fa rima con speranza che i discepoli Cristo sono chiamati a seminare nella faticosa esperienza della quotidianità. Riscoprire e rinnovare, senza mai smettere di cercare e discernere, osservare, analizzare e interpretare, sono tutte azioni che investono l'atto di fede di una unità cristiana e di ogni credente, ma anche operazioni che invocano la partecipazione dello Spirito Santo, perché serve una sapienza alta ma anche pratica, ma soprattutto richiedono amore, gioia e pace.
[…]
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Dalla Scrittura la liturgia e dalla liturgia la Scrittura (Studio)
di Pietro Sorci

«Per questo è nata la Bibbia: non per restare scritta ad utilità dei singoli o a diletto degli studiosi, ma per essere proclamata, soprattutto nella liturgia». È così che P. Sorci ci introduce nell'amore per le Scritture, da cui viene ogni carità.

Sottotitoli:
- Il legame tra la Bibbia e la liturgia
- Dalla sinagoga alla chiesa
- Dalla Parola scritta alla Parola celebrata
- Liturgia ed esegesi
- Lo Spirito Santo

[…]
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venerdì 15 novembre 2013

Nell'attesa di quel giorno…


33a domenica del T.O. (C)

Appunti per l'omelia

L'anno liturgico volge al suo termine. I brani biblici di questa domenica orientano la nostra attenzione verso gli avvenimenti finali della storia sia dell'umanità sia personale.
Il Vangelo (cf Lc 21,5-19) riporta la prima parte di un lungo discorso dove Gesù, ricorrendo anche a un linguaggio ricco di immagini forti e paradossali, annuncia la conclusione della vicenda dell'uomo e del mondo, che coinciderà con la sua ultima venuta. Questo discorso, che l'evangelista colloca immediatamente prima del racconto della passione, assume il valore di un testamento: il Maestro, in procinto di essere sottratto ai suoi discepoli dalla morte ormai imminente, solleva in qualche modo il velo sul futuro che li attende fino al termine della storia, quando Egli verrà nella gloria, radunerà i dispersi e ricomporrà la famiglia.
Gesù, mentre fissa ai discepoli di tutti i tempi un appuntamento finale con Lui, è soprattutto interessato al loro modo di comportarsi durante il cammino della storia e della vita. È l'ultimo discorso pubblico di Gesù. È il suo addio a Gerusalemme, di cui annuncia la rovina.
Ogni grandezza artificiale, ogni simbolo e roccaforte del potere, fosse anche potere religioso, ma in cui gli uomini ripongono una falsa sicurezza, sono destinati a crollare.
Un pericolo poi contro cui Gesù mette in guardia i discepoli è rappresentato dai falsi profeti che annunciano prossima la sua venuta. La fede dei discepoli fin dagli inizi sarà sempre minacciata da sedicenti liberatori dell'umanità, da presunti rappresentanti di Dio: bisogna vigilare per non lasciarsi ingannare.
Il corso della storia è segnato da violenze, guerre… Gesù ci chiede, perciò, di accettare con coraggio il tempo che viviamo. Vuole che sappiamo guardare in faccia alla realtà, che sappiamo affrontarla senza paura, anche se è dolorosa e carica di incognite. La forza d'animo è richiesta soprattutto di fronte all'odio e alla persecuzione che accompagnano sempre i discepoli. Gesù vuole che, quando si troveranno nella morsa della persecuzione, non perdano la fiducia e non si lascino soffocare dalla paura e dalle preoccupazioni.
«Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita»: perseveranza, cioè, pazienza, costanza, coraggio, fiducia, soprattutto resistenza di fronte a tutte le prove fino alla fine. Si tratta di rimanere fedeli alla parola di Gesù, alla volontà di Dio che ci chiede di vivere quotidianamente nella carità.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita (Lc 21,19)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Vedi anche il post:
Oltre ogni paura (14 novembre 2010)


Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2013)
  di Claudio Arletti (VP 2010)
  di Enzo Bianchi


domenica 10 novembre 2013

Celebrare la fede e servire nella carità [1]


La rivista Il Diaconato in Italia dedica il n° 180 al rapporto tra fede e carità (Celebrare la fede e servire nella carità).
Nel riportare i vari articoli nel mio sito di testi e documenti, segnalo questi interventi.






