venerdì 2 agosto 2013

L'unico mio bene!


18a domenica del T.O. (C)

Appunti per l'omelia

Che cosa vale di più nella vita? Che cosa conta semplicemente nella vita? Accumulare ricchezze, accrescere il proprio potere economico e così anche il proprio prestigio sociale, e in questo impegno investire senza risparmio tempo, interesse, energie? Ma è proprio così? Il giudizio su tale scelta di vita e comportamento lo dà la parola di Dio, proposta per questa domenica, nel brano del Qoelet (1,2;2,21-23), un'affermazione perentoria che è come un pugno inatteso sullo stomaco: «Vanità delle vanità, vanità delle vanità, tutto è vanità». Questa parola di per sé significa "vuoto", "soffio di vento"... e dà come l'idea del fiato che, appena emesso, non c'è già più.
Anche Gesù, nel vangelo (Lc 12,13-21), offre ai suoi discepoli (e quindi anche a noi) il suo insegnamento riguardo al rapporto con i beni materiali. Tale insegnamento prende spunto da una lite per una eredità. Liti di questo genere, si sa, nascono dalla bramosia del possesso e spesso devastano i rapporti anche nell'ambito di una stessa cerchia familiare, creando inimicizie che possono durare tutta la vita. Contro questa insaziabile avidità Gesù lancia un ammonimento molto forte: «Fate attenzione e tenetevi lontano da ogni cupidigia perché anche se uno è nell'abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni». Col suo richiamo Gesù prende di mira anzitutto i ricchi (e chi non lo è, almeno nel cuore?). Non li condanna perché sono ricchi. Li avverte, piuttosto, che la loro ricchezza è una sicurezza soltanto apparente e molto precaria, perché la qualità e la riuscita della vita non sono determinate dai beni che si possiedono. È quanto emerge con forza provocatoria dalla parabola che Gesù racconta, di un uomo, di un impresario agricolo, i cui affari sono andati a gonfie vele ed ha davanti a sé un futuro rassicurante: una vita comoda e beata, anche se, di per sé non dissoluta e licenziosa. D'altra parte non si dice neppure che egli abbia accumulato la ricchezza ingiustamente. Tutto farebbe pensare che si tratta di un uomo veramente fortunato. Ma è proprio così? Ciò che rende una vita felice e degna di essere vissuta si riduce a questo?
Nel modo di pensare di questo uomo si coglie un individualismo esasperato. È interamente concentrato su di sé e su ciò che possiede, dove i verbi sono alla prima persona singolare e domina l'aggettivo possessivo: «farò... raccoglierò... dirò a me stesso: riposati... i miei raccolti... i miei beni...». Nel suo progettare il futuro non c'è posto per Dio e neppure per gli altri. Fa i suoi calcoli senza Dio. Ma i conti con Dio non si possono rimandare senza fine! Ha programmato accuratamente tutto, meno l'eventualità della morte. E qui sta la sua stupidità: «Ma Dio gli disse: stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?». Il ricco, allora, è insensato, manca cioè di buon senso, perché nei suoi calcoli non ha inserito la realtà della morte, ma soprattutto perché non ha inserito Dio: ha dimenticato che la sua vita è un dono che gli può essere richiesto in ogni momento. Un dono che, ricevuto da Dio, esige di essere a sua volta "ridonato" nel servizio e nella condivisione dei beni col prossimo. Accumulando i beni per se stesso, il ricco si considera proprietario di ciò che non è suo. Si rifiuta cioè di essere quello che Dio vuole che sia: un amministratore al quale Dio affida beni che, per definizione, sono destinati a tutti e con i quali avrebbe dovuto aiutare gli altri. Non ha capito che ricchi si può essere anche da soli, ma felici no. Non si può essere felici se non con gli altri, con tutti gli altri, e grazie agli altri.
L'errore del ricco della parabola, e di quanti egli rappresenta, sta nell'aver concentrato unicamente il suo interesse sulle cose terrene che "passano", senza darsi pensiero delle realtà più vitali e importanti. In questo senso ha agito da stolto: ha fondato la sua sicurezza per il futuro su beni effimeri, mentre Dio solo può dare e conservare la vita.
Un uomo che è vissuto così «accumulando tesori per sé», non è ricco davanti a Dio! Come fare, allora, per diventare veramente ricchi?
Ai tanti simili a quel ricco, Gesù non si stanca di chiedere una sincera conversione, che consiste nel passare dai "beni" al "Bene", a Dio, il Sommo Bene; dall' "io" al "noi", dal "mio" al "nostro", ai "beni" che si trovano così relativizzati e vengono condivisi. Consiste nel passare dai "miei beni" al "Sei Tu, Signore, l'unico mio bene!".

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Vedi anche:

Parola-sintesi proposta (breve commento e una testimonianza):
Arricchire presso Dio (Lc 12,21)
(vai al testo) - (pdf, formato A5/A4c)

Commenti alla Parola:
  di Marinella Perroni (VP 2013)
  di Claudio Arletti (VP 2010)
  di Enzo Bianchi


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