Celebrò la fede e servì nella carità (Emergenze)
di Giuseppe Bellia
"Il percorso storico-spirituale di un martire della speranza" (don Pino Puglisi)
Quotidianità, inevidenza e gloria, caratterizzano sia il servizio dei ministri di Cristo sia la testimonianza dei discepoli, congiunti in questo nella fedele imitazione della missione di Cristo. Saper cogliere nell'insignificanza della fedeltà quotidiana, nello spreco di una vita donata in martyría a causa di Cristo e del Vangelo (Mc 8,35), i segni gloriosi delle grandi opere di Dio, si deve ancora ribadirlo, non è alla portata della vanità della carne, ma solo opera dello Spirito Santo, perché «la carne non giova a nulla» (Gv 6,63).
Proprio la difficoltà di questo percorso ci spinge a ricercare quali sono state le stazioni o le svolte principali del cammino storico-spirituale di don Pino Puglisi, piccolo parroco siciliano. Quali gli elementi basilari della sua diaconia di martire della speranza in terra di mafia? Quali i tratti costitutivi della sua esistenza teologica? Guardando al suo tracciato interiore più solido e costante, mi pare che emergono tre punti di forza: il primato della Parola di Dio, la centralità dell'eucaristia domenicale e la forte tensione caritativa che lo sospingeva a ricercare il bene della comunità fraterna.
[…]
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Celebrare la fede, vivere la diaconia (Liturgia)
di Enzo Petrolino
Se la liturgia è l'azione più efficace della Chiesa essa è anche l'azione più efficace per trasmettere ancora oggi la fede della Chiesa. Allora il diacono cerca la carità sincera che viene dalla comunione al Corpo di Cristo. Il Concilio ci insegna che nel dono, l'eucaristia, ritroviamo il senso più profondo della liturgia cristiana e della vita della Chiesa (culmen et fons ricorda la costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium, n.10). Nella Sacrosanctum Concilium - che ha aperto il rinnovamento conciliare - ritroviamo alcuni aspetti che sottolineano un legame stretto tra liturgia e carità.
Già al n. 2 la costituzione conciliare afferma che «la liturgia infatti, mediante la quale specialmente nel divino Sacrificio dell'eucaristia "si attua l'opera della nostra Redenzione", contribuisce in sommo grado a che i fedeli esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il mistero di Cristo e la genuina natura della vera Chiesa, che ha la caratteristica di essere nello stesso tempo umana e divina, visibile ma dotata di realtà invisibili, fervente nell'azione e dedita alla contemplazione, presente nel mondo e, tuttavia, pellegrina».
[…]
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Per servire nella carità (Riflessioni)
di Andrea Spinelli
Se chiediamo a qualcuno, oltre naturalmente che a noi stessi, che cosa sia la fede, la prima risposta sarà quasi certamente: la fede è credere, credere che esiste Dio, l'Essere supremo, che sta al di sopra di noi, è onnipotente, onnisciente e onniveggente. Una simile risposta pare che soddisfi molti, la conferma spesso presbiteri e diaconi l'hanno durante le benedizioni delle famiglie in occasione del Natale (rito ambrosiano).
Talvolta, anche senza una domanda specifica (che non facciamo per rispetto della libertà individuale), qualche parrocchiano si sente in dovere di spiegarci perché non lo vediamo a Messa la domenica (se non nelle solennità "indispensabili"): «Vede, padre, la domenica non riesco a venire in chiesa per la messa, poiché, dopo una settimana di lavoro, ho tanto da fare in casa e proprio il tempo non me lo permette. Comunque le preghiere le dico ogni giorno, mattino e sera, perché io ci credo, so che Dio c'è e Lui senz'altro sa che non vengo perché non posso, non perché non voglio».
[…]
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venerdì 8 novembre 2013

Figli della risurrezione


32a domenica del T.O. (C)


Appunti per l'omelia

Tra le domande più inquietanti che gli uomini portano nel cuore c'è la domanda sull'aldilà, sul dopo la morte, con gli interrogativi strettamente connessi: che senso ha la nostra esistenza sulla terra? La nostra vita avrà un futuro? Vale la pena fare il bene?
Al tempo di Gesù i farisei, seguiti dalla maggioranza del popolo, insegnavano che i morti risorgeranno. Concepivano, però, tale risurrezione in modo piuttosto grossolano come la ripresa e la continuazione della vita presente, con l'appagamento di ogni desiderio anche sul piano fisico. Ai farisei si opponevano accanitamente i sadducei, che negavano la risurrezione perché la Legge non ne parla, dato che accettavano solo i primi cinque libri della Bibbia. Partendo, appunto, da una prescrizione della Legge, che obbligava il fratello non sposato a prendere in moglie la cognata, qualora il primo marito fosse morto senza averle dato figli, questi sadducei propongono a Gesù il caso di una donna che ha avuto successivamente sette mariti... A chi di loro apparterrà nel mondo della risurrezione? Prospettando una situazione grottesca, mettono in ridicolo la fede nella risurrezione (cf Lc 20,27-38).
Gesù anzitutto smaschera e rifiuta la raffigurazione dell'aldilà quasi fosse un prolungamento, sia pure in meglio, dell'attuale condizione terrena, perché il futuro che Dio prepara al di là della morte sarà una realtà radicalmente nuova, una sorpresa assoluta del suo amore. Gesù infatti distingue «questo mondo» dall'«altro mondo». Sono due mondi successivi, l'uno diverso dall'altro. I «figli di questo mondo», cioè coloro che vivono nella situazione concreta e con tutti i condizionamenti di questa vita terrena, «prendono moglie e prendono marito», perché sanno di dover morire e quindi devono assicurarsi una discendenza. «Ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dei morti non prendono né moglie né marito», perché «non possono più morire».
I risorti «sono uguali agli angeli», i quali vivono al cospetto di Dio, totalmente persi in Lui, immersi nella sua felicità, e quindi liberi da ogni preoccupazione di vincere la morte. Così sarà dei risorti: parteciperanno pienamente alla vita di Dio, nella perfetta comunione fraterna. «Poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio»: con la risurrezione saremo manifestati pienamente quali figli di Dio, figli che partecipano della sua stessa vita con tutto il proprio essere anche corporeo.
La nostra realtà filiale, che ha la sua origine nel Battesimo, raggiungerà la sua perfezione con la risurrezione, in una vita di "risorti" già iniziata e poi proseguita lungo l'esistenza terrena. Solo chi ha incominciato a fare esperienza di "vita nuova in Cristo" può credere e aspirare alla risurrezione finale, che è essere con Lui e con Dio, nella famiglia di Dio, la Trinità. È questa una delle ragioni per cui oggi ci sono cristiani i quali, come i sadducei, non credono o dubitano che dopo la morte ci sia ancora la vita e vita piena. La risurrezione, infatti, come puro fatto "fisico" non ha senso. Solo intesa come esperienza di rapporto con Cristo e con Dio che, già vissuta ora imperfettamente, raggiungerà un giorno la sua perfezione beatificante, diventa immensamente desiderabile e fonte di speranza gioiosa per il credente.
Inoltre, se Dio si presenta a Mosè come il «Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe», è segno che mentre parla si sente in rapporto vitale con i padri morti ormai da centinaia di anni. Ciò significa che essi devono continuare a vivere misteriosamente in comunione con Lui. E sarebbe davvero strano che il Dio di Israele, "l'eterno Vivente", si associ a dei morti, quando Egli è la sorgente di ogni vita: «Dio non è dei morti, ma dei viventi»!
La risurrezione appare così non tanto come semplice fatto fisico e biologico, ma come la "vita di comunione" con Dio, al di là della nostra breve esistenza storica, che già ci ha permesso di incontrarci con Lui. Nella misura in cui ora viviamo una relazione profonda col Padre e tra fratelli, siamo in grado di intuire che cosa intende dirci Gesù quando ci parla della vita futura.
Inoltre, interpretando falsamente la frase di Gesù "Non prendono moglie né marito", c'è la tentazione di credere che nell'aldilà tutti i rapporti saranno livellati e appiattiti, come se le relazioni profonde che abbiamo intrecciato e consolidato tra amici e persone care fossero destinate a scomparire. In realtà nel Paradiso tutti i legami affettivi autentici, che hanno segnato l'esistenza in questo mondo, non soltanto rimarranno, ma saranno liberati da ogni condizionamento e limite: saranno vissuti nel massimo grado di perfezione e godimento. Se così non fosse, allora neppure Maria, la Madre del Salvatore, potrebbe avere quel rapporto tutto speciale che invece conserva ancora col proprio Figlio. Anche chi è morto, infatti, continua ad amare i suoi molto più di quanto li amasse durante la vita terrena.
È tonificante sapere che Gesù, durante la sua esistenza terrena, vedeva e sperava così il futuro suo e nostro. Ora che è risorto, ci assicura che il futuro, verso il quale camminiamo, porta il suo volto, è Lui nella sua gloria di risorto. Lui vivo in mezzo a noi, perché nel rapporto vissuto con Lui attraverso l'amore ci prepariamo a condividere con Lui la vita eterna.



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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Dio non è dei morti, ma dei viventi (Lc 20,38)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Vedi anche il post:
Dio dei vivi (7 novembre 2010)


Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2013)
  di Claudio Arletti (VP 2010)
  di Enzo Bianchi


sabato 2 novembre 2013

L'incontro sorprendente con Gesù


31a domenica del T.O. (C)

Appunti per l'omelia

«Tu ami tutte le cose che sussistono… Hai compassione di tutti, perché tutto puoi…» (cf Sap 11,22ss).
Il suo infinito potere, Dio lo mette al servizio dell'amore che vuole la vita. Nessuno come Lui conosce il valore della vita, soprattutto della vita umana. I peccati distruggono la relazione con Dio e quindi lo splendore della vita vera del credente. Per questo Egli desidera perdonarli. Anzi, sembra che Dio chiuda gli occhi e li volga altrove per non vedere la gravità delle colpe: così non sarà costretto a punire il peccatore e gli darà ancora tempo per pentirsi.
Così Gesù ha fatto con Zaccheo (cf Lc 19,1-10). Non gli rinfaccia i suoi peccati, ma gli propone l'incontro con Lui. Da questo incontro scaturiscono la conversione e la vita nuova per il pubblicano. Non prima il pentimento perché sia reso possibile l'incontro, ma prima l'incontro e così scatterà il pentimento.
Zaccheo è un uomo benestante e affermato negli affari; ma, per la sua professione di esattore delle tasse, appartiene alla categoria di coloro che sono socialmente disprezzati e ai margini della comunità, anzi ritenuti impuri e peccatori.
Egli però quel giorno fa una scelta contraria alla sua cultura. Trascura i propri interessi e, seguendo un impulso interiore, si mette alla ricerca di Gesù. È pura curiosità la sua? Forse è un'inquietudine sottile, una segreta nostalgia che lo muove, sia pure a livello inconscio. Sembra che l'iniziativa parta esclusivamente da lui. In realtà c'è qualcuno che lo sta chiamando ed egli, senza saperlo, va dietro a questo richiamo. In ogni modo è sincero e determinato nel suo intento di vedere Gesù: «Corse avanti... salì su un sicomoro».
«Gesù alzò lo sguardo», incrociando quello di Zaccheo. Pronuncia il suo nome, come se si conoscessero da tempo. La sorpresa del pubblicano è grande: come fa Gesù a conoscerlo? Ma la sorpresa di Zaccheo raggiunge il colmo quando si sente dire: «Scendi in fretta, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Gesù si autoinvita!
Come non riconoscere nel gesto di Gesù la misericordia del Padre che insegue i perduti, li cerca, non vede l'ora di raggiungerli e li ricupera attraverso il proprio Figlio? Zaccheo non si lascia sfuggire il dono che gli viene offerto e prontamente aderisce alla parola di Gesù e «lo accolse pieno di gioia».
Zaccheo non delude Gesù. Attraverso il banchetto in comune con Lui è chiamato e ammesso alla comunione con Dio. Nell'incontro personale con Gesù diventa un uomo nuovo. E l'impegno che pubblicamente dichiara a Gesù rivela un uomo irrevocabilmente deciso a percorrere la via della giustizia e della gratuità. E per questo è un uomo felice. Felice, cioè salvato. La conferma gli viene da Gesù stesso: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza».
La conversione di Zaccheo è frutto dell'incontro con Gesù. Con la conversione il denaro, che prima schiavizzava il cuore e la vita, diventa, nelle mani dell'uomo ormai libero, servo utile e strumento prezioso per fare il bene. Anche l'uomo più perduto e impermeabile, se incontra Gesù e si lascia toccare il cuore da Lui, trova la forza di risorgere e sperimenta la salvezza.


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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Oggi devo fermarmi a casa tua (Lc 19,5)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Vedi anche il post:
Vita che Dio non spegne (31 ottobre 2010)


Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2013)
  di Claudio Arletti (VP 2010)
  di Enzo Bianchi